John Brennan & co. in Ucraina

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Pochi in Italia lo conoscono, ma il personaggio dal ghigno malefico qua sopra immortalato è niente poco di meno che il direttore della CIA, John Brennan.
Egli, sabato scorso, si sarebbe segretamente recato in Ucraina per incontrarsi con le autorità golpiste e rendere loro i propri disinteressati consigli.
Fra i quali, ad esempio, quello di organizzare una provocazione armata ai danni dell’esercito nazionale attribuendone poi la responsabilità agli attivisti russofoni che hanno occupato ormai decine di edifici istituzionali in diverse città, grandi e piccole, dell’Ucraina sud-orientale.
In questo senso, va anche la testimonianza giunta da Oleg Tsarev, candidato alle prossime presidenziali, secondo il quale un intero piano della sede dei servizi di sicurezza a Kiev, a cui i funzionari ucraini non possono più accedere, sarebbe stato occupato dall’intelligence statunitense.

L’NSA ci spia con la macchina del tempo

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Si chiama Mystic ed è un sistema in grado di recuperare le conversazioni fatte al telefono in passato

Un funzionario dell’intelligence l’ha chiamata la Macchina del Tempo. Non ha esagerato. Da tre anni, l’NSA ha la possibilità di ascoltare le voci (e quindi le conversazioni) di telefonate fatte nel passato. Nulla di fantascientifico, ma l’ennesimo progresso della tecnologia messo a disposizione del sistema di sorveglianza più capillare del mondo.
Il nome del programma è MYSTIC e lo strumento che serve a viaggiare nel tempo si chiama RETRO. E il suo funzionamento è abbastanza semplice. Ogni giorno, l’NSA registra milioni di telefonate negli Stati Uniti (e all’estero) e poi le archivia in una sorta di grande magazzino telematico dove le tiene per 30 giorni; un contenitore immenso in cui ci sono miliardi e miliardi di chiamate, dove le vecchie telefonate vengono sostituite con le nuove. RETRO è in grado di aprire una finestra sul passato, andare a recuperare le telefonate che in precedenza non avevano attirato l’attenzione, ma che, per qualche motivo, sono diventate interessanti, e farle sentire agli analisti dell’intelligence.

Sorveglianza senza controlli
La novità di questo programma è che viene recuperata la voce degli interlocutori al telefono. In questo modo, l’NSA può sentire un mese dopo una conversazione avvenuta trenta giorni prima. In questo senso, RETRO è una specie di macchina del tempo. Che ha un’altra particolarità. Non deve rispondere di quello che fa a nessun giudice. L’intelligence, infatti, può saltare un passaggio legale per mettere sotto ascolto una persona: non deve chiedere permesso all’autorità giudiziaria. Queste rivelazioni sono una novità rispetto a quello che si è sempre saputo e che le autorità hanno sempre sostenuto: e cioè che venivano controllati solo i numeri di telefono e le comunicazioni via mail.
L’intelligence americana, invece, può tornare indietro nel tempo e intercettare a posteriori le telefonate. E lo fa non solo negli Stati Uniti, ma anche in almeno cinque paesi stranieri, forse sei. Almeno così si comprende dai documenti che l’agenzia di sicurezza nazionale ha inviato al Congresso. Secondo Christopher Soghoian, l’esperto informatico dell’American Civil Liberties Union, il programma verrà potenziato ed esteso ancora di più all’estero.
Un programma che non è stato utilizzato solo dalla NSA ma anche da altre agenzie di intelligence americane. MYSTIC e RETRO sono entrambi regolati dall’ordine esecutivo presidenziale 12333 del 4 dicembre del 1981 e il Congresso è ben a conoscenza delle loro funzioni. Anzi. Il Comitato del Senato che si occupa di intelligence, guidato da Dianne Feinstein, la democratica che ha denunciato lo spionaggio della CIA ai sui danni, avrebbe spinto per un loro sviluppo all’estero.

Le promesse di Obama
L’esistenza di MYSTIC e RETRO mette in dubbio la veridicità delle cose dette da Barack Obama dopo lo scoppio del Datagate. Il presidente aveva assicurato che l’intelligence non ascoltava le conversazioni degli americani e invece ora si viene a sapere che può farlo (anche) a posteriori. Aveva promesso che i dati sensibili “catturati” dall’NSA non sarebbero stati tenuti dal governo, ma consegnati a terzi, e adesso si scopre che l’NSA ha una macchina del tempo per sentire le telefonate tracciate in precedenza.
Obama aveva promesso una trasparenza (limitata) nell’attività dell’intelligence statunitense. E, invece, le continue rivelazioni fanno intuire che il sistema di sorveglianza sia molto più complesso e capillare di quanto conosciuto finora.
Un portavoce dell’NSA ha smentito che l’agenzia si muova al di fuori della legge. Le telefonate recuperate dovrebbero essere solo quelle che contengono parole chiave che possano far risalire gli analisti a una potenziale minaccia terroristica o bellica. Dovrebbero.
Michele Zurleni

Fonte

Non basta più la CIA

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Due simpaticoni della CIA o di chissà quali servizi statunitensi (uno ha ammesso l’appartenenza, l’altro l’ha negata goffamente), hanno voluto prendere contatto con alcuni blogger italiani, fra i quali chi vi scrive.
Sono circolate frasi del tipo “vi abbiamo tenuto d’occhio”, “possiamo fare delle cose interessanti” e infine l’ammissione “stiamo lavorando anche con altri blogger”. Li ho ascoltati, se capiterà occasione li ascolteremo ancora, ma di qui a fare tratti di strada insieme, non se ne parla. Non so che cosa faranno gli altri presenti a quegli incontri, so che due o tre amici che stimo e scrivono, al pari di me in assoluta libertà, continueranno esattamente come facevano prima: soli e indipendenti.
Non ho nulla contro gli USA, contro la Russia o contro la Nuova Guinea. Ho invece molto da obiettare quando si ricorre a manovre coperte per influenzare le scelte del mio Paese. Se si agitano due agenti intorno a modesti sedicenti blogger, significa che su obiettivi più alti vi saranno manovre ben più articolate e pericolose. Io credo che quanti siano possibili obiettivi di tali mene, faranno bene a vigilare. Poi ognuno risponde di se stesso.
È tuttavia più importante osservare che l’intelligence statunitense dovrebbe comprendere che la dissipazione dell’immenso patrimonio morale, causato negli ultimi venti anni dalle loro guerre insensate, non potrà mai essere rimediata con mezzi propagandistici.
Occorre ricordare il loro Franklin D. Roosevelt: « Puoi raccontare una bugia a molti e essi continueranno a crederti; puoi raccontare molte bugie a una persona e questa potrà continuare a crederti; ma non puoi raccontare troppe bugie a tante persone e sperare che continuino a crederti».
Quando un prodotto “mente” a troppe persone, lo ritira e gli si muta nome e marchio, per rilanciarlo. Dovrebbe funzionare così anche la democrazia: una politica non va, si fa un nuovo leader, che cambia nome e marchio politico. Ha funzionato e funzionerebbe se davvero il marchio e il prodotto politico fossero nuovi. Purtroppo per gli Stati Uniti da venti anni sono sempre le stesse panzane ripetute a tutti. Non dimenticate mai Colin Powell con le sue provettine, all’ONU davanti alle telecamere, per affermare, sperando di farcela bere, che quelle erano le prove delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Dal 2008 c’è un’aggravante ulteriore: perché dovremmo essere alleati degli USA se le loro banche ci hanno distrutto il sistema economico, hanno incendiato il Mediterraneo, hanno fatto schizzare in alto il barile del greggio, ci portano verso la guerra mondiale, incoraggiano il terrorismo e intanto il nostro benessere va in malora?
A tutto questo non si rimedia mobilitando i blogger e neppure corrompendo i politici, ai quali infatti non crede più nessuno, neppure i servizi statunitensi.
Piero Laporta

Fonte

Ci guardano, ci ascoltano, ci mappano

Il sito The Intercept, recente creazione di Glenn Greenwald, Laura Poitras e Jeremy Scahill, offre in anteprima la visione di alcuni scorci panoramici notturni, relativi alle località che ospitano le sedi delle principali agenzie di intelligence a stelle e strisce.
Cominciando dal National Reconnaissance Office (NRO), il cui compito istituzionale è di sviluppare, lanciare e impiegare i satelliti per le attività segrete di riconoscimento. Si tratta della terza agenzia statunitense in quanto a risorse di bilancio (pari a 10,3 miliardi di dollari) e ha il proprio quartier generale a Chantilly, nello Stato della Virginia.
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Si prosegue con la National Geospatial-Intelligence Agency (NGA), responsabile della raccolta, analisi e distribuzione di intelligence derivante da mappe e immagini fotografiche. Secondo documenti forniti da Edward Snowden, essa avrebbe avuto l’anno scorso un bilancio di 4,9 miliardi di dollari e ha sede sempre in Virginia, a Springfield.
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La rassegna si conclude con una foto della sede della ormai famigerata National Security Agency (NSA), la seconda dopo la CIA per risorse finanziarie a disposizione (10,8 miliardi), con quartier generale a Fort Meade, nel Maryland.
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Fonte

Dio lavora per la CIA?

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Eric Draitser per rt.com

L’arresto e l’incarcerazione in Corea del Nord del cittadino statunitense Kenneth Bae solleva ancora una volta la questione dell’uso della religione e dell’umanitarismo come mezzi impliciti per rafforzare l’egemonia USA.
La controversia riguardante “la diplomazia cestistica” dell’ex stella della NBA Dennis Rodman è centrata sul suo apparente rifiuto di “parlare a favore” di Kenneth Bae, un cittadino statunitense imprigionato in Corea del Nord per ciò a cui Pyongyang si è riferito quali “crimini contro lo Stato”. Naturalmente, la versione dei media occidentali sul caso Bae è che egli sarebbe un devoto cristiano che semplicemente ha infranto le leggi nordcoreane sulla religione e le prassi religiose.
Come riferito dal The Telegraph, Bae e il suo gruppo stavano usando la propria agenzia turistica come mezzo per diffondere le loro convinzioni cristiane nel Paese stridentemente ateista. I membri del gruppo di Bae hanno ammesso di aver distribuito bibbie nel Paese, intonato canzoni cristiane e, in riferimento alla storia biblica di Gerico, “aver pregato ché i muri crollino”. Anche se si può non essere d’accordo con la criminalizzazione di un ideologia religiosa, è un fatto indiscutibile che Bae e i suoi gruppi hanno commesso quello che Pyongyang considera essere un crimine molto serio.
Mentre l’incarcerazione di un americano in Corea del Nord è già una storia, il suo arresto ha sollevato sospetti in certi circoli internazionali che Bae, come tanti altri prima di lui, stesse nei fatti lavorando con la CIA o un’altra agenzia di intelligence statunitense. Benché sia impossibile dire con certezza se Bae stesse facendo un legittimo viaggio d’affari in Corea del Nord, o stesse semplicemente utilizzando l’occasione come copertura di attività di spionaggio, l’incidente ci ricorda ancora la durevole, sporca relazione tra la comunità dell’intelligence USA e i gruppi e le istituzioni religiose/umanitarie. Continua a leggere

Penny Lane: la base segreta della CIA per trasformare i prigionieri di Guantanamo in agenti doppi

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Nelle prime fasi della “Guerra al Terrore”, gli agenti della CIA presso la struttura detentiva della Baia di Guantanamo trasformarono detenuti in agenti doppi, aiutando gli Stati Uniti a tracciare e uccidere terroristi, secondo quanto riportano funzionari statunitensi.
Per alcuni detenuti di Guantanamo, tenuti in prigionia nella base militare USA situata nel mezzo di acque infestate dagli squali, la promessa di libertà in cambio della collaborazione con la CIA per sradicare i terroristi da casa, può aver rappresentato molto più di una tentazione.
Oltre alla riconquista della libertà, ai co-cospiratori vennero assicurate garanzie di sicurezza per i propri familiari, e milioni di dollari provenienti dalla cassa dell’agenzia per la guerra segreta, alcune fonti hanno riferito all’AP.
L’intesa non era priva di alcuni rischi intrinseci, comunque, visto che non è raro per le truppe USA diventare improvvisamente l’obiettivo di “fuoco amico straniero” – come il conflitto in Afghanistan ha dimostrato in varie occasioni.
Nel Gennaio 2002, arrivarono a Guantanamo 632 detenuti, seguiti da altri 117 l’anno successivo. Improvvisamente, sembrò valere la pena di prendere il rischio di costruire una relazione strategica con il nemico. La CIA, riconoscendo l’opportunità di violare i nascondigli montani degli inafferrabili terroristi ricercati, sembrò preparata a rilasciare alcuni prigionieri dalle rigide condizioni della loro detenzione senza fine.
A poche centinaia di metri dietro la struttura detentiva di Guantanamo, celate tra la vegetazione e le formazioni rocciose, si trovano otto casermette senza pretese, note agli adddetti ai lavori come “Penny Lane”.
Data la relativa comodità delle unità del complesso, che si diceva avessero “cucine private, docce e… un vero letto con materasso”, il personale della CIA scherzosamente le chiamava “il Marriott” [catena di famosi alberghi di lusso - ndr].
L’agenzia di intelligence era allora incaricata di reclutare nel programma i potenziali candidati. Delle “dozzine di prigionieri” valutati per il programma speciale, soltanto una manciata firmò gli accordi per lavorare per lo spionaggio americano.
“Certamente quello era l’obiettivo”, ha rivelato Emile Nakhleh, un ex analista di spicco della CIA che nel 2002 si occupò di valutare i detenuti ma che non ha parlato di Penny Lane. “E’ il lavoro dell’intelligence reclutare informatori”.
Per dare spessore al programma, i reclutati necessitavano di buoni contatti con le organizzazioni terroriste, particolarmente con Al Qaeda.
Una volta accettati nel programma segreto, funzionari USA attuali e passati hanno riferito all’Associated Press che i candidati erano addestrati dall’agenzia di intelligence statunitense a fare spionaggio in favore della CIA, nel quadro dei suoi sforzi per catturare o uccidere gli operativi di Al Qaeda.
Le fonti hanno parlato del programma, terminato circa nel 2006, in condizione di anonimato perché non sono state autorizzate a farlo pubblicamente.
Il portavoce della CIA Dean Boyd ha rifiutato di commentare.
Un avvocato americano che ha rappresentato circa una dozzina di detenuti yemeniti a Guantanamo, David Remes, ha detto all’AP: “Vedo l’ironia nella decisione di lasciar andare via alcuni personaggi davvero poco raccomandabili”.
“Gli uomini che sono stati rimandati indietro come agenti furono addestrati nel riuscire a fornirci informazioni di valore”, ha aggiunto.
Le fonti dell’AP hanno confermato che alcuni degli agenti doppi collaborarono nel rintracciare e uccidere terroristi, mentre altri smisero di cooperare e la CIA perse i contatti con loro.
Ex funzionari coinvolti nel programma ricordano che il timore più grande era che un ex detenuto potesse attaccare gli Americani e poi dichiarare pubblicamente che era stato a libro paga della CIA.
Il governo USA nutriva una tale fiducia in Penny Lane che un ex funzionario dello spionaggio ricorda le discussioni circa la possibilità di rilasciare segretamente un paio di pakistani negli Stati Uniti, dotandoli di permessi per studio o per affari. La speranza era che essi si sarebbero messi in contatto con Al Qaeda e condotto le autorità ai membri della cellula statunitense.
Un altro ex funzionario anziano dell’intelligence ha affermato che tutto ciò non è mai accaduto.
Nel frattempo, l’impegno a chiudere Guantanamo, a cui è stata data l’etichetta di “Gulag dei nostri tempi” da Amnesty International, rimane una promessa non mantenuta dall’amministrazione Obama, che ha incontrato una dura resistenza all’idea da parte dei membri del Partito Repubblicano, particolarmente nella persona dell’ex vice-presidente Dick Cheney.
“Vi posso dire che l’amministrazione mantiene l’impegno di chiudere la struttura detentiva presso la Baia di Guantanamo”, ha dichiarato lo scorso Marzo il vice addetto stampa presso la Casa Bianca, Josh Earnest.
Delle 779 persone inizialmente detenute presso la Baia di Guantanamo, più di tre-quarti sono stati rilasciati, mentre i rimanenti, in attesa del rilascio, continuano a essere incarcerati nella struttura.
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Nota a margine
Penny Lane prosegue nella tendenza delle Forze Armate statunitensi di prendere a prestito i titoli di famose canzoni dei Beatles per identificare le proprie strutture.
Nel 2010, il New York Times citò la storia di una struttura clandestina a cui era stato dato l’inquietante nome di “Strawberry fields”, poiché si riteneva che “i pezzi da novanta” ivi detenuti potessero restare lì, come dice la ben nota canzone, “per sempre”. Di queste persone si parlava in termini di detenuti fantasma, e furono imprigionate per anni dalla CIA nelle carceri segrete, “buchi neri” sparsi in Europa così come in Medio Oriente e Asia.

[Traduzione nostra da RT]

Jihad for dummies

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Riassumendo:
- evitare di entrare in conflitto con gli USA e i Paesi suoi vassalli;
- indebolire l’Algeria (in Libia il compitino è già stato eseguito);
- combattere i russi nel Caucaso;
- combattere gli indiani nel Kashmir;
- combattere i cinesi nello Xinjiang.
Direttamente dalla CIA, pardon: dal leader di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri, le “linee guida per il jihad”.

Londra, 17 settembre – Il leader di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri ha diffuso per la prima volta le ”linee guida per il jihad”, chiedendo di limitare gli attacchi contro le sette musulmane e non musulmane e i conflitti in quei Paesi dove i jihadisti possono trovare una base fertile per diffondere i propri ideali. Il documento, pubblicato sul sito americano di intelligence Site, mostra quindi la strategia di al-Qaeda a 12 anni dagli attentati dell’11 settembre contro le Torri gemelle a New York e le sue ambizioni globali, dal Nord Africa al Caucaso fino al Kashmir. Se l’obiettivo militare della rete terroristica resta quello di indebolire gli Stati Uniti e Israele, Zawahiri sottolinea anche l’importanza della ”dawa”, o opera missioniaria, per diffondere le idee del jihad. ”Per quanto riguarda gli attacchi all’America e ai suoi vicini, va fatta distinzione da posto a posto. Il principio base e’ di evitare di entrare in conflitto con loro, ad eccezione dei Paesi dove il confronto e’ inevitabile”, ha spiegato il successore di Osama bin Laden. Si tratta di una posizione particolarmente rilevante per il Nord Africa, dove secondo molti analisti al-Qaeda sta sfruttando il periodo seguente le primavere arabe per cercare nuovi seguaci, anche stringendo alleanze locali, ma evitando di attirare l’attenzione su di se’ con attentati. ”La nostra e’ una battaglia lunga e il jihad ha bisogno di basi solide”, ha detto il medico egiziano nelle sue ”linee guida per il jihad” postate su vari forum online.
Zawahiri ha ricordato i luoghi dove i conflitti sono stati inevitabili, includendo l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e la Somalia. C’e’ poi l’intenzione di ”creare un luogo sicuro per i mujahideen in Pakistan, che puo’ essere usato come trampolino di lancio per stabilire un sistema islamico”. Zawahiri ha quindi parlato della necessita’ di indebolire l’Algeria, che ha combattuto i militanti islamici in una guerra civile negli anni Novanta e di diffondere lo spirito del jihad nel Maghreb e nell’Africa occidentale. Il leader di al-Qaeda ha quindi sottolineato il diritto dei militanti di combattere i russi nel Caucaso, gli indiani nel Kashmir e i cinesi nello Xinjiang. Zawahiri ha poi chiesto ai suoi seguaci, in gran parte salafiti, di evitare attentati contro altre sette musulmane e, se attaccati, di limitare la loro risposta a coloro che sono coinvolti nel conflitto. Devono anche lasciar stare i cristiani, gli indu’ e i sikh che vivono in terre musulmane, rispettare donne e bambini ed evitare attacchi in moschee, mercati e luoghi di aggregazione dove ci possono essere musulmani.
(Brt/Opr/Adnkronos)

Risulta dunque molto significativo quanto riportato ieri dal Miami Herald circa Mohammed al Alami, ex detenuto del carcere di Guantanamo, che sarebbe morto lo scorso agosto in Siria combattendo nei ranghi dei “ribelli”.
Nel suo elogio funebre documentato da un video, Alami viene ricordato come un veterano del Jihad in Afghanistan, catturato dall’esercito pakistano durante un tentativo di fuga dal Paese dopo aver partecipato agli scontri con le forze locali sostenute dagli USA nell’autunno 2001.
Egli venne successivamente incarcerato a Guantanamo, dove rimase per quattro anni, dal 2 febbraio 2002 al 7 febbraio 2006, e quindi rimpatriato per ragioni sconosciute.
Per ricomparire poi nel suo nuovo teatro di “mobilitazione” a più di cinque anni di distanza, in macabra coincidenza con la fine della propria esistenza terrena.

La debacle dell’unipolarismo

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“Il retrogusto lasciato da questo 11/9, con la lettera di Putin come elemento rivelatore simbolico, è un dato che informa sul miopismo dell’elite, aggrappata con forza al “secolo XX”, ai fasti effimeri della globalizzazione, a cui non è ancora “pervenuto il multipolarismo”. Contrapposti alla sensazione di sollievo diffusa alla base quasi come uno “scampato pericolo”. Diffondere il grido di “Annibale alle porte” è un fragile scudo difensivo, perchè non è il trionfo di Putin. E’ peggio. E’ la debacle di chi ha centralizzato tutto il potere nel Pentagono e Wall Street, minimizzando la democrazia in casa e la convivenza pacifica all’estero.
Analogie da brivido con il periodo agonico dell’URSS, con ricambi vertiginosi e frequenti dei vertici militari, ricorso a leggi speciali e vessatorie, e protagonismo smisurato di troppe polizie politiche segrete. Cominciò tutto quell’11/9 e le Torri: nelle Americhe molti lo identificaro come un golpe, e non si è più fermato. Fino a trattare capi di stato, governi terzi, sedi di organismi internazionali, ambasciate e compagnie concorrenti straniere alla stregua delle discriminate minoranze interne. In nome di un “antiterrorismo” divenuto un grimaldello passepartout. No, non è solo il crepuscolo d’un presidente o dell’occidente.
E’ l’appannato processo decisionale degli Stati Uniti approdato visibilmente all’egemonismo relativo perchè scricchiola il sistema liberista, ormai privo dell’aura del progresso inarrestabile e obbligatorio. Il ritorno alle origini ataviche anglosax, cioè all’arrembaggio della filibusta e alle ardite gesta corsare, disvela e svaluta l’espansionismo globalista come un vuoto messianismo. Gli abiti di scena de couturier liberista, non nascondono più le zanne del nichilismo economico. Inconciliabile con le maggioranze sociali, con le nazioni e i popoli, con l’umanesimo e la tradizione.”

Da USA/11-9: crisi della struttura reale del potere, di Tito Pulsinelli.

Le ragioni di François

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Di fronte alle bellicose dichiarazioni di sostegno a una eventuale azione militare contro la Siria, capitanata dagli Stati Uniti, che il presidente francese François Hollande ha rilasciato nelle ultime settimane, viene da chiedersi cosa abbia mai fatto quest’uomo per ridursi in tali pietose condizioni di sudditanza pur continuando a definirsi un “socialista”.
Forse, una spiegazione quantomeno parziale può essere trovata nella partecipazione, datata 1996, a un programma di “scambio culturale” denominato Young Leaders, il principale fra quelli promossi dalla French-American Foundation nel suo intento di approfondire la reciproca comprensione tra Francia e Stati Uniti.
Il programma Young Leaders è rivolto a piccoli gruppi di leader emergenti dei due Paesi, attentamente selezionati nel mondo della politica, degli affari, della comunicazione, delle forze armate, della cultura e del settore no-profit, ai quali viene concessa l’opportunità di trascorrere cinque giorni insieme discutendo argomenti di comune interesse e, cosa più importante, avendo modo di conoscersi l’un l’altro.
Il programma è stato creato nel 1981 a seguito della presa di coscienza che il rapporto di collaborazione tra le classi dirigenti francese e statunitense, così stretto nel periodo successivo all’ultima guerra mondiale, andava declinando in quanto i nuovi leader crescevano avendo poca interazione con i loro interlocutori transatlantici.
Fra gli Young Leaders, dalla parte americana, si annoverano l’ex Presidente Bill Clinton, l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, i senatori Evan Bayh e Bill Bradley, il generale Wesley Clark, l’ex Presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick, importanti dirigenti d’azienda quali Frank Herringer di Transamerica Corporation e John Thain di CIT Group, il regista vincitore di premio Oscar Charles Ferguson.
Dalla parte francese, sono stati Young Leaders ben sei membri dell’attuale governo presieduto da François Hollande, ed egli medesimo come dicevamo nel 1996.
Ovviamente, si tratta solamente di un piccolo esempio della cura che “l’alleato d’oltreoceano” mette da sempre nell’influenzare, attraverso l’azione di fondazioni e ong varie create allo scopo, la formazione delle elite europee, in modo che alle posizioni decisionali pervengano uomini e donne di inconfutabile fedeltà atlantica.
Argomenti che abbiano già avuto modo di affrontare in altre occasioni, alle quali rimandiamo, in riferimento all’opera dell’ambasciatrice Clare Boothe Luce in Italia nei primi anni Cinquanta e all’istituzione, da parte della CIA, del Congress for Cultural Freedom, attivo in trentacinque Paesi, prevalentemente europei, tra il 1950 e 1967.
Federico Roberti

Il nemico ci ascolta

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A tre anni circa di distanza dall’ultima “fuga di notizie”, grazie a Edward Snowden il Washington Post ha messo le mani sulla documentazione relativa al bilancio della comunità d’intelligence degli Stati Uniti relativamente al 2013.
Di tale documentazione, il quotidiano ha reso noto solo una piccola parte, neanche una ventina di pagine per lo più contenenti grafici e tabelle, ma comunque utile a farsi un’idea nelle sue linee generali di quanto bolle in pentola.
Balza evidente agli occhi la riduzione -rispetto a qualche anno or sono- delle risorse finanziarie complessivamente a disposizione di CIA, NSA e le diverse altre agenzie che compongono il variegato mondo dell’intelligence a stelle e strisce, ma la cifra di 52,6 miliardi di dollari rimane comunque di tutto rispetto.
Come certamente non è trascurabile che 107.035 persone siano attivamente impegnate nel quotidiano esercizio di spionaggio e controllo, per quasi due terzi delle quali impiegati civili e il rimanente terzo diviso fra addetti militari e personale a contratto.
Per quanto riguarda invece le diverse voci di spesa, va evidenziato che a fronte di una generale riduzione quello del controspionaggio è l’unico settore che preveda investimenti crescenti. Probabilmente i casi Wikileaks, Bradley Manning e, infine, bEd boy Snowden hanno fatto scuola.
Troppo tardi comunque, come notano i giornalisti del Washington Post, per mettere le mani su quest’ultimo.
Federico Roberti

Operazione Ajax, 19 Agosto 1953

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New York, 19 agosto – Il 19 agosto 1953 è una data fondamentale nella storia recente dell’Iran, perché fu portato a termine il colpo di Stato che depose il primo ministro, Mohammed Mossadegh. Sei decenni dopo, la CIA ha ammesso ufficialmente di aver partecipato all’operazione, da sempre addebitata ai servizi segreti statunitensi e britannici, e denominata ‘Operazione Ajax’. Il ruolo degli Stati Uniti nel colpo di Stato è tuttora considerato tra le cause della radicalizzazione del sentimento antiamericano, che ha accompagnato la rivoluzione islamica del 1979 e provocato la ‘crisi degli ostaggi’ tra i due Paesi alla fine di quell’anno. Il National Security Archive ha ottenuto una versione del rapporto interno “La battaglia per l’Iran”, redatto a metà degli anni ’70, grazie alla legge federale sulla libertà d’informazione, il Freedom of Information Act. La sezione che descrive il colpo di Stato è ancora in parte coperta da segreto, ma le informazioni pubblicate rendono formalmente pubblica, per la prima volta, la partecipazione della Central Intelligence Agency all’operazione. “Il colpo di Stato militare che ha deposto Mossadegh e il governo del Fronte nazionale – si legge – fu condotto sotto la direzione della CIA come un atto di politica estera statunitense”, per evitare che l’Iran “si aprisse all’aggressione sovietica” e per mantenere il controllo sul petrolio iraniano.
Il rapporto era in parte stato pubblicato nel 1981, dopo una precedente richiesta di accesso alle informazioni, ma le parti riguardanti l’Operazione Ajax erano state cancellate. L’Operazione Ajax, condotta con collaboratori locali, si sviluppò attraverso vari passaggi, fondamentali per creare le condizioni per il colpo di Stato: bisognava usare la propaganda per indebolire politicamente Mossadegh, indurre lo Scià a cooperare, corrompere membri del Parlamento, organizzare le forze di sicurezza e dare il via a manifestazioni di piazza. Il primo tentativo fallì, ma al secondo, il 19 agosto, il colpo di Stato fu portato a termine. Mossadegh fu processato e tenuto in carcere per tre anni; passò poi il resto della sua vita agli arresti domiciliari ad Ahmadabad, dove morì nel 1967.
(TMNews)

Il collegamento alla relativa pagina del sito del National Security Archive è qui.
Ora, per gli storici, c’è davvero di che sbizzarrirsi…

Bradley Manning linciato dal governo statunitense

Di Pepe Escobar, per rt.com

Il verdetto per Manning era predeterminato, e il processo farsa in un tribunale fantoccio – una rivisitazione postmoderna in salsa americana della Cina negli anni ’60 durante la Rivoluzione Culturale – già segnato, sigillato e consegnato.
Il Presidente degli Stati Uniti aveva già detto che [Manning] era colpevole. I media corporativi USA avevano strepitato per tre anni circa la sua colpevolezza. Adesso il governo statunitense – che ha criminalizzato Manning per i suoi “intenti malvagi” – ha dimostrato che sono cavoli amari per chiunque osi rivelare i crimini di guerra americani, che sono, per definizione, impunibili.
E se ci fosse bisogno di ulteriore dimostrazione del “luminoso” futuro che attende Edward Snowden – come se non bastasse la patetica lettera con la quale il Procuratore Generale USA Eric Holder promette che Snowden non sarà torturato se estradato negli Stati Uniti.
Tutto ciò nel momento in cui l’Angelo della Storia ha gettato ancora una volta un lampo di ironia; Bradley Manning è stato dichiarato colpevole di non meno di 19 capi d’imputazione da un giudice militare, giusto la porta accanto alla Centrale dello Spionaggio, il quartier generale della NSA a Fort Meade, nel Maryland. Continua a leggere

Mukhtar Abljazov, “perseguitato politico”

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“Invece, un incidente ci sarebbe stato se Roma non avesse risposto alle richieste di Astana, poiché il ‘perseguitato politico’ in questione, appunto Mukhtar Abljazov, è sì ben perseguitato in Kazakhstan, Paese da cui è fuggito. Ma è fuggito nel Regno Unito dopo aver sottratto diversi miliardi di dollari della BTA Bank, la banca che aveva contribuito a fondare in Kazakhstan grazie alla privatizzazione di una ex-banca pubblica. In sostanza, Abljazov è l’ennesimo speculatore che ha saccheggiato l’economia di una delle Repubbliche dell’ex-URSS. Ed infatti, per far comprendere chi detta i toni di quest’ennesima storielletta sui ‘diritti umani violati’, ecco Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), la radio gestita dalla CIA e da George Soros, elogiare l’eroica figura di Abljazov, ex-tecnocrate del processo avviato da Nursultan Nazarbaev, presidente del Kazakhstan, per modernizzare la nazione: “Abljazov a gli altri avevano rotto i ranghi, adducendo a motivo il disincanto per la corruzione endemica che prosperava nelle cerchie che si muovevano attorno a Nazarbaev”. Va ricordato che Nazarbaev, una decina di anni fa, espulse tutte le ONG legate agli USA e allo speculatore miliardario statunitense George Soros, da cui l’acrimonia di questi paladini della ‘democracy&liberty’ e dei relativi dipendenti verso Nazarbaev e il Kazakhstan.
Nel novembre 2001, Abljazov e altri suoi colleghi banchieri fondarono la Democratic Choice of Kazakhstan (DCK), movimento di opposizione al governo Nazarbaev. La DCK era composta da boss politici e ricchi affaristi che rivendicavano soprattutto il ‘decentramento del potere politico’, ovvero la balcanizzazione del Kazakhstan. Nel luglio 2002, Abljazov fu dichiarato colpevole di “abuso di potere compiuto in qualità di ministro” (accusa più che fondata, vista la carriera successiva di questo ennesimo eroe di cartone della democracy-export) e condannato a sei anni di prigione. Ovviamente i soliti Parlamento europeo e Amnesty International si mobilitarono, su ordine di Soros, per salvare la quinta colonna statunitense in Kazakhstan. Comunque, il ‘perseguitato politico’ Abljazov, già nel 2003 era a Mosca, e nel periodo 2005-2009 fu il presidente del consiglio di amministrazione della BTA Bank. Insomma, contrariamente a quello che ci raccontano e ci racconteranno le varie agenzie di propaganda atlantiste, Abljazov non è mai stato in carcere; anzi Abljazov avrebbe speso “milioni di dollari per finanziare gruppi di opposizione e mass media indipendenti” in Kazakhstan, secondo un altro agente d’influenza al servizio di Washington, Evgenij Zhovtis, capo del Kazakhstan International Bureau for Human Rights and Rule of Law.
Con Abljazov, i prestiti effettuati dalla BTA Bank dal 2005 al 2009 crebbero rapidamente, ma non altrettanto i depositi bancari, trascinando la banca nell’insolvenza. Tra il 2003 e il 2007, i crediti insoluti della BTA Bank crebbero del 1.100%.
(…)
Ma nonostante tutto, e forse grazie al fatto di aver formulato accuse indimostrate contro Nazarbaev, Abljazov si vide attribuire l’asilo politico nel Regno Unito. La richiesta di estradizione proveniente dal Kazakhstan fu quindi ignorata. Nel novembre 2012, una corte britannica ingiunse ad Abljazov di versare 1,63 miliardi di dollari e relativi interessi, disponendo “contro Abljazov nuovi blocchi giudiziari dei beni per un ammontare illimitato e nuovi ordini di blocco in relazione ad alcuni altri imputati“. Difatti Abljazov vive a Londra in una casa di lusso, protetto dall’imperialismo inglese in vista di future possibili rivoluzioni colorate in Asia centrale. In effetti, la vicenda del rimpatrio da Roma della moglie e della figlia del bancarottiere ‘democratico’, non a caso viene collegata, proprio dalla stampa inglese, ai buoni rapporti economico-commerciali che l’Italia ha stabilito con il Kazakhstan. Un nuovo tentativo di far subire all’Italia un’altra debacle strategica, e questa volta mortale, poiché dopo la Libia, restano all’Italia quali fonti energetiche disponibili l’Algeria e il Kazakhstan, appunto. L’inconsistenza di questo governo, pieno di anime belle e guidato da una nullità come Enrico Letta, nipotino di suo zio Gianni, non promettono nulla di buono per il Paese.
Abljazov, infatti, attraverso un’intervista a La Stampa del 5 luglio 2013, ha chiesto ad Enrico Letta di far luce sull’episodio. Il servizievole Presidente del Consiglio dei ministri non si è fatto attendere nel rispondere positivamente alle pretese del criminale protetto da Londra. Il premier ha dichiarato di aver chiesto privatamente delucidazioni al ministro dell’Interno e vicepremier Angelino Alfano. Non avendo ottenuto risposta, Letta ha reiterato la richiesta pubblicamente. Emma Bonino, ministro degli Esteri, ha definito la vicenda una “figura miserabile” per l’Italia, opportunamente dimentica la figura miserabile racimolata da lei e dal suo governo con il Presidente boliviano Evo Morales, al cui velivolo hanno negato il passaggio nello spazio aereo italiano. Ma si sa, nel canile italiano i cagnetti dirittumanitaristi vengono addestrati ad eseguire gli ordini del padrone e a ringhiare contro i suoi nemici. Compiti in cui eccellono i meticci di sinistra.”

Da L’oligarca processato, i noti amici e Letta di Alessandro Lattanzio.

Spiare il mondo intero per pura autodifesa

democracy
“Nel corso della sua vita professionale nel mondo della sicurezza nazionale, Edward Snowden deve aver affrontato numerose interviste d’indagine, esami con la macchina della verità ed estremamente dettagliati controlli personali, così come la compilazione di infiniti moduli accuratamente progettati per catturare ogni tipo di menzogna o incoerenza. Il Washington Post  (10 giugno) ha riferito che “alcuni funzionari hanno detto che la CIA ora, senza dubbio, inizierà a rivedere il processo con cui Snowden è stato assunto, cercando di determinare se fossero stati trascurati dei segnali che un giorno avrebbe tradito i segreti nazionali.”
Sì, c’era un segnale che hanno ignorato, Edward Snowden aveva qualcosa dentro di lui, una forma di coscienza, soltanto in attesa di una causa. E’ stato lo stesso per me. Andai a lavorare presso il dipartimento di Stato, allo scopo di diventare un funzionario del servizio esteri, con le migliori, le più patriottiche, intenzioni, facendo del mio meglio per uccidere la bestia della Cospirazione Comunista Internazionale. Ma poi l’orrore quotidiano di ciò che gli Stati Uniti facevano al popolo del Vietnam entrò a casa mia tramite ogni tipo di media, e ciò mi addolorava. La mia coscienza aveva trovato la sua causa, e nulla di ciò che risposi all’intervista di pre-assunzione avrebbe allertato i miei interrogatori del possibile pericolo che ponevo, perché non lo sapevo io stesso. Nessuna domanda dei miei amici e parenti avrebbe suscitato il minimo accenno del radicale attivista contro la guerra che sarei diventato. I miei amici e parenti dovevano essere sorpresi quanto lo ero io di esserlo. Non c’era alcun modo per l’ufficio di sicurezza del dipartimento di Stato di sapere che non avrei adottato e celato un tale segreto.
Così cosa può farci un povero Stato di Sicurezza Nazionale? Beh, potrebbe prendere in considerazione il proprio comportamento. Smettere di fare tutte le cose terribili che rattristano persone come me, Edward Snowden e Bradley Manning, e tanti altri. Fermare i bombardamenti, le invasioni, le guerre infinite, le torture, le sanzioni, i golpe, il sostegno alle dittature, il sostegno assoluto ad Israele, fermare tutte le cose che rendono gli Stati Uniti tanto odiati, creando tutti questi terroristi anti-americani che costringono lo Stato di Sicurezza Nazionale, per pura autodifesa, a spiare il mondo intero.”

Edward Snowden e altri “spifferatori” degli USA, di William Blum continua qui.

Operazione Rottamazione

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Come risolvere il problema logistico costituito dai veicoli e dagli altri equipaggiamenti militari accumulati, in dodici anni di presenza in Afghanistan?
Nel momento in cui gli Stati Uniti si preparano a ritirarsi dal Paese centroasiatico, invece di donare tale materiale alle forze armate afghane che dovrebbero mantenere la sicurezza dopo la partenza dei soldati a stelle e strisce, o magari venderlo ad altre nazioni, essi stanno deliberatamente distruggendo sofisticate strumentazioni per il valore di miliardi di dollari, in uno sforzo così massiccio da non avere precedenti.
In totale, verranno distrutti oltre 7 miliardi di dollari di equipaggiamenti, corrispondenti a circa il 20% di quanto gli Stati Uniti detengono in Afghanistan, in quanto sarebbe troppo costoso organizzarne il rientro in patria.
Allo stato attuale, sono già stati demoliti più di 77.000 tonnellate di equipaggiamenti militari.
Le alternative considerate, quella di lasciarli alle forze afghane o venderli a qualche Paese alleato, sarebbero state abbandonate nel primo caso a causa dell’inesperienza dei soldati locali che finirebbero per spararsi addosso a vicenda, nel secondo caso per il timore che il Paese acquirente non sia poi in grado di ritirarli da quella che ancora viene considerata una zona di guerra.
L’unica possibilità rimane quindi quella di rottamare tutti i materiali considerati in eccesso, e successivamente provare a venderli a peso sul mercato afghano dei rottami.
Ciò non riesce comunque a tacitare i maligni, i quali suggeriscono che piuttosto che alla fine di un lungo periodo di conflitti sul terreno, si sia di fronte all’inizio di nuovi costosi acquisti di armamenti a favore delle industrie del complesso militare americano.
Secondo una diversa interpretazione, la rottamazione di tutti questi equipaggiamenti destinati alle operazioni di terra -fra cui ben 2.000 degli 11.000 veicoli blindati antimine che il Pentagono ha acquistato a partire dal 2007- potrebbe giustificarsi con l’ulteriore sviluppo delle “guerre dei droni”, che già rivestono una grande importanza nella strategia bellica statunitense in terra di Afghanistan (e Pakistan).
Ad ogni modo, nonostante da lunghi anni Karzai e soci siano a libro paga USA, non si può che concludere che i loro padrini non hanno mai imparato a fidarsene completamente.
Tanto che, in questo delicato frangente, preferiscono dare il via libera a uno spreco di risorse così ingente piuttosto che lasciarle nelle mani dei presunti alleati.
Episodi come quello accaduto ieri, con un commando talebano che per diverse ore ha tenuto in scacco i Palazzi del potere a Kabul, faranno loro mutare idea?
Federico Roberti

Per il Pentagono l’intero mondo è un campo di battaglia

Di Pepe Escobar per RT.com

Scordiamocelo! La Guerra Globale al Terrore non sta diventando più ‘democratica’, né tantomeno trasparente.
Il presidente statunitense Barack Obama ora promette di trasferire la responsabilità delle oscure ‘Guerre dei Droni’ dalla CIA al Pentagono, cosicché il Congresso sia in grado di controllarlo.
Praticamente fino a ieri l’amministrazione Obama neanche riconosceva in pubblico l’esistenza dei conflitti ombra ‘Guerre dei Droni’.
Il Comando Congiunto delle Operazioni Speciali al Pentagono -che dovrebbe essere messo a capo delle ‘Guerre dei Droni’- è destinato a rimanere segreto.
E il Pentagono non è esattamente desideroso di ritoccare la sua definizione di “militante”, quale primo candidato per essere “obiettivo di assassinio”; “qualsiasi maschio in età da militare in una zona di combattimento”. “Musulmano” maschio, non c’è bisogno di dirlo.
La retorica di Obama è una cosa. Le ‘Guerre dei Droni’ della sua amministrazione è tutta un’altra cosa.
Adesso il Presidente insiste che la Guerra Globale al Terrore non è più una “guerra globale senza confini”.
Questa è retorica. Per il Pentagono “l’intero mondo è un campo di battaglia”.
Questo è il concetto operativo sin dall’inizio della Guerra Globale al Terrore, e incorporato nella dottrina del Pentagono del Dominio di Pieno Spettro.
E se l’intero globo è un campo di battaglia, tutte le sue cause e conseguenze sono interconnesse. Continua a leggere

La straordinaria complessità delle connessioni USA-islamisti

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“Per oltre un decennio, polemiche e varie rivelazioni sono occasionalmente comparse riguardo Sibel Edmonds, giovane accademica multilingue assunta come traduttrice dell’FBI subito dopo l’attacco dell’11/9 per un lavoro di traduzione su ciò che si sono dimostrati essere dei documenti ultra-sensibili. Fu licenziata dopo essere intervenuta presso i suoi superiori sul contenuto di alcuni cabli top-secret che aveva tradotto, che dimostravano la fattiva collaborazione tra i vari dipartimenti e funzionari del governo degli Stati Uniti e diversi individui ed organizzazioni terroristiche vagamente affiliate al-Qaida, o raggruppati sotto questo nome. Edmonds ha pubblicato un libro sulla sua storia l’anno scorso (Classified Woman: The Sibel Edmonds Story). Ha incontrato l’accademico, giornalista, scrittore e attivista Nafeez Mosaddeq Ahmed che ha pubblicato questa intervista con un lungo articolo sul rapporto tra gli statunitensi e i gruppi islamisti. L’articolo è stato pubblicato il 17 Maggio 2013 sul sito della rivista Ceasefire, ripreso da vari siti e finalmente pubblicato sul sito di Nafeez Mosaddeq Ahmed, Cutting Edge, il 21 maggio, 2013. In questa ultima versione, Nafeez Mosaddeq Ahmed aggiunge alcuni dettagli, tra cui il nome di determinate persone precedentemente designate in forma anonima. Ecco il lungo resoconto, molto dettagliato, della straordinaria complessità delle connessioni USA-islamisti e della miriade di implicazioni e operazioni sotto copertura che l’accompagnano.”

Gladio, Gladio-B e al-Qaida, di Dedefensa continua qui.

Terrorismo atlantico

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Anche paesi membri della NATO come la Germania (strage dell’Oktoberfest) e il Belgio (omicidi del Brabante) sono tuttavia stati pesantemente investiti dal fenomeno terrorista. Pensa che esistano collegamenti tra gli eventi che si sono verificati nei vari paesi? Quale obiettiva perseguivano, secondo lei, gli attentatori?
Si, nel corso della Guerra Fredda si sono indubbiamente verificati attacchi terroristici anche in altri Paesi, oltre all’Italia. Ci sono stati attentati anche in Germania, Belgio, Turchia, Francia e Svezia, dove venne assassinato il primo ministro Olof Palme. Per gli storici, è importante considerare ciascun attacco separatamente dagli altri, perché si tratta di crimini molto complicati. Penso tuttavia che esista un collegamento con gli eserciti segreti dell’apparato NATO-Stay Behind anche per quanto riguarda la Germania, dove nel 1989 si verificò l’attentato all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, e il Belgio, scosso dalla campagna terroristica che colpì la regione del Brabante, rispetto alla quale sono emerse prove che conducono a un gruppo di destra denominato Westland New Post (WNP) che era a sua volta legato alla NATO. C’è un modello simile: in Italia, il gruppo di estrema destra Ordine Nuovo al quale apparteneva Vincenzo Vinciguerra, era connesso alla rete Stay Behind, e gli eserciti segreti di Stay Behind erano coordinati dalla NATO attraverso due organi segreti, il Comitato Clandestino Alleato (ACC) e il Comitato Clandestino di Pianificazione (CPC). Lo sappiamo grazie ad alcuni generali italiani che hanno partecipato a diverse riunioni di tali organismi. E’ pertanto possibile immaginare che la NATO e gli Stati Uniti abbiano coordinato gli attacchi terroristici in Europa occidentale sferrati da gruppi di estrema destra supportati dagli eserciti segreti di Stay Behind. Il problema è che fino ad ora noi storici ci siamo potuti basare solo su indicazioni, poiché non disponiamo di prove solide, e la NATO non intende assolutamente parlare del terrorismo che ha sconvolto l’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. E’una questione molto delicata, naturalmente. Anche la CIA, che supportava gli eserciti segreti di Stay Behind, non vuole parlare di terrorismo in Europa. E nemmeno il presidente Barack Obama è disposto a trattare l’argomento. Si tratta pertanto di un difficile campo di ricerca, ma ciò non ci distrae dal nostro compito di far luce su questa rete di menzogne e violenza.

La proliferazione del terrorismo in Europa occidentale ha visto in molti casi (Italia e Germania in primis) la responsabilità di gruppi neofascisti. Non è però mancato il terrorismo di matrice opposta, messo in atto da fazioni come le Brigate Rosse e la Rote Armee Fraktion. In Italia, le operazioni compiute dalle Brigate Rosse hanno beneficiato di colossali inadempienze da parte delle forze di polizia, talmente evidenti da portare esponenti politici come Sergio Flamigni a pensare a un supporto attivo dei servizi segreti. Quale è la sua opinione in merito a ciò?
Non mi sono occupato in maniera molto approfondita delle Brigate Rosse e della RAF, quindi non saprei. Ho focalizzato i miei studi sugli eserciti segreti della NATO e sull’Operazione Gladio. Ma è più che plausibile, da quel che ho potuto vedere, che i servizi segreti si siano serviti sia delle frange terroristiche di destra quanto di quelle di opposta matrice. Si tratta di un’idea bizzarra per molti comuni cittadini, convinti che i servizi segreti adempiano al compito di proteggere la democrazia dai terroristi. Naturalmente, vanno effettuate ulteriori ricerche riguardo al terrorismo sostenuto dallo Stato.”

Dall’intervista a Daniele Ganser in Il terrorismo in Europa occidentale. Dalla “strategia della tensione” al giorno d’oggi, a cura di Giacomo Gabellini (collegamenti nostri – ndr).
Daniele Ganser, storico svizzero di prestigio internazionale, è ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo.
In Italia, è stato pubblicato dalla casa editrice Fazi il suo libro Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, il più esauriente e dettagliato studio realizzato sull’argomento.

Operazione Creek Sand

usa in africa

Oltre 50 milioni di dollari. E’ questo l’importo che il Pentagono verserà alla private military company che si aggiudicherà il contratto per fornire “servizi aerei” alle centinaia di militari delle forze speciali, team della CIA e contractors della Joint Special Operations Task Force-Trans Sahara, impegnata nell’Operazione Creek Sand contro i gruppi quaedisti attivi nel Sahel e nel supporto alle forze governative locali.
Il contratto, della durata di quattro anni, verrà assegnato in agosto e prevede l’offerta di servizi di trasporto per uomini e materiali per mille ore di volo annue ma anche di evacuazione feriti in operazioni ad alto rischio. L’area operativa comprende 20 Paesi africani nei quali i “nemici” vanno dagli Shabhab somali al movimento Boko Haram in Nigeria, dalle milizie del signore della guerra Joseph Kony in Uganda ai jihadisti in Malì, Algeria e Mauritania.
La base della flotta di velivoli (probabilmente i versatili Casa 212 spagnoli) sarà all’aeroporto di Uagadougou, in Burkina Faso ma gli americani dispongono di basi minori in molti Paesi del Sahel inclusa quella appena aperta in Niger dove sono dislocati droni Predator.

Fonte

Strategia della tensione a stelle e strisce

usaladen

“Nella peggiore tradizione cinematografica cui Hollywood ci ha abituato, abbiamo assistito nei giorni scorsi allo spettacolo di una città – Boston – completamente blindata, con il coprifuoco, da cui nessuno poteva uscire né entrare.
Proprio Boston – la città da cui è partita la rivoluzione americana contro il potere dei reali d’Inghilterra, sarà un caso? – il primo germe della Land of the Free, è diventata ostaggio di CIA ed FBI, sotto legge marziale e con irruzioni violente nelle case private.
9.000 uomini – comprese le famigerate forze speciali SWAT – pesantemente armati hanno paralizzato completamente la città in una caccia all’uomo in cui i ricercati sono stati indicati aprioristicamente come colpevoli dell’atto terroristico, dando così la stura a una nuova ondata di islamofobia.
Un esperimento di legge marziale e di occupazione militare di un’intera città.
I cittadini hanno potuto sperimentare come i diritti civili non abbiano alcun valore di fronte alle pretese motivazioni di sicurezza nazionale, cosa che si ripete ormai a scadenze regolari nella storia recente di questo Paese.
Ma la scala in cui questa occupazione manu militari di Boston si è svolta è superiore a qualsiasi altra nel passato e fa pensare ad una prova generale di possibili operazioni future.”

Boston: una prova generale?, di Piero Cammerinesi continua qui.

Ambasciator ci porta pena

paese libero

“Nuova Amministrazione, nuovo ambasciatore.
Anche se il colore politico alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato rimane lo stesso, il blu del Partito democratico, la regola verrà confermata e David Thorne lascerà il suo incarico di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia per essere sostituito da un nuovo (o nuova) rappresentante di Washington. Lo spiegano all’Adnkronos fonti diplomatiche, ricordando che “tradizionalmente” la prassi è sempre stata questa, “anche quando un presidente, sia esso repubblicano o democratico, viene confermato per un secondo mandato”.”
Al netto delle recenti indiscrezioni che vorrebbero il figlio di CIA a capo di Finmeccanica, in modo tale da farla divenire in tutto e per tutto “un’industria in ostaggio” – dopo la designazione dell’ex viceministro della Difesa USA, William J. Lynn, come nuovo presidente e amministratore delegato della controllata DRS Technologies, avvenuta circa un anno fa – quanto ai possibili sostituti a Villa Taverna la corsa sembra ristretta a tre nomi.
Il New York Times ricorda che generalmente circa il 70% degli incarichi è destinato a diplomatici di carriera e un 30% è di nomina politica, con scelte che “spesso, ma non sempre”, vengono fatte tra i principali donatori della campagna presidenziale. Roma, come avviene per le capitali dei Paesi (vassalli) europei, è appunto una sede di nomina politica, sin dal secondo dopoguerra e dai tempi “luminosi” di Clare Boothe Luce.
Dunque, i papabili sarebbero Azita Raji, ex (?) banchiera californiana di origini indiane che nelle ultime due elezioni si è distinta per la raccolta fondi a favore di Obama; John Phillips, noto avvocato di Washington sposato con Linda Douglass, ex giornalista, portavoce della campagna di Obama nel 2008 e poi membro dell’Amministrazione fino al 2010; infine, Robert Mailer Anderson, romanziere e marito dell’ereditiera Nicole Miner, figlia del cofondatore di Oracle, Bob Miner. A febbraio dello scorso anno, nella loro casa di San Francisco, la coppia organizzò uno degli eventi più spettacolari della campagna di raccolta fondi per Obama.
Si accettano scommesse.
Federico Roberti

Piccoli droni crescono

padroni

Viviamo la prima fase di un piano che tende a controllare e reprimere qualsiasi dissenso e ribellione a livello globale?
L’ipotesi è niente affatto peregrina

Che a volte si possano incontrare opinioni veritiere sugli accadimenti contemporanei sulla stampa cosiddetta alternativa è abbastanza verosimile ma che qualcosa che assomigli alla verità possa arrivare nelle nostre case uncensored e magari in prima serata, credetemi, è davvero raro.
Eppure, incredibile ma vero, di tanto in tanto qualche sussulto d’intelligenza riesce a farsi largo tra le menzogne sistematiche del mainstream media.
In particolare qui negli USA, dove i punti di vista realmente critici nei confronti dell’establishment vengono sistematicamente tenuti a distanza dai mass media e bollati come ‘minacce alla sicurezza nazionale’ o, come minimo, ‘antipatriottici’.
Per questo motivo sono rimasto piuttosto sorpreso nel sentire l’altro ieri la popolare conduttrice Rachel Maddow nel suo show del giovedì su MSNBC esprimersi molto criticamente nei confronti dei droni-killer che hanno avuto dal presidente la ‘licenza di uccidere’ qualsiasi persona – cittadini americani compresi – in qualsiasi parte del mondo. Continua a leggere

OSS, CIA, Gladio

Vecchia puntata di Blu notte. Misteri italiani di Carlo Lucarelli, dedicata ai rapporti segreti tra Italia e Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale.
Nonostante gli anni trascorsi, sono numerosi e ancora attualissimi gli spunti di riflessione offerti.
Gli approfondimenti sviluppati al riguardo su questo blog possono essere rintracciati inserendo le corrette chiavi di ricerca nell’apposita casella, selezionando una categoria nella relativa colonna a destra oppure cliccando sui tags presenti in fondo a ciascun post.

Un’amicizia molto pericolosa

alleati
Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Colonia Italia puntata n. ?


Con uno scarno comunicato emesso lo scorso venerdì, 21 dicembre, il ministero della Giustizia nella persona del Guardasigilli uscente Paola Severino ha reso noto – “dopo una attenta valutazione” – che, in riferimento alle 23 richieste della Procura generale di Milano per l’estradizione dei cittadini statunitensi condannati in via definitiva nel procedimento per il sequestro di Abu Omar, soltanto una di esse sarà evasa.
A finire fra i “ricercati” sarà quindi Robert Seldon Lady, l’ex capo della stazione CIA a Milano, in quanto condannato a sei anni di pena.
Tutti gli altri componenti il gruppo d’azione – i quali peraltro avevano già goduto dell’applicazione dell’indulto da parte dell’autorità giudicante – rei di aver sequestrato, torturato e poi fatto scomparire l’imam egizio nel 2003, resteranno liberi e giocondi, grazie a un decreto ministeriale del gennaio 2000 e alle conseguenti circolari in materia che avrebbero consolidato la prassi di non richiedere l’estradizione dei soggetti condannati a pene inferiori ai quattro anni.
Insomma non sono trascorsi invano questi ultimi mesi, passati alla ricerca del cavillo giuridico idoneo a mascherare la sudditanza della “Repubblica Italiana” al padrone d’oltreoceano.
Buon Natale da Paola Severino. congedatasi con merito.
Federico Roberti

La Repubblica delle stragi impunite

“La tesi è che l’Italia, dopo la spartizione di Yalta, divenne una sorta di colonia americana, quasi una nazione a sovranità limitata. E che, nel tempo, la CIA, ma anche pezzi dei nostri servizi segreti, insieme a gruppi dell’estrema destra, Ordine Nuovo in testa, fino alla loggia P2, a frange delle forze armate e, a volte, perfino di mafia, n’drangheta e camorra, tentarono di condizionare con ogni mezzo la nostra democrazia. (…)
Un quadro complesso, che già aveva trovato riscontro oggettivi, anche se parziali, in alcune sentenze del passato.”
[Fonte]

Un quadro che è stato arricchito da una vasta documentazione finora inedita, che l’autore ha analizzato nel corso degli ultimi mesi, poi confluita in questo libro.

Ferdinando Imposimato, nato nel 1936, avvocato penalista, magistrato, è Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione.
È stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi di cronaca degli ultimi anni, tra cui il rapimento di Aldo Moro, l’omicidio di Vittorio Bachelet, l’attentato a Giovanni Paolo II. Grand’ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana, ha ricevuto diverse onorificenze in patria e all’estero per il suo impegno civile.
È stato anche senatore, prima nelle liste del PDS e poi del PD. È autore di numerosi saggi.

Obiettivo Siria

Come la CIA, le bande criminali e le ONG realizzano stragi di massa e distorcono le informazioni per manipolare l’opinione pubblica

Un libro per colpire i bombardamenti, svelare la Grande Bugia in tempo, per fermare l’ennesima guerra “umanitaria”. La situazione della Siria è drammatica. Il Paese si dibatte in una cruenta guerra civile, oggetto di spietati attacchi da parte di nemici interni ed esterni. La cosiddetta “rivolta siriana” fa in realtà parte di una cinica strategia statunitense che si serve di provocatori, mercenari, fanatici fondamentalisti e ONG corrotte.
Essi sono decisi a colpire uno Stato arabo indipendente, dove la ricchezza generata dal petrolio viene impiegata per finanziare lo Stato sociale, proprio come avveniva in Libia prima che questa fosse annientata con analoghe modalità. I Paesi vicini partecipano al massacro, come sciacalli e iene che strisciano ai piedi del leone americano.
“Obiettivo Siria” è un ammonimento sul modo di operare dell’onnipotente “Impero del Dollaro”. La trama americana, finanziata dai “petrodollari” delle monarchie del Golfo, attiva la tattica delle “counter-gang”: terroristi – mercenari e irregolari, la “legione straniera” della CIA – che fanno saltare in aria edifici e massacrano gli innocenti, per poi addossare le responsabilità della carneficina al governo preso di mira.
ONG come NED – National Endowment for Democracy – incoraggiano gli “attivisti”, i cui leader sono ambiziosi sociopatici, intenti ad aggiudicarsi avidamente una parte delle spoglie dello Stato abbattuto. I mezzi d’informazione credono alla Grande Bugia e la celebrano propagandisticamente, creando una realtà falsificata attraverso cui non è possibile farsi una opinione critica, libera e indipendente.
“Obiettivo Siria” mostra come queste guerre siano architettate attraverso la strumentalizzazione degli istinti più nobili dell’animo umano, tramite l’inganno di coloro che altrimenti tenderebbero a contrastare l’intervento armato, manipolandoli al servizio dell’assassinio di massa e della dittatura globale del potere economico.

Gli autori
Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica che vive a Bangkok, in Thailandia, è il principale animatore del sito di informazione indipendente Land Destroyer.
Nile Bowie è uno scrittore e fotografo statunitense che collabora con il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione di Montreal, in Canada.