Scudo antimissile statunitense: ‘L’Orso Russo dorme con un occhio aperto’

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F. William Engdahl per rt.com

La spiegazione di Washington secondo cui il rafforzamento del suo scudo antimissile in Europa avviene contro la minaccia nucleare iraniana, non è più credibile di quanto non lo fosse 10 anni fa.
Nonostante i recenti sforzi della Russia per mediare una soluzione pacifica nella crisi delle armi chimiche siriane, così come i buoni uffici nel risolvere il contrasto nucleare iraniano con Washington, l’amministrazione Obama porta avanti l’assai provocatorio dispiegamento della ‘Difesa’ Antimissile Balistico (BMD) intorno alla Russia. Ciò che non viene detto dai politici occidentali è il fatto che tale azione, tutt’altro che pacifica, avvicina il mondo più che mai alla guerra nucleare per errore di calcolo. L’11 Febbraio, il primo di quattro avanzati cacciatorpediniere statunitensi è arrivato a Rota, in Spagna. Essi costituiranno una parte fondamentale dello “scudo” antimissile balistico degli USA. Lo scudo viene spacciato come protezione dell’Europa contro un possibile attacco missilistico nucleare iraniano. Le quattro navi rimarranno sul posto per i prossimi due anni, trasportando sistemi di rilevazione avanzata e missili intercettori in grado di abbattere missili balistici, secondo la NATO a Bruxelles. L’USS Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti, equipaggiato con il sistema di combattimento ad alta tecnologia Aegis Ballistic Missile Defense, ha attraccato nel porto meridionale di Rota. Rota, nominalmente comandata da un ammiraglio spagnolo, è totalmente finanziata dagli USA. E’ la maggiore comunità militare statunitense in Spagna, e ospita personale dell’US Navy e dell’US Marine Corps. Secondo il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, vi farà base in modo permanente. Fogh Rasmussen, che evidentemente capisce poco di strategia nucleare, ha detto alla stampa “L’arrivo dell’USS Donald Cook segna un passo in avanti per la NATO, la sicurezza europea e la cooperazione transatlantica.” Al vertice NATO di Lisbona del Novembre 2010, i governi membri convennero che la NATO sviluppasse la difesa missilistica per “proteggere le popolazioni e il territorio europei della NATO… la piena operatività è prevista per la prima metà del prossimo decennio.” Continua a leggere

Dio lavora per la CIA?

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Eric Draitser per rt.com

L’arresto e l’incarcerazione in Corea del Nord del cittadino statunitense Kenneth Bae solleva ancora una volta la questione dell’uso della religione e dell’umanitarismo come mezzi impliciti per rafforzare l’egemonia USA.
La controversia riguardante “la diplomazia cestistica” dell’ex stella della NBA Dennis Rodman è centrata sul suo apparente rifiuto di “parlare a favore” di Kenneth Bae, un cittadino statunitense imprigionato in Corea del Nord per ciò a cui Pyongyang si è riferito quali “crimini contro lo Stato”. Naturalmente, la versione dei media occidentali sul caso Bae è che egli sarebbe un devoto cristiano che semplicemente ha infranto le leggi nordcoreane sulla religione e le prassi religiose.
Come riferito dal The Telegraph, Bae e il suo gruppo stavano usando la propria agenzia turistica come mezzo per diffondere le loro convinzioni cristiane nel Paese stridentemente ateista. I membri del gruppo di Bae hanno ammesso di aver distribuito bibbie nel Paese, intonato canzoni cristiane e, in riferimento alla storia biblica di Gerico, “aver pregato ché i muri crollino”. Anche se si può non essere d’accordo con la criminalizzazione di un ideologia religiosa, è un fatto indiscutibile che Bae e i suoi gruppi hanno commesso quello che Pyongyang considera essere un crimine molto serio.
Mentre l’incarcerazione di un americano in Corea del Nord è già una storia, il suo arresto ha sollevato sospetti in certi circoli internazionali che Bae, come tanti altri prima di lui, stesse nei fatti lavorando con la CIA o un’altra agenzia di intelligence statunitense. Benché sia impossibile dire con certezza se Bae stesse facendo un legittimo viaggio d’affari in Corea del Nord, o stesse semplicemente utilizzando l’occasione come copertura di attività di spionaggio, l’incidente ci ricorda ancora la durevole, sporca relazione tra la comunità dell’intelligence USA e i gruppi e le istituzioni religiose/umanitarie. Continua a leggere

Fuori la NATO

Al via la petizione di Stato & Potenza

““Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza” (Washington DC, 4 aprile 1949).
Così esordisce il testo ufficiale del Trattato Nord-Atlantico nella sua versione originale del 1949. Oggi, a sessantatre anni dalla sua pubblicazione, la funzione politica e militare di questo trattato è da considerarsi esaurita oltre che ancor più contraddittoria che in passato. Creata con lo scopo di costituire un organismo di contenimento, di aggressione e di minaccia nei confronti dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti dell’Europa centro-orientale, la NATO, per decenni, è stata presentata da gran parte della classe politica del nostro Paese come un semplice “ombrello difensivo” finalizzato a prevenire la fantomatica minaccia di un’invasione sovietica. Sarebbe bastato osservare che il Patto di Varsavia fu creato soltanto nel 1955 e che, ancor più tardi, Mosca riconobbe ufficialmente e definitivamente il governo della Repubblica Democratica Tedesca, per comprendere il ribaltamento propagandistico operato dai governi degli Stati Uniti, del Canada e dell’Europa occidentale, allo scopo di scatenare un’offensiva contro chiunque fosse sospettato di intrattenere rapporti con i Paesi socialisti. Negli anni della Guerra Fredda, la NATO, attraverso la struttura integrata dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si macchiò di gravissime responsabilità nell’operazione Stay Behind, nota nel nostro Paese con l’etichetta “Gladio”: una rete dedita al terrorismo politico, all’intimidazione e all’eversione.
Tuttavia, la dimostrazione definitiva è giunta nel 1991, cioè quando, con la dissoluzione dell’alleanza militare guidata dal Cremlino, la NATO non soltanto non intraprese mai un percorso di riduzione progressiva del suo peso geostrategico in Europa secondo i binari della “finlandizzazione” del Continente garantita ai leader sovietici, ma addirittura avviò gli iter di integrazione di nuovi Stati membri. Tra il 1999 e il 2009, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia e Albania hanno fatto il loro ingresso nell’Organizzazione. E la tendenza espansionistica non accenna certo a diminuire. In base a quanto è stato stabilito durante l’ultimo vertice di Chicago del maggio 2012, infatti, le intenzioni espresse dalla delegazione del governo statunitense sono quelle di favorire un maggior coinvolgimento dei partner europei attraverso la decantata strategia della Smart Defense e di concludere altre integrazioni nel prossimo futuro (Georgia e Bosnia-Erzegovina, in particolare).
Sommando le spese militari sostenute dai singoli Stati nell’anno 2011, risulta che i Paesi membri della NATO abbiano raggiunto la cifra di 1.033 miliardi di dollari (sui circa 1.670 miliardi di dollari spesi complessivamente da tutti i Paesi del mondo per la Difesa), sacrificando così gran parte dei fondi destinabili alle politiche sociali e occupazionali sull’altare di un pesante riarmo, ingiustificabile sul piano meramente difensivo. Per di più la NATO, ben lungi dall’essere un organismo effettivamente multilaterale, è evidentemente costituita sulla base di precisi rapporti di forza interni che impongono gli Stati Uniti quale membro leader incontrastato alla guida della Coalizione, schiacciando qualunque eventuale margine di sovranità militare (cioè politica) degli altri alleati, che risulti anche soltanto in parte sgradito a Washington, come ben evidenziato dalla crisi di Sigonella nel 1985.
La creazione, da parte del Pentagono, di un comando integrato a proiezione globale, suddiviso nei sei comandi regionali US Northcom, US Southcom, US Eucom, US Centcom, US Pacom e US Africom, impone da anni, ormai, un quadro di dominazione o di predominio territoriale pressoché totale in tutto il pianeta, nel tentativo di prevenire o contenere l’emersione di qualunque soggetto che possa rappresentare un potenziale competitore per gli Stati Uniti.
Questo scenario è inaccettabile e contraddice palesemente lo stesso dettato della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui garantisce agli Stati Uniti e alla NATO un potere strategico impressionante, sproporzionato e palesemente aggressivo nei confronti di quei soggetti internazionali che mostrino la volontà di intraprendere una via di sviluppo e di crescita autonoma ed indipendente dalla sfera d’influenza occidentale.
La vecchia crisi balcanica e la recente crisi libica hanno, inoltre, messo in evidenza la sussistente presenza di una “doppia morale” dei Paesi della NATO di fronte ai fenomeni terroristici, nella misura in cui migliaia di guerriglieri e criminali provenienti dai più insidiosi ambienti del radicalismo wahhabita e salafita, sono stati ripetutamente utilizzati dalla NATO nel ruolo di “ascari”, con lo scopo di integrare lungo le direttrici terrestri ciò che l’Alleanza compiva “a distanza”, attraverso le incursioni navali e aeree, mettendo chiaramente in pericolo la sicurezza collettiva lungo tutte le sponde del Mediterraneo.
Oggi i partenariati strategici degli Stati Uniti e della NATO, dopo decenni di accerchiamento contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, indicano chiaramente l’intenzione di intervenire direttamente negli scenari regionali di maggior interesse strategico con nuovi attacchi militari (Libia, Siria, Iran e Corea del Nord), di assegnare ai Paesi dell’Europa meridionale (messi in crisi attraverso la finanza) un più definito e servile ruolo di “portaerei” verso il Nordafrica e il Medio Oriente, e di pressare la Federazione Russa al fine di coinvolgerla in una rinnovata logica di containment e aggressione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, già preannunciata da diversi analisti statunitensi.

La storia della NATO, la sua struttura de facto unilaterale, la presenza delle sue o di altre strutture ad essa legate sul nostro territorio, l’interventismo militare evidenziato negli scenari dei Balcani, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia Meridionale, la scarsa trasparenza nei confronti dei fenomeni relativi al terrorismo internazionale, costituiscono fattori che si pongono evidentemente in contrasto con gli articoli 11 e 52 della nostra Costituzione.

Nell’impossibilità legale di richiedere lo strumento referendario per l’autorizzazione alla modifica delle ratifiche dei trattati internazionali, chiediamo, per tanto, al popolo italiano di sottoscrivere la nostra petizione, al solo fine di raccogliere il più ampio consenso possibile su tre punti prioritari:

1) Rinegoziazione di tutti i trattati militari che vincolano l’Italia al comando integrato della NATO.
2) Chiusura definitiva di tutte le basi e tutte le installazioni militari in dotazione all’Esercito degli Stati Uniti e/o al comando integrato della NATO, presenti sul territorio nazionale italiano.
3) Avvio di trattative multilaterali e di mutuo vantaggio con i governi della Federazione Russa, della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica del Kazakistan, per l’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in qualità di partner per il dialogo, sull’esempio di quanto hanno cominciato a fare altri Paesi europei come la Bielorussia o l’Ungheria.

La raccolta delle adesioni avverrà a margine di tutti gli eventi pubblici che prevedano il patrocinio o la partecipazione di Stato & Potenza.

Danno collaterale

Di Ezio Bonsignore per Military Technology, n. 5/2011

Le conseguenze più negative della stolta e farsesca impresa che va sotto il nome pomposo di “Odyssey Dawn” torneranno sicuramente più avanti per vendicarsi e perseguitarci per un lungo, lungo tempo – e questo a prescindere dall’esito finale della crisi libica. Loro stanno anche supponendo che gli sforzi della NATO riescano a trasformare i sedicenti “ribelli”, da zimbelli d’Africa come sono attualmente, in una forza militare e politica all’altezza, e di installarli a Tripoli alla maniera di un regime fantoccio filo-occidentale come una sorta di risarcimento per le posizioni perse in Tunisia ed Egitto.
Il goffo tentativo dell’Occidente di attuare un cambio di regime in Libia sotto l’apparenza di un “intervento umanitario” è l’ultimo chiodo sulla bara del “Trattato di non proliferazione nucleare” (NNPT).
Così deraglia efficacemente ogni speranza residua di prevenire la diffusione delle armi nucleari in tutto quello che era indicato come il Terzo Mondo.
Per una serie di motivi facilmente comprensibili, l’Occidente – e questo include anche importanti Paesi, che attualmente non possiedono armi nucleari, come la Germania – ha un interesse a prevenire che le razze inferiori e altri miscredenti assortiti possano mettere le loro sporche/oscure mani sulla “bomba”.
In un’applicazione piuttosto intelligente dell’approccio della “carota e del bastone”, una soluzione al problema di primo livello strategico della potenziale proliferazione nucleare, fu trovato con il NNPT – o così sembrava. I Paesi che non possiedono armi nucleari avrebbero rinunciato a qualsiasi tentativo di svilupparle o di acquistarle, e in cambio gli sarebbe stato dato libero ed illimitato accesso alla tecnologia nucleare civile a fini energetici.
Inutile dire che la natura reale del NNTP è quello di mantenere il quasi-monopolio dell’Occidente sulle armi nucleari, e ciò era evidente fin dall’inizio; in ogni caso i Paesi occidentali hanno rimosso ogni dubbio residuo ignorando deliberatamente quello che doveva essere la loro parte nell’accordo (cioè, muoversi progressivamente verso il disarmo nucleare). Nonostante questo, per un po’ il sistema ha funzionato, e ha consegnato i risultati come previsto. Ma negli ultimi anni l’Occidente è riuscito a distruggere lo strumento da cui la sua supremazia strategica dipende.
Il primo errore marchiano è stata la crisi continua sul programma nucleare iraniano, per cui stiamo effettivamente cercando di negare all’Iran, sotto una varietà di pretesti, i diritti per la tecnologia per l’energia nucleare civile di cui si ha il diritto sotto le norme del NNPT.
L’evidente doppio standard insito in questa posizione, per cui l’Occidente è minaccioso e fa il bullo con un Paese firmatario del NNPT, per conto di un altro Paese (Israele) che non ha firmato il NNPT e possiede un arsenale nucleare, non è sfuggito all’attenzione di molti Paesi del Terzo Mondo, con conseguente ambivalente atteggiamento verso il NNPT.
Il secondo evento importante per la diffusione di forti dubbi sulla saggezza di rispettare il monopolio nucleare occidentale è stata la guerra in Iraq.
E ‘evidente che proprio la decisione di Saddam Hussein, dopo la prima guerra del Golfo nel 1991, di rinunciare al suo programma nucleare e tutti gli altri sforzi tesi a sviluppare armi di distruzione di massa (ADM) ha posto le basi per la guerra del 2003, l’invasione del Paese e un cambiamento di regime attraverso l’impiccagione.
In particolare, la mossa molto conciliante di Saddam di permettere agli ispettori dell’ONU di entrare in Iraq, gli ha efficacemente messo il cappio del boia al collo, perché fu la conferma ufficiale che l’Iraq non possedeva ADM di qualsiasi tipo, ed era esattamente quello di cui l’amministrazione Bush aveva bisogno per lanciare la sua guerra di aggressione senza alcun timore di una possibile reazione contro le sue truppe o di Israele.
E ora, la Libia.
Nel 2003, dopo la caduta di Baghdad e quella che sembrava una rapida vittoria degli Stati Uniti, Gheddafi cominciò ad avere i brividi e a temere che il palese atteggiamento anti-occidentale su cui si basa gran parte della sua figura politica lo avrebbe alla fine portato con l’acqua alla gola.
Decise così, come è stato detto, di “vuotare il sacco.” Accettò la responsabilità per una serie di atti terroristici (tra cui in particolare l’attentato di Lockerbie), e nel Dicembre del 2003 rinunciò formalmente ai programmi libici, che erano in corso, per lo sviluppo di ADM nucleari, chimiche e biologiche, così come a tutti i missili con una gittata superiore a 300 km.
“Le azioni della Libia le danno il diritto a riunirsi alla comunità internazionale “, disse Tony Blair. “La decisione del colonnello Gheddafi è storica e coraggiosa, e io l’applaudo. Renderanno la regione ed il mondo più sicuri”. Il presidente Bush commentò sulla stessa linea, nel senso che la Libia “ha ristabilito relazioni normali con il mondo”, e promise che la “fiducia della Libia sarà ricambiata”.
In una più ampia prospettiva strategica globale, la Libia era propagandata come un modello, che Paesi come l’Iran e la Corea del Nord avrebbero dovuto seguire: “vuotare il sacco”, rinunciare alla proprie sconsiderate ambizioni nucleari, e tutti avrebbero vissuto felici, in pace ed amicizia.
Meno di due anni dopo che i tecnici americani e britannici avevano completato il processo di smantellamento e rimozione di tutto il materiale libico connesso con le ADM, l’Occidente non solo sta imponendo un cambio di regime, ma attraverso la Dichiarazione di Londra ha messo in chiaro che non ci sono margini per un negoziato o un esilio; Gheddafi e i suoi figli hanno la scelta di essere uccisi in combattimento, o di essere trascinati di fronte al tribunale dell’Aja.
La conclusione è inevitabile: Gheddafi ha stupidamente dato via l’unico asset che avrebbe protetto il suo Paese e il suo regime dall’intervento armato dell’Occidente.
“Immaginate lo scenario da incubo se noi non fossimo riusciti a rimuovere le armi nucleari libiche e il loro programma di forza missilistica a lungo raggio”, ha osservato nel mese di aprile 2011 Robert Joseph, un ex membro dell’amministrazione Bush che è stato coinvolto nei negoziati sul disarmo nucleare con Libia. Anche il presidente francese sarebbe stato costretto a reprimere i suoi desideri megalomani neo-napoleonici.
Nell’assordante silenzio dei media occidentali, che nella loro stragrande maggioranza sono impegnati nel “diritto di proteggere” l’insensatezza, è stato lasciato al ministro degli Esteri nordcoreano di dire le cose come stanno: “Lo smantellamento nucleare della Libia, molto propagandata dagli Stati Uniti in passato, si è rivelato essere una modalità di aggressione in base al quale questi ultimi hanno blandito la prima con parole così dolci come ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ per poi disarmarla e inghiottirla con la forza “.
L’accordo nucleare è stato “una tattica di invasione per disarmare il Paese”. Piuttosto, gli eventi recenti dimostrano che la politica del military first di Pyongyang è stata “corretta in mille modi”.
Con la nostra aggressività inutile e sconsiderata nei confronti di un Paese e di un regime che non poneva alcuna minima minaccia per il nostro territorio, la nostra popolazione o i nostri interessi, abbiamo inviato un drammatico messaggio al resto del mondo.
Tutti coloro che hanno ragioni, anche se piuttosto vaghe, di sospettare che un giorno potrebbero trovarsi nel mirino dell’Occidente, devono fare tutto il possibile, e di più, per avere almeno alcune armi nucleari più una manciata di missili per portarle.
Rubare, se si deve, ingannare, mentire, usare tutti i trucchi del manuale e qualcuno in più, ma avere la bomba, perché è l’unica cosa che potrebbe mantenere a bada l’impazzito imperialismo occidentale.

Per cominciare, io non ho mai sottoscritto l’artificiale isterismo circa la presunta “minaccia” del programma nucleare iraniano, e in effetti anche l’ultimo National Intelligence Estimate (NIE), riportato dalle agenzie di intelligence degli Stati Uniti, giunge alla conclusione che la leadership politica iraniana non è ancora giunta a una decisione ferma se dotarsi o meno di armi nucleari. Ma nelle circostanze attuali, dopo “Odyssey Dawn”, sarebbero sciocchi a non dotarsene.

[Grassetti nostri]

Bombe guidate

E veniamo al dunque. Il giornale più complottista del mondo – così ci pare di poterlo definire dopo la rivelazione dei nove banchieri nove che si riuniscono una volta al mese a South Manhattan, nei pressi di Wall Street, per decidere i destini, finanziari e non, del pianeta – (s’intende il New York Times), appena messo piede nella Grande Mela, mi gratifica di un altro episodio principe di complottismo al quadrato. Con un titolo in prima pagina che è tutto un programma, il New York Times ci aiutava a trascorrere in pace il Natale e il Capodanno: «I segreti della CIA potrebbero affacciarsi in un procedimento penale svizzero».
Ohibò, dico io. Sarà mica un altro episodio della saga di Wikileaks?
No, state tranquilli. Wikileaks non c’entra. C’entra un magistrato svizzero, nome Andreas Müller, Carneade che vuol mettersi nei guai, che ha scoperto, dopo due anni d’indagini, i seguenti, succulenti retroscena (leggi complotti).
Retroscena uno: c’era un gruppetto di operatori economici, composto da padre, e due figli, tali Friedrich Tiller (padre) e Urs e Marco (figli), che aiutarono, per anni, l’architetto della bomba nucleare pakistana, A.Q.Khan, a smerciare i suoi segreti verso la Corea del Nord, verso l’Iran, verso la Libia, insomma impiegati per conto della nota sequela di “Stati canaglia” come ebbe a definirli, a suo tempo, George Bush Junior.
Impiegati si fa per dire, perchè presero decine, probabilmente centinaia di milioni di dollari per questi servigi.
Va bene, direte, ma che c’entra la CIA? Ecco il retroscena due. I Tiller lavoravano anche per la CIA. E, s’intende, prendevano decine di milioni anche per questo secondo servigio. Ma come? – direbbero Pier Luigi Battista, o Ferruccio Bello, vuoi forse affermare che era la CIA che controllava lo smercio di tecnologie nucleari? Risposta difficile a darsi. Forse che sì, forse che anche.
Fatto sta che la CIA pare abbia fatto fuoco e fiamme per impedire che l’inchiesta del signor Andreas Müller andasse in porto.
(…)
E veniamo al retroscena principale (come lo chiameremo se non complotto, visto che avveniva, ma fuori da ogni legge e, soprattutto, fuori da ogni pubblicità?): com’è che la CIA usava i Tiller?
Lasciava che passassero i disegni delle bombe a chi li aveva commissionati, ma ogni tanto – senti senti l’astuzia! – infilavano in quei disegni, o in quelle apparecchiature, dei “difetti”, o dei bugs, che avrebbero potuto sia provocare disastri in corso di fabbricazione, sia fornire informazioni circa la prosecuzione dei “lavori” di costruzione delle bombe. Naturalmente, in questo modo, la CIA poteva ostacolare il procedimento. Ma resta il fatto che la CIA sapeva tutto in anticipo di quanto stava avvenendo. A quanto risulta al magistrato svizzero, in molti casi disegni e documentazione essenziale sono stati lasciati “passare” con il beneplacito del servizio segreto americano. Il che spiega perfettamente, adesso, perchè gli Stati Uniti non vogliono che la verità venga a galla, e proteggono i Tiller.
Questo è il punto. Se si scoprisse la verità, ogni volta che si alza l’allarme atomico, sia esso in Nord Corea, sia in Iran, potremmo subito ringraziare gli Stati Uniti d’America per il cospicuo contributo da essi dato alle bombe atomiche dei Paesi canaglia.
Ma c’è un altro punto da far emergere, ad uso e consumo dei “negazionisti dei complotti”. Questa storia ci dice, a chiare lettere, che non c’è azione eversiva, gruppo terroristico, atto terroristico vero e proprio, operazione di diversione, complotto, crisi di governo, che non sia monitorato accuratamente dai servizi segreti americani.
Onnipotenti? Niente affatto, perchè non si può essere contemporaneamente onnipotenti e stupidi. Ma molto presenti, e molto ricchi, questo sì, lo si può affermare. Quindi, quando scoppiano le bombe, siano esse atomiche o al plastico, chiedetevi sempre, voi che non siete “negazionisti del complotto”, quanto di ciò che sarebbe accaduto probabilmente sapevano in anticipo i servizi segreti americani. Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con l’11 settembre del 2001.

Da Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba, di Giulietto Chiesa.
[grassetto nostro]

La Bibbia e il fucile

Una guerra santa nucleare sarebbe quello che ci vorrebbe per riportare un po’ di ordine sulla Terra, ossia la conquista dell’intero globo da parte degli Stati Uniti e la sua conversione alla democrazia e al cristianesimo. Cosa aspetta Washington a lanciare missili nucleari su Corea del Nord e Iran e a confiscare il petrolio del Medio Oriente, come invita a fare un adesivo per automobili: «Kick their ass and take their gas» (rompiamogli il sedere e prendiamoci la loro benzina)? Così pensano (o meglio delirano), scrive il giornalista Joe Bageant nel saggio «La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda» (Bruno Mondadori), milioni di cristiani fondamentalisti americani: seguaci delle chiese battiste indipendenti, così chiamate perché il loro «sistema di credenze in pratica può essere adattato a qualunque interpretazione dei testi sacri passi per la testa di ”predicatore Bob” o ”pastore Donnie”».
Si tratta di pastori e fedeli dall’istruzione sommaria, conseguita in «colleges» finanziati dalle autorità locali dove ogni materia è insegnata nell’ottica della Bibbia interpretata alla lettera. Gente non cattiva, ma devastata dall’impatto prima con decenni di Guerra Fredda e poi col dilagante materialismo. Dunque il reverendo Terry Jones che ha infiammato il mondo islamico minacciando di bruciare il Corano l’11 settembre non è un folle isolato: ha con sé la sconfinata «heartland», l’America profonda, cioè le zone rurali, semirurali e suburbane abitate da «barbari (…) che vanno in chiesa, cacciano, pescano, bevono birra e non sono nemmeno in grado di localizzare l’Iraq o la Francia su una mappa»; patrioti sfegatati che dell’estero conoscono solo le basi militari USA o al massimo un’Europa visitata come una Disneyland per il loro divertimento; che mentre tracannano una pinta si godono un video con iracheni smembrati dalle bombe; che considerano tutti i musulmani dei vigliacchi «che possiamo sgominare se li bastoniamo abbastanza forte, se Dio ci aiuta e se combattiamo come sappiamo combattere noi americani»; che hanno una o più armi da fuoco in casa (70 milioni di cittadini ne possiedono 200 milioni) e passano ore al poligono di tiro, e non solo perché con i fucili si partecipa alle ricostruzioni di antiche battaglie e si caccia il cervo come gli antenati, ma anche perché un paio di milioni dei suddetti cristiani dai modi spavaldi reagiscono con una pistola in tasca e con «lampi mentali di violenza armata» alla diffidenza verso le autorità e alla paura. Bageant descrive con rabbia non esente da malinconica tenerezza l’umanità della natia Virginia, che è il Sud «più a nord di tutto il Sud» degli Stati Uniti; comunque, dice, lo stesso accade in qualsiasi altro luogo della confederazione.
E’ il ritratto dell’America di pelle bianca, obesa e ipertesa, che lavora, prega, puzza e muore in guerra; una realtà parallela a quella dei colti democratici urbani, convinti di essere loro la vera America, fatta di benessere, istruzione, solida professione e casa di proprietà per tutti, anche per chi parte da zero o ha la pelle colorata: il sogno americano. Ma si sbagliano. Solo un terzo della popolazione appartiene alla classe media dell’«american dream»: tutti gli altri sono proletari poveri, più della metà dei quali, almeno 25 milioni, bianchi, i «white trash» sfruttati come neri e ispanici «da una rete locale di famiglie ricche», palazzinari, avvocati, negozianti e imprenditori, gente che ha fatto fortuna a differenza di quei «rifiuti bianchi» che a malapena mettono insieme 30-35.000 dollari annui a famiglia, il che significa essere al limite della soglia di povertà. Una soglia da 25 anni sempre più spesso oltrepassata in discesa, come denuncia l’ultimo rapporto dell’Ufficio del Censo americano.
Tra coloro che si arricchiscono a spese di questa massa di «servi della gleba» ci sono banchieri e immobiliaristi, registi della gigantesca industria dei mutui, che prospera sull’umano sogno di possedere quattro pareti e un tetto e su centinaia di raggiri legali. Le abitazioni che i proletari possono permettersi sono o su ruote, i «trailers», o prefabbricate: scatole di plastica e compensato che godono di mutui a tassi più bassi ma che appena acquistate valgono già meno del capitale da restituire alla banca. Indebitati fino al collo e sempre sull’orlo del disastro economico, i loro proprietari spesso non hanno altra soluzione che sparire: lo chiamano «traslocare col favore delle tenebre».
(…)

Da Ecco l’altra America, di Maria Pia Forte.

Convitato di pietra

Gerusalemme, 9 aprile – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non parteciperà a Washington al vertice sulla sicurezza nucleare. Ad annunciarlo sono stati funzionari del governo israeliano, precisando che il capo del governo sarà sostituito dal ministro dell’Energia e responsabile dell’Intelligence, Dan Meridor.
La decisione è stata presa – spiegano i funzionari citati da ‘Haaretz’ – nel timore che un gruppo di Paesi guidati da Egitto e Turchia chieda che Israele aderisca al Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Israele “è deluso” dagli sviluppi in questa fase precedente l’avvio della conferenza, ha affermato una fonte del governo citata dal quotidiano. “Il vertice sulla sicurezza nucleare dovrebbe affrontare la questione del pericolo del terrorismo nucleare. Israele partecipa a questi sforzi ed ha risposto positivamente all’invito alla conferenza del presidente Obama”. “Detto questo – ha poi spiegato – negli ultimi giorni siamo stati informati dell’intenzione di diversi stati partecipanti di deviare dal tema principale della lotta al terrorismo e usare l’evento per pungolare Israele sul TNP”.
Gli Usa hanno accettato la marcia indietro di Netanyahu con una breve dichiarazione. “Siamo stati informati della decisione israeliana – ha detto a Washington il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Mike Hammer – diamo il benevenuto alla partecipazione del vice primo ministro Dan Meridor alla conferenza. Israele è uno stretto alleato e intendiamo continuare a lavorare assieme strettamente su questioni relative alla sicurezza nucleare”.
Alla conferenza di Washington partecipano oltre 40 Paesi e non era stato previsto nessun incontro bilaterale fra Obama e Netanyahu, che si sono già visti il 23 marzo alla Casa Bianca. La mancata partecipazione di ‘Bibi’ alla conferenza nucleare giunge dopo le recenti tensioni fra Washington e Israele sugli insediamenti a Gerusalemme est. E forse, in questo contesto, gli israeliani non si sono sentiti sicuri di venir spalleggiati dagli USA. Secondo il Jerusalem Post, Israele aveva ricevuto assicurazioni dagli Stati Uniti che la questione della sua adesione al TNP non avrebbe preso il sopravvento nella conferenza.
Sono 189 i paesi che aderiscono al TNP e fra questi vi sono tutti i Paesi arabi. Solo Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non ne fanno parte. Secondo le stime di GlobalSecurity.org, Israele possiede fra 250 e 500 armi nucleari. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possederle, limitandosi a dichiarare che non sarà mai il primo Paese ad usare queste armi in Medio Oriente. Un’adesione al TNP comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari.
A New Orleans, dove sono riuniti esponenti del partito repubblicano, in occasione della Southern Republican Conference, ci sono stati applausi a Netanyahu per il suo rifiuto di venire a Washington. Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney, ha accusato il presidente americano Barack Obama di agire in modo “sconsiderato” procedendo per la strada “della riduzione dei legami dell’America con Israele”.
(Adnkronos/Ign)

[grassetto nostro]

Questo è becero complottismo!

Con la fine del 2009, anno di sconfitte strategiche per gli USA, si sta assistendo a una probabile ondata colorata nelle capitali europee: Roma, Parigi, Atene sono le prime piazze. Sicuramente altre se ne aggiungeranno: Madrid, Berlino, Bucarest; manifestazioni coloratissime che seguiranno di pari passo il tracciato dei gasdotti Southstream e Northstream, con altrettanti capetti piazzaioli che, edotti dalla famelica lettura di riviste di tecnologia bellica, decideranno dove compiere, di volta in volta, le loro prodezze antisistema: oggi a Roma, punita anche per i suoi recenti colpi di testa geopolitici. Infatti, come dice il sito statunitense di studi strategici Stratfor, in una recente valutazione della marina iraniana, ‘le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso le loro capacità militari negli ultimi anni, grazie a navi e tecnologie provenienti dalla Cina, Corea del Nord e Italia e ora implementate su alcune delle imbarcazioni più veloci della regione. Ciò dovrebbe comportare minare lo Stretto di Hormuz e gli stretti canali di navigazione del Golfo Persico’. L’impatto ‘Sarebbe immediato e drammatico … L’effetto sui prezzi del petrolio sarebbe grave.’ L’Italia, così, si mette sotto una pessima luce, agli occhi del suo potente patron d’oltreatlantico e del suo amichetto occupante ‘Galilea e Samaria’.
Domani, già avvertono i trombettieri delle giubbe viola, toccherà a Parigi, dove Sarkozy ha deciso di vendere a Mosca alcune unità navali per operazioni anfibie, della classe ‘Mistral’.
Ovviamente i nostri ‘coloured bloc’ si affannerebbero a leggere anche cartine geografiche e quotidiani economici, con la speranza di rilevare accordi economico-commerciali tra nascenti ‘imperialismi’. Come, appunto, nel caso dei gasdotti volti a scavalcare quel muro yankee posto a oriente dell’Europa. Un muro formato dai governi filo-statunitensi del Baltico, di Polonia, Ucraina, Georgia, Albania…
Notare come in Grecia, oggi, dopo tre giorni di scontri e manifestazioni, tra i mille fermi e i 150 arresti causati delle dimostrazioni, e che il sistema mediatico atlantista definisce, certo disinteressatamente, la ‘prima rivolta locale a livello mondiale’, vi siano centinaia di giovani di 26 paesi di quattro continenti, i cui più attivi e presenti sono albanesi, seguiti da georgiani e ucraini,… poi italiani, tedeschi, finlandesi, inglesi, e… bulgari, lettoni e polacchi. Il virus rivoluzionario, anarcoide e anticapitalista ha già infettato le ex-repubbliche del Blocco Orientale? E tutti costoro, casualmente, si sono scoperti ferventi nemici del capitalismo non a casa propria, ma ad Atene. Già, Atene, altra coincidenza, la Grecia negli ultimi anni ha acquistato notevoli quantità di materiale bellico. Materiale proveniente dalla Federazione Russa: hovercraft d’assalto anfibio, blindati, cingolati e i famigerati missili S-300, venduti a Cipro, via Atene. È questo il vero motivo della presenza di albanesi, bulgari, ucraini e georgiani, cioè di tizi provenienti, casualmente, da nazioni che hanno subito le rivoluzioni colorate finanziate dalle fondazioni di Mr. Soros?
La calata dei coloured-bloc, succedanei ai black-bloc nordeuropei, è stata determinata solo dalla crisi economica che colpisce Atene, crisi causata dalle politiche neoliberiste e monetariste imposte anche dal succitato miliardario genocida George Soros? Oppure c’entra abbondantemente, anzi decisamente, il fatto che la ‘Seconda Roma’, stringendo la mano alla ‘Terza Roma’, abbia irritato i soliti notissimi circoli dominanti presenti allo SHAPE, a Bruxelles, o schierati lungo il ‘braccio di mare’ che si estende tra Londra e New York (il cosiddetto Atlantismo)?
Questo è becero complottismo! Direbbero diverse categorie di presunti ‘antimperialisti’ e di ancor più presunti ‘marxisti-leninisti’ colorati di viola e guidati da duci come il ‘Vecchio Forcone’, il ‘Giovane Forcaiolo’ e la ‘Forchetta Ululante’… Forse è così, ma rimarrebbe da spiegare l’ampia presenza per le strade di Atene di scalmanati casseur, provenienti da ‘casuali’ paesi poveri, dai servizi costosi e dai bassi redditi, quali l’Albania, l’Ucraina e la Georgia.
Una differenza salta subito agli occhi: ad Atene si testa la versione hard del tele-sovversivismo colorato, quello armato di mazze e violento. A Roma, e prossimamente a Parigi, si utilizza la versione soft, da ‘indiani-colorati-metropolitani’, da ‘società civile’, per portare avanti l’agenda dei notissimi burattinai. Le società di marketing avranno fatto le dovute ricerche, analizzando la società in cui operare, per spacciare e vendere il ribellismo sociale preconfezionato dalle ‘Ditte’ dedite alla ‘Democracy Export’. Nero black-bloc ad Atene, Viola moralista a Roma. Ma non è detto che le suddette aziende non pensino di somministrare la ricetta ateniese anche al resto dell’Europa, a quella ‘civilizzata’, mitteleuropea e occidentale. Dipenderà da quanto persisteranno il Papi, Sarkò e friends nel volere allacciare scandalosi rapporti con una Noemi da Mosca o con una Patrizia da Ankara. Rapporti non graditi presso i notissimi rotary di Washington-London-Telaviv, e ritenuti vergognosissimi presso i kiwanis salottieri di Roma, Torino e Ginevra…
Lì, sono più graditi i ‘sani’ rapporti intimi con la ‘Brenda’ di Chicago, citofonare al 1600 di Pennsylvania Avenue, o con la ‘Natalì’ che riceve al N°10 di Downing Street…
Di certo, queste professioniste ci stanno preparando, assistite dai loro pusher, magnaccia e dal gramsciano ‘popolo di scimmie’, dei ‘giochetti’ niente male per il 2010.

P.S.: Fa specie che personaggi della cosiddetta controinformazione, pretesi amici della Russia, (ma chi frequenta Gorbachov e la sua fondazione, in fondo, quanto è amico della Russia?) nonostante sappiano benissimo cosa si cela dietro le kermesse colorate, si schierino a fianco delle tele-rivolte, che possono solo sfociare in governi ‘tecnici’, pronti ad attuare riforme di strutture e politiche internazionali dettate dalla City e dal Pentagono. Tanto per essere chiari: saccheggio del risparmio delle famiglie, conservato nel sistema bancario nazionale, e abbandono di ogni accordo con il cerbero Putin-Gheddafi-Erdogan, magari sostituendo il gas di questi ’orchi’, con quello israeliano, così elegantemente sottratto a Gaza, proprio un anno fa.

Coloured-Bloc, di Alessandro Lattanzio.
[grassetto nostro]

L’Iniziativa di Sicurezza della Proliferazione (PSI) ed il controllo degli oceani

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Il controllo degli oceani del mondo. Preludio alla guerra?
L’Iniziativa di Sicurezza della Proliferazione (PSI) e la flotta USA da 1.000 navi

di Rick Rozoff, Global Research, 30 gennaio 2009

Fra i più monumentali ed ampi sforzi, benché frequentemente ignorati, da parte dell’ex amministrazione Bush di pianificare il dominio militare su scala planetaria e così facendo inoltre alterare le relazioni internazionali, c’è quello che il suo iniziatore, John Bolton, nel suo ruolo di Sottosegretario di Stato per il Controllo degli Armamenti e la Sicurezza Internazionale, all’epoca chiamò l’Iniziativa di Sicurezza della Proliferazione (PSI – Proliferation Security Iniziative).
Avviata ufficialmente il 31 maggio 2003, la PSI era la più ampia applicazione della proiezione internazionale di potere da parte degli USA nell’epoca post-Guerra Fredda, implicando niente meno che la capacità di esercitare controllo navale, interdizione ed eventualmente azione militare autonoma in tutti gli oceani del mondo.
Seguendo e rinforzando l’operazione Enduring Freedom e le sue sei aree di responsabilità dall’Asia meridionale al Corno d’Africa e dall’Oceano Indiano al Mar dei Caraibi, e il preludio e prototipo della NATO all’Iniziativa di Sicurezza della Proliferazione, la cosiddetta Operazione Active Endeavour che ha posto per oltre 7 anni tutto il mar Mediterraneo sotto il suo controllo, la PSI è un’operazione militare concepita ed implementata unilateralmente da Washington senza aver consultato le nazioni ed i popoli delle aree interessate. E come l’operazione Enduring Freedom e l’operazione Active Endeavour (nella seconda categoria che segue) la sua autoproclamata missione è illimitata come area d’azione e durata nel tempo.
La PSI venne annunciata con l’obiettivo asserito di, secondo il sempre compiacente New York Times, “interdire i materiali nucleari ed il contrabbando”. Un’immunità abbastanza ampia da includere la maggior parte delle operazioni navali ovunque e per ogni attuale proposito Washington voglia ampliarla.
Qualcosa che, nondimeno, senza esitazioni affiancasse la ricerca manipolata di armi di distruzione di massa da parte di Washington con il “terrorismo globale”, come si vedrà più avanti. E semplicemente estendere la presenza navale USA ed alleata e la capacità di fare guerra su rotte marine geostrategicamente vitali ed agognate, regioni costiere, canali di transito energetici e militari ed in qualsiasi mare in qualsiasi momento, così facendo incontrare le attuali esigenze politiche e strategiche. Continua a leggere

Okinawa

Okinawa è la prefettura più meridionale e più povera del Giappone.
Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie è grande pressoché quanto Los Angeles ed è l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu. La capitale, Naha, è molto più vicina a Shanghai che a Tokyo e la cultura di queste zone riflette forti influenze cinesi. In passato le Ryukyu erano un regno indipendente, poi annesse al Giappone nel tardo XIX secolo, nello stesso periodo in cui le Hawaii vennero annesse agli Stati Uniti.
Nel 2005, Okinawa ospitava trentasette delle ottantotto basi militari statunitensi presenti in Giappone. Le basi di Okinawa coprono un totale di 233 chilometri quadrati, ossia il 75% di tutto il territorio occupato da installazioni militari USA sul suolo giapponese, nonostante l’isola rappresenti solo lo 0,6% del territorio dell’intero arcipelago.
Il Giappone, come la Germania, è una pietra angolare del dispositivo militare statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Se la fedeltà del Giappone dovesse venir meno, tutta la struttura USA in Asia Orientale finirebbe probabilmente per crollare. Nel novembre 2004, secondo statistiche del Pentagono, gli Stati Uniti avevano 36.365 militari in uniforme in Giappone, senza contare gli 11.887 marinai della Settima Flotta distaccati presso le basi di Yokosuka (prefettura di Kanagawa) e di Sasebo (prefettura di Nagasaki), alcuni dei quali, a turno, sono in servizio per mare. A questi vanno aggiunti i 45.140 dipendenti che lavorano nelle basi, i 27.019 impiegati civili del dipartimento della Difesa ed i circa 20.000 giapponesi che collaborano con le forze USA in mansioni che vanno dalla manutenzione dei campi da golf al servizio come camerieri nei molti locali riservati agli ufficiali fino alla traduzione dei giornali giapponesi per conto della CIA e della Defense Intelligence Agency. E si tenga conto che Okinawa, anche in assenza di tutti questi ospiti stranieri, sarebbe comunque un’isola sovrappopolata: con una densità demografica di quasi 2.200 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. In termini assoluti, vi risiedono 1,3 milioni di abitanti circa.
L’isola principale di Okinawa fu teatro dell’ultima grande battaglia della seconda guerra mondiale, nonché dell’ultimo successo militare colto dagli Stati Uniti in Asia orientale. Circa 14.000 americani e 234.000 giapponesi, tra soldati e civili, persero la vita in quella feroce campagna durata tre mesi, così sanguinosa che divenne la principale giustificazione per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. La battaglia durò da aprile a giugno del 1945 e devastò completamente l’isola.
Dal 1945 al 1972 gli ufficiali militari americani governarono Okinawa come una loro esclusiva proprietà. Nel 1952 la concessione di Okinawa fu il prezzo che il governo nipponico dovette pagare in cambio della firma di un immediato trattato di pace e del trattato di sicurezza nippo-americano, che segnò la fine dell’occupazione. Molti abitanti di Okinawa credono ancora che l’imperatore Hirohito li abbia sacrificati nel 1945 in un’inutile battaglia intesa a ottenere migliori condizioni di resa dagli alleati e che Tokyo li abbia poi sacrificati di nuovo nel 1952 per permettere al resto del paese di riconquistare la propria indipendenza e godere i primi frutti di una rinnovata prosperità economica. In quest’ottica, il Giappone accettò abbastanza di buon grado il trattato di sicurezza nippo-americano in quanto la maggior parte delle basi militari statunitensi erano dislocate in un’isoletta dell’estremo sud, dove tutti i problemi correlati alla loro presenza poterono essere ignorati dalla maggioranza della popolazione.
Le due grandi guerre americane contro il comunismo asiatico – in Corea ed in Vietnam – non avrebbero potuto essere combattute senza basi militari sul territorio giapponese. Quegli avamposti militari furono teste di ponte d’importanza vitale in Asia, nonché rifugi sicuri, invulnerabili agli attacchi di Corea del Nord, Cina, Vietnam e Cambogia. Allorché, al culmine della guerra del Vietnam, le proteste degli abitanti di Okinawa contro i B-52, i bar, i bordelli*, le scorte di gas nervino ed i crimini commessi dai soldati raggiunsero l’apice, gli Stati Uniti si decisero a restituire ufficialmente l’isola al Giappone. Nulla tuttavia cambiò in termini di presenza militare.
Negli anni Novanta la vita quotidiana sull’isola era di gran lunga migliore rispetto al periodo in cui il territorio era soggetto all’esclusiva giurisdizione americana. Il Giappone profuse cospicue somme di denaro, ben comprendendo che l’economia postbellica del paese fosse stata alimentata in parte a spese dei locali e che fosse dunque necessario un trasferimento di ricchezza. Sebbene Okinawa sia ancor oggi la prefettura più povera del Giappone, alla fine degli anni Novanta ha raggiunto il 70 per cento del livello di ricchezza nazionale.

*In Corea del Sud, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich’on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: “Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere”. Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’”intrattenimento”, con circa 55.000 prostitute ed un totale di 2.182 strutture registrate, che offrivano “riposo e divertimento” ai militari statunitensi.

Nuove bombe per Obama?

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Lo scorso 1 novembre, presso lo Stato Maggiore dell’aeronautica USA, è diventato operativo lo Strategic Deterrence and Nuclear Integration Office affidato al maggior generale C. Donald Alston. La nuova struttura è stata denominata A10 – decima branca dello staff aeronautico – e costituisce il primo passo verso la costituzione dell’Air Force Global Strike Command prevista entro settembre 2009.
Il generale Norton Schwartz, che nei mesi scorsi è subentrato al generale T. Michael Moseley nell’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’US Air Force, a proposito dell’A10 ha dichiarato che “il nuovo ufficio sarà determinante nel gestire l’intera problematica nucleare”. Pochi giorni prima, il segretario alla Difesa Robert Gates aveva affermato la necessità di ammodernare l’armamento nucleare americano per mantenere l’efficacia della sua funzione deterrente. Nella conferenza stampa a margine del discorso tenuto il 28 ottobre al Carnegie Endowment for International Peace, Gates ha espresso forti perplessità in merito al destino delle componenti più datate dell’arsenale nucleare russo, sostenendo che “gli stessi russi probabilmente non hanno alcuna idea di quante ne possiedono o, probabilmente, dove sono”. A nulla è servita la replica del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, secondo il quale non si sono verificate perdite di ordigni nucleari.
La schermaglia verbale sembra al momento limitata alla sicurezza degli arsenali, anche se il riordinamento di uffici e comandi nell’ambito dell’aeronautica militare USA ha provocato le reazioni della Corea del Nord. Il quotidiano governativo Rodong Sinmun ha sottolineato l’esigenza di rafforzare le difese contro l’iniziativa USA, definita “estremamente pericolosa” perché volta a controllare il mondo con le armi nucleari. Oggi tuttavia qualsiasi decisione sull’arsenale nucleare statunitense, dalla sicurezza all’ammodernamento, è nelle mani di Barack Obama che aveva già manifestato le sue intenzioni in un articolo pubblicato nel numero di luglio-agosto 2007 di Foreign Affairs.
Un intero paragrafo, intitolato “Impedire la diffusione di armi nucleari”, anticipava le possibili linee-guida della nuova amministrazione, partendo dall’indimostrato presupposto che Al Qaeda abbia come obiettivo quello di “portare una Hiroshima” negli USA. Le preoccupazioni di Obama erano analoghe a quelle di Gates: “Nell’ex Unione Sovietica ci sono circa 15-16.000 testate nucleari e riserve di uranio e plutonio con cui si possono costruire altre 40.000 testate”. Allora, Obama concludeva sottolineando il pericolo rappresentato dai programmi di Iran e Corea del Nord ed affermava: “Nell’affrontare queste minacce, non escluderò l’opzione militare”.
La penserà ancora così?

Scudo antimissile: le reazioni russe alla firma ceca

E’ successo.
Lo scorso 8 luglio, il Ministro degli Esteri della Repubblica Ceca, Karel Schwarzenberg, ed il Segretario di Stato USA, Condoleeza Rice, hanno firmato il protocollo d’intesa per l’installazione sul suolo ceco di un radar adibito alla localizzazione di missili. I due Paesi, appena pronto, sigleranno anche l’accordo che regola lo status dei militari statunitensi addetti alla gestione della base, inizialmente previsti in duecento unità. Nel protocollo d’intesa è inserita anche una clausola che contempla l’eventualità di una disdetta, in tal caso gli Stati Uniti avranno tempo due anni per ritirare il proprio contingente.
Ora la parola passa al Parlamento, dove il governo guidato dal premier Mirek Topolanek ha una maggioranza risicatissima. La discussione probabilmente non sarà avviata prima dell’autunno inoltrato, e cioè dopo l’elezione del nuovo Presidente americano. Nel frattempo, Schwarzenberg ha già minacciato di dimettersi in caso di mancata ratifica parlamentare. Fuori dalle stanze del potere, l’opposizione all’accordo continua ad assestarsi su percentuali oscillanti attorno al 70% e domanda lo svolgimento di un referendum nazionale.
In terra polacca, invece, le trattative proseguono, al fine di colmare un divario tra domanda ed offerta che a prima vista pare incolmabile. Fonti ben informate riferiscono di una richiesta dell’esecutivo di Donald Tusk che ammonta a 20 miliardi di dollari per l’ammodernamento delle forze armate nazionali, mentre gli Stati Uniti non sarebbero disposti a concedere più di “soli” 47 milioni, definendo le pretese polacche del tutto fuori dalla realtà.
Ed in effetti, se si considerano i tagli ai finanziamenti per il progetto appena operati dalla Camera dei Rappresentanti di Washington (meno 232 milioni di dollari per l’anno corrente ed addirittura meno 341 milioni per il 2009, con un abbattimento di quasi il 50% rispetto alla somma inizialmente stanziata), il giudizio sembra più che appropriato. Dal canto suo, il Pentagono – attraverso il suo portavoce Geoff Morell – fa sapere che “la Lituania potrebbe essere uno dei Paesi dove installare parte dello scudo, nel caso in cui i negoziati con la Polonia dovessero finire con un fiasco”. Al momento, si precisa, comunque non sarebbero in corso negoziati con Vilnius. Terza – ed ultima, per ora – alternativa l’installazione dei missili intercettori su unità navali di stanza nei mari vicini ai Paesi baltici, come ha ipotizzato la stessa Rice.

Il lato più “succulento” – e, per certi versi, persino divertente – della questione sono le reazioni della parte russa, sempre convintissima che sarà lei – e non certo l’Iran né la Corea del Nord – a finire nel mirino dei nuovi insediamenti militari a stelle e strisce. Tanto è vero che un analista dell’Accademia delle Scienze di Mosca, Aleksander Pikayev, ha ipotizzato che in Polonia non vengano dispiegati semplicemente dei missili intercettori con testate convenzionali come annunciato, ma piuttosto dei vettori balistici a corto e medio raggio in grado di portare testate nucleari.
Queste le possibili contromisure minacciate da Mosca:
- la costruzione, che sarebbe già in corso, di una nuova base missilistica nel Caucaso, presso la città di Noyemberyan in Armenia, non distante dal confine con la Georgia;
- il ritiro dal Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio firmato nel 1987 ed il dispiegamento, nell’enclave russa di Kaliningrad, con a tiro le eventuali rampe di lancio polacche, di missili Iskander-M e di bombardieri strategici Tupolev-22 armati con missili da crociera a lungo raggio;
- l’interruzione dello smantellamento della divisione missilistica di Kozelsk, nella Russia centrale – realizzato nel quadro dell’Trattato russo-statunitense per la Riduzione del Potenziale Offensivo Strategico (2002) – ed il dispiegamento in loco di avanzate testate ipersoniche in grado di penetrare le difese antimissile. La Russia metterebbe sui suoi missili Topol M testate autonome capaci di staccarsi e cambiare traiettoria, la cui caratteristica è proprio quella di ingannare i sistemi antimissile, che sono in grado di controllare la traiettoria dei vettori ma non quella degli ordigni che lancerebbero. Tale tecnica, unita alla moltiplicazione di stazioni di disturbo per i radar, abbasserebbe di decine di volte l’efficienza dello scudo antimissile;
- lo stazionamento di bombardieri strategici a Cuba, o più probabilmente l’uso dell’isola caraibica quale infrastruttura logistica per la manutenzione ed il rifornimento di carburante ai Tupolev-160 Blackjack e 95 Bear. L’insediamento di basi logistiche per i bombardieri strategici potrebbe riguardare anche il Venezuela e l’Algeria, dove stazionerebbero aerei cisterna Ilyushin-78 addetti al rifornimento in volo, in modo da evitare la presenza permanente dei bombardieri nei pressi del territorio statunitense e degli altri Paesi della NATO;
- la riapertura, sempre a Cuba, della centrale spionistica di Lourdes, che – prima della chiusura avvenuta nel 2002 – rappresentava il più grande ed importante sito del sistema d’intelligence russo Sigint su territorio straniero, capace di tenere sotto controllo i movimenti e le comunicazioni militari nel sud-est USA, nonché gli scambi di informazioni commerciali e politiche fra Stati Uniti e Europa;
- il boicottaggio della… birra ceca;
- la Russia potrebbe infine riprendere il programma di missili orbitali che, evitando i sistemi radar esistenti e potenziali, raggiungerebbero il territorio statunitense attraverso il Polo Sud.

Chi vivrà, vedrà.
[segue nella pagina dei commenti]

I falsi amici dell’Europa (e della Russia)

“Lasciatemi proseguire con qualcosa che potete trovare completamente sorprendente, soprattutto provenendo da me: voi che siete diplomatici, giornalisti, parlamentari, giuristi internazionali e uomini d’affari di domani, spero che riterrete che la vostra prima responsabilità, oltre a costruire una Gran Bretagna e una NATO le più solide possibili, consista nel rafforzare e costruire le capacità dell’Unione Europea. Troverete strano ed anche un po’ strabico che sia l’ambasciatore americano alla NATO a tenere questo discorso davanti voi e a preconizzare, per i dirigenti britannici ed internazionali di domani, la costruzione di un’UE più forte. Perché dunque faccio un tale discorso?
Se noi abbiamo appreso una cosa dall’11 settembre 2001, o anche, in questo caso, da sessanta o cento anni a questa parte, è che gli Stati Uniti ed il Regno Unito non hanno soltanto bisogno uno dell’altro, ma hanno bisogno di un’Europa forte. Negli Stati Uniti, abbiamo bisogno di un’Europa che sia il più possibile unita, pronta a fare tutta la sua parte per difendere la nostra sicurezza comune e promuovere i nostri valori condivisi. Ed i britannici, come tutti gli europei, hanno bisogno di un’America che sia impegnata, che consulti l’Europa e che cooperi con essa allo scopo di trovare soluzioni comuni a sfide comuni (…).
Oggi, le sfide che dobbiamo superare insieme vanno dal terrorismo, dall’estremismo violento e dalle armi di distruzione di massa fino alla necessità di ridurre la nostra dipendenza verso l’energia fossile, reagire alla povertà, alle malattie ed alla fame che toccano ancora troppa gente nel mondo. Insieme, dobbiamo ricomporre i rapporti con il Cremlino che ha fermamente rafforzato il suo potere statale, che si è ritirato dal Trattato sulle armi convenzionali in Europa e che minaccia di puntare i suoi missili contro i suoi vicini, anche se lavoriamo insieme alla Russia sull’Iran, la Corea del Nord e su altri interessi comuni di primaria importanza. Dobbiamo mantenere verso l’Iran la giusta proporzione di diplomazia, di aperture politiche ed economiche, e di pressione perché ricominci a cooperare con il Consiglio di Sicurezza, affinché abbandoni ogni idea terroristica e dia al suo popolo il futuro che esso merita. E dobbiamo incoraggiare la Cina ad utilizzare la sua crescente potenza in direzione della stabilità e della pace, presso i suoi vicini o negli affari del mondo. In breve, viviamo in un mondo complicato e pericoloso che richiede da parte di quelli che hanno la possibilità di vivere in società libere di riunire le loro forze per proteggere ciò che abbiamo e per consolidare ed allargare la Comunità democratica.
(…)
Quando noi, gli Stati Uniti, cerchiamo nel mondo i partner che possono rispondere a queste sfide, guardiamo certamente ai nostri alleati dell’Asia e alle altre potenti democrazie a sud ed a est; ma spesso, ci arrestiamo alla sola UE. Noi consulteremo sempre Londra per prima, come le altre capitali, ma sempre più spesso ci volteremo anche verso le istituzioni europee. Continua a leggere

Europa, destinazione turistica

Vecchia e nuova Europa, non significate nulla, non siete nulla. Siete una colonia americana. Tirate giù le vostre bandiere, esponete quella americana e riconoscete il vostro status coloniale. Siete una destinazione turistica esotica. È l’unica cosa che siete in grado di fare.
Scott Ritter, ex-capo ispettore degli armamenti per le Nazioni Unite.

Nel 2001, George Bush annuncia il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato ABM contro i missili balistici, che fino ad allora aveva garantito una certa stabilità internazionale. Poco tempo dopo, gli Stati Uniti avviano trattative segrete con la Polonia e la Repubblica Ceca per realizzare il cosiddetto “scudo antimissile”, che prevede la dislocazione di missili intercettori nella prima e di una base radar nella seconda.
In seguito, il governo ceco dichiara che il progetto è stato approvato all’interno della NATO, quando a tutt’oggi molti Stati membri continuano ad essere contrari. È stato inoltre detto che non accettare questo piano significherebbe dividere l’Europa: si è visto però come questo di fatto stia già accadendo, nell’ambito della strategia statunitense di “geopolitica del caos” di cui l’indipendenza del Kosovo e Metohija dalla Serbia rappresenta solo l’ultimo tassello.
Il governo ceco ha poi cercato di minimizzare l’importanza della struttura dove dovrebbe essere installato il radar, ma – com’è noto – i governi dei Paesi ospiti hanno un controllo pressoché simbolico sulle basi statunitensi presenti nel loro territorio.
Nel febbraio 2007, il governo ceco ha quindi cominciato a discutere ufficialmente con quello degli Stati Uniti pur sapendo bene che la maggioranza della popolazione è contraria ed oltre il 70% vorrebbe che la decisione fosse presa tramite un referendum.
Da anni viene detto che lo scudo antimissilistico è fondamentalmente pensato come difesa da una minaccia iraniana che appare però solo teorica: secondo il rapporto di sedici agenzie statunitensi di intelligence, l’Iran ha smesso di lavorare alla produzione di armi nucleari già nel 2003 (e nemmeno possiede, e possiederà in tempi brevi, missili in grado di raggiungere il suolo europeo).
Pare dunque evidente che questo sistema non serve come protezione dall’Iran o dalla Corea del Nord, ed alcuni esperti militari arrivano ad affermare che esso sarebbe del tutto inefficace anche contro le migliaia di testate atomiche a disposizione della Russia.

Quali sono le aziende direttamente interessate alla costruzione dello scudo antimissile, e quali i loro strumenti di pressione sull’opinione pubblica?
Qual è la posizione dei Paesi europei, ed in particolare il ruolo dell’Italia?
Cosa possiamo aspettarci nel futuro immediato? Quali sono i mezzi a disposizione dei cittadini e del movimento di protesta?

Questo video, diviso in due parti per una durata complessiva di circa 18 minuti, tenta di fare il punto della situazione e di tracciare le possibili risposte:

Realtà e finzioni dello scudo antimissile

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“La ricerca, condotta da Washington, della supremazia nucleare, aiuta ad esempio a spiegare la strategia di difesa missilistica. I critici della difesa antimissile argomentano che uno scudo, tipo il prototipo che gli USA hanno realizzato in Alaska e California, sarebbe facilmente sopraffatto da una pioggia di vere e finte testate lanciate dalla Russia o dalla Cina. Hanno ragione: anche un sistema multilivello, con elementi posti a terra, in aria, nel mare e nello spazio, molto probabilmente non saprebbe proteggere gli Stati Uniti da un massiccio attacco nucleare. Ma sbagliano a concludere che un simile sistema di difesa missilistica sia perciò privo di senso; allo stesso modo sbagliano i sostenitori della difesa antimissile secondo cui, per la medesima ragione, un tale sistema preoccuperebbe solo gli Stati canaglia e non le altre grandi potenze nucleari.
Ciò che entrambi gli schieramenti trascurano, è che una difesa antimissile del genere che, presumibilmente, gli Stati Uniti potrebbero dispiegare, andrebbe valutata principalmente in un contesto offensivo, e non in uno difensivo – come una aggiunta alla capacità statunitense di primo colpo, e non come uno scudo a sé stante. Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco nucleare contro la Russia (o la Cina), il paese colpito rimarrebbe tutt’al più con un piccolissimo arsenale superstite. A quel punto, anche un sistema di difesa antimissile relativamente modesto o inefficiente potrebbe essere sufficiente a proteggere da attacchi di rappresaglia, perché il nemico devastato si ritroverebbe con pochissime testate (e finte testate).”

Oggi iniziamo a parlare del progetto di scudo antimissilistico che gli Stati Uniti vorrebbero installare in Polonia e Repubblica Ceca, proponendovi lo studio di Daniele Scalea dal quale abbiamo estrapolato la citazione precedente. Esso risulta utile soprattutto per inquadrare la questione dal punto di vista strategico-militare, mentre riguardo la valenza geopolitica diremo più avanti.
Buona lettura.

[La versione aggiornata all'agosto 2009 del testo di Scalea è qui].