Pandemia, manipolazione mediatica, terrorismo

WAR TODAY“Da un punto di vista storico-politico-mediatico la pandemia si presta perfettamente al modello delle nuove forme di terrorismo mediatico funzionali al mantenimento del potere delle attuali élite.
Si presta altresì al conseguimento di particolari obiettivi geopolitici di ottundimento delle coscienze.
Il classico schema Problema-Reazione-Soluzione funziona in maniera eccellente per questo genere di vicende. Come ben sintetizza Solange Manfredi: “In estrema sintesi, dunque, la guerra psicologica consiste nella propaganda e in quelle azioni psicologiche che, attraverso la creazione di bisogni, frustrazione, insicurezza e suscitando diffidenza, sospetto, paura, odio, orrore, ecc. spingono l’obiettivo verso il comportamento desiderato.”
Dunque, se un Governo – o più Organizzazioni mondialiste – intendono mettere a rischio la salute di una o più popolazioni o incrementare il potere e i guadagni delle lobby farmaceutiche è sufficiente creare e diffondere una nuova malattia epidemica – Problema – per poi utilizzare i media al fine di diffondere una condizione di paura – Reazione -. A Problema-Reazione, a questo punto, basta proporre la Soluzione; ad esempio tirar fuori il vaccino dal cappello a cilindro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Può anche, però, darsi il caso che il virus nasca da progetti più ambiziosi per cui la Soluzione che verrà proposta non sarà un semplice vaccino, ma qualcosa d’altro.
Comunque sia tutto il processo passa attraverso la manipolazione delle masse e l’uso strumentale del terrore, altrimenti detto terrorismo.
Ma vediamo ora con cosa abbiamo a che fare con il nuovo arrivato che, detto per inciso, qui in Texas sta facendo furore: l’Ebola.
Ebbene, proprio ieri è uscito sul Daily Observer di Monrovia in Liberia una interessantissima nota del dottor Cyril Broderick, ex professore di Patologia Vegetale presso il College dell’Agricoltura e delle Foreste dell’Università della Liberia.
Broderick dice, in sostanza, che responsabile per l’epidemia di Ebola in Africa occidentale è l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti.
E, più precisamente, indica specificatamente il Dipartimento della Difesa statunitense (DoD) come il finanziatore degli esperimenti di Ebola sull’uomo, esperimenti iniziati, peraltro, poche settimane prima dello scoppio dell’epidemia in Guinea e Sierra Leone. Il DoD avrebbe sottoscritto un contratto di 140 milioni di dollari con la Tekmira, una società farmaceutica canadese, per condurre gli esperimenti sull’Ebola.
Ora questo lavoro di ricerca – denuncia Broderick – avrebbe implicato il contagio di esseri umani sani con il mortale virus Ebola.
Ora il nostro professore si chiede – e ve lo starete chiedendo anche voi che leggete – se sia mai possibile che il Dipartimento della Difesa americano e altri Paesi occidentali siano direttamente responsabili del contagio di migliaia di africani con il virus Ebola.
Per avvalorare la sua tesi il dottor Broderick indica come il governo degli Stati Uniti abbia un laboratorio di ricerca nella città di Kenema in Sierra Leone.
Questa struttura studia ciò che egli chiama “febbre virale per bioterrorismo”, e – guarda caso – Kenema è anche la città da dove è partito il focolaio di Ebola in Africa occidentale.
Beh, va detto innanzitutto che le affermazioni di Broderick non sono poi così campate in aria. Basterebbe solo non perdere la memoria del passato e ricordare come il governo degli Stati Uniti abbia sperimentato per lungo tempo malattie mortali sulla pelle di popolazioni ignare.
Un esempio tra tutti: il Guatemala, dove, tra il 1946 e il 1948, Washington, in collaborazione con il presidente guatemalteco Juan José Arévalo e i suoi funzionari della sanità, ha deliberatamente contagiato più di 1500 soldati, prostitute, carcerati e malati – anche di mente – con sifilide e altre malattie sessualmente trasmissibili come gonorrea e ulcera molle, su un campione di 5500 guatemaltechi che parteciparono agli esperimenti. Naturalmente nessuno dei soggetti infettati con tali malattie venne informato né tantomeno diede il consenso. E, in quel gruppo, solo circa 700 ricevettero una sorta di trattamento. Secondo i documenti, almeno 83 dei 5.500 soggetti erano morti entro la fine del 1953.
Tutto emerse – dopo 62 anni – solo grazie al Boston Globe che pubblicò nel 2010 la scoperta fatta da una coraggiosa docente universitaria, Susan M. Reverby, professoressa al Wellesley College, in un articolo dal titolo “Professore della Wellesley scopre un orrore: esperimenti di sifilide in Guatemala”.
Naturalmente Obama è stato costretto a scusarsi con il governo e il popolo del Guatemala, impegnandosi a non ripetere gli errori del passato (sic!).
La reazione del presidente degli Stati Uniti alla relazione è evidentemente una farsa.
Washington ha condotto sperimentazioni umane con malattie mortali effettuate da laboratori finanziati dal governo non solo in Guatemala, ma in altri Paesi e persino sul proprio territorio.
Basti ricordare che, ancora nel ’32, l’US Public Health Service e l’Istituto Tuskegee avevano reclutato 600 poveri mezzadri nella Macon County, in Alabama, per testare l’infezione della sifilide. Ai soggetti era stato detto che si trattava di assistenza sanitaria gratuita da parte del governo degli Stati Uniti.
Dunque, come si può ben capire, l’idea del dolo non è così peregrina.
ebola_wafrica-texas_1184pxMa c’è un altro aspetto, se possibile ancora più inquietante; le Agenzie governative degli Stati Uniti hanno una lunga storia di ricerche per la guerra biologica presso i laboratori in Liberia e Sierra Leone. Questo include i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), che – guarda tu le combinazioni – ora è l’Agenzia di punta per la gestione del contagio di Ebola negli Stati Uniti.
A suffragio di questa interpretazione vi è la tesi che Ebola sia un organismo geneticamente modificato (OGM). A tal proposito Leonard G.Horowitz è stato chiarissimo e inequivocabile quando, nel 1998, ha anticipato la minaccia delle nuove malattie in arrivo nel suo best seller Virus emergenti: AIDS e Ebola – Natura, incidente o intenzione? Nella sua intervista con il Dr. Robert Strecker nel capitolo VII ha dimostrato come nei primi anni 1970, la ‘produzione’ di ‘virus simili all’AIDS’ fosse chiaramente strumentale per la guerra tra i blocchi divisi dalla cortina di ferro. Nel capitolo XII, poi, conferma l’esistenza di una struttura militare-medico-industriale americana che conduceva test di armi biologiche con il pretesto di somministrare vaccinazioni per controllare le malattie e migliorare la salute dei ‘neri africani all’estero’. Ricordiamo che il primo incidente di Ebola avvenne in Zaire nel 1976, durante la Presidenza Mobutu, in corrispondenza con l’introduzione dell’OGM Ebola in Africa.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e diverse altre agenzie delle Nazioni Unite – è sempre Broderick a parlare – sarebbero implicate nella selezione di Paesi africani adatti a partecipare ai test, non solo promuovendo vaccinazioni, ma perseguendo vari tipi di esperimenti. Secondo vari rapporti sono implicati in questi progetti, tra gli altri:
(a) L’Istituto per le ricerche mediche sulle malattie infettive dell’esercito USA (USAMRIID), noto centro di ricerca per la guerra batteriologica, di Fort Detrick, nel Maryland;
(b) la Tulane University, di New Orleans, Louisiana, che ha ottenuto finanziamenti, tra cui uno di oltre 7 milioni di dollari dall’Istituto Nazionale di Sanità (NIH) per finanziare la ricerca sulla febbre emorragica virale Lassa;
(c) il Centro statunitense per il Controllo delle Malattie (CDC);
(d) Medici Senza Frontiere (Medicins Sans Frontieres);
(e) Tekmira, società farmaceutica canadese;
(f) GlaxoSmithKline del Regno Unito;
(g) l’Ospedale governativo di Kenema in Sierra Leone.
Dunque, per riassumere, le ricerche militari sarebbero alla base della creazione del virus, che poi potrebbe:
A) essere scappato di mano ai ricercatori,
B) essere stato diffuso intenzionalmente per motivi o economici (Big Pharma) o strategico-politici.
L’ampia prevedibilità di entrambe le ipotesi potrebbe, a sua volta, giustificare le notizie di milioni di body bag (sacchi per cadaveri) ordinate dalla FEMA – l’equivalente della nostra Protezione Civile – con un costo di un miliardo di dollari e oggi stoccate in varie località degli USA.
Ma quello che qui a noi preme – comunque stiano le cose – è che la pandemia, vera o fasulla che sia, viene strumentalmente utilizzata per incrementare la paura, il terrore nelle popolazioni, terrore che, come sappiamo bene, è stato da sempre utilizzato dal potere per depotenziare le coscienze, paralizzare ogni reazione, assoggettare i popoli.”

Da Ebola: di che si tratta veramente? Una riflessione a tutto campo, di Piero Cammerinesi.

Due appuntamenti con Gianni Lannes

cover_italia_usa_e_getta_4582Due appuntamenti con Gianni Lannes (giornalista e fotografo freelance) per parlare dello stato di sudditanza politico-militare dell’Italia

Venerdì 24 Ottobre alle ore 20:30
presso Cooperativa Borgo Etico
Via Cavalcavia, 90
CESENA
Ingresso libero

presentazione di:
Italia, USA e Getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari

di Gianni Lannes

promuove l’Associazione Laboratorio di Ricerca e Conoscenza
per info: info@larico.org

***
Sabato 25 Ottobre alle ore 17:00
presso la Libreria Ubik Irnerio
Via Irnerio, 27
BOLOGNA
Ingresso libero

L’Italia in guerra. Al comando degli USA e della NATO

presentazione di:
Italia, USA e Getta.
I nostri mari: discarica americana per ordigni nucleari

globalizzazione natodi Gianni Lannes
e
La Globalizzazione della NATO.
Guerre imperialiste e globalizzazioni armate

di Mahdi Darius Nazemroaya

con Gianni Lannes (giornalista e fotografo freelance)
Alessandro Iacobellis (esperto di politica internazionale e traduttore de La Globalizzazione della NATO)
modera Federico Roberti, curatore di byebyeunclesam
introduce Eduardo Zarelli, Arianna editrice

per info: redazione@ariannaeditrice.it

Il nuovo “ricco progetto di Blair”: promuovere il Gasdotto Trans-Adriatico nonostante le obiezioni degli Italiani

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Claudio Gallo per rt.com

Perché un olivicoltore della solare Italia meridionale dovrebbe ricordare Tony Blair, l’ex Primo Ministro britannico che guidò la Gran Bretagna nella guerra contro l’Irak per distruggere le immaginarie armi di distruzione di massa di Saddam?
Dimentichiamoci che servì brillantemente come “barboncino” di George W. Bush o che fra i ranghi del Partito Laburista era l’erede più coerente delle distruttive riforme neoliberiste della Thatcher. Davanti agli olivicoltori di San Foca, tra le migliori spiagge della Puglia in Italia, si trova ora un profeta della globalizzazione “inevitabile”, un PR cosmico che ha voce in capitolo sul processo di pace-truffa in Medio Oriente (di solito viene a salvare il più forte) e gentilmente spiega ad alcuni dittatori come affrontare quelle stupide democrazie occidentali. Sì, Blair – che cosa stai facendo questa volta? Egli sta promuovendo un enorme progetto globale in nome di alcuni pezzi grossi i quali si preoccupano meno di nulla che la gente del posto non lo voglia.
Lo schema è, come sempre, un caso di potenti élite contro la gente comune, e indovinate lui da che parte sta? Continua a leggere

L’ISIS non è una strana creatura

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“L’ISIS non è quella “strana creatura” saltata fuori dal nulla come vorrebbe far credere il circo mediatico internazionale, ma è il frutto di una lunga e laboriosa cooperazione tra diverse entità durata svariati anni. Com’è peraltro avvenuto anche con il suo “gemello” attualmente in disarmo: Al-Qa’ida, con la quale era in simbiosi fino a poco tempo fa. Non è infatti credibile che, in uno degli spazi più monitorati e tenuti sott’occhio dagli apparati di sicurezza di mezzo mondo, tale gruppo abbia potuto dilagare a sorpresa e conquistare in pochi giorni una così ampia fetta di territorio tra Siria e Irak per stabilirvi il cosiddetto “Califfato islamico”. Un’operazione, questa, che invece ha tutta l’aria di essere una risposta alle esigenze geopolitiche scaturite dalla sconfitta subita dalle milizie fondamentaliste in Siria, la quale poneva l’esigenza di spezzare quanto prima l’asse che, di fatto, lega vicendevolmente il regime siriano all’Iran. Tra i due Paesi, infatti, a dispetto dei piani statunitensi e israeliani sull’intera area a partire dal marzo 2003, è prevalsa in Irak una realtà politico-sociale organica agli interessi iraniani, che non può che rappresentare un intralcio ai progetti di risistemazione del “Grande Medio Oriente”. Da qui la repentina insorgenza di un gruppo su cui l’opinione pubblica occidentale non sapeva nulla, ma che è nata e prosperata sotto gli auspici di Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti Turchia e Israele. Tra l’altro l’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, il cui nome pare essere Ibrahim al-Badri, è stato detenuto – tra il febbraio 2004 ed il 2009 – a Camp Bucca, in Irak, fino a quando venne rimesso in libertà grazie all’indicazione di una commissione (Combined Review and Release Board) che ne raccomandò il “rilascio incondizionato”. La sua liberazione suscitò lo stupore del colonnello Kenneth King, tra gli ufficiali di comando a Camp Bucca nel periodo di detenzione di al-Baghdadi. Ciò spiegherebbe la riluttanza degli Stati Uniti a utilizzare i droni e la US Air Force per contrastare l’immediata avanzata del ISIS in Irak, com’era insistentemente richiesto dal primo ministro iracheno al-Maliki. Mentre ora invece, grazie alla Risoluzione n. 2170 votata prontamente dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e un’ampia coalizione internazionale di “volenterosi” intendono bombardare nuovamente la Siria per sconfiggere i terroristi dell’ISIS.”

Da Il caos, nuova presenza permanente, intervista a Paolo Sensini.

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La NATO

globalizzazione nato“… qualora aveste dimenticato che cosa sia questa bieca organizzazione a delinquere della quale noi Italiani siamo purtroppo membri v’invito a dare un’occhiata a Mahdi Darius Nazemroaya, La globalizzazione della NATO, Bologna, Arianna, 2014…”
Franco Cardini

(Fonte)

Italiani a Gibuti

“La prima vera base logistica operativa permanente delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali”

Così l’ha definita, con sprezzo del pericolo, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, capo di stato maggiore della Difesa.
Ma andiamo con ordine.
Nell’Aprile 2013, riferivamo della “Missione Addestrativa Italiana” a Gibuti (acronimo MIADIT), i cui 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri, impegnati nella formazione di 200 poliziotti somali, avevano appena ricevuto la visita dell’ammiraglio Binelli Mantelli.
La MIADIT – dicevamo allora – costituiva il ritorno di un contingente di Carabinieri nel continente africano, dopo la precedente “sfortunata” esperienza della missione IBIS a Mogadiscio.
Eravamo però solo all’antipasto.
Tempo sei mesi, lo stesso ammiraglio Binelli Mantelli tornava infatti a Gibuti per inaugurare la base di cui sopra, costruita in appena sessanta giorni dai genieri del 6° Reggimento Genio pionieri di Roma e dislocata su una superficie di 5 ettari in pieno deserto, a sette chilometri dal confine con la Somalia e a poca distanza dalla grande infrastruttura militare USA di Camp Lemonnier.
La base italiana, pienamente operativa dalla fine del 2013, ospita 300 militari, una sessantina dei quali sarebbero appartenenti ai cosiddetti “Nuclei militari di protezione” dei mercantili italiani dalla pirateria (come quello di cui facevano parte i fucilieri di Marina, Latorre e Girone, ora detenuti in India). Ne mancano all’appello oltre duecento, circa i quali è lecito fare alcune ipotesi.
Trattandosi, infatti, di “un’area di enorme importanza strategica destinata ad essere più importante e strategica di Suez e di Gibilterra” – ammiraglio dixit – la base di Gibuti sarà anche l’avamposto di forze speciali pronte per vari tipi di interventi, dall’anti-terrorismo alla liberazione di ostaggi. Tuttavia, c’è un “piccolo” problema: mentre l’Italia schiera alcune decine di istruttori e parà a Mogadiscio, nell’ambito della missione addestrativa europea a favore dell’esercito somalo (EUTM Somalia), non è mai stato ufficializzato un impegno militare in operazioni anti-terrorismo come quelle condotte dagli statunitensi in Somalia contro gli islamisti di al Shabaab.
E i soldi per costruire e mantenere tutta la baracca?
Qui sta la beffa.
Art. 33, comma 5, di un Decreto Legge dell’Ottobre 2012 denominato “Ulteriori misure per la crescita del Paese”. Il quale recita: “Al fine di assicurare la realizzazione, in uno o più degli Stati le cui acque territoriali confinano con gli spazi marittimi internazionali a rischio di pirateria… di apprestamenti e dispositivi info-operativi e di sicurezza idonei a garantire il supporto e la protezione del personale impiegato anche nelle attività internazionali di contrasto alla pirateria ed assicurare una maggior tutela della libertà di navigazione del naviglio commerciale nazionale” è stato previsto un finanziamento pari a 27,1 milioni di euro fino al 2020, al netto dei costi operativi e delle indennità dei soldati ivi stanziati, da rifinanziare annualmente con il rituale decreto per le “missioni di pace”.
Al peggio, però, non c’è mai fine.
Oltre ai militari impiegati per operazioni speciali, nella base di Gibuti sarebbe stato dislocato anche il personale a sostegno delle attività di due velivoli senza pilota Predator, appartenenti al 32° Stormo dell’Aeronautica Militare di stanza ad Amendola (Foggia), colà inviati all’inizio dell’estate.
A Gibuti i due velivoli opererebbero attualmente dallo scalo aereo di Chabelley, dove da Settembre 2013 opera pure l’intera flotta di droni USA impiegati per i bombardamenti in Yemen e Somalia, prima dislocati a Camp Lemonnier e trasferiti dopo le roventi polemiche suscitate dai numerosi incidenti di cui sono stati protagonisti, che hanno creato grossi rischi al traffico aereo civile e provocato i fondati timori della popolazione residente nei pressi della base statunitense.
“A differenza dei velivoli statunitensi quelli italiani continuano a operare disarmati dal momento che Washington non ha ancora autorizzato la cessione dei kit di armamento all’Aeronautica Militare”, scrive Analisi difesa. Dei Predator tricolori, uno sarebbe stato assegnato per raccogliere immagini e dati sulle imbarcazioni dei “pirati” diretti a intercettare e abbordare i mercantili in transito in acque somale. “Il secondo Predator viene mantenuto in riserva per rimpiazzare il drone gemello o forse per compiti diversi da quello antipirateria”.
In effetti, la nomina di un colonnello dell’Aeronautica Militare, Giuseppe Finocchiaro, a comandante di una base che avrebbe dovuto appoggiare i nuclei di protezione marittimi puzzava alquanto. Adesso che sono arrivati i Predator, tutto diventa più comprensibile.
Federico Roberti

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L’Unione Europea è l’antitesi dell’Europa

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“Le stucchevoli polemiche cui abbiamo assistito negli ultimi anni e hanno opposto coloro che rivendicano la necessità del riconoscimento delle radici cristiane e coloro che vorrebbero negarla, preferendo invece riconoscere quelle illuministiche, indicano quanto la cultura attuale sia abitata da opposti monismi e percio lontana dal superamento delle contraddizioni, insomma quanto poco sia europea: difatti si tratta di una cultura che emerge dal fenomeno pervasivo della globalizzazione, che con altre parole potremmo definire occidentalizzazione ovvero americanizzazione.
L’ ideologia globalista è portatrice d’una sorta di monismo economicistico secondo il quale il mondo in cui viviamo è l’unico possibile, non esistono alternative, il valore economico è l’unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quindi le leggi del mercato devono prevalere.
Questo pensiero unico corrisponde al progetto statunitense, come ben evidenzia Jeremy Rifkin quando asserisce che per gli americani la libertà è associata all’autonomia, cioè al fatto di non dipendere dagli altri, soprattutto dal punto di vista economico: per essere liberi, gli americani pensano che si debba essere ricchi.
II sogno europeo invece è esattamente l’opposto: per gli Europei essere liberi è porsi in relazione con gli altri, unirsi, condividere, aprirsi. La nostra è da sempre una società dell’inclusione. Ora è evidente che l’Unione Europea e le sue istituzioni sono volte realizzare non il sogno europeo, ma quello a stelle e strisce, che è il suo opposto. Perciò si può dire che l’azione politica dell’Unione Europea è antieuropea e che l’uso della parola Europa come sinonimo di CEE e poi di UE, dapprima raro ed informale, negli ultimi anni più regolare ed esteso, nasconde non solo un’insidia, ma addirittura una menzogna.
I padri fondatori dell’Unione Europea posero gli Stati nazionali al centro del loro progetto d’integrazione, che essi concepivano appunto come un graduale negoziato tra Stati sovrani; poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, prese piede la politica economica del cosiddetto Washington consensus, improntato sulla teoria neoliberale e sul principio del minimo intervento statale. Si innestò un processo che portò rapidamente all’erosione delle sovranita nazionali dei singoli Stati membri, giungendo cosi, per citare le parole del compianto professor Costanzo Preve, alla «incorporazione di quest’Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato».
La tendenza a confondere gli interessi dell’Unione Europea con quelli della NATO è emersa dopo la fine della Guerra Fredda e si è rafforzata con la pratica dell’ interscambiabilità di persone che occupano posti chiave nei due organismi. L’Unione Europea era all’origine una grande opportunità, difficile è capire se lo possa essere ancora, di certo perché ciò sia possibile si dovrebbe eludere ogni richiesta, da parte delle istituzioni UE, di cessioni di sovranità, anzi i singoli Stati membri dovrebbero fare ogni sforzo per riconquistare ognuno la propria e poi, volendo ancora perseguire una politica europeista, trovare piuttosto un modo di sommare sovranità e forze, cosi da poter divenire davvero un attore globale.
Per rendere possibile il cambiamento dell’attuale scenario è allora necessario un recupero culturale dell’identità europea che parta dalla soluzione di un malinteso che inquina da molto tempo l’opinione pubblica, ovvero dalla presa di coscienza del fatto che l’Europa non è Occidente o per meglio dire, essendo sua caratteristica principale la coesistenza armonica degli opposti, è sia Oriente sia Occidente. L’ identità europea va piuttosto difesa dai rischi connessi alla globalizzazione.
Far coincidere il concetto di Europa con quello di Occidente è truffaldino, almeno quanto farlo coincidere con quello di Unione Europea, ed anche di più, se si considera che l’idea contemporanea di Occidente è stata elaborata nell’ambito del pensiero politico statunitense «proprio per differenziarsi dall’Europa; anzi, addirittura contro l’Europa». Creare il malinteso è utile alla propaganda occidentalista per poi definire come nemico l’orientale di turno.
L’effetto è quello di indebolire la società europea, rendendola inconsapevole della particolare forma di convivenza di cui è portatrice.
(…)
La forma di coesistenza che permette di non scegliere tra due poli opposti ma di conciliarli è quella comunitaria, la quale, dopo aver caratterizzato a lungo l’Europa, ha lasciato spazio alla forma societaria; quest’ultima, sommamente individualista, promette il massimo della libertà, ma alla fine si rivela un apparato fatto per addomesticare i suoi membri e indirizzarli ad obiettivi precostituiti, decisi in altre sedi e talvolta perfino contrari agli interessi dei singoli coinvolti. Nell’epoca della globalizzazione il singolo è soprattutto consumatore, «solitario collezionista di sensazioni», educato fin dalla più tenera età attraverso la pubblicità, che pone molta attenzione e investe molte risorse nel tentativo di fidelizzarlo: quando ha successo, lo renderà a un tempo omologato e solitario.
In un’ideale organizzazione informata ad un perfetto collettivismo, invece, sarebbe escluso il problema della solitudine, ma esasperato il rischio dell’omologazione.
La comunità altresì può permettere all’individuo di svilupparsi pienamente, in quanto il senso d’appartenenza esalta o almeno aiuta ad accettare le peculiarità individuali. Vi è un’evidente omologia fra I’equilibrio tra generale e particolare che caratterizza l’ idea di Europa e I’equilibrio tra comunita e individuo.
Se il percorso politico necessario per una ricostruzione europea potrebbe passare indifferentemente da una modifica dell’attuale Unione Europea, oppure da un suo scioglimento e da una successiva riaggregazione mediante istituzioni con nomi differenti, imprescindibile è compiere in parallelo un percorso culturale di ricomposizione dei dualismi.”

Da L’Unione antieuropea, di Michele Orsini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2014, pp. 160-162 (grassetto nostro).