Roberta Pinotti e i costi della sovranità ceduta

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Il tira e molla sulla questione F-35 cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni, a partire dalla sua apparizione nel salotto televisivo preferito dalla sinistra di governo, quello condotto dal conterraneo Fabio Fazio, ribadisce ciò che ai più avveduti era noto da tempo, e cioè l’improvvisazione che contraddistingue l’operato del neoministro della Difesa, la genovese Roberta Pinotti.
Il compianto Giancarlo Chetoni, in un suo articolo del Dicembre 2009 durante l’ultimo governo del Cavaliere di Arcore, parlando del generale Del Vecchio, sottolineava come la sua vasta esperienza militare nei ranghi della NATO gli avesse procurato l’elezione a senatore nelle file del PD, a scapito del collega Fabio Mini, voce eccessivamente critica nei confronti delle politiche militari degli esecutivi di centro-destra e centro-sinistra succedutisi nel corso degli anni.
E aggiungeva: “[Del Vecchio] Lavorerà in coppia con Roberta Pinotti, la parlamentare ligure responsabile del settore Difesa di Bersani, che durante il governo Prodi fu promossa per la sua totale e manifesta incompetenza a presidente della IV° Commissione della Camera nella XV° legislatura per lanciare un segnale di disponibilità e di collaborazione della maggioranza PD-Ulivo al PdL, dove si distinse per un rapporto di lavoro particolarmente intenso ed amichevole con il sulfureo presidente dell’ISTRID on. Giuseppe Cossiga di Forza Italia, figlio di Francesco, per poi passare nel corso della XVI° a fare altrettanto con La Russa, questa volta da rappresentante a Palazzo Madama. Sarà lo stesso Ministro della Difesa a dichiarare la sua riconoscenza alla Pinotti a Montecitorio ed a ribadirlo nel salotto di Bruno Vespa.
Ecco cosa ha scritto su ComedonChisciotte una sua ex collaboratrice: “La conobbi la prima volta nella sede della FLM di Largo della Zecca negli anni ’80 durante una riunione sindacale (io ero delegata della RSU dove lavoravo). Caspiterina! Da sostenitrice delle lavoratrici me la ritrovo guerrafondaia. Ripeto, se lo avessi saputo che ci saremmo ridotte così mi sarei iscritta ad un corso di cucina o di taglio e cucito.”
Il declino ormai inarrestabile, organizzativo, politico, etico del Partito Democratico nasce anche da queste prese d’atto.”
Non a caso.
Aprendo il nostro armadio, abbiamo ritrovato uno scheletro che vogliamo ora esporre ai lettori confidando nella comprensione postuma dell’amico Giancarlo, anch’egli ben consapevole che i veri costi che nessuno taglia (erano e) sono quelli della sovranità ceduta.
Poche settimane prima di scrivere quel pezzo, infatti, Chetoni aveva inviato una missiva all’attenzione della senatrice Pinotti, allora Responsabile nazionale Dipartimento Difesa del PD, in relazione a una notizia pubblicata sul sito di quest’ultima, opportunamente fatta scomparire.
Con la sua sagacia tutta labronica, e intitolando il proprio messaggio “ti serve un corso intensivo”, Chetoni le scriveva: “Mia cara e divertentissima Pinotti, dovevi continuare a fare l’insegnante invece che presiedere (si fa per dire) la Commissione Difesa della Camera, prima, ed occuparti, dopo, di difesa come ministra ombra del PD. Oltre che fare dichiarazioni francamente vergognose dimostri davvero sulla materia di non capirci una pippa. Ma chi te l’ha detto che con i Predator si riesce ad individuare gli ordigni esplosivi? La Russa, quello dell’auricchio “piccanto”? Roba da matti! Ti hanno scelto apposta perché serviva una “peones” ampiamente sprovveduta e facilmente lavorabile. Consiglio a te, Franceschini & soci del PD e del PdL l’uso, intensivo, di un bel cartone, pieno, di perette di glicerina, a settimana.”
La Pinotti, probabilmente per il tramite della propria segreteria personale, ebbe a rispondere con un laconico (e “imbarazzato”, notava Giancarlo nel girarci la corrispondenza) “Al mio simpaticissimo estimatore: il suggerimento non è di La Russa, infatti lui ci manda i Tornado”.
Da parte nostra, a quasi cinque anni di distanza e ora che ella riveste la massima carica ministeriale, non resta altro che rinnovare quell’invito.
Federico Roberti

Dalla padella alla brace

partito atlantico

“La speranza è che gli italiani conservino un briciolo di memoria sui passaggi che ci hanno portato al “governo di solidarietà nazionale“.
Siamo passati da una disastrosa presenza sulla scena di nani e ballerine, di corrotti e corruttori a una casta maleodorante di serissimi usurai-predatori altrettanto ammanigliati e in evidentissimo, pari o addirittura maggiore conflitto di interessi.
L’unica novità, peggiorativa, introdotta dal successore di Berlusconi sarà la decisione di imprimere un ulteriore colpo di acceleratore al prelievo forzato di ingenti risorse collettive e alla implosione ormai definitiva di quello che una volta chiamavamo con legittimo orgoglio Stato Sociale, prima che il repubblicano Spadolini si inventasse la locuzione Azienda Italia e Treu introducesse con la legge 196 del 1997 la “flessibilità del lavoro atipico e interinale“, insomma del precariato, perché l’Italia potesse governare, come sostenne l’allora Presidente del Consiglio Prodi, il processo di globalizzazione dei mercati.
Con che risultati è sotto l’occhio di tutti mentre si continua da decine di anni a importare “manodopera” sia con le quote annuali di migranti arcobaleno programmate dai governi nazionali che con quella clandestina da Europa dell’Est, Africa, Asia e America Latina per aiutare i nostri giovani a trovare lavoro.
Un altro metodo per procurare un avvenire a disoccupati e precarizzati è alzare ad ogni riforma previdenziale l’età per andare in pensione, perché sale – si sostiene – l’aspettativa di vita dei lavoratori e delle lavoratrici del Bel Paese.
La conferma del disastro che le programmazioni dei flussi ha provocato e continua a provocare questa volta è arrivata da Visco, il nuovo Governatore della Banca (privata) d’Italia: la percentuale dei giovani che non riesce a trovare lavoro cresce mese dopo mese.
Il Cavaliere sarebbe arrivato ad un identico risultato con più gradualità, per “tenere” Palazzo Chigi da Palazzo Grazioli con il suo largo bacino di utenze di prostituzione, anche morale.
Insomma siamo passati dalla padella alla brace.”

Così Giancarlo Chetoni, del quale in questi giorni ricorre il primo anniversario della scomparsa, commentava la formazione del “governo di solidarietà nazionale” con a capo Mario Monti, nel suo ultimo articolo pubblicato su questo blog, a fine 2011.
Mai avrebbe immaginato che tale prassi si sarebbe consolidata sotto l’egida del medesimo Presidente della Repubblica, anche se oggi c’è di mezzo un Grillo in cui gli Italiani ripongono le ultime speranze di riscatto.

In memoria di Giancarlo Chetoni

Nato a Livorno il 7 Giugno 1948, ivi deceduto lo scorso 30 Aprile 2012, riposa presso il locale cimitero de La Misericordia.
In ordine cronologico, una scelta degli articoli scritti dal 2006 fino all’inizio della collaborazione con questo blog.

Gli analisti del Pentagono

Nucleare iraniano e prospettive di guerra

Kossiga e dintorni

Rai di Margherita e Quercia

Come Hezbollah ha spiazzato Tsahal

Libano e dintorni

Libano: arrivano gli occhi a mandorla

Retroscena e azzardi sul Libano

Libano: una faccenda sporca

Prodi: amicizie pericolose

Prodi: amicizie pericolose 2

Prodi tra Libano e “Autostrade”

Occhio agli scarponi

Iraq: aerei di “lavoratori” che cadono…

Libano anno zero

Mastrogiacomo e l’Afghanistan

Venti di Guerra. A cercarli

Il lungo inverno di Kabul

La trappola afghana

Strada, l’Afghanistan e l’Italietta

Libano: venti di guerra. Come l’occidente sta armando la guerra civile

Kleiaat: un gran brutto affare

L’agonia della Repubblica

Da Roma e dal Vaticano

D’Alema e Damasco

D’Alema story: il baffo e le pillole MK 82

L’irreversibile tramonto dell’imperialismo USA

Il canarino di Abu Mazen

Kosovo: la nostra Europa

Dalla strage di Ustica agli attentati di Roma

Segreto di Stato: la strage di Bologna

Grillo? In galera!

Barboncini da salotto

La fucilazione del Maresciallo D’Auria

Le mirabolanti imprese della “diplomazia italiana”

La Forleo è davvero fuori di testa?

La corsa ad ostacoli di Clementina Forleo

Le Guerre della Repubblica delle Banane

Forleo e De Magistris: percorsi paralleli

Calabria: Politica, Affari e Massonerie (di ieri e di oggi)

Castelporziano e Villa Rosebery: il pesce puzza sempre dalla testa

Il riconoscimento del Kosovo: una scelta scellerata

La guerra segreta dell’Italietta in Afghanistan

Gaza: un bilancio dell’aggressione sionista

L’F35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!

[Post modificato il 30 Agosto 2012]

Segreto di Stato: la strage di Bologna

Di Giancarlo Chetoni

L’anniversario della strage alla Stazione di Bologna anche quest’anno è stata la fotocopia di una manifestazione ormai collaudata da 27 anni, da quando il grande orologio esterno della stazione si fermò alle 10.25 del 2 agosto ‘80 per segnare l’ora del più grave attentato registrato nella storia della Repubblica con un bilancio di 85 morti ed oltre 200 feriti.
A distanza di 48 ore da quel massacro, con una tempistica più che sospetta, la stessa che adotterà l’Amministrazione Bush l’11 settembre 2001, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga dichiarerà a Montecitorio e a Palazzo Madama che gli autori della carneficina andavano cercati nell’area neo-fascista, dando il via a una gigantesca campagna mediatica che avrà, di fatto, nei mesi successivi il potere di influenzare gli atti istruttori della magistratura locale e qualche anno più tardi il dibattimento nel primo e nel secondo grado di giudizio in Corte di Assise, rispettivamente l’11 luglio 1988 e il 12 luglio 1990.
Una pressione finalizzata ad indirizzare, a furor di popolo, le indagini della magistratura in una direzione “precostituita”. Continua a leggere

I Lince sotto inchiesta

Roma, 26 Marzo – “Il provvedimento di sequestro di un Vtml ‘Lince’ disposto dalla Procura di Civitavecchia permetterà agli inquirenti di fare finalmente chiarezza sui tanti decessi di militari avvenuti a causa del ribaltamento del mezzo in dotazione alle Forze armate”. Così afferma in una nota Luca Marco Comellini, segretario del PDM-partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia.
Stamane ho consegnato copia agli inquirenti delle 12 interrogazioni presentate dal deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del PDM, “affinché sia il magistrato a chiedere alla difesa se durante i collaudi, le fasi d’istruzione ed esercitazioni, o missioni operative, i mezzi ‘Lince’ abbiano presentato problemi, ovvero quanti incidenti si siano verificati e per quali cause”.
(TMNews)

[Forse Chetoni aveva ragione...]

Le faine nel pollaio

Se gli italiani conserveranno un briciolo di memoria, i Caronte del PdL e del PD saranno Alfano e Bersani. Uscito apparentemente di scena, nel frattempo il cavalier di Arcore è tornato a curare gli affari di famiglia, a dettare legge insieme a Monti & soci “per salvare l’Italia dalla bancarotta” e a guidare il Milan Calcio.
Un altro “bene di lusso” che il professor Bocconi ometterà di tassare.
Napolitano, dal canto suo, dichiarerà pubblicamente che anche i meno abbienti dovranno partecipare ai sacrifici.
Il deputato Berlusconi, dopo aver cambiato pelle e alleati, non disdegnerà qualche uscita pubblica come al Congresso dei Liberali Democratici di Giovanardi, un vecchio arnese della Balena Bianca, per sostenere il suo fermissimo “no” alla patrimoniale sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari e un “si” all’imposta, ad estimi moltiplicati, sulla prima casa, alla cancellazione degli sgravi fiscali anche per gli asili nido e ai tagli, lacrime e sangue, a trasporti, sanità e previdenza sociale messi in campo dall’ex Commissario Europeo e dal suo pool di “tecnici”.
Il 12 Dicembre Bossi farfuglierà, per un evidente, grave, disagio psichico post ictus: “L’asse con il PdL adesso non c’è. Ognuno sta a casa sua anche perché Berlusconi è con i comunisti al governo e noi della Lega all’opposizione”. Chi ha messo in bocca al “capo” una separazione “a tempo” in attesa di rinnovare l’alleanza politica in occasione delle prossime tornate amministrative al Nord? Forse Maroni, Tosi & amici?
Dei quaquaraquà del PD, Bindi, Franceschini, Letta inutile parlare. Basterà quell’ingiuntivo “avanti con le liberalizzazioni” recitato per conto delle Coop da Bersani contro farmacisti e tassisti per capire la portata della svolta storica percorsa dal PCI-PdS-DS e PD nella piena accettazione delle regole di mercato su economia e lavoro.
Quelle stesse che il senatore Ichino ha formulato per un’ulteriore flessibilizzazione del lavoro, sostenuto dal 55% delle firme dei Gruppi Parlamentari della “sinistra”.
Il giuslavorista più scortato al mondo le chiama in inglese norme flex-security.
Il resto delle novità arriveranno col testo definitivo del decreto che ieri l’altro ha ottenuto la fiducia al Senato.
Provvedimenti mercanteggiati in Commissione Bilancio e Tesoro da PdL, Terzo Polo e PD, anche se rimarranno invariati gli importi della “manovra”  partorita da Monti & soci. E un’altra da 10 miliardi in arrivo da qui a tre mesi, come anticipato dall’Ufficio Studi della Confartigianato di Mestre.
Domenica 11 Dicembre La Repubblica titolava, senza vergogna, a firma Eugenio Scalfari in un editoriale: “I due Mario l’Europa l’hanno salvata”.
Salvata?
Si salva un pollaio se lo lasci incustodito e in giro ci sono delle faine come Monti e Draghi?

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La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO. Continua a leggere

Il “sequestro” della Montecristo

Somalia, emergenza pirati: c’è una gran puzza di zolfo

Quando il 10 Ottobre alle ore 19.20 è uscito il comunicato dell’Adnkronos che dava notizia del sequestro della portarinfuse Montecristo (56.000 tonnellate di stazza lorda), della società di navigazione livornese D’Alesio Group, è apparso evidente che il contenuto fosse già stato precedentemente trattato da esperti in veline dell’Alleanza Atlantica.
L’allarme di “emergenza pirati“ lanciato alle ore 6.45 dal comandante Diego Scussat, che ha fornito le coordinate geografiche della nave al momento dell’arrembaggio, è stato ricevuto dai satelliti militari per essere poi ritrasmesso a terra in tempo reale e da qui irradiato a tutte le piattaforme della NATO di Ocean Shield e dell’altrettanto dispendiosissimo doppione europeo Eunavfor Atalanta, che controllano lo spazio marittimo e i cieli sulla direttrice ovest-est, dal Golfo di Aden a quello dell’Oman, e nord-sud, dallo stretto di Bab el Mandeb fino alle isole Seychelles, compreso il Madagascar e “proiezione di sorveglianza“ fino al Capo di Buona Speranza (!).
Inutile dire che la Repubblica delle Banane partecipa ad ambedue le “missioni“ con costosi assets satellitari, navali, aerei e ad ala rotante.
Il personale della Marina Militare e dell’Aviazione e Corpi Speciali, di stanza sia a terra che su piattaforme mobili, supera (non ufficialmente) le 750 unità dal 13 Dicembre 2008.
L’Ammiraglio Gualtiero Marchesi comanda la missione Ocean Shield da bordo del cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria (equipaggio 240 uomini) e il Maggior Generale Buster Howes lo fa per quella Eunavfor Atalanta dalla base di Gibuti, dove manteniamo ufficiali di collegamento, sede avanzata del Quartier Generale di Northwood in Inghilterra.
In più, l’Italietta dal Gennaio 2010 è schierata in Uganda con EUTM Somalia a Kampala e a Bihangha.
Ufficialmente, i “berretti verdi“ nazionali operanti a Kampala sono 19 mentre 17 sono gli “istruttori“ ied-antimine.
In Kenia, a Nairobi, il Ministro della Difesa La Russa mantiene “uffici di collegamento“ affiancati da personale della Direzione Generale Cooperazione e Sviluppo dipendente dal Ministero degli Esteri.
A cosa possa servire questo ingente impegno in Uganda e Kenya è presto detto. Il 16 Ottobre l’esercito di Nairobi ha lanciato un offensiva in Somalia contro gli “islamisti“ Shebaab sospettati (siamo alle solite) di rapimento di cittadini stranieri in territorio keniano. L’ex serpente dell’Asia Ban Ki Moon non ha mosso foglia per dare fiato alle trombe. Il silenzio su una nuova aggressione dall’esterno al territorio della Somalia è stato totale.
“Siamo penetrati in Somalia per perseguire i responsabili di sequestri e di attacchi“, ha dichiarato il portavoce del governo di Nairobi K. Matua.
Dal mese di Agosto risultano “disperse“ due collaboranti di una Ong non meglio precisata.
Abbiamo rinvenuto due foto senza nome, cognome e nazionalità, di razza caucasica. Nient’altro.
Puzza lontano un miglio di “narcos“ messicani pagati dall’Iran per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington. Questa volta tocca al Kenia tentare di “liberare“, a contratto, la Somalia dai residenti per conto di USA, NATO e Unione Europea, dopo la disastrosa, recente, sconfitta riportata dall’Etiopia nell’ex colonia italiana.
L’integrazione tra forze USA-NATO e UE anche nelle finalità militari e neocoloniali nel quadrante africano centro-settentrionale è ormai, da anni, un meccanismo costosissimo e ampiamente rodato. L’aggressione alla Jamahirya rientra in un piano strategico militare ed economico-energetico-minerario di ben più ampia portata, ai danni dell’intero continente africano. Continua a leggere

Il maestro e Margherita

Vediamo questa volta di mettere sotto osservazione Margherita Boniver, “inviata particolare“ di Frattini per “aiuti umanitari e cooperazione“ nella fascia subsahariana e nel Corno d’Africa.
Quale sia il budget di spesa affidato da Tremonti al titolare della Farnesina per farci ridere dietro da mezzo mondo e farci sopportare dall’altra metà, rimane un bel mistero.
Poter dettagliare le “uscite“ annuali del Ministero degli Affari Esteri al di là di quanto sia riportato, in aggregato, nei resoconti contabili del Ministero dell’Economia e delle Finanze è di fatto un “segreto di Stato“.
Esteri e Difesa saranno gli unici “santuari“ che vedranno assegnarsi, secondo indiscrezioni, nel 2012 finanziamenti aggiuntivi per oltre 10 miliardi di euro.
Le 4 guerre (Iraq, Afghanistan, Libia e Somalia) in cui è, al momento, coinvolta l’Italietta stanno costando un ossesso. La prima è totalmente rimossa, la seconda e la terza sono “missioni di pace“ con il sigillo dell’ONU, la quarta non è ancora uscita allo scoperto per le complicità di un sistema di “informazione“, pubblico e privato, totalmente allineato a USA e NATO. Continua a leggere

Frattini e i delfini della baia di Tokyo

L’aggressione militare alla Libia e il cinismo della “politica” italiana

Il Pentagono nel Quadriennial Defence Review Report del Dicembre del 2001 adottò un termine per definire uno scenario in cui un’entità (organizzazione nemica) pianifica e porta a realizzazione nel tempo una serie di azioni militari non ortodosse contro una grande potenza che abbia occupato con l’uso della forza un Paese del Vicino Oriente.
Un report arrivato a 30 giorni di distanza dal via libera dell’amministrazione Bush all’US Air Force per colpire con bombardamenti a tappeto l’Afghanistan.
Mancheranno meno di 2 anni all’aggressione aerea e terrestre all’Iraq di Saddam Hussein.
Lo smantellamento delle sue strutture militari e civili, la sottrazione alle precedenti autorità statuali anche dalla gestione delle risorse economiche ed energetiche da affidare a un governo fantoccio avrebbero finito, a giudizio degli esperti militari del Dipartimento della Difesa, nell’approntamento del DFRR, per creare “momentanee“ condizioni di instabilità economica e sociale e di precaria sicurezza pubblica capaci di concorrere allo sviluppo di una guerra a bassa intensità.
Le definizioni più usate dagli analisti sono: guerra non convenzionale, guerra asimmetrica, guerra di guerriglia.
Chi scrive ne adotta un’altra più semplice, evocativa: guerriglia.
Il perché è semplicissimo: mi fa sentire più vicino a qualsiasi “ribelle“ che abbia impugnato o impugni le armi per liberare il suo Paese dall’egemonia di USA, NATO e “Israele“.
La guerriglia mi rimanda a metodi di combattimento capaci di logorare e di vincere, a tempi lunghi, la prepotenza e le aggressioni armate dell’Occidente, di generare miti, comandanti, volontà di lotta, la forza necessaria ad annientare modelli politici estranei messi in piedi con l’esportazione della “democrazia“ e far tornare alla luce le straordinarie energie che i popoli conservano. Continua a leggere

La strage di Ustica porta ai mandanti di quella di Bologna

“E ora si faccia tutto quello che serve perché Italia, Francia e Stati Uniti dicano la verità e ammettano la responsabilità dell’abbattimento il 27 Giugno del 1980 del DC-9 dell’Itavia“.
Lo hanno chiesto in un documento comune gli avvocati che hanno prestato assistenza legale a familiari e parenti delle 81 vittime della strage di Ustica, nella causa civile del 12 Settembre arrivata a sentenza per decisione del giudice Paola Protopisani del Tribunale di Palermo, che riconosce agli assistiti danni per 100 milioni di euro (più interessi e altri oneri).
La somma dovrà essere risarcita in solido dal Ministero dei Trasporti e della Difesa.
“Si auspica con forza che chi di dovere – Presidenza del Consiglio, Ministero degli Esteri e Ministero della Giustizia, nda – avvii ogni opportuna e irrimandabile azione giudiziaria nei confronti di Francia e Stati Uniti perché sia finalmente ammessa dopo più di 30 anni, la responsabilità del gravissimo attentato che colpì l’aereo passeggeri dell’Itavia“.
Lo hanno messo nero su bianco gli avvocati Alfredo Galassso, Daniele Osnato, Massimiliano Pace, Giuseppe Incandela, Fabrizio e Vanessa Fallica, Gianfranco Paris, che formavano il collegio di difesa.
“La sentenza – hanno scritto – è il frutto di una lunga e articolata istruttoria, durata 3 anni, durante la quale il Tribunale ha avuto modo di valutare tutte le emergenze probatorie già emerse nel procedimento penale“.
Secondo i legali “il risultato raggiunto in sede civile rende finalmente giustizia alle innumerevoli difficoltà, economiche e psicologiche, che familiari e parenti degli scomparsi nell’attentato del DC-9 hanno dovuto sopportare nell’arco di 30 anni della loro vita, anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi operati da apparati deviati dello Stato“.
La ricerca della verità su Ustica deve ripartire da questa sentenza – ha affermato l’avvocato Osnato – che accoglie la tesi del missile lanciato da un caccia intercettore con le insegne di USA o Francia in prossimità del “punto Condor“, dove l’aerovia militare Delta Whisky incrocia nei cieli di Ustica quella usata per il trasporto passeggeri Ambra 13.
Il giudice Protopisani ha ritenuto che le prescrizioni sul piano penale di cui hanno beneficiato gli ufficiali dell’Aeronautica Militare Italiana non possano essere trasferite sul piano civile e ha condannato i Ministeri dei Trasporti e della Difesa secondo il principio della “immedesimazione organica“. Continua a leggere

Verso l’abisso di una guerra su vasta scala

La Turchia di Gul e l’AKP di Erdogan hanno cacciato il 2 Settembre l’ambasciatore di “Israele” Gabby Levi.
Al provvedimento di espulsione Ankara aggiungerà la denuncia dello Stato sionista alla Corte dell’Aja, la decadenza di qualsiasi fornitura militare tra i due Stati, la immediata cessazione di ogni collaborazione nel campo culturale e scientifico e la chiusura di porti e aeroporti a navi e velivoli, militari e civili, con la “stella di David”.
Dopo aver ribadito il pieno diritto di navigazione della Turchia nel Mediterraneo centrale fino al limite alle acque territoriali di “Israele”, riconosciute a 12 miglia contrariamente alle 120 rivendicate dai governi di “Gerusalemme” e libertà di approdo per le sue navi mercantili sulle coste di Gaza, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, annunciando la rottura dei rapporti diplomatici con il governo Netanyahu, ha inteso precisare che le decisioni adottate dal governo Erdogan fanno parte di un primo pacchetto di provvedimenti contro “Gerusalemme”.
Fonti ufficiali di Ankara il 3 Settembre, dal canto loro, hanno dichiarato al quotidiano Hurriyet che “non ci sarà più posto nel Mediterraneo dove le forze navali di Israele possano esercitare il bullismo senza fare i conti con la marina militare e la difesa aerea turca”.
In particolare, le navi militari di Ankara scorteranno tutte le imbarcazioni civili che porteranno aiuti a Gaza e garantiranno la libera navigazione nelle acque tra “Israele” e Cipro, dove i due Paesi conducono operazioni di ricerca di petrolio e gas senza riconoscere al Libano eguali diritti.
“Stiamo scegliendo – hanno inoltre confermato dal Ministero degli Esteri turco – una data utile perché il premier Tayyip Erdogan possa recarsi in visita ufficiale nella Striscia di Gaza”.
Ahmet Davutoglu inoltre aggiungerà: “E’ ora che Israele paghi per le sue pretese di stare al di sopra delle leggi internazionali”. Continua a leggere

La guerra dell’Italia alla Libia: una sporca faccenda

L’italianissimo Alessandro Londero, titolare della “Hostessweb“, con un gruppo di volontari il 4 Agosto scorso era a Zlitan, a riprendere con la sua videocamera gli edifici della città libica, a 150 km da Tripoli, distrutti dall’aviazione di Unified Protector.
Il 7, assieme ai suoi collaboratori sarà a Tripoli.
Non potrà quindi fornire una documentazione degli effetti del secondo bombardamento della NATO sui quartieri di recente costruzione, che ospitano la metà della popolazione locale che ha raggiunto i 200.000 residenti, né partecipare a disseppellire dalle macerie i corpi di 85 tra anziani, donne e bambini colpiti in una località (Majer) a un tiro di sputo da Zlitan che verranno composti in sacchi di plastica e allineati dai soccorritori a fianco di una moschea.
I feriti gravi, oltre 67, saranno evacuati verso l’ospedale di zona.
Lo farà, trasportandosi dietro osservatori indipendenti e inviati della stampa accreditata a Tripoli, il portavoce della Jamahiriya Mussa Ibrahim a distanza di 24 ore dalla partenza di Alessandro e del suo gruppo.
Inutile dire che di questa nuova strage della NATO non si è visto ne sentito nulla nei TG, né è stata pubblicata un sola foto sulle pagine dei quotidiani nazionali.
E’ apparso solo qualche trafiletto nelle pagine “esteri” per dare spazio al comunicato di Unified Protector di… accertamenti in corso.
L’inviato della RAI a Tripoli ormai si è eclissato da tempo. Mediaset e La7 non ne hanno mai spedito uno in Libia.
La Farnesina ha invitato le redazioni televisive e delle carta stampata a stare lontano dalla Jamahiriya di Gheddafi per motivi di “sicurezza“, dopo aver notificato ai direttori di rete l’impossibilità per il Gruppo di Crisi di poter offrire qualunque tipo di assistenza in caso di emergenza.
Il black out dalla Jamahiriya rimane così per ora pressochè totale. Continua a leggere

Frattini e La Russa ministri-servi

Di Quirinale, Terzo polo e poteri forti.
Con “Bunga Bunga” a fare da spettatore ricattato.

Non c’è attacco aereo di Unified Protector che non necessiti per una missione di bombardamento sulla Jamahiryia di almeno due rifornimenti in volo da aerei cisterna, uno durante la fase di avvicinamento al “target“, il secondo dopo lo “strike“ nel ritorno alle basi di decollo in Sicilia: Trapani Birgi e Sigonella.
Nell’intero mese di Luglio, nell’arco delle 24 ore, le missioni di appoggio aereo della NATO si sono attestate su una media di 150, i bombardamenti dall’aria hanno raggiunto i 47.
Il numero dei morti e dei feriti tra i residenti della Tripolitania e della Cirenaica è aggiornato, via internet, da Libyan Free Press – Jamahiriya News.
Cosa costi ogni ora di volo un bi-quadrireattore Boeing Kc 767 A o Kc 135 che faccia da mucca per rifornire per due-tre volte un singolo velivolo della NATO che attraversi il Mediterraneo Centrale ve lo lasciamo immaginare.
Si tenga di conto che un Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica Militare Italiana compreso l’addestramento del pilota, escluso l’armamento, ha un costo, per le sfiatatissime casse dell’Erario pubblico, di 80.000 euro per ora di volo. Un solo missile Storm Shadow o Scalp Ec, con una testasta bellica di 247 kg, lanciato da un cacciabombardiere tricolore arriva a superare abbondantemente il milione di euro.
Quanti gingilli come questi siano andati a bersaglio a cura dell’Aeronautica Militare Italiana in territorio libico è coperto da “segreto militare“.
Gli unici jets d’attacco che possono sottrarsi a questa dispendiosissima routine di rifornimento in volo sono quelli in dotazione alle portaerei-portaereomobili che operano in prossimità, interna ed esterna, della linea immaginaria che unisce Tripoli a Bengasi, l’enorme area d’acqua del Golfo della Sirte.
Dopo 90 giorni di permanenza in mare, il 7 Luglio scorso la “Garibaldi“ è stata ritirata dalla zona di operazioni, e il 10 Agosto è toccato alla “De Gaulle” abbandonare la missione per rientrare nel porto di Tolone. Il dispositivo d’attacco di Unified Protector ha perso (momentaneamente?) 40 tra aerei ed elicotteri.
Il 2 Agosto la Norvegia, strage di Utoya o no, ha ritirato, come programmato, i suoi quattro F-16.
Il Ministro della Difesa di Londra, Liam Fox, ha coperto l’abbandono di Oslo con l’invio con altrettanti Tornado Idv.
Per Longuet, la portaerei francese è stata ritirata dal Mediterraneo Centrale per manutenzione al ponte di volo da cui decollano e atterrano Rafale e Super Etendard e alle catapulte di lancio.
L’Italia, per bocca di La Russa, ha motivato l’abbandono della “Garibaldi” dal teatro operativo per limitare le gigantesche uscite finanziarie che ne comporta l’utilizzo prolungato in navigazione.
Il Bel Paese, per non fare cosa sgradita agli alleati, ha però provveduto a sostituire l’ammiraglia della M.M. con l’unità da assalto anfibio “S. Giusto”, che ospita il comando navale di Unified Protector e imbarca in permanenza il battaglione di fanteria marina S. Marco (350 militari), 210 tra ufficiali, sottoufficiali e marinai, armi, logistica e blindati da sbarco, oltre a tre elicotteri medi per impiego antisommergibile, antinave e controcosta SH 3D.
Una volontà di limitare i costi o un cambio di strategia in corso d’opera?
Una strategia che preveda il passaggio dai bombardamenti aerei effettuati da 4-6 jets Harrier a decollo verticale impiegati dalla “Garibaldi“ per battere i target sulla Litoranea a un attacco alle coste della Jamahiriya con incursori e fanteria di marina della “S. Giusto“? Continua a leggere

Armi ai “ribelli” libici? Segreto di Stato

La vicenda, già affrontata da Giancarlo Chetoni e oggetto di un’interrogazione parlamentare dei senatori Lannutti e Pedica, finisce sui banchi del Consiglio regionale della Sardegna.

Cagliari, 19 luglio – Giallo sulla scomparsa di 400 missili, razzi anticarro e katiuscia custoditi nella base della Maddalena, in Sardegna. Ora sulla vicenda c’è il segreto di Stato imposto dalla presidenza del Consiglio e l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Tempio-Pausania, per capire che fine abbia fatto quell’arsenale sequestrato alla Jadran Express nel 1994.
La vicenda ha inizio nel maggio scorso, quando il quotidiano sardo ‘La Nuova Sardegna’ scopre che ”un ingente carico di materiale bellico, già oggetto di inchieste della magistratura sul traffico internazionale di armi, è stato trasferito da depositi sotterranei nell’Isola di Santo Stefano utilizzando navi passeggeri della Saremar e della Tirrenia, dalla Sardegna a Civitavecchia”. Un carico di armi custodito per 17 anni nei sotterranei della marina militare e, sembra, trasportato su navi di linea dalla Sardegna a Civitavecchia.
”L’enorme carico di armi – scrivono in un’interrogazione i consiglieri regionali della Sardegna del gruppo Sel-Comunistas-Indipendentistas, Claudia Zuncheddu, Luciano Uras, Raduan Ben Amara, Giorgio Cugusi e Carlo Sechi -, fu sequestrato nel 1994 nel Mediterraneo, perché destinato a rifornire il traffico clandestino di materiale bellico, e conta 30mila fucili d’assalto Ak-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili in calibro 7,62×33, 5 mila Bm 21 da 122 mm, 50 lanciatori e 400 razzi anticarro Rpg”.
(…)
Sembrerebbe che il 17 maggio scorso l’arsenale sarebbe stato trasferito in quattro container del Genio, poi caricato su un traghetto Saremar, e da Palau, ”sotto scorta di militari a bordo di automezzi targati Marina militare, il viaggio del convoglio sia proseguito verso Olbia. Dove, all’Isola Bianca, i container sarebbero stati fatti salire insieme con gli ultimi mezzi, alla fine delle operazioni di carico di tutti i veicoli, su una nave Tirrenia con 700 passeggeri”.
(Adnkronos)

Verità nascoste e menzogne di Stato

La tanker Savina Kaylin e il cargo Rosaria D’Amato sotto sequestro nel Puntland

Dismesso l’uso dei dizionari (Zanichelli, Garzanti, Dardano, ect), alla voce “Repubblica delle Banane” Wikipedia riporta: “Attualmente il termine è entrato nel vocabolario di tutti i giorni per indicare un regime dittatoriale, stabile nell’instabilità, dove le consultazioni elettorali sono pilotate e la corruzione ampiamente diffusa così come una forte influenza straniera che può essere politica o economica o ambedue le cose, sia diretta che pilotata attraverso il governo interno.”
Per estensione, il termine è usato per definire esecutivi dove un leader concede vantaggi ad amici e sostenitori, senza grande considerazione delle leggi (in Italia se ne fa partecipe l'”opposizione” che si alterna con la “maggioranza”), mettendo alla porta il giudizio espresso degli elettori.
Alla voce caratteristiche si indica la collusione tra Stato e interessi monopolistici dove i profitti sono privatizzati e le perdite socializzate.
Chiudiamo qui la tiritera ritenendoci ampiamente autorizzati, a buon titolo, a definire l’Italia delle istituzioni, della politica e dei Poteri Forti un sistema-Paese ampiamente cleptocratico, caraibico.
Detto questo, passiamo a un po’ di “attualità” che ne metta in mostra qualche aspetto di “politica estera” da barzelletta, partendo da un comunicato dell’ANSA dello scorso 5 luglio.
Secondo l’agenzia di stampa, la Tanzania è pronta a mettere in campo la sua intelligence per aiutare l’Italia ad ottenere quanto prima il rilascio degli 11 (5 italiani) marittimi della petroliera Savina Kaylin, 105.000 tonnellate, 226 mt di lunghezza, tanker, e dei 22 (6 italiani) della Rosaria D’Amato, cargo, di 112.000 tonnellate, 225 mt di lunghezza di proprietà ambedue di armatori italiani. I dati sono nostri.
La prima sequestrata da “pirati somali” con modalità pagliaccesce, come abbiamo già avuto modo di descrivere, affidandoci alla lettura di una corrispondenza di un inviato de La Repubblica: il famosissimo “rapito” in Afghanistan Daniele Mastrogiacomo, passato dal Paese delle Montagne alla “cronaca” da una località imprecisata nel Corno d’Africa. La seconda di cui si è parlato solo per registrare il “furto” in pieno Oceano Indiano e chiuderla lì, senza clamore, visto l’imbarazzante precedente della Savina Kaylin.
La Kaylin è “fuori controllo” dal 24 Gennaio e la D’Amato dal 21 Aprile. Ambedue sono state scortate a “destinazione” con l’assistenza, perchè così è stato, delle fregate Zefiro ed Espero della Marina Militare che operano, e hanno operato, tra lo Stretto di Bab el Mandeb e il Golfo di Aden, con l’operazione Atalanta dell’UE e Ocean Shield della NATO.
Dove? Continua a leggere

Crimini di guerra mediatico-giudiziaria

A distanza di un mese e passa dal primo attacco di elicotteri Apache finalizzato alla distruzione di centri comunicazione e radar in prossimità di Marsa el Brega, in Libia la situazione sul terreno è rimasta pressoché immutata.
Le forze di Gheddafi in Cirenaica continuano a mantenere sia il controllo di questo terminal energetico, di importanza strategica, posizionato a 800 km da Tripoli, che di ampie zone del territorio circostante fin sotto Ajdabiya.
L’ultima strage dall’aria, quindici morti tra i residenti, è arrivata a ridosso del porto della Cirenaica, nel centro città, nelle stesse ore in cui è uscita allo scoperto un’altra clamorosa balla sulle travolgenti avanzate dei ribelli del CNT lanciate alla conquista del compound di Bab al Azizia per consegnare Gheddafi, come hanno solennemente promesso, alla CPI dell’Aja.
L’ha raccontata il 27 Giugno alla Reuters, tramite telefono cellulare (!), il solito testimone creato dal nulla che questa volta ha assunto il nome di Juma Ibraim.
Il “suo“ racconto è arrivato dalla periferia sud di… Bir el Ghanam.
La “notizia“ è rimbalzata nel Bel Paese con l’Ansa. La diffusione della flagrante patacca su giornali e tv è stata tanto capillare da trovare spazio anche su quotidiani come Il Sole 24 ore e Milano Finanza.
Ci siamo presi la briga di andare a vedere su Google Earth dove si trovasse questo nuovo caposaldo dato nelle mani dei “sostenitori“ di Re Idris.
E’ un villaggio abbandonato di qualche decina di abitazioni, posizionato ad ovest di un tracciato in ambiente desertico a 87 km da Tripoli, difficilissimo da raggiungere, a ridosso com’è di una invalicabile catena collinare di sabbia.
Il 29 Giugno, Le Figarò darà notizia di altre armi paracadutate dalla Francia di Sarkozy a “formazioni di irregolari“ a Misurata, Nalut, Tiji, al Javash, Shakshuk e Yafran, precisando la natura dei “vettovagliamenti“ dall’aria: denaro, logistica, lanciarazzi, fucili d’assalto, mitragliatrici e missili anticarro Milan.
In realtà, al momento, di ribelli lanciati alla conquista di Tripoli non se ne vedono da un pezzo. Rimangono sulla difensiva in Cirenaica solo esigue formazioni “fluide“ di tagliagole, attestate ai margini della Litoranea, oltre i 30‘ nord e i 20‘ sud, pronte a innestare le marce avanti dei pick-up per qualche centinaio di metri nelle ore immediatamente successive ai bombardamenti della NATO e a ingranare le retromarce nei momenti di pausa tra uno strike e l’altro.
Una sorta di claque, vestita di un pagliaccesco criminale, usata fin dalla prima settimana di Marzo per dare credibilità a una rivolta popolare “repressa nel sangue dalle forze di Gheddafi“, capace di giustificare un “intervento umanitario“ dall’esterno e di portare a maturazione il progetto di Stati Uniti ed Europa di destabilizzare, con l’esplicito appoggio di Ban Ki Moon, uno Stato sovrano. Continua a leggere

Lacrime di coccodrillo e slogan di circostanza

Gaetano Tuccillo, 29 anni, caporalmaggiore, originario di Nola, in provincia di Napoli, è il 39° militare del Bel Paese che torna in una bara dall’Afghanistan e per la 25° volta è andato in scena lo spettacolo ormai logoro, frustrante, riservato a Santa Maria degli Angeli agli “eroi della pace”.
Nei funerali di Stato, riservati a tutti i morti ammazzati nel Paese delle Montagne nella basilica romana, ci sono stati solo due vistosissimi “buchi”. Uno per il sergente Marracino del 185° Folgore, morto in Iraq, e uno per il tenente colonnello Cristiano Congiu, ucciso il 4 Giugno scorso nella Valle del Panshir in circostanze rimaste avvolte nel più fitto mistero al di là della versione “ufficiale” accreditata dal Ministro della Difesa.
Una versione che peraltro diverge totalmente da quanto dichiarato all’agenzia Pajhwok dal governatore della provincia della regione Karamuddin Karim. Per Congiu non c’è stata nessuna celebrazione nella Capitale, solo una frettolosa cerimonia di addio a Pontecorvo.
Nessun servizio televisivo sull’arrivo della salma a Ciampino, nè dal paese del Frusinate dove risiedeva con la moglie, nessuna foto a giro delle esequie, nessuna dichiarazione dei familiari. Niente di niente.
I maggiori quotidiani del Bel Paese ne hanno parlato a profusione fin quando lo si dava per ucciso per un “incidente” presuntamente occorsogli durante un viaggio insieme a una donna americana e un ex compagno di università. Poi è stato il vuoto.
Solo l’Adnkronos ha impostato una riga (!) per riportare, senza citarne il nome, la dichiarazione del sindaco. “Quì lo ricordano – avrebbe detto – come persona disponibile e inflessibile sul lavoro”. Stop. Difficilissimo vedere di eguale anche nei flash di agenzia.
Il colonnello Congiu era un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri distaccato all’ambasciata italiana a Kabul dove operava dal 2007 come capo della DCSA, il Dipartimento di Sicurezza che si occupa di traffici illeciti di sostanze stupefacenti. Una faccenda che meriterà, a tempo debito, una attenta rivisitazione.
La differenza nella contabilità 39-25 tra caduti in Afghanistan e funerali di Stato dipende dalla gravità delle perdite subite volta per volta sul terreno dai militari “tricolori” del contingente ISAF. Si torna “rigidi” sia da soli che in “compagnia”.
In un solo attentato a Kabul, nel Settembre 2009, la Folgore ha perso 6 parà. Un impegno “internazionale”, quello del Bel Paese, che ha preso avvio nel 2003 a Kost con la presenza di 320 militari nella base “Salerno”, per arrivare ai 5.352 attuali tra militari e funzionari civili in carico sia a Palazzo Baracchini che alla Farnesina, escluso il personale che opera nella protezione ravvicinata, insomma fa da guardaspalle, ai vip dell’ONU a Kabul. Continua a leggere

La fase 2 dell’aggressione alla Libia è imminente

La fase 2, l’attacco con unità di fanteria di marina della NATO, è data per imminente. Francia e Gran Bretagna, con l’Italia in ritardo sui preparativi di invasione della Jamahiryia via terra, hanno già provveduto a rafforzare le “forze speciali” che affiancano da due mesi i mercenari del CNT.
La Russa, dal canto suo, ha già mobilitato il Comsubin di Varignano e allertato il Battaglione S. Marco della Marina Militare, su input del Consiglio Supremo di Difesa, mentre il Comando Operativo Interforze di Centocelle tace e acconsente.
Gli istruttori “tricolori” che operano a Bengasi sono ormai oltre l’organico di una compagnia. Ci sarà tempo e modo per dare una faccia a questi “lavoratori”.
Nel frattempo, svetta l’impegno sul campo della Farnesina portata per mano al macello da un soggetto come Frattini che promette, sul portale del Ministero degli Esteri, “centinaia di milioni di euro” ai suoi “amici” della Cirenaica.
In realtà si tratta, come abbiamo già documentato, di miliardi di dollari in uscita dalle tasche degli italiani.
Millecinquecento milioni di dollari hanno già preso il volo per Abu Dhabi, come fondo di garanzia per il CNT , oltre che per dare fiato alle casse sfondate degli Emirati Arabi Uniti, una monarchia ereditaria del Golfo che – sentite, sentite – sta entrando a far parte dell’ Alleanza Atlantica (Kalifa bin Zayed ha recentemente avviato personali trattative con Rasmussen e Hillary Clinton in funzione anti-Iran).
Un trasferimento finanziario avvenuto nello stesso giorno in cui il boiardo di stato Bono annunciava il licenziamento, diretto, al netto delle perdite nell’indotto, di 2.551 lavoratori di Fincantieri (649 a Castellamare di Stabia, 777 a Sestri Ponente e 1.121 nei rimanenti impianti a mare) per conservare negli Stati Uniti attività produttive navali in devastante perdita finanziaria e tenere aperto un “cantierino” per il rimessaggio di barche d’altura di proprietà di vip del Bel Paese oltre che di deputati, senatori ed establishment USA. Torneremo presto sulla faccenduola Fincantieri Marine System North America e Fincantieri Marine Group, e il clamoroso bidone delle commesse Littoral Combat Ship.
Nelle 48 ore successive il Governo di Tripoli diffondeva l’entità del massacro dall’aria perpetrato sulle città della Repubblica Araba Socialista con 718 morti, 4.067 feriti ed amputati dal 19 Marzo al 26 Maggio. Effetti collaterali dei “bombardamenti chirurgici” che il titolare di Via XX Settembre ci aveva assicurato essere precisi al metro sui targets da oltre 3.5 miglia di quota.
Vediamo ora in dettaglio cosa ha promesso il Bel Paese, per bocca di Frattini, nella sua visita a Bengasi, del 31 Maggio – all’ 8° piano dell’Hotel Tibesti (!) che alloggia il Console Guido de Sanctis e la Rappresentanza dell’Unione Europea – agli “insorti” che si richiamano alla monarchia senussita.
Oltre ad aver firmato un memorandum d’intesa con Mustafà Abdel Jalil, l’ex contabile di casa nostra ha promesso “enormi somme di danaro e enormi quantità di combustibile raffinato” al CNT per mezzo di Unicredit e dell’ENI che terranno a garanzia, tramite Sace, gli assets “congelati” alla Jamahiryia.
Che effetti, politici e commerciali, possano produrre nei rapporti diplomatici tra l’Italia e i Paesi di Africa, Vicino Oriente, America Indiolatina e Asia comportamenti ampiamente criminali come quelli espressi dal Governo Berlusconi è facilmente intuibile.
L’ENI fornirà benzina e gasolio per iniziali 152 milioni di euro mentre Unicredit verserà la prima trance di 475 milioni di euro in contanti al CNT per dare il via all’infrastruttura organizzativa statale e amministrativa della “nuova” Libia.
Parigi e Londra, nel frattempo, hanno già trasferito nella capitale della Cirenaica un numero consistente di elicotteri d’attacco.
“Dobbiamo migliorare, da bassa quota, la nostra capacità di colpire i bersagli a terra con munizionamento di precisione” ha precisato il ministro degli Esteri Alan Juppè, già titolare della Difesa durante la presidenza Chirac, durante un summit NATO, a porte chiuse, a Parigi con gli “omologhi” europei.
Per la Repubblica delle Banane hanno partecipato congiuntamente Frattini e La Russa, due punte di diamante dei Poteri Forti che lavorano fianco a fianco con Mr. NATOlitano.
Un Presidentissimo che ormai sfila sulla “Flaminia” il 2 Giugno, dopo la chiusura dello spazio aereo della capitale, su Via dei Fori Imperiali protetto a vista da centinaia di “tiratori scelti” e da un codazzo di “addetti alla sicurezza” che lo affiancano a passo di corsa, mano alla cintura, lungo il percorso lanciando occhiate preoccupate a destra e manca.
C’è un vecchio proverbio che dice: “Male non fare, paura non avere”. Continua a leggere

Alto tradimento?

Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia

Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiaerei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
E’ un progetto che non potrà essere portato a termine. Continua a leggere

Nakba 2011 con Presidentissimo

Giorgio Napolitano e il Segretario Generale Domenico Marra, d’intesa con il consulente Arrigo Levi e l’ambasciatore Stefano Stefanini, dopo aver programmato a puntino la data di un’altra visita di Stato in “Israele“, si sono imbarcati sull’Airbus319 della Repubblica delle Banane il giorno 14, di buona mattina, per arrivare nel pomeriggio a “Gerusalemme“ (capitale unica, eterna e indivisibile dello Stato sionista, per la Knesset). Caparbiamente, l’Inquilino del Quirinale ha voluto essere presente con 24 ore di anticipo nel posto sbagliato per portare la sua solidarietà a “Israele“.
Il 15 Maggio, di ogni anno, e lo fa dal 1948, il popolo palestinese celebra la Nakba, l’espulsione forzata, tra violenze e massacri, di 980.000 palestinesi dalla loro Terra. Stragi efferate passate alla storia, come quella perpetrata dalla Banda Stern a Deyr Yassin. Attualmente ci sono nel solo Medio Oriente 4.7 milioni di profughi che vivono in condizioni di estrema povertà e spesso di mancata integrazione politica e sociale in Giordania, in Libano, in Irak e nelle monarchie del Golfo Persico, oltre che nel Maghreb.
Per avere dati aggiornati, giorno per giorno, sulle dimensioni dell’autentico calvario che vive e ha vissuto, dal 1967, la gente di Palestina nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza, un ottima fonte di informazione è il sito infopal.
Il Presidentissimo è stato accolto all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dall’omologo – si precisa nel comunicato – Shimon Peres, premio Nobel per la pace.
A Stoccolma ci deve essere qualcosina che non va fin dai tempi di altri “insigniti“, come Begin e Sadat.
L’ultima performance del Comitato Promotore e dei componenti la Giuria ha eletto a “collega” di autentici terroristi e macellai un certo Barack Obama, il primo presidente USA color caffelatte a tenere aperte, contemporaneamente, dal Gennaio 2009 al Maggio 2011, tre sanguinose e devastanti guerre di aggressione (Iraq-Afghanistan-Libia) e a minacciarne almeno altre cinque a giro per il mondo.
Napolitano ha detto a Peres che ambedue sono Presidenti senza potere. Si è dimenticato di ricoprire la carica di Capo delle Forze Armate e di quel Consiglio Supremo della Difesa che, di fatto, ha decretato, d’intesa con il governo in carica, appena una manciata di settimane fa, la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia. Anche se per l’Inquilino del Quirinale è solo un'”estensione naturale” della risoluzione ONU 1973.
Anche la sinistra comincia ad accorgersi di che panni vesta questo 83enne in carriera.
L’Inquilino del Quirinale, complice l’età, ha ricorrenti buchi di memoria oltre ad una manifesta tendenza alla secrezione lacrimale per evidenti difficoltà nella tenuta emotiva. Continua a leggere

Guerre e guerricciole tricolori al traino del padrone USA

A Giugno andranno rifinanziate le 31 missioni militari all’estero in 29 Paesi geograficamente appartenenti alle aree dei Balcani, del Medio Oriente, del Golfo Persico, dell’Africa e dell’Asia. Il personale delle Forze Armate italiane al 30 Aprile 2011 impiegato dal Ministero della Difesa fuori dal territorio nazionale assomma ufficialmente a 7.114 unità. In realtà, supera abbondantemente le 8.800 presenze continuative dall’1 Gennaio 2011 ad oggi. Facciamo un esempio. In Iraq la presenza di “istruttori” per consulenza, formazione ed addestramento dell’esercito e della polizia del Governo di Al Maliki è fissata, nelle tabelle ufficiali, fluttuante, da 73 a 78 tra ufficiali e sottoufficiali per lo più appartenenti all’Arma dei Carabinieri. Si, siamo ancora a combattere da quelle parti. In realtà sono oltre 100. Il Ministero degli Esteri, per la sicurezza dell’ambasciata italiana a Baghdad, ha a disposizione un nucleo di 30 Carabinieri che non risultano in organico a Via XX Settembre. La Direzione Generale della Difesa approssima costantemente per difetto il numero dei militari in missione all’estero, per non allarmare l’opinione pubblica che è e rimane fortemente contraria ad aumenti di scarponi che si portano dietro un bel po’ di funerali di Stato nella Basilica di S. Maria degli Angeli a Roma. E’ altresì evidente che un conto è la presenza di “osservatori” nella città di Hebron (Cisgiordania Occupata) etichettata dal signor La Russa come territorio appartenente ad “Israele” ed altro sono le operazioni di peace-keeping o peace-enforcing modello Afghanistan, che prevedono azioni di guerra sul campo e/o mitragliamenti e bombardamenti dall’aria.
Per arrivare al 31 Dicembre 2011, questa volta non basteranno le centinaia di milioni di euro tolti dalle tasche degli italiani nell’ultimo semestrale di spesa approvato da maggioranza ed “opposizione” a Camera e Senato, che scade il prossimo 30 Giugno.
Ci vorranno maggiori mezzi finanziari anche tagliando 200-250 militari con il casco blu dal contingente italiano in Libano, azzerando quello in Bosnia (8) e riducendo di 100 unità i 610 della KFOR in Kosovo. Ammesso che lo si voglia davvero fare.
La nuova guerra di Libia porterà inevitabilmente a far lievitare, e di molto, un conto già salatissimo. Ban Ki Moon è un amicone anche se ci riempie di clandestini e di profughi di guerra da Medio Oriente, Africa ed Asia e ci porta via, per quota parte, il 4.999% del contributo totale versato da 192 Paesi, per un totale parziale di 369.233.723 dollari all’anno per le 15 “operazioni di peacekeeping” dell’ONU a giro per il mondo (16 ce le finanziamo da soli). Un apparato sempre più gigantesco, una colossale sanguisuga, quello presieduto dall’ex Ministro degli Esteri della Corea del Sud, meglio conosciuto nell’ intera Asia come “il serpente”, che sottrae all’Italia altri 68.170.000 dollari per la “UN Logistic Base” di Brindisi come “punto di proiezione” verso Albania, Macedonia, Montenegro, Kosovo e Bosnia. Un altro 5.518 % va a copertura delle spese per il Tribunale Internazionale dell’Aja che ha per presidente un “signorino” come Antonio Cassese, con uscite tricolori per complessivi 6.879.514 dollari ed il 4.999% per 105.708.890 finalizzato alla “ristrutturazione del Palazzo di Vetro di New York”. Un affitto, mascherato, un po’ caruccio. Non trovate? C’è solo da sperare che sia una “voce di spesa” temporanea.
Un apparato, quello dell’ONU, che ingrassa con la frantumazione, programmata, in concorso con gli USA, degli Stati nazionali. In più, la Repubblica delle Banane elargisce ogni 365 giorni attraverso il Ministero degli Esteri al Palazzo di Vetro “donazioni” per altre centinaia di milioni di dollari (versamenti annuali o biennali) in sinergia con la cosiddetta “comunità internazionale”. Quanti? L’entità dei fondi canalizzati verso l’ONU rimangono top secret anche se qualche notizia riesce ufficiosamente a filtrare dai summit.
In passato, fino al 2010 ne abbiamo dato conto, un po’ alla volta, su questo blog. Per il sostegno economico al solo esecutivo Karzai, l’Italietta ha fatto transitare dalle casse del Tesoro a quelle di Kabul una gigantesca, inimmaginabile, montagna di euro. Siamo per importanza di fondi versati all’ONU il 6° Paese contributore a livello planetario. Poi ci sono le “uscite” in nero, difficilmente quantificabili, per blandire, sarebbe meglio dire finanziare, pirati ed autonomisti del Puntland (una gran brutta storia ancora tutta da raccontare), il sedicente Governo Provvisorio della Somalia, con base in Kenia, l’Uganda, il Burundi, l’Etiopia, il nuovo Darfur…
E altro di altrettanto opaco, di sporco. Non ci credete?
Basta domandare a giro a qualche ufficiale di coperta di mercantili italiani in navigazione tra il Golfo di Oman, l’Oceano Indiano e lo stretto di Bab El Mendeb.
Addestrare con “consiglieri” le forze militari su base etnica di presidenti con tonalità dal cacao al caffellatte e sostenere capi di Stato fantoccio servi dell’Occidente con “programmi di sviluppo” e forniture di armi e logistica, è ormai pratica costante per i “governi” italiani da Siad Barre in poi. E’ la parte emersa dell’iceberg.
Se si vuole dare inizio alle danze si potrebbe partire, così a caso, da El Maan e da Johwar magari per qualche imponente fornitura di mitragliatrici e di fuoristrada targati DGCS. L'”avventura” in Libia di fatto ha aperto per il Bel Paese un altro gigantesco capitolo di spesa. Quanto finirà per costarci la “naturale estensione” delle risoluzioni 1970 e 1973 voluta da governo, Quirinale e Consiglio Supremo di Difesa?
Perché l’Italia ha aderito con sospetto entusiasmo alla “Coalizione dei Volenterosi” sapendo perfettamente quello che sarebbe successo a Lampedusa e la Germania ne è restata fuori?
Quanto durerà la guerra della NATO contro la Libia? Continua a leggere

Egitto: solo il tempo ci potrà dare delle risposte

Per capire perché abbiamo definito, con dispiacere, le forze di terra egiziane uno strumento militare da “parata” basterà esaminare in breve dettaglio il materiale pesante che costituisce al momento la sua ossatura: l’Mbt Abrams, nella versione M1A1.
Non la faremo lunga perdendo del tempo per illustrarne le caratteristiche tecniche, diremo soltanto che fin dal primo esemplare uscito dalle linee di montaggio USA (1985-1993) era il carro da battaglia di costo più elevato a parità (comparate) di prestazioni.
Consuma 4.5-5 litri a km, in addestramento su terreno desertico l’autonomia, a pieno carico di carburante, non supera le 50 miglia.
L’ultimo impiego operativo risale alla guerra in Iraq del 2003, dove ha continuato ad essere impiegato in ambiente urbano ed extraurbano contro la guerriglia baathista fino al 2009 e ne rimangono circa 300-320 a protezione delle basi USA.
Farne muovere una divisione per delle semplici esercitazioni ha costi insopportabili per la stessa US Army, immaginarsi che effetto possa produrre sul bilancio militare dell’esercito egiziano doverne tenere in linea 1.008 esclusi i 1.435 rottami M-60 di fornitura USA ed i T-55 e T-62 lasciati in eredità a Sadat dall’Unione Sovietica qualche mese prima della guerra del ’73 (Kippur), per un totale di altri 1.120 autentici pezzi da museo tenuti per trenta anni in (seconda) linea da Mubarak.
Un totale folle di 3.563 carri armati per dare il comando di brigate, divisioni e corpi d’armata ai vertici militari che hanno sostenuto il “rais” e che ha bruciato nel tempo enormi risorse finanziarie senza produrre né un briciolo di qualità né concrete capacità di combattimento sul terreno all’esercito del Cairo.
Lo sviluppo e la produzione di armamenti ad alta tecnologia in Egitto è totalmente assente. Il riferimento principale è al mancato sviluppo di qualsiasi produzione di armi di precisione.
La ricerca militare e l’ingegneria applicata sono state letteralmente smantellate. Continua a leggere

Italia atlantica

Dalla cooperazione militare con “Israele” alla missione anti-pirateria nell’Oceano Indiano: fenomenologia aggiornata di una sudditanza rigorosamente bipartisan

Venerdì 10 Dicembre si è conclusa l’esercitazione Vega 2010 che ha visto la partecipazione di assetti italiani, israeliani e della NATO. La seconda fase, caratterizzata da missioni di tipo “air to round” ha visto impegnati
i cacciabombardieri Tornado ECR di Piacenza e IDS (“interdiction strike”) del 6° stormo di Ghedi. In Israele le missioni dei velivoli italiani consistevano nell’eliminare od eludere con i Tornado ECR lo sbarramento difensivo costituito dalle difese contraeree e dai caccia in volo e permettere ai Tornado IDS di arrivare sull’obbiettivo con lo sgancio di armamento di precisione.
Ovda è una località a nord di Eilat, a 40 miglia dal confine con l’Egitto. Alla periferia della città, in pieno deserto, c’è un aerostazione per uso passeggeri e, decentrate, infrastrutture, rifugi corazzati, radar e piste di volo da dove decollano e atterrano cacciabombardieri con la stella di Davide F-15 e F-16.
Cosa ci facevano i (nostri) Tornado Panavia con le insegne della NATO in “Israele” a meno di due mesi dalla defenestrazione di Mubarak?
Si esercitavano alla guerra “preventiva” contro il Paese delle Piramidi.
C’è in vigore un memorandum di intesa tra la Repubblica Italiana e lo Stato sionista in materia di cooperazione militare firmato a Parigi dal Ministro della Difesa Martino e dal Generale Shaoul Mofaz il 16 Giugno 2003, rinnovato nel 2008. In forza di questo trattato non sono previste missioni dell’Aereonautica Militare Italiana in “Israele”. Il documento parla chiaro.
L’intesa tra i contraenti in uno dei dieci articoli contempla altresì l’inserimento di clausole segrete. Facile capire che ce ne devono essere state. Continua a leggere

Aspettando un nuovo Faraone

Nel Marzo 2010 Hosni Mubarak, ad 82 anni suonati, fu operato per “calcoli alla cistifellea“ nella clinica universitaria di Heidelberg.
Dopo una degenza di tre settimane in Germania, ad Aprile venne sottoposto ad analisi e cicli di chemioterapia presso il Sinai Mount di New York.
A Luglio tornò ad Heidelberg, dopo un incontro con Abu Mazen e Netanyahu, per controlli medici dopo essere passato per l’ospedale di Percy, a margine di un vertice con Sarkozy all’Eliseo.
In quei giorni, il Washington Times scriveva che l’Amministrazione Obama si stava preparando ad affrontare il dopo-Mubarak mettendo in allerta il Consiglio Nazionale per la Sicurezza, il Dipartimento di Stato ed il Comando Militare Centrale.
Il quotidiano americano fece inoltre il nome di El Baradei come possibile successore del “rais“ alla guida dell’Egitto. Non si sa se per bruciarne la candidatura o per aprire alla “democrazia“ dei rifugiati di nazionalità egiziana tenuti al caldo nelle università USA.
Per quanto il rais abbia cercato di nascondere agli egiziani le sue attuali condizioni di salute, ricorrendo a foto ufficiali ritoccate ed a riprese televisive a campo lungo, il tumore, ormai esteso a fegato e pancreas, prevedibilmente non gli lascia che una manciata di mesi di vita.
Che lo si voglia o no, la transizione alla guida del Paese delle Piramidi sarà molto, molto più breve di quanto si auspichi negli Stati Uniti ed in Europa.
La successione familiare che Mubarak avrebbe voluto imporre agli egiziani con la copertura di Washington e Bruxelles, con il secondogenito Gamal, è andata nel frattempo a carte quarantotto.
Il “pescecane“, come lo chiamano gli egiziani per la insaziabile ingordigia negli “affari“, insieme al fratello maggiore Alaa è da un bel po’ di tempo a Londra, anche se la giornalista britannica Christiane Amanpour lo da, per certo, accanto al padre, nel Palazzo Presidenziale. Tanto per confondere le idee all’opinione pubblica europea.
Sarà dunque Omar Suleyman, 75 anni, il nuovo Faraone? Continua a leggere

Mubarak il sarcofago ambulante e “Israele”

Dal Canale d’Otranto a Gibilterra lungo le coste dell’intero Mediterraneo, dallo stretto di Bab el-Mendeb al Golfo Persico, ad est, e più in là, dall’Oceano Indiano al Pacifico, il vento impetuoso della storia sta arricciando a uragano l’orizzonte.
Da dove vogliamo cominciare?
Dal narcocriminale dell’Albania Sali Berisha, che appare in televisione con la bandiera USA alle spalle oltre che a quella della NATO e della UE, che non lo annovera ancora (!) tra i suoi membri, quando la sua “guardia repubblicana” spara per uccidere sulla folla che manifesta, o dal “re” torturatore ed assassino, alleato di Obama e Barroso, che occupa con la forza militare la Terra del Fronte Polisario, Mohammad VI° del Marocco?
Questa volta partiremo dal Canale di Suez, perché tra il Sinai, ad est, ed il porto di Alessandria, ad ovest, è lì che si gioca la partita più importante e decisiva dei primi cinquanta anni del XXI° secolo per gli equilibri geopolitici, economici e militari dell’intera area del Vicino Oriente.
Lo sconquasso del sistema di condizionamento euro-atlantico partito dalla Tunisia, che ha coinvolto, con diversa intensità, le regioni del Maghreb e del Mashreq fino allo Yemen, e sta investendo con una forza devastante in questi giorni l’Egitto, va analizzato con grande attenzione.
Anche se l’effetto che potrà produrre è lontano dal poter essere, oggi, adeguatamente inquadrato, dopo il terremoto manifestatosi con la fuga del despota Ben Alì in Arabia Saudita, quello che sta uscendo allo scoperto è il logoramento ormai traumatico, terminale, del potere di un altro “amicissimo” a tutto campo di USA ed Europa: quello del “rais” Mubarak che, dal 24 Ottobre 1981, ha imposto al popolo egiziano, oltre che un brutale e sanguinoso pugno di ferro, anche la fame ed una corruzione dilagante dopo aver sbriciolato il sistema educativo e sanitario messo in piedi da Gamal Nasser.
Regalini che il “rais” si sta apprestando a lasciare al suo Paese a 30 anni dall’insediamento alla presidenza, dopo la convalescenza causatagli da tre proiettili dell’AK-47 di Kalid al-Islambuli che lo attinsero mentre affiancava Anwar el Sadat in una tribuna allestita durante una sfilata militare al Cairo. Mettiamo insieme un po’ di dati.
I soli detenuti, politici, sulle sponde del Nilo sono al momento oltre 42.000, di cui 18.000 in “detenzione amministrativa” (cioé, senza che sia stato formulato nei loro confronti alcun capo d’imputazione).
Il 45% della ricchezza nazionale è concentrato nelle mani delle oligarchie copte che dissanguano il Paese – il magnate Naguib Sawiris delle telecomunicazioni è la testa del serpente – , i tre/quinti degli egiziani sopravvive con un reddito di 2 dollari al giorno, i senza lavoro compresi nella fascia d’eta dai 18 ai 45 anni sono quantificabili in oltre 21 milioni.
Il consumo pro-capite di pane è il più alto in assoluto a livello planetario.
In Egitto si usano semolati di granaglie per l’approntamento del 75% dei pasti alimentari. Il consumo di  pollame, carne ovina, bovina o proveniente dalla macellazione di cammelli, è considerato un bene usufruibile nelle sole occasioni delle festività dal 60% della popolazione.
File interminabili, dal primo mattino al tramonto, per acquistare pane sono ormai da anni “normalità” in Egitto. La prime sollevazioni popolari per la farina macinata arrivarono nel 1977. Sadat la definì con ributtante cinismo  la “rivolta dei ladri”.
Dal 1975 ad oggi la popolazione è aumentata da 45 a 80 milioni. I delitti commessi con armi bianche o da sparo dai fornai egiziani contro “rapinatori di pane”  sono in costante aumento.
L’aumento vertiginoso del prezzo della farina, passato da 3 a 15 piastre nel corso del 2010, è stata la scintilla che ha fatto esplodere l’Egitto. Il pane cotto è lievitato nel costo d’acquisto da 5 a 20 piastre.
Dal 1977 ad oggi, si contano a migliaia i morti per “fame” liquidati dalle forze di repressione di Mubarak ed a decine e decine di migliaia gli egiziani passati per un lungo soggiorno nelle galere del “rais”, per spezzare le rivolte generate dalla miseria e dalla totale mancanza di qualsiasi libertà politica. Continua a leggere

Cinepanettone di Stato

Le contradditorie dichiarazioni del ministro della “Difesa” Ignazio La Russa relativamente alla morte di Matteo Miotto squalificano le istituzioni, la politica e le forze armate.

“Non ho mai visto in tv un Ministro della Difesa mimare come fa un attore in un film di ultima categoria“. Insomma, un La Russa che recita la parte del comico in un cinepanettone in programmazione tra San Silvestro e la Festa della Befana.
”Camporini ha detto la verità, è stato il titolare di Palazzo Baracchini a cambiare versione, le accuse che ha lanciato hanno un effetto negativo anche sulla situazione interna del Paese. Squalificano le istituzioni, la politica e le forze armate.
Si sta scardinando [intenzionalmente? - nda] il tessuto connettivo del Paese. Dopodiché non resta nulla.
I nostri sabotatori, gli incursori non dipendono dall’Esercito ma dalla NATO. Prendono ordini direttamente dal Comando Generale di Bruxelles. Scendono dagli elicotteri ed eliminano tutto quello che incontrano addentrandosi, anche di notte, in territorio “ostile“. Questa è guerra. Eliminare significa uccidere“.
Sono dichiarazioni rilasciate da Fabio Mini in questi giorni alle agenzie di stampa, che le hanno totalmente ignorate. Quello che ha detto il generale lo sapevamo e lo abbiamo scritto in più occasioni, dal 2009 in poi.
Sei parlamentari di Montecitorio hanno ripreso i contenuti dei nostri articoli sulla famigerata “Task Force 45“ per presentare delle interrogazioni a risposta scritta direttamente al Presidente del Consiglio piuttosto che rivolgersi al Ministro della Difesa od ai Sottosegretari Giuseppe Cossiga (!), figlio di Francesco, e Guido Crosetto, con l’intenzione di metterci allo scoperto piuttosto che di far sapere qualcosa in più agli italiani.
Ma c’è di peggio di un “malinteso“ o di una versione discordante sulla morte di Matteo Miotto tra il D’Annunzio del XXI° secolo ed il Capo di Stato Maggiore delle FF. AA..
Camporini andrà in pensione anticipata tra pochi giorni dopo aver accennato, ai margini della recente polemica sulla morte dell’Alpino del 7° Reggimento di Belluno della Brigata Julia, per la prima volta, a responsabilità esclusivamente politiche per la strage di… Ustica che si tirerà dietro quella di… Bologna.
Torniamo al titolare di Palazzo Baracchini.
La Russa racconta flagranti menzogne anche sui cacciabombardieri per l’attacco al suolo AMX-Acol in dotazione al PRT di Herat.
Ce li fa apparire come velivoli esclusivamente da ricognizione quando invece sono armatissimi e fanno decine di morti ammazzati a “strike“.
Se il Ministro mente e l’Aeronautica Militare dal canto suo nasconde il “lavoro“ tra le righe, salta immediatamente agli occhi la piena responsabilità politica dei Presidenti Napolitano e Berlusconi, del Sottosegretario Letta e dell’intero Esecutivo nella faccenda.
I vertici delle istituzioni e della politica sanno perfettamente quello che succede sul terreno nelle 4 province sotto (formale) controllo del contingente italiano in Afghanistan.
La Russa firma gli ordini esecutivi ma le decisioni collegiali vengono prese al Quirinale quando si riunisce il Consiglio Supremo di Difesa (CSD).
Entriamo nel merito.
Nel portale del Ministero della Difesa, Missioni Estere, Aeronautica Militare Italiana, si legge:
“… il personale navigante e specialista della Task Force “Black Cats“ proviene dai Gruppi di volo dell’A.M.I che hanno in dotazione il caccia AM-X: il 103° ed il 132° Gruppo del 51° stormo di Istrana, il 13° ed il 101° Gruppo del 32° stormo di Amendola”. Lo stesso, aggiungiamo noi, che effettuò per ordine dell’allora presidente del Consiglio D’Alema, consigliere militare Tricarico, ripetuti lanci di missili antiradiazione Harm sugli impianti radar del Montenegro nel 1999, in missione SEAD (Suppression of Enemy Air Defence), senza autorizzazione dell’ONU.
Abbiamo pubblicato a suo tempo anche i numeri degli oggettini indirizzati verso i targets in prossimità di alloggiamenti dei militari serbi.
Continuiamo a leggere quello che ci dice il portale.
“… Sabato 4 Dicembre ad Herat si è svolta la cerimonia del passaggio di consegne tra il magg. Nadir Ruzzon, comandante uscente e il magg. Michele Grassi, subentrante.
Nel periodo di comando del maggiore Ruzzon i 4 AM-X Acol (acronimo di Aggiornamento capacità operativa e logistica) hanno portato a termine con successo numerose missioni operative. Negli ultimi mesi sono state effettuate più di 300 ore di volo in 140 sortite [attenzione qui - nda] tra attività di supporto aereo ravvicinato, appoggio tattico alle truppe in operazioni di Close Air Support e ricognizione aerea per esigenze di intelligence, sorveglianza e ricognizione ISR“. In realtà le ore effettive di volo degli AMX dal 9 Novembre 2009, giorno del loro primo impiego in Afghanistan, ad oggi sono 2300. L’A.M.I azzera le ore di volo a fine anno per ricominciare la conta. Il perché è semplice: nasconde intenzionalmente l’entità del suo “impegno” aria-terra nelle province ovest di Herat, Farah, Bagdis e Ghor contro nuclei di combattenti pashtun.
Per non dare interpretazioni errate o di parte abbiamo usato Wikipedia. Ecco cosa riporta.
Close Air Support (CAS) è un termine utilizzato in gergo militare per indicare appoggio tattico fornito da velivoli ad ala fissa contro obbiettivi nemici in prossimità di forze amiche.
Il ruolo Close Air Support viene effettuato da aerei da attacco al suolo.
Per essere meno criptici, in soldoni, il Comando del PRT di Herat usa gli AMX che mitragliano e bombardano con armi a guida laser ed i Tornado IDS con missili e spezzoniere, per proteggere – si sostiene – il contingente italiano anche quando la minaccia sul terreno è pressoché inesistente o nulla.
La filosofia di impiego è fare terra bruciata, preventiva, per decine di chilometri di ampiezza intorno ai (nostri) capisaldi, controllando dall’aria ogni obbiettivo che si muova in maniera sospetta a piedi od in auto, fuoristrada e camion su percorsi asfaltati o strade di montagna, sia in prossimità di villaggi che di insediamenti agricoli od abitazioni isolate nelle vallate.
Il tutto a discrezione visiva (interpretativa) degli operatori alla consolle degli UAV Predator di Camp Arena.
Sentire in voce, in un filmato, un militare USA che… segnala ad un A-10 in volo due sospetti (terroristi) in prossimità di un argine che hanno in mano qualcosa che somiglia ad un lanciarazzi (pale, picconi?) ed autorizza il pilota a fare fuoco sui bersagli con i cannoni a tiro rapido da 30 mm, fa semplicemente rabbrividire.
Il portale dell’Aeronautica Militare non può dire esplicitamente quello che la Russa nega in pubblico ma si lascia una via di uscita per non caricarsi di responsabilità nell’ammazzare pashtun in quantità industriali, per decisioni di esclusiva responsabilità del Ministro della Difesa e del CSD.
La Russa, abbagliato da veline e gossip, che privatizza le FF. AA., che aliena per un tozzo di pane proprietà dello Stato, fari ed isole comprese, per reperire fondi per la Roma di Alemanno ed il sostegno armato al governo Karzai; capacissimo di licenziare, per sforamenti di bilancio, graduati e sottoufficiali, precari, ed ufficiali a ferma breve, in combutta con Brunetta e Tremonti, non può continuare a rappresentare lo strumento militare del Paese.
Abituato a mentire spudoratamente, può continuare meravigliosamente bene a fare il “politico” ma non certo il Ministro della Difesa. Non ne ha le capacità intellettuali né comportamentali. E’ una vajassa ed un debito elettorale per il PdL. Anche se non ce ne può fregare di meno. Fatti loro.
Il generale Mini ha detto in modo esplicito quello che si pensa unanimemente, tra gli organici di basso e medio livello delle forze armate e tra la gente perbene, dell’on. Ignazio La Russa.
Più buia la notte più luminosi i fuochi.
Giancarlo Chetoni

Finmeccanica, un’industria in ostaggio

Prima che Bush uscisse di scena, nel Novembre del 2009 durante un ricevimento alla Casa Bianca, Berlusconi apprestandosi a leggere il discorso in cui avrebbe rinnovato la fedeltà, la stima e la profonda amicizia che lo legava al Presidente, alla sua famiglia ed agli Stati Uniti, avvicinandosi al leggìo preparato per gli ospiti incespicò nel filo del microfono, trascinandosi dietro mobile ed appunti. Il patatrac sollevò tra i tavoli dei presenti un lungo “uuhhh” di stupore.
L’imbarazzo che colpì il Presidente del Consiglio mentre riacquistava l’equilibrio sulle gambe e tentava di dare ordine ai fogli volati via, raccogliendoli da terra, non poteva non dare un tocco di comicità al ruzzolone. Ma il peggio arrivò nei secondi successivi.
Berlusconi, per rimediare alla gaffe, non trovò di meglio che sfoderare un sorriso a 36 denti rivolgendo ai commensali la seguente battuta: “Vedete – disse – queste sono cose che succedono per il troppo amore che mi lega a voi e alla vostra grande Nazione”. Ciò che uscì in quel frangente dalla bocca di Berlusconi fu un mix di manifesta condivisione del “way of life” USA e di stomachevole, interessata ruffianeria. La frase, accompagnata da un largo gesto benedicente delle braccia, venne accolta da un battimani molto composto, quasi di semplice cortesia, dall’establishment di Washington mentre Bush continuava a ridersela sotto i baffi.
Appena trenta giorni prima, l’Amministrazione USA gli aveva fatto sapere che la commessa AW-101 di Agusta Westland, consociata controllata al 100% da Finmeccanica, era stata semplicemente tagliata fuori dalle forniture del Pentagono. La firma definitiva sulla cancellazione la metterà il Presidente Obama.
Era andata in fumo per l’Italia la vendita oltreoceano di 23 elicotteri da trasporto del valore, nel 2005, di 6.5 miliardi di dollari.
La disdetta (ufficiosa) era stata anticipata a Palazzo Chigi con un fax partito da Via Vittorio Veneto, con la motivazione che il costo finale stimato (!) della commessa avrebbe superato i 13 miliardi di dollari e… in previsione di una riduzione di spese… bla bla bla.
Il “regalino” portava la firma dell’ambasciatore statunitense in Italia Ronald Spogli, prima che gli subentrasse David Thorne.
Non si scomodarono per dargliene notizia né il Segretario di Stato C. Rice, né quello alla Difesa R. Gates. Il disappunto del Presidente del Consiglio, se c’era stato, svanì alla svelta. Continua a leggere

Una patacca non si nega a nessuno

Le ultime notizie dall’Af-Pak

La disastrosa sconfitta politica e militare che USA e NATO si preparano ad incassare in Afghanistan evidentemente non basta ai fautori ad oltranza delle “missioni di pace”.
Per tamponare l’attività della guerriglia nel Paese delle Montagne si stanno tirando addosso altre grosse rogne nella Regione, ad est ed a sud con il Pakistan e ad ovest con l’Iran, allargando l’uso della base aerea di Shindand a personale militare di “Israele”. La dichiarazione è arrivata dall’analista afghano Javid Koestani, il 12 Dicembre.
Gli inseguimenti a caldo di formazioni pashtun nelle Regioni Amministrate da Islamabad, con pattuglie aviotrasportate di rangers e marines USA sono, come si sa, ormai quotidiani mentre la CIA dal canto suo ha intensificato in questo quadrante la raccolta dati che serve a indirizzare sugli obbiettivi sensibili gli UAV Predator e Reaper.
Nelle ultime 24 ore, gli aerei senza pilota a stelle e strisce hanno lanciato sui “targets” individuati decine di missili anticarro Hellfire e più di 20 bombe a guida laser da 227 kg GBU-12 Paveway.
Un report da Quetta informa sull’avvistamento per la prima volta nei cieli di Islamabad di Predator MQ-1C Warrior armati di 8 missili aria-aria AIM-92A Stinger per la protezione a breve raggio delle missioni di bombardamento USA contro eventuali interventi di interdizione di elicotteri e caccia intercettori del Pakistan.
Un impiego che il Comando USA-NATO di Kabul ha definito di semplice “sorveglianza attiva”. Elemento che non può non far alzare ancora di più la tensione sul confine Af-Pak.
Se da parte di Washington, il 17 Dicembre, si minimizza sul numero dei bombardamenti mirati limitandoli a quattro con 58 sospetti terroristi “eliminati” in territorio pakistano, dai giornali di Islamabad è rimbalzata la notizia, nello stesso giorno, di ben 21 sconfinamenti aerei USA con un numero accertato di 142 morti ed almeno 300 tra feriti e dispersi, oltre alla distruzione parziale di 5 villaggi rurali per “effetti collaterali” nella valle di Tirah sotto giurisdizione della Khyber Agency, dove opera il movimento politico Lashkar-e-Islami.
Una delle “bestie nere” di Enduring Freedom ed ISAF-NATO.
Destituita inoltre di ogni fondamento per il comando della polizia locale, la notizia di fonte occidentale della morte del comandante pashtun Marjan, meglio conosciuto – si è sostenuto – come Fauji nell’area di Speen Drang.
Il commissario responsabile del distretto ha liquidato l’informazione come frutto della propaganda degli Stati Uniti, negando l’esistenza nella zona di un leader o capo tribale con quel nome o soprannome.
Pratica ricorrente adottata dagli USA per dare un impatto di “reale concretezza” alle operazioni sul terreno e “credibilità” all’efficacia dei bombardamenti chirurgici.
L’ondata di attacchi USA, attribuita alla pubblicazione del rapporto annuale della Casa Bianca che segnalava la necessità di un adeguamento della strategia applicata nella Regione per uno stallo nei risultati sul terreno con un “increment” nelle zone di confine Af-Pak contro i nuclei armati di “Al Qaeda”, in realtà ha preso accelerazione e forza in concomitanza con l’arrivo in Pakistan di una folta delegazione di Pechino guidata dal Primo Ministro Wen Jiabao, che ha portato ad ulteriori 13 accordi economici tra i due Paesi in campo energetico, nei trasporti, nelle costruzioni, nell’assistenza tecnica e nell’agricoltura – come ha dichiarato alla fine dei colloqui il Ministro dell’ Informazione Qamar Zaman Kaira – per oltre 20 miliardi di dollari ed un protocollo d’intesa bilaterale nel settore militare ed aerospaziale.
Nelle 24 ore successive ai “lavoretti” USA nella valle di Tirah, il responsabile della CIA ad Islamabad Jonathan Banks è stato costretto a lasciare, immediatamente, il Pakistan con un ordine esecutivo firmato dal Primo Ministro Yousaf Villani, dopo che la stessa sorte era toccata a Elisabeth Rudd, responsabile del Consolato di Peshawar.
Il New York Time ha dato una versione addomesticata del provvedimento di espulsione di Banks, attribuendola ad una fuga di notizie arrivate alla stampa locale che ne rivelavano l’identità e ne mettevano a rischio l’incolumità. Secondo il quotidiano, l’autore materiale della soffiata alle agenzie di stampa della capitale pakistana sarebbe stato il giornalista Karim Khan, attualmente all’estero, già autore di una richiesta di risarcimento di 500.000 dollari al Dipartimento di Stato per aver avuto un familiare ucciso da un UAV statunitense in Waziristan nel Dicembre 2009!
Un’altra storiella inventata di sana pianta a Langley per tentare di parare il duro colpo ricevuto in Pakistan.
Il giornale USA attribuisce, per attutirne l’impatto politico, la denuncia di Karim Khan ad un imbeccata fattagli recapitare da agenti dell’Inter Services Intelligence, il servizio segreto di Islamabad retto dal Ten. Gen. Ahmed Pasha, che gode della completa fiducia delle Forze Armate del Pakistan e di Ashfaq Kayani. Un militare che ha rifiutato di ricevere la Legion of Merit, l'”onorificenza” con la Stella di David. Una medaglia che le Amministrazioni di Washington concedono a “militari di altissimo grado che servono gli interessi degli Stati Uniti”.
L’ultimo italiano in ordine di tempo, l’11 Ottobre scorso, ad essere stato pataccato con la Legion of Merit dal generale Petraeus, su delega del presidente Barack Obama, di nome e cognome fa Claudio Mora, generale di divisione dell’E.I. in Afghanistan, dove ha ricoperto, prima di essere destinato al Comando della “Mantova”, le funzioni di “Deputy Chief of Staff Stability” presso il Comando NATO-ISAF di Kabul.
Giancarlo Chetoni