L’interesse vitale dell’Europa non coincide coi piani di conquista nordamericani

euroban

“In seguito ai risultati referendari con cui una decina d’anni fa l’elettorato francese e olandese respinse la bozza della “Costituzione europea”, “Eurasia” pubblicò un breve dibattito tra me e Costanzo Preve sul tema Che farne dell’Unione Europea?
Il nostro compianto collaboratore scriveva tra l’altro: “Per poter perseguire la prospettiva politica, culturale e geopolitica di un’alleanza strategica fra i continenti europeo ed asiatico contro l’egemonismo imperiale americano, prospettiva che ha come presupposto una certa idea di Europa militarmente autonoma dagli USA e dal loro barbaro dominio, bisogna prima (sottolineo: prima) sconfiggere questa Europa, neoliberale (e quindi oligarchica) in economia ed euroatlantica (e quindi asservita) in politica e diplomazia. Senza sconfiggere prima questa Europa non solo non esiste eurasiatismo possibile, ma non esiste neppure un vero europeismo possibile”.
Da parte mia osservavo come nel risultato del voto francese e olandese si fossero manifestati non tanto il rifiuto dell’occidentalismo e del neoliberismo, quanto quei diffusi orientamenti “euroscettici” che, essendo espressione di irrealistiche nostalgie micronazionaliste se non addirittura del tribalismo etnico e localista, non solo non possono essere considerati alternativi alla globalizzazione mondialista, ma sono oggettivamente funzionali alla strategia dell’imperialismo statunitense.
(…)
Siamo alla vigilia dell’elezione del nuovo Parlamento e i sondaggi dicono che il 53% dei cittadini europei non si sente europeo. A quanto pare, il “patriottismo costituzionale” teorizzato da Habermas non ha suscitato un grande entusiasmo.
D’altronde l’Europa liberaldemocratica, anziché sottrarsi all’egemonia statunitense ed avviare la costruzione di una propria potenza politica e militare nel “grande spazio” che le compete nel continente eurasiatico, stabilendo un’intesa solidale con le altre grandi potenze continentali, sembra impegnata a rinsaldare la propria collocazione nell’area occidentale ed a perpetuare il proprio asservimento nei confronti dell’imperialismo nordamericano.
L’Unione Europea e le cancellerie europee, dopo aver collaborato con Washington nel tentativo di ristrutturare il Nordafrica e il Vicino Oriente in conformità coi progetti statunitensi, si sono allineate col Dipartimento di Stato nordamericano nel sostenere la sovversione golpista in Ucraina, al fine di impedire che questo Paese confluisca nell’Unione doganale eurasiatica e trasformarlo in un avamposto della NATO nell’aggressione atlantica contro la Russia.
In tal modo l’Unione Europea coopera attivamente alla realizzazione del progetto di conquista elaborato dagli strateghi della Casa Bianca, secondo il quale l’Europa deve svolgere la funzione di una “testa di ponte democratica” [the democratic bridgehead] degli Stati Uniti in Eurasia. Scrive infatti Zbigniew Brzezinski: “L’Europa è la fondamentale testa di ponte geopolitica dell’America in Eurasia [Europe is America's essential geopolitical bridgehead in Eurasia]. Il ruolo dell’America nell’Europa democratica è enorme.
Diversamente dai vincoli dell’America col Giappone, la NATO rafforza l’influenza politica e il potere militare americani sul continente eurasiatico. Con le nazioni europee alleate che ancora dipendono considerevolmente dalla protezione USA, qualunque espansione del campo d’azione politico dell’Europa è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata e una NATO allargata serviranno gl’interessi a breve e a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.”
(…)
L’interesse vitale dell’Europa non coincide coi piani di conquista nordamericani. L’Europa e la Russia, se vogliono esercitare un peso decisivo sulla ripartizione del potere mondiale, devono instaurare una stretta intesa che obbedisca agl’imperativi della loro complementarità geoeconomica e stabilire un’alleanza politico-militare che contribuisca alla difesa della sovranità eurasiatica. Solo così sarà possibile controbilanciare le iniziative intese a destabilizzare il Continente, risolvere le questioni territoriali, mantenere il controllo delle risorse naturali e regolare i flussi demografici disordinati.
Quando l’Europa lo capirà, una “rifondazione” dell’Unione Europea sarà inevitabile.”

Da Rifondare l’Unione Europea di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” n. XXXIII (1-2014).
L’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi, è qui.

La disinformazione strategica come propaganda di guerra

disinfocompleto.inddDisinformazione strategica e psy-ops. La manipolazione mediatica dell‘opinione pubblica è funzionale alla costruzione di nuovi equilibri geopolitici a livello planetario. I casi di Cina, Romania, Cecoslovacchia, Iraq e Jugoslavia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Alle origini dell’aggressione militare della NATO contro la Libia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Il caso della destabilizzazione della Siria.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 2: La disinformazione strategica come propaganda di guerra. Analisi geopolitica degli scenari euroasiatico e mediorientale
di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

Strategia del disinformare, intervista rilasciata dall’autore alla “Gazzetta d’Asti” del 10 Gennaio 2014, è qui.

[La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no]

“Pacifici manifestanti” per le “riforme democratiche”

Alla NATO, che oggi per bocca del suo Segretario Generale si è dichiarata “a sincere friend of Ukraine”, per continuare ad assisterla nelle sue “riforme democratiche” potrebbe tornare utile magari anche l’apporto di Aleksandr Muzychko, alias Sashko Bilyi, reduce della guerra in Cecenia durante la quale si vanta di aver ucciso numerosi soldati e distrutto diversi carri armati russi.
Ieri, durante l’adunanza del Consiglio della regione di Rovno, egli ha minacciato i consiglieri con un mitra e altre armi affinché vengano soddisfatte le richieste del suo movimento, Pravy Sektor (Settore Destra), di garantire un’abitazione alle famiglie dei “pacifici manifestanti” uccisi durante gli scontri della scorsa settimana a Kiev.

Aleksandr Muzychko, la saga continua.
Dopo aver preso di mira gli esponenti politici regionali, questa volta è il turno di un magistrato in servizio presso la locale Procura, reo di aver trascurato le indagini sull’omicidio di una donna.
Improperi e minacce di ogni sorta si sprecano.

[Modificato il 27 Febbraio alle ore 23:30]

Febbraio 2014: la sovversione atlantica non conosce soste

1450262

Che cos’hanno in comune Venezuela, Ucraina e Siria?
Apparentemente nulla, se non di essere degli Stati abitati da esseri umani.
Oltretutto, si trovano lontanissimi l’uno dall’altro, in contesti geografici e culturali molto diversi tra loro. Dunque, potremmo già finirla qui.
Ed invece no. Venezuela, Ucraina e Siria condividono in questi giorni un destino comune: quello di essere nel mirino della sovversione atlantica.
Ma c’è dell’altro. La concomitanza di questi tentativi di sovversione manu militari i governi locali ha lo straordinario pregio di poter aprire gli occhi, in extremis, anche agli ultimi ciechi che non ce la fanno a vedere come stanno le cose (mentre chi “non vuol vedere” è irrecuperabile).
Dall’America Latina all’Eurasia, al Vicino e Medio Oriente arabo islamico è tutto un susseguirsi, a ritmi vorticosi e sempre più aggressivi, di situazioni analoghe, orchestrate secondo una sequenza ormai consolidata.
Si comincia con le richieste di “pacifici manifestanti”, guidati da istruttori delle ONG preventivamente operanti sul territorio, che il governo non recepisce o recepisce in parte, tanto sono pretestuose ed irricevibili. Poi, abbastanza presto, tra i suddetti ci scappa il morto (con modalità mai troppo chiare), subitamente elevato a “martire” dai “media globali”. A quel punto, i “pacifici manifestanti” estraggono le pistole e le mitragliatrici, e se necessario anche le bombe, dimostrando di essere ben altro (paramilitari già addestrati).
Scatta la battaglia con le forze dell’ordine. Il “mondo libero”, per bocca delle sue “democratiche istituzioni”, chiede che “cessino immediatamente le violenze”, che tradotto in linguaggio comprensibile significa: “Il governo deve arrendersi!”.
Se non lo fa, si minacciano e poi si applicano “sanzioni” (e “congelamenti” di beni: v. “sequestri”), mentre i medesimi “media globali” (e ovviamente “liberi” ed “indipendenti”) disseminano una versione a senso unico dei fatti e del contesto strategico, geopolitico e geoeconomico in cui essi si svolgono.
A quel punto il piano di sovversione è di fronte ad un bivio. Se va in porto in questa prima fase, tanto meglio: si fa prima, costa meno e la cosa è più facile da presentare come una “rivoluzione popolare”. Altrimenti scatta l’opzione militare vera e propria, come in Siria. I “pacifici manifestanti” dimostrano di sapersela cavare anche contro l’esercito!
Una volta raggiunto l’obiettivo, ovvero il rovesciamento del locale governo inviso all’America e alla grande finanza (ed in particolare l’eliminazione fisica del “tiranno”), il primo passo è già segnato fin dall’inizio della storia: un “prestito” per risollevare la locale economia in cattive acque, oltretutto già messa in ginocchio da “sanzioni” e attacchi speculativi sulla valuta nazionale mirati a svalutarla. Un “prestito” che regolarmente viene stipulato col pupazzo rinnegato del suo popolo e la sua cricca insediati subito dopo la “rivoluzione”.
Ecco qua un esempio lampante di ciò: “Gran Bretagna e Germania sostengono il nuovo governo e chiederanno al Fondo Monetario Internazionale di concedere aiuti finanziari”. (Ansa.it, 22 febbraio 2014)
Non hanno nemmeno finito la loro “rivoluzione” che già il cappio dell’usura (e delle “riforme strutturali”) si stringe attorno al collo degli ucraini!
Più la solita rassegna di “rivelazioni” scandalistico-moralistiche (la villa del “dittatore pazzo”, il lusso di cui si circondava ecc.): a quando dei servizi speciali sulle regge dei grandi nomi della finanza, dell’economia e dell’editoria “italiane” ed “europee”?
Quando gli stessi manovratori sono impegnati contemporaneamente, con medesime modalità e finalità, da un capo all’altro del pianeta, e per giunta non ne fanno mistero, significa che i giochi sono molto chiari.
A meno che non si voglia credere che il motore di tutto ciò sia – come riferiscono i media stessi – un “vento di libertà” che stranamente soffia sempre in una direzione e mai in un’altra…
Enrico Galoppini

Fonte

Facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce

elezioni

Alla faccia di PisciaLetta e di tutti gli scodinzolanti ominicchi di destra, centro e sinistra…

“Sessant’anni di subordinazione politica e geoeconomica agli Stati Uniti hanno ormai quasi definitivamente privato il nostro paese d’industrie attive nei settori high tech e ridotto la classe politica italiana ad un insieme di smidollati e pagliacci che in nome del deficit, dei parametri dell’euro e della “carta”, sono disposti a sacrificare il “ferro”, interi comparti industriali medi e soprattutto high-tech. Tutto il contrario di quello che fanno gli USA, come abbiamo visto, o di quello che fanno i francesi e i tedeschi.
Per invertire la rotta bisognerebbe dotarsi di un ceto dirigente sovranista ed europeista in senso forte che smascheri quello euroatlantico, annichilendo tanto le correnti culturali domestiche decrescetiste, tecnofobe, antiscientifiche, romantiche, pacifiste e primitiviste – vero cancro del paese che l’hanno infettato alle radici – tanto quanto quelle politiche piccolo-nazionali ed atlantiste.
Ma anche se, nella più ottimistica delle previsioni, ciò dovesse accadere, l’Italia da sola non avrebbe i numeri per fare una politica di sviluppo (e potenza) sostenibile; nell’era dei continenti e dei grandi spazi, l’Italia da sola non può fare “Big Science” e competere con quei giganti aziendali che stanno alla base del dominio USA. Nel XXI secolo ci vuole stazza continentale ed è pertanto necessaria una stretta alleanza con uno o più delle potenze nazionali vicine, siano queste la Francia, la Germania o la Russia. E’ indispensabile una scelta paneuropea dell’industria high-tech italiana, che passi attraverso la fusione dei diversi comparti nazionali europei, avendo la forza di contrattare un accorpamento che tuteli il più possibile gli interessi della nostra popolazione. Alla radice ci deve essere una condivisa scelta politica di creazione di un blocco continentale autonomo dagli USA.
(…)
Un’Italia guidata da un gruppo dirigente sovranista ed europeista forte, dovrebbe però chiedere alla Germania (e in subordine alla Francia) di giocare allo scoperto e mettere le carte sul tavolo per capire se vale veramente la pena di puntare ad un’aggregazione paneuropea attorno al nucleo tedesco, e magari poi aiutarla e fiancheggiarla in questo duro percorso che preveda la creazione di un reale blocco continentale, con una vera unificazione dotata di un esercito europeo, di un bilancio comune, di una “Big Science” comune, di una politica estera ed economica autonoma dagli USA.
Con l’inizio del nuovo mandato di Angela Merkel, con le contrattazione sul TAFTA che stanno per partire, con le decisioni del nuovo management di Siemens e tanti altri segnali, si riuscirà a stanare meglio le reali intenzioni della Germania.
Ma è certo che ad aiutare o addirittura a pretendere dalla nazione tedesca non può essere la “puttana” atlantica che dall’8 settembre del ’43 – e ancora più negli ultimi vent’anni – siamo soliti chiamare Italia, cavallo di troia statunitense nell’Unione Europea tanto quanto la Gran Bretagna.
(…)
Se vogliamo che nei cieli della nostra terra risplenda un barlume di dignità e di patriottismo europeo; se vogliamo che tra le sue valli rimbombi di nuovo dieci e cento volte “Eureka” – la gioia della scoperta e l’orgoglio del progresso tecnico e scientifico oggi possibile solo con la “Big Science” e con la stazza continentale – facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce e liberiamoci da una classe dirigente che sembra saper dire solo: “Yes, Sir”.”

Da La battaglia per le aziende strategiche, di Michele Franceschelli.

Quello che sta avvenendo in Turchia

5927_542269409152532_221289116_n

Prima, durante e dopo le proteste di Piazza Taksim e l’occupazione del Parco Gezi.

“Quello che sta avvenendo in Turchia può essere paragonato alla militarizzazione degli Stati Uniti da parte di George W. Bush Jr. dopo l’episodio dell’ 11 Settembre 2011. Analogo è il discorso nazionale e il ritratto del mondo in termini straussiani: bianco e nero. Siccome la Turchia cerca di assicurarsi un posto nel sistema capitalista mondiale, all’interno la democrazia si indebolisce sempre più. In Turchia sono all’ordine del giorno gli arresti e le detenzioni arbitrari, la censura, i tribunali militari, le vessazioni governative, le minacce provenienti dalle autorità. La frequenza delle brutalità poliziesche e i casi di eccessivo uso della forza con risultati mortali sono in aumento. L’AKP ha imposto limiti crescenti sull’opposizione. Un gran numero di attivisti turchi è stato arrestato e tenuto in carcere in tutto il Paese.
L’opposizione interna alla politica estera dell’AKP sta polarizzando la società turca. L’impegno dell’AKP nel finanziare, addestrare ed armare le milizie che tentano di abbattere il governo siriano ha diviso il Paese ed ha alienato ampi settori della popolazione turca. L’ospitalità data allo scudo spaziale della NATO e ai missili Patriot ha reso anch’essa peggiore la situazione, dividendo la società turca ed alienando le simpatie dei vicini meridionali ed orientali. I partiti d’opposizione ed ampi settori della popolazione si oppongono decisamente all’interferenza turca negli affari interni siriani. Una parte significativa della Grande Assemblea Nazionale della Turchia ha condannato l’AKP per aver portato fuori strada il popolo turco, per avere sospinto il Paese verso il disastro e per aver distrutto i rapporti coi più importanti Paesi vicini. In Turchia il piccolo capitale è stato soggetto ad una crescente frustrazione, perché la posizione turca sulla Siria e il suo coinvolgimento negli scontri ha danneggiato anche il commercio regionale turco.
Anche se nell’America settentrionale e nell’Unione Europea si presta una scarsa attenzione alle restrizioni cui sono sottoposti i mezzi di comunicazione in Turchia, nel 2012 l’organismo Giornalisti Senza Frontiere hanno definito la Turchia come “la più grande prigione del mondo per giornalisti”. Benché sia evidente che i Giornalisti Senza Frontiere non sono obiettivi, tuttavia vale la pena di citare questo organismo, che nell’Indice della Libertà di Stampa del 2013 ha messo la Turchia al 154° posto in una lista di 179 Paesi;
(…)
Il governo turco ha usato sempre più spesso azioni legali strategiche finalizzate a censurare, intimidire e ridurre al silenzio i suoi critici all’interno del Paese, gravandoli del costo di una difesa legale fino a quando non rinuncino alla loro azione di critica pubblica. Per l’AKP la soluzione in parte si è collegata a una crescente tendenza al monopolio dei mezzi di comunicazione, che ha aiutato la società filogovernativa Turkuvaz Medya ad esercitare il predominio nell’ambito mediatico. L’AKP ha controllato attentamente la formazione del monopolio nel settore dei mezzi di comunicazione, che ha garantito all’AKP stesso la massima influenza mediatica. In un atto di disperazione, l’AKP ha anche dichiarato che si è “o con noi o contro di noi”. Chiunque si schieri contro la politica dell’AKP, viene bollato come traditore, spia, criminale o terrorista.”

Da Neottomanismo e teoria del sistema mondiale, di Mahdi Darius Nazemroaya, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXX, 2-2013, pp. 57-58.

La scelta implicita tra guerra e pace

Eurasia

Brevi stralci di due recenti articoli di Pierluigi Fagan.

“Si stanno dunque velocemente contraendo le condizioni di possibilità esterne, ed altrettanto velocemente si dovranno riformulare la meccanica e la dinamica dell’intero sistema (il sistema economico-politico che in Occidente chiamiamo capitalismo, al quale corrisponde la forma politica della democrazia liberale) prima e più di quanto normalmente si pensi. Si può leggere tutta la faccenda degli anni ’80, detta neoliberale (finanziarizzazione, globalizzazione, privatizzazione, de-regolamentazione) come reazione a questa contrazione delle possibilità esterne. Le prime due mosse per cercare di bypassare, negandolo, tale restringimento; le seconde due come mosse per liberare condizioni interne visto che quelle esterne andavano problematizzandosi. Il nuovo imperialismo interno al sistema socio-capitalistico è il ripiegamento interno di un sistema che ha sempre maggiori difficoltà a procacciarsi le sue condizioni di replicazioni all’esterno, nel mondo.
Il prossimo negoziato USA-EU per la creazione di una super-area-di-libero-scambio è il riflesso di tutto ciò, ovvero creare una unione degli ex-competitori coloniali ed imperiali, per formare un nuovo soggetto unitario (difensivo-offensivo) vs il resto del mondo. Per questo, volenti o nolenti, uniranno in qualche modo l’Europa. Di ciò non è in predicato il “se”, ma il “come”. Il “quando” è già noto: ora. I negoziati infatti dovrebbero iniziare il mese prossimo e le recenti ed inusuali per un francese, dichiarazioni di Hollande relativamente ad un soggetto europeo unito politicamente, vanno nel senso di questa accelerazione.
“Letteralmente, orientarsi significa: determinare a partire da una certa regione del mondo (una delle quattro in cui suddividiamo l’orizzonte) le altre, in particolare l’oriente” [ I. Kant, Cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano, 1996-2006 ]. L’abbraccio disperato dei conflittuali pezzi dell’Occidente per difendersi dalla minaccia del mondo che diviene plurale è il riflesso istintivo della paura che precede proprio quella fine di marginalità di cui si ha paura. Realizza la sua stessa profezia negativa. Ri-orientarsi invece significa una inevitabile e quanto mai salutare separazione degli occidenti. Guardare all’Asia, gli uni (gli USA) con ansia ed aggressività, gli altri (l’Europa) con apertura ed empatia. Per l’Europa, significa guardare ad Oriente, ovvero l’altra parte della grande zolla continentale sulla quale vivono le due grandi civilizzazioni del pianeta. Significa mettersi nelle condizioni di trovare un nuovo modo di stare al mondo, un modo nuovo nel mondo nuovo.
A seconda che lo sguardo europeo si volga impaurito all’estremo Occidente o curioso all’estremo Oriente si farà la scelta implicita tra guerra e pace, tra passato e futuro. Mai il decidere dove volgere lo sguardo fu così gravido di conseguenze.”

Da Il ri-orientamento dell’Occidente.
[L'articolo risale al 23 Maggio u.s., il collegamento inserito è nostro]

“Infine, [PRISM] serve a monitorare non forse gli individui ma le imprese e le istituzioni di alleati, nemici, neutrali in giro per il pianeta. La UE ha chiesto spiegazioni alla amministrazione americana a riguardo ma è assai deprimente che l’istituzione comune degli europei sia così ingenua da non sapere già a cosa serva PRISM. Credere che si possa fare una area di libero scambio con gli USA, senza con ciò spalancare le porte della città all’invasione di quello che per quanto “amico” geopolitico (“amico” negli scenari passati, in quelli futuri è tutto da dimostrare) è pur sempre un agente di mercato concorrente nella logica della ricchezza delle nazioni è come credere che il cavallo di Troja fosse una innocua offerta per placare gli dei e propiziare la felice ritirata degli assedianti. E’ lì che colei che ammonì i trojani, Cassandra, darà nome a tutta quella schiera degli inascoltati ammonitori del pericolo invisibile a gli occhi degli ingenui credenti (quando con corrotti e conniventi).
PRISM è la testimonianza indiretta di quanta paranoia giri nelle alte sfere statunitensi. Se si impianta un così sofisticato, pervasivo, allucinante sistema di osservazione e controllo è perché si ha paura, paura della vulnerabilità. PRISM è l’ammissione indiretta della Grande paura americana, la paura di perdere quelle condizioni di possibilità che hanno reso felice un paese di diverse centinaia di milioni di americani per due secoli. PRSIM in definitiva è un ansiolitico per il potere americano, ma le ragioni concrete sottostanti quell’ansia, non si curano con più controllo esterno. Quando è finita, è finita, insistere è umano ma nessuna civiltà complessa ha mai mostrato i segni di autoconsapevolezza e di capacità adattiva al proprio ridimensionamento.
Per questo, prima o poi, sono tutte morte.”

Da A cosa serve realmente PRISM?.

Iddio è il migliore degli strateghi!

10002_112043895662079_1571464043_nDedicato agli “amici della Siria”, che oggi si ritrovano in Qatar per decretare nuovi “aiuti” ai “ribelli”…

“L’attacco sferrato contro la Siria, effettuato per mezzo di una manovalanza settaria stipendiata dai regimi pseudoislamici del Golfo, rientra nel tentativo nordamericano di destabilizzare l’Eurasia, al fine di conservare agli Stati Uniti quello statuto di unica superpotenza mondiale che essi sono ormai condannati a perdere.
Gli strateghi statunitensi infatti vorrebbero balcanizzare – è stato lo stesso Brzezinski a parlare di “Balcani eurasiatici” – tutta l’area compresa che va dal Nordafrica al Vicino Oriente, al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. Dal Maghreb arabo ai confini della Cina.
Incendiare l’Eurasia mediante la sovversione settaria, i movimenti secessionisti, le pseudorivoluzioni più o meno colorate, le cosiddette “primavere”, il terrorismo: questa la strategia di Washington per impedire il passaggio dall’unipolarismo statunitense all’ordinamento multipolare del mondo.
Questa strategia si svolge attraverso tre fasi, che riguardano rispettivamente l’Asia centrale, il Nordafrica e il Vicino Oriente.
Il processo è iniziato in Asia centrale nel periodo della guerra fredda, prima con la destabilizzazione e poi con l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Nel Nordafrica, ci sono state le cosiddette “primavere arabe” e la distruzione della Libia, con le conseguenti ripercussioni nell’Africa subsahariana. Il prossimo obiettivo, Dio non voglia, sarà probabilmente l’Algeria.
Nel Vicino Oriente, dove il processo è iniziato con l’invasione anglo statunitense dell’Iraq, l’obiettivo attuale è la Siria, alleata strategica dell’Iran, che è l’obiettivo principale nella regione.
Qual è il programma concepito dagli strateghi atlantici per la Siria?
Ce lo attesta il Protocollo di Doha del novembre scorso, nel quale si trovano elencate, punto per punto, le condizioni imposte dagli Stati Uniti, tramite il primo ministro qatariota, all’eterogenea coalizione degli oppositori armati del governo di Damasco:
1. La Siria deve ridurre gli effettivi del suo esercito a 50.000 unità.
2. La Siria farà valere il suo diritto di sovranità sul Golan solo con mezzi politici. Entrambe le parti firmeranno accordi di pace sotto l’egida degli Stati Uniti e del Qatar.
3. La Siria deve sbarazzarsi, sotto la supervisione degli Stati Uniti, di tutte le sue armi chimiche e biologiche e di tutti i suoi missili. Questa operazione deve essere effettuata sul territorio della Giordania.
4. La Siria deve rinunciare a qualsiasi pretesa di sovranità su Alessandretta e ritirarsi in favore della Turchia dai villaggi di confine abitati da Turkmeni nei governatorati (muhafazah) di Aleppo e Idlib.
5. La Siria deve espellere tutti i membri del Partito dei Lavoratori del Curdistan e consegnare quelli ricercati dalla Turchia. Questo partito deve essere inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
6. La Siria deve annullare tutti gli accordi e i contratti stipulati con la Russia e la Cina nei settori delle trivellazioni e degli armamenti.
7. La Siria deve concedere al Qatar il passaggio del gasdotto attraverso il territorio siriano verso la Turchia e quindi verso l’Europa.
Come si vede, il Protocollo di Doha stabilisce che la Siria dovrà essere privata della propria sovranità, più o meno come è avvenuto nel 1979 per l’Egitto con gli Accordi di Camp David.
Questo è il prezzo che l’opposizione armata si è impegnata a pagare, nella malaugurata ipotesi di un suo insediamento a Damasco, agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ma, a quanto pare, i settari hanno fatto male i loro calcoli, sicché farebbero bene a meditare su questo versetto coranico e a ricordarlo agli strateghi atlantici:
Wa makarû wa makara Allâhu. Wa Allâhu khayru’l-mâkirîn.
“Tessono strategie, ma anche Iddio ne tesse. E Iddio è il migliore degli strateghi!” (Corano, Al-’Imran, 54).”

Il testo dell’intervento di Claudio Mutti, saggista e direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, durante la manifestazione La Siria non si tocca! svoltasi a Roma lo scorso 15 Giugno.

Turchia: scegliere tra l’Occidente e l’Eurasia

eurasia 2-13

“Nell’elaborazione geopolitica di Ahmet Davutoğlu, consigliere diplomatico di Erdoğan diventato ministro degli Esteri nel 2009, la comunità dei popoli turchi occupa un posto fondamentale: “L’impero delle steppe, l’Orda d’Oro, dal Mar d’Aral all’Anatolia è un punto fermo del suo pensiero. La Turchia ha ogni interesse a rivivificare questa vocazione continentale e ad avvicinarsi al gruppo di Shanghai sotto la bacchetta della Cina e della Russia”. La lentezza con cui procedono i negoziati per l’adesione all’Unione Europea è stata determinante per spingere Ankara nella direzione teorizzata da Ahmet Davutoğlu, il quale ha firmato nell’aprile 2013 un protocollo d’intesa che fa della Turchia un “membro dialogante” dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. “Ora, con questa scelta, – ha dichiarato Dmitrij Mezencev, segretario generale dell’Organizzazione – la Turchia afferma che il nostro destino è il medesimo dei Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai”. E Davutoğlu: “La Turchia farà parte di una famiglia composta di paesi che hanno vissuto insieme non per secoli, ma per millenni”.
La decisione turca di aggregarsi all’Organizzazione di Shanghai, nucleo di un potenziale blocco di alleanza eurasiatica, potrebbe essere gravida di importanti sviluppi. Infatti la politica di avvicinamento a Mosca, Pechino e Teheran, se coerentemente perseguita, si rivelerebbe incompatibile con un “neoottomanismo” che malamente nasconde un ruolo subimperialista, funzionale agl’interessi egemonici statunitensi. Non solo, ma prima o poi la Turchia potrebbe porre seriamente in discussione il proprio inserimento nell’Alleanza Atlantica e rescindere i vincoli col regime sionista, qualora intendesse credibilmente proporsi come punto di riferimento per i Paesi musulmani del Mediterraneo e del Vicino Oriente. E non è nemmeno da escludere che uno scenario di tal genere possa indurre l’Europa stessa ad un’assunzione di responsabilità, incoraggiandola a riannodare quell’alleanza con la Turchia che la Germania e l’Austria-Ungheria avevano stabilita all’inizio del secolo scorso…
Börteçine,il lupo grigio che guidò i Turchi verso l’Anatolia, oggi si trova ad un bivio. Non si tratta di scegliere tra l’Europa e l’Asia, ma tra l’Occidente e l’Eurasia.”

Da Il lupo grigio è al bivio, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXX, 2-2013.

NATO: un’alleanza da ripensare

analisinatoAnalisi a cura del CeSEM, maggio 2013.

Con contributi di:
Matteo Pistilli, La NATO è un’alleanza utile all’Europa? Qualità e quantità dei costi militari
Andrea Turi, NATO: storia, compiti, strategie e significato di un’alleanza nel mondo bipolare (1945-1991)
Giacomo Gabellini, La funzione strategica della NATO dopo il crollo dell’Unione Sovietica
Maria Pilar Buzzetti, L’anomalia dei trattati bilaterali Italia-USA sulle basi militari NATO
Maria Pilar Buzzetti, L’appartenenza dell’Italia alla NATO: una limitazione di sovranità?
Ali Reza Jalali, La NATO e il mondo islamico

Il relativo file .pdf può essere liberamente scaricato qui.

Il docile cane da guardia americano

allegra famigliola

“La strategia di contenimento della Cina non si può limitare all’Asia, poiché il suo raggio di azione è planetario, dall’Africa al Sud-America all’Europa. Per Washington è pertanto prioritario coinvolgere in questa strategia anticinese anche le potenze europee, soprattutto perché una solida alleanza con l’Europa rimane la conditio sine qua non del proprio predominio planetario. Le nazioni europee appartenenti alla NATO, se da un punto di vista politico-militare sono già inquadrate ed “ingabbiate” all’interno dell’alleanza, da un punto di vista economico hanno, almeno sulla carta, la libertà di approfondire il legame con Pechino e i BRICS. Ma i rapporti economici, quando superano un certo volume e toccano certi settori strategici, diventano il volano per più strette relazioni politiche con il costituirsi di gruppi d’affari e di potere fortemente interessati al mantenimento di buone relazioni con i paesi non allineati con cui fanno affari e pertanto certi paesi NATO possano alla lunga diventare meno sensibili alle necessità degli schemi strategici atlantici. Gli Stati Uniti cercano di ostacolare l’intensificarsi di queste relazioni economiche soprattutto quando coinvolgono settori ad alta tecnologia . Quest’azione che prende di mira i paesi “alleati” che dimostrano un eccesivo e pericoloso grado di libertà economica con le nazione di volta in volta non allineate al potere nord-atlantico non è affatto nuova ma è anzi una costante della politica statunitense – l‘Italia l’ha sperimentata sulla propria pelle da decenni, da Enrico Mattei a Bettino Craxi fino all’ultimo Silvio Berlusconi – e si concretizza con le buone e le cattive maniere, provocando pesanti ricadute negative all’economia e al tessuto sociale dei paesi che cedono a queste pressioni.
(…)
Il TAFTA è uno strumento che i circoli politici atlantisti di entrambe le sponde dell’oceano hanno elaborato per tenere le nazioni europee ancorate a Washington e rappresenta un ulteriore “ingabbiamento” di questi paesi dentro i già stretti perimetri politico-militari dell’alleanza; le relazioni economiche verranno riorientare e incanalate verso l’indebitato e piccolo mercato americano mentre l’espansione verso il grande e dinamico mercato eurasiatico, nostro vicino di casa, imperniato sulla Russia e la Cina, dovrà essere contenuta.
“Rinserrare i ranghi” della NATO attraverso il TAFTA sarebbe un progetto inconcepibile se l’Unione Europea si sgretolasse sotto la crisi dell’euro. Gli Stati Uniti, fin dall’inizio della crisi della moneta unica – frutto delle decennali contraddizioni del processo di unificazione europea e della crisi dei mutui subprime – sono stati fortemente impegnati a garantire la sopravvivenza dell’euro e dello status quo in Europa, una stabilità che fa da substrato indispensabile a quella militare della NATO. Una rottura della zona euro, come in un’esplosione, avrebbe gettato i paesi europei nelle braccia di Mosca e Pechino, e avrebbe consentito alla stessa Germania di muoversi in modo molto più autonomo sullo scenario internazionale, più libera dai vincoli euroatlantici, creando una contraddizione insolubile tra l’agenda strategica della NATO e gli interessi economici dei suoi paesi membri.
Gli Stati Uniti hanno bisogno che, in questo quadro di stabilità, gli europei si assumano il compito di garantire la sicurezza – in senso atlantista – del Mediterraneo e del Vicino Oriente, consentendo a Washington di avere le spalle coperte per concentrare il proprio potenziale in Asia.
(…)
Più in generale, da come evolveranno i negoziati sul TAFTA sarà possibile comprendere meglio gli intenti politici e la distribuzione delle forze nei diversi paesi europei e in seno all’Unione Europea. Quest’ultima ha davanti a sé la possibilità di diventare definitivamente il docile cane da guardia americano ai confini dell’Eurasia – un po’ come il Giappone dall’altra parte del continente eurasiatico- guidato da una Germania rassegnata al proprio destino euroatlantico e sorvegliata dagli altri staterelli clienti come Gran Bretagna, Italia e Francia, in funzione antirussa ma soprattutto anticinese, oppure un soggetto geopolitico che – libero dai condizionamenti della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America – si affranchi dalla NATO. Un “europeismo rivoluzionario” – per riprendere il titolo di un recente articolo apparso sul Corriere della Sera sull’ultimo libro di Sergio Romano in cui l’ex ambasciatore si auspica “come compito primario dell’Europa unita una svolta radicale in politica estera, cioè la proclamazione di una neutralità di tipo svizzero, la cui immediata conseguenza sarebbe la scelta di «congedare le basi americane» e sciogliere la NATO o tramutarla in qualcosa di profondamente diverso dall’alleanza che abbiamo conosciuto fino ad adesso” – un “europeismo rivoluzionario” con il quale l’Europa possa finalmente svincolarsi da Washington e guardare alle nazioni dei BRICS e dell’Eurasia, alla Repubblica Popolare Cinese, come a partner amici con cui edificare un futuro armonioso e pacifico, e non come nazioni nemiche da combattere.”

Da TAFTA: una “NATO economica” contro l’Eurasia, di Michele Franceschelli.

Un’amicizia molto pericolosa

alleati
Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Libia un anno dopo il Martirio di Gheddafi

Mercoledì 24 Ottobre 2012
ore 21.00
CONFERENZA STAMPA
Albergo delle Notarie, Via Palazzolo 5, Reggio Emilia
informazioni: 348 3354890

La tragedia della Libia un anno dopo il Martirio di Gheddafi e l’aggressione NATO alla Jamahiria. Per non dimenticare

intervengono:
Stefano Bonilauri, Stato e Potenza
Luca Tadolini, Centro Studi Italia

saranno presenti studenti libici che porteranno la loro testimonianza relativa la situazione in Libia ed in particolare dalla città di Bani Walid assediata.

La tragedia della Libia non è solo la storia della distruzione della Jamahiria, una repubblica indipendente del Mediterraneo, da parte della Alleanza Atlantica ad egemonia USA, ormai esplicitamente impegnata in un conflitto geopolitico ed economico, degno successore della Guerra Fredda, contro gli Stati euroasiatici.
La guerra in Libia dello scorso anno è stata anche la tragedia della politica estera italiana, dove l’Italia è stata costretta ed umiliata al tradimento dell’alleato libico, fino a partecipare con le proprie forze armate alla distruzione della Jamahiria, la repubblica con la quale il Parlamento Italiano aveva siglato una alleanza economica, politica ed un patto di non aggressione.
La tragedia della Libia ha offerto all’Europa in crisi l’immagine di un Martirio, quello del Colonnello Gheddafi, Guida politica del popolo libico, caduto in armi sotto il fuoco vile dei droni NATO senza pilota, martirizzato dalla guerriglia mercenaria armata dalla UE – Nobel per la Pace? – e dagli Emiri del Petrolio: Muammar Gheddafi, assassinato, infine, dalla pistola dei servizi segreti di qualche statista traditore.
La tragedia della Libia è la tragedia di un popolo che in nome di un falsa rivoluzione e di una falsa democrazia è stato condannato alla guerra fratricida, al caos, ad essere di nuovo terreno di abusi neocoloniali. In queste ore, bombardata anche con i gas, nel disinteresse del cosiddetto Occidente, si muore in Libia a Bani Walid, dove ancora sventola l’ormai ribelle bandiera verde della Jamahiria di Gheddafi.

Per un mondo multipolare, per la pace mondiale

“È emersa una nuova ed inarrestabile domanda di riforme monetarie, economiche e commerciali capaci di dare risposte adeguate ad un mondo politico multi polare. Oltre all’Unione Europea, stanno scrivendo le pagine della storia i paesi del Brics e altre coalizioni regionali di paesi emergenti.
Non solo per un giusto affrancamento politico e per una nuova indipendenza economica, ma questi nuovi soggetti ritengono che sia arrivato il momento di pensare ad un rinnovato sistema monetario ed economico internazionale dove tutti abbiano un peso e una reale capacità di decisione.
È di pochi giorni fa la notizia che i governi cinese e giapponese hanno firmato un accordo che prevede che i loro commerci avverranno in yuan e in yen e non più in dollari. Molti ormai chiedono un paniere di monete che, oltre al dollaro, all’euro e allo yen comprenda anche le valute della Cina, dell’India, della Russia, del Brasile e di altri paesi, oltre all’oro.
È un processo non lineare e nemmeno privo di rischi geopolitici. Il sistema del dollaro, che ha dominato l’intera finanza mondiale, sa di dover perdere privilegi e rendite. Sa che le grandi bolle finanziarie, come quelle dei derivati Otc, non potranno avere spazio in un simile sistema.
Nella costruzione del nuovo paniere di monete l’euro ha un oggettivo peso sia economico che politico. L’Unione europea è la prima economia industriale del pianeta e come polo tecnologico è centrale. La sua stabilità può svolgere il ruolo di catalizzatore per le altre economie emergenti. Se venissero meno l’Europa e l’euro, il lavoro per il nuovo sistema monetario verrebbe bloccato. La Cina e gli altri paesi del Brics sono in forte crescita ma, secondo noi, non hanno ancora da soli la capacità di determinare simili cambiamenti sistemici.
Inoltre l’Ue e l’euro potrebbero essere attori centrali nella costruzione del contenente euroasiatico che sarà attraversato e unito da moderne “vie della seta”. Si tratta di nuovi scenari di sviluppo non solo dell’economia ma soprattutto per la pace mondiale. I sostenitori di una geopolitica di vecchio stampo britannico li hanno sempre osteggiati perché vedono l’Eurasia in contrapposizione all’America e ritengono che l’eventuale sgretolamento dell’euro servirebbe a fermare tali processi.
Riteniamo che l’Europa debba rendersi consapevole di queste evoluzioni e affrontare i suoi problemi anche nell’ottica delle grandi sfide globali. Così facendo può trovare nei paesi del Brics alleati strategici e non cercare in loro soltanto dei possibili compratori di titoli di debito pubblico. Bisogna convincersi che il «tavolo da gioco» è oggettivamente più grande di quello angloamericano!”

Da La finanza non abbandonerà l’euro, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

Colonizzare attraverso le Costituzioni


“Una Costituzione nazionale agisce come il DNA di un Paese. Le Costituzioni sono il documento centrale ed il nucleo fondamentale di tutte le leggi nazionali che regolano le funzioni di governo, le divisioni del potere interno, l’economia nazionale, le relazioni estere, le posizioni nazionali su trattati bilaterali e internazionali, le relazioni militari, gli standard monetari, gli investimenti e il commercio. Le costituzioni dei nuovi Paesi “liberati” sono state progettate per sovvertirli politicamente ed economicamente. La Costituzione bosniaca è un esempio primario di questo processo. Tale carta è stata redatta come parte di un più ampio accordo di pace conosciuto come gli Accordi di Dayton, che sono stati scritti in una base militare nordamericana in Ohio e furono firmati nel 1995. L’Accordo di Dayton e l’accettazione di una Costituzione redatta all’estero hanno di fatto trasformato la Bosnia-Erzegovina in un protettorato moderno. In base alla nuova Costituzione, un nuovo quadro politico ed economico e un nuovo modello sono imposti in Bosnia-Erzegovina sotto l’occhio vigile dei soldati della NATO. Secondo la Costituzione bosniaca il Paese è diventato legalmente gestito da non-bosniaci e il capo effettivo del governo bosniaco è divenuto la persona che ricopre la carica di Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. L’Alto rappresentante non è un cittadino bosniaco ed è effettivamente un governatore coloniale dato che è un funzionario di Bruxelles, assegnato dall’Unione Europea. L’Alto Rappresentante è stato anche simultaneamente il rappresentante speciale dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina dal 2002. Allo stesso tempo, il Vice Rappresentante è sempre venuto da Washington. Il capo della Banca Centrale bosniaca è anch’esso uno straniero, selezionato da Washington, Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale. La Banca Centrale della Bosnia è ormai diventata una subordinata al sistema bancario degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale e non può nemmeno operare un credito o definire la propria valuta in base alle direttive della Costituzione. Prima che il Kosovo dichiarasse ufficialmente la propria indipendenza nel 2008, la situazione era identica anche lì. Dal 1999, la politica fiscale ed economica in Kosovo è stata dettata e governata da Washington e Bruxelles. UNMIK ha anche scollegato il Kosovo dalla sua unità economica con la Jugoslavia, sostituendo il dinaro jugoslavo con il marco tedesco il 9 settembre 1999. UNMIK ha inoltre incoraggiato la popolazione del Kosovo a fare affari utilizzando le valute estere, tra cui il dollaro statunitense, che ha creato benefici per Washington ed i suoi alleati dell’Europa occidentale. Nonostante il fatto che sia ancora ufficialmente parte della Jugoslavia e della Serbia, il Kosovo potrebbe anche passare all’euro e l’UNMIK non ha mai nutrito l’idea di una moneta locale in Kosovo.
Il processo di colonizzazione in Afghanistan e in Iraq non è diverso dal modello applicato nella ex Jugoslavia. Questi processi iniziano tutti con una nuova autorità in materia che viene imposta dopo una guerra o un’invasione. Le nuove amministrazioni poi riconfigurano i territori occupati e creano nuove Costituzioni nazionali. Le economie nazionali sono destabilizzate dalla violenza, le divisioni sono alimentate da catalizzatori stranieri, e i Paesi iniziano a dissolversi come entità coesa. Infine sono stabilite colonie o protettorati che includono guarnigioni militari imperiali in forma di basi militari oltreoceano USA e NATO. Questa infrastruttura di basi militari è simile a quelle dei territori di frontiera nel passato impero romano. Nel 2003, un amministratore straniero è stato anche nominato dall’autorità anglo-americana nell’Iraq occupato dalla Casa Bianca. Costui ha occupato inizialmente il posto di direttore provvisorio dell’Ufficio per la ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria (ORHA), che poi si è evoluto nell’Autorità provvisoria della coalizione. Il supervisore della seconda amministrazione  di transizione in Iraq è stato chiamato con molti nomi, tra cui rappresentante speciale in Iraq, alto rappresentante in Iraq, amministratore della Coalition Provisional Authority, governatore dell’Iraq, console dell’Iraq, e proconsole dell’Iraq. Gli ultimi due titoli, quelli di console e proconsole dell’Iraq, sono nomi che derivano direttamente dai libri di storia e sono stati utilizzati dai Romani. Andando avanti, l’amministratore della Coalition Provisional Authority ha servito uno scopo simile, come l’Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. Secondo l’amministratore della coalizione tutta una serie di riforme avrebbero dovuto avere luogo e nel 2004 una Costituzione ad interim conosciuta come la Legge amministrativa di transizione è stata arbitrariamente imposta in Iraq. La centralità di una nuova Costituzione era così importante per il governo degli Stati Uniti che nel 2005 un parlamentare iracheno, Mahmoud Othman, ha dichiarato: «Ci hanno dato una proposta dettagliata, quasi una versione completa di una Costituzione. [...] I funzionari degli Stati Uniti sono più interessati alla Costituzione irachena che gli iracheni stessi». Una Costituzione nazionale, in base alla legge amministrativa di transizione, serviva a legittimare la de-centralizzazione dell’Iraq che ha condotto alla creazione di un fragile sistema federale e il programma di quasi immediata privatizzazione che l’Autorità provvisoria della coalizione aveva già avviato nel 2003 con l’ordine no. 39 dell’Autorità provvisoria. L’art. 10 della Costituzione afghana, che è stato scritta nel 2004, ha anche spinto per un mercato privato che ha ufficialmente portato all’inizio di un programma eterodiretto di privatizzazione nel 2006, concretizzatosi nella liquidazione ad acquirenti stranieri della maggior parte dei beni statali dell’Afghanistan e delle sue risorse. Lo stesso modello è previsto per la Libia, destinata a diventare un nuovo protettorato dopo che la guerra della NATO in Nord Africa si sarà conclusa. Il Consiglio di transizione a Bengasi, che è supportato dalla NATO, come quello per la liberazione del Kosovo (KLA), ha già creato una nuova banca centrale e una nuova società petrolifera nazionale poste sotto l’influenza straniera.”

Da Privatizzazione e costruzione dell’”Impero”, di Mahdi Darius Nazemroaya in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2 del 2011, pp. 47-49.

[Dello stesso autore:
La globalizzazione del potere militare: l’espansione della NATO
Il “Grande Gioco” del XXI° secolo
Demonizzazione politicamente motivata]

Roba da “nazisti”

“Il memorandum dello pseudo-Breivik è una silloge di tutti gli argomenti sulle meccaniche del potere e sulle strategie della propaganda che sono stati discussi nel corso degli anni su questo e altri blog. Si parla, a tratti in modo sensato, del ruolo svolto dal revisionismo storico nel fare luce sulla storia europea del dopoguerra, delle differenze tra revisionismo e “negazionismo”, delle teorie sul controllo delle masse messe a punto dalla Scuola di Francoforte, del controllo del pensiero attuato attraverso i curriculum scolastici, dello scempio della tradizione letteraria europea nato dal “politically correct”, del ruolo culturalmente devastante del femminismo, dell’ideologia multiculturalista d’accatto con cui s’impone all’Europa di privarsi delle proprie tradizioni e di molto altro ancora. Il punto è che tutti questi argomenti – che a mio avviso rappresentano la “punta di diamante” di una nuova linea di pensiero che è nata e si è diffusa soprattutto sul web – vengono disinvoltamente mescolate con deliri da crociato, xenofobia anti-islamica di bassa lega, appelli ad un’improbabile lotta armata, vagheggiamenti di un ritorno al cristianesimo combattente, sparate antimarxiste prive di ogni barlume di razionalità analitica ed infinite altre amenità di questo tenore. Il risultato è quello di screditare e rendere impraticabile ogni riflessione sul controllo delle menti attraverso la propaganda, sui meccanismi del potere, sulla falsificazione storica e devastazione culturale imposta all’Europa dai dominatori statunitensi. Una volta gettati questi argomenti nello stesso calderone in cui ribollono tonnellate di fuffa templare e di farneticazioni anticoraniche, essi risulteranno indigesti e inavvicinabili all’uomo della strada. Il quale, oltretutto, considererà che, se il prodotto politico di tali questioni è l’inutile e sanguinoso scempio di innocui campeggiatori perpetrato dal trattatista, evidentemente deve trattarsi di idee malate, malsane, degne di complottisti isolati dal mondo e spregiatori della civiltà.
Il che, immagino, è esattamente il risultato che l’anonimo think tank che ha stilato il documento, firmandolo col nome di Andrew Brewick, si proponeva di raggiungere.
Come scrivevo nell’articolo di un paio di giorni fa, una delle cose che più preoccupano gli americani è l’affermarsi in Europa di un pensiero “eurasiatico”, portato avanti trasversalmente tanto dai reduci della “destra” quanto della “sinistra” europea (quelli che i detrattori nostrani chiamano con disprezzo “rossobruni”). Tale linea di pensiero, che sta prendendo sempre più piede nelle ex nazioni europee, mira principalmente a creare una più stretta connessione politico/economico/strategica con la Russia, allo scopo di sbarazzarsi di 70 anni di asservimento militare e culturale agli USA e costruire quella naturale unità geostrategica tra Europa e Asia che rappresenterebbe il naturale portato tanto della complementarietà geografica tra i due continenti quanto della storica interdipendenza economica e culturale che ha caratterizzato le loro relazioni fino alle guerre mondiali. Uno degli scopi del malloppone partorito dallo pseudo-Breivik è di scongiurare tale eventualità, presentando le velleità di partenariato russo-europeo come deliri di pazzi criminali, vaneggiamenti da terroristi di estrema destra col proiettile in canna.
Ecco perché una parte consistente della dissertazione è dedicata alla denuncia dell’imperialismo americano e alla prospettiva di liberarsi di esso attraverso un asse eurasiatico. Leggiamo, ad esempio:
“La Federazione Europea del futuro non dovrà più essere connotata dalle forme sdolcinate e ingovernabili dell’attuale Unione Europea, che è una Medusa impotente, incapace di controllare i propri confini, dominata dalla smania per l’autodistruzione culturale e il libero commercio, assoggettata al dominio culturale americano. Dobbiamo immaginare una grande Europa monoculturale, fondata sulla cooperazione economica e culturale di nazioni indipendenti, che saranno, in larga parte, inseparabilmente legate alla Russia. Non avendo bisogno di essere aggressivo con i propri vicini, visto che sarebbe inattaccabile, un tale blocco diverrebbe la prima potenza mondiale (di un mondo partizionato in grandi blocchi), autoreferenziale, pan-nazionalista e avverso ai pericolosi dogmi oggi associati col globalismo/multiculturalismo. La nuova Federazione Europea sarà assai più isolazionista, con una politica di nazionalismo economico (protezionismo). Dovrà avere la capacità di praticare la “autarchia dei grandi spazi” (autosufficienza economica e indipendenza dai mercati esteri), i cui princìpi sono già stati elaborati dall’economista, vincitore di Premio Nobel, Maurice Allais. Il destino della penisola europea non può essere separato da quello della Russia continentale, sia per ragioni etnico-culturali che per ragioni geopolitiche. E’ assolutamente imperativo per la talassocrazia mercantile americana (supremazia navale, nel senso militare e commerciale della parola) impedire la nascita di una Federazione Europea culturalmente e ideologicamente sicura di sé.”
Parole mica tanto demenziali, vero?
Ma l’uomo della strada leggerà queste affermazioni ricollegandole istintivamente – grazie anche alle immancabili banalizzazioni e distorsioni che i media sapranno effondere – alla bestialità di un terrorista solitario, ai capelli biondi imbrattati di sangue di una giovane campeggiatrice norvegese, ai mucchi di cadaveri di ragazzini ammassati sulla spiaggia di Utoya. E il gioco è fatto. L’anti-imperialismo e l’aspirazione a liberarsi della schiavitù statunitense stringendo legami con le potenze asiatiche saranno bollati come vaneggiamenti eversivi da criminali potenziali, fonte di discredito sociale e possibilmente cagione di affidamento a progetti rieducativi. Roba da “nazisti”, insomma, che è il termine preferito da ogni moccioso adulto per sostituire il “brutto e cattivo” del lessico puerile senza dover studiare troppo.
Il documento redatto dallo pseudo-Breivik è in realtà un corposo trattato sulle paure americane, un compendio dettagliato delle idee che Washington crede possano ostacolare i suoi progetti geostrategici. Idee che devono dunque essere infangate e screditate, imbrattate con svastiche e croci templari, ridicolizzate dall’impasto con materiali di infima intellettualità e di popolaresca cialtroneria. Non so se ci siano voluti davvero nove anni per scriverlo, ma di certo esso è un prodotto propagandisticamente molto elaborato, la cui stesura ha richiesto senz’altro molto tempo e l’impegno di un think tank preparato ed attento alle tendenze culturali, nonché ai germogli di pensiero politico in corso di definizione sul web. Questo ci dà un indizio di quanto sia importante, per chi lo ha scritto, ostacolare e rendere inutilizzabili le nuove idee che vanno diffondendosi nell’Europa della crisi e della perdita delle sovranità nazionali. E’ un testo da studiare con attenzione, particolarmente da parte di chi ha già un’idea dei meccanismi della propaganda; non certo per recepirne ciò che di farneticante e neppure ciò che di condivisibile contiene, ma per avere un’idea precisa di quali siano i fantasmi che suscitano maggior spavento nei nostri dominatori. Si sarà ben capito che sono esattamente quelli che dobbiamo evocare.”

Da Di cosa hanno paura, di Gianluca Freda.
[grassetto nostro]

3 mesi di “bombardamenti umanitari” in Libia

Sabato 25 giugno alle ore 15.30 si terrà a Milano, presso il Centro Culturale San Fedele di Piazza San Fedele 4, la conferenza “Bombardamenti umanitari? Gli obiettivi geostrategici dietro la guerra in Libia”.

Interverranno come relatori: Aldo Braccio (redattore di Eurasia), Maurizio Cabona (giornalista e saggista), Roberto Giardina (redattore del Quotidiano Nazionale), Luca Tadolini (difensore di Nuri Ahusain) e Joe Fallisi (testimone oculare della guerra in Libia).

L’organizzazione è a cura dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). L’evento rientra nel ciclo 2010-2011 dei seminari di Eurasia.
L’ingresso è libero. Qui il volantino promozionale.

USA: un impero al tramonto ma per nulla mansueto

“Un’ attenta analisi della potenza nordamericana nel dopoguerra suggerisce che l’egemonia globale degli USA poggiava su due pilastri, in grado di sorreggersi reciprocamente.
Il primo pilastro era il ruolo di Wall Street come centro finanziario indiscusso del mondo, erede della City londinese, e più importante ancora, l’idea che il dollaro statunitense fosse e dovesse rimanere la valuta di riserva mondiale, così come la lira sterlina lo era stata fin dalle guerre napoleoniche.
Il secondo indispensabile pilastro della potenza nordamericana postbellica era il Pentagono, e l’affermazione degli USA, nell’agosto 1945, come maggiore potenza militare al mondo. Tramite il calcolato lancio delle bombe atomiche su centinaia di migliaia d’innocenti civili giapponesi, le élites statunitensi segnalarono che il predominante ruolo imperiale degli USA come finanziatori del mondo sarebbe stato sorretto dalla forza delle armi.
L’interazione tra la supremazia militare globale degli USA post-1945 – una supremazia mai veramente minacciata dai Sovietici – ed il loro ruolo di banchieri mondiali e fonte della valuta di riserva per gli scambi con l’estero, rappresentò la base da cui le élites statunitensi furono capaci di proiettare la propria potenza su gran parte del pianeta, almeno fino al cambio di secolo.
(…)
In un certo senso vi furono quattro distinte fasi dell’impero postbellico statunitense. La prima è quella che potremmo chiamare età dell’oro: dal 1945 fino all’agosto 1971, quando Nixon abbandonò il gold exchange standard di Bretton Woods. In questa fase gli USA detenevano il 70% circa dell’oro monetario globale, possedevano le risorse scientifiche ed industriali più avanzate, ed esportavano verso il resto del mondo. L’inflazione era minima. Il mondo mendicava un dollaro statunitense che era “buono quanto l’oro”.
La seconda fase è quella che chiamo “del riciclaggio dei petrodollari”. Il regime di cambi fluttuanti tra le valute, che cominciò nel 1971 con una drammatica svalutazione del dollaro pari al 40% del suo valore, fu rovesciato dall’apprezzamento del petrolio, pari al 400% tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, Questo choc petrolifero, come ho dimostrato dettagliatamente ed in esclusiva nel mio libro A Century of War, fu congegnato da Kissinger, i Rockefeller e le Sette Sorelle del petrolio per “salvare” il ruolo di moneta di riserva mondiale del dollaro, pur a spese della prosperità dell’economia industriale degli USA e di gran parte degli altri paesi. La strategia di salvare il dollaro tramite uno choc petrolifero fu tramata alla riunione del Bilderberg tenutasi nel maggio 1973 a Saltsjoebaden, in Svezia. Questa fase durò più o meno fino alla prevedibile esplosione della crisi del debito del Terzo Mondo, negli anni ’80.
La terza fase del Secolo Americano implicò il massiccio saccheggio dei paesi in via di sviluppo, strumentalizzando la crisi del debito ed il ruolo del FMI dì “gendarme” per conto di Chase Manhattan, Citibank, JP Morgan, Lloyds Bank ed altre potenze finanziarie anglo-americane. Potremmo definire questa fase quella del Washington Consensus. Il dollaro fu sorretto saccheggiando dapprima America Latina e Africa. Quindi, all’inizio degli anni ’90, con la “dollarizzazione” delle economie dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa Orientale, Russia inclusa ed ancora una volta sfruttando il FMI.
Questa terza fase esaurì le proprie fonti di sostentamento nel periodo 1997-2002. La fase finale dell’espropriazione delle economie sotto-sviluppate- del Sud, dell’Est e del Nord – raggiunse un limite o confine fisiologico approssimativamente nel 1997-98, quando Washington e Wall Street lanciarono un’operazione di guerra finanziaria che prese il nome di “Crisi asiatica”, e che distrusse il Giappone ed il modello delle Tigri asiatiche auto-sufficienti.
La fase terminale ha consistito nel volgersi all’interno, per un ultimo saccheggio di quanto rimaneva dell’economia statunitense – la fase della cartolarizzazione dei cespiti, nota nei media generalisti come “crisi immobiliare”. Essa segnò la quarta, e di fatto ultima, fase del Secolo Americano. Un fraudolento castello di carte finanziario cominciò a crollare nell’agosto 2007, quando scoppiò la cosiddetta crisi dei mutui sub-prime.
(…)
Fin dallo scoppio della crisi dei sub-prime, nel 2007, i salvataggi delle grandi banche congegnati da Wall Street hanno dato un contributo decisivo all’esplosione del debito federale statunitense. Quando George W. Bush conquistò la Presidenza, sul finire del 2000, il debito federale ammontava a 5.600 miliardi di dollari; gonfiatosi a circa 8.500 miliardi già entro l’inizio del 2007, oggi s’aggira sui 13.500 miliardi – una fase di crescita iperbolica o esponenziale del debito che nessuna nazione nella storia ha potuto sostenere a lungo senza incorrere nel collasso o nella guerra.
(…)
Quanto detto chiarisce che, così come la Gran Bretagna di fronte al suo esiziale declino dopo il 1873, le élites degli Stati Uniti non intendono accettare graziosamente un ruolo minore sulla scena internazionale. Ciò porta verso soluzioni drammatiche, molto probabilmente di natura militare, come avvenne nei tardi anni ’30 per “riordinare” la scacchiera mondiale. Sul piano interno ciò si traduce – ed è sempre più evidente – in una svolta significativa verso forme di controllo statale totalitario su una popolazione sempre più infelice. A livello internazionale, significa più pugno di ferro, sul modello Bush-Cheney. Sul finire del 2010 il Secolo Americano è un impero al tramonto. Ma per nulla intenzionato ad accettare mansuetamente il proprio destino. Il risultato è un miscuglio esplosivo, che agiterà il mondo intero nei mesi ed anni a venire.”

Da L’odierna posizione geopolitica degli USA, di F. William Engdahl, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2010, pp. 58-63.
In tale numero, il cui dossario è dedicato agli Stati Uniti d’America, si segnalano altresì gli articoli Come nacque un “impero” (e come finirà presto) di Daniele Scalea, nonché Progetti e debiti di Fabio Mini.

Il “Grande Gioco” del XXI° secolo

Ripasso di inzio anno: i fronti dell’assalto USA/NATO al mondo, nelle parole di M. D. Nazemroaya.

L’invasione dell’Afghanistan
“L’invasione del 2001 dell’Afghanistan controllato dai talibani, è stata avviata con l’obiettivo di stabilire un punto d’appoggio in Asia centrale e una base di operazioni per isolare l’Iran, dividere gli eurasiatici uno dall’altro, per impedire la costruzione di gasdotti in corso attraverso l’Iran, per allontanare i Paesi dell’Asia centrale da Mosca, per prendere il controllo del flusso di energia dell’Asia Centrale e per soffocare strategicamente i cinesi.
Ma soprattutto, il controllo dell’Asia centrale sconvolgerebbe la “Nuova Via della Seta” in corso di formazione dall’Est asiatico al Medio Oriente ed Europa dell’Est. E’ questa “Nuova Via della Seta” che fa della Cina la prossima superpotenza globale. Così, la strategia degli Stati Uniti in Asia centrale è destinata a impedire, in definitiva, l’emergere della Cina come superpotenza globale, impedendo ai cinesi di avere l’accesso alle risorse energetiche vitali di cui hanno bisogno. La rivalità tra Stati Uniti e Unione europea con la Russia, per le vie di transito dell’energia, deve essere giudicata assieme al tentativo d’impedire la costruzione di un corridoio energetico trans-eurasiatico che congiunga la Cina al Mar Caspio e al Golfo Persico.”

L’instabilità in Pakistan
“L’instabilità in Pakistan è un risultato diretto dell’obiettivo di impedire la creazione di un percorso energetico sicuro della Cina. Gli Stati Uniti e la NATO non vogliono un forte, stabile e indipendente Pakistan. Preferirebbero vedere un Pakistan diviso e debole che possa essere facilmente controllato e che non prenda ordini da Pechino o si allei al campo eurasiatico. L’instabilità in Pakistan e gli attentati terroristici contro l’Iran, che sono originati dal confine con il Pakistan, hanno lo scopo di impedire la creazione di un percorso energetico sicuro per la Cina.”

La Somalia e la pirateria
“Guardando alla Somalia, le condizioni che hanno portato al problema della pirateria, sono state nutrite per dare agli Stati Uniti e alla NATO un pretesto per militarizzare le vie navigabili strategiche della regione. Gli Stati Uniti e la NATO non hanno voluto nulla, tranne che la stabilità nel Corno d’Africa. Nel dicembre 2006, l’esercito etiope invase la Somalia e rovesciò il governo della Somalia dell’Unione delle Corti Islamiche (ICU). L’invasione etiope della Somalia, ha avuto luogo in un momento in cui il governo ICU stava stabilizzando relativamente la Somalia ed era vicino a portare uno stato di pace e ordine duraturi all’intero Paese africano.
L’US Central Command (CENTCOM) aveva coordinato nel 2006 l’invasione della Somalia. L’invasione etiope fu sincronizzata con i militari USA, e vide l’intervento congiunto delle forze armate degli Stati Uniti a fianco degli etiopi, attraverso le Forze Speciali e gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Il generale John Abizaid, comandante del CENTCOM, andò in Etiopia e tenne un incontro di profilo basso con il Primo Ministro Meles Zenawi, il 4 dicembre 2006, per pianificare l’attacco alla Somalia. Circa tre settimane dopo, gli Stati Uniti e l’Etiopia attaccarono e invasero la Somalia.
Il governo somalo dell’ICU fu sconfitto e rimosso dal potere, e al suo posto si pose il governo di transizione somalo (STG), un governo impopolare asservito ai diktat di Stati Uniti e UE fu portato al potere con l’intervento militare degli Stati Uniti e dell’Etiopia.”

I problemi interni del Sudan
“Il petrolio sudanese sbarca in Cina e le relazioni commerciali di Khartoum sono legate a Pechino. Questo è il motivo per cui Russia e Cina si oppongono a statunitensi, britannici, francesi e agli sforzi per internazionalizzare i problemi interni del Sudan presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Inoltre, è dovuto ai legami affaristici del Sudan con la Cina, che i leader sudanesi sono stati presi di mira dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea come violatori dei diritti umani, mentre i crimini contro i diritti umani compiuti dai dittatori loro clienti e alleati, vengono ignorati.
Sebbene la Repubblica del Sudan non è tradizionalmente considerata parte del Medio Oriente, Khartoum si è impegnato come membro del Blocco della Resistenza. Iran, Siria e Sudan hanno rafforzato i loro legami e la cooperazione dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. La guerra israeliana contro il Libano e il dispiegamento successivo delle forze militari internazionali, prevalentemente dei Paesi della NATO, sul suolo e acque libanesi, non è passata inosservata neanche in Sudan. È in tale contesto di resistenza che il Sudan sta anche approfondendo i suoi legami militari con Teheran e Damasco.”

La militarizzazione dell’Africa Orientale
“Gli eventi in Sudan e in Somalia sono legati alla sete e la rivalità internazionali per il petrolio e l’energia, ma sono anche parte dell’allineamento della scacchiera geo-strategica, che ruota attorno al controllo dell’Eurasia. La militarizzazione dell’Africa Orientale fa parte dei preparativi per un confronto con la Cina e i suoi alleati. L’Africa orientale è un fronte importante che si riscalderà nei prossimi anni.”

Xinjiang e Tibet
“Nel Turkestan cinese, dove si trova la regione autonoma di Xinjiang, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sostenuto il separatismo uiguro, basato sul nazionalismo uiguro, sul panturchismo e l’Islam, per indebolire la Cina. In Tibet, gli obiettivi sono gli stessi che in Xinjiang, ma lì gli Stati Uniti e i loro alleati sono stati coinvolti in operazioni di intelligence molto più intensa.
Separare Xinjiang e Tibet dalla Cina, ostacolerebbe pesantemente la sua ascesa come superpotenza. La separazione di Xinjiang e Tibet sottrarrebbe le ampie risorse di questi territori alla Cina e all’economia cinese. Negherebbe anche l’accesso diretto della Cina alle Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale. Questo potrebbe effettivamente distruggere le vie terrestri in Eurasia e complicherebbe la creazione di un corridoio energetico verso la Cina.”
Qualsiasi governo futuro in uno Xinjiang o un Tibet indipendenti, potrebbe agire come l’Ucraina sotto gli arancioni, interrompendo le forniture di gas russo verso l’Unione Europea per le differenze politiche e i dazi di transito. Pechino come consumatore di energia, può essere tenuto in ostaggio, come i Paesi europei lo sono stati nel corso delle dispute ucraino-russe sul gas. Questo è precisamente uno degli obiettivi degli Stati Uniti, allo scopo di arrestare la crescita cinese.”

Il controllo delle Americhe
“Gli Stati Uniti stanno militarizzando i Caraibi e l’America Latina per riguadagnare il controllo delle Americhe. Il Pentagono sta armando e approfondisce i suoi legami militari con la Colombia, per contrastare il Venezuela e i suoi alleati. Il 30 ottobre 2009 i governi colombiano e statunitense firmarono anche un accordo che consentirà agli USA di usare le basi militari colombiane.
Haiti, occupata dagli statunitensi, serve anche al più vasto programma emisferico degli USA di sfida al blocco bolivariano, utilizzando la parte occidentale dell’isola di Hispaniola. Haiti si trova a sud di Cuba. Geograficamente è situata nella posizione migliore per un assalto simultaneo a Cuba, Venezuela e Stati del Centro America, come il Nicaragua. Il catastrofico terremoto del 2010, e l’instabilità che gli Stati Uniti hanno creato in Haiti, attraverso invasioni multiple, rendono molto meno evidente il progetto di sovvertire i Caraibi e l’America Latina. Guardando la cartina e la militarizzazione di Haiti, è inequivocabile che gli Stati Uniti prevedano di utilizzare Haiti, Colombia e Curaçao, come un hub per le operazioni militari e di intelligence. Haiti potrebbe anche rivelarsi una base preziosa, nello scenario di un conflitto più ampio, condotto dagli Stati Uniti e dai loro alleati contro Caracas e i suoi alleati regionali.
E’ chiaro che Stati Uniti stanno perdendo la loro presa in America. Non solo il Governo degli Stati Uniti vuole impedire tutto questo, ma vuole anche far sì che non perda le riserve energetiche di Paesi come Venezuela, Ecuador e Bolivia, a vantaggio dei cinesi affamati di energia. Con una leale concorrenza globale, non c’è modo che gli Stati Uniti siano in grado di corrispondere ciò che Pechino è disposta ad offrire alle nazioni dell’America Latina e dei Caraibi, nelle loro esportazioni di energia e risorse.”

Il fronte dell’Artico
“L’ordine del giorno della NATO, nella regione artica, inizia già nel 2006, quando la Norvegia ha invitato tutta la NATO ed i suoi collaboratori alle esercitazioni ‘Cold Response’. Anche il Canada ha costantemente tenuto nell’Artico esercitazioni, per dimostrare la sua sovranità nella regione artica, ma a partire dal 2010, soldati statunitensi e danesi sono stati coinvolti nell’Operation Nanook 10. Questo è un segno della cooperazione NATO contro la Russia. Secondo un comunicato militare canadese le esercitazioni militari sono destinate “a rafforzare la preparazione, l’interoperabilità e aumentare la capacità di una risposta collettiva alle sfide emergenti nella regione artica.” A parte la richiesta russa sulla Cresta Lomonosov, non c’è altra situazione che potrebbe essere vista come una sfida emergente che giustifica una reazione militare collettiva da parte del Canada, degli Stati Uniti e della Danimarca.
La battaglia per l’Artico è ben avviata.”

[Dello stesso autore:
La globalizzazione del potere militare: l’espansione della NATO]

Difesa Servizi spa, segnale di débâcle etica

Un giorno dovremo ringraziare la crisi economica in atto per aver messo allo scoperto le incongruenze ideologiche, politiche ed economiche che ci hanno governato per oltre mezzo secolo. Per ora la lezione non sembra appresa. Il capitale si è dimostrato inefficace nel contenere i suoi stessi prodotti: la speculazione e la logica del profitto prevalente su quella dell’equilibrio sociale. L’impresa privata si è dimostrata fallimentare e soprattutto legata a filo doppio con la speculazione e la corruzione, l’autorità pubblica non ha saputo né voluto controllare e intervenire in tempo fingendo di salvaguardare il cosiddetto libero mercato, il comunismo di mercato cinese, quello che si basa sul capitalismo di Stato, è diventato il salvatore dell’umanità e il capitalismo di Stato (una volta detto statalismo) è corso in aiuto di banche e imprese con l’acqua alla gola versando fondi pubblici nel pozzo senza fondo del debito privato. Siccome, comunque, neppure gli Stati hanno un centesimo da sciupare, tutti gli interventi anticrisi si sono risolti nell’aumento del debito pubblico. E questo è sembrato l’unico sistema per impedire il fallimento di altre banche, la chiusura del credito alle imprese e la disoccupazione mentre in realtà si è rivelato il mezzo per perpetuare le incongruenze e le inefficienze, per salvare regimi politici pseudoliberisti (con i soldi dei contribuenti), per ingrassare gli speculatori e per far gravare sulle fasce meno protette e più tartassate i costi della crisi e del salvataggio del sistema. I governi di tutto il mondo hanno adottato provvedimenti più o meno drastici attribuendo allo Stato nuovi ruoli di regolazione e supervisione dell’interesse pubblico di fronte al fallimento economico e sociale di quello privato. Ma in qualche caso si è fatto di meglio, o di peggio. In Italia si è riusciti a vanificare ogni esperienza proprio nel momento in cui doveva insegnare qualcosa. Alcune attività prettamente pubbliche sono state sottratte al controllo e alla tutela dello Stato. O meglio, il Governo ha costituito strumenti operativi economico-finanziari di natura privatistica che consentono ai propri organi politico-amministrativi (i ministeri) di eludere le procedure ed i controlli dello Stato. Questo è avvenuto in particolare con l’istituzione della Banca del Sud Spa, della Protezione Civile Spa e la Difesa Servizi Spa. Tutto in un anno e tutto all’insegna dell’aggiramento della responsabilità amministrativa degli organi istituzionali. La Banca del Sud Spa dovrà gestire gli aiuti al Mezzogiorno d’Italia con le logiche della Banca, ma senza un minimo rischio.
(…)
L’orgasmo della Protezione Civile spa è stato fermato da un elemento di protezione: un preservativo. Per ora.
Una intensa voglia di Spa continua invece ad impegnare, in silenzio, gli organi di governo e i vertici delle Forze Armate dopo l’approvazione della Difesa Servizi SpA.
(…)
Innanzitutto non è quella banale semplificazione burocratica presentata dallo stesso capo di Stato Maggiore della Difesa (SMD). In Senato egli aveva lamentato come «la grande evoluzione che ha interessato le Forze armate negli ultimi 15 anni non sembra, infatti, essere stata accompagnata da una similare crescita delle modalità amministrative e gestionali che presiedono al loro impiego». Forse è sfuggito il fatto che la “grande evoluzione” degli ultimi 15 anni, se mai avvenuta, è stata ottenuta esattamente con quelle norme obsolete, applicate con intelligenza e sotto la responsabilità e il controllo degli organi preposti. È vero comunque che le procedure della contabilità di Stato appaiono sempre come dei lacciuoli a coloro che non vogliono assumersi la responsabilità, a coloro che non firmano, che non prendono decisioni e che non rischiano nulla. Sono anche molto ingombranti per coloro che vorrebbero avere la benedizione e una medaglia per delle vere e proprie porcherie. Non sembra neppure che la SpA sia necessaria per sopperire ad una carenza di norme. Ogni comma che la riguarda fa riferimento a norme di legge preesistenti.
(…)
Dice il Capo di SMD: «La società Difesa Servizi S.p.A. potrebbe essere la base sulla quale costruire la possibilità di concorrere – nel tempo e secondo un livello finanziario che solo l’eventuale pratica attuazione del provvedimento potrà indicare – al sostegno delle esigenze operative. Ciò attraverso la prefigurata remunerazione degli assetti patrimoniali disponibili e dei servizi erogabili, che liberi indirettamente parte delle risorse finanziarie a bilancio da indirizzare verso le attività operative ed addestrative prioritarie…».
Ed infatti ben quattro commi della legge finanziaria sono dedicati ad una fonte ricca ed inesauribile di fondi: la commercializzazione degli stemmi e dei simboli delle Forze Armate. Vengono invece citate en passant quisquilie come la gestione degli immobili e dei servizi. È lo stesso Capo di SMD a citare l’affitto di terreni militari a enti produttori di energia o l’affitto di aeroporti militari ad uso civile. A fronte di questi ipotetici introiti, tutti da verificare e che comunque finiscono per depauperare il patrimonio pubblico e far ricadere i costi sui cittadini, la SpA ha la facoltà di spendere buona parte dei fondi assegnati al funzionamento e all’ammodernamento delle forze armate adottando procedure privatistiche e, quindi, eludendo i controlli della pubblica amministrazione.
La ragione vera della SpA, così come emerge da quella della Difesa, ma che si nasconde anche nelle due precedenti, è infatti la realizzazione di un progetto generale di delegittimazione e depotenziamento delle istituzioni pubbliche, di depenalizzazione degli abusi e di mistificazione di alcuni concetti gestionali. È anche il segnale di débâcle etica da parte di coloro che l’hanno proposta e sostenuta.
(…)

Da Voglia di SpA, di Fabio Mini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno VII, numero 2, maggio-agosto 2010, pp. 155-158, 160-161.
[Per gentile concessione dell'editore]

La Russa mente sapendo di mentire

E’ triste la morte di un nostro soldato. E’ ormai patetica la condotta del nostro Paese.
Oggi come ieri.
I riflettori si accendono solo quando paghiamo un tributo di sangue. Il dibattito politico farà scena per qualche giorno ancora, poi tornerà il silenzio.

Complice come sempre.

Complice di un impegno bellico spacciato per lotta al terrorismo, all’uopo intervento umanitario.
Complice di una missione, l’ennesima, al servizio delle strategie di Washington.
Complice di una impalcatura di motivazioni addotte che non può reggere alla realtà geopolitica.
Complice di un totalitario tentativo di pseudo-esportazione “democratica”.
Complice di un dissennato sacrificio di uomini e risorse.
Complice delle mire criminali delle narco-mafie internazionali.
Complice di una manovra geo-strategica atlantica di insediamento nello scenario asiatico.
Complice di una pianificata morsa a tenaglia, a lungo termine, contro la Russia e di qui, quindi, contro l’Europa.
Complice del nanismo volonteroso di una classe politica incapace di progettare un ruolo autonomo per l’Italia e per l’Europa.
Complice dell’ipocrisia italiota che rifugge dall’ammettere le proprie responsabilità nei confronti del Paese.

Siamo in guerra o no?
“Noi non lo siamo. Semmai, siamo attaccati da persone in guerra con noi”. Così il Ministro della Difesa.
Mente sapendo di mentire. Mente agli italiani e alle famiglie dei nostri uomini.
Noi siamo complici di questa guerra.
(…)
Lotta al terrorismo? Pacificazione?
L’Italia e gli europei sono impantanati in un conflitto strategico contro l’Eurasia.
Per di più, è in gioco la giustificazione stessa dell’esistenza della NATO, cioè della sopravvivenza del braccio armato unilaterale di Washington, travestito da multilateralismo.
Unilateralismo delle decisioni, multilateralismo dei consensi e delle risorse.
Al servizio delle istanze geo-predatorie d’Oltreatlantico.
Una continua, masochistica, castrazione dell’Europa.

Da Miserie afghane, di Alfredo Musto.

Il dito medio di Washington

Più di tutto, ciò che il mondo sviluppato vede è il passato - USA, Francia, Gran Bretagna, Germania - combattere contro l’avanzata del futuro - Cina, India, Brasile, Turchia, Indonesia. L’architettura globale della sicurezza - sorvegliata da un gruppo di paurosi, autodefiniti guardiani dell’Occidente - è in coma. L’Occidente atlantista sta affondando in stile Titanic.
Solo la potente lobby USA per la guerra infinita è capace di definire un primo passo verso un completo accordo nucleare con l’Iran come un disastro. Ciò include il New York Times (la mediazione Brasile-Turchia “sta complicando il discorso delle sanzioni”) e il Washington Post (l’Iran “crea illusioni di progresso nelle negoziazioni nucleari”), fortemente screditati e già favorevoli alla guerra all’Iraq.
Per la lobby pro-guerra l’accordo di scambio di combustibile tra Brasile e Turchia è una “minaccia” perché è in diretta collisione con un attacco all’Iran (iniziato da Israele con successivo trascinamento degli USA) e col “cambio di regime” – il mai venuto meno desiderio di Washington.
In un recente Congresso sulle Relazioni Estere a Montreal, il luminare Dr Zbigniew “conquistiamo l’Eurasia” Brzezinski avvertì che un “risveglio politico globale”, insieme ad una lotta per il potere all’interno dell’elite globale, è qualcosa da temere profondamente. L’ex consulente della Sicurezza Nazionale degli USA notò che “per la prima volta in tutta la storia l’umanità è politicamente sveglia – questa è totalmente una nuova realtà – non è stato così per la maggior parte della storia umana”.
Chi pensano di essere queste risvegliate arriviste politiche come il Brasile e la Turchia – osando disturbare il “nostro” ruolo nel mondo? E poi i disinformati Americani si chiedono “Perché ci odiano?”. Perché tra le altre ragioni, l’unilateralità è il nocciolo della questione, Washington non esita a sollevare il suo dito medio nemmeno ai suoi amici più cari.

Da L’Iran, Sun Tzu e la dominatrice, di Pepe Escobar.

Il Rogozin pensiero

Nell’ultimo numero (1/2010) di “Eurasia”, dedicato a La Russia e il sistema multipolare, compare un’intervista a Dmitrij O. Rogozin, ambasciatore della Federazione Russa presso la NATO.
Rogozin, discutendo con gli intervistatori del futuro della NATO («lacerata da problemi nazionali, finanziari ed ideologici») e della cooperazione con la Russia, critica il «NATO-centrismo» e rilancia la proposta del presidente russo Medvedev per un accordo di sicurezza europeo che «rivolga verso l’esterno tutti i cannoni del continente», impedendo l’insorgere d’un nuovo conflitto in Europa.
In tema di Afghanistan, area in cui esiste una convergenza d’interessi tra Mosca e l’Alleanza Atlantica, Rogozin non risparmia diverse frecciate alla NATO. L’Ambasciatore infatti afferma che non si può «valutare positivamente il bilancio delle attività dell’ISAF», e che se oggi le truppe atlantiche lasciassero il Paese il regime di Karzai durerebbe meno di quello del comunista Najibullah dopo il ritiro dei soldati sovietici. Una frettolosa uscita della NATO dall’Afghanistan destabilizzerebbe l’Asia Centrale e porrebbe «nuove sfide» alla Russia, ma Rogozin precisa che l’appoggio di Mosca all’Allanza Atlantica non è incondizionato: l’Ambasciatore si dice «estremamente indignato» per la riluttanza della NATO a distruggere le coltivazioni di papavero da oppio, da cui deriva l’eroina che invade la Russia; riluttanza che stona coi regolari bombardamenti delle basi dei narcotrafficanti in Colombia. «Non è perché la cocaina è diretta negli USA e invece l’eroina in Russia?» si chiede retoricamente Rogozin, precisando che la pazienza dei Russi «ha raggiunto il limite».
Infine Rogozin mostra inquietudine per «la politica di accerchiamento della Russia con basi militari a sud e a ovest» da parte degli USA, auspicando il rafforzamento del Trattato di Sicurezza Collettiva che lega la Russia a molti altri Paesi ex sovietici, e critica l’ingerenza della NATO nelle questioni relative all’Artico.

ll nuovo Grande Gioco

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev’essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.
Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito… dalla Cina.
E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l’Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.
Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.
Per l’America delle corporazioni l’Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l’Afghanistan ha un gran fascino.
Per il Big Oil, il sacro graal è l’accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l’Iran. Ma non c’è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell’occupazione USA/NATO.
C’è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l’anno, direttamente e indirettamente. Fin dall’inizio dell’occupazione USA/NATO l’Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell’eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.
E c’è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l’Afghanistan fa parte dell’impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.
Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l’economia statunitense.
(…)
Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all’interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall’Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l’hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell’Afghanistan – il Pakistan, l’Iran, la Cina, la Russia, l’India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).
Nel frattempo, c’è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l’ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.
Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un’accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.

Da Un Vietnam in versione “lite”, di Pepe Escobar.

Abu Omar come l’Achille Lauro?

achillelauro

Il “caso Abu Omar”, ossia la vicenda del rapimento, a Milano ed in pieno giorno, del predicatore integralista islamico da parte di un commando della CIA, presenta caratteristiche di simmetria e specularità con un caso ancora più clamoroso, conseguenze incluse, che appassionò il mondo ventiquattro anni fa, il sequestro della nave Achille Lauro.
Ricordiamolo per sommi capi.
Il 7 ottobre del 1985, un gruppo di palestinesi armati nascosti a bordo sequestra l’ ammiraglia della flotta turistica italiana, appena salpata da Alessandria d’Egitto, con tutto l’equipaggio e 450 passeggeri a bordo, di varie nazionalità. A quale scopo, ci si chiede subito…? Allo scopo, rispondono i sequestratori, che Israele liberi 52 detenuti palestinesi: viceversa, l’Achille Lauro salterà in aria. Figuriamoci.
Un curioso sistema, da parte di un commando terrorista ritenuto “vicino” al Fronte di Liberazione Popolare, di ottenere lo scopo: attaccando militarmente cioè, nel piroscafo (che ne fa parte integrale ai fini del diritto di navigazione) il territorio di un paese naturalmente amico della causa palestinese; e per di più allora guidato da un governo “Craxi-Andreotti” che ancor oggi il sito “liberali per Israele” designa ingiustamente come “amico dei terroristi”. Che tale non era affatto, naturalmente: ma bensì desideroso di contribuire alla pace in Medio Oriente, risolvendolo alla stregua delle risoluzioni ONU che prevedono la costituzione di uno Stato Palestinese sulle terre occupate da Israele durante l’attacco bellico del giugno 1967, Cisgiordania in primis. E in questa chiave aveva accolto in Italia, con protocollo da Capo di Stato incluso discorso in Parlamento, Yasser Arafat nel 1983.
Agli occhi di qualcuno, una colpa imperdonabile…
Bene, dopo due giorni di sequestro, e di frenetiche trattative triangolari fra Italia, Egitto, OLP di Arafat e Abu Abbas capo del FLP residente in Egitto, al quale gruppo risulta aderente l’autolesionista commando di sequestratori, gli stessi cedono: otterranno un salvacondotto per giungere in Italia ove saranno giudicati dalla giustizia italiana, perché i ponti, le cabine, la tolda di una nave italiana sono territorio nazionale a tutti gli effetti. Garanti della mediazione con il governo italiano sono il Presidente egiziano Hosni Mubarak ed il capo dell’OLP Yasser Arafat, che ne rispondono alle opinioni arabe se qualcuno tradisse il compromesso stesso.
Il 9 ottobre il commando abbandona la nave, non senza aver firmato la provocazione con un delitto gratuito ed odioso, solo apparentemente “inutile”: l’assassinio a sangue freddo, e senza giustificazione di alcun tipo, di un solo passeggero. Leon Klinghoffer, un crocerista paralitico di appartenenza ebraica, con passaporto USA.
La vicenda, fin qui solo “drammatica”, allora assume di colpo un profilo “tragico” ed emozional-mediatico che ribalta completamente quello “solo” giuridico: ai fini del quale invece, non cambia nulla; solo un altro reato, il più grave peraltro (l’omicidio in forma abbietta), si aggiunge alla lista di quelli addebitabili al commando in sede penale. E coinvolge, insieme dalla stessa parte, Stati Uniti e Israele contro l’Italia: perché il governo, ad onta dello scandalo, intende mantener dritta la barra del compromesso stipulato con garanti così autorevoli che rischierebbero grosso in caso opposto. “Bruciare” politicamente Mubarak ed Arafat agli occhi arabi – come responsabili di un accordo tradito dall’ Italia, che dovrebbe, negli intenti israelo-USA, consegnare loro i sequestratori – lo Stato italiano questo non può farlo.
A questo punto entrano in scena i “diversori” per linee interne: Continua a leggere

“Rafforzando l’Alleanza Transatlantica”

gordon

Philip Gordon è l’attuale Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Europei ed Eurasiatici. Dal 2000 al 2009, Gordon è stato docente presso la Brookings Institution di Washington, dove ha concentrato la sua attività su un’ampia gamma di questioni inerenti la politica estera europea e statunitense. Precedentemente, egli si era disimpegnato quale Direttore per gli Affari Europei presso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto la presidenza di Bill Clinton dove, in vista del vertice per il 50° anniversario della NATO, svolse un ruolo chiave nello sviluppo e nel coordinamento delle politiche dell’Alleanza.
Gordon ha, inoltre, tenuto numerosi incarichi come docente e ricercatore ed è un prolifico scrittore in tema di relazioni internazionali e politica estera. Suoi articoli sono comparsi frequentemente su importanti testate giornalistiche quali New York Times, Washington Post, International Herald Tribune e Financial Times.

Lo scorso 16 giugno, Philip Gordon è stato il protagonista di un’audizione davanti al Comitato per la Politica Estera, Subcomitato per l’Europa, della Camera dei Rappresentanti statunitense – presieduto dall’onorevole Robert Wexler – sul tema Rafforzando l’Alleanza Transatlantica. Uno sguardo d’insieme sulle politiche dell’amministrazione Obama in Europa.
Dopo i convenevoli di rito, Gordon ha rilasciato una dichiarazione orale riassuntiva dei contenuti del documento scritto precedentemente sottoposto all’attenzione dei componenti del suddetto Subcomitato. Ivi, egli ha sottolineato le tre priorità della politica statunitense verso l’Europa e l’Eurasia:
□ la collaborazione con l’Europa sulle cosiddette “sfide globali”;
□ le azioni degli Stati Uniti per promuovere un’Europa “più compatta, libera, democratica e pacifica”;
□ il “rinnovato” rapporto (di Europa e Stati Uniti) con la Russia.

Qui tralasciamo la prima delle tre priorità, inventario di ammirevoli proponimenti che vanno dalla ripresa della crescita economica al ripristino della fiducia nel sistema finanziario mondiale, dalla lotta alla povertà ed alle (presunte) pandemie alla promozione dei diritti umani… “La lista è lunga, e potrei nominarne altre”. Ci mancherebbe.
Concentriamo, invece, l’attenzione sulle ultime due che – in quanto italiani ed europei – ci riguardano più da vicino e circa le quali le considerazioni svolte da Gordon appaiono meno diplomatiche e fumose. “Estendere stabilità, sicurezza, prosperità e democrazia a tutta l’Europa e l’Eurasia. Questo è stato un obiettivo di tutti i Presidenti americani, sia Democratici che Repubblicani, a partire dalla Seconda guerra mondiale”. E quale sarebbe il metodo adottato allo scopo? L’adesione da parte dei Paesi interessati alle istituzioni occidentali come l’Unione Europa e la NATO. Tutti gli Stati europei – compresi quelli nati dalla disintegrazione dell’URSS come Georgia, Ucraina e Moldavia ma anche quelli della regione balcanica quali Bosnia, Montenegro, Macedonia ed un giorno anche Serbia e Kosovo… – che non ne siano ancora membri sono caldamente invitati ad integrarsi quanto prima nelle istituzioni euro-atlantiche in quanto “l’amministrazione [USA] crede fermamente che questo processo deve continuare”. E perché ciò accada, non lesina aiuti anche finanziari.
Non secondariamente, “noi (americani) appoggiamo vigorosamente la diversificazione delle fonti energetiche per l’Europa”, ponendo al centro di questi sforzi l’espansione di un “corridoio meridionale” per il trasporto del gas proveniente dal Mar Caspio (ed eventualmente dall’Iraq) fino in Europa. A questo fine, assumono un ruolo strategico due Paesi: la Turchia ed il misconosciuto Azerbaigian, che “esporta quasi un milione di barili di petrolio al giorno sui mercati globali attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, libero da strozzature geografiche (…) e da pressioni monopolistiche”.
Di chi? Ecco il punto.
Gli Stati Uniti non riconosceranno una sfera di influenza alla Russia. Essi continueranno anche a sostenere la sovranità e l’integrità territoriale dei Paesi confinanti alla Russia. Quest’ultimi hanno il diritto di prendere le proprie decisioni e scegliere le proprie alleanze da soli”. E guarda caso…

Rafforzando l’Alleanza Transatlantica, ovverosia la (pluridecennale) creazione del Nemico, indispensabile precondizione per affermare la propria superarmata egemonia planetaria.
“Sessant’anni fa, le nostre [gli Stati Uniti ed “i nostri tradizionali amici ed alleati dell’Europa occidentale”] nazioni si unirono per combattere un nemico comune che minacciava la libertà dei cittadini dell’Europa. Oggi, noi continuiamo a lavorare insieme con questi importanti Alleati per quanto riguarda molte nuove ed emergenti minacce”.

Di guerre infinite e di come risolverle

You and me are the same
We don’t know or care who’s to blame
But we know that whoever holds the reins
Nothing will change
Our cause has gone insane

And these wars, they can’t be won
And these wars, they can’t be won
And do you want them to go on
And on and on
Why split these states
When there can be only one?

And must we do as we’re told?
Must we do as we’re told?

You and me fall in line
To be punished for unproven crimes!
And we know that there is no one we can trust;
Our ancient heroes, they are turning to dust!

And these wars, they can’t be won
Does anyone know or care how they begun?
They just promise to go on
And on and on

But soon we will see
There can be only one

United States!
United States!
Of…

Eurasia!
… sia!
… sia!
… sia!

Eurasia!
… sia!
… sia!
… sia!

Eurasia!
… sia!
… sia!
… sia!

Muse – United States of Eurasia
(dal vivo a Teignmouth 2009, riprese BBC)

Katastrofa – Catastrofe

L’Associazione Culturale “Strade d’Europa” di Trieste svolge da tempo iniziative finalizzate a far conoscere i drammi che ha vissuto negli ultimi 10 anni il popolo serbo e in particolare chi risiede nel Kosovo Metohija. L’anno scorso assieme alla Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste ha svolto un convegno in cui si è evidenziata l’illegittimità della dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Provincia del Kosovo ed in seguito è stata elaborata dai relatori ed inviata al Ministero degli Affari Esteri italiano una lettera, corredata da molteplici firme a supporto, al fine di chiedere al Ministro Frattini da poco entrato in carica un’inversione di rotta rispetto al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo attuato dal suo predecessore appunto.
Ricorrendo quest’anno il decennale dei bombardamenti della NATO che colpirono la Serbia e perdurando la pretesa secessionista da parte della componente albanese della Provincia del Kosovo Metohija, l’associazione ha deciso di promuovere ancora assieme alla comunità serbo-orotodossa triestina un’altra giornata di studio, nell’ambito della quale analizzare cause, sviluppi e conseguenze dell’aggressione patita dalla Serbia 10 anni or sono.
Sabato 9 maggio avrà quindi luogo a Trieste, presso la Sala Risto Skuljevic della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa in via Genova 12, il convegno “Katastrofa – Catastrofe: Serbia e Kosovo a 10 anni dai bombardamenti della NATO”: l’evento è organizzato in collaborazione con la Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste, con il contributo dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste, con il patrocinio del Coordinamento Progetto Eurasia e rientra nei Seminari 2009 di Eurasia, rivista di studi geopolitici.
Il convegno si articolerà in due sessioni: alle ore 11:00, assieme al al prof. Stefano Pilotto (docente di Storia dei Trattati e delle Relazioni Internazionali presso l’ateneo cittadino) ed a Lorenzo Salimbeni (collaboratore di Eurasia), interverrà il vescovo serbo-ortodosso del Kosovo Metohija Artemije per analizzare con l’aiuto della sua preziosa testimonianza l’attuale situazione nella provincia, il ruolo della missione EULEX e le decisioni che potrà prendere il Tribunale Internazionale de L’Aja, interpellato da Belgrado in merito alla legittimità del separatismo kosovaro.
Alle ore 18:00, verrà proiettato il documentario “Kosovo & Metohija Katastrofa” ed interverranno gli autori di alcune recenti pubblicazioni: Stefano Vernole con “La questione serba e la crisi del Kosovo” analizza le implicazioni geopolitiche dell’indipendenza unilateralmente proclamata da Prishtina; Maria Lina Veca, la quale è anche curatrice del suddetto documentario, in “Kosovo e Metohija, il ritorno impossibile” racconta il dramma che vivono quotidianamente le enclavi serbe ancora presenti; Michele Antonelli in “Canto d’amore per la Jugoslavia” svela gli interessi internazionali che hanno portato alla disintegrazione della Jugoslavia.

Il volantino dell’iniziativa è qui.

I caratteri dell’Alleanza Atlantica

eurasia

I caratteri che contraddistinguono il Patto atlantico sono almeno tre: la sua lunga durata; la limitazione della sovranità della maggior parte dei partner, a beneficio degli USA; l’ aggressività della sua Organizzazione (la NATO).
Per quanto concerne la prima caratteristica, il Patto atlantico ha sicuramente superato di gran lunga quel limite temporale cui sembrano soggiacere, generalmente, le coalizioni militari, e che Tucidide aveva fissato intorno ai trent’anni.
Spesso, a proposito della durata dell’Alleanza atlantica, che proprio quest’anno compie ben sessanta anni, si considera, la sua anomalia rispetto al principio che avrebbe sempre guidato la politica estera degli USA, quello di affidarsi soltanto ad alleanze temporanee e in casi di straordinaria emergenza.
In realtà, quando si tratta questa questione, non si tiene conto di almeno due importanti fattori: il primo, specifico, contenuto proprio nella formulazione del principio guida fatta da Washington nel suo Farewell address. Washington parlò di temporanee alleanze finalizzate a mantenere gli Stati Uniti “on a respectably defensive posture”, con ciò riferendosi chiaramente ad accordi che dovevano durare tutto il tempo necessario per mantenere la Nazione appunto in una posizione difensiva; il secondo, d’ordine più generale, è da mettere in relazione alla pulsione messianica che, oltre ad animare il patriottismo statunitense e ad impregnare il carattere nazionale dei nordamericani, condiziona e regola le scelte espansioniste ed imperialistiche di Washington.
L’ eccezionalismo messianico è sempre stato per i governanti statunitensi una categoria cui ricorrere per costruire e giustificare le strategie più convenienti agli interessi nazionali. La “straordinaria emergenza”, nella prospettiva religiosa veterotestamentaria propria della tradizione statunitense, avrà, pertanto, una durata che si dilaterà con l’espansione di questi stessi interessi su scala mondiale.
La limitazione di fatto della sovranità di molti membri dell’Alleanza atlantica è dovuta non solo alla sua genesi, avvenuta in un periodo in cui le nazioni europee, uscite distrutte dalla guerra, avevano scarsa capacità di contrattazione con la potenza d’Oltreoceano; ma, principalmente, a quella serie di vincolanti “misure di accompagnamento” che, costituita da Accordi, Trattati e Clausole segrete tra i singoli Paesi europei e gli USA, ha riguardato (e continua a riguardare) la diffusione di istallazioni logistiche e basi militari NATO ed statunitensi in tutta l’Europa.
Tanto per fare un solo esempio, consideriamo, a questo proposito, il caso emblematico dell’Italia, ove di basi e istallazioni militari di vario genere, direttamente o indirettamente collegate agli USA ed alla NATO, se ne contano un centinaio.
(…)
In riferimento al terzo carattere menzionato, quello relativo all’aggressività dell’Organizzazione dell’Alleanza nordatlantica, osserviamo che esso è ben chiaro e manifesto, se si considera l’articolata strategia messa in campo dagli USA al termine del secondo conflitto mondiale ai fini di una vera e propria egemonia a livello mondiale. Continua a leggere

Una vera storia infinita

 

Dopo il 1991 ed il suicidio collettivo nel mar Caspio di Gengis Khan e di tutti i suoi funzionari, eunuchi e concubine, essendo venuto meno sia il soggetto che l’oggetto della ragion d’essere della NATO (il contenimento del comunismo), si sarebbe potuto pensare che il leibniziano principio di ragion sufficiente della NATO fosse venuto meno. In fondo, le associazioni di pescatori dello stagno della Trota Orientale si sciolgono pacificamente quando anche l’ultima trota rimasta viene pescata e mangiata.
Non è stato così. La NATO, anziché essere ridotta, si è addirittura virtualmente allargata al mondo intero (Afghanistan, eccetera). Certo, oggi non c’è più il comunismo, ma ci sono i terroristi islamici fondamentalisti, gli Stati canaglia, le violazioni dei diritti umani ad apertura alare asimmetrica (i sionisti possono violarli, i serbi invece no), l’autoritarismo russo e cinese, la giunta militare del Myanmar, il governo sudanese, il dittatore negro Mugabe, Hamas e Hezbollah, eccetera. Ma se ci si mette su questo piano, ci saranno sempre nuove “caselle” nel Risiko Mondiale in cui mettere le figurine che sostituiscono Stalin, Hitler e Pol Pot. E’ una vera storia infinita. Sarà necessario che l’Impero Colpisca Ancora.
Il fatto che la NATO si sia pacificamente trasformata dalla fase del Contenimento Europeo-Occidentale del Comunismo alla successiva fase del Mercenariato Militare Occidentalistico al servizio degli interessi strategici dell’impero USA (che tra l’altro ammette apertamente di voler essere tale, mentre se qualcuno dei sudditi proconsolari europei ne accenna sarà subito accusato di antiamericanismo ed antisemitismo aggiunto, per fare “buon peso”), non è un’ipotesi maliziosa e settaria, ma è un dato sotto gli occhi di tutti. Per dirla con lo stralunato personaggio del vignettista italiano Altan, “il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. In realtà, qualcuno non è d’accordo. Ma la stragrande maggioranza degli apparati ideologico-politici europei (circo mediatico cartaceo-televisivo, ceto politico professionale, clero universitario unificato, eccetera) è d’accordo ed è corrivo. E allora il discorso non è più sulla NATO, ma è sull’Europa che ha perso la sua anima, sul tradimento degli intellettuali (la trahison des clercs di Julien Benda), e in generale su una questione epocale di tipo non militare. Il tacitiano ruere in servitium non è un dato militare, ma filosofico-politico, ed esce dal raggio di queste mie considerazioni.
E terminiamo comunque con uno scenario fantapolitico. Immaginiamo che un governo italiano nazionale, al di là ovviamente della simulazione Destra/Sinistra (sul mercenariato occidentalistico NATO concordano pienamente Berlusconi e Veltroni, Di Pietro e Napolitano, “la Repubblica” ed “il Giornale”, eccetera), decida l’uscita unilaterale dalla NATO. Se questo fosse l’esito di un colpo di Stato militare con contorno di manifestazioni, al di là di ogni rito elettorale manipolato, sarei egualmente d’accordo. Fra la forma ed il contenuto, preferirei comunque il contenuto. Il 1789 ed il 1917 non si possono sempre fare con le elezioni, anche se le elezioni sarebbero sempre astrattamente preferibili. Mi rendo conto di stare violando il canone politicamente corretto, ma a volte non si può fare la frittata senza rompere le uova. Comunque, facciamo l’ipotesi che questo avvenga. So che sarebbe troppo bello se potesse avvenire realmente, ma non è ancora proibito sognare.
Ebbene, dopo pochi giorni avremmo un catastrofico attentato ferroviario con centinaia di morti. Verrebbero subito arrestati congiuntamente Franco Freda e Nadia Desdemona Lioce, capi dell’Organizzazione Nazicomunista Unificata (acronimo ONU). Verrebbe subito gettato dalla finestra il presunto colpevole, iscritto sia a Forza Nuova sia al Partito Comunista Combattente. Di Pietro e la sua corte dei miracoli convocherebbero subito una manifestazione a piazza Navona al grido: “La colpa è sicuramente del Berlusca!”. Fini e Bertinotti farebbero un girotondo al grido: “Restauriamo la democrazia!”. La Fondazione Oriana Fallaci brucerebbe un fantoccio del Saladino in una piazza di Firenze. Magdi Allam griderebbe: “Aiuto, arriva Bin Laden!”.
Tutti hanno diritto al loro scenario fantapolitico, non solo Stefano Benni. Eppure, purtroppo, non c’è proprio niente da ridere. L’incorporazione di questa Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato al servizio dell’impero USA, purtroppo, è una tragedia, anche se per ora sta assumendo le movenze di un cattivo dramma satiresco ateniese.

Da Storia della NATO e dell’asservimento occidentalistico dell’Europa, di Costanzo Preve, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno VI, n. 1, gennaio-aprile 2009.