Stato in bancarotta, banche in festa

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“Lo “shutdown” fa giustizia dell’ottimismo diffuso sulla presunta ripresa economica americana tanto sbandierata nei mesi passati, anche per quanto riguarda la nuova occupazione. Infatti secondo uno studio Gallup, dal novembre 2012 a settembre 2013 negli USA l’occupazione dipendente a tempo pieno è passata dal 46,1% al 43,5%. Sono cresciute, quindi, soltanto le varie forme di sottoccupazione e di lavoro precario.
Adesso la data cruciale è il 17 di ottobre quando lo sfondamento del tetto del debito diventerà inevitabile altrimenti la disponibilità giornaliera di risorse utilizzabili passerà da 60 a 30 miliardi di dollari. Se ciò accadesse gli Usa non sarebbero più capaci di onorare gli interessi sul loro debito pubblico. Sarebbe il default, la bancarotta degli Stati Uniti, che si accompagnerebbe ad un collasso del dollaro, ad una grave crisi occupazionale e ad una impennata dei tassi di interesse con riverberi globali.
I Treasury bond sono considerati come l’ultimo e più sicuro rifugio finanziario da parte dei risparmiatori americani e degli investitori internazionali. Il Tesoro americano ammonisce perciò che il default provocherebbe una crisi finanziaria peggiore di quella del settembre 2008.
Il fatto che la borsa di Wall Street non abbia risentito molto degli effetti dello shutdown dimostra la diffusa convinzione che presto il governo e il Congresso raggiungeranno l’intesa su un significativo sfondamento del tetto del debito pubblico. Attualmente esso è di 16,7 trilioni di dollari. In soli tre anni è aumentato di quasi 3,5 trilioni! Si sottolinea che ben 5,1 trilioni di tale debito sono detenuti da fondi sovrani ed da altre entità finanziarie non americane. La Cina ne possiede 1,315 trilioni di dollari ed il Giappone 1,111 trilioni.
Lo scontro politico negli USA è quindi tutto giocato sul ricatto o bancarotta o aumento del debito pubblico. E’ doveroso sottolineare che non siamo di fronte ad una politica keynesiana da parte di Washington che giustificherebbe la crescita del debito pubblico e il contestuale aumento degli investimenti per uscire dalla recessione.
Purtroppo non è così. La gran parte del debito pubblico è servita per le operazioni di salvataggio e di sostegno del sistema bancario. Altrimenti come si spiega che, mentre lo Stato “chiude” e rischia il default, le grandi banche americane festeggiano per i loro più alti profitti della storia?”

Da USA: un’economia malata, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

Yes we can!

Poca risonanza nella grande stampa alla denuncia del sindaco di L’Aquila, Cialente, intervistato da Radio 24 a proposito della destinazione dei fondi raccolti per il terremoto del 2009.
Alcune promesse – ha sottolineato Cialente – sono state mantenute: è il caso, ad esempio, della Russia, che ha finanziato la ricostruzione del palazzo Ardinghelli e di un altro edificio per un importo di sei milioni di euri, del Kazakistan, che ha subito inviato il suo ambasciatore con un contributo di un milione e settecentomila euri, del Giappone, intervenuto generosamente per costruire l’Auditorium e ora impegnato anche per il Palazzetto dello Sport.
Cialente ha voluto evidenziare che non un centesimo, invece, è arrivato da Stati Uniti e Gran Bretagna.
“Con Obama (recatosi a L’Aquila dopo il cataclisma e ripreso fra le macerie da tutte le televisioni, ndr) parlai cinque minuti, mi assicurò che avrebbe pensato alle università, ai giovani studenti – ha spiegato il primo cittadino della capitale abruzzese – Non hanno fatto niente, alla conta finale i soldi non sono mai arrivati”. Nemmeno i quattro milioni e mezzo di dollari esplicitamente promessi dal Presidente americano per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Paganica.
Quanto alla Gran Bretagna, per la verità, non si può nemmeno parlare di impegni non mantenuti:
“Il governo britannico – ha chiarito Cialente – non si è mai impegnato alla destinazione di fondi pubblici per la ricostruzione dell’Aquila”.
Aldo Braccio

Fonte

Grillo ben parlante

Discutere dell’Irlanda o, a inizio 2010, del default greco, equivale a concentrarsi sul foro di un catino bucato. Lo scolapasta è l’intero Occidente che sta fallendo sotto il peso del suo debito pubblico aumentato del 50% in media in vent’anni. I Paesi emergenti, il cosiddetto BRIC: Brasile, Russia, India e Cina, hanno un debito pubblico contenuto e stanno comprando quello occidentale. Se la Cina vendesse tutti i titoli di Stato americani che possiede, pari a 883,5 miliardi di dollari, gli Stati Uniti potrebbero fallire.
Il mondo si sta spostando a Sud e a Est. Il PIL dei Paesi del BRIC sta per superare quello del G6 (Germania, Italia, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone). I Paesi del BRIC hanno un debito pubblico rapportato al PIL molto basso: Russia 6%, Cina 18%, Brasile 45%, India 59%. L’Italia, per dire, è al 118% con 80 miliardi di euro di interessi annui da pagare, una cifra che ammazzerebbe un elefante. Gli Stati Uniti stanno per raggiungere l’Everest dei 14.000 miliardi di dollari di debito pubblico dai 6.000 miliardi del 2002. In passato le guerre si combattevano con le armi, oggi si combattono con il debito pubblico. Chi compra il tuo debito diventa il tuo padrone.
Gli Stati Uniti, il Paese più indebitato, è responsabile del 50% delle spese militari mondiali. Una enormità. La Russia, l’antagonista storico, spende il 3,5%. Gli Stati Uniti trasformano il debito in armamenti. In pratica chi compra titoli di Stato statunitensi finanzia la guerra in Afghanistan o le basi militari di Dal Molin di Vicenza e di Okinawa in Giappone dove sono accampati da 65 anni. L’Impero Romano crollò sotto la spinta dei barbari ai suoi confini. Le sue legioni si ritirarono dal Reno alla Britannia. Gli Stati Uniti forse seguiranno la stessa sorte per l’impossibilità economica di mantenere 716 basi militari in 40 Paesi.

Da Il tramonto dell’Occidente, di Beppe Grillo.
[grassetto nostro]

Facce da schiavi con occhi a mandorla

“In un dibattito sulla Cina di inizio del ventesimo secolo, lo scrittore Lu Xun lamentò di come i cinesi, totalmente assuefatti al loro status coloniale, erano diventati “facce da schiavi”. Faccia da schiavo è l’atteggiamento di una persona abituata ad essere perseguitata e che vive adulando servilmente i potenti. Essa è l’espressione vuota di coloro che hanno perso il coraggio di pensare in proprio sulla condizione in cui si trovano, di quelli che non determinano il proprio destino. Questa è la “faccia da schiavo”.
Monitorando i servizi dei media sulla questione del trasferimento della base di Futenma a partire dall’autunno del 2009, mi resi conto che le espressioni di facce da schiavi sono diventate una caratteristica permanente degli intellettuali giapponesi, compresi i media. L’alleanza militare del Giappone con gli Stati Uniti è diventata rigida come un postulato inalterabile, e l’indolenza intellettuale di quelli che rifiutano totalmente qualsiasi proposta di modificare l’alleanza è semplicemente sconcertante.
Tornare al senso comune. Questo è ciò che è richiesto ai giapponesi, tornare al senso comune della comunità internazionale e ripristinare la consapevolezza che è innaturale per forze militari straniere essere stanziate per un lungo periodo di tempo in una nazione indipendente. Una nazione che non ha la volontà di trascendere i sofismi e lo stretto interesse personale e affrontare direttamente questo problema non può essere chiamata una nazione indipendente. Lasciatemi ancora una volta indicare i fatti che dobbiamo affrontare.
1) Nel 65° anno dalla fine della guerra del Pacifico e 20 anni dopo la fine della guerra fredda, ci sono circa 40.000 soldati statunitensi (e circa 50.000 civili e personale dipendente) di stanza in Giappone su basi USA che occupano approssimativamente 1.010 chilometri quadrati di terreno (1,6 volte l’area della città di Tokyo).
2) Delle prime cinque basi estere su larga scala che gli Stati Uniti mantengono in tutto il mondo, quattro sono in Giappone (la base navale di Yokosuka, e le basi aeree di Kadena, Misawa e Yokota).
3) Dal momento che vige un accordo che rende l’intero territorio del Giappone utilizzabile per le basi, e le decisioni su quali zone fornire sono prese dal Comitato congiunto dei rappresentanti dei governi USA e giapponese (art. 2 dello Status of Forces Agreement [SOFA]), le basi possono essere posizionate ovunque in Giappone, senza l’approvazione della Dieta giapponese. Vi è una concentrazione di basi USA in prossimità della capitale della nazione, Tokyo, che è senza pari in tutto il mondo (la base aerea di Yokota, la base navale di Yokosuka, la base dell’esercito a Zama e la stazione aero-navale di Atsugi, tra gli altri).
4) Il 70 per cento dei costi di stazionamento delle forze USA in Giappone sono a carico del paese ospitante, una situazione che non esiste in nessun’altra parte del mondo.”

Il saggio di Jitsuro Terashima, consigliere per la politica estera del Primo Ministro giapponese Yukio Hatoyama, nonché rettore dell’Università di Tama, continua qui.

Festa PER la liberazione

25 Aprile 2010
ore 15,00
Sala Convegni Convitto Carlo Alberto
Baluardo Partigiani n.6/8
Novara

Parleranno:
Giacomo Verrani – Assemblea permanente NO F-35
Simone Bartolo – Circolo Banditi di Isarno
sen. Fernando Rossi – Coordinamento di Per il Bene Comune
Gianni Lannes – Giornalista e scrittore (autore di NATO: colpito e affondato. La tragedia insabbiata del Francesco Padre)

in diretta video dalle 15 alle 18 su perilbenecomune.net

Nella discussione parleranno i rappresentanti dei Comitati e delle Associazioni che sui loro territori sono impegnate ad ottenere la chiusura o la non costruzione di nuove basi militari e di nuovi depositi di bombe nucleari in Italia.

25 Aprile 1945 / 25 Aprile 2010
A 65 anni dalla fine della guerra, l’Italia è ancora militarmente e politicamente occupata.
Negli anni tutti i nostri Governi, centrosinistra e centrodestra, si sono indebitati per miliardi di Euro, per pagare il mantenimento delle basi e dei depositi nucleari americani in Italia e per fare tutte le guerre da loro volute.
Tali basi furono collocate in Italia, Germania e Giappone perché gli USA ci considerarono nazioni sconfitte e conquistate; poi, con la guerra fredda contro l’Unione Sovietica, il loro numero crebbe sempre di più.
Tuttora, nonostante l’attuale crisi stia producendo milioni di disoccupati, sottoccupati e precari, nonché sottrazione di risorse alla scuola, alla sanità, ai beni ed ai servizi pubblici, stiamo accumulando nuovi debiti pur di assecondare la loro volontà di venderci nuove armi (13 miliardi di Euro, solo per l’acquisto dei caccia bombardieri F-35), di realizzare una nuova base militare a Vicenza (alla faccia di “padroni in casa nostra”), di trascinarci in nuove guerre (Iran).
L’amicizia con il popolo americano non passa dalla sudditanza ai loro banchieri che vogliono governare il mondo con le armi, le guerre e il terrore.
Noi, come il popolo americano, come recita la nostra Costituzione e come era nello spirito di quel lontano 25 Aprile, vogliamo essere un popolo sovrano e indipendente.

Lista civica nazionale – Per il Bene Comune
P.le Stazione 15, Ferrara – tel./fax 0532 52148
info@perilbenecomune.net

Qui il volantino dell’iniziativa.

L’insopportabile ipocrisia del totalitarismo “democratico”

L’obiezione più forte che i moderni studiosi di tendenza liberaldemocratica muovono all’idea stessa della geopolitica è che, nelle condizioni proprie seguite alla seconda guerra mondiale e alla fine della “guerra fredda”, è anacronistico pensare ancora la politica come lotta per l’espansione territoriale, dato che i sistemi democratici non punterebbero all’ingrandimento del proprio territorio, ma all’espansione di pacifiche relazioni commerciali e alla libertà dei mari.
Tutte queste buone intenzioni sono state compendiate nella cosiddetta Carta Atlantica, sottoscritta dal capo del governo inglese Churchill e dal presidente statunitense Roosevelt nel 1941 (quando, si noti, gli Stati Uniti d’America e i governi dell’Asse non erano ancora formalmente in stato di guerra gli uni contro gli altri).
Tuttavia, vi sono pochi dubbi sul fatto che dietro quelle formule si celava, da un lato, la tenace, rancorosa volontà di Churchill di punire la Germania e l’Italia e di conservare a ogni costo l’Impero britannico, l’India specialmente (anche se, poi, le cose sono andate altrimenti); e, dall’altro lato, la determinazione americana di rilanciare la propria economia – mai uscita dalla crisi del 1929, nonostante l’apparato propagandistico del New Deal – ed anche il proprio ruolo politico mondiale, mediante la colonizzazione finanziaria del mondo intero.
C’è, poi, bisogno di notare che molte idee, e persino molti uomini, della geopolitica nazista, sono passati, quatti quatti, proprio nei meccanismi strategici del Pentagono dopo il 1945, tanto che si può parlare di una autentica ripresa di quei temi e di quelle concezioni in chiave liberaldemocratica? Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, su questo stesso sito (intitolato «Da Hitler a Bush, ovvero come si passa dal Terzo al Quarto Reich», pubblicato in data 01/02/2008), per cui rimandiamo il lettore a quelle riflessioni.
È davvero insopportabile l’ipocrisia del totalitarismo democratico: il quale, mentre respinge con orrore tutto ciò che la cultura politica tedesca (e italiana) ha prodotto negli anni del fascismo, contemporaneamente si serve di gran parte del suo armamentario ideologico, rivisto e riverniciato, per perseguire sempre più spregiudicatamente i propri disegni di dominio mondiale.

Da La geopolitica di Karl Haushofer ha ancora qualcosa da insegnare al mondo attuale?, di Francesco Lamendola.

Sol levante?

Tokyo, 9 febbraio – Stanno per venire alla luce in Giappone gli accordi segreti con gli Stati Uniti ai tempi della Guerra Fredda che obbligavano Tokyo, tra l’altro, a contribuire alle spese delle basi militari USA e a permettere l’ingresso nei porti di navi da guerra con testate nucleari. E il Paese si spacca, scrive il quotidiano americano ‘New York Times’, spiegando che i leader giapponesi, per decenni, hanno sempre smentito l’esistenza di questi patti.
(Adnkronos)

Per quanto riguarda il nostro (?) Paese, rimaniamo in trepida attesa…

Ipocrisia anglo-americana

“Tanto più odioso appare l’inferno di fuoco scatenato dall’aviazione britannica, per il fatto che due settimane dopo lo scoppio della guerra il primo ministro inglese Chamberlain aveva dichiarato: «Indipendentemente dal punto dove altri potranno giungere, il governo di Sua Maestà non farà mai ricorso all’attacco deliberato contro donne e bambini per fini di mero terrorismo». In realtà i piani per bombardamenti indiscriminati e terroristici avevano cominciato a prender forma nel corso del Primo conflitto mondiale: mentre esso si trascinava senza giungere alla conclusione, Churchill «aveva previsto per il 1919 un attacco di mille bombardieri su Berlino». Tali piani continuano ad essere sviluppati dopo la vittoria. E cioè, si potrebbe dire imitando lo sbrigativo modo di argomentare degli ideologi oggi alla moda, il paese-guida in quel momento dell’Occidente liberale programmava un nuovo “genocidio” mentre portava a termine quello iniziato il 1914. In ogni caso, proprio l’Inghilterra diventa la protagonista della distruzione sistematica inflitta alle città tedesche ancora sul finire della Seconda guerra mondiale (si pensi in particolare a Dresda), una distruzione programmata e condotta con l’obiettivo dichiarato di non lasciare via di scampo alla popolazione civile, inseguita e inghiottita dalle fiamme, bloccata nel suo tentativo di fuga dalle bombe a scoppio ritardato, e spesso mitragliata dall’alto.
Queste pratiche appaiono tanto più sinistre se si pensa alla dichiarazione fatta da Churchill nell’aprile del 1941: «Ci sono meno di 70 milioni di unni malvagi. Alcuni (some) di questi sono da curare, altri (others) da uccidere». Se non al vero e proprio genocidio, come ritiene Nolte, è chiaro che qui si pensa comunque ad uno sfoltimento massiccio della popolazione tedesca. È in questa prospettiva che possiamo collocare la campagna di bombardamenti strategici: «Nel 1940-45, Churchill liquidò gli abitanti di Colonia, Berlino e Dresda come fossero unni». Non meno spietato si rivelò il primo ministro britannico nel ritagliare la zona d’influenza di Londra e nel liquidare sistematicamente le forze partigiane considerate ostili o sospette. Eloquenti sono le disposizioni impartite al corpo di spedizione inglese in Grecia: «Non esitate ad agire come se vi trovaste in una città conquistata in cui si fosse scatenata una rivolta locale». E ancora: «Certe cose non si devono fare a metà». Continua a leggere

L’Australia nella NATO asiatica

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Il 2 marzo scorso, il Dipartimento della Difesa australiano ha reso noto un rapporto di centoquaranta pagine intitolato Difendendo l’Australia nel secolo dell’Asia Pacifico: la forza 2030, che prevede nuove spese militari per 72 miliardi di dollari.
Nell’ambito di questa cifra, è compreso l’acquisto di 100 esemplari del F-35 Lightning II, che nella versione australiana sarà dotato del Joint Strike Missile, un nuovo armamento per l’attacco a terra e la distruzione delle difese antiaeree nemiche sviluppato congiuntamente con la Norvegia.
Secondo il Financial Times del 4 maggio scorso, il ministro della Difesa australiano Joel Fitzgibbon avrebbe affermato che il rapporto di cui sopra, il primo elaborato nell’ultimo decennio, riconosce la supremazia a livello regionale degli Stati Uniti. Fitzgibbon mette, inoltre, in guardia rispetto alle “tensioni strategiche” causate dalle nuove potenze, specialmente la Cina ma anche l’India, nonché dal “ritorno della Russia”.
In un articolo apparso su un quotidiano australiano nel febbraio 2007, intitolato “Una nuova base spionistica segreta USA ha avuto la luce verde”, si sosteneva che la stretta alleanza militare australiana con gli Stati Uniti sarebbe stata rafforzata con la costruzione di una base di telecomunicazioni ad alta tecnologia nell’ovest dell’Australia. Si tratterà di una struttura cruciale per la nuova rete di satelliti militari a sostegno delle capacità belliche americane nel Medio Oriente ed in Asia. Questa base sarà la prima grande installazione militare USA ad essere costruita in Australia negli ultimi decenni, dopo le controversie avutesi su altri grandi insediamenti quali quelli di Pine Gap e North West Cape.
L’Australia è il Paese non membro della NATO con il maggior numero di truppe in Afghanistan, più di mille, mentre il Primo Ministro Kevin Rudd ha annunciato ad aprile scorso l’invio di altri 400 soldati, incluse alcune unità destinate ad operazioni speciali di combattimento.
Nel giugno 2008, il capo delle forze armate australiane Maresciallo dell’Aria Angus Houston, a proposito dell’impegno di Stati Uniti e NATO sul terreno afghano, ebbe a dire che esso sarebbe durato almeno altri dieci anni. Senza che l’Australia abbia intenzione di tirarsene fuori.
Le truppe del Paese dei canguri sono, fra l’altro, state fra le prime ad entrare in Iraq dopo l’invasione del 2003 e sono fra i pochi contingenti nazionali che ancora vi permangono. Alla fine del 2008, il parlamento irakeno – non senza dissensi – ha approvato una risoluzione che autorizza accordi bilaterali in merito ai soli contingenti non statunitensi ivi presenti: quelli di Gran Bretagna, Estonia, Romania, NATO ed appunto Australia. Negli stessi giorni, il Primo Ministro Rudd era in visita negli Emirati Arabi Uniti dove l’Australia sta riunendo le sue forze aeree ed il proprio quartier generale in Medio Oriente in una sola base, segreta. La presenza di soldati australiani nella regione è di circa 1.000 unità, che si vanno quindi ad aggiungere agli altri 1.000 in Afghanistan, 750 a Timor Est e 140 nelle Isole Salomone.
Qualcuno avanza, in questi ultimi tempi, l’ipotesi di una sorta di NATO asiatica volta ad integrare le nazioni asiatiche direttamente con la NATO e con i suoi singoli membri, gli Stati Uniti prima di tutto, quasi a realizzare un’estensione geografica dell’Alleanza Atlantica verso oriente. Ciò sarebbe l’esito di diverse misure, dagli accordi bilaterali di cooperazione all’insediamento di basi militari, dallo svolgimento di regolari esercitazioni multinazionali al dispiegamento di truppe nei teatri caldi. Lo scorso marzo, è giunta la notizia che l’Australia sta concludendo un accordo con la NATO per l’interscambio di informazioni militari riservate al fine di realizzare un più approfondito “dialogo strategico” ed una maggiore collaborazione sui “comuni interessi di lungo periodo”.
Insieme al Giappone, l’Australia – oltre ad ospitare sul proprio territorio basi militari statunitensi e dispiegare truppe nei teatri afghano ed irakeno – ha messo i piedi su un terreno ancora più pericoloso, unendosi al sistema antimissilistico globale progettato dagli Stati Uniti. Essa verrebbe così a costituire la controparte orientale di uno scudo che vede analoghe infrastrutture impiantate, per quanto riguarda l’emisfero occidentale, in Polonia e Repubblica Ceca.
Questi sviluppi, comunque, non allarmano soltanto la Russia e non coinvolgono unicamente Australia e Giappone. Lo scorso dicembre, infatti, i ministri della Difesa russo e cinese Anatoly Serdyukov e Liang Guanglie si sono incontrati a Pechino per discutere il progetto regionale di difesa antimissile portato avanti, oltre che da USA, Australia e Giappone, anche da Corea del Sud e Taiwan. Inutile sottolineare il disappunto della Cina.
Lo scopo della cosiddetta NATO dell’Asia sarebbe, allora, quello di stabilire una superiorità – se non egemonia – militare americana e più in generale occidentale attraverso tutto il continente asiatico, per quanto riguarda l’intero spettro sia delle forze che dei sistemi d’arma terrestri, aerei, navali e spaziali. Le notizie di stampa degli ultimi mesi confermano l’ampliarsi ed il rafforzarsi di questa tendenza. Come esempio paradigmatico, possiamo riportare l’esercitazione militare congiunta denominata Balikatan 2009, svoltasi dal 16 al 30 aprile u.s. nelle Filippine, sui terreni della base aerea di Clark, che l’aviazione USA – caso più unico che raro – aveva abbandonato volontariamente nel 1991. Sul sito della base sono tornati non solo i marines ma anche gli F-16 Fighting Falcon, i primi cacciabombardieri statunitensi operativi nelle Filippine dopo sedici anni.

Intervistato lo scorso novembre a proposito dell’”invasione russa della Georgia”, così ebbe a dire il magnate dei media austrialiano Rupert Murdoch: “E’ necessario che l’Australia sia parte di una riforma delle istituzioni maggiormente responsabili per il mantenimento della pace e della stabilità. Sto pensando specialmente alla NATO… L’unico percorso per riformare la NATO è di espanderla al fine di includervi nazioni come l’Australia. In tal maniera, essa diverrebbe una comunità basata meno sulla geografia e più sulla comunanza dei valori. Questo è l’unico modo per rendere la NATO efficace. E la leadership australiana è determinante per questo scopo”.

Enciclopedia delle nocività, voce “Okinawa”

“Il 4 settembre 1995, alle otto di sera circa, due marines e un marinaio americani aggrediscono una ragazza di appena dodici anni mentre torna a casa. Il marine Rodrico Harp, 21 anni, ed il marinaio scelto Markus Gill, 22 anni – detto il “carro armato”, 182 cm di altezza e 122 kg di peso – confessano di aver picchiato la ragazza e che il marine Kenndrick Ledet, 20 anni, le aveva legato mani e piedi e coperto bocca ed occhi con del nastro isolante.
Tutti e tre risiedevano a Camp Hansen. Gill raccontò alla corte di aver violentato la ragazza “solo per divertirsi” e di averla scelta a caso, mentre usciva da una cartoleria. Il tenente generale Richard Myers – che era, allora, comandante delle forze USA in Giappone e che, sotto la presidenza di George W. Bush, sarebbe diventato capo di stato maggiore — affermò che si trattava di una tragedia inaudita, causata da “tre mele marce”, pur sapendo che i reati sessuali commessi dai militari americani contro la popolazione di Okinawa avvenivano a una media di due al mese. A peggiorare la situazione, il superiore di Myers, l’ammiraglio Richard C. Macke, comandante delle forze USA nel Pacifico, dichiarò alla stampa: “Credo che sia stato un gesto stupidissimo. Con i soldi che hanno speso per noleggiare l’auto si sarebbero potuti pagare una ragazza”.

Qui le referenze acquisite durante la loro più che sessantennale permanenza ad Okinawa.
[Buon Natale!]

Okinawa

Okinawa è la prefettura più meridionale e più povera del Giappone.
Con i suoi 726 chilometri quadrati di superficie è grande pressoché quanto Los Angeles ed è l’isola più grande dell’arcipelago delle Ryukyu. La capitale, Naha, è molto più vicina a Shanghai che a Tokyo e la cultura di queste zone riflette forti influenze cinesi. In passato le Ryukyu erano un regno indipendente, poi annesse al Giappone nel tardo XIX secolo, nello stesso periodo in cui le Hawaii vennero annesse agli Stati Uniti.
Nel 2005, Okinawa ospitava trentasette delle ottantotto basi militari statunitensi presenti in Giappone. Le basi di Okinawa coprono un totale di 233 chilometri quadrati, ossia il 75% di tutto il territorio occupato da installazioni militari USA sul suolo giapponese, nonostante l’isola rappresenti solo lo 0,6% del territorio dell’intero arcipelago.
Il Giappone, come la Germania, è una pietra angolare del dispositivo militare statunitense sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Se la fedeltà del Giappone dovesse venir meno, tutta la struttura USA in Asia Orientale finirebbe probabilmente per crollare. Nel novembre 2004, secondo statistiche del Pentagono, gli Stati Uniti avevano 36.365 militari in uniforme in Giappone, senza contare gli 11.887 marinai della Settima Flotta distaccati presso le basi di Yokosuka (prefettura di Kanagawa) e di Sasebo (prefettura di Nagasaki), alcuni dei quali, a turno, sono in servizio per mare. A questi vanno aggiunti i 45.140 dipendenti che lavorano nelle basi, i 27.019 impiegati civili del dipartimento della Difesa ed i circa 20.000 giapponesi che collaborano con le forze USA in mansioni che vanno dalla manutenzione dei campi da golf al servizio come camerieri nei molti locali riservati agli ufficiali fino alla traduzione dei giornali giapponesi per conto della CIA e della Defense Intelligence Agency. E si tenga conto che Okinawa, anche in assenza di tutti questi ospiti stranieri, sarebbe comunque un’isola sovrappopolata: con una densità demografica di quasi 2.200 unità per chilometro quadrato, è una delle aree maggiormente popolate del mondo. In termini assoluti, vi risiedono 1,3 milioni di abitanti circa.
L’isola principale di Okinawa fu teatro dell’ultima grande battaglia della seconda guerra mondiale, nonché dell’ultimo successo militare colto dagli Stati Uniti in Asia orientale. Circa 14.000 americani e 234.000 giapponesi, tra soldati e civili, persero la vita in quella feroce campagna durata tre mesi, così sanguinosa che divenne la principale giustificazione per i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. La battaglia durò da aprile a giugno del 1945 e devastò completamente l’isola.
Dal 1945 al 1972 gli ufficiali militari americani governarono Okinawa come una loro esclusiva proprietà. Nel 1952 la concessione di Okinawa fu il prezzo che il governo nipponico dovette pagare in cambio della firma di un immediato trattato di pace e del trattato di sicurezza nippo-americano, che segnò la fine dell’occupazione. Molti abitanti di Okinawa credono ancora che l’imperatore Hirohito li abbia sacrificati nel 1945 in un’inutile battaglia intesa a ottenere migliori condizioni di resa dagli alleati e che Tokyo li abbia poi sacrificati di nuovo nel 1952 per permettere al resto del paese di riconquistare la propria indipendenza e godere i primi frutti di una rinnovata prosperità economica. In quest’ottica, il Giappone accettò abbastanza di buon grado il trattato di sicurezza nippo-americano in quanto la maggior parte delle basi militari statunitensi erano dislocate in un’isoletta dell’estremo sud, dove tutti i problemi correlati alla loro presenza poterono essere ignorati dalla maggioranza della popolazione.
Le due grandi guerre americane contro il comunismo asiatico – in Corea ed in Vietnam – non avrebbero potuto essere combattute senza basi militari sul territorio giapponese. Quegli avamposti militari furono teste di ponte d’importanza vitale in Asia, nonché rifugi sicuri, invulnerabili agli attacchi di Corea del Nord, Cina, Vietnam e Cambogia. Allorché, al culmine della guerra del Vietnam, le proteste degli abitanti di Okinawa contro i B-52, i bar, i bordelli*, le scorte di gas nervino ed i crimini commessi dai soldati raggiunsero l’apice, gli Stati Uniti si decisero a restituire ufficialmente l’isola al Giappone. Nulla tuttavia cambiò in termini di presenza militare.
Negli anni Novanta la vita quotidiana sull’isola era di gran lunga migliore rispetto al periodo in cui il territorio era soggetto all’esclusiva giurisdizione americana. Il Giappone profuse cospicue somme di denaro, ben comprendendo che l’economia postbellica del paese fosse stata alimentata in parte a spese dei locali e che fosse dunque necessario un trasferimento di ricchezza. Sebbene Okinawa sia ancor oggi la prefettura più povera del Giappone, alla fine degli anni Novanta ha raggiunto il 70 per cento del livello di ricchezza nazionale.

*In Corea del Sud, sin dai tempi della guerra sono sorti enormi accampamenti militari (kijich’on) tutt’intorno alle basi americane. Ha scritto Katharine Moon: “Queste basi fungono in un certo senso da vetrina della presenza militare americana in Corea, caratterizzate da viuzze appena illuminate con insegne al neon intermittenti tipo Lucky Club, Top Gun o King Club. Musica country o da discoteca a volume altissimo rimbomba per le vie, dove uomini ubriachi scatenano risse e in cui soldati americani in divisa e truccatissime donne coreane passeggiano avvinghiati palpeggiandosi reciprocamente il sedere”. Fino al ritiro delle forze armate americane dalle Filippine nel 1992, la città di Olongapo, adiacente la base navale americana di Subic Bay, non aveva nessuna industria eccezion fatta per quella dell’”intrattenimento”, con circa 55.000 prostitute ed un totale di 2.182 strutture registrate, che offrivano “riposo e divertimento” ai militari statunitensi.

Come restare 1.000 anni in Irak

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Esiste un sistema grazie al quale i negoziatori statunitensi possano rimediare delle basi permanenti senza il via libera del Congresso? Certo. Si chiama SOFA.
Di Frida Berrigan, 22 agosto 2008

Pochi americani avevano sentito nominare il SOFA prima di quest’anno, quando in rete ha fatto scalpore una rivelazione che molti osservatori della politica estera americana avevano previsto da molto tempo. Malgrado abbiano ripetutamente sostenuto il contrario, le autorità statunitensi stavano facendo pressioni sul governo iracheno perché accettasse una presenza militare degli Stati Uniti a tempo indeterminato, comprese – e questa era la cosa più sconvolgente – fino a 58 basi americane sul suolo iracheno.
Il termine SOFA, acronimo di Status of Force Agreement, è balzato improvvisamente sulle prime pagine. I Paesi hanno negoziato febbrilmente per raggiungere questo ed un altro accordo chiamato Strategic Framework Agreement (Accordo sul Quadro Strategico). I due distinti patti sono stati messi insieme e confusi sia da esperti di politica estera che dalle voci critiche. Il SOFA fornisce la base legale per la presenza e le operazioni delle forze armate statunitensi. L’Accordo sul Quadro Strategico è più vasto – benché non vincolante – e affronta tutti gli aspetti della relazione bilaterale tra l’Irak e gli Stati Uniti, compreso il controllo delle basi, le comunicazioni tra forze di sicurezza irachene e statunitensi e la questione principale: per quanto tempo? Nelle bozze dell’accordo i negoziatori hanno fatto riferimento ad “orizzonti temporali” per il ritiro delle truppe. Semantica astuta, vero? Non serve essere una persona di scienza per capire che un orizzonte non si avvicina mai all’osservatore.
Questi accordi servono a sostituire il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2003, che scadrà alla fine dell’anno e che autorizzava la presenza militare multinazionale in Irak. Emanato senza una significativa partecipazione da parte dell’Irak, dice essenzialmente che l’Irak è sovrano, che l’occupazione militare è una collaborazione temporanea con le forze irachene, che si svolgeranno delle elezioni, che comincerà una fase di transizione democratica e che la forza militare “multinazionale” ricorrerà “a tutte le misure necessarie a contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Irak”. La proroga del 2007 di questo mandato incontrò la strenua opposizione di un parlamento iracheno alle prime armi, che fece appello direttamente (e inutilmente) al Consiglio di Sicurezza quando il Primo Ministro Nouri al-Maliki richiese la proroga senza l’approvazione parlamentare.
I negoziati in corso sono l’ultima occasione dell’amministrazione Bush per risuscitare la sua tormentata politica mediorientale. Se tecnicamente il mandato delle Nazioni Unite potrebbe essere ulteriormente esteso, l’Irak però aveva già indicato che la proroga del 2007 sarebbe stata l’ultima. Richiederne un’altra denuncerebbe la debolezza del governo iracheno, dimostrerebbe che non ha il controllo della situazione ed equivarrebbe a riconoscere davanti al mondo che la politica di Bush in Irak ha fatto fiasco.
Ma quello perseguito dall’amministrazione non era un normale accordo sullo status delle forze. “Si distingue da tutti gli altri SOFA conclusi dagli Stati Uniti in quanto può contenere l’autorizzazione da parte del governo ospite… perché le forze statunitensi possano intraprendere operazioni militari”, osserva il Congressional Research Service (Servizio di Ricerca del Congresso). Continua a leggere

Status Of Force Agreement (SOFA)

A proposito di Irak, e non solo…

“Quando devono chiedere il permesso per costruire una o più basi militari in un paese straniero, gli Stati Uniti prima negoziano un contratto fondamentale, che in genere ha lo scopo di stabilire un’ «alleanza» con la controparte.
(…)
Concluso questo accordo preliminare, gli Stati Uniti passano a negoziare un Accordo sullo status delle forze armate (SOFA), che ha essenzialmente lo scopo di concedere a qualsiasi militare americano presente nel paese ospite la massima immunità possibile nei confronti delle leggi locali. Il sistema giuridico di alcuni di questi paesi «ospiti» non è meno sofisticato del nostro, cosicché è improbabile che degli americani possano essere seriamente puniti dalle forze dell’ordine o dai tribunali locali. Il SOFA, però, concede ai soldati americani, ai dipendenti delle società appaltatrici, ai dipendenti civili del dipartimento della Difesa, tutta una serie di privilegi particolari di cui i normali cittadini di quel paese o i forestieri non americani non godono. Nel solco della grande tradizione dell’«extraterritorialità», inaugurata nel XIX secolo dal colonialismo occidentale, questi trattati non prevedono quasi mai la reciprocità; in altre parole, il SOFA concede agli americani privilegi che non valgono per i cittadini dell’altro paese sul territorio degli Stati Uniti. La principale eccezione è costituita dal SOFA fondativo della NATO, che invece prevede la reciprocità. Per il personale militare di un paese NATO attivo sul territorio USA dovrebbero valere gli stessi diritti e benefici concessi alle truppe americane in Europa.
(…)
I SOFA non sono, di per sé, accordi che diano accesso al territorio o consentano la creazione di basi. L’articolo 6 del trattato di sicurezza nippo-americano, ad esempio, dice semplicemente: «Al fine di contribuire alla sicurezza del Giappone e al mantenimento della pace e della sicurezza in Estremo Oriente, si concede alle forze americane di mare, d’aria e di terra l’utilizzo di strutture e zone sul territorio giapponese. L’utilizzo di queste strutture e aree e lo status delle forze armate americane in Giappone saranno regolati da un accordo separato». I SOFA sono appunto questi accordi separati che enunciano ciò che la nazione ospite consente di fare agli Stati Uniti sul proprio territorio.
(…)
Il SOFA a fondamento della NATO e gli accordi con i singoli paesi europei non contengono esenzioni dalle responsabilità nell’inquinamento ambientale e acustico, ed è sicuramente per questo che il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld vuole spostare le basi americane dalla Germania nei paesi della «nuova Europa», cioè in quei paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica che sono abbastanza poveri e disperati – almeno per ora – da permettere agli Stati Uniti di inquinare quanto vogliono, gratuitamente, nella speranza di ricavarne almeno qualche beneficio economico.
I SOFA tolgono, di fatto, la questione dell’arrivo e della partenza degli americani dalle mani dei paesi ospiti, il che, ovviamente, conferisce al termine «ospite» un nuovo e curioso significato. L’articolo 9.2 del SOFA sottoscritto dal Giappone è esemplare, in questo senso. «I membri delle forze armate degli Stati Uniti», afferma, «non sono tenuti al rispetto di leggi e regolamenti riguardanti passaporti e visti.» Ciò significa che i militari americani accusati di crimini commessi in Giappone hanno potuto, in alcuni casi, lasciare in tutta fretta il paese senza incontrare ostacoli legali, e senza che i giapponesi potessero farci alcunché.
(…)
I SOFA, comunque, sollevano molti altri problemi assai complessi. Per limitarci a pochi esempi, si pensi alle vaste superfici di terra preziosa che gli Stati Uniti hanno preso in affitto gratuito in paesi «poveri di terra» come il Giappone; al fatto per cui né le leggi sul lavoro locali né quelle americane proteggono i lavoratori del posto operanti all’interno delle nostre basi; al fatto che i funzionari doganali dei paesi ospiti non hanno autorità sul materiale americano che entra sul suo territorio.
Tuttavia, il problema senz’altro più sentito dalle popolazioni dei paesi che ospitano le nostre basi è quello della giurisdizione civile e penale. Nelle questioni civili – ad esempio, nel caso di danni causati da militari americani fuori servizio alla guida delle loro auto – il SOFA prevede in genere che il danno sia da determinare e da risarcire, al punto che spesso si richiede ai nostri soldati di stipulare un’assicurazione contro eventuali danni a beni o persone. Nel caso di reati da codice penale, i vari SOFA prevedono misure diverse, ma conferiscono perlopiù la giurisdizione agli Stati Uniti, qualora il reato sia stato commesso da un soldato contro un altro o mentre il colpevole era impegnato nello svolgimento delle proprie mansioni. In presenza di accuse diverse, l’autorità resta di solito nelle mani della nazione ospite.
(…)
I SOFA sottraggono piuttosto esplicitamente ai paesi ospiti la rispettiva sovranità, il che spiega come mai sia sempre stato più facile imporli a paesi sconfitti o occupati, come la Germania e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale e la Corea del Sud dopo la guerra del 1953, o estremamente deboli e dipendenti, come Ecuador e Honduras. Questi accordi, però, sebbene tentino di regolarizzare le relazioni internazionali dell’impero militare americano, spesso a suo esclusivo vantaggio, e siano spesso volontariamente rispettati dai governi alleati, satelliti o dipendenti, introducono anche fattori che a lungo termine generano lo scontento e la protesta popolare nei confronti dell’impero. I SOFA non possono che dar luogo a dispute politiche esplosive quando le leggi americane e le aspettative delle truppe USA creano un clima di impunità nella nazione ospite. Lo sdegno, allora, è spesso innescato da semplici differenze di cultura giuridica.
(…)
Nel 1957, secondo la rivista «Time», erano in vigore «più di» quaranta SOFA «concepiti per legalizzare lo status dei 700.000 militari USA dislocati in paesi amici». Nell’aprile 1996 il dipartimento di Stato disse che avevamo sottoscritto accordi sullo status delle forze armate con cinquantatré paesi. Prima dell’ 11 settembre 2001, gli Stati Uniti riconoscevano di avere stretto accordi del genere con novantatré nazioni, sebbene in alcuni paesi, soprattutto nel mondo islamico, vengano tenuti segreti in quanto fonte di grave imbarazzo. Poiché, però, dalla metà degli anni Novanta l’impero di basi americano ha continuato a espandersi, il vero numero di SOFA in vigore è ignoto all’opinione pubblica.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 225-233.
[Grassetti nostri]

Il lascito di Bill, le colpe di George, i compiti di Barack

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Da “L’ultima chance. La crisi della superpotenza americana” di Zbigniew Brzezinski, Salerno editrice, 2008 (traduzione italiana di “Second chance. Three presidents and the crisis of american superpower”, Basic Books, 2007).

Il lascito di Bill
“La fine repentina delle divisioni in Europa pose l’accento sul desiderio degli Stati postcomunisti di diventare parte integrante della Comunità atlantica. La risposta di Clinton a questo problema impiegò diversi anni a svilupparsi, ma alla fine divenne la parte piú costruttiva e duratura del suo lascito in materia di politica estera. La contestuale realtà della NATO, che abbracciava ventisette membri (venticinque dei quali europei), e un’Unione Europea a venticinque membri, indicava che il vecchio slogan di una « collaborazione transatlantica» poteva alla fine acquistare sostanza reale. Tale collaborazione possedeva il potenziale per iniettare vitalità politica in un tentativo vigoroso di forgiare un sistema mondiale piú cooperativo.
Il tema catalizzatore per il rinnovamento dell’alleanza era la questione dell’espansione della NATO. (…)
A sorpresa, quando il presidente Walesa espresse il desiderio che la Polonia diventasse membro della NATO, il presidente russo Eltsin rispose positivamente. Nel corso di una visita a Varsavia nell’agosto del 1993, con le truppe russe ancora in Germania Est, Eltsin affermò pubblicamente che non riteneva tale prospettiva contraria agli interessi russi. Il principale consigliere di Clinton per gli affari russi e il suo segretario di Stato gli suggerirono comunque cautela. Pertanto, ancora per un anno, gli sforzi statunitensi si concentrarono su un processo di “preparazione” all’allargamento, ingegnosamente etichettato «collaborazione per la pace», che aveva il merito di rendere l’allargamento piú probabile mentre ne rimandava l’effettiva decisione.
(…)
Alla fine del 1996, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi, Clinton impegnò pubblicamente gli Stati Uniti per l’espansione della NATO, e lo sforzo ebbe un’accelerazione a seguito della sua rielezione. Il segretario di Stato del primo mandato lasciò il posto a Madeleine Albright, piú dinamica e con maggiori relazioni politiche, una protégé della First Lady (oltre che amica ed ex socia dell’autore di questo libro). Impegnata personalmente per l’espansione a est della NATO, la Albright conferì una precisa direzione strategica all’operazione.
Il processo su due fronti procedeva ora con minori esitazioni. Nel maggio del 1997 fu firmato l’Atto fondatore che regolava le relazioni NATO-Russia. Il suo intento era quello di rassicurare la Russia che la NATO adesso era un partner per la sicurezza. Clinton, ancora una volta, colse l’occasione per ribadire l’amicizia dell’America con la Russia di Eltsin. In luglio Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria furono invitate ufficialmente a unirsi alla NATO. Segui presto l’invito alle Repubbliche Baltiche, a Romania e Bulgaria.
(…)
Questa volta [Kosovo, 1999 - ndr] gli Stati Uniti agirono con maggior decisione. Il segretario Albright assunse il comando per conto del governo USA. La Albright approfittò dell’impulso politico offerto dall’allargamento della NATO per modellare una coalizione politica che ponesse la Serbia di fronte a un ultimatum preciso: lasciare il Kosovo o esserne cacciata con la forza. Con l’America e l’Europa fortemente coese, una campagna di bombardamenti inflisse gravi danni alle infrastrutture serbe (anche nella capitale), mentre le truppe della NATO si ammassavano in Albania e in Grecia per organizzare una campagna di terra decisiva.
La Russia, che si oppose con forza a tali azioni, operò un estremo tentativo di inserirsi nel conflitto dispiegando un piccolo reparto nell’aeroporto di Pristina, la capitale del Kosovo, forse nel tentativo di salvare un pezzo di Kosovo per la Serbia o di ottenervi una zona di occupazione russa. Ma con la NATO politicamente determinata, il tentativo non portò a nulla. La politica di allargare e rafforzare la Comunità atlantica si dimostrò valida, e la fase terminale della crisi iugoslava si risolse a metà del 1999 nei termini occidentali e sotto la leadership americana. La Serbia fu costretta a lasciare il Kosovo.
La decisione di Clinton di inviare le truppe in Bosnia, compiuta a dispetto della risoluzione del Congresso a maggioranza repubblicana, e poi di usare la forza per costringere la Serbia a ritirarsi, fu un elemento critico per la stabilizzazione della ex Iugoslavia. E inoltre incoraggiò la cooperazione tra America ed Europa in materia di sicurezza internazionale. Nel 2004, dopo che Clinton aveva lasciato la presidenza, il comando delle forze NATO in Bosnia passò dagli Stati Uniti all’Europa, a riprova della solidità dei legami transatlantici.
La politica di Clinton nei confronti della stessa Russia, già danneggiata dall’espansione della NATO, venne tuttavia gravemente complicata dalla crisi iugoslava.
(…)
Intorno al 1990 l’America, sola, aveva raggiunto la cima del totem globale. Nel 1995 la considerazione di cui il paese godeva nel mondo aveva con tutta probabilità raggiunto il suo apice. L’intero pianeta aveva accettato quella nuova realtà e la gran parte dell’umanità la gradiva persino. Il potere americano non solo era considerato indiscutibile, ma anche legittimo, e la voce dell’America era credibile. Il merito di ciò deve essere ascritto a Clinton. Se la supremazia americana nel 1990 prese il volo, il prestigio globale raggiunse l’apogeo storico nella seconda metà del decennio.
(…)
Il presidente in persona era ammirato e quasi universalmente apprezzato, con un fascino personale paragonabile a quello di Franklin Roosevelt o John Kennedy. Ma non approfittò dei suoi otto anni alla Casa Bianca per impegnare la leadership globale americana a tracciare una via definita che le altre nazioni potessero seguire.
(…)
Senza alcun dubbio quando Clinton lasciò la carica, l’America era ancora un paese dominante, sicuro e rispettato, le relazioni con gli alleati erano sostanzialmente positive, e una notevole enfasi era stata posta sugli sforzi internazionali per portare rimedio alle smaccate ingiustizie della condizione umana. Ma alla fine dell’ultimo decennio del XX secolo la crescente ondata di ostilità nei confronti dell’America non si limitava piú al Medio Oriente. Persino alcuni degli alleati cominciavano a provare risentimento per lo strapotere americano. La proliferazione nucleare si diffondeva dopo otto anni di negoziati inconcludenti e di futili proteste. Le buone intenzioni riuscivano sempre meno a compensare la mancanza di una strategia chiara e determinata
(…)
L’eredità che nel 2001 Clinton lasciò al suo successore, antitetico dal punto di vista dottrinale, si dimostrò senza costrutto e vulnerabile.”
[pp. 79-81, 88-89, 97-99]

Le colpe di George
“George W. Bush ha frainteso il momento storico, e in pochi anni ha pericolosamente minato la posizione geopolitica dell’America. Nel perseguire una politica basata sulla convinzione che «ora noi siamo un impero, e quando agiamo creiamo la nostra realtà», Bush ha messo in pericolo l’America. L’Europa risulta sempre piú alienata. La Russia e la Cina appaiono entrambe decise e in crescita. L’Asia volta le spalle e si riorganizza, mentre il Giappone riflette su come rendersi piú sicuro. Le democrazie latino-americane divengono populiste e antistatunitensi. Il Medio Oriente è frammentato e sull’orlo di un’esplosione. Il mondo islamico è infiammato da crescenti passioni religiose e nazionalismi antimperialisti. In tutto il mondo, i sondaggi mostrano che la politica statunitense è ampiamente temuta e persino disprezzata.
La conseguenza è che il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà impiegare uno sforzo monumentale per restituire legittimità all’America nel suo ruolo di principale garante della sicurezza globale e ridefinire gli Stati Uniti con una risposta comune ai dilemmi sociali in espansione in un mondo che ormai si è risvegliato dal punto di vista politico e non è disponibile al dominio imperialista.”
[pp. 126-127]

I compiti di Barack
“Dato il crescente indebitamento globale americano (al momento gli Stati Uniti detengono l’80% delle riserve mondiali) e l’enorme deficit commerciale, un’importante crisi finanziaria, soprattutto in un’atmosfera di antiamericanismo carico di emotività e diffuso a livello planetario, potrebbe avere conseguenze terribili per il benessere e la sicurezza del paese. L’euro sta divenendo un serio rivale del dollaro e si parla di un concorrente asiatico per entrambi. Un’Asia ostile e un’Europa concentrata su di sé a un certo punto potrebbero essere meno disposte a finanziare il debito statunitense.
Per gli Stati Uniti da ciò derivano diverse conclusioni geopolitiche. E’ essenziale che l’America preservi e fortifichi i particolari legami transatlantici.
(…)
Comunque, siccome le nuove realtà politiche globali vanno nella direzione di un declino del tradizionale dominio dell’Occidente, la Comunità atlantica deve mostrarsi aperta a una maggior partecipazione da parte dei paesi non europei. Ciò implica, in primo luogo e soprattutto, uno sforzo serio per coinvolgere il Giappone (e per estensione la Corea del Sud) nelle consultazioni chiave. Si dovrebbe prevedere anche un ruolo particolare per il Giappone nei piani di sicurezza della NATO allargata, oltre a qualche partecipazione volontaria in alcune missioni della NATO. In breve, coinvolgendo in maniera selettiva i paesi non europei piú avanzati e democratici in piani di stretta collaborazione sulle questioni globali, un centro moderato, ricco e democratico potrebbe continuare a proiettare in tutto il mondo la propria influenza positiva.
(…)
I cinesi sono pazienti e calcolatori. Questo offre all’America e al Giappone, oltre che alla Comunità atlantica in espansione, il tempo di coinvolgere Pechino in responsabilità condivise per la leadership globale. Negli anni a venire la Cina diventerà o un giocatore chiave in un sistema globale piú giusto o la principale minaccia alla stabilità di quel sistema, che ciò avvenga a causa di crisi interne o per qualche sfida esterna. Pertanto, gli Stati Uniti dovrebbero incoraggiare un ruolo sempre maggiore per la Cina nelle istituzioni e nelle imprese internazionali.
E’ giunta l’ora di affrontare il fatto che il summit del G8 dei “leader mondiali” è divenuto un anacronismo.
(…)
Un corpo piú rappresentativo – anche se ancora informale ed esterno al sistema dell’ONU – potrebbe affrontare, piú in sintonia con lo spirito dei tempi, questioni basilari come l’equità in materia di non proliferazione nucleare, la divisione adeguata del peso della lotta alla povertà globale o i bisogni comuni dei paesi ricchi e di quelli poveri per combattere le conseguenze del riscaldamento globale. Le discussioni del G8 su questi argomenti sono oggi condotte entro confini storici anacronistici.
Persino con queste nuove istituzioni sarà sempre conveniente per l’America infondere un senso di comune direzione in un mondo inquieto. L’America è, e rimarrà per un certo tempo, l’unica potenza in grado di far muovere la comunità globale nella direzione necessaria. Ma per fare ciò potrebbe essere indispensabile un’epifania nazionale riassunta al meglio (anche se con qualche rischio di esagerazione) da due note espressioni: rivoluzione culturale e cambio di regime. Il fatto è che sia l’America sia la politica americana hanno bisogno di un rinnovamento derivato dalla comprensione da parte del popolo dell’impatto rivoluzionario di un’umanità piú risoluta dal punto di vista politico.
(…)
Pertanto all’inizio dell’era globale una forza dominante non ha altra scelta che perseguire una politica estera che sia realmente mondialista nello spirito, nei contenuti e negli obiettivi. La cosa peggiore per l’America, e per il mondo intero, sarebbe che la politica statunitense fosse considerata arrogante e imperialista in un’epoca postimperiale, mirata alla ricostruzione del colonialismo in un’era postcoloniale, indifferente ed egoista di fronte a un’interdipendenza globale senza precedenti e moralistica dal punto di vista culturale in un mondo caratterizzato dalle diversità religiose. La crisi della superpotenza americana sarebbe in tal caso estrema.
E’ essenziale che la seconda chance americana dopo il 2008 ottenga un maggior successo della prima, perché non ce ne sarà una terza. L’America deve urgentemente modellare una politica estera post-guerra fredda veramente mondialista. Può ancora farlo, sempre che il prossimo presidente, consapevole che «la forza di una grande potenza diminuisce quando cessa di servire un’idea», scelga di collegare in maniera tangibile la potenza americana alle aspirazioni di un’umanità risvegliata dal punto di vista politico.”
[pp. 149-152]

Soldati americani in giro per il mondo

Trimestralmente il Ministero della Difesa statunitense diffonde uno stringato censimento del personale militare attivo alle proprie dipendenze, diviso per area geografica e per Paese.

Giusto per puntualizzare i dati più significativi, considerando le aggregazioni maggiori:
- il grosso dei soldati statunitensi (più di un milione) opera nella madrepatria;
- quelli in Europa sono poco meno di 85.000, oltre la metà dei quali appartengono all’US Army, altri 31.000 abbondanti all’US Air Force ed il rimanente diviso tra US Navy (oltre 5.000) e Marines (briciole);
- altra grossa fetta è rappresentata dall’Estremo Oriente e dall’area del Pacifico, che ospitano più di 70.000 militari, abbastanza equamente distribuiti fra i quattro corpi: 20.000 circa per esercito ed aviazione, 15.000 circa per marina e Marines;
- le rimanenti quattro aree geografiche registrano presenze assai più modeste: Nord Africa, Vicino Oriente ed Asia meridionale per poco meno di 8.000 unità; Africa sub-sahariana per circa 2.700; il cosiddetto Emisfero Occidentale (in pratica, l’America centrale e meridionale) per poco più di 2.000; infine i territori delle ex repubbliche sovietiche a malapena per 154 unità;
- vi è infine un dato residuale ma significativo, che comprende i militari cosiddetti “non distribuiti” i quali ammontano ad oltre 122.000 unità. Di questi la maggior parte dovrebbero essere imbarcate sulle varie Flotte statunitensi che solcano le acque internazionali, visto che quasi 88.000 fanno capo alla US Navy e quasi 26.000 ai Marines.

Esaminiamo ora le presenze nei singoli Paesi:
- partendo dall’Europa, è ancora massiccia la presenza statunitense in Germania (56.200 militari, quasi per intero quelli che stazionano sul nostro continente in capo all’US Army e circa la metà di quelli che appartengono all’USAF); seconde “a pari merito” vengono Italia e Gran Bretagna, con poco meno di diecimila soldati ciascuna: in Italia stazionano poco meno della metà degli appartenenti all’US Navy in Europa, mentre in Gran Bretagna i militari sono quasi tutti in forza all’USAF (e, sia detto per inciso, in gran numero impegnati in attività di intelligence, presso le basi di Menwith Hill – che ospita importanti infrastrutture della rete Echelon – e di Lakenheath, che è anche il più importante deposito di armamenti nucleari statunitensi rimasto in Europa dopo il probabile smantellamento di quello di Ramstein, in Germania);
- trasferendoci in Estremo Oriente, si trovano gli oltre 33.000 militari stazionanti in Giappone, di cui circa 14.000 Marines (quasi tutti quelli dispiegati nella regione), ed i 26.339 in Corea del Sud, per due terzi appartenenti all’US Army;
- infine, segnaliamo il caso di Gibuti, il piccolo Stato africano posto all’ingresso del Mar Rosso e di fronte alla penisola Arabica, dove l’ex base della Legione Straniera francese di Camp Lemonier – allargata di cinque volte tanto – ospita 2.400 militari di cui 750 Marines, 700 marinai, 600 fanti e 350 aviatori; qui gli Stati Uniti vorrebbero porre la sede del nuovo comando AFRICOM, per ora collocata in Germania insieme a quella dell’EUCOM.

Tirando le somme: 290.178 militari statunitensi stazionano in Paesi stranieri, e di questi 81.709 operano sul territorio di Paesi membri della NATO. Addizionati a quelli operativi nella madrepatria, si raggiunge la cifra di 1.373.205 che costituiscono gli effettivi delle Forze Armate statunitensi.
Di questi, 195.000 sono dispiegati nell’operazione Iraqi Freedom e 31.100 in quella Enduring Freedom in Afghanistan. Una percentuale di poco inferiore al 10% di questi due dispiegamenti è effettuata a partire da truppe dislocate sul territorio di Paesi stranieri, in particolare Germania, Italia e Giappone (nonché Corea del Sud e Gran Bretagna). Il che basterebbe a rendere i Paesi in questione complici della cosiddetta “Guerra Globale al Terrore” decretata dall’amministrazione statunitense dopo l’11 Settembre 2001, anche se non fossimo in presenza – come nel caso dell’Italia sicuramente siamo – di un contributo militare attivo ai disegni egemonici a stelle e strisce.

Il documento, la cui ultima edizione risale a marzo 2008, è disponibile qui.

English version

La promozione della pace nel Paese di Hiroshima

Il viaggio in Europa del nuovo Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, nel 2006, ed in particolare le sue visite alle sedi dell’Unione Europea e della NATO meritano probabilmente l’appellativo di storiche. “Una visita storica, destinata a promuovere la pace e la sicurezza nel mondo” l’ha infatti definita José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea.
In effetti, era la prima volta che il capo di governo di un Paese che – per mandato costituzionale – possiede una vocazione pacifista, faceva una visita ufficiale presso il quartier generale di una alleanza militare con l’intenzione – anche se non esplicitamente dichiarata – di prepararne l’adesione come membro a tutti gli effetti.
Non deve quindi sorprendere che la sua campagna elettorale si fosse concentrata sulla revisione della Costituzione, che appunta vieta al Giappone di partecipare a qualsiasi intervento militare. Né che una delle prime misure decise dopo la sua elezione fosse il ripristino, a più di sessanta anni di distanza, del Ministero della Difesa, fra i cui obiettivi prioritari figurano le missioni all’estero. Del resto, Tokio ha già apportato un sostegno logistico alla forza ISAF, la forza militare internazionale sotto comando NATO dispiegata in Afghanistan, ed ha anche partecipato ad un programma di disarmo delle milizie talebane.
Nel contesto della nuova vocazione planetaria della NATO, il direttore dell’Istituto Giapponese per le Relazioni Internazionali, Makio Miyagawa, ha confermato il progetto di “partenariato rafforzato” dichiarando che le due parti si avvicinano sempre più. Acquista allora un significato piuttosto comprensibile il fatto che il Giappone abbia una delle spese militari più alte al mondo, valutabile intorno ai 30 miliardi di dollari.
Da parte sua, Abe ha proposto che il Giappone e la NATO svolgano delle riunioni regolari, auspicando di arrivare in un prossimo futuro a definire un concreto programma di collaborazione.

Aree di responsabilità

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All’inizio del ventunesimo secolo, il Pentagono ha completato la divisione del pianeta in “aree di responsabilità” militari attribuite a Comandi Supremi. Niente chiarisce l’ambizione egemonica a stelle e strisce meglio dell’elencazione di queste cinque – poi diventate sei – zone, che coprono tutto il Pianeta e partecipano direttamente al controllo dell’Eurasia. Essendo quest’ultima la vera posta in palio, a partire dalla dottrina Brzezinski fino agli ideologi neoconservatori William Kristol e Lawrence Kaplan i quali affermano testualmente: “La nostra supremazia non può essere mantenuta a distanza. L’America deve al contrario considerarsi sia una potenza europea, sia una potenza asiatica, sia – beninteso – una potenza mediorientale”.
Ebbene, due di questi comandi supremi non sono rilevanti per il nostro discorso. Il primo, il Comando Nord (NORTHCOM), copre il continente nordamericano ed una zona fino a cinquecento miglia marine dalle coste. Il secondo, il Comando Sud (SOUTHCOM), continuazione della vecchia Dottrina Monroe, copre l’America centrale, i Caraibi e l’insieme dell’America meridionale; controlla inoltre il Golfo del Messico, le acque territoriali prospicienti alle coste ed una parte dell’Oceano Atlantico.
Gli altri comandi ci interessano più direttamente, in particolare il terzo, il Comando Europa (EUCOM), la cui area di responsabilità non si limita all’Unione Europea ma include la zona balcanica, Ucraina, Bielorussia, il Caucaso e la Russia fino a Vladivostock. L’EUCOM, rispetto agli altri Comandi, ha una peculiarità: i suoi legami con la NATO. Il comandante dell’esercito statunitense in Europa è infatti anche il comandante supremo delle forze inquadrate nella NATO. Questo doppio comando sempre attribuito ad un alto ufficiale statunitense integra la NATO nella struttura del Pentagono e quindi nella strategia egemonica globale degli USA. Un rapporto di dipendenza che viene ribadito in un documento ufficiale dell’EUCOM quando afferma che “la trasformazione dell’EUCOM sosterrà la trasformazione della NATO”.
Il quarto è il Comando di Centro (CENTCOM) che comprende l’Egitto, il Vicino e Medio Oriente sino al Pakistan e le repubbliche dell’Asia centrale. E’ il comando che conduce le operazioni attualmente in corso in Irak ed Afghanistan, in collaborazione con la NATO.
Il quinto è il Comando Pacifico (PACOM) che ingloba l’India, il Sud-est asiatico, la Cina, il Giappone e le isole del Pacifico. La sua zona marittima si estende dalla costa occidentale del continente americano alla costa orientale dell’Africa, dall’Artico all’Antartico. Può essere considerato la zona cruciale del dispiegamento, per lo spazio che copre, perché ospita il 60% della popolazione mondiale e le sei forze armate più consistenti per numero di effettivi: Cina, India, Russia, Stati Uniti e le due Coree.
Una sesta zona di comando è stata creata nel 2007 per l’Africa. L’AFRICOM dovrebbe diventare operativa entro il 2008, coprendo tutto il continente nero tranne l’Egitto. E’ l’evidente segnale che l’Africa, a causa soprattutto della penetrazione cinese, è oggi una vera posta strategica, non distinta però dall’area eurasiatica, e lo dimostra il fatto che la sede del suo comando si trova in Germania, a Stoccarda, sede anche dell’EUCOM.

La versione americana della colonia è la base militare

Pur in presenza di un debito estero da capogiro, oltre 8.000 miliardi di dollari nel 2007, il bilancio militare degli Stati Uniti ha superato i 625 miliardi durante lo stesso anno e raggiungerà i 640 nel 2008 (in confronto ai 47 della Russia ed ai 43 dell’intera Unione Europea…). Alla fine degli anni settanta, esso ammontava a circa 100 miliardi, era triplicato all’inizio degli anni novanta, nel 2001 era pari a 404 miliardi. Nel 2006 corrispondeva al 3,7% del Pil statunitense ed a poco meno di mille dollari procapite.
Certo, c’è da dire che gli Stati Uniti mantengono 700 e più installazioni militari (il numero non è definibile in modo certo, per motivi di segretezza) in Europa, Africa, Vicino Oriente, Golfo Persico, Asia Centrale, Oceania ed Estremo Oriente, ed in mare una forza aereonavale di 9 portaerei, 75 sommergibili ed uno stuolo di incrociatori, fregate lanciamissili, corvette e naviglio di difesa costiera, scorta ed appoggio.
Secondo il Rapporto Gelman, militari statunitensi sono presenti in 156 Paesi mentre le basi militari sono installate in 63 Stati di quattro continenti. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro possedimenti, le basi coprono una superficie totale superiore a 2 milioni di ettari, cosa che fa del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta.
Il numero totale di personale civile e militare statunitense residente in permanenza fuori dal territorio metropolitano è stimato, anche se fluttuante, in 366.000 unità. Di questi, 116.000 sono di stanza in Europa, di cui 75.000 circa in Germania. Secondo le statistiche del Dipartimento della Difesa statunitense, riferite al 31 dicembre 2005, circa 271.000 di queste unità sono di personale militare: 96.000 operano in Paesi Nato, e l’Italia ne ospita più di 11.000. Non meno significativi i contingenti dispiegati in Giappone (35.000) e Corea del Sud (30.000).
L’operazione Iraqi Freedom è condotta da 207.000 effettivi, quella Enduring Freedom in Afghanistan da 20.400: di questi, una percentuale di circa il 10% è stata dislocata a partire dai contingenti statunitensi sparsi nel mondo (in particolare, dalla Germania).
Per la gestione del centro di detenzione di Guantanamo, dulcis in fundo, sono impiegati circa 1.000 soldati.

Le statistiche ufficiali, per quanto accurate, mancano di menzionare alcuni importanti insediamenti: ad esempio, il Base Structure Report del 2003 non nominava l’immensa base di Camp Bondsteel in Kosovo, e diversi altri insediamenti in Afghanistan, Iraq, Israele, Kuwait,  Qatar e Kirghizistan,ed Uzbekistan. Nemmeno citava importanti infrastrutture militari e spionistiche presenti nel Regno Unito, a lungo convenientemente classificate come basi dell’aviazione britannica.
Usando onestà, probabilmente si arriverebbero a contare non meno di 1.000 installazioni militari statunitensi in Paesi stranieri, ma nessuno – allo stato attuale neanche lo stesso Pentagono – è in grado di determinare questa cifra con certezza.

Alcune curiosità, per finire:
- alla base di Camp Anaconda, vicino a Baghdad, sono in funzione nove linee di autobus interne per trasportare i soldati ed il personale civile nel suo perimetro di 25 kmq;
- negli ospedali militari delle basi all’estero è proibito, alle 100.000 donne che vivono in esse (comprese quelle che ivi lavorano, mogli e congiunte dei soldati), sottoporsi ad operazioni di aborto;
- la base di Camp Lemonier a Gibuti, storico insediamento della Legione Straniera Francese, oggi è occupata da quasi 2.000 soldati statunitensi, a presidio dell’ingresso al Mar Rosso;
- fra i numerosi progetti di nuove basi (loro lo chiamano “riposizionamento”), gli Stati Uniti pensano di mettere sotto il loro diretto controllo un’area pari a quasi un quarto dell’intera superficie del Kuwait, dove organizzare i rifornimenti del contingente impiegato in Iraq e consentire ai burocrati della cosiddetta Zona Verde di Baghdad di “ritemprarsi” (lontano dagli ormai quotidiani tiri di mortaio della resistenza irakena…).

Un tempo, era possibile tracciare la diffusione dell’imperialismo contando il numero di colonie sparse per il mondo.
La versione americana della colonia è la base militare.

NATO per restare ricchi (fra yankees)

 

PREMESSA:
scriveva John Kleeves, in “Vecchi trucchi”, un aureo libretto dedicato alle strategie ed alla prassi della politica estera statunitense pubblicato nell’ormai lontano 1991 ma ancora estremamente attuale:

La politica estera americana è determinata da due fattori: il modo in cui gli Stati Uniti sono organizzati politicamente all’interno, ed il carattere degli americani. Per quanto riguarda l’organizzazione politica interna c’è da dire che gli Stati Uniti sono un’oligarchia, e precisamente un’oligarchia basata sulla ricchezza. (…) Il secondo fattore… è il carattere degli americani. Ogni popolo ha nel carattere un elemento saliente, che domina su tutti gli altri e li condiziona. Questo elemento nel caso degli americani è chiarissimo: è l’ingordigia, l’avidità di cose materiali. Se fosse vero che l’uomo è un misto di materia e spirito, allora sarebbe giusto dire che gli americani sono fatti quasi esclusivamente della prima. Gli americani insomma adorano il denaro, che a loro non basta mai. Essi hanno come scopo nella vita quello di arricchire, uno scopo che in loro è del tutto fine a se stesso. (…)
Alla fine, visti l’organizzazione politica interna ed il carattere nazionale, gli Stati Uniti sono sinteticamente così descrivibili: un’oligarchia mercantile ossessivamente ed aggressivamente dedita ad aumentare la propria ricchezza. L’obiettivo della politica estera americana è così determinato: esso non può essere altro che quello di agevolare le attività economiche all’estero dei propri imprenditori in modo che siano le più proficue possibili. (…) Si comprende meglio la politica estera americana – la si capisce anzi perfettamente – se si pensa agli Stati Uniti non come ad un paese come un altro, ma come un’enorme impresa commerciale privata, con un bilancio aziendale pari ad un terzo del bilancio di tutti i paesi del mondo messi assieme, privata ma armata, dotata di un “esercito aziendale”…
Gli Stati Uniti dai loro rapporti col mondo vogliono dunque questo: esportarvi ed investirvi proficuamente, il più proficuamente possibile. Tali esigenze meramente economiche si trasformano rapidamente in precise esigenze politiche. (…)
Le esportazioni più proficue sono quelle che si rivolgono ad un paese ad economia di mercato, e dove il governo non pone tariffe o restrizioni di sorta alle importazioni. (…) Anche gli investimenti più proficui sono quelli fatti in un paese ad economia di mercato.

Estremista? Visionario?
Beh, portiamo un mattone a sostegno della tesi di Kleeves.
Il 24 aprile 1999, la NBC trasmise una puntata del programma di John McLaughlin, “One on One”, che vedeva la partecipazione di due ospiti: il generale William Odom ed il professor Harvey Sapolsky. Ci concentreremo su alcune affermazioni fatte dal generale Odom.
Egli fu presentato come un laureato di West Point con un dottorato conseguito alla Columbia University. Ha prestato servizio nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale del presidente Jimmy Carter e, durante l’amministrazione Reagan, nell’ufficio dei Capi di Stato Maggiore per l’intelligence ed al servizio del direttore dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (la NSA, il servizio informazioni delle Forze Armate). All’epoca della trasmissione era direttore degli Studi sulla Sicurezza Internazionale all’Hudson Institute ed insegnava Organizzazione e Sistema Politico al dipartimento di Scienze Politiche del prestigioso MIT, dove dirigeva anche il Programma di Sicurezza. Il generale Odom ha al suo attivo anche numerosi libri.
Quello che fosse (sia) il vero scopo della NATO è stato svelato proprio all’inizio dell’intervista con il generale Odom, realizzata nel corso della trasmissione televisiva.

Odom: “La NATO fu creata non come molti credono per difendere contro la minaccia militare sovietica. I francesi nella discussione non menzionarono neppure l’Unione Sovietica. Volevano che la NATO si occupasse della questione tedesca. I britannici volevano che la NATO mantenesse gli Stati Uniti in Europa”.
McLaughlin: “Saremo noi a dirigere l’Europa?
Odom: “Paga. Sì.
McLaughlin: “Perché paga?
Odom: “Oggi siamo più ricchi per questo. Siamo stati un’eternità in Corea, in Giappone ed in Germania, e ha pagato… se guarda al passato e vede cosa è successo negli anni, ci siamo arricchiti sempre più.
McLaughlin: “ Gli Stati Uniti possono difendere i propri interessi in Europa senza la NATO?
Odom: “No , perché in Europa realizziamo i nostri interessi, che consistono nel preservare sistemi democratici liberali con prospere economie di mercato. Quando succede, ci arricchiamo.

Elementare, Watson.

La NATO orientale

Negli ultimi tempi, i mezzi di informazione di massa e le pubblicazioni accademiche usano sempre più spesso l’insolita espressione “NATO orientale”, di per sé assurda quando si ricordi il significato dell’acronimo in questione (North Atlantic Treaty Organization). Stati Uniti, Giappone, Australia ed India sono i potenziali membri di questo blocco politico-militare virtuale. Secondo le aspettative statunitensi, esso dovrebbe controbilanciare l’espansione geopolitica della Cina nella regione Asia-Pacifico: si tratta del collaudato sistema dei blocchi e delle alleanze applicato all’area geografica mondiale dal più rapido sviluppo. Detta con le diplomatiche parole di Condoleezza Rice, le relazioni degli Stati Uniti con i paesi dell’Asia-Pacifico devono essere tali “da non permettere a Pechino di sentirsi completamente libera di agire nel nuovo ambiente strategico”.
Tuttavia, tra gli intenti e la loro realizzazione sembra esserci una distanza enorme. In primo luogo, le élite di potere indiane non vedrebbero di buon occhio una rivalità con la Cina, soprattutto nell’interesse di un Paese terzo. La rapida crescita degli scambi commerciali fra India e Cina (con quest’ultima che si avvia a diventare il maggior partner economico di Nuova Delhi) trasforma la loro rivalità geopolitica in una competizione in termini di efficacia. In secondo luogo, anche i leader nipponici sono di gran lunga meno ostili alla Cina (oggi il principale partner commerciale del Giappone) di quanto lo siano stati nel recente passato: nel campo della politica internazionale, anche in questo caso, l’economia ha un ruolo sempre più attivo.
In questa parte del mondo, si è dunque configurata una interdipendenza tra gli Stati che ha reso significativamente più complessa la struttura delle relazioni internazionali. Il tentativo di espandere l’atlantismo nell’emisfero orientale, mediante la politica dei blocchi, si scontra con un equilibrio di forze davvero multiforme, in particolare coinvolgendovi anche il fattore Russia. Senza dimenticare l’importanza crescente del ruolo svolto dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ma questa è un’altra storia.

L’Europa e l’Italia sotto lo scudo

Il 27 marzo 2007 il generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia di difesa missilistica degli Stati Uniti, ha annunciato: “Lo scorso febbraio abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l’Italia e possiamo ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione”. L’Italia entrava così ufficialmente nel programma dello scudo antimissilistico che gli Stati Uniti intendono allestire in Europa, mentre nessun annuncio arrivava invece dal governo italiano.
Probabilmente il memorandum era stato firmato al Pentagono il precedente 7 febbraio, contestualmente all’assunzione, da parte del sottosegretario alla difesa Giovanni Lorenzo Forcieri, di ulteriori impegni nel (onerosissimo) programma per lo sviluppo del caccia F-35 Joint Strike Fighter. Ipotesi più che verosimile sulla base del decreto promulgato dal ministro della difesa Arturo Parisi il 4 agosto 2006, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 ottobre successivo, che espressamente delega Forcieri “alla trattazione delle problematiche relative ai programmi più rilevanti di cooperazione internazionale nel campo degli armamenti”.
Quando il successivo 12 marzo, il segretario generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer aveva rilasciato dichiarazioni in merito a presunte discriminazioni all’interno dell’organizzazione in tema di difesa missilistica, il ministro degli esteri italiano D’Alema si era limitato ad auspicare che il progetto statunitense venisse discusso in ambito sia NATO che UE, senza rivelare che in realtà l’Italia si era già “autopromossa in serie A”.
Il progetto prevede, inizialmente, l’installazione di dieci missili intercettori in Polonia e di una stazione radar nella Repubblica Ceca. La funzione dei missili intercettori è distruggere i missili balistici nemici una volta lanciati. Altri missili e radar dovrebbero/potrebbero essere installati in Ucraina (che però smentisce) e nella stessa Italia, che diventerebbe a sua volta oggetto di rappresaglia. Ufficialmente predisposti a difesa dell’Europa e degli Stati Uniti dai missili nordcoreani ed iraniani, in realtà nessuno di questi due Paesi possiede (né possiederà entro tempi brevi) missili in grado di portare una tale minaccia. Peraltro, se partissero missili dalla Corea del Nord in direzione degli Stati Uniti, certamente essi non sarebbero lanciati verso ovest al di sopra dell’Europa ma piuttosto verso est seguendo il tragitto più diretto per raggiungere il bersaglio. A questo proposito, quindi, non mancano di allarmare neanche le insistenti voci di un analogo scudo progettato per l’area del Pacifico, interessante principalmente Giappone ed Australia: “vittima predestinata” la Cina. L’elenco completo dei Paesi che si sono impegnati a collaborare con gli Stati Uniti comprenderebbe anche, oltre quelli già citati, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, India, Israele, Olanda, Spagna e Taiwan. Continua a leggere