Strategia della tensione a stelle e strisce

usaladen

“Nella peggiore tradizione cinematografica cui Hollywood ci ha abituato, abbiamo assistito nei giorni scorsi allo spettacolo di una città – Boston – completamente blindata, con il coprifuoco, da cui nessuno poteva uscire né entrare.
Proprio Boston – la città da cui è partita la rivoluzione americana contro il potere dei reali d’Inghilterra, sarà un caso? – il primo germe della Land of the Free, è diventata ostaggio di CIA ed FBI, sotto legge marziale e con irruzioni violente nelle case private.
9.000 uomini – comprese le famigerate forze speciali SWAT – pesantemente armati hanno paralizzato completamente la città in una caccia all’uomo in cui i ricercati sono stati indicati aprioristicamente come colpevoli dell’atto terroristico, dando così la stura a una nuova ondata di islamofobia.
Un esperimento di legge marziale e di occupazione militare di un’intera città.
I cittadini hanno potuto sperimentare come i diritti civili non abbiano alcun valore di fronte alle pretese motivazioni di sicurezza nazionale, cosa che si ripete ormai a scadenze regolari nella storia recente di questo Paese.
Ma la scala in cui questa occupazione manu militari di Boston si è svolta è superiore a qualsiasi altra nel passato e fa pensare ad una prova generale di possibili operazioni future.”

Boston: una prova generale?, di Piero Cammerinesi continua qui.

La base di Comiso fu un enorme affare

A trent’anni di distanza, si inizia a fare chiarezza sui retroscena degli assassinii di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
E sul fatto che la possibilità di schierare i missili a Comiso fu garantita dal controllo della mafia sul territorio…

“I giganteschi lavori cominciarono, per adattare ai missili lo sgangherato e vecchio aeroporto Magliocco di Comiso. Negli anni tra finanziamenti nazionali e statunitensi furono migliaia di miliardi, il cui ammontare definitivo non è calcolabile. Gli appalti per la base furono conferiti direttamente dalle autorità statunitensi col benestare della loro intelligence. Il consenso del Pci fu negoziato direttamente cogli Usa? Il dibattito sugli Euromissili – acceso dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt – cominciò a primavera del 1977. Giorgio Napolitano guidò la delegazione del Pci a Washington per garantire l’affidabilità atlantica del Pci, meno d’un anno dopo. Il tentativo della Democrazia Cristiana di far negare il visto da Washington alla delegazione del Pci fu un clamoroso fallimento. L’ambasciata statunitense a Roma, d’intesa col dipartimento di Stato, garantì il visto. Individuò evidentemente un preciso tornaconto.
La base di Comiso fu un enorme affare in forniture militari ma anche una cuccagna di appalti e di traffici illeciti d’ogni genere. Claudio Fava scrisse anni dopo: “Tutto questo, naturalmente, non è passato su Comiso e dintorni senza lasciare traccia: anzi; si è probabilmente avverata nel corso degli ultimi tre anni la “profezia” di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso dalla mafia: «…Si vedrà presto a Comiso lo scatenarsi della più selvaggia speculazione, dal traffico di droga al mercato nero, alla prostituzione, con il degrado più triste della nostra cultura e della nostra tradizione»”. Dalla relazione di minoranza (fra cui il Pci) della Commissione antimafia nel 1984 «(la base NATO di Comiso) rappresenta un elemento che accelera in modo impressionante i processi di degenerazione e di inquinamento della vita sociale e politica». Tutto vero e anche tutto prevedibile: sia mentre il Pci approvava la “doppia decisione della NATO”, sia quando, pochi mesi dopo, l’irriducibile Pio La Torre ricoprì la carica di segretario del Pci siciliano. La guerra per posizionarsi opportunamente per affondare le mani nelle montagne di miliardi cominciò tempestivamente e coinvolse molte parti. Riguardò la politica, la mafia e l’imprenditoria e quanti nelle rispettive organizzazioni avevano i contatti giusti in Italia e negli Usa.
Riguardò anche i servizi europei e statunitensi, senza escludere quelli sovietici. Quando le cifre sono da capogiro ogni accordo è possibile, ogni corruzione è probabile, ogni tradimento è giocabile.”

Da Comiso, la vera trattativa Stato-Mafia di Piero Laporta.

“Il migliore amico”

“Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.
Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.
Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.
Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.
Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.
Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…”

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio, seguito dal commento di E. G., continua qui.

Omaggio a Jean Seberg

“Le operazioni contro il Black Panther Party coinvolgono anche gli artisti che simpatizzano per i nazionalisti neri e che vengono pertanto sottoposti a campagne ostili, per neutralizzare l’influenza esercitata attraverso i media. Il termine neutralizzare, ricorrente nei rapporti dell’FBI, maschera manovre illegali e banditesche. Una vicenda allucinante travolge l’attrice Jean Seberg, interprete di numerosi film di successo girati da Otto Preminger (Bonjour tristesse! e Santa Giovanna), Jack Arnold (Il ruggito del topo) e Jean-Luc Godard (Fino all’ultimo respiro). Sostenitrice dei diritti delle minoranze etniche, l’attrice finanzia le Pantere Nere e alcuni gruppi di nativi indiani. Nella primavera del 1970 entra nel mirino di Hoover: inclusa nel Security Index, è bersagliata con operazioni di guerra psicologica finalizzate a distruggerne l’immagine. Sposata con l’intellettuale antifascista Romain Gary, è al quinto mese di gravidanza quando dal quartiere generale dell’FBI scatta la trappola, affidata a un funzionario senza scrupoli: Richard W. Held, che imbastisce una lettera anonima destinata a una giornalista compiacente (Joyce Haber, del «Los Angeles Times»), per insinuare che l’imminente maternità sia frutto della relazione clandestina con Raymond Hewit, dirigente delle Black Panthers, e che pertanto il sostegno dell’attrice al movimento sia dettato da motivazioni che con gli ideali hanno poco a che fare. Held fabbrica contestualmente un documento che indica Hewit come informatore dell’FBI, per attirare sul «traditore» la vendetta dei compagni: è questa una classica operazione prevista dal programma di controintelligence contro i «Gruppi nazionalisti neri dell’odio». Il rapporto redatto il 6 maggio 1970 dall’agenzia di Los Angeles per il direttore dell’FBI è infatti intestato «Counterintelligence Program – Black Nationalist Hate Groups – Racial Intelligence – Black Panther Party». La scelta del momento è l’ulteriore riprova della perfidia dei provocatori: «Per proteggere la nostra fonte informativa e per assicurare il successo del piano, il Bureau ritiene preferibile attendere all’incirca un altro paio di mesi, finché la gravidanza della Seberg sia a tutti evidente». E, a dimostrazione della criminalità dei vertici dell’FBI, nel documento si annota: «Jean Seberg è stata una finanziatrice del BPP e dovrebbe essere neutralizzata».
Il gossip sull’attrice bianca ingravidata dal rivoluzionario nero è amplificato da quotidiani e periodici di mezzo mondo; oltre a compromettere l’immagine della trentunenne attrice, la diffamazione la prostra sul piano psicofisico in un periodo per lei delicatissimo. Il 23 agosto nasce, con due mesi d’anticipo, la piccola Nina, che non riesce a sopravvivere. Il corpicino è composto in una bara di vetro, a smentire le vociferazioni sulla paternità extraconiugale. Un rapporto dell’Intelligence registra «la nascita prematura e il decesso della figlia della sostenitrice dell’estremista Black Panther Party, attrice promiscua e sessualmente pervertita».
Jean Seberg ricollega la morte della figlia allo shock provocato dalla campagna-stampa e querela per diffamazione tre giornalisti, condannati a risarcirla con 11.000 dollari. I mandanti rimangono nell’ombra e ottengono i risultati che si erano ripromessi: colpire l’immagine dell’attrice e distruggerne l’equilibrio. Convinta di essere spiata, assolda due guardie del corpo, nonostante il marito e gli amici la sconsiglino, convinti che si tratti di paranoia. La squallida vicenda precipita la donna nell’alcool e nella dipendenza da psicofarmaci, Nel primo anniversario della morte di Nina l’angosciata madre tenta il suicidio; salvata in extremis, riproverà altre volte e nel settembre 1979 verrà ritrovata esanime in un’automobile, uccisa da un’overdose di barbiturici. Romain Gary, che nel frattempo aveva ottenuto il divorzio, sostiene che la moglie sia stata «distrutta dall’FBI» (qualche mese più tardi, anche lui si suiciderà).”

Da Rock & servizi segreti, di Mimmo Franzinelli, Bollati Boringhieri, pp. 81-83.

CIA, P2 e l’omicidio di Olof Palme

N.B.: il codice penale svedese prevede un limite di 25 anni per lo svolgimento dell’istruttoria processuale per omicidio, ovvero fino al 2011, dopodiché il caso dovrà essere archiviato.
L’arma del delitto non è mai stata trovata.

Pan per focaccia

“Fautore della “libertà di parola”, “libertà di stampa” e della “libertà di internet”, il governo USA controlla e limita senza scrupoli i diritti dei cittadini alla libertà, se si tratta dei propri interessi e bisogni.
(…)
Dopo l’attacco dell’11 Settembre il governo degli Stati Uniti, nel nome dell’antiterrorismo, ha autorizzato le autorità di intelligence ad introdursi nelle comunicazioni postali dei propri cittadini, e di controllare e cancellare, su internet mediante mezzi tecnici, qualsiasi informazione possa minacciare gli interessi nazionali USA.
Il Patriot Act ha consentito alla polizia federale (LEA) di controllare le telefonate, le comunicazioni via email, le documentazioni mediche, finanziarie e altre documentazioni, e ha ampliato la discrezionalità delle forze dell’ordine e delle autorità sull’immigrazione in materia di detenzione e deportazione degli stranieri sospettati di atti correlati al terrorismo. Il Patriot Act ha ampliato la definizione di terrorismo, allargando così il numero di attività alle quali possono essere applicati i poteri delle forze dell’ordine.
Il 9 Luglio 2008 il Senato USA ha approvato la modifica del 2008 all’Atto sulla Sorveglianza e l’Intelligence Straniera (Foreign Intelligence Surveillance Act), garantendo l’immunità legale alle compagnie di telecomunicazioni che prendono parte ai programmi di intercettazione e autorizzando il governo ad intercettare le comunicazioni internazionali tra gli Stati Uniti e le persone oltreoceano per scopi antiterroristici senza approvazione del tribunale (The New York Times, 10 Luglio, 2008). Le statistiche hanno dimostrato che dal 2002 al 2006 l’FBI ha schedato migliaia di registrazioni telefoniche dei cittadini statunitensi attraverso corrispondenza, annotazioni e telefonate.
Nel Settembre 2009 il paese ha approntato un corpo di supervisione per la sicurezza in internet, preoccupando ulteriormente i cittadini statunitensi sulla possibilità che il governo USA utilizzi la sicurezza in internet come scusa per monitorare ed interferire con i sistemi personali. Un funzionario governativo ha riferito, in un’intervista al New York Times dell’Aprile 2009, che negli ultimi mesi la NSA ha intercettato email e telefonate private di Americani su una scala che andava oltre gli ampi limiti stabiliti dal Congresso USA dell’anno precedente. Inoltre, la NSA intercettava telefonate di esponenti politici stranieri, funzionari di organizzazioni internazionali e giornalisti rinomati (The New York Times, 15 Aprile 2009).
Anche le forze armate USA hanno partecipato ai programmi di intercettazione. Secondo un rapporto della CNN, un’organizzazione militare USA per la valutazione del rischio in internet, con base in Virginia, era incaricata di controllare i blog privati ufficiali e non ufficiali, i documenti ufficiali, le informazioni personali di contatto, le foto di armi, gli accessi agli accampamenti militari, oltre ad altri siti web che “potrebbero minacciare la sicurezza nazionale”.”

Un breve ma significativo estrattto dalla Relazione sui Diritti Umani negli Stati Uniti nel 2009, pubblicata lo scorso 12 marzo dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina.
La versione integrale del rapporto è qui.

FBI photoshoppisti allo sbaraglio

Madrid, 19 gennaio – Il Parlamento spagnolo ha chiesto agli Stati Uniti di scusarsi con il deputato Gaspar Llamazares, la cui foto è stata usata dall’FBI come base per creare un’immagine invecchiata di Osama bin Laden.
Secondo quanto riferisce la stampa di Madrid, il Parlamento ha approvato ieri una dichiarazione ufficiale in cui esprime preoccupazione per la sicurezza di Llamazares, ex leader del partito di estrema sinistra Izquierda Unida, e si dice “sconvolto” per il metodo utilizzato dall’FBI, un metodo, come ammesso nei giorni scorsi dagli stessi imbarazzati funzionari federali e dall’ambasciata americana a Madrid, “non autorizzato”.
(Adnkronos/Dpa)

Madrid, 11 marzo 2004

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Tutto suggerisce che la versione ufficiale degli attacchi dell’11 Marzo 2004 a Madrid, secondo cui si sarebbe trattato di un attacco esterno dell’islamista Al-Qaida, sia una bufala. Ciò solleva la questione dei veri colpevoli. Un’indagine approfondita dovrebbe adottare un approccio sistematico: elenco completo delle piste, e quindi seguire ogni ricerca di indizi e moventi. Lo scopo di questo articolo, è quello di esaminare una di queste ipotesi: che l’operazione sia una montatura sotto falsa bandiera dei servizi segreti atlantisti. Prima di ciò, introdurremo brevemente tutte le piste che dovrebbero essere esplorate, se l’inchiesta sarà riaperta.
L’opinione pubblica conosce, in genere, due ipotesi circa gli autori dell’attacco: Al-Qaida, incriminata nei discorsi ufficiali, e l’ETA, che Jose Maria Aznar accusava per giustificare la sua politica basca. La stampa spagnola ha esplorato almeno quattro altre piste, sui servizi segreti che avrebbero montato l’operazione sotto falsa bandiera.
(…)
Un primo collegamento tra l’attacco e gli Stati Uniti appare alla fine di marzo 2004, con una foto misteriosa della bomba della borsa di Vallecas. E’ l’unico scatto conosciuto fino ad oggi, dalla centrale delle indagini, oggetto di molte controversie. Nella notte dell’11/12 marzo 2004, un agente della polizia scientifica era andato nei luoghi dove gli sminatori avevano disinnescato la bomba di Vallecas, al fine di realizzare un dossier fotografico, conformemente alla procedura. La bomba non era ancora stata neutralizzata, e rimase a distanza, consegnò la sua macchina fotografica a un artificiere e vide diversi flash. Una volta che l’ordigno è stato disattivato, ha cercato di avvicinarsi con la sua macchina fotografica, ma con suo stupore, gli artificieri gli preclusero l’accesso. Quindi un alto funzionario della polizia gli ha chiesto di consegnare la pellicola, di cui non si ha alcuna traccia.
Nel marzo 2004, nessuna foto della bomba di Vallecas è stata mai resa nota. Questa incertezza è stata rafforzata da spiegazioni contraddittorie, fornite dai media, sulla non esplosione della bomba. Si disse che i terroristi avevano dimenticato di attivare la carta SIM, poiché si erano sbagliati programmando l’esplosione alle 7 e 30 di sera, e non del mattino, o che anche l’energia elettrica fornita dal telefono fosse insufficiente per attivarla; tutte versioni smentite successivamente. La spiegazione più incredibile, che è stata poi avanzata per l’arresto di Jamal Zougam, il solo presunto attentatore che sia stato incarcerato. La cornetta del telefono è stata scheggiata, e il piccolo pezzo di plastica mancante è stata trovato a casa sua. Per quanto riguarda la composizione della bomba, la maggior parte dei media parlava, allora, del modello Triumph della Motorola, e non di un Trium della Mitsubishi, che alla fine verrà mantenuta nella versione ufficiale.
Il 30 marzo, la televisione americana ABC News, manda in onda la sola foto della bomba conosciuta fino ad oggi, adottata da tutti i media spagnoli, senza metterla in discussione. Aveva riempito il vuoto lasciato dalla scomparsa della pellicola della polizia scientifica, e ridiede credibilità a questa prova acquisita in modo oscuro. Ma lo scatto pone nuove questioni, che non hanno ancora una risposta. Chi ha preso questa foto? In quali circostanze? E perché è apparsa negli Stati Uniti, lontano dai media spagnoli, che hanno seguito il caso da vicino? Incuriosito, Luis del Pino ha chiesto ai corrispondenti dell’ABC in Spagna, di chi fosse lo scatto, ma negarono di essere gli autori, e dissero di non sapere come la direzione della rete statunitense l’avesse ottenuta.
Il 6 Maggio 2004, gli sguardi si volsero di nuovo negli Stati Uniti, quando “Newsweek” ha rivelato che un avvocato statunitense, Brandon Mayfield, era stato arrestato nello Stato dell’Oregon, pochi giorni prima. Le sue impronte digitali sono state trovate sulle confezioni dei detonatori trovati nella Kangoo, che i terroristi avrebbero dovuto utilizzare, secondo l’accusa. Per tutto il mese di maggio, e di fronte ai dubbi pubblicati dal New York Times, il settimanale menzionò fonti della polizia, garantendo l’attendibilità delle prove. Così, il 17 maggio, “Un alto responsabile degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo, ha detto a Newsweek che l’identificazione delle impronte digitali è inconfutabile”. L’FBI aveva identificato l’impronta poco dopo l’attentato, ed allora Mayfield fu messo sotto sorveglianza. Fu la paura di fughe di notizie che fu costretto a eseguire un arresto discreto. Ma con un colpo di scena, il 20 maggio la polizia spagnola ha annunciato che, a sua volta, aveva individuato l’impronta digitale in quella di Ouhnane Daoud, un algerino che viveva in Spagna. Le autorità degli Stati Uniti ne presero atto, e lo stesso giorno Mayfield fu rilasciato, con rare pubbliche scuse da parte dell’FBI, e un risarcimento. Per quanto riguarda Daoud, egli è ancora latitante a tutt’oggi, il che rende impossibile valutare l’affidabilità dell’identificazione.
Si deve notare l’opportunità dell’identificazione di Daoud, passato inosservato nei due mesi successivi all’attentato, ma che fu identificato nelle settimana successiva all’arresto di Mayfield. Il profilo di quest’ultimo suscita egualmente sospetti. Avvocato discreto e senza grandi attività, convertito all’Islam, aveva difeso in un caso di diritto di famiglia, un americano accusato in seguito di terrorismo. Ma è il suo rapporto con i militari USA, che attira ulteriore attenzione: Mayfield è un ufficiale della riserva, dopo aver trascorso 8 anni nelle forze armate, tra cui almeno un anno in una unità dell’intelligence.
(…)

11m

Continuiamo la nostra analisi, aggiungiamo due elementi che confermano che l’attacco è opera di una organizzazione militare e non di una banda di criminali. Innanzitutto, le 10 bombe erano state probabilmente attivate da sistemi di telecomando radio, e non erano state programmate in anticipo con la funzione di allarme dei telefoni cellulari, come sostiene la versione ufficiale. Infatti, 3 treni sono esplosi mentre erano fermi nelle stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia, il quarto è esploso all’esterno di Atocha, dove ha atteso la partenza del primo treno. A meno di vedere una coincidenza straordinaria, si può concludere che i terroristi volevano farli saltare nelle stazioni. Ma questo risultato è estremamente difficile da ottenere, programmando in anticipo l’ora di attivazione. In primo luogo, perché i telefoni cellulari che sarebbero stati utilizzati, non consentono la messa a punto dell’orologio e della sveglia: è possibile impostare i minuti, ma non i secondi. E in secondo luogo, perché i treni dei pendolari non sono puntualissimi. Nel caso del ritardo di alcuni treni, quel giorno, a El Pozo si ebbe “un paio di minuti di ritardo“, secondo la testimonianza del conducente. Le esplosioni non sono state programmate in anticipo, ma innescato “in diretta“. I mezzi di trasmissione radio suggeriscono che si trattasse di una operazione sofisticata, al di là della portata della piccola banda di criminali, indicata dalla versione ufficiale. Ciò detto, perché volevano che i treni esplodessero nella stazione? La ragione potrebbe essere che così fossero più facilmente accessibili e discreti, cosa che corrobora l’ipotesi delle due “bombe finte” introdotte dopo le esplosioni.
In secondo luogo, vi sono indicazioni che le bombe erano cariche di esplosivi militari, “che tagliano”, e non di dinamite per cave, “che mordono“, come è stato dimostrato nel precedente articolo. Nella sua spiegazione al giudice, il capo degli artificieri di Madrid menziona anche l’esplosivo militare C4.
(…)
Dopo aver dimostrato che elementi non identificati dell’apparato statale avevano falsificato le prove, per portare l’inchiesta sulla strada sbagliata, coprendo una operazione di stile militare, è legittimo ritenere che gli attentati di Madrid siano stati commessi da un servizio segreto militare.
Secondo l’ex ufficiale dei servizi segreti per la U. S. Army Eric H. May: “Il modo più semplice di attuare un attentato false flag è con l’organizzazione di una esercitazione militare che simula proprio l’attentato che vogliamo commettere”. Come negli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, e quelli del 7 luglio 2005 a Londra, gli attentati di Madrid sono coincisi con un attacco terroristico simulato. Dal 4 al 10 marzo 2004, la NATO ha realizzato la sua esercitazione annuale per la gestione delle crisi, intitolata CMX 2004, e la mattina dell’11 marzo, vere bombe sono esplose a Madrid.
Lo scenario sviluppato quell’anno dall’Alleanza Atlantica era proprio un grande attacco terroristico di Al-Qaida in Occidente. In Spagna, la presidenza del governo, il Dipartimento della Difesa e la CNI (servizi segreti), hanno preso parte all’esercitazione. Non sappiamo ancora se le manovre includevano esercitazioni nella capitale spagnola, in quanto i dati pertinenti sono riservati. In una delle poche evocazioni della stampa di questa simulazione, El Mundo ha scritto: “La somiglianza dello scenario elaborato dalla NATO con i fatti di Madrid è agghiacciante, e ha impressionato i diplomatici, militari e servizi segreti che hanno partecipato all’esercitazione poche ore prima”. I dettagli di CMX 2004 sono classificati, purtroppo non sappiamo dove finisce la somiglianza.
Un’altra coincidenza inquietante è lo scalo, in Spagna, che hanno avuto degli aerei clandestini della CIA. Questi aerei sono divenuti famosi dopo lo scandalo dei sequestri di persona e delle prigioni segrete in Europa, che gli americani utilizzavano nel programma “extraordinary renditions”. Il Boeing 737 immatricolato N313P, atterrò il 9 Marzo 2004 all’aeroporto di Palma, nell’isola spagnola di Maiorca, e se ne andò il 12 marzo, il giorno dopo l’attentato. Questo velivolo è il più grande tra quelli utilizzato per tali voli segreti, e l’aereo più importante citato nella relazione del Consiglio d’Europa nel 2006. Palma è a sua volta descritta come una “piattaforma-cerniera del programma delle renditions della CIA.”
Premiati per le loro indagine sul voli della CIA, i giornalisti del quotidiano locale “El Diario de Mallorca” furono sentiti sulle onde radio della Cadena SER, la più ascoltata in Spagna. Concludendo l’intervista, avvisarono: “L’11 marzo 2004, il Boeing 737 della CIA fu a Palma. Il giorno dopo partì in fretta, perché aveva cambiato il suo orario di decollo. Aveva annunciato di recarsi in Svezia, ma si recò a Baghdad”. A cosa era dovuta questa partenza affrettata, a solo poche ore dall’episodio della scoperta della famosa borsa di Vallecas? Oltre a questa fretta, è la presenza stessa del velivolo in territorio spagnolo, al momento dell’attacco, che attira l’attenzione. Secondo la commissione del Parlamento europeo sui voli della CIA, 125 voli dell’agenzia di intelligence USA sono passati su un aeroporto spagnolo, dal 2001 al 2005 (un periodo di circa 1.500 giorni). Questi scali erano di solito di uno o due giorni, la simultaneità dei due eventi è una coincidenza degna di nota.
(…)
Il comando USA in Europa (EUCOM) e la NATO controllano in Spagna la base navale e d’intelligence di Rota e la base aerea di Moron. Infine, il Comando Sud della NATO stava installando il quartier generale delle sue truppe di terra a Madrid, al momento degli attentati.
È interessante notare che i servizi segreti della Marina e dell’Aeronautica USA, rispettivamente, NCIS e OSI, hanno goduto durante il periodo che ci interessa, di strabiliante libertà di azione in Spagna.
Nell’aprile 2002, Jose Maria Aznar e George W. Bush riformulavano l’accordo bilaterale della difesa tra i due paesi. Questo accordo legalizzava, per la prima volta, la presenza in Spagna di due dei servizi segreti USA, dotati anche di poteri di polizia. La redazione volutamente confusa del testo, ha dato loro un grande margine di manovra, “le autorità competenti dei due Paesi dovrebbero stabilire norme che regolano la condotta in Spagna di NCIS e OSI”. Nel febbraio 2006, il “Caso Pimienta” portava alla luce la mancanza di norme regolamentari. L’NCIS aveva rapito in territorio spagnolo Federico Pimienta, disertore dei Marines, senza alcun controllo da parte della polizia o delle autorità giudiziarie spagnole. Solo dopo le polemiche generate da questa flagrante violazione della sovranità spagnola, verranno elaborate le norme su “l’accreditamento previo dei membri di NCIS e OSI dalle autorità spagnole” e “la comunicazione alle autorità della Spagna, di qualsiasi operazione”.
(…)

Da Attentati di Madrid: l’ipotesi atlantista, di Mathieu Miquel.

Abu Omar come l’Achille Lauro?

achillelauro

Il “caso Abu Omar”, ossia la vicenda del rapimento, a Milano ed in pieno giorno, del predicatore integralista islamico da parte di un commando della CIA, presenta caratteristiche di simmetria e specularità con un caso ancora più clamoroso, conseguenze incluse, che appassionò il mondo ventiquattro anni fa, il sequestro della nave Achille Lauro.
Ricordiamolo per sommi capi.
Il 7 ottobre del 1985, un gruppo di palestinesi armati nascosti a bordo sequestra l’ ammiraglia della flotta turistica italiana, appena salpata da Alessandria d’Egitto, con tutto l’equipaggio e 450 passeggeri a bordo, di varie nazionalità. A quale scopo, ci si chiede subito…? Allo scopo, rispondono i sequestratori, che Israele liberi 52 detenuti palestinesi: viceversa, l’Achille Lauro salterà in aria. Figuriamoci.
Un curioso sistema, da parte di un commando terrorista ritenuto “vicino” al Fronte di Liberazione Popolare, di ottenere lo scopo: attaccando militarmente cioè, nel piroscafo (che ne fa parte integrale ai fini del diritto di navigazione) il territorio di un paese naturalmente amico della causa palestinese; e per di più allora guidato da un governo “Craxi-Andreotti” che ancor oggi il sito “liberali per Israele” designa ingiustamente come “amico dei terroristi”. Che tale non era affatto, naturalmente: ma bensì desideroso di contribuire alla pace in Medio Oriente, risolvendolo alla stregua delle risoluzioni ONU che prevedono la costituzione di uno Stato Palestinese sulle terre occupate da Israele durante l’attacco bellico del giugno 1967, Cisgiordania in primis. E in questa chiave aveva accolto in Italia, con protocollo da Capo di Stato incluso discorso in Parlamento, Yasser Arafat nel 1983.
Agli occhi di qualcuno, una colpa imperdonabile…
Bene, dopo due giorni di sequestro, e di frenetiche trattative triangolari fra Italia, Egitto, OLP di Arafat e Abu Abbas capo del FLP residente in Egitto, al quale gruppo risulta aderente l’autolesionista commando di sequestratori, gli stessi cedono: otterranno un salvacondotto per giungere in Italia ove saranno giudicati dalla giustizia italiana, perché i ponti, le cabine, la tolda di una nave italiana sono territorio nazionale a tutti gli effetti. Garanti della mediazione con il governo italiano sono il Presidente egiziano Hosni Mubarak ed il capo dell’OLP Yasser Arafat, che ne rispondono alle opinioni arabe se qualcuno tradisse il compromesso stesso.
Il 9 ottobre il commando abbandona la nave, non senza aver firmato la provocazione con un delitto gratuito ed odioso, solo apparentemente “inutile”: l’assassinio a sangue freddo, e senza giustificazione di alcun tipo, di un solo passeggero. Leon Klinghoffer, un crocerista paralitico di appartenenza ebraica, con passaporto USA.
La vicenda, fin qui solo “drammatica”, allora assume di colpo un profilo “tragico” ed emozional-mediatico che ribalta completamente quello “solo” giuridico: ai fini del quale invece, non cambia nulla; solo un altro reato, il più grave peraltro (l’omicidio in forma abbietta), si aggiunge alla lista di quelli addebitabili al commando in sede penale. E coinvolge, insieme dalla stessa parte, Stati Uniti e Israele contro l’Italia: perché il governo, ad onta dello scandalo, intende mantener dritta la barra del compromesso stipulato con garanti così autorevoli che rischierebbero grosso in caso opposto. “Bruciare” politicamente Mubarak ed Arafat agli occhi arabi – come responsabili di un accordo tradito dall’ Italia, che dovrebbe, negli intenti israelo-USA, consegnare loro i sequestratori – lo Stato italiano questo non può farlo.
A questo punto entrano in scena i “diversori” per linee interne: Continua a leggere

Il bilancio occulto della “difesa” americana

pentagono

A fine giugno, Mother Jones ha pubblicato un’approfondita analisi sul bilancio militare degli Stati Uniti d’America, partendo dalla richiesta del presidente Barack Obama al Congresso di stanziare 534 miliardi di dollari per il Dipartimento della Difesa. Ma l’ammontare reale di ciò che gli USA spendono per la “difesa” è molto maggiore. Per rendere il tutto più facilmente digeribile, ve ne proponiamo una sintesi divisa in quattro parti.
L’Office of Management and Budget ha elaborato un calcolo totale che tiene in considerazione le diverse parti del governo, e comprende i soldi assegnati al Pentagono, le attività relative alle armi nucleari svolte presso il Dipartimento dell’Energia ed alcuni esborsi nel campo della sicurezza effettuati dal Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri statunitense) e dall’FBI. Nel bilancio 2010 (che in realtà ha il suo momento iniziale nell’ottobre 2009) la cifra ammonta a 707 miliardi, più della metà della spesa governativa cosiddetta “discrezionale” per l’anno prossimo. La spesa discrezionale è quella per cui gli stanziamenti sono decisi annualmente dal Congresso, a differenza di programmi quali ad esempio quello sanitario denominato Medicare il cui finanziamento è obbligatorio e ricorrente.
Ma la cifra reale è ancora più alta perché, fra le varie cose, l’ufficio governativo del bilancio non tiene conto della spesa aggiuntiva per le guerre in Iraq ed Afghanistan. Riepilogando tutte le diverse fonti di spesa in campo militare per l’anno 2010 che emergono dai documenti contabili, si ha:

  • bilancio del Pentagono: 534 miliardi
  • stanziamenti extra per il personale militare: 4,1 miliardi
  • stanziamenti aggiuntivi Iraq-Afghanistan (anno fiscale 2010): 130 miliardi
  • stanziamenti aggiuntivi Iraq-Afghanistan (anno fiscale 2009, ancora da legiferare): 82,2 miliardi
  • armi nucleari ed altra spesa “atomica” (Dip. dell’Energia): 16,4 miliardi
  • sostegno militare ed economico ad Iraq, Afghanistan e Pakistan (Dip. di Stato): 4,9 miliardi
  • sicurezza, controterrorismo ed aiuto militare a Paesi stranieri, incluso il Medio Oriente ed Israele (Dipartimento di Stato): 8,4 miliardi
  • Guardia costiera (Dipartimento per la Sicurezza Interna): 583 milioni

Spesa totale: 780,4 miliardi di dollari

In questo calcolo sono incluse solo le risorse direttamente collegate ad attività militari, non viene quindi preso in considerazione il Dipartimento dei Veterani la cui spesa di 55,9 miliardi porterebbe il totale a 836,3; e la parte restante del Dipartimento per la Sicurezza Interna (altri 54,5 miliardi), arrivando così alla colossale cifra di 890,8 miliardi di dollari, rispetto ai 534 ufficialmente stanziati.
Si tenga poi presente che i bilanci degli apparati di intelligence (CIA, NSA…) sono segreti e che perciò non possono essere aggiunti a questa contabilità.

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Nel 2008, il Pentagono ha calcolato che gli impegni correnti per i programmi di armamento costeranno al governo, ad ultimazione avvenuta, 1.600 miliardi di dollari. Una parte consistente – 296 miliardi – è rappresentata da costi aggiuntivi. Questi 296 miliardi non sono il risultato di grandi programmi che, in via eccezionale, hanno sfondato il tetto di spesa e sbilanciato i conti, ma rappresentano la norma. Tali incrementi di costo sono spesso significativi: considerando tutti i programmi, la media dell’aumento rispetto alle stime iniziali è pari al 26%. Rappresentano la normalità anche i ritardi nel loro completamento, che riguardano ben il 72% dei programmi.
Incrementi di costo e ritardi hanno subito un peggioramento durante le due amministrazioni Bush terminate nel 2008, ma se si volge lo sguardo ancora più all’indietro si scopre che i costi aggiuntivi sono aumentati ad un ritmo serrato per tutti gli ultimi quindici anni, ad una media del 1,86% annuo per essere precisi. Se la spesa del Pentagono continuerà a crescere al tasso attuale, la media degli incrementi di costo raggiungerà il 46% in dieci anni.
Facendo qualche confronto, lo spreco militare USA è quattro volte tanto l’intera spesa per la difesa della Cina (che oggi rappresenta il secondo bilancio militare nazionale al mondo con 70 miliardi di dollari) ed è anche superiore al bilancio militare di tutti i Paesi dell’Unione Europea messi insieme (pari a 281 miliardi).

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Passiamo ora in rassegna i principali programmi militari statunitensi:

- cacciabombardiere F-22 Raptor: progettato per sfidare i velivoli di concezione sovietica, un F-22 costa 351 milioni di dollari, più del doppio delle stime originali.
Fu messo in produzione ancora prima di essere pienamente testato e – non sorprendentemente – è incorso in ogni genere di intoppi; non ha partecipato a nessuna azione di combattimento in Afghanistan né in Iraq. Il titolare del Pentagono Robert Gates ha deciso di acquistarne altri quattro, per un totale di 187 rispetto ai 243 che inizialmente l’USAF voleva.
Addirittura, all’inizio di quest’anno, 194 deputati e 44 senatori statunitensi hanno scritto ad Obama per sollecitarlo ad acquistare più F-22, ed a metà giugno i parlamentari del comitato militare della Camera hanno previsto uno stanziamento per altri 12 caccia. Sollecitazioni che però non sono servite a rianimare la morente linea di produzione del velivolo, almeno per l’uso domestico. Infatti è notizia fresca il via libera da parte del comitato finanziario del Senato statunitense allo sviluppo di una versione del F-22 per l’esportazione, privato degli accorgimenti tecnologici “segreti” presenti nella versione originale. Probabilmente la decisione vuole far fronte alla perdita di migliaia di posti di lavoro causata dallo stop della produzione per l’aviazione USA; fra i probabili acquirenti figurano Giappone, Corea del Sud, Australia ed Israele;
- aereo da trasporto C-17 Globemaster III: l’aeronautica USA ne possiede 205 esemplari e non ne chiede di ulteriori, ma il Senato intende introdurre nel bilancio per la difesa del 2010 l’importo di 2,5 miliardi per comprarne altri 10;
- Future Combat Systems: si tratta di apparati in cui armi, veicoli e robot coesistono, uniti da un comune sistema di comunicazione, ed è un altro caso in cui le intenzioni di spesa sono state messe in pista prima che la tecnologia in questione sia stata effettivamente testata. Dal 2003, il costo totale è aumentato del 73% fino ad arrivare a 159 miliardi, tanto che Gates nei mesi a venire vuole ripensare l’intero programma;
- elicottero presidenziale VH-71: Lockheed Martin ed Agusta Westland (del gruppo Finmeccanica) vinsero nel 2005 la commessa per il sostituto dell’attuale “Marine One”, un Sikorsky VH-60 entrato in servizio nel 1989. La flotta di 28 (!) esemplari doveva costare inizialmente 6 miliardi di dollari, ma poi i correttivi introdotti durante l’amministrazione Bush avevano portato il conto totale quasi a raddoppiare fino ad 11,2 miliardi (400 milioni ad esemplare). Il programma è stato cancellato a maggio, ed una conferma pubblica del suo annullamento è stata data dallo stesso presidente Obama ad agosto in un discorso ai veterani di guerra;
- DDG-1000 Destroyer: navi che dovrebbero costare 4 miliardi di dollari ma fonti alternative stimano un costo reale vicino ai 6 miliardi. Mentre la marina statunitense inizialmente desiderava acquistarne fra un minimo di 16 ed un massimo di 24, Gates tenterà di ridurre il programma a soli 3 Destroyers.

E’ comunque inquietante notare come Gates abbia dato il via libera ad un paio di palesi catorci. Del primo abbiamo già parlato su questo blog, si tratta del Littoral Combat Ship (LCS), un altro progetto Lockheed Martin sviluppato prima di completare i test. Nonostante i suoi costi siano quasi raddoppiati rispetto alle prime stime, Gates si è impegnato ad acquistare 55 di queste unità navali.
Ma forse l’indizio più evidente della continuità del bilancio militare USA è la decisione di più che raddoppiare l’ordine di cacciabombardieri F-35 Lightning II Joint Strike Fighter (JSF), facendone il più grande programma di acquisizione del Dipartimento della Difesa (quasi a voler placare l’industria produttrice, l’onnipresente Lockheed Martin, per la cancellazione del F-22). Ciò nonostante l’F-35 sia ben lontano dall’essere pronto, visto che a novembre 2008 era stato implementato solo il 2% dei voli di prova previsti.
Secondo l’attuale calendario, gli Stati Uniti spenderebbero 57 miliardi di dollari per acquistarne 360 unità prima che i test siano completati. Per velocizzare i tempi, la Lockheed ha elaborato un piano per svolgere solo il 17% delle prove richieste mediante test di volo, il restante 83% affidandole ai simulatori. Sfortunatamente, secondo un rapporto della Corte dei Conti americana (GAO) “la capacità di sostituire i voli di prova con laboratori di simulazione non è stata ancora dimostrata”.
Ciò non fa che aumentare i dubbi sulla decisione del Dipartimento della Difesa di acquistarne 2.456 (sì, avete letto bene, duemilaquattrocentocinquantasei!).
Fonti ufficiali hanno stimato un costo per l’intero programma superiore al trilione di dollari (più di mille miliardi) – circa la stessa cifra del deficit nazionale -, sommando ai 300 miliardi per l’acquisizione dei velivoli i 760 miliardi per la loro operatività, manutenzione compresa. Ma poiché il Pentagono ha deciso di comprarne così tanti esemplari prima di verificare l’efficienza della tecnologia, ritardi ed incrementi di costo saranno inevitabili.

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Il Dipartimento della Difesa è presente dal 1995 nell’elenco di apparati governativi ad alto rischio stilato dalla Corte dei Conti statunitense. Per gestire gli acquisti, la contabilità e la logistica, le varie agenzie e servizi del Pentagono mantengono 2.480 diversi sistemi informatici, molti dei quali non sono interconnessi. Di conseguenza, nessuno conosce con sicurezza quanto il Pentagono abbia speso in passato, stia spendendo adesso e spenderà in futuro. Al contrario, esso fonda le sue decisioni di bilancio prevalentemente sulle informazioni delle aziende private vincitrici degli appalti.
Un rapporto del Defense Science Board Task Force on Developmental Test and Evaluation rileva che, fra il 1997 ed il 2006, benché il 67% dei sistemi d’arma non abbia superato i parametri di prova, molti di essi sono stati egualmente messi in produzione. Il concetto che il Pentagono dovrebbe “provare prima di comprare” risale almeno agli anni Settanta, ma i funzionari della difesa ed i parlamentari statunitensi non l’hanno mai veramente messo in pratica. Anzi, i funzionari sono fortemente incentivati a sottoscrivere contratti sottostimati perché se rendono noti i veri costi fin da subito, rischiano di non poter avere i loro “giocattoli”. Ogni tanto il Congresso o la Casa Bianca chiedono di insediare un’agenzia indipendente in grado di produrre stime attendibili dei costi, ma ciò è estremamente difficile a causa dello stretto rapporto tra i funzionari del Pentagono e l’industria bellica.
Nel 2006, 2.435 ex funzionari del Pentagono, generali ed ufficiali lavoravano per aziende private operanti nel settore della difesa, ed almeno 400 di questi erano impiegati nell’ambito di appalti direttamente collegati al loro precedente datore di lavoro governativo. Quando i calendari slittano di anni ed i bilanci sforano di miliardi, le aziende sono già state pagate; inoltre, è prassi fra i parlamentari dare il via libera al proseguimento dei programmi nonostante la legge preveda che essi devono essere informati su quei programmi che sforano il bilancio per più del 30% e che quelli con aumenti superiori al 50% devono essere ricertificati o cancellati.
Quest’anno, la Casa Bianca ha promesso di impiegare altri 20.000 funzionari nel prossimi quinquennio per tenere sotto controllo i contratti militari e la relativa spesa, ma bene che vada ci vorranno diversi anni prima che ciò porti frutti. La legge di riforma circa l’acquisto dei sistemi d’arma patrocinata dal candidato repubblicano alle ultime elezioni presidenziali, John McCain, prevede anche l’istituzione di un ufficio per l’accertamento imparziale dei costi che però non dovrebbe occuparsi di tutti i programmi. Ufficio il cui primo direttore, comunque, è William Lynn, lobbysta precedentemente al servizio proprio di un’azienda privata del complesso militare, la Raytheon.

I cowboys di Kabul

eagle USPI

Come una coppia di nonni texani falliti ha tratta guadagno dalla miniera degli appalti in Afghanistan.
Di Daniel Schulman, per Mother Jones.

Era il marzo del 2002, e Del e Barbara Spier erano completamente al verde. La coppia texana, nonni di cinque nipoti e proprietari di una piccola ditta di investigazioni private con sede a Houston, si ritrovava con un debito superiore ai 260.000 dollari. Avevano esposizioni fino a 18.600 dollari su oltre una dozzina di carte di credito ed erano zavorrati di scoperti su prestiti bancari per 80.000 dollari e su mutui per altri 95.000. Nella pratica di fallimento, la ditta degli Spier, fondata nel 1987 e denominata “Agenzia per Servizi di Investigazione e di Protezione”, veniva giudicata di “nessun valore di mercato”.
Benché le circostanze apparissero disastrose, gli Spier erano in procinto di diventare milionari. A maggio, Barbara Spier aveva svolto le pratiche per costituire una nuova azienda chiamata US Protection and Investigations (USPI). Presto, grazie alla fonte inesauribile di contratti che era la guerra in Afghanistan, ella stava firmando un accordo di 8,4 milioni di dollari con il Louis Berger Group. La società multinazionale di costruzione e progettazione aveva ottenuto un contratto di 214 milioni per ricostruire le infrastrutture dell’Afghanistan – strade, impianti idrici e di depurazione, centrali elettriche e dighe – dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale statunitense (USAID). Il compito dell’USPI era quello di fornire sicurezza ai lavoratori che riparavano una strada di 300 miglia che collega Kabul a Kandahar.
Molto del lavoro doveva essere svolto in un territorio remoto e pericoloso, soggetto a sporadici attacchi dei Talebani ed afflitto dalla presenza di bombe e mine inesplose risalenti all’epoca dell’invasione sovietica. “Alcuni tratti della strada sono soggetti a sequestri, rapine ed assassinii” riconosceva il Berger nei termini contrattuali. “Gruppi terroristici organizzati operano nei dintorni del corridoio stradale, ed alcuni stranieri sono stati intenzionalmente presi di mira in recenti incidenti”. Salvaguardare le centinaia di lavoratori all’opera lungo la strada, avvertiva il gruppo costruttore, sarebbe stato “una sfida”.
Dati i rischi del progetto – importante nello sforzo di stabilizzare l’Afghanistan – l’USPI rappresentava una strana scelta. Il Berger avrebbe potuto rivolgersi ad un agenzia per la sicurezza consolidata con forte esperienza nelle zone di conflitto. Invece, affidò un contratto senza bando di gara ad una ditta con nessuna reputazione sulla piazza e con un gruppo dirigente di fresca bancarotta.
Per gli Spier, il colpo di fortuna con il Berger rappresentò una svolta nella loro vita. Ed essi, da allora, avrebbero potuto vivere felicemente per sempre, eccetto per una cosa: stavano truffando il governo, secondo il Dipartimento di Giustizia, emettendo ricevute fasulle e fatturando per impiegati fantasma al fine di frodare milioni di dollari dai programmi finalizzati alla ricostruzione dell’infrastruttura afghana distrutta dalla guerra. Le loro presunte imprese, molto delle quali non sono mai state precedentemente descritte, offrono una delle più vivide immagini mai emerse della miniera degli appalti nel Selvaggio West afghano. Continua a leggere

Dietro le quinte di Hollywood

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Sono diversi gli enti governativi statunitensi che possiedono uffici di collegamento a Hollywood, dall’FBI alla NASA per arrivare alle varie agenzie di intelligence. Pochi di loro, comunque, hanno qualcosa di significativo da offrire, e così la loro influenza sull’industria cinematografica americana risulta minima. La maggiore eccezione è rappresentata dal Pentagono, che mantiene un aperto ma scarsamente pubblicizzato rapporto con Hollywood nel cui contesto, in cambio di consigli, uomini e mezzi di inestimabile valore, quali aerei ed elicotteri, il Pentagono chiede di prassi che le sceneggiature vengano alterate in senso a lui favorevole. In questo ambito rimane insuperata Top Gun, la pellicola interpretata nel 1986 da Tom Cruise, allora nascente “divo di Stato” (secondo l’azzeccata definizione di John Kleeves).
Lo svolgimento di questo genere di attività governative, per quanto moralmente discutibile, è almeno di pubblico dominio. Ciò non può essere detto a proposito dei maneggi fra Hollywood e la CIA che, fino a tempi recenti, erano largamente misconosciuti da parte dell’agenzia di spionaggio. Solo nel 1996, la CIA ha reso noto – con poca enfasi – il campo di responsabilità del suo ufficio di collegamento con i media, da poco istituito, retto dall’agente veterano Chase Brandon.
La decisione della CIA di lavorare pubblicamente con Hollywood fu preceduta, nel 1991, dal “Rapporto sulla più grande trasparenza della CIA” stilato da una task force – creata appositamente dall’allora direttore Robert Gates – che aveva dibattuto (segretamente!) sulla questione se l’agenzia dovesse essere meno reticente. Nel rapporto, la CIA ammetteva di aver “modificato alcuni soggetti riguardanti l’agenzia, sia a carattere documentaristico che di finzione, su richiesta degli stessi estensori che chiedevano un aiuto in termini di accuratezza ed autenticità”.
E’ però con l’undici settembre 2001, e con la successiva “Guerra Globale al Terrore” dichiarata dall’amministrazione Bush, che il legame tra Hollywood ed il governo USA fa un salto di qualità. Continua a leggere