“Costruendo un muro di BRICS”

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Adrian Salbuchi per rt.com

La visita del Presidente Putin in Sud America è di un’importanza trascendentale in un epoca in cui il blocco BRICS sta diventando qualcosa in più di un mero accordo commerciale e in cui la Russia sta giocando un ruolo chiave come attore geopolitico globale.
Vladimir Putin ha compiuto una vista davvero storica in America Latina, visitando Cuba, il Nicaragua, l’Argentina e poi il Brasile dove nelle città di Fortaleza e Brasilia si è tenuto il sesto vertice BRICS (con un veloce sosta domenicale nella gloriosa Rio de Janeiro dove ha assistito alla finale dei Mondiali di calcio tra Argentina e Germania).

Fermare la valanga occidentale
A partire dalla tragedia dell’11 Settembre, gli Stati Uniti, il Regno Unito e i loro alleati della NATO (più Israele) sono diventati un pericolo per il mondo. Negli ultimi 13 anni abbiamo visto il rovesciamento di regime in Iraq in base a false accuse da parte degli USA e del Regno Unito di armi di distruzione di massa poi mai trovate; la distruzione della Libia nel 2011; lo sconsiderato caos originato dalla “primavera araba” che ha riportato paesi come l’Egitto indietro di decenni; la quasi distruzione della Siria; e la decennale minaccia di una guerra preventiva contro l’Iran per il suo non esistente programma nucleare.
Le stime delle vittime in Iraq parlano di centinaia di migliaia di persone, se non di milioni e non c’è ancora stata una singola richiesta di scuse da parte degli USA, del Regno Unito o della NATO. Oggi l’Iraq insieme alla Libia è nella morsa della guerra civile, la Siria sta lentamente uscendone e, più pericolosamente, l’Egitto si è ritirato dal suo ruolo di paese stabilizzatore del Medio Oriente.
Tutto grazie alle ingerenze occidentali e del “caos sociale architettato” che è la nuova forma di guerra intrapresa dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla NATO (e da Israele). Dopo i crescenti fallimenti riportati in Medio Oriente, ultimamente si sono spostati verso altre latitudini: ad esempio in Ucraina. Continua a leggere

La Germania è più “indebitata” di noi

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Esiste un’oligarchia di criminali che perseguono semplicemente il proprio tornaconto, a scapito di popoli e Stati.
Complotto o no, ci troviamo a subirne le medesime conseguenze: sarebbe come fare dei distinguo se a sterminare una famiglia si sia trattato di una bomba “intelligente” o stupida!
Fino a che la stragrande maggioranza della gente è convinta che il “debito” bisogna pagarlo, ignorando del tutto come questo si sia venuto negli anni formando e soprattutto tramite quale meccanismo truffaldino esso sia stato imposto a quasi tutte le Nazioni, non potremo fare altro che assistere impotenti al lento declino dei popoli verso la schiavitù.
La moneta a debito è un crimine.
L’interesse composto (anatocismo) è un crimine.
Lo spread è un’invenzione truffaldina (quindi un crimine).
Il sistema finanziario è il “derivato” che vive e prospera esclusivamente sottraendo risorse all’economia che esercita l’ingrato ruolo di “sottostante”.
Non esiste una finanza “buona” e una “cattiva”. La finanza può sopravvivere solo succhiando il sangue all’economia reale (unica in grado di creare la vera ricchezza) e sopravvive anche grazie a milioni di utili idioti che non si informano, non si interessano, non credono, non capiscono, o peggio lucrano su questo fattore destabilizzante.
Nessuno si è mai domandato perché il Paese più “virtuoso” è più efficiente del mondo (la Germania) ha anch’esso un DEBITO? E che debito! Compreso quello dei lander, che astutamente i “corretti” tedeschi non inseriscono nel debito federale, il debito tedesco supera, in termini reali (non in %) abbondantemente quello italiano. E che dire degli USA? Il loro debito sfiora i 19.000 miliardi di dollari: circa sette (7) volte il nostro.
Tutto ciò è dovuto proprio all’anomalia criminale dell’emissione a DEBITO della moneta.
Dobbiamo smettere di essere “politicamente corretti” quando ci confrontiamo con oligarchie criminali che hanno come unico scopo il perseguimento del proprio interesse usando un sistema di rapina che MATEMATICAMENTE non ci consente di uscire dalla trappola del debito.
Persone come Monti, Letta, Ciampi, Draghi, Napolitano, Andreatta, la dirigenza PD e FI al completo, e mi fermo per mancanza di spazio, dovrebbero, o avrebbero dovuto a suo tempo, essere arrestati ed imputati di alto tradimento nei confronti del popolo “sovrano” a norma degli artt. 1, 4, 9, 11, 41, 47, 59, ed altri della Costituzione Italiana. Come mai i fautori della libertà della democrazia, e della giustizia in Italia non levano alto e fiero il loro grido di protesta? Quale arcano intreccio di pensieri e di convenienze politiche o economiche, o presunte tali, impedisce a questa gente di opporsi, almeno a parole, alla valanga di menzogne che da politica e stampa ci vengono ammannite quotidianamente?
Claudio Zanasi

Chi governa davvero l’America

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Mi capita spesso di pensare cosa direbbe Eisenhower se fosse ancora vivo oggi. L’Eisenhower che, con straordinario coraggio, nel 1961 denunciò il predominio « palese e occulto » del complesso militare-industria negli Stati Uniti. Temo che la situazione di oggi non gli piacerebbe affatto. Quel complesso esiste ancora e si è arricchito di un terzo protagonista: la finanza.
Eisenhower mi è venuto alla mente leggendo il saggio di Gianfranco Peroncini, La nascita dell’impero americano. 1934-1936: la Commissione Nye e l’intreccio industriale, militare e politico che ha governato il mondo, edito da Mursia, che, come molti bei libri non ha avuto finora la risonanza che merita. Tema difficile e in apparenza lontano da noi: a chi può interessare l’operato di una commissione parlamentare americana, composta da americani esemplari e idealisti, che ha esaminato le vere cause dell’entrata in guerra degli USA durante la Prima guerra mondiale? E invece il tema è più che mai attuale e non solo per la concomitanza col centenario dello scoppio della Grande Guerra. A colpire sono le straordinarie e amarissime similitudini con l’America di oggi; è scoprire che un fenomeno pericolosamente degenerativo ha radici ben più profonde di quanto immaginato.
Oggi il problema degli USA è il predominio quasi assoluto e pervicace delle lobby nelle istituzioni, nel governo, nel Congresso e persino nella Giustizia. Sono loro che comandano davvero gli Stati Uniti, come ben sanno i commentatori più coraggiosi e intellettualmente onesti. Il problema è che leggendo il bel saggio di Peroncini ci si accorge di come il problema non sia recente ma abbia radici lontanissime. Ovvero non risale a 50 ma a 100 anni fa. Già allora un tarlo pericolosissimo stava erodendo le fondamenta dell’America, preservandone – e non è un caso – la facciata. Oggi non c’è corrispondenza tra i suoi Valori più alti e le Sue istituzioni, che sono dominate da una classe politico-affaristica solo in apparenza rispettabile. Eppur onnipotente.
Marcello Foa

Fonte

Un avvoltoio può nasconderne altri

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha appena rifiutato il ricorso dello Stato argentino contro la decisione di un tribunale di New York, condannandolo a pagare 1.330 milioni di dollari a due fondi-avvoltoi: NML e Aurelius.

Con sede, in genere, nei paradisi fiscali, i fondi avvoltoio sono fondi speculativi di investimento che approfittano delle crisi per ricomprare titoli di debito degli Stati a prezzi molto ridotti. L’obiettivo è obbligare (gli Stati) per via giuridica a rimborsarli ad alto prezzo, cioè l’importo iniziale dei debiti più gli interessi e le sanzioni, oltre che i diversi costi giudiziari.
Le plusvalenze che questi fondi accumulano sono fenomenali.
Ad esempio, NML ricomprò nel 2008 i titoli di debito pubblico argentino il cui valore nominale era di 222 milioni di dollari. Mentre il fondo spese solo 48 milioni di dollari per acquisire questi titoli di debito, ora chiede all’Argentina il pagamento dei 222 milioni di dollari, più gli interessi per il ritardo!
In totale lo Stato argentino deve pagare 1.330 milioni di dollari a NML (1) e a Aurelius (2), secondo la decisione dei tribunali di New York, confermata dalla Corte Suprema.
La giurisdizione dei tribunali newyorkini, protettrice all’estremo dei creditori, deriva da un grave errore commesso dal governo argentino al momento dei negoziati che ha avuto con i suoi creditori privati nel 2005 e 2010, a cui i fondi avvoltoi hanno rifiutato di partecipare.
Torniamo un poco indietro nel tempo. Dopo la sospensione unilaterale del pagamento del debito nel 2001, il governo argentino potè rovesciare a suo favore i rapporti di forza e ottenere da un’immensa maggioranza di quei creditori privati (il 93%) una riduzione del 70% del suo debito commerciale. Ma nel corso dei negoziati rinunciò ad una parte della sua sovranità col conferire ai tribunali di New York la giurisdizione per risolvere eventuali liti con i suoi creditori, invece che ai tribunali argentini. E’ questa ‘piega’ che NML e Aurelio hanno utilizzato per poter citare in giudizio lo Stato argentino su suolo statunitense, e il caso non è ancora finito …
Nel rifiutare il ricorso dell’Argentina, la Corte Suprema apre la strada, di fatto, ad altre sentenze di condanna visto che gli altri fondi avvoltoi, che non hanno voluto negoziare, senza dubbio perseguiranno anche loro l’Argentina.
La fattura potrebbe così aumentare a 15 mila milioni di dollari! Insopportabile per l’economia e per il popolo argentino.
Il governo non ha scelta. Disobbedire a questa sentenza è una necessità, anche a rischio di commettere un’illegalità dal punto di vista del diritto statunitense. Ricordiamo, comunque, che l’Argentina – come tutti gli altri Stati – ha, in virtù del diritto internazionale, obblighi verso la sua popolazione che sono superiori a qualsiasi altro, come quello di pagare i suoi creditori.
In questo braccio di ferro con i fondi avvoltoio l’Argentina ha ricevuto l’appoggio formale di creditori “tradizionali” come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e vari Stati membri del Club di Parigi, il gruppo informale che riunisce i 19 Stati creditori più ricchi (del quale il Belgio fa parte).
Tutti apparentemente condannano i fondi avvoltoio, ma tutti hanno una grande responsabilità in questa situazione.
In primo luogo, questi fondi vincono in tribunale visto che la loro azione è legale! Ma i loro procedimenti non sono nuovi. In questo caso NML ottenne già nel 1999 il pagamento da parte del Perù di 58 milioni di dollari a causa di un debito ricomprato dal fondo per soli 11 milioni i dollari.
Gli stati devono moltiplicare le leggi per fermare l’azione dei fondi avvoltoio nelle loro giurisdizioni nazionali. E’ urgente, viste le rovine provocate dai fondi avvoltoio nei paesi del Sud, ma anche in Europa, dove la Grecia e Cipro sono stati attaccati.
In secondo luogo i creditori “tradizionali” hanno indebitato enormemente i paesi del Sud con la complicità dei governi debitori. Questi crediti ricomprati dai fondi avvoltoio spesso sono, alla loro origine, debiti odiosi, illegali o illegittimi.
E’ il caso del debito argentino, dichiarato nullo dalla Corte Suprema argentina nel processo Olmos del 2000. I giudici argentini individuarono 477 reati nella formazione di questo debito, anche prima dell’arrivo dei fondi avvoltoio.
Questi creditori “tradizionali”, che pretendono di appoggiare l’Argentina contro i fondi avvoltoio, sono anche quelli che danneggiano il popolo argentino facendogli pagare un debito fraudolento, legato in parte alla dittatura argentina che essi appoggiarono.
Gli Stati membri del Club di Parigi arrivarono anche ad un accordo con l’Argentina lo scorso 29 maggio, accordo che prevedeva il rimborso di quell’odioso debito. Da tredici anni l’Argentina aveva smesso qualsiasi pagamento relativo al Club di Parigi. L’accordo prevede il pagamento di 9.700 milioni di dollari, dei quali 3.600 corrispondono ad interessi punitivi per il ritardo!
Gli avvoltoi sono quindi più numerosi di quello che pensiamo.
Se i creditori vogliono davvero essere presi sul serio rispetto al loro appoggio all’Argentina devono, da una parte, approvare leggi contro i fondi avvoltoio e, dall’altra, annullare completamente e senza condizioni tutti i debiti odiosi, illegali e illegittimi dell’Argentina.
Renaud Vivien*

(1) NML Capital Ltd. di proprietà del multimilionario statunitense Paul Singer
(2) Aurelius Capital Management, rappresentato da Mark Brosky, che è stato per anni avvocato del fondo NML

*Co-segretario generale del CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito ai Paesi del Terzo Mondo) del Belgio

Fonte

Debito pubblico: come uscirne senza strozzarci

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Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, con sede a Vecchiano (PI), ha elaborato un importante documento sulla questione del debito pubblico che attanaglia l’Italia, con il contributo di Franco Sacchetti per le vignette, Francesco Gesualdi per i testi e Andrea Rosellini per la grafica.
Il nostro Paese si trova infatti nella trappola di un debito che si autoalimenta: ben il 75% di esso è dovuto agli interessi che dal 1980 al 2012 hanno totalizzato 2.230 miliardi di euro, dei quali 1.550 sono finiti a debito.
In tal modo, il debito funziona come un meccanismo di redistribuzione alla rovescia che allarga il divario esistente fra i più ricchi e i più poveri: la famiglie appartenenti al 10% più ricco possiedono da sole il 46% di tutta la ricchezza privata, mentre quelle del 50% più povero appena il 9,4% della stessa.
La conclusione è che la miseria in Italia oggi colpisce una persona su tre, mentre la ricetta imposta ai Paesi più traballanti, a partire dal nostro, è sempre la stessa: aumentare le tasse, ridurre le spese, privatizzare tutto il possibile. Non importa se il risultato finale è la chiusura dei servizi e la perdita dei beni comuni.
L’unico modo per arrestare il declino dell’Italia è decidere di non far pagare solo i cittadini, ma anche i creditori. Il popolo italiano ha l’obbligo di restituire solo quella parte di debito che è stata utilizzata per il bene comune. Tutto il resto -dovuto a tassi eccessivi, indebitamento per interessi, ruberie, sprechi, corruzione, etc.- può (e deve!) essere ripudiato perché illegittimo.
La prima cosa da fare è quindi aggredire gli interessi, che ci salassano e alimentano la crescita del debito. Tre le iniziative possibili: vietare qualsiasi forma di speculazione sui titoli del debito pubblico, l’autoriduzione dei tassi di interesse, la sospensione dei pagamenti delle quote impossibili da coprire.
Risolta finalmente l’emergenza, bisognerà poi mettere ordine nei conti pubblici per liberarci definitivamente del debito e non ricadere mai più nella sua mortifera spirale.
Rammentando che il debito pubblico italiano non avrebbe avuto un epilogo così drammatico se avessimo conservato la sovranità monetaria di cui godevamo prima del 1981, quando si verificò il cosiddetto “divorzio” fra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro.
Concludiamo con l’invito a far circolare il materiale elaborato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo in tutti i modi possibili.
Federico Roberti

“Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo”

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“Qual è la natura della sfida con cui si confrontano oggi i paesi del Movimento dei Paesi non allineati, a 60 anni dalla sua nascita, in questo mondo molto cambiato?
Viviamo in un sistema di mondializzazione squilibrata, iniqua e ingiusta. Agli uni, tutti i diritti d’accesso alle risorse del pianeta per il loro uso e persino spreco, esclusivi. Agli altri l’obbligo di accettare quest’ordine e di adattarsi alle sue esigenze, rinunciando al proprio sviluppo, finanche ai diritti elementari all’alimentazione, all’istruzione e alla salute, alla vita stessa, per ampi segmenti dei propri popoli – i nostri.
Quest’ordine ingiusto è definito “mondializzazione” o “globalizzazione”.
Dovremmo anche accettare che le potenze beneficiarie di quest’ordine mondiale ingiusto, soprattutto gli Stati Uniti e l’Unione europea, associati militari nella NATO, avrebbero il diritto di intervenire con la forza armata per fare rispettare i loro diritti abusivi di accedere all’uso – o al saccheggio – delle nostre ricchezze. Lo fanno con pretesti diversi – la guerra preventiva contro il terrorismo, evocata quando gli conviene. Lo fanno prendendo a pretesto la liberazione dei nostri popoli da dittatori sanguinari. Ma i fatti dimostrano che né in Iraq, né in Libia, ad esempio, il loro intervento ha permesso di restaurare la democrazia. Questi interventi hanno semplicemente distrutto gli stati e le loro società. Non hanno aperto la via al progresso e alla democrazia, ma l’hanno chiusa.
Il nostro movimento potrebbe dunque essere definito Movimento dei paesi non allineati alla globalizzazione.
Mi spiego: non siamo avversari di tutte le forme di mondializzazione. Siamo avversari di questa forma ingiusta di mondializzazione, di cui siamo vittime.

Quali risposte possono dare a questa sfida i Paesi non allineati?
Le risposte che vogliamo dare a questa sfida sono semplici da formulare nei loro grandi principi.
Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo. Le potenze che erano e rimangono beneficiarie dell’ordine esistente devono accettare di adeguarsi alle esigenze del nostro sviluppo. L’adeguamento deve essere reciproco, non unilaterale. Non spetta ai deboli adeguarsi alle esigenze dei forti. Al contrario, è dai forti che si deve esigere che si regolino alle necessità dei deboli. Il principio del diritto è concepito per questo, per correggere le ingiustizie e non per perpetuarle. Abbiamo dunque il diritto di attuare i nostri progetti sovrani di sviluppo. Quello che i fautori della globalizzazione in atto, ci rifiutano.
I nostri progetti sovrani di sviluppo devono essere concepiti per permettere alle nostre nazioni e stati di industrializzarsi come loro intendono, con strutture giuridiche e sociali a loro scelta, che permettono quindi di raggiungere e sviluppare da noi stessi le tecnologie moderne. Devono essere concepiti per garantire la nostra sovranità alimentare e permettere a tutti gli strati dei nostri popoli di essere i beneficiari dello sviluppo, ponendo termine ai processi d’impoverimento in corso.
L’attuazione dei nostri progetti sovrani esige la riconquista della sovranità finanziaria. Non spetta a noi di adattarci al saccheggio finanziario a maggior profitto delle banche delle potenze economiche dominanti. Il sistema finanziario mondiale deve essere costretto a adattarsi a quella che è la nostra sovranità.
Spetta a noi definire insieme le vie e i mezzi di sviluppo della nostra cooperazione Sud-Sud che possano facilitare il successo dei nostri progetti sovrani di sviluppo.”

La rinascita del Movimento dei Paesi non allineati e degli internazionalisti nell’era transnazionale, intervista a Samir Amin in occasione della Conferenza ministeriale del Movimento dei Paesi non allineati (Algeri, 26-29 Maggio 2014), continua qui.

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Chi può essere contro questo?

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“A Sevran, un comune nella periferia nord-est di Parigi, la resistenza è già iniziata. Dall’11 Aprile la città è stata auto-dichiarata una zona libera dal TTIP, il Partenariato transatlantico per lo scambio e gli investimenti, la replica atlantica del NAFTA .
Una risoluzione presentata dal gruppo di sinistra Sevran Solidaire et Citoyen è stata adottata a larga maggioranza del Consiglio comunale di Sevran. La città chiede al governo francese di interrompere la trattativa concernente la creazione di una zona di libero scambio tra l’America e l’Europa, che è in corso da circa 10 mesi.
A Sevran credono che il trattato “non riguarda tanto la libera concorrenza e la mancanza di barriere, è [piuttosto - ndr] una minaccia contro il nostro modello sociale e il modo di vita francese: lo smantellamento di tutte le protezioni sociali e ambientali, dumping di salari e prezzi, privatizzazioni, lo Stato attaccato dalle multinazionali nei tribunali arbitrali privati​.”
La paura causata da questo quadro cupo si sta lentamente diffondendo in Europa, nonostante il fatto che i media europei solitamente chiudono gli occhi di fronte ad essa. Inoltre, le elezioni europee alla fine di Maggio si avvicinano e gli euro-politici, già assediati da orde di partiti nazionali euroscettici, non vogliono parlare di una questione così divisiva. Il modo in cui Bruxelles ha cercato di presentare il trattato è tipico di questa Europa cui manca un cuore politico, un Club di Banche secondo la quale la democrazia consiste nel regolamentare ogni aspetto della vita, anche la lunghezza di una zucchina.
Si tratta niente di meno che dell’antropologia iper-astratta del neoliberismo, un mondo di individui monadi senza legami sociali e di solidarietà, la cui libertà è quella di scegliere tra diversi beni di consumo e il “potere” quello di dire tutto ciò che ci passa attraverso la testa a una folla anonima che non presta ascolto. Un mondo apparentemente regolato dalla magica mano del mercato, ma in realtà un’arena in cui solo i più forti contano e comandano, la legge della giungla davvero.
Questo è più evidente negli Stati Uniti dove, come molti film di Scorsese hanno dimostrato, la violenza magmatica della società è appena coperta da un sottile strato di democrazia formale. La vecchia Europa, con secoli di guerre sanguinose sulle sue spalle, ha bisogno di una buccia più spessa “per pretendere di essere qualcun altro”, come la canzone di Randy Newman ‘Guilty’ afferma. Così, nell’illustrazione del sedicente trattato che viene normalmente fatta in Europa tutto viene visualizzato nella sua suprema astrazione, ogni evento umano è declassato e preso sotto la possibilità burocratica di essere governato, cioè la sua umanità è dialetticamente distrutta.
Alla fine tutto è falsato perché la verità astratta può non coincidere con la verità sociale. Se il problema è solo la semplificazione e la riduzione dei costi del commercio tra le due sponde dell’Atlantico, chi può essere contro questo?”.

Da Europe spooked by Transatlantic Partnership?, di Claudio Gallo (traduzione nostra).

[Si veda anche: Mercato transatlantico, un rimedio peggiore del male]

La “giurisdizione universale” dell’Occidente

brennan in ucraina“Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.
Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).
Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).
Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.”

Da Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto, di Enrico Galoppini.

Bye bye, Ucraina!

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Per avere accesso agli “aiuti” del FMI, una cifra oscillante tra i 14 e i 18 miliardi di dollari, pari a circa la metà di quanto necessario per evitare il fallimento secondo il ministro delle Finanze, il governo golpista ucraino approva un piano d’austerità lacrime e sangue: aumenti delle tariffe energetiche, delle accise sui beni di consumo, della tassazione diretta su redditi e pensioni, dell’Iva, nonché esuberi di personale nei settori della sicurezza e della giustizia.
In attesa di ulteriori “aiuti”, stimati in circa 10 miliardi, in arrivo dall’Unione Europea, Stati Uniti e Banca Mondiale.
Benvenuta nella trappola del debito!

Febbraio 2014: la sovversione atlantica non conosce soste

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Che cos’hanno in comune Venezuela, Ucraina e Siria?
Apparentemente nulla, se non di essere degli Stati abitati da esseri umani.
Oltretutto, si trovano lontanissimi l’uno dall’altro, in contesti geografici e culturali molto diversi tra loro. Dunque, potremmo già finirla qui.
Ed invece no. Venezuela, Ucraina e Siria condividono in questi giorni un destino comune: quello di essere nel mirino della sovversione atlantica.
Ma c’è dell’altro. La concomitanza di questi tentativi di sovversione manu militari i governi locali ha lo straordinario pregio di poter aprire gli occhi, in extremis, anche agli ultimi ciechi che non ce la fanno a vedere come stanno le cose (mentre chi “non vuol vedere” è irrecuperabile).
Dall’America Latina all’Eurasia, al Vicino e Medio Oriente arabo islamico è tutto un susseguirsi, a ritmi vorticosi e sempre più aggressivi, di situazioni analoghe, orchestrate secondo una sequenza ormai consolidata.
Si comincia con le richieste di “pacifici manifestanti”, guidati da istruttori delle ONG preventivamente operanti sul territorio, che il governo non recepisce o recepisce in parte, tanto sono pretestuose ed irricevibili. Poi, abbastanza presto, tra i suddetti ci scappa il morto (con modalità mai troppo chiare), subitamente elevato a “martire” dai “media globali”. A quel punto, i “pacifici manifestanti” estraggono le pistole e le mitragliatrici, e se necessario anche le bombe, dimostrando di essere ben altro (paramilitari già addestrati).
Scatta la battaglia con le forze dell’ordine. Il “mondo libero”, per bocca delle sue “democratiche istituzioni”, chiede che “cessino immediatamente le violenze”, che tradotto in linguaggio comprensibile significa: “Il governo deve arrendersi!”.
Se non lo fa, si minacciano e poi si applicano “sanzioni” (e “congelamenti” di beni: v. “sequestri”), mentre i medesimi “media globali” (e ovviamente “liberi” ed “indipendenti”) disseminano una versione a senso unico dei fatti e del contesto strategico, geopolitico e geoeconomico in cui essi si svolgono.
A quel punto il piano di sovversione è di fronte ad un bivio. Se va in porto in questa prima fase, tanto meglio: si fa prima, costa meno e la cosa è più facile da presentare come una “rivoluzione popolare”. Altrimenti scatta l’opzione militare vera e propria, come in Siria. I “pacifici manifestanti” dimostrano di sapersela cavare anche contro l’esercito!
Una volta raggiunto l’obiettivo, ovvero il rovesciamento del locale governo inviso all’America e alla grande finanza (ed in particolare l’eliminazione fisica del “tiranno”), il primo passo è già segnato fin dall’inizio della storia: un “prestito” per risollevare la locale economia in cattive acque, oltretutto già messa in ginocchio da “sanzioni” e attacchi speculativi sulla valuta nazionale mirati a svalutarla. Un “prestito” che regolarmente viene stipulato col pupazzo rinnegato del suo popolo e la sua cricca insediati subito dopo la “rivoluzione”.
Ecco qua un esempio lampante di ciò: “Gran Bretagna e Germania sostengono il nuovo governo e chiederanno al Fondo Monetario Internazionale di concedere aiuti finanziari”. (Ansa.it, 22 febbraio 2014)
Non hanno nemmeno finito la loro “rivoluzione” che già il cappio dell’usura (e delle “riforme strutturali”) si stringe attorno al collo degli ucraini!
Più la solita rassegna di “rivelazioni” scandalistico-moralistiche (la villa del “dittatore pazzo”, il lusso di cui si circondava ecc.): a quando dei servizi speciali sulle regge dei grandi nomi della finanza, dell’economia e dell’editoria “italiane” ed “europee”?
Quando gli stessi manovratori sono impegnati contemporaneamente, con medesime modalità e finalità, da un capo all’altro del pianeta, e per giunta non ne fanno mistero, significa che i giochi sono molto chiari.
A meno che non si voglia credere che il motore di tutto ciò sia – come riferiscono i media stessi – un “vento di libertà” che stranamente soffia sempre in una direzione e mai in un’altra…
Enrico Galoppini

Fonte

La chiama(va)no ingerenza

la voce del padrone

Roma, 5 febbraio – Il procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio Raffaele De Dominicis smentisce all’Agi la notizia diffusa dal “Financial Times” secondo cui “ci sarebbe stata emissione di citazione in giudizio contro le agenzie di rating S&P, Moody’s e Fitch”. De Dominicis conferma invece “l’esistenza dell’inchiesta giudiziaria contabile contro le predette agenzie per il declassamento dell’Italia. Indagine che non e’ ancora approdata a una decisione conclusiva”.
Secondo quanto ha riportato il Financial Times, la Corte dei Conti avrebbe citato in giudizio le agenzie di rating S&P, Moody’s e Fitch per il downgrade dell’Italia del 2011, chiedendo un risarcimento danni di 234 miliardi di euro. Il giornale britannico aggiunge poi che S&P, raggiunta da un atto di citazione della Corte dei Conti, ha precisato che l’errore delle tre agenzie sarebbe stato quello di non aver tenuto conto dell'”alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro paese che, universalmente riconosciuto, rappresenta la base della sua forza economica”.
(AGI)

L’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di… Marchionne

993547_10152197934146204_902721218_n“Due documenti d’archivio dell’ENI e un aneddoto-testimonianza ci permettono di avviare il discorso sull’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di Madoff, i nostri tempi.
Il primo documento riguarda una riunione del Comitato interministeriale del 1955, cui prende parte anche Enrico Mattei in qualità di presidente dell’ENI; vi partecipano il Ministro dell’Industria e del Commercio (Villabruna), il Ministro del Tesoro (Gava) e quello delle Finanze (Tremelloni). Mattei, dopo avere illustrato un progetto dell’Ente di Stato per un impianto a Ravenna, chiede 800 milioni di lire. Accadesse oggi, la richiesta verrebbe subito bloccata: il debito, ovvero la “spending review”; quella del 1955 venne invece immediatamente accolta.
Il secondo documento riguarda una conferenza di Mattei alla Società dei Produttori di Petrolio e Gas di Zagabria (Jugoslavia, 8 dicembre 1957), in cui egli illustrava il funzionamento e le finalità dell’impianto AGIP di gas naturale di Ravenna: promuovere quella metanizzazione della struttura produttiva italiana e della stessa economia domestica (le prime bombole a gas), che fu uno dei grandi meriti storici di Mattei, la base energetica del boom italiano e della liberazione di milioni di famiglie italiane dei piccoli centri di campagna o di montagna dalla schiavitù del carbone e della raccolta della legna.
Dopo avere ricordato con estrema semplicità ai suoi interlocutori della Jugoslavia socialista di Tito, che «nel 1926 lo Stato», cioè lo Stato fascista, aveva «costituito l’AGIP» e dopo avere sottolineato – senza nemmeno citare la cesura-svolta repubblicana del dopoguerra – che «l’opinione pubblica, il Parlamento e il Governo manifestarono peraltro la precisa volontà di mantenere sotto il pubblico controllo lo sfruttamento di una ricchezza che era stata scoperta per merito di un’azienda dello Stato» (pp. 1-2), Mattei spiegava in questi termini l’adozione di una tariffa unica per il prodotto finito, indipendentemente dalla zona di destinazione: «Una differenziazione delle tariffe di vendita basata sui costi di trasporto avrebbe creato notevoli sperequazioni tra i centri più vicini e quelli più lontani. Si sarebbe così favorito – attenzione al passo che segue – l’ulteriore sviluppo di zone già fortemente industrializzate (ad esempio la provincia di Milano, che è la più vicina ai giacimenti) a scapito di altre più lontane ed economicamente progredite».
Una visione nazionale, dunque, dello sviluppo economico; un’apertura mentale capace di interloquire con il nemico jugoslavo al fine di una possibile cooperazione comune, e nessuna retorica dell’antifascismo, vista la continuità tacitamente ammessa da Mattei tra il periodo mussoliniano e quello repubblicano.
Oggi tutto questo sembra impossibile. La retorica dell’antifascismo ha raggiunto il suo apice e, con esso, la sostanziale assenza di una vera lotta ai veri poteri forti della nostra epoca, che ovviamente non sono né il fascismo, né gli sparuti gruppi fascisti che pretendono, spesso in modo caricaturale, di continuarne la memoria. A livello internazionale, dilagano gli embarghi contro i Paesi che non accettano il “nuovo ordine internazionale” postbipolare, erede di quello di Yalta, a cui avevano avuto il coraggio di opporsi Mattei e la Jugoslavia di Tito. Fioriscono poi, oggi, strampalate proposte di introiti maggiorati per quei Comuni, Province e Regioni del tutto casualmente beneficiati dalla presenza di risorse energetiche, sui loro territori, come nel caso di Filettino e del suo “principe”; oppure si sedimentano opzioni secessioniste, come presunta necessaria conseguenza delle legittime critiche alle distorsioni centralistiche dello Stato unitario o dei legittimi revisionismi storiografici sulle pagine di sangue del Risorgimento italiano.

Infine l’aneddoto. È uno dei fidi di Mattei a raccontarlo, Renzo Cola: durante una visita in Egitto il presidente dell’ENI avanza l’idea di un finanziamento italiano della diga di Assuan, per la cui costruzione Nasser si era rivolto anche agli Stati Uniti e avrebbe poi accettato il sostegno dell’URSS. Fatti i calcoli l’idea viene scartata, ma la sua mera presa in considerazione è emblematica della visione di Mattei dell’economia come sviluppo, e dello sviluppo anche come grandi progetti, grandi imprese. Un mondo scomparso: lo dimostrano il dibattito per certi versi surreale, in Italia, tra crescita e saldatura del debito – un debito quasi tutto frutto di interessi sugli interessi – e il dilagare, negli ultimi vent’anni, di un’ideologia deproduttivistica o microproduttivistica. Pozzi d’acqua sì, dighe no: un’ideologia peraltro convergente con il programma di International Transparency, una sorta di “tangentopoli” a livello internazionale, di origini ovviamente occidentali, che colpisce appunto soprattutto le grandi opere nel mondo sottosviluppato con la motivazione-alibi della lotta alla corruzione. Una sorta di via giudiziaria al pauperismo.
Ma quanto fin qui detto e i tre esempi fatti evidenziano soprattutto una cosa: non solo la visione matteiana dell’economia come progresso economico, ma anche la struttura stessa dell’economia postbellica e del boom degli anni Cinquanta e Sessanta, come fondata soprattutto sulla sfera della produzione e non su quella finanziaria. All’epoca, il rapporto tra capitale industriale e capitale finanziario-bancario non era quello terribile di oggi: 10 a 1 alla svolta del secolo, 20 a 1 nel 2011. Il dollaro, asceso a valuta internazionale con gli accordi di Bretton Woods del 1944, non era ancora stato sganciato dall’oro (Nixon, 1971). La valuta nazionale – emessa dalla Banca Centrale dello Stato – era il riflesso della ricchezza sociale reale del Paese. Il problema del denaro virtuale, o addirittura elettronico, non esisteva. Le banche italiane erano anche di Stato e aiutavano i piccoli imprenditori e in generale le imprese fondate sulla produzione di beni materiali. Come racconta Valerio Castronovo la famosa Banca Nazionale del Lavoro – oggi scomparsa e fagocitata dalla BN Paris, dopo quasi un secolo di storia – era di supporto attivo alla sfera produttiva, una sorta di struttura di servizio garantita dallo Stato. Lo Stato controllava l’emissione monetaria attraverso una Banca d’Italia che sarebbe stata privatizzata solo nel 1992, e attraverso un Ministero del Tesoro che controllava per legge il tasso di interesse. Così sarebbe rimasto nei fatti fino alla lettera di Andreatta – non a caso ministro nel governo Spadolini (1980-81) – all’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi e, in diritto, fino alle privatizzazioni dell’industria di Stato da parte del governo Amato del 1992.
Ovviamente la finanza, la sfera finanziaria e i suoi uomini con il loro potere esistevano, ma non erano così forti, così capaci, ad esempio, di dominare il ceto politico tutto. Ricordiamo la battuta simbolo di Fassino, la sua esultanza di qualche anno fa: «Abbiamo una banca». La politica era basata sui partiti di massa e non era dipendente, come oggi, dalle promozioni interessate e dalle velenose campagne denigratorie fatte dai mass media. Inoltre, Mattei aveva le idee ben chiare sulla grande “finanza laica” e ne capiva bene l’antagonismo, rispetto alla sua strategia economica e alla sua visione cristiana, nazionale e internazionale dell’Italia e del mondo. Come ha raccontato Giancarlo Galli,

Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila, lo gnomo di via Filodrammatici […] Fu a cena da Enrico Mattei che sentii per la prima volta nominare Enrico Cuccia […] disse Mattei: «È molto bravo, sa dove vuole andare e bisognerà fare i conti con lui. Se passa ci distrugge […] Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli americani, i tedeschi, gli ebrei»… Baldacci fece presente che era «uomo di Mattioli, un amico», al che Mattei scosse la testa, con un «ne riparleremo» pieno di irritazione.

Baldacci, in effetti, o non aveva capito nulla, o faceva finta di non capire.
Oggi quel potere, come già accennato, è enormemente aumentato. I pilastri di un’economia e di una politica monetaria ancorate o sensibili alla produzione sono venuti meno: le Banche Centrali che emettono o cogesticono la moneta – ancora tutte di Stato, nei Paesi del Medio Oriente, Iran compreso – sono private, come la Banca Centrale Europea e come la Banca d’Italia. La BCE, in particolare, in base al Trattato di Lisbona sfugge a qualsiasi controllo da parte degli Stati membri dell’UE e dell’eurosistema. Tutto questo si traduce non solo in Potere in quanto autonomia decisionale, ma anche in Potere in quanto formidabile accumulazione di denaro, grazie al reddito da signoraggio.”

Da Rompere la Gabbia. Sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi, di Claudio Moffa, Arianna Editrice, 2013, pp. 121-124.

La FED è finita? Cento anni di manipolazioni del dollaro americano

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Di Adrian Salbuchi per rt.com

Lunedì 23 Dicembre [2013 - ndt] segna il centesimo anniversario della creazione del Federal Reserve System – la banca centrale degli Stati Uniti d’America.
I media mainstream tengono un atteggiamento prudente a riguardo di questo traguardo chiave.
Senza dubbio, essi sanno solo troppo bene che a milioni sempre più lavoratori dentro e fuori gli USA stanno comprendendo che un secolo di gestione monopolistica della banca centrale nelle mani di un ristretto gruppo privato di banksters usurai è abbastanza. Più che abbastanza!

“Era la notte prima di Natale…
… quando in tutta la casa, non si sentiva alcuna creatura, neanche un topo”. Queste parole scritte dal poeta americano del diciannovesimo secolo, Clement Clarke Moore, descrivono adeguatamente la scena di un centinaio di anni fa quando il Federal Reserve Act fu con discrezione emanato dal Congresso statunitense: davvero, difficilmente un topo poteva farsi sentire sia alla Camera che al Senato… Ma i grandi ratti erano certamente là per votare la loro legge!
1913: Woodrow Wilson era Presidente degli Stati Uniti ; la Prima Guerra Mondiale otto mesi di là da venire; e tre anni prima un incontro molto riservato si era tenuto presso la residenza privata del mega-banchiere John Pierpont Morgan sull’isola di Jekyll, al largo della Georgia.
Bloomberg News lo ha descritto in un articolo del 15 Febbraio 2012 come “un incontro segreto che lanciò la Federal Reserve Bank. Nel Novembre 1910, un gruppo di pezzi grossi del governo e del mondo degli affari tratteggiò un nuovo potente sistema finanziario che è durato un secolo, attraverso due guerre mondiali, una Grande Depressione e molte recessioni”.
Questa la versione di Bloomberg. L’amara verità è forse esattamente l’opposto: nel Novembre 1910 un gruppo di esponenti di punta del governo, del mondo bancario e degli affari disegnò un nuovo potente sistema finanziario che ha determinato, promosso e imposto un secolo di conflitti e genocidi, incluse due guerre mondiali, una Grande Depressione, molte recessioni e sistematici salvataggi dei mega-banchieri utilizzando i soldi dei contribuenti.
Nel 1995, lo scrittore e ricercatore americano G. Edward Griffin pubblicò quello che è ritenuto sicuramente il più pregevole libro sulla “FED” – come è generalmente chiamata nei circoli finanziari e dai media mainstream la banca centrale statunitense – intitolato “La creatura dell’isola di Jekyll”.
Il libro di Griffin descrive come avvenne una cospirazione segretissima – scusate, non posso pensare a una definizione migliore – di banchieri, funzionari governativi e agenti stranieri, molto potenti, per pianificare la presa in possesso di economia, finanza e valuta nazionale americana, il dollaro, per poi intraprendere guerre globali di conquista.
Bloomberg proseguiva descrivendo come il senatore del Rhode Island, Nelson Aldrich, la cui figlia sposò John. D. Rockfeller Jr., “invitò uomini conosciuti e fidati, o almeno uomini influenti che egli pensava potessero lavorare insieme: Abram Piatt Andrew, assistente segretario al Tesoro; Henry P. Davidson, un socio d’affari di JP Morgan; Charles D. Norton, presidente della First National Bank di New York; Benjamin Strong, un altro amico di Morgan e capo del Bankers Trust; Frank A. Vanderlip, presidente della National City Bank; e Paul M. Warburg, cittadino tedesco, socio di Kuhn, Loeb & Co.”
Paul Warburg fu il vero artefice della FED. E’ interessante che il suo socio principale presso Kuhn, Loeb & Co., Jakob Shiff, aveva appena finanziato la guerra del Giappone contro la Russia zarista; successivamente egli ebbe a inviare per il tramite di un esule russo che viveva a Brooklyn, dal nome di Lev Davidovich Bronstein (meglio conosciuto come Leon Trotsky), 20 milioni di dollari per assicurare la vittoria della Rivoluzione Bolscevica nel 1917.

Né “Federale”, né “Riserva”, e neppure una “Banca”
Oggigiorno, è un “sistema”. Ufficialmente, il “Federal Reserve System” mantiene il pieno controllo del dollaro USA, non per servire il popolo americano ma, al contrario, gli interessi dei banchieri privati, che detengono le rispettive tipologie di titoli e partecipazioni.
In pratica, la FED è di proprietà privata per oltre il 95%, non è integrata nel governo statunitense, né sottoposta al controllo di alcun ramo di esso. In essa non c’è nulla di “Federale” in quanto sta del tutto al di fuori del sistema governativo di controlli e bilanciamenti.
Neppure fa da “Riserva” di qualcosa. Piuttosto essa stampa arbitrariamente tutto il denaro che i mega-banchieri e le élites del potere necessitano per mantenere il mondo “globalizzato” in movimento verso la direzione che auspicano e abbisognano. Ciò include cose come i “quantitative easings” per svariati trilioni di dollari per mantenere Goldman Sachs, Bank of America, CityCorp, Wachovia e JP Morgan Chase felici e “sani”; il finanziamento di operazioni clandestine e terroristiche per rovesciare i governi di Iran, Nicaragua, Argentina, Cuba, Cile, Siria, Libia, Vietnam e molti altri; intraprendere guerre decennali contro Afghanistan, Pakistan, Iraq, Africa e America Latina; sostenere risolutamente il genocidio in Palestina del “piccolo Israele” e il suo “democratico” programma nucleare forte di 400 testate; e mantenere Wall Street perennemente attaccato al respiratore.
Infine, non si tratta assolutamente di una “Banca” nel senso di una istituzione finanziaria che promuove le necessità di credito dell’economia reale a beneficio dei bisogni della vasta maggioranza della popolazione che lavora.
Piuttosto, la FED sostiene i bisogni finanziari del sistema della guerra globale, operazioni segrete, usura, trafficanti di droga, e gli speculatori globali.
La FED non rende conto a nessuno. Chiaramente essa non agisce a favore di “Noi il Popolo” degli Stati Uniti o di qualunque altro Paese. Il suo scopo è servire i circoli del potere globale, che si ritrovano a scadenze regolari per pianificare il governo del mondo tramite entità quali il Council of Foreign Relations, Trilateral Commission, Bilderberg, World Economic Forum e altre che formano parte della odierna, intricata rete planetaria del potere finanziario globale.

Direttamente dalla bocca del cavallo
In un’intervista durante il programma “News Hour” della PBS, trasmessa il 18 Settembre 2007, il giornalista statunitense Jim Lehrer ebbe il seguente botta e risposta con Alan Greenspan, già Presidente della FED per decenni (e funzionario di JP Morgan):
Jim Lehrer: “Quale è la relazione appropriata fra un presidente della FED e il Presidente degli Stati Uniti?”
Alan Greenspan: “Bene, prima di tutto, la Federal Reserve è un’agenzia indipendente, e ciò significa, fondamentalmente, che non c’è alcuna altra agenzia governativa che possa bloccare le azioni che intraprendiamo. Considerato che funziona così da tempo e che non esiste evidenza per cui l’amministrazione o il Congresso o alcun altro ci richieda di fare le cose diversamente da ciò che riteniamo la maniera appropriata, allora quale che siano tali relazioni francamente non ha importanza”.
Capito? Se sei un cittadino statunitense, dovresti rileggere quanto sopra un’altra volta o due.
dollaro_collassoIl Sistema FED è posto alla radice dello status di “superpotenza” degli Stati Uniti. Permettetemi di spiegare come la truffa FED funziona veramente dal punto di vista di uno che vive in Argentina – un Paese assai bistrattato al quale i circoli del potere globale hanno ripetutamente fatto mangiare la polvere mediante i loro agenti locali impostici attraverso la “democrazia” alimentata dal denaro.
Ogni volta che l’Argentina necessita di comprare petrolio, medicine o componenti tecnologiche, ad esempio, per un valore di 100 dollari, il popolo argentino deve lavorare per guadagnare quei 100 dollari attraverso le esportazioni e impegno genuino.
A confronto, ogni volta che il governo USA ha bisogno di acquistare 100 dollari di petrolio, medicine o qualsiasi altra cosa, tutto ciò che deve fare è dire alla FED di stampare 100 dollari ed è fatta. Mi si consenta di dire che ciò rende molto più facile essere una “superpotenza”.
Va bene, il meccanismo non è così semplice, ma questo di certo spiega schematicamente come funziona in verità l’intero sistema di potere del dollaro USA. Spiega anche perché le oligarchie non tollereranno che nessuno possa sfidare il dollaro.

Oh, when the FED… comes marchin’ in…
Prendiamo ad esempio il mercato mondiale del petrolio. Si tratta di un monopolio gestito da tre centrali commerciali globali situate a New York, Londra e Dubai. L’idea è di assicurare che i “petrodollari” viaggino per il mondo 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e soltanto piccole somme dovrebbero accidentalmente rientrare nel sistema finanziario USA.
Questo spiega perché quando alla fine del 2002 Saddam Hussein decise che avrebbe realizzato il suo scambio commerciale con l’Occidente, autorizzato dall’ONU con la denominazione “Un miliardo di dollari di petrolio iracheno in cambio di cibo”, utilizzando l’euro invece del dollaro, gli fu velocemente fatta visita dal ramo militare della FED nel Marzo 2003.
Oppure prendiamo Muammar Gheddafi che nel 2011 stava per lanciare un programma per commercializzare il petrolio libico e nordafricano usando una nuova valuta con riserva aurea – il dinaro d’oro. Anche a lui fu fatta una piccola visita da parte di Barack il Premio per la Pace e di Babilonia Hillary. Iniziate a vedere il meccanismo?
Ma non pensiate che il sistema globale di asservimento finanziario della FED sia semplicemente indirizzato al di fuori degli Stati Uniti; ebbe inizio un secolo fa prima di tutto asservendo silenziosamente quel popolo americano che si supponeva dovesse servire.
Ecco come funziona: ogni volta che il governo statunitense decide di mettere in circolazione denaro – quelle banconote da 1, 5, 10, 20, 50, 100 dollari che noi tutti ben conosciamo – invece di chiedere alla zecca di Stato di stamparli al costo di un penny per carta e inchiostro, il governo chiede ai banksters privati presso la FED di stampare quelle banconote per il Tesoro, dando in cambio alla FED titoli del Tesoro statunitense produttivi di interesse , che si trasformano in trilioni di dollari in profitti incanalati verso i circoli finanziari privati per il mezzo della FED.
Era stato tutto così ben organizzato un centinaio di anni fa, che appena prima dell’approvazione del Federal Reserve Act il 23 Dicembre 1913, essi fecero anche in modo di chiudere questo cerchio parassitario, poiché se il governo USA intendeva compiere enormi pagamenti di interessi alla FED solo per la stampa del suo stesso denaro, da subito necessitava di avere pronto un sistema di entrate per mungere il contribuente americano: la Legge sulla Tassazione del Reddito!
Precisamente, si tratta del 16° Emendamento alla Costituzione americana approvata dal Congresso nel Luglio 1909, e promulgata come legge nel Febbraio 1913. Quindi i banksters internazionali da un secolo intero stanno prendendosi gioco degli Americani e usano l’America per combattere le guerre al loro posto, mentre la maggior parte della popolazione non ha una minima idea di quanto succede.
Ovviamente, la FED si trova così lontano sopra la Casa Bianca, il Congresso e la Corte Suprema statunitensi, che nessuno negli ultimi cinquanta anni è riuscito a realizzare un controllo approfondito dei suoi libri contabili e dei relativi numeri. Ehi, tu, Homer Simpsons!
Non che tu non sia stato avvisato. Nel 1923, il rappresentante del Minnesota, Charles Lindbergh, il padre del famoso aviatore, mandò un primo avvertimento: “Il sistema finanziario è finito sotto il controllo del Federal Reserve Board che amministra la finanza con l’autorità di un gruppo di semplici speculatori. Il sistema è privato, gestito con il solo scopo di ottenere i maggiori profitti possibili dall’uso del denaro di altre persone.”
dollaroNegli anni Sessanta, il senatore repubblicano e candidato presidenziale Barry Goldwater disse che “la maggior parte degli Americani non hanno reale comprensione di quanto fanno i prestatori di denaro internazionali; essi agiscono al di fuori del controllo del Congresso e manipolano il credito degli Stati Uniti.” Oggi, l’ex parlamentare Ron Paul manda lo stesso messaggio.
Anche il presidente John Kennedy lo comprese quando emise l’Ordine Esecutivo n. 11110 il 4 Giugno 1963, comandando al Tesoro USA di stampare denaro pubblico senza interessi al ritmo di 4,3 miliardi di dollari, aggirando completamente la FED. Ma anch’egli si mise in un guaio a Dallas soltanto cinque mesi dopo, il 22 Novembre.

Epilogo: la FED è finita?
Qualcuno penserebbe che qualcosa di importante come il continuare a permettere che la FED privata operi nel suo attuale formato, o riformarla, oppure anche farla finita con essa dopo un intero secolo, dovrebbe essere un argomento apertamente trattato sull’agenda pubblica americana e globale… magari!
Tutto ciò che abbiamo ancora è silenzio dal governo USA, dal Congresso e dalla politica; silenzio dai leader mondiali; silenzio totale dai media mainstream, e dal mondo accademico.
E così voi piccoli parassitari mega-banchieri che governate il pianeta Terra: ora che viene Lunedì 23 Dicembre potete stappare tutto lo champagne che volete e celebrare il vostro “Centesimo anniversario di Padroni Schiavizzatori dell’Universo”, festeggiando fino al giorno di Natale.
Quindi, da Giovedì 26, continuare a crocifiggere il mondo intero. Per voi si tratterà di affari come al solito.

[Traduzione di F. Roberti]

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

Chi ha tradito l’economia europea?

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Incontro con il prof. Antonino Galloni a Ferrara, domenica 17 Novembre alle ore 17:00, presso la Sala Estense in Piazza Municipio.
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di raccontare la storia economica e politica dell’Italia negli ultimi 40 anni ripercorrendo le scelte che, da un lato, stanno portando alla miseria la maggior parte dei cittadini italiani e, dall’altro, potere e ricchezza ad un nucleo molto ristretto di persone italiane e non. Questo attraverso l’evidenza che esistono teorie economiche che sono vantaggiose per i super-ricchi e che vengono passate per vere, e teorie economiche che sono vantaggiose per il 99% della popolazione e che vengono etichettate come false.
Qui il volantino promozionale.

La biografia di Antonino Galloni.
Nato a Roma il 17 marzo 1953, si laurea in Giurisprudenza nel 1975 e diventa ricercatore presso l’Università di Berkeley (California) nel 1979. Collabora con il Prof. Federico Caffè della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma tra il 1981 e il 1986. Frutto di questa collaborazione sono state pubblicazioni sulle politiche monetarie e numerosi articoli di macroeconomia e strategia industriale. In seguito, insegna all’Università Cattolica di Milano, all’Università di Modena, alla L.U.I.S.S. e all’Università degli Studi di Roma fino al 1999. Dopo diversi ruoli all’interno dei Ministeri del Bilancio e delle Partecipazioni Statali, diviene Direttore Generale al Ministero del Lavoro, Tra le altre mansioni, ha rivestito il ruolo di Board Director della FINTEX Corporation (Houston USA), di Consigliere di Amministrazione dell’Agip Coal e Nuova SATIN; infine ha svolto 4 missioni nella Repubblica Dem. Del Congo per promuovere l’utilizzo di una moneta complementare.

[Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”]

La Divisione elettronica dell’Olivetti

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A seguire uno stralcio significativo dell’Introduzione a “Informatica: un’occasione perduta”, opera dell’allora redattore economico de “l’Espresso” Lorenzo Soria, pubblicata da Einaudi.
Provate a leggerlo e giudicate voi se vi sembra scritto nel 1979…

“Nell’ottobre del ’62 a Bascapé, un paesino distante pochi chilometri da Milano, l’aereo su cui viaggia Enrico Mattei, l’uomo che si era permesso di mettere in discussione il monopolio delle sette sorelle del petrolio, si schianta misteriosamente al suolo. Un anno dopo a saltare è Felice Ippolito, anche lui reo di aver ricercato una politica energetica alternativa per l’Italia. Passano ancora alcuni mesi, siamo nell’estate del ’64, e l’Olivetti cede, anzi regala, alla General Electric la sua Divisione elettronica.
Tre episodi slegati, senza alcuna relazione diretta tra loro. Un filo sottile ma neanche tanto che li unisce, che li accomuna, però c’è. E’ la risposta brutale e secca che hanno avuto quegli uomini e quelle forze che avevano tentato in quegli anni di dare un assetto diverso alle fragili strutture su cui poggiava l’economia italiana. E di farla finita con la formula su cui il paese aveva costruito il cosiddetto «boom»: costo del lavoro bassissimo più produzione di beni a tecnologia matura. Una formula che aveva fatto credere agli italiani che tassi di crescita annui nell’ordine del 5-7% fossero non solo normali, ma anche destinati a durare all’infinito; che aveva aperto, con la nascita del centrosinistra, un periodo di relativa stabilità politica; che aveva infine creato un clima di fideismo ottimistico sui destini del paese. Che dentro di sé, però, racchiudeva già tutti i germi di quella malattia che, alla metà degli anni ’70, ha portato l’economia italiana all’incapacità di inventare vie nuove per andare avanti, alla paralisi.
Perché a partire dal ’69 i lavoratori dicono «basta». Continua a leggere

L’economia USA è un castello di carta (straccia)

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A distanza di poco più di cinque anni dall’esplosione della crisi finanziaria, gli esperti stimano che la banca centrale statunitense, la Federal Reserve presieduta da Ben Bernanke, abbia stampato dollari per un valore complessivo di 3.600 miliardi, e che la maggior parte di questo denaro sia stato impiegato per acquistare titoli di debito e strumenti finanziari “spazzatura”, rifornendo così i mercati di un fiume di liquidità a basso prezzo. Con risultati davvero scarsi, invece, in termini di stimolo all’economia reale, i cui tassi di crescita sono sempre stati di modesta rilevanza, soprattutto se comparati a quelli dei Paesi emergenti del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Se poi diamo credito alle voci, sempre più insistenti, secondo cui a Fort Knox, il famigerato deposito delle riserve auree USA, non vi sarebbe quanto da sempre vantato dalle varie amministrazioni statunitensi, viene da chiedersi: a quando la dichiarazione di bancarotta?

Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta

paese libero

Gli USA ci spiano e noi zitti. Sbarcano fiumi di migranti e l’Europa se la squaglia. L’euro si rafforza a scapito dell’export e uccide le imprese. L’Europa ci tiranneggia con i suoi diktat contabili e minaccia punizioni. Le banche fanno, come scrive Luciano Gallino in un libro coraggioso, Il colpo di Stato, ispirato a Davos e alla speculazione finanziaria. Per una volta vi invito a mettere in fila cose disparate in una visione del mondo. Non avvertite il peso di una sudditanza? Non vi sentite schiacciati, calpestati, da una MegaMacchina, un Superpotere, che ci succhia sangue, lavoro e imprese? I domestici locali ci affogano nelle tasse per servire Sua Maestà Il Debito Sovrano, ci bombardano la casa, spiano i conti correnti, esigono più tracciabilità quando il problema oggi è la liquidità. Per carità, poi ci sono gli sperperi, la corruzione, il nostro vivere al di sopra delle possibilità e tutte le colpe che sappiamo. Poi penso al passato, agli ultimi pionieri di un’Italia ardita che sfidò i poteri titanici: dico l’Italia di Mattei, di Olivetti, se volete anche di Craxi, e d’altri… Ci vorrebbe un pensiero potente e un’azione adeguata, in grado di reagire a questa morsa che sta uccidendo i popoli. Un’azione che parta dalle nazioni ma che non sia nazionalista, anzi invochi più Europa per reagire al Mostro eurofinanziario, a chi ci invade, a chi ci spia. Stiamo sacrificando vite umane al Moloch Globale. Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta che rendesse possibile una svolta.
Marcello Veneziani

Fonte

Scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire

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Più volte su questo giornale abbiamo sottolineato le negatività conseguenti alla sudditanza politico-militare dell’Italia e dell’Europa agli Stati Uniti d’America, e le sue ricadute negative anche per lo sviluppo industriale e tecnico-scientifico della nazione. Crede che questa ragione geopolitica possa essere utile per spiegare il ritardo accumulato dall’Italia in molti settori innovativi e ad alta tecnologia e lo scarso interesse della sua classe politica in merito a questi temi?
O ce ne sono secondo lei altre più rilevanti?

Premetto che noi dovremmo rivolgere le nostre critiche non tanto agli Stati Uniti d’America quando al “governo americano”, il quale più che rappresentare il “popolo americano” rappresenta la classe dominante di quel paese. Il socialismo ci insegna a ragionare anche in termini di classi sociali e non solo di popoli. Un paese in cui eleggere il presidente costa ormai sei miliardi di dollari, dove i ricchissimi (l’1% della popolazione) possiedono un terzo del patrimonio complessivo e i ricchi (il 10%) possiedono il 70% della ricchezza nazionale, dove sessanta milioni di cittadini sono esclusi dal servizio sanitario e due milioni di cittadini sono in carcere è una democrazia fino a un certo punto. Conosco moltissimi cittadini americani apertamente critici verso il sistema e, se vogliamo cambiare qualcosa in Europa e nel mondo, dobbiamo evitare un consolidamento tra classe dominante e dominata. Criticando gli “americani” in senso lato, facciamo soltanto il gioco dell’elite finanziaria che guida quel paese, che scientemente sventola da sempre lo spauracchio del nemico esterno per ottenere la fedeltà della classe media e del proletariato. Se gli USA sono stati coinvolti in almeno duecento tra guerre e campagne militari, dalla fondazione ad oggi, non è certo un caso. Gli USA sono in uno stato di guerra permanente contro il mondo esterno per evitare di sfaldarsi. Si costruisce artatamente un patriottismo della paura, per evitare l’esplodere del conflitto interno tra le classi sociali, le tante etnie, i tanti gruppi religiosi. Per venire alla sua domanda, non mi stupisce il fatto che un paese che ha perso una guerra si trovi temporaneamente in uno stato di subalternità nei confronti della potenza vincitrice. È nella natura delle cose. Tuttavia, ci sono due aspetti dei rapporti Italia-USA che mi lasciano alquanto perplesso. Il primo è che lo stato di subalternità più che temporaneo sembra permanente. Dura da settanta anni. Alla fine della guerra fredda si pensava che sarebbe cessato. In fondo i russi si sono ritirati dai cosiddetti “paesi satelliti”. Invece, gli americani non solo non si sono ritirati dall’Europa occidentale, ma hanno aperto nuove basi in quella orientale. Il secondo aspetto che mi rende perplesso è che i tentativi di svincolarsi dalla tutela dei vincitori, che sono anch’essi nella natura delle cose, si sono registrati più in passato che oggi. Oggi la classe politica italiana sembra più rassegnata di quella della Prima repubblica, dove potevamo avere un Giulio Andreotti che faceva una politica apertamente filo-araba, un Aldo Moro che portava i comunisti al governo o un Bettino Craxi che schierava l’esercito a Sigonella. Oggi, gli italiani, gli europei, vengono spiati, svillaneggiati, trattati con sufficienza, e invece di reagire come dovrebbero – mostrando di avere un minimo di orgoglio – si umiliano ulteriormente, arrivando a violare leggi internazionali e protocolli diplomatici per eseguire gli ordini di Washington. Mi riferisco al caso del presidente boliviano Evo Morales, dirottato a Vienna, dopo che Italia, Spagna, Francia e Portogallo hanno negato l’autorizzazione al sorvolo, sulla base del sospetto che trasportasse il dissidente Edward Snowden. Si tratta di un caso enorme, prontamente relegato in penultima pagina dai giornali di sistema. I latino-americani evidentemente hanno la schiena più dritta di noi, dato che hanno convocato i nostri ambasciatori e hanno offerto asilo a Snowden. Il comportamento di Enrico Letta ed Emma Bonino non mi stupisce, a dire il vero, perché conosciamo la biografia di questi signori. Ma noi cittadini non possiamo non provare un senso di vergogna, quando vediamo i nostri rappresentanti politici genuflettersi di fronte ad uno Stato straniero che fa palesemente i propri interessi, a scapito dei nostri. È evidente infatti che gli USA agiscono a beneficio dell’economia nazionale, mentre la nostra classe dirigente è incapace di difendere imprenditori e lavoratori. La ragione ultima di questo riprovevole comportamento non la conosciamo. Possiamo pensare che i nostri politici siano ricattati, dato che lo spionaggio ha proprio questo fine. Oppure sono semplicemente pavidi, impreparati, geneticamente gregari, o pagati. Ma quale che sia la ragione, se agli italiani è rimasto un minimo di dignità, che siano di destra o di sinistra, al prossimo appuntamento elettorale, non dovrebbero dare un solo voto ai rappresentanti di questo governo e alle forze politiche che lo sostengono. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di essere guidate da statisti, non da servi.

Potrebbe entrare più nello specifico, facendo magari qualche esempio, per spiegare in che senso la subalternità geopolitica può risolversi in un danno per l’industria nazionale, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione?
Possiamo per esempio richiamare alla memoria quanto è accaduto negli anni sessanta, se non altro perché paghiamo ancora le conseguenze di quei fatti. Negli anni sessanta c’è il miracolo economico. Non solo cresce l’industria, ma la scienza italiana si dota di strutture all’avanguardia che promettono di mantenerla alla pari con gli altri paesi occidentali. Un esempio è il Nobel attribuito a Giulio Natta che – si badi – ottiene il premio lavorando in Italia e presentando i risultati all’Accademia dei Lincei, mentre gli altri (pochi) premi nobel italiani del dopoguerra sono stati ottenuti lavorando all’estero. Nel triennio 1962-1964 accade però qualcosa che blocca tutti i programmi di ricerca più avanzati e immette l’Italia “sulla via del sottosviluppo”, per usare un’efficace espressione di Toraldo di Francia. Le nostre università diventano solo “di insegnamento” e non più “di ricerca”. Le stesse grandi aziende pubbliche si disimpegnano. Qui, per capire quello che è successo, dobbiamo affiancare alla storia della cultura anche l’analisi geopolitica. L’orientamento luddista dell’intellighenzia comunista è solo una con-causa di quanto accade. Diciamo che il PCI, forse perché influenzato da alcuni suoi intellettuali che fanno ormai un’equazione tra capitalismo e tecnologia, non fa la necessaria opposizione. Tuttavia, non dobbiamo scordare che al potere in Italia, in quegli anni, c’è la DC, con la sponda del PSDI di Saragat. La DC decide a riguardo delle politiche di ricerca e dei finanziamenti alle università e alle aziende pubbliche d’avanguardia. E decide in una situazione di sovranità limitata: l’Italia è soltanto un elemento del quadro geopolitico deciso a Yalta. Ebbene, la ricerca tecno-scientifica italiana riceve in quegli anni quello che Enrico Bellone, ne La scienza negata, definisce “il colpo di maglio”. Nel 1962 muore Enrico Mattei e con lui il progetto di approvvigionamento energetico autonomo dell’Italia. Su questo caso non spenderò troppe parole, perché è piuttosto noto. Non ci sono prove certe che si sia trattato di un omicidio su commissione, ma ben pochi credono all’incidente. Meno noti sono altri fatti. Il 10 agosto del 1963 Saragat lancia un’offensiva mediatica contro il CNEN – l’ente pubblico che gestisce il programma nucleare – che sfocierà nell’arresto del direttore Felice Ippolito, il quale rimarrà in carcere quattro anni, fino a quando non sarà graziato dalla stessa persona che lo aveva rovinato. A concedere la grazia sarà infatti lo stesso Saragat, nel frattempo premiato con la Presidenza della Repubblica. Sempre nel 1964 viene arrestato il chimico Domenico Marotta, direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, che aveva approntato un programma avanzatissimo per l’Italia nel campo della medicina e della farmacologia. E qui alla campagna denigratoria collabora l’Unità. Questa è stata la Caporetto della scienza italiana, dalla quale non ci siamo più ripresi. Qui concorrono gli interessi di grandi gruppi industriali e petroliferi stranieri e la pochezza della nostra classe politica che per interesse, insipienza, irresponabilità, subalternità, o amor di quieto vivere si è prestata a questi giochi. Le accuse si riveleranno infatti ridicole: Marotta verrà assolto e Ippolito – dopo molti anni di carcere – vedrà le accuse ridimensionarsi ad irregolarità amministrative. Ma i programmi di ricerca e i relativi finanziamenti non verranno più riattivati. Per un po’ abbiamo retto alla concorrenza straniera grazie alla svalutazione competitiva. Poi, quando siamo entrati nella zona Euro, è finita la festa. Se l’Italia è ferma da vent’anni in termini di PIL è anche per queste ragioni, delle quali nel talk show non si parla mai. Possiamo dare la colpa agli americani di tutto questo? Sì e no. Sappiamo bene chi ha finanziato la “scissione di Palazzo Barberini”, nel 1947. La fuoriuscita del PSDI di Saragat dal PSI, allora filosovietico, è stata il viatico per l’ingresso dell’Italia nella NATO. Tutto il resto è conseguenza. Ma gli USA fanno semplicemente il proprio mestiere di superpotenza, fanno i propri interessi nazionali o quelli delle proprie oligarchie. È normale che cerchino di stabilire un’egemonia. La colpa del nostro declino va piuttosto ricercata nella mollezza delle nostre classi dirigenti, che hanno rinunciato a difendere la scienza e l’industria nazionale. Non dubito che la situazione fosse difficile. I giocatori in campo non erano partecipanti a un ballo di gala: servizi segreti, mafie, logge coperte, gruppi terroristici di destra e di sinistra, organizzazioni paramilitari e paralegali. Ci sono stati molti morti in Italia. Mi chiedo però se ora dobbiamo andare avanti così e arrivare al default, vittime di una classe politica prigioniera di ricatti incrociati, o se possiamo finalmente scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire, ricostruendo la società sulle fondamenta solide della scienza, della tecnica, dell’industria.”

Da Il socialismo nel XXI secolo. Intervista a Riccardo Campa, a cura di Michele Franceschelli.
[I collegamenti inseriti sono nostri]

Stato in bancarotta, banche in festa

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“Lo “shutdown” fa giustizia dell’ottimismo diffuso sulla presunta ripresa economica americana tanto sbandierata nei mesi passati, anche per quanto riguarda la nuova occupazione. Infatti secondo uno studio Gallup, dal novembre 2012 a settembre 2013 negli USA l’occupazione dipendente a tempo pieno è passata dal 46,1% al 43,5%. Sono cresciute, quindi, soltanto le varie forme di sottoccupazione e di lavoro precario.
Adesso la data cruciale è il 17 di ottobre quando lo sfondamento del tetto del debito diventerà inevitabile altrimenti la disponibilità giornaliera di risorse utilizzabili passerà da 60 a 30 miliardi di dollari. Se ciò accadesse gli Usa non sarebbero più capaci di onorare gli interessi sul loro debito pubblico. Sarebbe il default, la bancarotta degli Stati Uniti, che si accompagnerebbe ad un collasso del dollaro, ad una grave crisi occupazionale e ad una impennata dei tassi di interesse con riverberi globali.
I Treasury bond sono considerati come l’ultimo e più sicuro rifugio finanziario da parte dei risparmiatori americani e degli investitori internazionali. Il Tesoro americano ammonisce perciò che il default provocherebbe una crisi finanziaria peggiore di quella del settembre 2008.
Il fatto che la borsa di Wall Street non abbia risentito molto degli effetti dello shutdown dimostra la diffusa convinzione che presto il governo e il Congresso raggiungeranno l’intesa su un significativo sfondamento del tetto del debito pubblico. Attualmente esso è di 16,7 trilioni di dollari. In soli tre anni è aumentato di quasi 3,5 trilioni! Si sottolinea che ben 5,1 trilioni di tale debito sono detenuti da fondi sovrani ed da altre entità finanziarie non americane. La Cina ne possiede 1,315 trilioni di dollari ed il Giappone 1,111 trilioni.
Lo scontro politico negli USA è quindi tutto giocato sul ricatto o bancarotta o aumento del debito pubblico. E’ doveroso sottolineare che non siamo di fronte ad una politica keynesiana da parte di Washington che giustificherebbe la crescita del debito pubblico e il contestuale aumento degli investimenti per uscire dalla recessione.
Purtroppo non è così. La gran parte del debito pubblico è servita per le operazioni di salvataggio e di sostegno del sistema bancario. Altrimenti come si spiega che, mentre lo Stato “chiude” e rischia il default, le grandi banche americane festeggiano per i loro più alti profitti della storia?”

Da USA: un’economia malata, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media

9788887826920.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698La co­stru­zio­ne del Nuovo Or­di­ne Mon­dia­le posta in es­se­re dagli in­ter­es­si pri­vatl le­ga­ti alie mul­ti­na­zio­na­li oc­ci­denta­li, agli is­ti­tuti fi­nan­zi­a­ri sov­ra­na­zio­na­li, al com­ples­so mi­li­t­are in­dus­tria­le ed al Tesoro degli Stati Uniti pre­sup­po­ne l’ac­qui­si­zio­ne del con­sen­so da parte dell’opi­nio­ne pubb­li­ca dei paesi oc­ci­den­ta­li. I padro­ni del mondo non hanno ris­par­mia­to mezzi per ma­ni­po­la­re le co­sci­en­ze at­tra­ver­so il con­trol­lo dei mezzi d’in­for­ma­zio­ne e dei cen­tri di de­ci­sio­ne po­li­ti­ca. Da un lato essi si av­val­go­no di una co­or­te di gior­na­lis­ti mer­ce­na­ri, e dall’altra si sono as­si­cu­ra­ti la piena com­pli­cità dei part­i­ti po­li­ti­ci di de­s­tra, di cen­tro e di “si­nis­tra”. Per chi non si desse per vinto esis­te semp­re la mi­n­ac­cia del brac­cio ar­ma­to della NATO, che per il mo­men­to si li­mi­ta a s­pe­ri­men­ta­re le nuove tec­no­lo­gie di gu­er­ra in “cor­po­re vili”, in Pa­lesti­na, in Af­gha­nis­tan e in Siria.
Secondo le intenzioni dell’autore, questa inchiesta è la prima parte di una trilogia avente per tema la disinformazione: i prossimi due volumi riguarderanno la propaganda di guerra e il caso italiano.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no

di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

Non avete scampo

Carlo Cottarelli, direttore del dipartimento Affari Fiscali del FMI, indicato ieri da Enrico Letta quale nuovo commissario per l’anglofilicamente detta spending review, ovverosia l’esecutore dei diktat delle oligarchie finanziarie euroatlantiche per la colonia Italia.

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“Destinazione Italia”: Wall Street e Paesi del Golfo

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Il nuovo piano economico e finanziario italiano preannunciato dal Presidente del Consiglio conferma l’opzione occidentale e la rinuncia alla sovranità nel segno della “globalizzazione”

Il primo giro promozionale (“il road show nelle principali piazze finanziarie ed economiche”) sarà, come facilmente prevedibile, “New York, dove incontreremo gli operatori finanziari di Wall Street”; il secondo, previsto nella prima decade di ottobre, “nei Paesi del Golfo”; il Presidente del Consiglio ha delineato il percorso preferenziale di “Destinazione Italia”, il piano destinato ad attrarre investimenti esteri (“l’Italia ha un drammatico bisogno di investimenti esteri”), o, più esattamente, a procedere alla liquidazione di beni e risorse pubbliche.
“L’Italia non ha paura della globalizzazione, anzi, vogliamo stare in questo sistema” ha precisato Letta, annunciando “un percorso di privatizzazioni” riguardante “cose che è giusto privatizzare” (quali esse siano si può forse immaginare ma ancora non conoscere con certezza: nemmeno il Parlamento al momento lo sa).
Le decisioni italiane sono sempre meno italiane e soprattutto sono sempre meno conformi agli interessi reali dell’Italia: il sottosegretario all’Economia Baretta ha sottolineato che “le misure di cessione e di privatizzazione di beni pubblici” sono finalizzate a “ridurre il debito”, che Bankitalia ha certificato essere cresciuto di 84,2 miliardi dall’inizio del 2013. Il meccanismo di autoriproduzione del debito – originato dalla rinuncia alla sovranità monetaria da parte dello Stato, con conseguente circolazione di moneta a debito gestita e spacciata dalla finanza privata – determina non soltanto lo spropositato peso fiscale che tramortisce imprese e famiglie italiane ma anche la progressiva cessione e privatizzazione di beni pubblici e i tagli ai servizi sociali, entrambi giustificati con l’asserita esigenza di frenare l’indebitamento. Mentre le aziende italiane frontaliere cercano rifugio in Svizzera, il governo italiano mira a rafforzare la dipendenza nazionale dalle centrali finanziarie occidentali, “Paesi del Golfo” inclusi.
Aldo Braccio

Fonte

Otto motivi per odiare la Siria

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Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

La debacle dell’unipolarismo

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“Il retrogusto lasciato da questo 11/9, con la lettera di Putin come elemento rivelatore simbolico, è un dato che informa sul miopismo dell’elite, aggrappata con forza al “secolo XX”, ai fasti effimeri della globalizzazione, a cui non è ancora “pervenuto il multipolarismo”. Contrapposti alla sensazione di sollievo diffusa alla base quasi come uno “scampato pericolo”. Diffondere il grido di “Annibale alle porte” è un fragile scudo difensivo, perchè non è il trionfo di Putin. E’ peggio. E’ la debacle di chi ha centralizzato tutto il potere nel Pentagono e Wall Street, minimizzando la democrazia in casa e la convivenza pacifica all’estero.
Analogie da brivido con il periodo agonico dell’URSS, con ricambi vertiginosi e frequenti dei vertici militari, ricorso a leggi speciali e vessatorie, e protagonismo smisurato di troppe polizie politiche segrete. Cominciò tutto quell’11/9 e le Torri: nelle Americhe molti lo identificaro come un golpe, e non si è più fermato. Fino a trattare capi di stato, governi terzi, sedi di organismi internazionali, ambasciate e compagnie concorrenti straniere alla stregua delle discriminate minoranze interne. In nome di un “antiterrorismo” divenuto un grimaldello passepartout. No, non è solo il crepuscolo d’un presidente o dell’occidente.
E’ l’appannato processo decisionale degli Stati Uniti approdato visibilmente all’egemonismo relativo perchè scricchiola il sistema liberista, ormai privo dell’aura del progresso inarrestabile e obbligatorio. Il ritorno alle origini ataviche anglosax, cioè all’arrembaggio della filibusta e alle ardite gesta corsare, disvela e svaluta l’espansionismo globalista come un vuoto messianismo. Gli abiti di scena de couturier liberista, non nascondono più le zanne del nichilismo economico. Inconciliabile con le maggioranze sociali, con le nazioni e i popoli, con l’umanesimo e la tradizione.”

Da USA/11-9: crisi della struttura reale del potere, di Tito Pulsinelli.

Questa non è una primavera finanziata dagli oligarchi atlantici

6992_10151719451516204_1160443132_n“Noi, antimperialisti e socialisti turchi, vi preghiamo di sostenere questo movimento popolare contro l’oppressione, l’imperialismo e il capitalismo finanziario. Questa non è una primavera finanziata dagli oligarchi atlantici, questo è un movimento genuino per la difesa della nostra unica Patria, la Turchia.
Diffondete la nostra voce e condividete la nostra vittoria”

[Aggiornamenti quotidiani nella pagina dei commenti]

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro.
Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei “Pigs”.
Si tratta di un lungo intervento ma sappiate che la vostra pazienza sarà adeguatamente ricompensata…

Alla ricerca del partito di opposizione

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“Il M5S non pare essere né di destra né di sinistra. Del resto, ormai  destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia. Vi sono delle differenze, ma non sono molto importanti. D’altra parte, anche se il M5S non è un movimento fascista o meglio neo-fascista, è pur vero che Grillo non ha precise “radici ideologiche” e che per questo molti osservatori ritengono che il M5S sia un movimento “demagogico”  e “populista”. Tuttavia, Grillo e molti dei suoi sostenitori sono contro la speculazione finanziaria, contro la presenza di basi militari della NATO e contro le missioni militari italiane all’estero. E Grillo ha avuto pure il coraggio di criticare Israele e di difendere le ragioni dell’Iran. Sicché solo se queste posizioni saranno a fondamento della visione e della prassi politica del M5S, questo nuovo movimento potrà essere un vero e proprio partito di opposizione.”

Dall’Intervista a Fabio Falchi sul Movimento Cinque Stelle.