Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro.
Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei “Pigs”.
Si tratta di un lungo intervento ma sappiate che la vostra pazienza sarà adeguatamente ricompensata…

Ricorda qualcosa?

“Il parossismo generale nei riguardi del debito pubblico – che, lungi dall’essere il fulcro del problema come vorrebbe qualcuno, costituisce invece la vera cartina tornasole capace di misurare grado di deterioramento delle altre attività economiche nazionali – non è altro che uno specchietto per le allodole, utile per giustificare lo smantellamento totale e definitivo dell’industria strategica italiana in nome dell’imperativo categorico di “far cassa”.
Per questa ragione il nuovo piano strategico elaborato da Finmeccanica ha suscitato l’approvazione di Morgan Stanley, che ha alzato il rating sulla società romana poche ore dopo che l’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ebbe esternato pubblicamente l’intenzione di “alleggerire” la holding attraverso la dismissione di alcune aziende “meno produttive”.
Parlare, inoltre, di concorrenza in un sistema estremamente corporativo ed oligopolistico come quello dell’energia appare quanto meno fuorviante, dal momento che i prezzi di petrolio e gas vengono stabiliti arbitrariamente da un cartello composto da un pugno di società petrolifere e da un numero altrettanto esiguo di istituzioni finanziarie che speculano sui rialzi. Alla luce di tutto ciò, giustificare l’indebolimento dell’ENI in nome della concorrenza tirando persino in ballo i minori costi che gli utenti si ritroverebbero ad affrontare appare analogo alla crociata guidata dall’attuale esecutivo “tecnico”, che intendeva provocare una diminuzione dei prezzi della benzina liberalizzando le pompe di distribuzione senza prendere in minima considerazione il ruolo di quelle che Enrico Mattei definiva “sette sorelle”. Il che la dice lunga sulla presunta risolutezza del governo Monti, che “non guarda in faccia nessuno”.
L’ultimo tassello da inserire in questo desolante mosaico è costituito dalla nomina ad advisor (consigliere), con compiti di valutazione delle modalità di vendita della Snam, di Goldman Sachs da parte della Cassa di Depositi e Prestiti presieduta da Franco Bassanini, che nel 1992 era salito a bordo del Panfilo Britannia in compagnia di una nutrita schiera di alti esponenti della politica e dell’economia italiana (Ciampi, Draghi, Costamagna, ecc.).
Sull’onda di Tangentopoli si insediò il governo tecnico presieduto da Giuliano Amato, il quale si affrettò a trasformare le aziende pubbliche in Società Per Azioni mente il Fondo Monetario Internazionale segnalava la necessità di provocare una svalutazione della moneta italiana per favorire il processo di privatizzazione. Così, non appena i “tecnici” del governo Amato ebbero incaricato Goldman Sachs di supervisionare alla vendita dell’ENI, il gruppo Rothschild “prestò” il direttore Richard Katz al Quantum Fund di George Soros per imbastire la colossale manovra speculativa contro la lira, provocando una svalutazione della moneta italiana pari al 30%. Ciò consentì ai Rothschild di acquisire parte dell’ENI a un prezzo fortemente “scontato”.
Lo scorporo della Snam appare quindi come una fase avanzata della lunga marcia di logoramento di quel che rimane dell’industria strategica italiana avviata nel 1992, con Tangentopoli e con gli attentati del 1992 che costarono la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte.
Proprio in questi giorni è stato celebrato l’anniversario della strage di Capaci tra altisonanti discorsi da parte dei più autorevoli esponenti istituzionali. Sarebbe stato interessante se qualcuno avesse osato tirare in ballo le dichiarazione rese dall’ex ministro dell’interno Vincenzo Scotti nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996. In quell’intervista, Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate potenze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie. Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attentati di varia natura atti a distorcere la percezione di sicurezza nazionale in seno alla società, in modo da creare un clima di instabilità che spianasse la strada agli attacchi finanziari diretti contro il patrimonio industriale e bancario di stato. Non ricorda qualcosa?”

Da La lunga marcia di logoramento dell’Italia, di Giacomo Gabellini.

Nella culla della democrazia…

… comanda la Finanza!
Il vero problema è Wall Street

Atene, 13 Febbraio – I due partiti greci che sostengono il governo del primo ministro Lucas Papademos hanno espulso questa notte oltre 40 deputati che hanno votato ‘no’ al piano di austerity appena approvato dal Parlamento. Il partito conservatore Nuova Democrazia ha annunciato di avere espulso 21 dei suoi 83 deputati, mentre il partito socialista Pasok circa 20 su un totale di 153.
(ANSA)

Le faine nel pollaio

Se gli italiani conserveranno un briciolo di memoria, i Caronte del PdL e del PD saranno Alfano e Bersani. Uscito apparentemente di scena, nel frattempo il cavalier di Arcore è tornato a curare gli affari di famiglia, a dettare legge insieme a Monti & soci “per salvare l’Italia dalla bancarotta” e a guidare il Milan Calcio.
Un altro “bene di lusso” che il professor Bocconi ometterà di tassare.
Napolitano, dal canto suo, dichiarerà pubblicamente che anche i meno abbienti dovranno partecipare ai sacrifici.
Il deputato Berlusconi, dopo aver cambiato pelle e alleati, non disdegnerà qualche uscita pubblica come al Congresso dei Liberali Democratici di Giovanardi, un vecchio arnese della Balena Bianca, per sostenere il suo fermissimo “no” alla patrimoniale sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari e un “si” all’imposta, ad estimi moltiplicati, sulla prima casa, alla cancellazione degli sgravi fiscali anche per gli asili nido e ai tagli, lacrime e sangue, a trasporti, sanità e previdenza sociale messi in campo dall’ex Commissario Europeo e dal suo pool di “tecnici”.
Il 12 Dicembre Bossi farfuglierà, per un evidente, grave, disagio psichico post ictus: “L’asse con il PdL adesso non c’è. Ognuno sta a casa sua anche perché Berlusconi è con i comunisti al governo e noi della Lega all’opposizione”. Chi ha messo in bocca al “capo” una separazione “a tempo” in attesa di rinnovare l’alleanza politica in occasione delle prossime tornate amministrative al Nord? Forse Maroni, Tosi & amici?
Dei quaquaraquà del PD, Bindi, Franceschini, Letta inutile parlare. Basterà quell’ingiuntivo “avanti con le liberalizzazioni” recitato per conto delle Coop da Bersani contro farmacisti e tassisti per capire la portata della svolta storica percorsa dal PCI-PdS-DS e PD nella piena accettazione delle regole di mercato su economia e lavoro.
Quelle stesse che il senatore Ichino ha formulato per un’ulteriore flessibilizzazione del lavoro, sostenuto dal 55% delle firme dei Gruppi Parlamentari della “sinistra”.
Il giuslavorista più scortato al mondo le chiama in inglese norme flex-security.
Il resto delle novità arriveranno col testo definitivo del decreto che ieri l’altro ha ottenuto la fiducia al Senato.
Provvedimenti mercanteggiati in Commissione Bilancio e Tesoro da PdL, Terzo Polo e PD, anche se rimarranno invariati gli importi della “manovra”  partorita da Monti & soci. E un’altra da 10 miliardi in arrivo da qui a tre mesi, come anticipato dall’Ufficio Studi della Confartigianato di Mestre.
Domenica 11 Dicembre La Repubblica titolava, senza vergogna, a firma Eugenio Scalfari in un editoriale: “I due Mario l’Europa l’hanno salvata”.
Salvata?
Si salva un pollaio se lo lasci incustodito e in giro ci sono delle faine come Monti e Draghi?

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Colonizzare attraverso le Costituzioni


“Una Costituzione nazionale agisce come il DNA di un Paese. Le Costituzioni sono il documento centrale ed il nucleo fondamentale di tutte le leggi nazionali che regolano le funzioni di governo, le divisioni del potere interno, l’economia nazionale, le relazioni estere, le posizioni nazionali su trattati bilaterali e internazionali, le relazioni militari, gli standard monetari, gli investimenti e il commercio. Le costituzioni dei nuovi Paesi “liberati” sono state progettate per sovvertirli politicamente ed economicamente. La Costituzione bosniaca è un esempio primario di questo processo. Tale carta è stata redatta come parte di un più ampio accordo di pace conosciuto come gli Accordi di Dayton, che sono stati scritti in una base militare nordamericana in Ohio e furono firmati nel 1995. L’Accordo di Dayton e l’accettazione di una Costituzione redatta all’estero hanno di fatto trasformato la Bosnia-Erzegovina in un protettorato moderno. In base alla nuova Costituzione, un nuovo quadro politico ed economico e un nuovo modello sono imposti in Bosnia-Erzegovina sotto l’occhio vigile dei soldati della NATO. Secondo la Costituzione bosniaca il Paese è diventato legalmente gestito da non-bosniaci e il capo effettivo del governo bosniaco è divenuto la persona che ricopre la carica di Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. L’Alto rappresentante non è un cittadino bosniaco ed è effettivamente un governatore coloniale dato che è un funzionario di Bruxelles, assegnato dall’Unione Europea. L’Alto Rappresentante è stato anche simultaneamente il rappresentante speciale dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina dal 2002. Allo stesso tempo, il Vice Rappresentante è sempre venuto da Washington. Il capo della Banca Centrale bosniaca è anch’esso uno straniero, selezionato da Washington, Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale. La Banca Centrale della Bosnia è ormai diventata una subordinata al sistema bancario degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale e non può nemmeno operare un credito o definire la propria valuta in base alle direttive della Costituzione. Prima che il Kosovo dichiarasse ufficialmente la propria indipendenza nel 2008, la situazione era identica anche lì. Dal 1999, la politica fiscale ed economica in Kosovo è stata dettata e governata da Washington e Bruxelles. UNMIK ha anche scollegato il Kosovo dalla sua unità economica con la Jugoslavia, sostituendo il dinaro jugoslavo con il marco tedesco il 9 settembre 1999. UNMIK ha inoltre incoraggiato la popolazione del Kosovo a fare affari utilizzando le valute estere, tra cui il dollaro statunitense, che ha creato benefici per Washington ed i suoi alleati dell’Europa occidentale. Nonostante il fatto che sia ancora ufficialmente parte della Jugoslavia e della Serbia, il Kosovo potrebbe anche passare all’euro e l’UNMIK non ha mai nutrito l’idea di una moneta locale in Kosovo.
Il processo di colonizzazione in Afghanistan e in Iraq non è diverso dal modello applicato nella ex Jugoslavia. Questi processi iniziano tutti con una nuova autorità in materia che viene imposta dopo una guerra o un’invasione. Le nuove amministrazioni poi riconfigurano i territori occupati e creano nuove Costituzioni nazionali. Le economie nazionali sono destabilizzate dalla violenza, le divisioni sono alimentate da catalizzatori stranieri, e i Paesi iniziano a dissolversi come entità coesa. Infine sono stabilite colonie o protettorati che includono guarnigioni militari imperiali in forma di basi militari oltreoceano USA e NATO. Questa infrastruttura di basi militari è simile a quelle dei territori di frontiera nel passato impero romano. Nel 2003, un amministratore straniero è stato anche nominato dall’autorità anglo-americana nell’Iraq occupato dalla Casa Bianca. Costui ha occupato inizialmente il posto di direttore provvisorio dell’Ufficio per la ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria (ORHA), che poi si è evoluto nell’Autorità provvisoria della coalizione. Il supervisore della seconda amministrazione  di transizione in Iraq è stato chiamato con molti nomi, tra cui rappresentante speciale in Iraq, alto rappresentante in Iraq, amministratore della Coalition Provisional Authority, governatore dell’Iraq, console dell’Iraq, e proconsole dell’Iraq. Gli ultimi due titoli, quelli di console e proconsole dell’Iraq, sono nomi che derivano direttamente dai libri di storia e sono stati utilizzati dai Romani. Andando avanti, l’amministratore della Coalition Provisional Authority ha servito uno scopo simile, come l’Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. Secondo l’amministratore della coalizione tutta una serie di riforme avrebbero dovuto avere luogo e nel 2004 una Costituzione ad interim conosciuta come la Legge amministrativa di transizione è stata arbitrariamente imposta in Iraq. La centralità di una nuova Costituzione era così importante per il governo degli Stati Uniti che nel 2005 un parlamentare iracheno, Mahmoud Othman, ha dichiarato: «Ci hanno dato una proposta dettagliata, quasi una versione completa di una Costituzione. [...] I funzionari degli Stati Uniti sono più interessati alla Costituzione irachena che gli iracheni stessi». Una Costituzione nazionale, in base alla legge amministrativa di transizione, serviva a legittimare la de-centralizzazione dell’Iraq che ha condotto alla creazione di un fragile sistema federale e il programma di quasi immediata privatizzazione che l’Autorità provvisoria della coalizione aveva già avviato nel 2003 con l’ordine no. 39 dell’Autorità provvisoria. L’art. 10 della Costituzione afghana, che è stato scritta nel 2004, ha anche spinto per un mercato privato che ha ufficialmente portato all’inizio di un programma eterodiretto di privatizzazione nel 2006, concretizzatosi nella liquidazione ad acquirenti stranieri della maggior parte dei beni statali dell’Afghanistan e delle sue risorse. Lo stesso modello è previsto per la Libia, destinata a diventare un nuovo protettorato dopo che la guerra della NATO in Nord Africa si sarà conclusa. Il Consiglio di transizione a Bengasi, che è supportato dalla NATO, come quello per la liberazione del Kosovo (KLA), ha già creato una nuova banca centrale e una nuova società petrolifera nazionale poste sotto l’influenza straniera.”

Da Privatizzazione e costruzione dell’”Impero”, di Mahdi Darius Nazemroaya in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2 del 2011, pp. 47-49.

[Dello stesso autore:
La globalizzazione del potere militare: l’espansione della NATO
Il “Grande Gioco” del XXI° secolo
Demonizzazione politicamente motivata]

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

Intanto paghiamo

Adesso la quadruplice sta facendo pagare all’Italia l’alleanza con Putin e Gheddafi.
Con la Clinton in testa, il Club non tollera autonomia e soluzioni energetiche nazionali

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Capolinea? ItaliaOggi del 7 ottobre 2009 scrisse che Silvio Berlusconi traballava a causa dei legami con Gheddafi e Putin, dopo la vittoria di Hussein Barak Obama e Hillary Clinton. Tre mesi prima ItaliaOggi accostò le fucilate mediatiche sulle ospiti di villa Certosa ai «terroristi che un tempo annunciavano a rivoltellate le elezioni imminenti». Seguì un copione sperimentato dal 1945, quando il «quartetto» dei vincitori (Gran Bretagna, Francia, USA e URSS), irradiatosi nei nostri interessi, li predò più o meno di comune accordo, manipolandoci la democrazia, corrompendola e non solo. Crollata l’URSS, subentrò la Germania e il nuovo Quartetto eliminò alleati esigenti a vantaggio di ex nemici ricattabili.
Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare la sua proprietà? I valvassori del Quartetto rapinavano da sempre le ricchezze italiane; dopo il 1989 Mediaset fu tra le appetibili. I valvassori ebbero sempre man salva purché assicurassero la ciclica spremitura degli italici servi della gleba, come desiderano mercati, BCE, IMF e agenzie di rating. L’Italia è come le mucche dei Masai. I valvassori le incidono ogni tanto le vene del collo, badando di non ucciderla; raccolgono il sangue nella zucca e lo porgono al Quartetto che lascia qualcosa sul fondo da leccare. Negli anni ’50 gli USA bevevano per primi; oggi Berlino ha il primato, segue Parigi, ultima la Clinton che freme dopo gli abili inglesi. Il deficit statale fu pure sperperi e corruzione, però conseguenti a politiche agricole, industriali ed energetiche genuflesse al Quartetto vampiro.
Il sistema (difeso con bombe, terrore rossonero, mafia e agenzie di rating) perseguita e uccide chiunque tenti di scalfirlo o svelarlo, come Enrico Mattei, Aldo Moro, Giovanni Leone, Luigi Calabresi, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Bettino Craxi. Piemme comunisti? Una balla rancida: o effimeri autocrati a caccia di visibilità oppure organici ai quattro del Quartetto. Vi sono pure, grazie a Dio, tanti liberi, onesti e coraggiosi; va detto e ricordato con un grazie.
Berlusconi parvenu (come sibilarono Gianni Agnelli e Indro Montanelli, valvassori fra i più zelanti) s’adattò alle regole dei Quattro che spaccano il paese in due partiti, l’uno contro l’altro, i capponi manzoniani: comunisti contro anticomunisti, poi nord contro sud, guelfi contro ghibellini, obbligandoci a un moto parossistico e immobile, come un calabrone, di fronte al fiore inarrivabile delle riforme. «Faremo, cambieremo, riformeremo» ronzava il calabrone Silvio, mentre agguantava il futuro legando Vladimir Putin a George Bush Sr, nonostante costui sia assiduo col suo peggiore nemico in Svizzera. Sembrava fatta. Tornata tuttavia al potere la sitibonda Clinton, ogni equilibrio s’infranse nella guerra di rapina alla Libia. Berlusconi maramaldo che pugnala Gheddafi, anticipa quello col «cuore grondante sangue» che tradisce gli elettori. La Germania sta alla finestra, come gli USA nella guerra dello Yom Kippur del 1973; lascia che altri combattano, agevolando i suoi disegni, in Libia come a Roma, dove osserva Giulio Tremonti accostarsi a palazzo Chigi col primo di tre indispensabili passi: uccidere Berlusconi, politicamente s’intende. Deve, può o vuole? È presto per dirlo. Anche il secondo passo, cavar sangue come i valvassori, potrebbe essere obbligato da politiche spietate. Arriverà il terzo e decisivo passo di Tremonti, se vorrà omologarsi? Porgerà la zucca, come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui? A chi la porgerà prima? Che cosa conterrà? ENI, Finmeccanica? Washington condivide le priorità di Giulio con le altre tre? I guai di Marco Milanese crescono mentre si colma la zucca? Oltre le congetture, sono seri i guai del Cavaliere se smarrisce la realtà come Bettino Craxi, quando aprì le porte del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro e chiuse le proprie. La volpe ansima e i cani la incalzano. A meno che, a marzo, Vladimir Putin_ o forse prima, vedremo, intanto paghiamo.

DSK e la “cameriera”

Scriveva Attilio Folliero:

“L’attuale dirigenza del FMI è cosciente della grave crisi attuale e per bocca del suo massimo rappresentante, Dominique Strauss-Kahn, il segretario generale, lo scorso febbraio arriva a dichiarare non solo che è necessario abbandonare il dollaro, ma occorre anche agire con urgenza perchè i conflitti all’interno del sistema finanziario mondiale potrebbero trascinare nel caos il mondo intero.
Affermare ciò ed iniziare a mettere in pratica il superamento del dollaro significa – come visto – minare l’esistenza stessa degli USA. Ovviamente gli USA non potevano accettare ed era facile prevedere la reazione; nell’articolo citato avevamo ipotizzato un futuro poco roseo per l’attuale segretario del FMI. Cosi è stato!
(…)
Inoltre, appena Dominique Strauss-Kahn è arrestato, il segretario USA Timothy F. Geithner, sale a dichiarare che deve abbandonare l’incarico di segretario; non aspetta neppure il tempo necessario per verificare se si fosse trattato di un errore!
Dominique Strauss-Kahn era uno degli uomini più potenti del mondo. Era in pratica lui a decidere del destino di milioni di esseri umani; letteralmente decideva del futuro, della vita e della morte di milioni di esseri umani. Come massimo esponente del partito socialista francese, sembrava anche l’uomo più accreditato a succedere a Sarkozy nella carica di Presidente. All’improvviso, durante il suo soggiorno a New York, in un hotel da 3.000 dollari a notte la sua vita cambia completamente, accusato di violenza sessuale. Dominique Strauss-Kahn è ovviamente un uomo finito.
Come è possibile che si stato capace di cadere così ingenuamente? Probabilmente, essere il segretario del FMI, lo ha portato a sentirsi poco meno che un dio in terra. Si sarà sentito cosi potente da potersi schierare contro la potenza USA, in grave crisi, ma viva e disposta a venderé cara la pelle fino alla fine. Un errore gravissimo aver dato per spacciato il suo padrone.”

E oggi, pochi giorni dopo che anche il Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, ha dato il via libera alla successione, con la nomina di Christine Lagarde…

New York, 1 luglio – Clamorosa svolta nella vicenda dell’ex capo dell’FMI Dominique Strauss-Kahn. A quanto rivela oggi il New York Times, vi sono forti dubbi sulla credibilita’ della cameriera che lo ha accusato di aggressione sessuale e la Corte Suprema di Manhattan potrebbe decidere oggi di metter fine agli arresti domiciliari imposti all’economista francese.
Secondo due poliziotti coinvolti nell’indagine, citati dal quotidiano, la cameriera del Sofitel ha mentito nella sua richiesta di asilo e ha contatti con persone coinvolte in traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco. All’indomani dell’accusa di stupro del 14 maggio, la donna ha infatti avuto una conversazione telefonica con un uomo arrestato per possesso di oltre 180 chili di marijuana, nella quale si e’ parlato dei possibili benefici che le sarebbero potuti derivare da questo caso. L’uomo e’ fra le persone che negli ultimi due anni hanno effettuato diversi versamenti in contanti sul conto della cameriera, per un totale di 100mila dollari. I depositi sono stati effettuati in Arizona, Georgia, New York e Pennsylvania.
La cameriera e’ inoltre intestataria di cinque contratti telefonici con altrettante compagnie per i quali paga centinaia di dollari al mese. Ma alla polizia continua a dire di avere un solo telefono e che i versamenti le sono stati fatti dal fidanzato e suoi amici. Infine la cameriera, immigrata dalla Guinea nel 2002, ha raccontato agli inquirenti che nella richiesta di asilo negli Stati Uniti vi era il racconto di uno stupro, che invece non vi appare. Anche il suo racconto su presunte mutilazioni genitali non coincide con quanto appare sulla richiesta di asilo.
(Adnkronos)

L’attualità di una “secessione europea”

Mettendo in fila gli episodi che collegano la guerra alla Jugoslavia, le due guerre irachene e l’attuale conflitto in Afghanistan, svolte dalla comunità internazionale sulla spinta della volontà d’affermazione planetaria occidentale, l’11 settembre 2001 appare come un semplice drammatico acceleratore di velocità degli avvenimenti, con un tale repertorio di falsità e strumentalizzazioni, che a destra come a sinistra è difficile distinguere al peggio. Dittature che all’occorrenza divengono amiche o nemiche. Introvabili armi di distruzione di massa, non fosse altro che sono cercate quando non si forniscono più alla propria bisogna. Guerre preventive non dichiarate, poi ricomposte e metabolizzate in quel comitato d’affari che è l’Organizzazione delle Nazioni Unite, dove il diritto internazionale appare come la molla di una bilancia sbalestrata dai dieci pesi e le mille misure.
Dall’ossimoro della “guerra umanitaria” progressista, all’aggressività delle “guerre democratiche”, cioè di conquista dei “nuovi conservatori”, quello che accomuna il pensiero dominante è l’universalismo, il determinismo storico, l’etnocentrismo, il sentimento di superiorità materiale e quindi redenzione morale occidentale. Pacificatori guerrafondai e pacifisti dell’ingerenza bombardiera, hanno retoriche diverse, ma entrambe perseguono un mondo a loro immagine e somiglianza. Il pantagruelico libero mercato globale degli uni è l’altra faccia dell’individualismo apolide e impolitico dell’utopia cosmopolita degli altri.
In tale contesto l’utilizzo polemico dei termini “americanismo” e “antiamericanismo” è l’apice dell’ipocrisia argomentativa dei “pensatori” circensi. Agli occhi dei sacerdoti del pensiero liberale, assumere una posizione critica della deriva unilaterale internazionale, significa appartenere ad uno schieramento oggettivamente eretico, nemico della libertà, cioè l’antiamericanismo. Poco importa ai fini dialettici, che la stucchevole filastrocca sulla “società aperta” faccia poi rientrare gli “eretici” nelle accoglienti braccia della “superiorità” delle istituzioni liberali. Chiunque è onesto intellettualmente riconosce che nelle società complesse uguaglianza e libertà sono una a scapito dell’altra e non offrono parità di manifestazione delle idee, quanto relativismo, censura ed autocensura. Le democrazie liberali hanno caratteri d’esclusione sottile, che ne preservano la funzionalità legata ai poteri politici, economici e d’opinione che le condizionano. In tal senso, l’espediente dell’“antiamericanismo”, è un capro espiatorio ad uso dialettico per delegittimare il contraddittore. Automaticamente, in ogni ambito culturale, gli Stati Uniti diventano un improbabile letto di Procuste storico e filosofico cui sottoporre immaginari nostalgici di Gulag o campi concentrazionari, in realtà per negare dignità concettuale e marginalizzare chiunque abbia opinioni difformi sul monismo ideologico della modernità. Ma si può ridurre millenni di storia, civiltà e culture allo spirito di redenzione dei Padri pellegrini sbarcati nel Massachussets circa tre secoli fa? Ovviamente no, quindi si inverte la rotta e si fanno sbarcare i Marines in ogni dove.
(…)
La consapevolezza della drammaticità degli eventi consiglierebbe ben altro spirito tragico alla commedia umana che stiamo recitando. Occorrerebbe opporsi a tutto ciò che, entro la “logica imperiale”, ha l’effetto di omologare, unire, sedare, “pacificare”, orientare verso una meta cosmopolitica e universalistica. L’obiettivo dovrebbe essere quello di sottrarre consenso alla prospettiva di uno Stato mondiale e, nello stesso tempo, di operare perché alla gerarchia unipolare delle relazioni internazionali si sostituisca gradualmente un assetto pluralistico: un “pluriverso” di grandi aree di civiltà in interazione il più possibile pacifica, anche se competitiva, fra di loro. Ben ulteriore alla pantomima multilaterale delle organizzazioni mondiali esistenti: ONU, FMI, BM, WTO, FAO, con il corollario impolitico e moralistico del volontarismo impolitico delle ONG.
Un regionalismo multipolare, ad esempio, potrebbe essere capace di ridurre realisticamente l’asimmetria delle forze oggi in campo e sconfiggere l’aggressivo unilateralismo degli Stati Uniti. Senza giri di parole necessita pensare l’attualità di una “secessione europea” dalla sua attuale lealtà e subalternità atlantica.
Si pensi come eponimo degli aggressivi interessi statunitensi al politologo statunitense Robert Kagan. A parere di quest’ultimo e di molti osservatori europei e statunitensi, stanno aumentando le ragioni di un “dissenso strategico” fra le due sponde atlantiche. Stati Uniti ed Europa si dividono su un numero crescente di questioni, soprattutto su temi come il dissesto ecologico del pianeta, il rispetto del diritto internazionale, i rischi connessi alla guerra infinita contro i reprobi di turno, la nuova Corte penale internazionale (ICC). Se il dissenso transatlantico si farà più acuto, minaccia Kagan con toni arroganti assai stonati con lo stato dell’arte della situazione irachena, gli Stati Uniti saranno costretti a svolgere la loro funzione di guardiano armato del mondo senza tenere in minimo conto le opinioni dei leader politici europei.
Bene, si prenda in parola la presunzione degli onnipotenti di turno. Una Europa affrancata dal soffocante abbraccio atlantico e cioè meno occidentale, e soprattutto più mediterranea, potrebbe manifestare una identità politica capace teoricamente di un mutamento sostanziale degli equilibri nei rapporti di forza che sottendono la globalizzazione. Una forte autonomia e identità europea potrebbe favorire una riduzione dell’uso arbitrario della forza internazionale e attualizzare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, a cominciare da quello palestinese.
(…)
Uscire dal prometeismo occidentale per tornare in grembo alla civiltà europea, dove la democrazia significa partecipazione comunitaria (polis) e libertà ciò che ha in sé il principio dei suoi atti.

Da Americanate da rigettare in toto, di Eduardo Zarelli.
[grassetto nostro]

Un monopolio made in USA

Hanno fatto l’eutanasia allo Stato sociale che era il cemento che coesionava e rendeva più solido il modello economico e politico europeo e giapponese. Elites ed oligarchie, ispirate al modello di accumulazione dei Morgan, Drake e capitan Uncino, si impegnarono a trasformare l’Europa in una fotocopia degli USA. Però senza forza militare autonoma e senza visione geopolitica: tutto nelle mani dei banchieri centrali (senza eccezioni, garzoni andati a bottega da Goldman Sachs et similia).
Hanno ridato in pasto l’Europa a quel FMI che – quasi estromesso dalle latitudini sudamericane – ora ritrova una Terra Promessa non solo nella bushista “nuova Europa”, ma persino a Bruxelles e Francoforte. Wall Street non si accontenta, va alla caccia grossa contro l’anello mediterraneo: alla carica dell’argenteria di famiglia. Puntano agli Stati fondatori dell’unificazione europea. Si tratta di minare l’euro e minimizzare la concorrenza globale europea. Il dollaro deve rifiatare e gli USA devono mettere il freno a mano nella picchiata dell’egemonismo che sta divenendo sempre più relativo.
Tant’è vero che hanno perso protagonismo persino in quell’America Latina in cui la facevano da padroni, dove la vivisezione neoliberista – inaugurata dal noto filantropo Pinochet – produsse ferite mortali e traumi profondi che  - oggi – sono diventati anticorpi.
La filastrocca della fu globalizzazione ha finito per produrre il risorgimento di categorie date per spacciate anzitempo: sovranità nazionale, identità nazionali e sociali, autodeterminazione, rottura dei monopoli, dualismo e complementarietà economica, unificazione non solo dei mercati, ecc.
E’ il cosiddetto “populismo” che fa arricciare i nasi siliconati nelle redazioni europee ma fa diminuire i déficit, aumenta le riserve monetarie nazionali e consente politiche redistributive. Mantiene il FMI fuori dall’uscio di casa o dalla cucina. Vedere per credere. Basta dare una scorsa alla graduatoria mondiale dei Paesi più indebitati oggi e nel 1990: esiste il BRIC e i fondi nazionali sovrani.
Ha permesso di dare impulso ad un blocco sudamericano, con una integrazione regionale lenta e contraddittoria, però con visione e progettualità geopolitica, inserita nel multipolarismo, senza le mani legate dai dogmi macro-economici e dai miraggi di fine Millennio del gioco d’azzardo delle tre carte della cupola del rating: che è un monopolio made in USA.

Da Europa in mano alla mafia del “rating”, di Tito Pulsinelli.