Re Giorgio NATOlitano e la regina Elisabetta

Nell’imminenza dell’elezione del nuovo inquilino del Qurinale, il sito della Presidenza della Repubblica – alla nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2013 – ci informa che “il bilancio di previsione per il 2013 dell’Amministrazione della Presidenza della Repubblica, ultimo del settennato del Presidente Giorgio Napolitano, conferma una dotazione a carico del bilancio dello Stato di 228 milioni di euro, pari a quella degli anni 2010, 2011 e 2012″.
“Dopo i significativi ridimensionamenti conseguiti negli anni precedenti, nel corso del 2012 si è avuta una ulteriore riduzione di 24 unità del personale di ruolo (da 823 a 799) mentre è rimasto sostanzialmente stabile (da 103 a 102 unità) l’ammontare del personale comandato e a contratto, il cui rapporto di collaborazione fiduciaria si concluderà alla scadenza del settennato. Anche la consistenza del personale militare e delle forze di Polizia distaccato per esigenze di sicurezza – che, come è noto, viene determinata sulla base di intese con la Sovraintendenza centrale dei Servizi di sicurezza e con le Amministrazioni interessate – si è ridotta nel corso del 2012 di 42 unità, passando da 861 a 819.”
“Il personale complessivamente a disposizione dell’Amministrazione si è pertanto ridotto – dal 31 dicembre 2006, anno d’inizio del settennato, al 31 dicembre 2012 – di ben 461 unità, passando da 2181 a 1720. Deve per altro osservarsi che la spesa per le 819 unità del personale distaccato per esigenze di sicurezza grava, in misura largamente prevalente, sulle amministrazioni di appartenenza.”
“La spesa per il personale in servizio e in quiescenza costituisce il 90,88% della spesa complessiva suindicata. La spesa per il personale in servizio (pari al 53,78%) ammonta a circa 131 milioni di euro“.
“La spesa pensionistica, che ammonta a circa 90,4 milioni di euro, registra un aumento di 2,2 milioni di euro rispetto al 2012 a causa del progressivo incremento del numero dei trattamenti di quiescenza”.
Aumento approssimativamente compensato dal calo della spesa per beni e servizi, pari a 22,2 milioni di euro.
Da non scordare, però, che “il bilancio è comprensivo degli oneri relativi all’intera dotazione, compresi quindi, oltre al palazzo del Quirinale, anche la tenuta di Castelporziano e Villa Rosebery“.
Detraendo “gli extra costi derivanti dalla gestione, manutenzione e valorizzazione di un compendio immobiliare e naturalistico unico al mondo e aperto alla più ampia fruizione del pubblico, che alla luce delle risultanze di bilancio può essere stimato in circa 30 milioni di euro” -appunto il palazzo del Quirinale, Castelporziano e Villa Rosebery…- e il crescente ammontare delle spese pensionistiche -che nella generalità di altri Paesi gravano sui bilanci di distinte gestioni previdenziali- il cosiddetto costo comparabile dell’amministrazione della Presidenza della Repubblica italiana ammonta a 123 milioni di euro.
“Comparabile” con cosa? Con “analoghe amministrazioni di altri Paesi, specialmente se si tiene conto di fondamentali dati di fatto, non facilmente quantificabili con esattezza ma comunque rilevanti, quali la diversità delle funzioni dei Capi di Stato, spesso molto inferiori a quelle attribuite al Presidente della Repubblica dalla Costituzione italiana, nonché dei criteri contabili di imputazione delle spese, con particolare riguardo al personale comandato o distaccato da altre amministrazioni, che in altri ordinamenti è largamente prevalente rispetto a quello di ruolo ed il cui costo grava nella maggior parte dei casi esclusivamente sui bilanci delle amministrazioni di appartenenza del personale. Tali differenze risultano particolarmente evidenti quando il confronto viene fatto con istituzioni titolari di poteri prevalentemente formali”.
Sarà vero?
Ci risulta infatti che la regina Elisabetta II d’Inghilterra abbia appena ottenuto, “nonostante la crisi”, un aumento delle entrate per l’anno fiscale 2013-2014 di circa 5 milioni di euro, passando da 31 a poco oltre 36 milioni di euro.
La somma è a copertura, tra le altre cose, delle spese di mantenimento dei palazzi reali e per i viaggi e gli impegni ufficiali, sia nel regno che all’estero.
Quando verrà designato il suo successore, da Re Giorgio NATOlitano ci congederemo senza alcuna nostalgia.
Federico Roberti

[Modificato il 17/4/2013]

Quel sentimento di inattaccabilità

isola mondo“La potenza statunitense, insediata su un territorio insulare cento volte più grande dell’Attica a cavallo tra due oceani, dispone delle prerogative necessarie per poter esercitare un’egemonia mondiale. Se ne rese lucidamente conto l’ammiraglio A. T. Mahan, “profeta armato” (così lo definisce Terracciano) della geopolitica americana del XIX secolo, il quale in The influence of sea power upon history. 1660-1783  mostrò l’influenza esercitata dalla potenza marittima (sea power) nei due secoli precedenti. Successivamente, nello stesso anno in cui Mackinder dava alle stampe The Geographical Pivot of History, Mahan pubblicò un saggio che avrebbe richiamato l’attenzione di Carl Schmitt.
“In un saggio del luglio 1904 – scrive nel 1942 Carl Schmitt in Land und Meer – Mahan parla delle possibilità di una riunificazione fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America. La ragione più profonda di tale riunificazione non è da lui ravvisata nella comunanza di razza, lingua e cultura. Egli non sottovaluta affatto questi punti di vista spesso addotti da altri autori, ma li considera soltanto utili elementi aggiuntivi. Decisiva gli appare piuttosto la necessità di mantenere il dominio anglosassone sui mari del mondo, il che può avvenire solo su base ‘insulare’, mediante l’unione fra le due potenze angloamericane. In seguito allo sviluppo moderno, l’Inghilterra stessa è diventata troppo piccola, e quindi non è più isola nel senso inteso finora. Sono piuttosto gli Stati Uniti d’America la vera isola contemporanea. E’ un fatto di cui non ci si è ancora resi conto, sostiene Mahan, a causa della loro dimensione, ma che corrisponde ai parametri e alle proporzioni attuali. Ora, il carattere insulare degli Stati Uniti dovrebbe garantire la salvaguardia e la prosecuzione del dominio sul mare su base più ampia. L’America sarebbe, insomma, l’isola maggiore che perpetuerebbe la conquista britannica del mare e la proseguirebbe su più vasta scala come dominio del mare angloamericano sul mondo intero” .
La coscienza dell’insularità, afferma Terracciano, favorisce negli statunitensi l’insorgere di una sorta di mania di persecuzione: la potenza egemone del continente nordamericano avverte il senso di un’incombente minaccia, che proverrebbe tanto dall’Atlantico quanto dal Pacifico. Si tratta di una specie di paranoia, che induce gli Stati Uniti a perseguire il controllo geopolitico sia della sponda europea sia di quella asiatica. Infatti “la loro ambizione non si fermava alle isole del Pacifico, ma pretendeva di toccare la sponda asiatica e schiacciare l’avversario. Essi non disponevano soltanto dei mezzi per raggiungere questo obiettivo, ma, in Asia come in Europa, potevano servirsi a loro discrezione di indispensabili complici sulle teste di ponte già installate. Per una potenza marittima, il mare è lo spazio vitale e non una frontiera. Le sue frontiere si trovano sulle sponde opposte”.
Simultaneamente, l’esistenza insulare ha infuso nei nordamericani quel sentimento di inattaccabilità che promana dalle parole di Thomas Jefferson: “Per nostra fortuna la natura ed un vasto oceano ci separano dalle devastazioni sterminatrici di un quarto del globo”. Così la fortezza insulare inespugnabile è la “terra promessa” separata dalle nazioni corrotte che abitano il resto della terra: un elemento fondamentale di quella parodistica teologia che informa la visione americana del mondo e che ispira l’imperialismo statunitense.”

Dalla prefazione di Claudio Mutti a L’Isola del Mondo alla conquista del pianeta, di Carlo Terracciano, Anteo edizioni, 2012.

Un’amicizia molto pericolosa

alleati
Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Un premio Nobel per la guerra

nobel2012

“Anche la politica estera dell’Unione Europea è un gioco, come se ventisette polli senza testa si tirassero dei calci a casaccio tra loro su qualsiasi tema, dalla Palestina all’ammissione della Turchia. Ma c’è una cosa che l’Unione Europea fa bene davvero: produrre, commercializzare e vendere armi a chiunque sia coinvolto in affari bellici.
Asia Times Online ha avuto conferma indipendente da due diplomatici europei che l’U.E. – attraverso il suo braccio militare comandato dagli USA, la NATO – si sta preparando ad una nuova guerra, in Siria. Questo conferma un recente rapporto sullo stesso argomento del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (Moon of Alabama ce ne offre un’ottima traduzione).
I diplomatici hanno confermato ad ATol che il Segretario Generale della NATO – l’incredibilmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – sta scalpitando per una guerra in Siria, camuffando questa sua frenesia con la retorica “La NATO non nasconderà la testa sotto la sabbia”.
Citando le sue parole in diretta da Washington, Rasmussen godrebbe dell’appoggio di Turchia, Regno Unito e Francia, con la Germania in una condizione ambivalente, poiché il Ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle aveva precedentemente escluso l’opzione bellica in favore di una soluzione politica.
Scalpitare per la guerra è una cosa, farla davvero è un’altra. Anche una direttiva NATO che dia il via ad azioni belliche in Siria necessita dell’approvazione di tutti e 28 i Paesi membri. Comunque, ecco lo scheletro dell’atto finale: Washington continuerà ad ordinare al suo fantoccio danese Rasmussen di preparare le basi per un’azione di guerra, assolutamente necessaria. Benvenuti in Siria, oppure Libia-2 – anche se Washington non potrebbe in alcun modo giustificare di propinare al Consiglio di Sicurezza della NATO un’altra Responsabilità a Proteggere (R2P).
Ebbene sì, Bruxelles, abbiamo un problema. E sta succedendo proprio mentre vengono spiegati sul confine turco i missili Patriot e 400 unità militari tedesche. L’opinione pubblica della Germania è contraria ad un’altra guerra nel mondo musulmano. Nel 2013 in Germania ci saranno le elezioni.. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente degli spiriti suicidi.
L’accelerazione dei missili Patriot – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi attacco missilistico dalla Siria – è una scelta che viene dritta dritta dal Manuale Delle Armi D’Illusione Di Massa. Frederick Ben Hodges, capo del nuovo Comando Terrestre Alleato di base a Ismir, Turchia, avrebbe dichiarato ad un’agenzia di stampa dell’Anatolia che i Patriot sono lì come deterrente contro i missili chimici siriani. Come se Bashar al-Assad, (come nel caso Frau Merkel), fosse diventato all’improvviso un pazzo suicida. Gli unici che credono davvero alla storiella d’intelligence che Washington sta facendo circolare, che Damasco potrebbe utilizzare le armi chimiche come ultima spiaggia, sono il fedele danese Rasmussen ed il club di mediocrità politica Britannico-Francese-Turco. Le manovre psicologiche della NATO non metteranno di certo paura al Governo Siriano.
Per quanto riguarda poi l’incredibilmente bizzarro Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, si è dimostrato coerente in una cosa soltanto: ha una febbre, e l’unica cura possibile è lo spazio aereo interdetto. Anche se l’opinione pubblica turca non vuole neanch’essa una guerra, Erdogan non è stato in grado di smorzare questa febbre. La macchina US-NATO ha usato ogni mezzo – dal corrompere orde di funzionari a Damasco fino ad imputare ad Assad ogni settimana una serie di mini-olocausti. Non ha funzionato.
I cosiddetti “ribelli” – contagiati dalla Salafi-jihadis – difatti “controllano” soltanto territori secondari a maggioranza Sunnita o sobborghi intorno alle grandi città. Ci saranno quasi 40,000 combattenti nelle periferie di Damasco, ma rischiano di trovarsi vittime di una clamorosa imboscata organizzata dall’Esercito Siriano. Quindi il presunto cambio di scena dovrà sicuramente prevedere la minaccia delle armi chimiche, e quindi – si spera? – al Sacro Graal dello spazio aereo interdetto.”

Da La NATO aspira a un premio Nobel per la guerra, di Pepe Escobar.

Imperialismo olimpionico

Tra le squadre alle Olimpiadi di Londra ce n’è una multinazionale, formata da giornalisti che, allenati da coach politici, eccellono in tutte le discipline della falsificazione. La medaglia d’oro va ai britannici, primi nello screditare gli atleti cinesi, descritti come «imbroglioni, scherzi di natura, robot». Un secondo dopo che la nuotatrice Ye Shiwen ha vinto, la Bbc ha insinuato il dubbio del doping. Il Mirror parla di «brutali fabbriche di addestramento», in cui gli atleti cinesi vengono «costruiti come automi» con tecniche «ai limiti della tortura», e di «atleti geneticamente modificati». La medaglia d’argento va al Sole 24 Ore che, tramite l’inviata Colledani, descrive così gli atleti cinesi: «La stessa faccia squadrata, la stessa concentrazione militaresca, fotocopia l’uno dell’altro, macchine senza sorriso, automi senza eroismo», creati da una catena di montaggio che «sforna ragazzini come bulloni», costringendoli alla scelta «piuttosto che fame e povertà, meglio disciplina e sport». C’è nostalgia a Londra dei bei tempi andati, quando nell’Ottocento i cinesi venivano «scientificamente» descritti come «pazienti, ma pigri e furfanti»; quando gli imperialisti britannici inondavano la Cina col loro oppio, dissanguandola e asservendola; quando, dopo che le autorità cinesi ne proibirono l’uso, la Cina fu costretta con la guerra a cedere alle potenze straniere (tra cui l’Italia) parti del proprio territorio, definite «concessioni»; quando all’entrata del parco Huangpu, nella «concessione» britannica a Shanghai, c’era il cartello «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Liberatasi nel 1949, la nuova Cina, non essendo riconosciuta dagli USA e dai loro alleati, venne di fatto esclusa dalle Olimpiadi, alle quali poté partecipare solo nel 1984. Da allora è stato un crescendo di successi sportivi. Non è però questo a preoccupare le potenze occidentali, ma il fatto che la Cina sta emergendo come potenza in grado di sfidare il predominio dell’Occidente su scala globale. Emblematico che perfino le uniformi della squadra USA alle Olimpiadi siano made in China. Dal 2014 saranno usate solo quelle made in America, ha promesso il Comitato olimpico USA, organizzazione «non profit» finanziata dalle multinazionali. Che, con le briciole di quanto ricavano dallo sfruttamento delle risorse umane e materiali di Asia, Africa e America latina, finanziano il reclutamento di atleti da queste regioni per farli gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. La Cina invece considera «lo sport come una guerra senza uso di armi», accusa il Mirror. Ignorando che la bandiera olimpica è stata issata da militari britannici, che hanno usato le armi nelle guerre di aggressione. La Cina è l’ultima ad avere «atleti di stato», accusa Il Sole 24 Ore. Ignorando che, dei 290 olimpionici italiani, ben 183 sono dipendenti statali in veste di membri delle forze armate, poiché solo queste (per una precisa scelta politica) gli permettono di dedicarsi a tempo pieno allo sport. Una militarizzazione dello sport, che il ministro Di Paola chiama «binomio sport-vita militare, fondato su un’etica condivisa, caratteristica dell’appartenenza ad un corpo militare così come ad un gruppo sportivo». Allora quella contro la Libia non è stata una guerra, ma l’allenamento per le Olimpiadi.
Manlio Dinucci

(Fonte)

Yes we can!

Poca risonanza nella grande stampa alla denuncia del sindaco di L’Aquila, Cialente, intervistato da Radio 24 a proposito della destinazione dei fondi raccolti per il terremoto del 2009.
Alcune promesse – ha sottolineato Cialente – sono state mantenute: è il caso, ad esempio, della Russia, che ha finanziato la ricostruzione del palazzo Ardinghelli e di un altro edificio per un importo di sei milioni di euri, del Kazakistan, che ha subito inviato il suo ambasciatore con un contributo di un milione e settecentomila euri, del Giappone, intervenuto generosamente per costruire l’Auditorium e ora impegnato anche per il Palazzetto dello Sport.
Cialente ha voluto evidenziare che non un centesimo, invece, è arrivato da Stati Uniti e Gran Bretagna.
“Con Obama (recatosi a L’Aquila dopo il cataclisma e ripreso fra le macerie da tutte le televisioni, ndr) parlai cinque minuti, mi assicurò che avrebbe pensato alle università, ai giovani studenti – ha spiegato il primo cittadino della capitale abruzzese – Non hanno fatto niente, alla conta finale i soldi non sono mai arrivati”. Nemmeno i quattro milioni e mezzo di dollari esplicitamente promessi dal Presidente americano per la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Paganica.
Quanto alla Gran Bretagna, per la verità, non si può nemmeno parlare di impegni non mantenuti:
“Il governo britannico – ha chiarito Cialente – non si è mai impegnato alla destinazione di fondi pubblici per la ricostruzione dell’Aquila”.
Aldo Braccio

Fonte

Un’immeritata riverenza servile

“Che gli americani abbiano liberato l’Italia è una delle barzellette più uggiose e stomachevoli che i nostri rappresentanti (si fa per dire), in combutta con giornalisti-ciabattini, continuano a raccontarci senza vergognarsi del ridicolo, di cui si coprono, confessando se non altro un’immensa ignoranza della storia.
Gli americani si sono sempre mossi solo in funzione di interessi di potenza o di mercato (che è poi un modo diverso di fare potenza). Non hanno mai manifestato alcun proposito di liberare un solo Paese da una dittatura o potere cattivo meno che nei riguardi del mondo comunista, in cui vedono, e non a torto, la propria negazione. Il parametro della tollerabilità di qualunque Stato, nell’ottica degli USA, si chiama solo e semplicemente “USA-compatibilità”. Il che significa, come è evidente, che quanto è compatibile, anzi cònsono, con gli interessi, geopolitici o di mercato, della macchina del mostro industriale-politico-militare nordamericano, non può temere alcun intervento o sanzione anche se all’interno si fa scempio dei diritti civili.”

25 Aprile: una festività da abolire!, del compianto Carmelo R. Viola continua qui.
Sempre attuale, purtroppo.

Enrico Mattei, fondatore dell’ENI – resoconto e video del convegno

L’incontro-dibattito dedicato a Enrico Mattei si è aperto con il saluto telefonico dell’ing. Franco Francescato, rappresentante dell’Associazione Pionieri e Veterani ENI nonché coordinatore del Comitato Promotore per il 50° Anniversario della scomparsa di Enrico Mattei.
L’ing. Francescato ha ricordato l’importanza dell’opera di Enrico Mattei e le iniziative che l’Associazione Pionieri e Veterani ENI metterà in campo quest’anno per ricordarlo e per trasmettere l’esempio del suo straordinario impegno alle giovani generazioni, anche quelle che lavorano in ENI, che purtroppo conoscono poco la storia di Mattei e il contributo da lui dato allo sviluppo dell’Italia.
L’ing. Francescato, dopo essersi espresso contrariamente allo scorporo di SNAM da ENI voluto dall’attuale governo, si è congratulato per l’iniziativa, auspicando future collaborazioni con l’Associazione Pionieri e Veterani ENI, soprattutto in un anno così importante come il 2012, cinquantesimo anniversario della tragica scomparsa di Mattei.

A seguire, ha preso la parola il dott. Stefano Vernole, redattore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici.
Facendo ampio ricorso ai documenti ufficiali delle ambasciate inglesi e del Governo di Sua Maestà riportati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro libro “Il golpe inglese”, il dott. Vernole ha messo in evidenza la minaccia che Mattei rappresentava per gli interessi britannici e come l’Inghilterra, per tutelarli, sia ricorsa a tutti i mezzi a sua disposizione, compresa l’azione dei suoi servizi segreti. La minaccia più sentita da Gran Bretagna e Stati Uniti era costituita dai rapporti petroliferi e diplomatici che Mattei andò intrecciando con l’URSS e con la Cina maoista, spostando gradualmente l’Italia su posizioni neutraliste sempre più distanti dalla NATO, una deriva assolutamente intollerabile dal punto di vista anglo-statunitense.
Il dott. Vernole ha concluso il suo intervento evidenziando il persistere nel tempo dell’ostilità anglo-statunitense nei confronti dell’ENI, come dimostrano, tra gli altri, i messaggi confidenziali del 2008, recentemente rivelati da Wikileaks, dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli. Da questi emerge la contrarietà dell’amministrazione statunitense per i rapporti preferenziali coltivati con la Russia di Putin, che hanno permesso alla Gazprom di penetrare in Africa attraverso gli accordi dell’ENI con la Libia di Gheddafi e l’Algeria.
Pur essendo l’ENI di oggi lontano anni luce dal quel “Cane a sei zampe” sputafiamme, capace di sfidare le “Sette Sorelle” sotto l’audace guida del suo fondatore, essa continua a rappresentare una spina nel fianco per gli interessi anglo-statunitensi ogniqualvolta guarda a Est e a Sud in modo autonomo e conforme agli interessi nazionali.

A seguito dell’intervento del dott. Vernole, è stato proiettato un estratto video dello spettacolo teatrale dell’autore e attore Giorgio Felicetti “Mattei. Petrolio e fango”. Nell’introduzione all’incontro, i promotori avevano spiegato come nelle intenzioni originarie dell’associazione ci fosse quella di patrocinare l’allestimento dello spettacolo in questione presso un teatro cittadino ma, non avendo trovato la disponibilità in tal senso da parte di nessuno degli interlocutori interpellati, l’associazione si era decisa a organizzare comunque un’iniziativa per ricordare degnamente la figura di Enrico Mattei.
Particolarmente significativi sono i passaggi della rappresentazione teatrale che ricostruiscono magistralmente gli anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali Mattei, contro tutti e tutto – i poteri forti internazionali come USA e Gran Bretagna e i poteri forti interni come Enrico Cuccia e le “sacre” famiglie del capitalismo italiano – ha caparbiamente operato per risollevare le sorti dell’AGIP e poi edificare con l’ENI la più grande azienda italiana, impegnata per lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e del Nord Africa, dando vita a una forma di capitalismo compatibile con la solidarietà e l’anticolonialismo. Un video promozionale dello spettacolo di Giorgio Felicetti è consultabile su youtube.

Stante l’assenza dell’ultimo minuto del professor Nico Perrone, trattenuto a Bari da un forte attacco influenzale, è quindi intervenuto Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del “Master Enrico Mattei”. Il lungo e denso intervento del prof. Moffa, il quale ha toccato diversi aspetti della vita e dell’opera di Mattei, e il successivo botta e risposta con il pubblico sono disponibili integralmente sul canale video dell’associazione Eur-eka.

Licenza di uccidere per l’”Esercito del Bene”

“Se uno prende un mitra e una tanica di benzina, entra in un’abitazione privata, fa una strage e poi dà fuoco ai cadaveri di donne, vecchi e bambini trucidati, che cosa pensate dovrebbe esser fatto una volta acciuffato l’autore della carneficina?
In un mondo arcaico che non è neppure più immaginabile tanto l’uomo si è progressivamente invigliacchito (quello, insomma, che non prevedeva tutta questa ipocrisia leguleia di scappatoie fatte solo per chi se le può permettere), l’autore di un gesto simile dovrebbe essere messo a disposizione dei parenti delle vittime. Ma in un mondo almeno normale dovrebbe essere consegnato alle autorità locali, le quali dovrebbero poi applicare, dopo un processo, le leggi vigenti in materia, quali che siano.
Ma questo ormai non è un mondo normale. Non è normale perché si sta trasformando in un gigantesco, planetario, campo di battaglia.
Dove a battagliare, per la “esportazione della democrazia”, “la lotta al terrorismo”, il “bene dell’umanità” e altre frattaglie moralistiche sono gli eserciti occidentali, Usa in testa, seguiti incondizionatamente dai loro “alleati”: i compagni di merende, sovente consanguinei, Inghilterra e Israele; le nazioni occupate militarmente nel 1945 (che per qualche decennio han proseguito a fare le “furbette”); quelle annesse al sistema “occidentale” tramite il “processo di unificazione europea” (tipico caso l’Europa dell’est); quelle in cui al posto di statisti (uomini col senso dello Stato) sono stati messi dei burattini (la Francia: da un De Gaulle a un Sarkozy); ultime, in ordine di tempo, quelle nazioni islamiche uscite smaccatamente allo scoperto in occasione della “Primavera araba”.
Ora, i popoli dei territori – in rapido e progressivo aumento – sui quali opera questo “Esercito del Bene” (sempre in guerra contro “il Male”!) sono in pratica espropriati della loro legge e possono essere sottoposti a qualsiasi angheria da parte dei suddetti rappresentanti della Bontà e della Moralità universali. Non possono mai far valere le leggi vigenti per i comuni cittadini di quel Paese, in nessun caso, perché gli appartenenti all’“Esercito del Bene” – sollevati dalla giurisdizione ordinaria – dispongono della proverbiale ”licenza di uccidere”.”

Se questo non è “razzismo”, che cos’è? di Enrico Galoppini continua qui.

Una subordinazione che si paga con il sangue

Italia, il triste destino di essere una colonia

Doveva essere l’esecutivo in grado di rilanciare l’autorevolezza dell’Italia all’estero ma il Governo Monti si conferma ogni giorno di più incapace anche solo di gestire le difficoltà quotidiane. Il caso diplomatico del sequestro dei marò in India e la drammatica uccisione ieri di un ingegnere italiano in Nigeria durante un blitz delle forze speciali inglesi – assalto condotto senza neanche avvisare la Farnesina – dimostrano l’assoluta inadeguatezza della nostra politica estera.
Certo non si tratta di una novità in un paese in cui i rari personaggi politici di spessore come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi vengono uccisi per la loro politica filo-araba nel Mediterraneo volta a tutelare gli interessi nazionali italiani.
Una nazione che “sacrifica” una ventina di testimoni della vicenda Ustica per coprire le responsabilità dell’Alleanza Atlantica nel tentativo di eliminare Gheddafi nei cieli italiani. Dove avventurieri come Silvio Berlusconi vengono prima costretti a bombardare il loro migliore alleato in Libia e poi a dimettersi per la loro amicizia personale con Vladimir Putin, utilizzando ricatti e speculazioni finanziarie ormai nemmeno nascosti. Forse qualcuno credeva di aver già pagato abbondantemente il conto durante la “guerra fredda” con le stragi che insanguinarono dal 1969 al 1980 l’Italia, sotto la regia di burattini al servizio della CIA e della NATO.
Ma ovviamente non è così; il problema infatti non consisteva nella rivalità ideologica USA-URSS ma nella condizione di sottomissione dell’Italia alle potenze atlantiste, una condizione coloniale che dura dal 1945 fino ad oggi.
Fanno perciò ridere e pena sia le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che parla di “comportamento inspiegabile degli inglesi” sia la “richiesta di chiarimento” avanzata dal Capo del Governo di Roma Mario Monti.
Il comportamento britannico, così come quello statunitense ad esempio nel caso degli sciatori uccisi al Cermis, sono perfettamente spiegabili e riconducibili alla storica sudditanza dell’Italia a Londra e a Washington, una subordinazione che si paga con il sangue.
Non solo la nostra intelligence ma i nostri stessi vertici militari non possiedono infatti nessuna autonomia di fronte ai servizi segreti angloamericani, così come non esercitano alcuna sovranità nei confronti delle oltre 100 basi militari USA/NATO presenti nella penisola italiana.
Prima perciò di “indignarsi” di fronte ai comportamenti dei finti “alleati” (finti perché i loro interessi nazionali e i nostri non coincidono praticamente mai) si rifletta se siamo davvero liberi: senza sovranità, infatti, non c’è nessuna libertà se non quella di morire, come successo al povero Franco Lamolinara in Nigeria.
Steve Brady

Fonte: statopotenza.eu

L’assassinio degli scienziati nucleari è solo la punta dell’iceberg

Di Ismail Salami per The Ugly Truth.
Scrittore iraniano, esperto di Medio Oriente, iranologo e lessicografo. Ha scritto numerosi articoli su Stati Uniti e questioni mediorientali; i suoi articoli sono tradotti in diverse lingue.

“Ho visto una motocicletta. Indossavano occhiali da sci – occhiali da sci neri. Erano in due. Ho visto la moto proseguire. Li ho visti. Sembrava avessero qualcosa in mano”. Questo è il racconto di una testimone che ha descritto la scena dell’assassinio dello scienziato nucleare iraniano Mostafa Ahmadi Roshan.
Ma non appena l’accusa del delitto è stata lanciata contro la CIA e il Mossad per aver orchestrato il brutale assassinio del 32enne scienziato iraniano, in pieno giorno a Teheran di Mercoledì mattina (11 Gennaio u.s. – ndr), questi hanno preferito fingere di ignorare l’identità degli autori.
“Voglio negare categoricamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti in qualsiasi atto di violenza in Iran”, ha detto Giovedì (12 Gennaio u.s. – ndr) ai giornalisti il Segretario di Stato statunitense Hillary Rodham Clinton. Anche il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha dichiarato che gli USA non hanno nulla a che fare con l’assassinio.
“Non siamo per nulla coinvolti – in qualsiasi modo – nell’assassinio che ha avuto luogo [in Iran]“, ha detto. “Non so chi possa essere coinvolto… ma posso dirvi una cosa: gli Stati Uniti non sono coinvolti in quanto è successo. Non è quel genere di cose che fanno gli Stati Uniti”.
Gli Stati Uniti non sono gli unici ad avere scelto lo strumento della smentita. Giovedì anche il presidente israeliano Shimon Peres ha negato che Israele sia stato coinvolto nell’assassinio dello scienziato. In un’intervista alla CNN, alla domanda se Israele avesse un coinvolgimento nell’omicidio, Peres ha risposto: “Non che io sappia”. Ancora: “So che è di moda accusare di qualsiasi cosa sbagliata accada in Iran, gli Stati Uniti e Israele. Non c’è nulla di nuovo in questo approccio”, ha detto Peres.
Che tipo di risposta ci si potrebbe attendere da Peres? La domanda è davvero da stolti, a dire il vero, tanto quanto la risposta fornita da Peres.
Per scoprire chi realmente ha ucciso lo scienziato iraniano, si devono mettere insieme i pezzi su quanto accaduto. Continua a leggere

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

I “manifestanti pacifici” non sono tutti uguali

Per capire come funzionano i raggiri mediatici delle liberaldemocrazie, c’è un sistema che funziona discretamente bene. Si ascoltino le “notizie” fornite dai loro “media” e si considerino bene il luogo e i protagonisti. Ci si renderà conto che a scatenare “severe condanne” non sono “i fatti” in sé, quanto il contesto in cui avvengono situazioni perfettamente analoghe da una parte all’altra del mondo.
Infatti la differenza, per i “media”, non la fa tanto la “notizia” (perché non esistono per Lorsignori le “questioni di principio”), quanto il condimento di valutazioni negative, giudizi spietati e aggettivi demonizzanti a seconda del contesto in cui la medesima situazione si verifica. E si faccia caso anche se chi altrove fa le pulci a tutto elevando “autorevoli condanne”, in altri specifici casi tace sommamente.
Prendiamo il caso della protesta chiamata “Occupare Wall Street”. Senza entrare nel merito di chi la guida e con quali parole d’ordine viene portata avanti, è comunque trapelato almeno sulle agenzie (poco sui tg) che i manifestanti sono stati malmenati e arrestati a decine, non solo a New York, ma anche a Chicago.
Su vari siti è possibile vedere spezzoni video che mostrano la dura repressione condotta dagli agenti di polizia contro i manifestanti, con tanto di manganelli, gas al peperoncino e reti per catture di massa. Si vedono giovani che non hanno commesso alcuna “violenza” ammanettati e trascinati sanguinanti fino ai furgoni delle forze dell’ordine.
Una prima domanda sorge spontanea: ma la repressione di chi “manifesta” non porta dritti alle risoluzioni dell’ONU e poi ai bombardamenti della NATO? Va bene, non pretendiamo pari trattamento per tutti, ma almeno due “parole di condanna” da parte dei bellimbusti dell’UE (quelli che si alzano “scandalizzati” quando Ahmadinejad parla all’ONU), quelle sì!
Ma se impediscono un “Gay pride” a Mosca o a Belgrado, le tv si compiacciono nel mostrarci le “brutali” polizie russa o serba mentre arrestano i “manifestanti”, che in tal caso vengono definiti “pacifici” e “inermi”: si è senz’altro di fronte ad una “violazione dei diritti umani”!
e al contrario i poliziotti sono americani, i commenti negativi sono interdetti, si strozzano nella gola dei giornalisti, o magari – in virtù di quello spettacolare meccanismo che è l’autocensura – neppure sorgono nella mente di chi lavora nelle redazioni dei principali tv e giornali. In Gran Bretagna, al culmine delle insurrezioni nelle periferie, il primo ministro dichiarò d’aver preso in considerazione l’oscuramento dei “social network”, ma nessun “professionista dell’informazione” rilevò la comicità di tale affermazione, proprio mentre dalla stessa bocca – e da quella dei suoi omologhi occidentali – uscivano ‘lamentazioni funebri’ sulla “censura” dei medesimi Facebook e Twitter in Siria!
Lo stesso dicasi per gli onnipresenti “Amnesty” o “Human Rights Watch”: sempre in prima linea nel denunciare la “repressione del dissenso” negli Stati invisi all’Occidente, non fiatano quando la stessa cosa avviene in casa. Nei “Paesi canaglia” han plasmato così dei “santi profani” (i “dissidenti”), mentre in Occidente vi sono solo dei “teppisti”, dei “facinorosi” o tutt’al più delle persone indegne di figurare nel loro ‘martirologio democratico’ perché sotto la scure della Democrazia Incarnata.
Enrico Galoppini

Fonte: europeanphoenix.com

Profittatori di guerra

La Heritage Oil non perde tempo nell’accaparrarsi le ricchezze libiche, di Nick Fletcher per guardian.co.uk

La rivolta può anche continuare e il Colonnello Gheddafi essere ancora in circolazione, ma tutto ciò non ha fermato la Heritage Oil dall’interessarsi a parte dell’industria petrolifera del Paese.
Heritage ha acquistato per 19 milioni e mezzo di dollari una quota di controllo pari al 51% della Sahara Oil Services, ubicata a Bengasi, stando alle agenzie Reuters del mese scorso, in base alle quali la compagnia avrebbe assunto l’ex incursore dei SAS John Holmes affinché la aiutasse a concludere l’affare in Libia (la Heritage ha in seguito parzialmente smentito). Si riferiva che la nuova acquisizione le avrebbe permesso di svolgere un ruolo significativo in Libia, consentendole di esaminare come ottenere accesso ai campi estrattivi e alle licenze chiave.
Heritage ha affermato di aver parlato con esponenti di primo piano del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia nel corso degli ultimi 5 mesi:
“Heritage sta valutando i modi per assistere il CNT e le compagnie petrolifere di Stato nel riavviare alcuni dei preesistenti campi e ricominciare la produzione. [Sahara Oil] è stata gratificata di licenze a lungo termine riguardo tutti i servizi nel campo del petrolio in Libia, compresa la facoltà di trivellare a terra e offshore e detiene le licenze sia del petrolio sia del gas naturale.”
Il presidente di Heritage Tony Buckingham ha una lunga storia in Africa, e la compagnia svolge pure operazioni in Iraq, sicché non è una sconosciuta nelle aree turbolente. Buckingham ha affermato:
“La Heritage è ben piazzata per svolgere un ruolo significativo nella futura industria petrolifera e gasifera in Libia. Questa acquisizione è coerente con la strategia della prima mossa della Heritage, finalizzata a entrare in regioni con ampie ricchezze di idrocarburi laddove abbiamo un vantaggio strategico.”
In un mercato disperatamente ansioso, Heritage è scesa di 5.3p a 219op. Ma Richard Griffin di Evolution Securities ha dichiarato:
“Heritage ha acquistato una partecipazione in una compagnia di servizi libica che le dà legittimo accesso alla ristrutturazione dei campi petroliferi statali e le consente di trivellare a terra e offshore, così come detiene le licenze del petrolio e del gas naturale. Inoltre, la compagnia acquisita di recente affiancherà Heritage nei prelievi più ad alto rischio, in particolare riguardo la licenza dell’Area 7, la quale è al largo di Malta. Considerato che costa solo 19 milioni e mezzo di dollari, è davvero una scelta finanziaria che potrebbe rivelarsi come un investimento molto azzeccato.”
Phil Corbett della RBS modera tuttavia il suo entusiasmo:
“Siamo portati a valutare positivamente la mossa della Heritage, sebbene la “nuova” Libia rimanga in una condizione di instabilità in seguito alla rivolta e perciò ci potrebbero essere significativi cambiamenti a livello superiore in termini di regolamenti e/o di termini dei contratti. A questo punto noi aspettiamo un po’ per farci entusiasmare prima che ulteriori dettagli vengano rivelati, benché per lo stesso motivo sia un interessante movimento ed è probabile che provochi una rivalutazione dell’investimento che è stato fermo negli ultimi due mesi. Noi restiamo in attesa con un obiettivo di prezzo fissato a 220p.”

[Traduzione di L. Salimbeni]

Onore alla Libia che resiste!

E’ di queste ore la notizia che l’Alleanza Atlantica ha chiesto e ottenuto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’ulteriore proroga di 3 mesi per portare a termine il “lavoro” contro la Jamahiriya che scadeva il 27 Settembre.
Il “sì” al rinnovo è arrivato dal Palazzo di Vetro con più di una settimana di anticipo. Un segnale che rimanda a una situazione sul terreno tutt’altro che stabilizzata.
Se la Serbia è stata costretta alla resa in 73 giorni, i pashtun dell’Afghanistan erano in rotta dopo 7 e l’Iraq ha messo in libertà le forze armate ai 30, la Libia non ha ancora mollato in quasi 200 pur disponendo di un più che modesto, e per larga parte obsoleto, apparato militare.
Le unità libiche, a cominciare dalla 32° Brigata, hanno retto con grande dignità e determinazione al feroce, sanguinoso assalto navale, terrestre e aereo organizzato dalla NATO.
Contrariamente a quanto previsto da tecnici ed esperti di gran grido a libro paga dell’Alleanza Atlantica, non c’è stato nessun collasso delle forze armate della Jamahirya.
Se le “missioni di pace” in Asia e Medio Oriente e la lotta globale al “terrorismo” sono costate agli Stati Uniti, dall’11 Settembre del 2001 a oggi, 3.300 miliardi di dollari mettendo definitivamente in ginocchio la sua economia, dal canto suo la Francia di Sarkozy, dopo aver attizzato il fuoco nell’Africa subsahariana per rinverdire avventure coloniali che in Indocina si conclusero a Dien Bien Phu, sta uscendo con le ossa rotte dal Maghreb.
La Gran Bretagna di Cameron, dopo aver rottamato l’ultima portaerei, naviga a vista in un mare di tempesta dalle Falkland a Cipro.
Quanto all’Italia, la partecipazione a una nuova guerra, questa volta nel Mediterraneo, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, contribuirà a farci togliere un’altra A e ad appiopparci un ulteriore outlook negativo dagli gnomi del rating.
Né potrà essere di grande aiuto per i tre dei quattro “grandi” della U.E. che un raccogliticcio contingente ONU li sostituisca sul terreno a breve o medio periodo. Continua a leggere

Frattini e i delfini della baia di Tokyo

L’aggressione militare alla Libia e il cinismo della “politica” italiana

Il Pentagono nel Quadriennial Defence Review Report del Dicembre del 2001 adottò un termine per definire uno scenario in cui un’entità (organizzazione nemica) pianifica e porta a realizzazione nel tempo una serie di azioni militari non ortodosse contro una grande potenza che abbia occupato con l’uso della forza un Paese del Vicino Oriente.
Un report arrivato a 30 giorni di distanza dal via libera dell’amministrazione Bush all’US Air Force per colpire con bombardamenti a tappeto l’Afghanistan.
Mancheranno meno di 2 anni all’aggressione aerea e terrestre all’Iraq di Saddam Hussein.
Lo smantellamento delle sue strutture militari e civili, la sottrazione alle precedenti autorità statuali anche dalla gestione delle risorse economiche ed energetiche da affidare a un governo fantoccio avrebbero finito, a giudizio degli esperti militari del Dipartimento della Difesa, nell’approntamento del DFRR, per creare “momentanee“ condizioni di instabilità economica e sociale e di precaria sicurezza pubblica capaci di concorrere allo sviluppo di una guerra a bassa intensità.
Le definizioni più usate dagli analisti sono: guerra non convenzionale, guerra asimmetrica, guerra di guerriglia.
Chi scrive ne adotta un’altra più semplice, evocativa: guerriglia.
Il perché è semplicissimo: mi fa sentire più vicino a qualsiasi “ribelle“ che abbia impugnato o impugni le armi per liberare il suo Paese dall’egemonia di USA, NATO e “Israele“.
La guerriglia mi rimanda a metodi di combattimento capaci di logorare e di vincere, a tempi lunghi, la prepotenza e le aggressioni armate dell’Occidente, di generare miti, comandanti, volontà di lotta, la forza necessaria ad annientare modelli politici estranei messi in piedi con l’esportazione della “democrazia“ e far tornare alla luce le straordinarie energie che i popoli conservano. Continua a leggere

Uno sterminatore è da sterminarsi

Guerra in Libia: vergogna agli Atlantici!

Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.
Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.
E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi. Continua a leggere

Intanto paghiamo

Adesso la quadruplice sta facendo pagare all’Italia l’alleanza con Putin e Gheddafi.
Con la Clinton in testa, il Club non tollera autonomia e soluzioni energetiche nazionali

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Capolinea? ItaliaOggi del 7 ottobre 2009 scrisse che Silvio Berlusconi traballava a causa dei legami con Gheddafi e Putin, dopo la vittoria di Hussein Barak Obama e Hillary Clinton. Tre mesi prima ItaliaOggi accostò le fucilate mediatiche sulle ospiti di villa Certosa ai «terroristi che un tempo annunciavano a rivoltellate le elezioni imminenti». Seguì un copione sperimentato dal 1945, quando il «quartetto» dei vincitori (Gran Bretagna, Francia, USA e URSS), irradiatosi nei nostri interessi, li predò più o meno di comune accordo, manipolandoci la democrazia, corrompendola e non solo. Crollata l’URSS, subentrò la Germania e il nuovo Quartetto eliminò alleati esigenti a vantaggio di ex nemici ricattabili.
Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare la sua proprietà? I valvassori del Quartetto rapinavano da sempre le ricchezze italiane; dopo il 1989 Mediaset fu tra le appetibili. I valvassori ebbero sempre man salva purché assicurassero la ciclica spremitura degli italici servi della gleba, come desiderano mercati, BCE, IMF e agenzie di rating. L’Italia è come le mucche dei Masai. I valvassori le incidono ogni tanto le vene del collo, badando di non ucciderla; raccolgono il sangue nella zucca e lo porgono al Quartetto che lascia qualcosa sul fondo da leccare. Negli anni ’50 gli USA bevevano per primi; oggi Berlino ha il primato, segue Parigi, ultima la Clinton che freme dopo gli abili inglesi. Il deficit statale fu pure sperperi e corruzione, però conseguenti a politiche agricole, industriali ed energetiche genuflesse al Quartetto vampiro.
Il sistema (difeso con bombe, terrore rossonero, mafia e agenzie di rating) perseguita e uccide chiunque tenti di scalfirlo o svelarlo, come Enrico Mattei, Aldo Moro, Giovanni Leone, Luigi Calabresi, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Bettino Craxi. Piemme comunisti? Una balla rancida: o effimeri autocrati a caccia di visibilità oppure organici ai quattro del Quartetto. Vi sono pure, grazie a Dio, tanti liberi, onesti e coraggiosi; va detto e ricordato con un grazie.
Berlusconi parvenu (come sibilarono Gianni Agnelli e Indro Montanelli, valvassori fra i più zelanti) s’adattò alle regole dei Quattro che spaccano il paese in due partiti, l’uno contro l’altro, i capponi manzoniani: comunisti contro anticomunisti, poi nord contro sud, guelfi contro ghibellini, obbligandoci a un moto parossistico e immobile, come un calabrone, di fronte al fiore inarrivabile delle riforme. «Faremo, cambieremo, riformeremo» ronzava il calabrone Silvio, mentre agguantava il futuro legando Vladimir Putin a George Bush Sr, nonostante costui sia assiduo col suo peggiore nemico in Svizzera. Sembrava fatta. Tornata tuttavia al potere la sitibonda Clinton, ogni equilibrio s’infranse nella guerra di rapina alla Libia. Berlusconi maramaldo che pugnala Gheddafi, anticipa quello col «cuore grondante sangue» che tradisce gli elettori. La Germania sta alla finestra, come gli USA nella guerra dello Yom Kippur del 1973; lascia che altri combattano, agevolando i suoi disegni, in Libia come a Roma, dove osserva Giulio Tremonti accostarsi a palazzo Chigi col primo di tre indispensabili passi: uccidere Berlusconi, politicamente s’intende. Deve, può o vuole? È presto per dirlo. Anche il secondo passo, cavar sangue come i valvassori, potrebbe essere obbligato da politiche spietate. Arriverà il terzo e decisivo passo di Tremonti, se vorrà omologarsi? Porgerà la zucca, come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui? A chi la porgerà prima? Che cosa conterrà? ENI, Finmeccanica? Washington condivide le priorità di Giulio con le altre tre? I guai di Marco Milanese crescono mentre si colma la zucca? Oltre le congetture, sono seri i guai del Cavaliere se smarrisce la realtà come Bettino Craxi, quando aprì le porte del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro e chiuse le proprie. La volpe ansima e i cani la incalzano. A meno che, a marzo, Vladimir Putin_ o forse prima, vedremo, intanto paghiamo.

È un duello maleodorante

È Obama il vero nemico di Murdoch.
Solo mettendo a tacere la tv statunitense Fox può sperare di vincere le prossime elezioni.
Intercettazioni-pretesto per una battaglia transatlantica

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Sean Hoare, il reporter di News of the World che svelò le intercettazioni illegali del tabloid di Rupert Murdoch, è morto in circostanze sospette.
Hoare accusò Andy Coulson, ex direttore di News of the World, di avere ordinato le intercettazioni. In una vicenda densa di singolarità, è rilevante che Coulson sia divenuto direttore della comunicazione del primo ministro britannico David Cameron.
Sean Hoare è morto alla vigilia dell’audizione in parlamento di David Cameron, di Rupert Murdoch, del figlio James e di Rebekah Brooks, ex amministratore delegato di News International, arrestata e rilasciata su cauzione.
Secondo Scotland Yard, Hoare è morto per l’alcol e le droghe di cui faceva largo uso. Sir Paul Stephenson numero uno di Scotland Yard era già stato costretto alle dimissioni. Subito dopo è toccato al suo vice, John Yates, a causa dell’assunzione di Neil Wallis, vice di Andy Coulson, «uomo immagine» della Met Police.
Murdoch ha chiuso News of the World dopo 168 anni, facendo cadere accordi miliardari.
Fra morti sospette, arresti e dimissioni, il caravanserraglio della stampa internazionale fa passare lo scandalo come intreccio di piccoli interessi, assunzioni compiacenti, vacanze prepagate e cenoni sontuosi, un bunga bunga dell’information system.
È così? In queste ore, come si conviene in una guerra, quando il nemico è sufficientemente ammorbidito dalle artiglierie, partono all’attacco le fanterie dal cuore dello schieramento nemico.
Il New York Times è all’offensiva contro Murdoch.
NYT è il più accanito sostenitore di Hussein Barach Obama, presidente degli Stati Uniti, a sua volta bersaglio preferito di Fox, l’emittente televisiva di Murdoch.
Risponde il Wall Street Journal, quotidiano di Murdoch, ricordando a NYT di avere difeso Julian Assange. gola profonda di Wikileaks.
In effetti è singolare che un giornale obamiano come NYT difenda Assange, apparentemente imbarazzante per la Casa Bianca, a meno che, come osservò ItaliaOggi dal primo istante, Assange e il Dipartimento di Stato non siano sulla stessa sponda.
È un duello maleodorante a colpi di ricatti incrociati. Qual è l’obiettivo strategico?
Il riposizionamento dell’informazione internazionale, quella che conta, è indispensabile perché regga la ricandidatura di Obama alle prossime presidenziali. L’addomesticamento del repubblicano Murdoch, cioé di Fox, la tv più accanita contro Obama, è parte del pacchetto delle nuove relazioni fra Washington e Londra.
Solo gli ingenui, e i maggiori giornali italiani si direbbero tali, possono supporre che l’establishment inglese, rigorosamente alimentato per cooptazione dall’alto, consentì a propria insaputa le intercettazioni del gruppo Murdoch, grazie alla dabbenaggine d’un paio di funzionari di Scotland Yard.
Intercettazioni di quello spessore e di quel volume esigono la compartecipazione di soggetti istituzionali, non solo Scotland Yard, senza i quali e contro i quali (è la stessa cosa) è impossibile operare con satelliti, parabole, server e e-mail infettanti (le stesse guarda caso intervenute nel caso Bisignani).
Una centrale londinese di ricatti internazionali è palese almeno dai tempi del «suicidio» (diagnosticato da Scotland Yard) di Roberto Calvi o del gran ricevimento sul Britannia della crema della classe dirigente italiana, il 2 giugno 1992, festa della Repubblica, una settimana dopo Capaci; puro stile inglese: allusione, ironia e ferocia. Fra i convitati italiani forse solo Gabriele Cagliari si sottrasse alle blandizie inglesi. Fu trovato morto, suicida ovviamente, nella cella di san Vittore. Più fortunato Sean Hoare, morto nella sua casa a Watford a nord di Londra, sotto l’occhio vigile di Scotland Yard.

“La proposta sarebbe un duplicato della NATO”

Bruxelles, 18 luglio. – La Gran Bretagna ha bloccato una proposta UE per la creazione di un quartier generale per la sicurezza e la difesa. L’ipotesi di accordo è stata presentata oggi al Consiglio Esteri a Bruxelles dall’Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, e aveva già il via libera di Francia e altri Stati UE.
“La Gran Bretagna – ha detto in un intervento il ministro britannico William Hague – non è d’accordo su questa struttura permanente né ora né nel futuro perché la proposta sarebbe un duplicato della NATO”. Hague ha anche sottolineato che si tratterebbe di una struttura costosa mentre molto di più si potrebbe fare sulle strutture preesistenti.
La Gran Bretagna è una forte sostenitrice della NATO come polo di difesa e questa non è la prima volta che blocca dei piani di strutture di questo tipo. Londra ha più volte esercitato il diritto di veto anche sull’Agenzia europea per la Difesa bloccandone il progetto di un piano di bilancio triennale.
(AGI)

La fase 2 dell’aggressione alla Libia è imminente

La fase 2, l’attacco con unità di fanteria di marina della NATO, è data per imminente. Francia e Gran Bretagna, con l’Italia in ritardo sui preparativi di invasione della Jamahiryia via terra, hanno già provveduto a rafforzare le “forze speciali” che affiancano da due mesi i mercenari del CNT.
La Russa, dal canto suo, ha già mobilitato il Comsubin di Varignano e allertato il Battaglione S. Marco della Marina Militare, su input del Consiglio Supremo di Difesa, mentre il Comando Operativo Interforze di Centocelle tace e acconsente.
Gli istruttori “tricolori” che operano a Bengasi sono ormai oltre l’organico di una compagnia. Ci sarà tempo e modo per dare una faccia a questi “lavoratori”.
Nel frattempo, svetta l’impegno sul campo della Farnesina portata per mano al macello da un soggetto come Frattini che promette, sul portale del Ministero degli Esteri, “centinaia di milioni di euro” ai suoi “amici” della Cirenaica.
In realtà si tratta, come abbiamo già documentato, di miliardi di dollari in uscita dalle tasche degli italiani.
Millecinquecento milioni di dollari hanno già preso il volo per Abu Dhabi, come fondo di garanzia per il CNT , oltre che per dare fiato alle casse sfondate degli Emirati Arabi Uniti, una monarchia ereditaria del Golfo che – sentite, sentite – sta entrando a far parte dell’ Alleanza Atlantica (Kalifa bin Zayed ha recentemente avviato personali trattative con Rasmussen e Hillary Clinton in funzione anti-Iran).
Un trasferimento finanziario avvenuto nello stesso giorno in cui il boiardo di stato Bono annunciava il licenziamento, diretto, al netto delle perdite nell’indotto, di 2.551 lavoratori di Fincantieri (649 a Castellamare di Stabia, 777 a Sestri Ponente e 1.121 nei rimanenti impianti a mare) per conservare negli Stati Uniti attività produttive navali in devastante perdita finanziaria e tenere aperto un “cantierino” per il rimessaggio di barche d’altura di proprietà di vip del Bel Paese oltre che di deputati, senatori ed establishment USA. Torneremo presto sulla faccenduola Fincantieri Marine System North America e Fincantieri Marine Group, e il clamoroso bidone delle commesse Littoral Combat Ship.
Nelle 48 ore successive il Governo di Tripoli diffondeva l’entità del massacro dall’aria perpetrato sulle città della Repubblica Araba Socialista con 718 morti, 4.067 feriti ed amputati dal 19 Marzo al 26 Maggio. Effetti collaterali dei “bombardamenti chirurgici” che il titolare di Via XX Settembre ci aveva assicurato essere precisi al metro sui targets da oltre 3.5 miglia di quota.
Vediamo ora in dettaglio cosa ha promesso il Bel Paese, per bocca di Frattini, nella sua visita a Bengasi, del 31 Maggio - all’ 8° piano dell’Hotel Tibesti (!) che alloggia il Console Guido de Sanctis e la Rappresentanza dell’Unione Europea - agli “insorti” che si richiamano alla monarchia senussita.
Oltre ad aver firmato un memorandum d’intesa con Mustafà Abdel Jalil, l’ex contabile di casa nostra ha promesso “enormi somme di danaro e enormi quantità di combustibile raffinato” al CNT per mezzo di Unicredit e dell’ENI che terranno a garanzia, tramite Sace, gli assets “congelati” alla Jamahiryia.
Che effetti, politici e commerciali, possano produrre nei rapporti diplomatici tra l’Italia e i Paesi di Africa, Vicino Oriente, America Indiolatina e Asia comportamenti ampiamente criminali come quelli espressi dal Governo Berlusconi è facilmente intuibile.
L’ENI fornirà benzina e gasolio per iniziali 152 milioni di euro mentre Unicredit verserà la prima trance di 475 milioni di euro in contanti al CNT per dare il via all’infrastruttura organizzativa statale e amministrativa della “nuova” Libia.
Parigi e Londra, nel frattempo, hanno già trasferito nella capitale della Cirenaica un numero consistente di elicotteri d’attacco.
“Dobbiamo migliorare, da bassa quota, la nostra capacità di colpire i bersagli a terra con munizionamento di precisione” ha precisato il ministro degli Esteri Alan Juppè, già titolare della Difesa durante la presidenza Chirac, durante un summit NATO, a porte chiuse, a Parigi con gli “omologhi” europei.
Per la Repubblica delle Banane hanno partecipato congiuntamente Frattini e La Russa, due punte di diamante dei Poteri Forti che lavorano fianco a fianco con Mr. NATOlitano.
Un Presidentissimo che ormai sfila sulla “Flaminia” il 2 Giugno, dopo la chiusura dello spazio aereo della capitale, su Via dei Fori Imperiali protetto a vista da centinaia di “tiratori scelti” e da un codazzo di “addetti alla sicurezza” che lo affiancano a passo di corsa, mano alla cintura, lungo il percorso lanciando occhiate preoccupate a destra e manca.
C’è un vecchio proverbio che dice: “Male non fare, paura non avere”. Continua a leggere

Scongiuri, teste rotte e ubriachi fradici

Mentre Obama tenta di esorcizzare il declino statunitense di fronte ai preoccupati britannici, peraltro raccontando la barzellletta secondo la quale i Paesi emergenti si starebbero sviluppando in virtù dell’adesione ai “principi di mercato” che loro hanno sempre usato – sì, come arma di distruzione di masse popolari e sovranità nazionali, salvo poi ricorrere al denaro pubblico quando, nel 2008, si trattava di salvare dal collasso i rispettivi sistemi finanziari – e conferma l’impegno occidentale nel diffondere la luce (provocata dall’esplosione delle bombe intelligenti) in tutta la regione che va dal nord Africa all’Asia centrale, in Georgia l’amico Misha si diletta a disperdere l’opposizione scesa in piazza. In tal caso, però, morti, feriti e arresti paiono accettabili, perché sono manifestazioni orchestrate dall’orso (anzi, orco) russo.
Nel Bel Paese intanto fa notizia, ma non troppo, il “comportamento inappropriato” dei piloti della RAF, dispiegati da Sua Maestà presso la base NATO di Gioia del Colle, in provincia di Bari, per le operazioni militari contro la Libia. A due mesi di distanza – evviva la trasparenza! – emerge che due di loro vennero rimpatriati dopo esser stati scoperti completamente ubriachi.
Più che per l’ennesima conferma del tragico attaccamento alla bottiglia, meglio: alla pinta, da parte degli albionici, l’occasione è utile per apprendere che in circa 700, tra avieri e personale d’appoggio, se la spassano fra alberghi di lusso e complessi turistici della zona, al costo presunto di 40.000 sterline al giorno, ossia 1.2 milioni al mese.
E che le strutture ospitanti sono prenotate fino a tutto il mese di settembre…

“Addestratori… nell’ambito della stessa squadra”

Roma, 20 aprile – “Il governo italiano ha dato la disponibilità per inviare 10 addestratori militari in aiuto agli insorti contro Gheddafi in Libia”. A darne l’annuncio è il ministro della Difesa Ignazio La Russa, al termine dell’incontro con il suo omologo britannico Liam Fox.
“Il numero dei nostri addestratori – sottolinea La Russa – è pari a quello garantito dal governo britannico”. Parlando del ruolo dell’Italia nella crisi libica, La Russa spiega che ”agiamo con compiti diversi ma nell’ambito della stessa squadra, la NATO”. Fra i compiti in precedenza assegnati all’Italia, La Russa ne aggiunge due, riguardanti ”il rifornimento in volo degli aerei britannici” e ”l’estensione della capacità d’accoglienza degli assetti militari nelle nostre basi NATO”.
(Adnkronos)

“Non credo che saranno carabinieri”…
Roma, 21 aprile – ”Ho letto dei timori legati al fatto che possano essere 10 i consiglieri militari, ma quelli che l’Italia invierà in Libia non sono consiglieri militari ma istruttori e questo non ha niente a che vedere con i consiglieri, né con coloro che accompagnano nelle attività operative”. A dirlo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, rispondendo ai cronisti a margine delle celebrazioni del 2764° Natale di Roma.
La Russa ha tenuto a precisare che ”sono semplicemente istruttori militari, cioè persone che hanno nozioni di come un soldato deve muoversi e deve usare gli strumenti che sono a sua disposizione, né più né meno”. Rispondendo alla domanda se si tratterà di carabinieri, La Russa ha detto che ”non è necessario che siano carabinieri perché loro addestrano soprattutto persone che hanno un doppio ruolo, militare e di polizia. Qui non si tratta di addestrare gente con compiti di polizia ma militari, quindi non credo che saranno carabinieri”. La Russa, in merito alla data di partenza di questi uomini, ha sottolineato che ”é troppo presto per dirlo, sono passate appena 24 ore dalla decisione”.
(ASCA)

Alba dell’Odissea

Odyssey Dawn, l’operazione internazionale contro la Libia iniziata, non significa “Odissea all’Alba”, come riportato dai nostri giornalisti, bensì “Alba dell’Odissea”. Secondo Gianluca Freda può sembrare una notazione peregrina da traduttore perfezionista, invece si tratta di una precisazione dai risvolti sostanziali e inquietanti. Thierry Meyssan spiega il perché qui, precisando:
“In ogni caso, l’operazione iniziata il 19 marzo 2011 in applicazione della risoluzione 1793 [in realtà 1973, ndr] del Consiglio di Sicurezza, è reale e non un’esercitazione. Soltanto la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno partecipato alla prima giornata. In attesa della partecipazione di altri Stati membri della NATO e della formazione di un comando della coalizione, tutte le operazioni, comprese quelle francesi, vengono coordinate dall’AFRICOM, con sede a Stoccarda (Germania) sotto la direzione del generale americano Carter Ham. Le forze navali – comprese le navi italiane e canadesi operanti nella zona – e il comando tattico sono posti sotto l’autorità dell’ammiraglio statunitense Samuel J. Locklear, a bordo della USS Mount Whitney. Il tutto in conformità con le direttive predefinite della NATO.”

La quale NATO, nei prossimi giorni, potrebbe assumere il comando e controllo delle operazioni:
Londra, 20 marzo – La Gran Bretagna auspica che il comando e controllo dell’operazione contro la Libia sia trasferito ”entro i prossimi giorni” alle strutture della NATO, pur chiarendo che quella in corso ”non è una missione della NATO”. A parlare in questi termini, è il ministro della difesa, Liam Fox, in una intervista alla BBC, ricordando che sono in corso a Bruxelles riunioni del Consiglio Nord Atlantico proprio per discutere dell’eventuale assunzione di un ruolo formale, da parte dell’Alleanza Atlantica e le sue strutture di comando, nell’intervento contro le forze di Gheddafi.
(Adnkronos/Dpa)

Frattini e La Russa, ovviamente, si allineano:

Bruxelles, 21 marzo – Dopo l’avvio dei raid occidentali contro le truppe di Muammar Gheddafi, è ora venuto il momento di andare oltre la coalizione che comprende Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada e Italia, verso un coordinamento sotto l’ombrello dell’Alleanza Atlantica.
Lo ha detto oggi il ministro degli Esteri Franco Frattini, al Consiglio Esteri a Bruxelles. “Crediamo che sia il tempo di andare oltre la coalizione dei volenterosi, verso un approccio più coordinato sotto il controllo della NATO”.
Riferendosi alle dichiarazioni di Frattini, una fonte della Farnesina ha poi detto che “l’attuale guida delle operazioni, a tre teste (di Francia, Gran Bretagna e USA, ndr), è anarchica”, definendo allo stesso modo anche il bombardamento contro la Libia, iniziato nel fine settimana, che costituisce “un problema per il mondo arabo”.
“Tenere la NATO in disparte mina la credibilità dell’Alleanza”, ha aggiunto, senza tuttavia spiegare quali sarebbero le posizioni di Germania e Turchia nel caso di un coinvolgimento NATO, cui si oppone la Francia. La fonte inoltre ha sollecitato che vengano “circoscritti gli obiettivi militari e che si limiti l’escalation”.
(Reuters)

Roma, 21 marzo – L’Italia ritiene opportuno che il “cappello dell’operazione” contro la Libia passi alla NATO. Lo ha affermato il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi al termine del Consiglio dei Ministri.
(Adnkronos)

Mentre il generale Prosciutto afferma che le operazioni sulla Libia puntano ora ad estendere la no fly zone, portandola a 1.000 chilometri, e ribadisce che non saranno impiegate truppe di terra, il portavoce del Comando della II Flotta della marina militare statunitense comunica che la forza anfibia di pronto intervento Bataan ARG salperà entro 48 ore dalla costa atlantica degli Stati Uniti d’America per raggiungere le unità navali già impegnate nelle operazioni di bombardamento. “La task force sarà attiva sin dalla prossima settimana. La Bataan ARG opererà a supporto del piano d’intervento USA ed internazionale associato alla crisi in Libia ed è preparata a condurre missioni che vanno dalla presenza navale avanzata alle operazioni di sicurezza marittima, alla cooperazione di teatro e all’assistenza umanitaria”.

E se Obama detta la linea, l’”opposizione” pacifinta scatta sull’attenti:

Santiago del Cile, 21 marzo – Questione di giorni e il comando della missione in Libia verrà trasferito alla NATO e agli alleati. Lo ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel corso della conferenza stampa congiunta con l’omologo cileno Sebastian Pinera, al palazzo de La Moneda a Santiago.
(Adnkronos)

Roma, 21 marzo – ”Nessuno è contrario” a che la NATO prenda il comando delle operazioni in Libia. Lo afferma il segretario del PD, Pier Luigi Bersani in un’intervista al Tg1 chiarendo che però ”un principio deve essere chiaro: la nostra Costituzione ripudia la guerra come metodo per risolvere le controversie tra Stati” ma ”accetta l’uso della forza per questioni di giustizia e sotto il mandato di organismi internazionali”.
(ASCA)

Altrove, invece, l’opposizione è al governo.

Il capo della CIA ha fatto un viaggio-lampo…

Roma, 22 marzo – “L’escalation militare di questi giorni e gli attacchi aerei contro la Libia hanno rappresentato una brusca accelerazione della crisi determinata da qualche circostanza imprevedibile? Oppure i bombardamenti contro le postazioni dei lealisti gheddafiani erano già programmati?”. Due domande che non hanno risposte, ma una chiave di interpretazione la si trova sul sito http://www.globalist.it, collegato al Centro studi strategie internazionali, diretto da Gianni Cipriani. Nelle settimane scorse, si legge nell’articolo di apertura, “in missione (chiaramente segreta) in alcune capitali europee, è arrivato il capo della CIA, Leon Panetta. Direttamente il numero uno, come si conviene quando c’è una situazione particolarmente delicata da affrontare. Al di là dei consueti rapporti di tipo diplomatico con i capi delle intelligence alleate, in questo caso gli scopi del viaggio erano prettamente operativi. In primo luogo il capo della CIA – ovviamente in pieno accordo con il presidente Obama e coordinandosi con Hillary Clinton – si è occupato del dopo-Gheddafi. L’ipotesi che il rais alla fine sia costretto ad andarsene è considerata molto probabile dagli Stati Uniti ed è anche un obiettivo dichiarato”. Per cui, prosegue l’articolo, “si lavora per il dopo, ipotizzando uno scenario che non sia traumatico per gli interessi statunitensi”. In secondo luogo “bisognava fare il punto sulle attività operative, soprattutto per coordinare eventuali azioni clandestine con altri servizi in territorio libico”.
Altro punto importante: “Al momento i ribelli della Cirenaica non hanno un leader o una struttura propriamente detta. Italiani, americani, inglesi, francesi e arabi del Golfo hanno interlocutori diversi. E’ una babele. L’obiettivo era (ed è) quello di fare un po’ di ordine ed appoggiare quei leader o gruppi in grado di dare maggiori garanzie. Ad esempio rifornendoli di armi leggere, che gli 007 della CIA stanno facendo arrivare da diversi giorni attraverso il confine egiziano”. Un viaggio-lampo, “quello di Panetta. Per pianificare quello che sarebbe accaduto. Restano, appunto, due domande: quello che è accaduto in questi giorni era programmato da tempo? Oppure il capo della CIA si è scomodato ad attraversare l’Oceano in previsione di uno scenario possibile ma non affatto certo? La risposta si potrà avere solo tra molti anni. A meno di una nuova fuga di documenti, come ultimamente avviene”.
(DIRE)

Quasi miracolosa, nell’attuale panorama dell’”informazione”, la schiettezza geopolitica del Porta a Porta vespiano di ier notte (23 marzo), durante il quale si è arrivati persino ad insinuare la volontà USA di nascondersi dietro la Francia, snocciolando le cifre delle sortite aeree effettuate sino a quel momento: 212 statunitensi contro 55 transalpine.
Del resto, è la stessa agenzia di stampa Reuters a sostenere che “la spinta diplomatica di Obama, in telefonate a Cameron, Sarkozy e altri leader, ha sottolineato la sua ansia di mettere un volto non-USA alla campagna contro le forze di Gheddafi, anche se l’esercito americano potrebbe restare il pilastro dell’operazione”.
Se alla fine si trovasse un’accordo per affidare in toto il comando delle operazioni alla NATO, allora meritano una particolare attenzione le parole pronunciate dal generale dell’A.M.I. (in pensione) Tricarico, a detta di cui il coordinamento delle missioni aeree, in tal caso, sarà conferito alla base di Poggio Renatico in provincia di Ferrara.
Nell’ovattata campagna ferrarese tra i fiumi Po e Reno, c’è un Pioppo che cresce.

Giunge conferma:
Bruxelles, 24 marzo – La NATO ha elaborato un piano di comando per eseguire le operazioni militari in Libia da base italiana. Lo riferiscono all’AFP fonti diplomatiche, precisando che il comando operativo e quello specifico per le operazioni navali saranno situati a Napoli, mentre il comando delle missioni aeree sarà realizzato alla base di Poggio Renatico, nel nord Italia.
(ASCA-AFP)

Trattasi evidentemente di una forma grave ed acuta di sadomasochismo. Nelle parole di Gianluca Freda, la nazione Italia, prima al mondo, si avvia “intonando i peana ideologici della “libertà” e della “democrazia”, in un conflitto il cui scopo dichiarato è quello di ledere i suoi interessi nazionali. La fanteria italica della logorrea libertaria marcia spedita, sotto la frusta dei suoi capi, verso la devastazione dei suoi interessi energetici, verso l’ignominia diplomatica internazionale, verso la rinuncia alla sua area naturale d’interesse geostrategico. E non – si badi bene – nell’interesse dei suoi despoti, verso i quali, com’è comprensibile, la resistenza potrebbe costare cara; bensì nell’interesse dei suoi concorrenti di zona, di altri sguatteri di pari livello che hanno avuto l’intelligenza di calare meno le brache, conquistandosi così, se non il rispetto dei padroni, almeno la prima fila nelle razzie banditesche che seguiranno alla battaglia. I capi puniscono severamente le ribellioni dei servi, ma disprezzano con altrettanta forza la loro mancanza di dignità.”

“Voto contro”. Brava nipotina!

Roma, 24 marzo – ”Qui ci sono missili e razzi, c’è di tutto… io voto contro questa risoluzione”. Alessandra Mussolini esprime in aula alla Camera la sua dichiarazione di voto sulla risoluzione di maggioranza sull’intervento in Libia, in dissenso dal gruppo del PdL. Mussolini cita l’articolo 11 della Costituzione che rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. ”Non credo nell’intervento militare, voto contro”, insiste.
(Adnkronos)

Nel frattempo, sono giunti a Mineo i primi 420 extracomunitari sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa .
Saranno “ospitati”, insieme ad un migliaio di altri già presenti, nel complesso residenziale recentemente lasciato dai militari USA operanti a Sigonella, di proprietà della Pizzarotti di Parma che stava disperatamente cercando qualcuno a cui riaffittarlo.
Ora l’ha trovato: lo Stato italiano, con costi a carico dei contribuenti (nella foto sotto).

La drammatica situazione dei cittadini stranieri che lavoravano in Libia, causata dall’esplodere della guerra civile e che certamente non migliorerà con l’intervento militare occidentale, è sintetizzata qui.

Italiani, non lo avevate capito? Il PD costruisce la pace…

Iseo (Brescia), 25 marzo – “Guerrafondaio è chi è contro l’intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace. Lo è chi vuole aiutare Gheddafi a fare la guerra ai popoli che cerca di sopprimere”. Il vicesegretario del PD, Enrico Letta, replica così alle accuse di chi non condivide la posizione del partito in merito all’intervento in Libia.
(Adnkronos)

A coloro che, fin dall’inizio, avevano invece capito dove i “costruttori di pace” volevano andare a parare, è dedicata l’intervista del giornalista RAI Amedeo Ricucci, il quale spiega che la disseminazione scientifica di balle spaziali è stata funzionale a spingere l’opinione pubblica ad appoggiare e perfino invocare una guerra che produrrà sul serio (e sta già producendo) le migliaia di morti che la “rivolta” non aveva provocato:

In attesa dell’imminente passaggio del comando delle operazioni militari alla NATO, per la gioia degli ascari (bianchi, rossi e neri) d’Italia, ecco la nuda contabilità di chi mena le danze dell’aggressione alla Libia:

Washington, 28 marzo – A poche ore dall’effettivo passaggio del comando di tutte le operazioni militari in Libia dagli USA alla NATO i jet americani sono ancora i principali autori dei raid aerei sul Paese. Sui 167 attacchi effettuati tra le 21,30 di sabato e le 17 di domenica oltre la metà, 97, sono stati opera di aerei americani. Una percentuale di poco inferiore al 62% in media delle 1.424 sortite effettuate dall’inizio delle operazioni il 19 marzo scorso.
(AGI)

Intanto Giorgio Napolitano, fra un caffè da Starbucks ed un pisolino al Waldorf Astoria di Manhattan, trova anche il tempo di inviare un messaggio augurale all’Arma Azzurra, così gravemente impegnata in “una delicata e rischiosa missione di protezione di popolazioni civili dalla violenza delle armi di un conflitto fratricida”.
“Viva l’Aeronautica Militare, viva le Forze Armate, viva l’Italia!”.

Alle fandonie del Pres della Rep risponde il ministro degli Esteri russo Sergei “sarò franco” Lavrov:

Mosca, 28 marzo – Mosca ha espresso preoccupazione in merito ai raid aerei della coalizione internazionale contro le forze fedeli al regime libico di Muammar Gheddafi. ”I funzionari dei Paesi che partecipano al conflitto dicono che il loro scopo è proteggere la popolazione civile, ma stanno bombardando” i lealisti a ”sostegno dei ribelli armati”, ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. ”Riteniamo che tale interferenza della coalizione nella guerra civile libica non sia sancita dalla risoluzione delle Nazioni Unite”, ha poi aggiunto Lavrov
(ASCA-AFP)

Rasmussen puntualizza. Ed è la barzelletta del giorno:

Londra, 28 marzo – La coalizione internazionale in Libia non prende posizione per nessuna delle due parti in lotta, ha detto alla BBC il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen.
Parlando con Radio 4, Rasmussen ha detto che teoricamente i ribelli potrebbero finire sotto attacco se mettono a rischio la vita di civili. ”Chi attacca i civili diventa nostro bersaglio. Finora sono state le forze pro-Gheddafi ad attaccare il proprio popolo”, ha detto il capo dell’Alleanza, che domani parteciperà alla Conferenza di Londra sulla Libia.
Oggi il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha accusato al coalizione di essere intervenuta ”in quella che è essenzialmente una guerra civile interna”.
(ANSA)

L’obiettivo? Rovesciare Gheddafi.
Evviva la sincerità di Obama!

New York, 29 marzo – Gli USA hanno fatto il proprio dovere in Libia, evitando con il loro intervento una strage da parte del regime di Gheddafi. Ora la palla può passare alla NATO, che da domani prenderà il comando operativo delle operazioni militari, continuando a proteggere i civili minacciati. In un intervento in diretta tv, il presidente americano Barack Obama ha spiegato per la prima volta nei dettagli la sua decisione di intervenire in Libia, confermando che l’obiettivo è di rovesciare Gheddafi.
(ANSA)

“Mezzi non militari”??? Anche questo giorno ha la sua barzelletta.

Washington, 29 marzo – Gli Stati Uniti “perseguiranno attivamente” la cacciata del leader libico Muammar Gheddafi attraverso “mezzi non militari”. Lo ha detto il presidente americano Barack Obama nel suo discorso sulla Libia, sottolineando come “non vi sia dubbio che la Libia e il mondo staranno meglio con Gheddafi lontano dal potere”.
(Adnkronos)

Su chi dovrebbe stare “lontano dal potere” affinché il mondo sia migliore, potremmo fare un lungo discorso…

Qui da noi si riapre Coltano. Certi luoghi portano davvero male (anche ai poeti americani…).

Firenze, 29 marzo – Una vecchia stazione radar, utilizzata dall’esercito americano durante la seconda guerra mondiale, nella località pisana di Coltano. Questo sarebbe uno dei siti scelti dal governo per l’accoglienza dei profughi dalla Libia. Questa mattina il sindaco di Pisa Marco Filippeschi (PD), che contesta l’iniziativa dell’esecutivo e ha scritto una lettera al ministro dell’Interno Roberto Maroni, ha condotto un sopralluogo nell’area. ”Si tratta – spiega il vicesindaco e assessore alla protezione civile Paolo Ghezzi – di un edificio suddiviso in tre ambienti di cui uno è quasi interamente occupato dai trasformatori gli altri due sono senza finestre, con pavimenti flottanti in buona parte dissestati, senza acqua (l’approvvigionamento avveniva attraverso un sistema di pozzi attualmente in disuso) con corrente a media tensione da ricondurre a bassa. Lo spazio esterno, che potrebbe ricevere una tendopoli, è suddiviso da una serie di canali che servivano per scopi militari, e presenta gravi problemi di bonifica: è facilmente allagabile, collocato in una zona fortemente acquitrinosa, dotato di una doppia recinzione militare”.
In quest’area dovrebbero essere allestite almeno 100 tende. L’area di Coltano è collocata all’interno del Parco Naturale di San Rossore, sito patrimonio dell’Unesco, vicino (500 metri) alle strutture della vecchia stazione radio costruita da Marconi, per il cui recupero si sono mobilitate recentemente 12 mila persone che hanno risposto all’appello del FAI. Nell’area (che alla fine della seconda guerra mondiale fu utilizzata dagli Alleati come campo di concentramento per i prigionieri) sono già presenti anche tre insediamenti Rom.
(ASCA)

Accanto ai “nani” (politici), non potevano mancare le “ballerine”:

Roma, 29 marzo – “Se tanto ami il tuo popolo e la tua terra come sempre ci hai detto, prendi una decisione importante anche se per te molto dolorosa: ‘Lascia il potere!’ e magari chiedi nuove elezioni democratiche”. E’ quanto scrivono le ragazze di ‘Hostessweb’ e Alessandro Londero, responsabile dell’agenzia, che organizzò la presenza delle hostess agli incontri con il leader libico Muammar Gheddafi a Roma, in una lettera a Gheddafi pubblicata sul sito internet della stessa agenzia e inviata al colonnello “attraverso amici libici” a lui vicini.
(Adnkronos)

Oltreoceano si fanno i conti in tasca. Raytheon (azienda produttrice dei Tomahawk) e compagnia cantante gongolano.

Washington, 29 marzo – Le operazioni militari condotte dalle forze USA sulla Libia sono costate finora 550 milioni di dollari e saliranno di almeno altri 40 milioni nelle prossime tre settimane. Lo ha reso noto il Pentagono.
Tra il 19 ed il 28 marzo, il Dipartimento alla Difesa ha speso oltre il 60% di questi fondi per le munizioni, in particolare missili e bombe, mentre il restante 40% è andato in spese logistiche come il dispiegamento delle truppe, ed il carburante per aerei e navi. Le forze USA hanno lanciato 192 dei 199 Tomahawk utilizzati contro le difese aeree ed i centri di comando militari in Libia. Ogni esemplare costa 1,5 milioni di dollari. Sganciate dagli USA anche 455 delle 602 bombe a guida laser utilizzate dalla coalizione.
(ASCA-AFP)

La “libera stampa” scopre che in Libia sono in corso “operazioni segrete dell’intelligence”. Talmente segrete che se ne parla da settimane.
Una descrizione convincente della loro pianificazione ed attuazione è qui.

New York, 31 marzo – In Libia operano da diverse settimane agenti della CIA che tengono i contatti con i ribelli e raccolgono informazioni sulle forze di Muammar Gheddafi. Lo ha scritto il sito del New York Times, dopo che ABC News aveva dato notizia che Barack Obama ha emesso un ordine presidenziale che autorizza operazioni segrete dell’intelligence USA nel Paese nordafricano “a sostegno” delle operazioni in corso. Al fianco della CIA, ha riferito il quotidiano della Grande Mela, ci sarebbero anche “decine di agenti” dell’MI6 britannico che collaborano nella raccolta di dati sull’armamento delle forze di Gheddafi e sugli obiettivi per raid aerei e bombardamenti.
(AGI)

Continua qui.

La sovranità europea finisce a Cipro

Lo scorso 24 Febbraio, una maggioranza parlamentare costituita dai 32 membri dei partiti di opposizione ha approvato una risoluzione che forza l’esecutivo del presidente Demetris Christofias e del suo Partito Progressista dei Lavoratori a presentare la richiesta di adesione al programma della NATO denominato Partnership for Peace (PfP), meccanismo di transizione impiegato nel periodo 1999-2009 per portare dodici Paesi dell’Europa orientale nel blocco militare dominato dagli Stati Uniti.
Cipro è ancora, per ora, l’unico membro dell’Unione Europea che non appartiene alla NATO né al programma PfP, l’unico che non abbia mai chiesto di aderire all’Alleanza Atlantica né sentito il bisogno di formulare una richiesta in tal senso, e l’unico Paese europeo (esclusi i micro Stati di Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Città del Vaticano) a non coltivare rapporti con essa.
Negli stessi giorni, il governo cipriota è stato interpellato dalla Gran Bretagna circa la possibilità di dispiegare nella base di Akrotiri, una delle due che insieme a Dhekelia i britannici mantengono sull’isola, cacciabombardieri da utilizzare contro la Libia.
Dovesse mai diventare un partner della NATO, Cipro non mancherà di ospitare le unità navali e sottomarine della Sesta Flotta statunitense che presidia, dallo Stretto di Gibilterra al Canale di Suez, l’intero Mar Mediterraneo. Non potrà inoltre negare l’uso e l’ammodernamento delle proprie infrastrutture militari e, molto probabilmente, sarà un punto d’appoggio dello scudo antimissilistico che Stati Uniti e NATO stanno sviluppando in Europa, Vicino Oriente e regione del Caucaso.
Cipro rappresenta l’ultimo pezzo della catena che consente il totale controllo del bacino Mediterraneo. Tutti gli altri Paese europei ai margini di o dentro esso sono membri della NATO o del programma PfP: Albania, Croazia, Francia, Italia, Grecia, Slovenia, Spagna e Turchia nella NATO; Bosnia, Malta e Montenegro nel programma PfP. E tutti i Paesi africani che vi si affacciano sono membri di un’altra partnership atlantista, il cosiddetto Dialogo Mediterraneo: Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia. Eccezion fatta per la Libia, la quale non mancherebbe di aderirvi qualora vi si formasse un nuovo governo, specialmente se installato dopo un’intervento militare USA/NATO.

Questione di tubi

“I diplomatici statunitensi si sono a lungo lamentati del fatto che la Casa Bianca non li ascoltasse ed ignorasse i loro cablogrammi. Adesso essi hanno finalmente ricevuto l’attenzione che prima potevano soltanto sognare. Ora qualsiasi cosa dicano, scrivano o captino è preso molto sul serio.”
[Andrei Fedyashin]

“Se rilasciato su cauzione, Assange dovrebbe stare presso la residenza Ellingham Hall di Vaughan Smith, nel Suffolk. Il nome del Capitano Smith può non dire molto fuori dal Regno Unito, ma in patria è un personaggio di spessore piuttosto alto. Già ufficiale dell’esercito, ha conquistato notorietà a livello nazionale come giornalista investigativo e scova-brividi. Autoproclamato libertario di destra, non si preoccupa mai di spiegare come pensa di coniugare le proprie contraddittorie affiliazioni politiche. Ma ancora una volta l’eccentricità è un marchio di fabbrica del carattere britannico.”
[sempre Fedyashin, in un articolo pubblicato qualche ora prima che giungesse la notizia della scarcerazione del fondatore di Wikileaks da parte delle autorità britanniche]

George Orwell 2010

Londra, 13 dicembre – Scotland Yard ha lanciato una campagna anti-terrorismo di due settimane alla radio, per chiedere al pubblico informazioni su comportamenti sospetti da segnalare telefonicamente attraverso una “linea rossa” dedicata. Gli spot di 40 secondi sono stati diffusi in Inghilterra e nel Galles. “Se si sospetta qualcosa, riferiscilo”, recita lo slogan.
(AGI/AFP)

Da Wikipedia:
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950), è stato uno scrittore e giornalista britannico.
Conosciuto come opinionista politico e culturale, ma anche noto romanziere, Orwell è uno dei saggisti di lingua inglese più diffusamente apprezzati del XX secolo. Probabilmente è meglio noto per due romanzi scritti verso la fine della sua vita, negli anni quaranta; l’allegoria politica de La fattoria degli animali e 1984, che descrive una così vivida distopia totalitaria dall’aver dato luogo alla nascita dell’aggettivo “orwelliano”, oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero.

L’F-35 va alla deriva

Ad Aprile 2009, titolando “L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!“, demmo un conto, molto sommario, delle motivazioni tecniche che avrebbero impedito al cacciabombardiere Joint Strike Fighter Lightning II della Lockheed Martin, propagandato come “stealth“, di diventare un vettore con una penetrazione di mercato in linea con quella ottenuta dal suo diretto predecessore: l’F-16 Fighting Falcon della General Dynamics. Entrato in servizio nell’Agosto del 1978 con l’US Air Force e successivamente adottato da 26 Paesi con un numero di esemplari prodotto in numero superiore a 4.500 unità in dieci versioni successive, si distinguerà per longevità operativa, flessibilità di impiego ed efficienza bellica.
L’ultimo lotto di cento F-16I è stato consegnato ad “Israele“ che riceve a titolo gratuito, come si sa, annualmente 2.850 milioni di dollari di materiale militare USA.
Con “residuati accantonati“ Washington sta inoltre cedendo al Pakistan con eguali modalità 18 F-16 C/D per tentare di alleggerire l’appoggio della potente Inter Services Intelligence (ISI) alle formazioni pashtun nel conflitto che coinvolge ISAF ed Enduring Freedom nel pantano dell’Afghanistan.
Donazione finalizzata anche a contrastare la crescente influenza politica e militare di Pechino nell’area asiatica e l’opzione per l’acquisto fatta dall’ex Presidente Musharraf di 36 cacciabombardieri J-10 Chengdu (made in China) e la licenza di fabbricazione del caccia JF-17 Thunder. Una verità tenuta rigorosamente nascosta nell’intento di favorire Benazir Bhutto, sponsorizzata da Bush nella scalata alla presidenza del Pakistan, danneggiando l’allora Capo dello Stato, presentato dalla stampa occidentale, al contrario, come un lacchè della Casa Bianca.
Una scelta – quella di acquistare i J-10 Chengdu – che segnala, meglio di qualche resoconto giornalistico che riporta la dizione Af-Pak, il nuovo corso imboccato da Islamabad nei suoi rapporti con la (ex) Potenza Globale.
Le attuali continue violazioni dello spazio aereo del Pakistan con gli UAV Predator, i bombardamenti “mirati“, gli inseguimenti a caldo di pattuglie di rangers e marines nelle Regioni Autonome per catturare od eliminare nuclei appartenenti ad “Al Qaeda“ ed il ripetersi di continui, gravi “incidenti“ di confine, stanno lì a dimostrare il crescente gelo che è calato tra gli Stati Uniti ed il suo ex alleato durante l’occupazione russa del Paese delle Montagne.
Le recentissime rivelazioni di Wikileaks sulle pressioni esercitate dagli Stati Uniti per costringere il Pakistan a rinunciare al suo armamento nucleare od in subordine a chiudere le centrali di produzione del plutonio di cui dispone, per evitare fughe di tecnologia atomica nella Regione, sono il sintomo, se ce ne fosse bisogno, del crescente stato di tensione che si va manifestando tra Washington ed Islamabad.
Nel mese di Ottobre scorso, il Pakistan ha concesso l’uso del suo spazio aereo ad una formazione di Sukhoi-27 e Mig-29 di Pechino per raggiungere la Turchia via Iran, dopo che il governo di Ankara ha annullato la partecipazione USA alle esercitazioni “Aquila dell’Anatolia“.
Per la prima volta, velivoli militari della Repubblica Popolare di Cina hanno raggiunto il Vicino Oriente atterrando nella base di Konyia alla presenza di un rappresentante del governo Erdogan, dopo essersi riforniti in Iran presso la base di Gayem al Mohammad nel Khorassan (posizionata a 55 km di distanza da Herat), accolta dal generale comandante dell’aviazione iraniana Ahmad Mighani.
In quell’occasione, è circolata con insistenza la notizia che durante il trasferimento Cina-Turchia le squadriglie del Dragone abbiano lasciato sull’aeroporto militare dell’Iran due cacciabombardieri J-10 Chengdu, i cui piloti sarebbero stati rimpatriati su un cargo in partenza dal porto di Bandar Abbas con destinazione Shangai, per mandare un chiarissimo segnale politico agli USA sull’intenzione della Cina di mantenere ottimi rapporti politici, economici e militari con Teheran, aprendo contemporaneamente alla Turchia con cui ha stretto un’intesa per raggiungere nel corso di cinque anni un interscambio di 110 miliardi (in dollari, per ora) con pagamenti nelle rispettive valute. Decisione già adottata, tra l’altro, da due colossi dell’America indiolatina (Brasile-Argentina) e dell’Asia (Russia-Cina) per sostituire la moneta americana come unico riferimento di scambio nelle transazioni internazionali.
Accordi che limano un po’ alla volta l’influenza USA a livello planetario e ne aggravano la crisi politica e finanziaria. Persa ogni capacità di ingerenza per Washington anche in Libano, dopo la visita del primo ministro Hariri a Damasco ed a Teheran, viaggio che mette alla berlina il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja e l’Europa a 27.
La visita di Erdogan nelle stesse capitali ha aperto un altro fronte nella politica estera di Washington, dopo le rivelazioni sugli aiuti che l’Amministrazione Bush ha offerto al PKK e che quella di Obama conferma con Biden per la creazione, al momento giudicato idoneo, di una repubblica separata dall’Iraq, allargata a territori attualmente appartenenti a Siria, Iran e Turchia: il “grande Kurdistan”.
D’intesa con il presidente Assad, Ankara ha inoltre sminato i confini di Stato tra Turchia e Siria, rafforzato le relazioni bilaterali a livello politico, commerciale e culturale con Damasco. Il terreno di confine liberato dall’esplosivo è stato assegnato ad una società mista turco-siriana per la piantumazione di ulivi e la produzione e la commercializzazione di prodotti agricoli. Un altro “messaggio“ fatto recapitare questa volta ad “Israele“.
Qualche flash, così a caso, in questo quadrante del mondo, tanto per non farci sommergere da dosi massicce di informazione spazzatura o da secchiate di cloroformio al “delitto di Avetrana“.
E ora l’argomento che ci interessa: l’F-35. Continua a leggere

James Blunt & Viktor Bout

Londra, 15 novembre – James Blunt, il cantautore britannico di ‘You’re Beautiful’ che prima di intraprendere la carriera musicale era un ufficiale della cavalleria, avrebbe ”sventato la Terza Guerra Mondiale” quando, nel 1999 in Kosovo, si era rifiutato di obbedire al generale americano Wesley Clark che gli aveva ordinato di sopraffare un battaglione di 200 soldati russi.
”Ero l’ufficiale responsabile di una truppa di uomini dietro di me”, ha spiegato Blunt ai microfoni di BBC Radio 5, aggiungendo che ”era una situazione folle”. Il generale Clark aveva detto loro di raggiungere una pista di atterraggio e di assumerne il controllo, ma i soldati russi erano arrivati prima di loro e ”ci puntavano le armi addosso in maniera aggressiva”.
Blunt, il cui racconto è stato confermato dal generale britannico Mike Jackson, che in quell’occasione si oppose alla decisione di Clark, ha proseguito affermando: ”Il comando diretto giuntoci dal generale Wesley Clark fu di sopraffarli. Diverse parole vennero usate che si sembravano strane. Parole come ‘distruggere’ vennero pronunciate alla radio”. Il musicista ha poi sottolineato: ”Le conseguenze pratiche di questa decisione politica sarebbero state un atto di aggressione nei confronti dei russi”. Blunt non si sentiva di affrontarli, ma il reggimento dei paracadutisti che si trovava insieme a lui era ”pronto a dare battaglia”.
”Ci sono cose che si fanno sapendo che sono giuste e cose che ti senti invece che sono assolutamente sbagliate. Questo senso di giudizio morale viene inculcato nella testa a noi soldati dell’esercito britannico” ha ricordato Blunt, sottolineando che avrebbe disobbedito all’ordine anche se a rischio di finire di fronte ad una corte marziale. Per fortuna, prima che la situazione degenerasse, il generale Jackson intervenne. ”Le sue parole esatte furono: ‘Non voglio che i miei soldati siano responsabili di aver dato inizio alla Terza Guerra Mondiale’ e ci disse ‘Perché invece non proseguiamo sulla strada e circondiamo la pista?”’, ha raccontato Blunt, dicendosi ”assolutamente” sicuro che se le cose fossero andate diversamente le conseguenze sarebbero potute essere disastrose.
(ANSA)

E, da domani, “tutti a Lisbona” per il vertice che dovrà approvare il nuovo Concetto Strategico della NATO.
La tensione fra Stati Uniti e Russia, intanto, torna a salire a causa di un “mercante di morte”:

Bangkok, 18 novembre. – Si aggrava la crisi diplomatica innescata dall’estradizione dalla Thailandia agli Stati Uniti del trafficante d’armi russo Viktor Bout, eseguita martedì. Il premier thailandese, Abhisit Vejjajiva, ha annullato una visita in Russia dopo le durissime proteste di Mosca mentre i russi accusano Washington di aver fatto pressioni su Bout per convincerlo a dichiararsi colpevole in tribunale. Abhisit ha assicurato che la rinuncia a partecipare al summit di quattro giorni sulla protezione delle tigri che si apre domenica a San Pietroburgo non è legata alla querelle, ma a impegni politici in patria. I rapporti con la Russia sono comunque tesissimi e il premier thailandese ha auspicato che “non siano influenzati da una singola questione”. Sull’estradizione, Abhisit ha negato di aver ceduto alle pressioni USA e ha rimproverato a Mosca di non aver presentato prove a discarico del “Mercante di morte”, come è soprannominato Bout. Davanti a un tribunale di New York, Bout si è dichiarato non colpevole per le accuse di cospirazione per uccidere cittadini statunitensi, di acquistare missili anti-aerei e di sostenere gruppi terroristici.
Il 43enne ex ufficiale dell’aviazione sovietica é stato incarcerato senza possibilità di rilascio su cauzione e comparirà di nuovo davanti ai giudici il 10 gennaio. La Russia ha accusato le autorità USA di aver fatto pressioni su Bout durante il volo per New York per convincerlo ad ammettere la sua colpevolezza, in cambio di non meglio specificati vantaggi. A sostenerlo è stato il console russo a New York, Andrei Yushmanov, il quale ha precisato che Bout ha respinto queste offerte. Il caso rischia di avvelenare il vertice della NATO che si apre domani a Lisbona, a cui partecipa anche il presidente russo Dmitri Medvedev.
(AGI)

Viktor Bout, chi era costui?

“Disperatamente scusa”

Londra, 1 settembre – Nelle sue memorie Tony Blair chiede “disperatamente scusa” per le vittime della Guerra in Iraq. Conflitto in cui nel 2003, sposando acriticamente la posizione di George W. Bush, decise di coinvolgere il Regno Unito. Nei sei anni dal 19 marzo 2003 al 30 aprile 2009 le truppe britanniche hanno sofferto 179 vittime.
(AGI)