Elezioni USA e dintorni

Dal meno peggio al sempre peggio, dal tanto peggio al tanto meglio.
Ma dalla Sicilia alla California l’astensionismo conquista o sfiora la maggioranza

“Caro Lucio – recita l’e-mail – conosciamo i tuoi spunti critici sulla nostra opera di governo degli ultimi quattro anni e ne terremo conto nel nostro secondo mandato. Il tuo sostegno è comunque essenziale al fine di tradurre in realtà quei programmi che l’emergenza della crisi economica ereditata dalla precedente amministrazione e l’accanita opposizione repubblicana nella Camera dei rappresentanti ci hanno in parte impedito di attuare. Facciamo affidamento pertanto sul tuo voto il 6 novembre e prima ancora sul tuo contributo economico alla fase conclusiva della campagna elettorale. F.to: Barack Obama”.
Non ci siamo mai sognati di chiedere la cittadinanza statunitense nei trentotto anni trascorsi nella repubblica stellata e in quanto stranieri non abbiamo il diritto di voto nel grande impero d’occidente e anche se volessimo non potremmo contribuire un solo dollaro alla campagna di Obama o del suo avversario. Sospettiamo che più di un malinteso si sia trattato di uno scherzo fattoci da un caro amico newyorkese da anni residente in Italia, D.S., obamista di ritorno, che dopo averci fatto pervenire altri inviti dalla Casa Bianca (con soli 19 dollari il nostro nome sarebbe stato estratto a sorte per un invito a cena con il Presidente), ci abbia segnalato come cittadino americano “critico”, residente all’estero, a qualche funzionario democratico di Washington. Perché la tesi di D.S. è quella più semplice e più in voga da almeno due mesi a questa parte: definire Romney-Obama “un mostro a due teste” è da sofisti intellettualmente disonesti, perché Barack è meglio di Mitt e anche per i disillusi è il meno peggio dei due.
Ci risiamo: votare per il meno peggio, anche se l’esperienza degli ultimi quaranta anni negli Stati Uniti e in Europa ha dimostrato che il meno peggio ha portato sempre al peggio. Continua a leggere

Amnesty per l’occupazione?

Ashley Smith spiega cosa c’è dietro le contorsioni politiche di Amnesty International

La maggior parte delle persone associa Amnesty International con la lotta alla tortura, la protesta contro la pena di morte e l’impegno per la liberazione dei prigionieri politici. Conosciuta per queste importanti campagne, nell’ultimo decennio Amnesty si è opposta alla guerra in Iraq e ha chiesto la chiusura del campo di reclusione americano presso la Baia di Guantanamo, a Cuba.
Pertanto, gli attivisti contro la guerra presenti a Chigago durante il vertice della NATO dello scorso Maggio sono stati scioccati dal vedere che Amnesty International USA ha ricoperto le fermate degli autobus cittadine con manifesti che recitavano: “Diritti Umani per le donne e le ragazze in Afghanistan: NATO, sostieni il progresso!”.
Ancora peggio, Amnesty USA ha organizzato di sua iniziativa un “vertice ombra” in contemporanea con quello della NATO, ospitando Madeleine Albright, il famigerato Segretario di Stato di Bill Clinton, che sarà sempre ricordata per la sua cinica risposta alla domanda – postale durante la trasmissione 60 Minutes – circa le sanzioni contro l’Iraq degli anni novanta. Il corrispondente Lesley Stahl chiese, “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Sono ancora di più di quelli morti a Hiroshima. Ne valeva la pena?”, la Albright rispose “Penso sia stata una scelta molto difficile, ma crediamo ne valesse la pena”.
Con una vera e propria criminale di guerra quale sua relatrice speciale, il vertice ombra di Amnesty USA ha lanciato una campagna come se auspicasse una estensione dei “buoni lavori” della NATO in Afghanistan. I suoi relatori e i materiali promozionali riciclavano la giustificazione “femminista” dell’invasione e dell’occupazione militare tipica di George Bush – che la NATO avrebbe liberato le donne dall’oppressione dei Talebani.
Amnesty USA dice in una “Lettera aperta ai presidenti Obama e Karzai”: “Oggi, tre milioni di ragazze vanno a scuola, in confronto praticamente a nessuna sotto i Talebani. Le donne costituiscono il 20% dei laureati. La mortalità materna e quella infantile sono diminuite. Il 10% di giudici e procuratori sono donne, rispetto a nessuna durante il regime dei Talebani. Questo è ciò che intendiamo per progresso: i miglioramenti per i quali le donne hanno lottato durante l’ultimo decennio”.
Si faccia un confronto con la propaganda della NATO: “In dieci anni di collaborazione, le vite di uomini, donne e bambini afghani sono migliorate significativamente per quanto riguarda la sicurezza, l’educazione, la cura della salute, il benessere economico e il rispetto di diritti e libertà. C’è da fare di più, ma siamo determinati a lavorare insieme per assicurare il sostanziale progresso che abbiamo realizzato nel passato decennio”.
Semplicemente non c’è alcuna differenza.

La verità sulle donne durante l’occupazione della NATO
Queste affermazioni sono ridicole. L’occupazione NATO dell’Afghanistan ha sviluppato un regno del terrore nei confronti di tutta la popolazione del Paese, infliggendo repressione, attaccando le feste di matrimonio e appoggiando il Presidente burattino Hamid Karzai e il suo corrotto regime di signori della guerra.
Anche il New York Times ammette che non c’è stato praticamente alcun sviluppo. Un suo editoriale riporta: “Secondo la Banca Mondiale, circa il 97% del PIL dell’Afghanistan, pari a 15,7 miliardi di dollari, viene dall’aiuto internazionale militare e allo sviluppo e dalle spese effettuate nel Paese dalle truppe straniere.”
Ogni affermazione di funzionari statunitensi o della NATO circa il miglioramento delle condizioni degli afghani dovrebbe essere valutata con profondo sospetto. Nella più recente esposizione delle loro bugie circa lo sviluppo, un’ìnchiesta del Congresso ha rivelato che l’ospedale Dawood, finanziato dagli USA, ha imprigionato i suoi pazienti in “condizioni stile-Auschwitz”. Come ha riferito Democracy Now!: “Fonti anonime dell’Esercito hanno diffuso fotografie scattate nel 2010 che mostrano pazienti severamente trascurati, affamati all’ospedale Dawood, considerato il gioiello della corona del sistema sanitario afghano, dove è trattato il personale militare del Paese. Le foto mostrano pazienti molto emaciati, alcuni sofferenti di cancrena e ferite infestate da vermi”.
Le condizioni delle donne in Afghanistan non costituiscono un’eccezione a questo quadro generale. Né la NATO né il regime di Karzai hanno migliorato i diritti delle donne – Karzai ha firmato una normativa che conferisce ai mariti il potere di costringere a far sesso e privare di cibo le proprie mogli. Come Sonali Kolhatkar, fondatrice della Missione delle Donne Afghane, e Mariam Rawi, dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, hanno scritto: “Sotto i Talebani, le donne erano confinate nelle proprie case. Non veniva loro permesso di lavorare o frequentare la scuola. Erano povere e senza diritti. Non avevano accesso all’acqua pulita o alle cure mediche, ed erano costrette ai matrimoni, spesso ancora bambine. Oggi, nella maggior parte dell’Afghanistan le donne vivono nelle stesse precise condizioni, ma con una notevole differenza: sono circondate dalla guerra.”
Dopo più di un decennio di occupazione militare, l’aspettativa media di vita per le donne afghane è pari a 51 anni. Il Paese è ultimo al mondo nella classifica della mortalità sia materna che infantile. L’UNICEF riferisce che il 68% dei bambini con meno di cinque anni soffre di malnutrizione.
Con l’inizio delle operazioni di controguerriglia volute da Obama, le condizioni per le donne sono drammaticamente peggiorate, non migliorate. “Il conflitto alle soglie di casa” scrivono Kolhatkar e Rawi “mette in pericolo le loro vite e quelle delle loro famiglie. Non porta loro diritti nell’ambito domestico o nella vita pubblica, e le rinchiude ulteriormente nella prigione costituita dalle loro stesse abitazioni”.
Ecco perché Malalai Joya, ex membro del Parlamento afghano, presume che l’unica buona cosa che USA e NATO possano fare è andarsene dal suo Paese. In una dichiarazione durante la dimostrazione contro il vertice NATO, ella ha detto: “In Afghanistan abbiamo molti problemi – il fondamentalismo, i signori della guerra, i Talebani. Ma avremmo una migliore probabilità di risolverli se avessimo la nostra auto-determinazione, la nostra libertà, la nostra indipendenza. Le bombe della NATO non daranno mai democrazia e giustizia all’Afghanistan o a nessun altro Paese”.

Per chi conosce l’inglese, la lettura può continuare qui.
Scoprirà, fra le altre cose, che lo scorso mese di Gennaio è stata designata quale nuovo direttore esecutivo di Amnesty International USA la signora Suzanne Nossel, fresca da un incarico al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, paladina dell’”interventismo umanitario” insieme a Samantha Power, Susan Rice e la stessa Clinton.
Non prima di essere stata assistente dell’ambasciatore USA presso l’ONU Richard Holbrooke ai tempi dei bombardamenti della NATO sull’ex Jugoslavia e direttore operativo di Human Rights Watch (HRW), nonché di aver inventato il termine “smart power”, assunto da Hillary Clinton quale parola d’ordine della politica estera a stelle e strisce durante l’amministrazione Obama.

Guantanamo 2002-2012

Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei detenuti di Guantanamo. Dal rapporto, intitolato Guantanamo 2002-2012: un decennio di danni ai diritti umani, emerge come, nonostante le promesse del Presidente statunitense Obama di chiudere il carcere entro il 22 gennaio 2010, poco sia cambiato in questi dieci anni.
Amnesty ha anche lanciato un appello per evitare che uno dei prigionieri di Guantanamo, ‘Abd al Rahim Hussayn Muhammed al Nashiri, ora in attesa di processo presso la corte militare, rischi la pena di morte, opzione prevista per il suo caso.
Sul sito dell’organizzazione, oltre al rapporto su Guantanamo, è possibile consultare una cronologia e una scheda con fatti e cifre.
Radio Città Fujiko di Bologna ne ha parlato con il portavoce Riccardo Noury.

“Più saranno i Paesi… meglio sarà per noi”

In Somalia sono decine di migliaia i morti per la grave carestia che ha colpito buona parte del paese, mentre 750.000 persone potrebbero morire di fame nei prossimi quattro mesi se la comunità internazionale non garantirà sufficienti aiuti alimentari alle popolazioni del Corno d’Africa. Secondo le Nazioni Unite, dodici milioni e mezzo di persone hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicinali, mentre sta crescendo giorno dopo giorno il numero dei disperati in fuga dalle sei macroregioni somale duramente colpite dalla siccità. Oltre 600.000 somali hanno attraversato il confine per raggiungere i campi profughi sorti nei paesi confinanti. Nella tendopoli di fortuna di Dadaab, Kenya orientale, il più affollato centro per rifugiati al mondo, sono stipati oggi più di 420.000 persone. In Etiopia, le agenzie internazionali hanno installato quattro grandi campi di accoglienza, dove affluiscono oltre un migliaio di sfollati al giorno. Una crisi umanitaria imponente ma con radici lontane, che le grandi reti mediatiche stanno rendendo visibile internazionalmente sulla scia della campagna interventista lanciata dal Dipartimento di Stato e da USAID, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo degli Stati Uniti d’America. Per Washington è indispensabile aprire manu militari corridoi “umanitari” che consentano il flusso degli aiuti alle popolazioni colpite. Un’occasione da non perdere per chiudere di rimessa e definitivamente, la partita in Africa orientale contro le organizzazioni combattenti nemiche.
“Abbiamo contribuito con quasi 600 milioni di dollari nei primi otto mesi del 2011 fornendo aiuti a più di 4,6 milioni di abitanti del Corno d’Africa e confermando il ruolo degli Stati Uniti come il maggiore dei donatori mondiali nella regione”, affermano i funzionari di USAID. “Il nostro governo ha inoltre annunciato che finanzierà la fornitura di aiuti umanitari addizionali al popolo somalo e sta lavorando con le agenzie internazionali per portare alla popolazione i bisogni basici”. A metà agosto, il presidente Obama ha approvato uno stanziamento straordinario di 105 milioni di dollari per l’acquisto di “cibo, farmaci, shelter e acqua potabile per coloro che hanno disperatamente bisogno di aiuto in tutta la regione”, come recita un dispaccio del Dipartimento di Stato. Troppo poco. Per le Nazioni Unite, infatti, c’è bisogno di un miliardo di dollari in più per rispondere a tutte le necessità alimentari e sanitarie in Corno d’Africa. Gli ha risposto solo l’Unione europea annunciando fondi per 100 milioni di dollari e, bontà sua, la Banca mondiale, disponibile a stanziare sino a 500 milioni di dollari, 8 milioni appena per affrontare l’emergenza, il resto per chissà quali progetti “a lungo termine” a favore degli “agricoltori della regione”. Washington però avverte: sino a quando opereranno impunemente in Corno d’Africa le milizie degli Shebab, le formazioni integraliste somale ritenute vicine alla costellazione di al-Qaeda, “per le organizzazioni umanitarie sarà impossibile raggiungere e prestare assistenza alle popolazioni”.
“La mancanza di sicurezza e di vie di accesso alle aree colpite limita significativamente gli sforzi assistenziali in Somalia”, ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani, Don Yamamoto, in una sua audizione al Senato. “Esistono difficoltà a portare cibo dove c’è più necessità a causa della presenza dell’organizzazione terroristica degli Shebab. Le sue minacce hanno costretto le Nazioni Unite a ritirarsi dai programmi di assistenza in diverse parti della Somalia sin dall’inizio di quest’anno”. Secondo Yamamoto, “i più colpiti dall’odierna siccità sono gli oltre due milioni di somali intrappolati nelle aree meridionali e centrali della Somalia sotto il controllo degli Shebab”. Secondo il vicesegretario, gli Stati Uniti si stanno attivando insieme ai principali partner internazionali “per contrastare gli Shebab e impedire che minaccino i nostri interessi nell’area o continuino a tenere come ostaggio la popolazione somala”. In che modo ci ha pensato lo staff di USAFRICOM, il Comando degli Stati Uniti per le operazioni militari nel continente africano, riunitosi a fine luglio a Stoccarda (Germania).
“La grave carestia in Corno d’Africa è una delle priorità del Comando USA congiuntamente alla crescita nella regione dei gruppi estremisti violenti”, ha spiegato il generale Carter F. Ham, comandante di AFRICOM. “La situazione attuale non richiede un significativo ruolo militare, ma il governo USA potrebbe chiederci qualche forma di supporto per il futuro. Se vado aldilà dell’aspetto umanitario e guardo a quello militare, posso affermare che il rischio più grave in Africa orientale è oggi rappresentato dagli estremisti di Shebab”. Per il generale Ham, il primo passo per “indebolire” le milizie è quello di accrescere l’assistenza USA nel campo della “sicurezza e della stabilità interna” al Governo federale di transizione della Somalia e agli altri paesi della regione. “L’organizzazione di esercitazioni e scambi militari multinazionali è un mezzo importante per sviluppare la cooperazione tra le nazioni africane”, ha dichiarato Ham. “Più saranno i Paesi che si uniranno per partecipare simultaneamente alle esercitazioni e meglio sarà per noi”.
(…)
Grazie ad AFRICOM è stata costituita la East Africa’s Standby Force (EASF), una forza di pronto intervento a cui i paesi dell’Africa orientale hanno assegnato i propri reparti d’élite. La formazione del personale EASF e l’addestramento operativo è curato dai marines della Combined Joint Task Force-Horn of Africa (CJTF-HOA), la task force USA creata a Gibuti nel 2002 per “combattere le cellule terroristiche in Africa orientale” e che, dopo la creazione di AFRICOM nel 2008, è divenuta la struttura chiave per la proiezione avanzata delle forze armate statunitensi nel continente. Oltre a formare i reparti militari africani, CJT-HOA ricopre un variegato ventaglio di missioni, compresi la pianificazione delle operazioni multinazionali in Africa, la negoziazione di accordi legali per futuri interventi e/o installazioni in loco, il sostegno alle operazioni anti-pirateria delle flotte USA, NATO ed UE nelle acque del Mar Rosso.
(…)
Il Comando USA per le operazioni speciali in Africa è lo stesso che dal mese di giugno pianifica e dirige le operazioni in Somalia di bombardamento missilistico con l’utilizzo di velivoli UAV senza pilota (i droni del tipo Predator) contro obiettivi top secret, come rivelato dai maggiori quotidiani statunitensi. Il Pentagono sta inoltre preparando il trasferimento di quattro UAV alle forze armate di Uganda e Burundi, che hanno messo a disposizione 9.000 uomini per la forza multinazionale dell’Unione Africana presente a Mogadiscio e in altre città somale. Ai due Stati africani Washington ha fornito nei mesi scorsi equipaggiamenti militari (camion di trasporto, blindati, giubbotti antiproiettile, visori notturni, ecc.), per un valore di 45 milioni di dollari.
Attivissima nella formazione dei militari somali nell’individuazione e smascheramento dei miliziani Shabab è anche la famigerata CIA – Central Intelligence Agency degli Stati Uniti d’America. Oltre a finanziare ed armare la neo costituita agenzia di spionaggio nazionale (la Somali National Security Agency), la CIA ha collaborato alla realizzazione di una grande stazione d’intelligence all’interno dell’aeroporto di Mogadiscio, nota localmente come “the Pink House” o più semplicemente “Guantanamo”, perché utilizzata per gli interrogatori sotto tortura dei prigionieri sospettati di terrorismo. Come rivelato da un lungo reportage del New York Times (11 agosto 2011), per l’addestramento delle unità africane in lotta contro gli Shebab, il Dipartimento di Stato e la CIA si sarebbero pure affidati ai mercenari di origine sudafricana, francese e scandinava contrattati dalla Bancroft Global Development, una società di sicurezza privata statunitense con uffici alla periferia di Mogadiscio. Secondo il quotidiano USA, Bancroft Global Development verrebbe utilizzata ufficialmente in ambito Unione Africana dalle forze armate di Uganda e Burundi, successivamente rimborsate per le loro spese da Washington. Dal 2010, la compagnia privata avrebbe conseguito in Somalia utili per circa 7 milioni di dollari.
(…)

Da Crociata “umanitaria” USA in Corno d’Africa, di Antonio Mazzeo.

Crimini di guerra mediatico-giudiziaria

A distanza di un mese e passa dal primo attacco di elicotteri Apache finalizzato alla distruzione di centri comunicazione e radar in prossimità di Marsa el Brega, in Libia la situazione sul terreno è rimasta pressoché immutata.
Le forze di Gheddafi in Cirenaica continuano a mantenere sia il controllo di questo terminal energetico, di importanza strategica, posizionato a 800 km da Tripoli, che di ampie zone del territorio circostante fin sotto Ajdabiya.
L’ultima strage dall’aria, quindici morti tra i residenti, è arrivata a ridosso del porto della Cirenaica, nel centro città, nelle stesse ore in cui è uscita allo scoperto un’altra clamorosa balla sulle travolgenti avanzate dei ribelli del CNT lanciate alla conquista del compound di Bab al Azizia per consegnare Gheddafi, come hanno solennemente promesso, alla CPI dell’Aja.
L’ha raccontata il 27 Giugno alla Reuters, tramite telefono cellulare (!), il solito testimone creato dal nulla che questa volta ha assunto il nome di Juma Ibraim.
Il “suo“ racconto è arrivato dalla periferia sud di… Bir el Ghanam.
La “notizia“ è rimbalzata nel Bel Paese con l’Ansa. La diffusione della flagrante patacca su giornali e tv è stata tanto capillare da trovare spazio anche su quotidiani come Il Sole 24 ore e Milano Finanza.
Ci siamo presi la briga di andare a vedere su Google Earth dove si trovasse questo nuovo caposaldo dato nelle mani dei “sostenitori“ di Re Idris.
E’ un villaggio abbandonato di qualche decina di abitazioni, posizionato ad ovest di un tracciato in ambiente desertico a 87 km da Tripoli, difficilissimo da raggiungere, a ridosso com’è di una invalicabile catena collinare di sabbia.
Il 29 Giugno, Le Figarò darà notizia di altre armi paracadutate dalla Francia di Sarkozy a “formazioni di irregolari“ a Misurata, Nalut, Tiji, al Javash, Shakshuk e Yafran, precisando la natura dei “vettovagliamenti“ dall’aria: denaro, logistica, lanciarazzi, fucili d’assalto, mitragliatrici e missili anticarro Milan.
In realtà, al momento, di ribelli lanciati alla conquista di Tripoli non se ne vedono da un pezzo. Rimangono sulla difensiva in Cirenaica solo esigue formazioni “fluide“ di tagliagole, attestate ai margini della Litoranea, oltre i 30‘ nord e i 20‘ sud, pronte a innestare le marce avanti dei pick-up per qualche centinaio di metri nelle ore immediatamente successive ai bombardamenti della NATO e a ingranare le retromarce nei momenti di pausa tra uno strike e l’altro.
Una sorta di claque, vestita di un pagliaccesco criminale, usata fin dalla prima settimana di Marzo per dare credibilità a una rivolta popolare “repressa nel sangue dalle forze di Gheddafi“, capace di giustificare un “intervento umanitario“ dall’esterno e di portare a maturazione il progetto di Stati Uniti ed Europa di destabilizzare, con l’esplicito appoggio di Ban Ki Moon, uno Stato sovrano. Continua a leggere

La spaventosa sorte di Abou Elkassim Britel

Quando incontrai la signora Khadija Anna L. Pighizzini, tre anni fa, e mi raccontò la sua storia inaudita, mi si spezzò il cuore. Viveva una vita serena e tranquilla fino a quando, nel novembre 2001, fu improvvisamente assalita da ondate di giornalisti che, dopo aver diffuso ripetute menzogne, con lo scopo di associare suo marito al terrorismo, pretendevano sue dichiarazioni. Avevano ripreso quelle menzogne provenienti da servizi segreti, da un articolo di Guido Olimpio, giornalista al Corriere della Sera.
Fu l’inizio di un calvario tutt’ora in atto.
Era il periodo in cui ordinari cittadini che frequentavano la moschea, venivano sospettati, calunniati da giornalisti legati a servizi segreti, la cui missione era di diffondere notizie false nel quadro della guerra di propaganda contro l’Islam. Si trattava di preparare l’opinione pubblica a percepire come utile la guerra contro l’Islam.
Da allora, Khadija, una signora dolce e discreta, cresciuta in una stimata famiglia italiana di Bergamo, è stata costretta a lottare per difendere l’onore della sua famiglia e far conoscere la spaventosa sorte di suo marito Abou Elkassim Britel, una persona rispettabile ingiustamente associata al terrorismo, e mantenuto in prigione senza nessuna colpa.
Rapito nel 2002 da agenti della CIA, Abou ElKassim Britel, ha subito la sorte terrificante di migliaia di musulmani nell’ambito di quelle attività segrete e illegali chiamate “extraordinary rendition”, denunciate sin dal 2004 dal senatore svizzero Dick Marty.
Imprigionato e torturato in un luogo segreto in Pakistan, Abou ElKassim Britel è stato in seguito trasportato da agenti della CIA in Marocco, consegnato ai servizi segreti marocchini per essere di nuovo torturato e mantenuto in segreto nella sede dei servizi di intelligence a Témara. Sottoposto a trattamenti violenti e umilianti per oltre 8 anni, Abou Elkassim Britel ha intrapreso lunghi e rischiosi scioperi della fame per rivendicare la sua innocenza e il diritto di essere trattato umanamente.
Sua moglie, vive con sempre maggiori difficoltà la realtà crudele che colpisce il suo sposo incarcerato in Marocco, un paese assai attraente per i turisti che ignorano tutte le violazioni commesse dal Regno. Di ritorno dalla sua ultima visita al marito in prigione racconta:
“(…)
Mio marito è cittadino italiano, ma non ha mai avuto alcun sostegno decisivo dal nostro governo. Io sono qui in Italia, devo lavorare per mantenere lui e me e per andarlo a trovare ogni tre mesi. Sono preoccupata, nulla è certo in Marocco.
Il Console d’Italia, che aveva incontrato mio marito dopo il trasferimento e aveva visto com’era ridotto, mi ha accompagnato alla prima visita ed è riuscito a strappare un permesso di visita giornaliero, spero che continuerà ad aiutarci. Ora si è reso conto della gravità della situazione, che non sfugge nemmeno ai responsabili delle carceri. Gli scioperi della fame di coloro che sono incarcerati con mio marito – i cosiddetti “islamisti”, musulmani radicali – continuano; come pure le proteste dei loro familiari.
Oltre un centinaio di prigionieri “islamisti”, fra i quali mio marito, sono stati deportati da sei diverse prigioni e rinchiusi in questo nuovo reparto, costruito proprio per loro. Sembra che lo stato marocchino pretenda delle ammissioni di responsabilità prima di liberarli, o voglia provocare reazioni forti per poi tenerli ancora in carcere.
Molti di loro, arrestati nel 2003, sono quasi al termine della pena. Queste persone, trattenute arbitrariamente sono per la maggior parte assolutamente innocenti. È un’ingiustizia. I processi sono stati iniqui, come denunciano i militanti che si battono da allora per la loro liberazione. Lo dicono e lo ripetono le organizzazioni nazionali e internazionali, ci sono molte prove.
È una denuncia impressionante che descrive gli stessi metodi brutali e fuori dalla legge toccati a mio marito e a tanti altri.
Sono otto anni di torture per i prigionieri e le loro famiglie. Il Marocco ha rifiutato ogni richiesta di dialogo e di revisione; anzi da anni prima delle occasioni di grazia reale compare la solita notizia “smantellata cellula terroristica”, spesso poi non se ne sa più nulla. Non so cosa aspettarmi.
Mio marito è uno delle decine di migliaia di persone rapite da agenti della Central Intelligence Agency (CIA) dopo l’11 Settembre cui è toccata questa dura sorte. Alcuni sono spariti per sempre; altri sono rientrati a casa distrutti, dopo anni rinchiusi a Guantanamo.
A noi manca il sostegno italiano, mai nessun governo ha chiesto con forza la liberazione di questo cittadino incensurato che è mio marito. Avrebbero dovuto farlo; la loro indifferenza mi ha fatto capire l’utilizzo che si fa dell’attività di servizi segreti che hanno inventato menzogne, che hanno mentito per fare di mio marito un criminale. La sorte di cittadini italiani di religione musulmana non ha nessun valore per loro.
Temo per la vita di mio marito e mi sento impotente. Ogni giorno mi chiedo se e come tornerà a casa.
Nonostante tutto insisto. In rete comunico le informazioni che i giornali non danno, contatto le ONG. Ma mi sento molto sola e non vedo una soluzione. Quello che manca è la presa di posizione esplicita di qualche personalità conosciuta; penso a esperti nel capo del diritto e dei diritti umani in particolare, qualcuno che possa aiutarmi a comunicare con lo Stato italiano.
È assurdo che di fronte al pericolo di vita che mio marito corre ogni giorno, all’ingiustizia che lo tiene detenuto da quasi nove anni, l’azione della diplomazia italiana si limiti a un colloquio con il direttore del carcere.
Questa esperienza ci ha molto provato. Mio marito è completamente innocente. Si è trovato coinvolto, senza ragione, solo perché di religione musulmana, quando gli Stati Uniti volevano accreditare l’idea di una minaccia terroristica. Il Pentagono doveva fornire un certo numero di persone da definire “terroristi”. È così che vennero incriminati uomini innocenti come lui.”
Questa vicenda terrificante, che ha distrutto la vita di queste brave persone, ha fatto emergere il ruolo inquietante di giornalisti “esperti in terrorismo”, “esperti in servizi segreti” che, a volte all’insaputa dei giornali che pubblicano i loro articoli, sono in realtà agenti la cui principale attività à di diffondere notizie false, far regnare la paura fondata sulla falsa minaccia dell’Islam, in modo da far accettare come necessarie per la “sicurezza” le guerre più crudeli e sanguinose contro i musulmani.
Gli Stati in guerra si sono sempre serviti di giornalisti come copertura per i loro agenti segreti. Ma da quando alcuni giornalisti sono stati identificati e denunciati dalle vittime delle loro menzogne, è nostro dovere portare alla luce fatti così gravi e dolorosi.

Da Marocco: la realtà crudele di musulmani imprigionati e torturati, di Silvia Cattori.
[grassetto nostro]

Nel mirino di Washington

Di Maurice Lemoine, da Le Monde Diplomatique Brasil, anno 3 numero 31 Febbraio 2010, pp. 6-7.

Tendenza del dopo-Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono passati da una strategia di contenimento del rivale sovietico alla ricerca dell’egemonia planetaria. Le nuove tecnologie militari non esigono più basi gigantesche, ma una densa rete di punti di appoggio previamente posizionati. Ed è qui che entrano in gioco i colombiani

“I problemi della Colombia si estendono ben oltre le sue frontiere e hanno implicazioni per la sicurezza e la stabilità regionali”, dichiarò, nell’Agosto 1999, l’allora Segretario di Stato USA Madeleine Albright. Il 13 Luglio dell’anno seguente, il presidente Bill Clinton ed il suo collega colombiano Andrés Pastrana si accordarono per firmare il Piano Colombia, destinato a farla finita con il narcotraffico e le guerriglie. Senza molta partecipazione, il Congresso Nazionale di Bogotà ebbe diritto soltanto a consultarne un testo parziale ed in inglese!
Un decennio più tardi, la Colombia ha già ricevuto più di 5 miliardi di dollari di aiuto statunitense, essenzialmente di carattere militare. E, dall’arrivo al potere di Alvaro Uribe, nel 2002, già molto sangue è scorso sotto i ponti. Il presidente promise una “vittoria rapida” sui ribelli dell’Esercito di Liberazione Nazionale
(ELN) e principalmente sulle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Ed a credere ai bilanci divulgati dall’Esercito Colombiano, il presidente ha vinto ampiamente. A titolo di esempio, nel 2007 egli affermava di aver catturato più di 6.500 guerriglieri e di averne uccisi più di tremila ? cifre che, anno dopo anno, continuano similmente. Oltre a ciò, diceva che il programma di smobilitazione, tra il 2002 e Maggio 2008, abbia colpito circa 15mila persone, tra cui 9mila membri delle FARC. Dunque: sapendo che le FARC sono state sempre stimate in 15mila combattenti, secondo la contabilità di Uribe, esse avrebbero dovuto necessariamente sparire dalla circolazione! O no? Continua a leggere

Un po’ di Italia a Bagram

DRS Technologies, azienda con sede negli Stati Uniti d’America interamente controllata dalla holding italiana Finmeccanica, si è aggiudicata un contratto del valore di 23 milioni e mezzo di dollari per la fornitura dei servizi di supporto informatico della base aerea di Bagram, la principale infrastruttura delle forze armate USA nel nord Afghanistan. “Il nostro personale assisterà il personale della base nel conseguimento della piena operatività dei sistemi di Comando, Controllo, Comunicazioni e Computer Information (C4I) utilizzati dalle forze USA e della coalizione alleata, dentro e fuori il campo di battaglia”, spiegano in un comunicato i manager di DRS Technologies. “I C4I esistenti saranno forniti di un programma di supporto delle reti di comunicazione e informatiche per la pianificazione, gestione ed integrazione delle operazioni congiunte nell’area afgana. Con questo nuovo contratto, DRS continuerà a fornire la tecnologia d’intelligence indispensabile per le operazioni delle forze armate statunitensi nell’Asia sud-occidentale. Un lavoro svolto da anni per il Joint NETOPS Control Center in Iraq e che adesso si trasferisce senza soluzione di continuità al Joint NETOPS Control Center afgano”. Per i non addetti ai lavori, il Joint NETOPS Control Center è il network di comando e controllo dove viene definito ed elaborato il “quadro delle operazioni” e dove il comandante dell’US Strategic Command, congiuntamente al Dipartimento della difesa e alle altre strutture militari USA “è impegnato a gestire e difendere la Rete Globale d’Intelligence che assicura la superiorità informativa degli Stati Uniti”. Un elemento strategico di primo livello, dunque, per la proliferazione delle guerre globali e permanenti del XXI secolo.
Bagram, ad una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi un’inesauribile macchina da guerra e, secondo alcuni congressisti USA, è la candidata più autorevole per essere trasformata nella maggiore delle basi operative che le forze armate degli Stati Uniti insedieranno in Afghanistan prima del loro parziale “ritiro” dal Paese.
(…)
A seguito dell’occupazione alleata dell’Afghanistan, a Bagram sono state realizzate multimilionarie infrastrutture: decine di caserme per il personale militare, numerosi edifici per uffici e centri di comando, tre enormi hangar per il ricovero dei mezzi, depositi munizioni, due piste aeree lunghe oltre 3.000 metri, rampe e aree di parcheggio per oltre 130.000 mq, un ospedale con 50 posti letto, centri ricreativi, campi sportivi e gli immancabili ristoranti e fast food. Il budget 2010 delle forze armate USA ha destinato più di 200 milioni di dollari per realizzare nella base strade, fognature, un megaimpianto di potabilizzazione e nuovi alloggi per i militari. Altri 43 milioni di dollari sono stati stanziati dal Congresso con il bilancio 2011: entro due anni saranno realizzati una facility per supportare le operazioni di lancio dei paracadutisti, un hangar per la manutenzione dei caccia F-15 ed A-10, una rampa per l’evacuazione dei velivoli dei reparti sanitari e una nuova stazione anti-incendio.
Bagram viene indicata come una delle infrastrutture militari “più sicure” in Afghanistan, ma la lista degli attentati di cui è stata oggetto è lunga e sanguinosa. Nel 2007, proprio mentre era in corso la visita alla base dell’allora vicepresidente Dick Cheney, un attacco suicida ad uno dei cancelli d’ingresso causò la morte di 23 persone (un militare e un contractor USA, un soldato sud-coreano e 20 operai afgani). Il 4 marzo 2009 fu invece fatta esplodere un’autobomba fuori del perimetro dell’aeroporto che causò la morte di altri tre lavoratori afgani. Quattordici mesi dopo una dozzina di insorgenti filo-Talibani sferrò un attacco armato contro la base, causando la morte di un contractor e il ferimento di 9 militari statunitensi. Non è tuttavia agli attentati che Bagram deve la sua fama sinistra a livello internazionale. La base è infatti nota come la “Guantanamo afgana” perchè sede del maggiore centro di detenzione USA di “combattenti” o semplici cittadini afgani sospettati di “terrorismo”. Secondo i dati forniti dal Pentagono a Bagram si troverebbero “all’incirca 565” detenuti. Quasi nulla si conosce della loro identità, delle circostanze del loro arresto e delle condizioni di detenzione. Nessuno dei prigionieri ha però avuto accesso all’assistenza legale o a un giudice. Oltre al personale d’intelligence statunitense, solo i rappresentanti della Croce Rosa Internazionale hanno diritto di accesso al centro di detenzione ogni 15 giorni. Nel maggio dello scorso anno, la Croce Rossa ha tuttavia rivelato di essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una “seconda prigione dove i detenuti sono tenuti in isolamento e non hanno mai potuto incontrare il nostro personale che invece attende periodicamente gli altri detenuti”.
La Bagram Theater Internment Facility è stata al centro d’innumerevoli denunce per gravi violazioni dei diritti umani, trattamenti disumani e abusi sui prigionieri.
(…)
È dunque in questo inferno afgano che fornirà propri servizi e proprio personale la società leader di Finmeccanica nel settore dei “prodotti elettronici integrati per la difesa e il supporto alle forze militari”. DRS Technologies, con sede a Parsippany (New Jersey), 10.000 dipendenti e un fatturato nel 2007 di 2.821 milioni di dollari, è una delle principali fornitrici del Pentagono. Quasi l’85% delle sue commesse provengono dalle forze armate USA;
(…)
L’acquisizione dell’azienda da parte della holding italiana risale al maggio 2008. Si è trattato di una spericolata operazione per il valore di circa 5,2 miliardi di dollari, che come ricorda Finmeccanica, “ha compreso l’assunzione di 1,2 miliardi di dollari di indebitamento netto con il sistema bancario, che verrà successivamente rimborsato con una combinazione di aumento di capitale, emissione di obbligazioni a lungo termine e cessione di attività (Ansaldo Energia)”. A finanziare l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di DRS Technologies, sono scesi in campo tre grandi istituti di credito italiani, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e UniCredit, più l’americana Goldman Sachs International. Ogni singola azione è stata rastrellata a 81 dollari, quando alla vigilia dell’assalto di Finmeccanica ne valeva sul mercato appena 63. “La straordinaria crescita di DRS nel corso degli ultimi cinque anni e il premio ottenuto dall’operazione costituiscono un ottimo risultato per i nostri azionisti”, si legge nel comunicato emesso il 13 maggio 2008 dagli amministratori di Finmeccanica e DRS Technologies. Sì, proprio un grande affare, per speculatori, banche e signori delle armi e delle guerre.

Da A DRS-Finmeccanica i centri informatici della Guantanamo afgana, di Antonio Mazzeo.

Guerre USA 2011

Lacrime e sangue per tutti, tranne che per i signori delle armi e delle guerre. Il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato il budget 2011 del Dipartimento della Difesa. Saranno 725 i miliardi di dollari destinati alle missioni di guerra e ai nuovi programmi militari. Buona parte del bilancio, 158,7 miliardi di dollari, sarà speso dal Pentagono per prolungare le operazioni in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungeranno 13,1 miliardi per lo “sviluppo delle forze di sicurezza afgane e irachene”. Sempre nell’ambito della “guerra permanente” al terrorismo internazionale, il Congresso ha destinato 75 milioni di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle “forze di controterrorismo” dello Yemen, Paese mediorientale sempre più attenzionato e corteggiato dal Pentagono.
(…)
Assai articolato il piano di potenziamento delle infrastrutture militari USA all’estero, con un particolare occhio di riguardo per il continente africano e il Medio oriente. Le vecchie e nuove priorità strategiche sono delineate dal report sui “Piani di lavoro del Naval Facilities Engineering Command”, pubblicato nel giugno 2010 da Jeff Borowey, responsabile del Comando d’ingegneria dell’US Navy per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud occidentale. Tra i programmi più ambiziosi, il “completamento del Master Plan di Camp Lemonnier, Gibuti, a supporto delle operazioni di Africom”, il nuovo Comando USA per il continente africano, per cui vengono stanziati 110,8 milioni di dollari; “l’installazione di un crescente numero d’infrastrutture in Africa per sostenere le richieste dei partner africani, di AFRICOM, CENTCOM e delle forze statunitensi della JTF-HOA di Gibuti”; “l’espansione delle basi in Bahrain e negli Emirati Arabi Uniti”, con progetti per 213,2 milioni di dollari. Altrettanto imponente la spesa per alcune delle maggiori installazioni USA in Europa: nelle voci di bilancio sono stati inseriti 28,5 milioni di dollari per la base aerea di Aviano (Pordenone) per realizzare “dormitori” e un “centro per il supporto delle operazioni aeree”; 23,2 milioni per la base aeronavale di Rota in Spagna (una “torre per il controllo del traffico aereo”); 33 milioni di dollari per la costruenda base dell’US Army al “Dal Molin” di Vicenza.
Oltre 300 milioni di dollari andranno invece al programma di trasformazione dell’isola di Guam, nell’oceano Pacifico, nel principale centro strategico-operativo d’oltremare delle forze armate USA. A Guam, dove da ottobre operano i velivoli-spia “Global Hawk” dell’US Air Force, verranno realizzate piste e aree di parcheggio nella base aerea di Andersen, infrastrutture portuali ad Apra Harbor per l’approdo delle portaerei e probabilmente pure un centro operativo per la “difesa missilistica”. A medio termine è previsto il trasferimento nell’isola degli 8.600 Marines oggi ospitati nella base di Okinawa; il governo giapponese contribuirà con 498 milioni di dollari che saranno utilizzati dal Pentagono per realizzare alcune facilities nell’area di Finegayan (caserme, edifici amministrativi e logistici, un poligono di tiro, una stazione anti-incendio, un ospedale). Neppure un dollaro invece per i sopravvissuti dell’occupazione giapponese di Guam durante la Seconda guerra mondiale; originariamente il “National Defense Authorization Act of 2011” destinava 100 milioni di dollari come risarcimento per gli eccidi subiti dalla popolazione locale, ma i legislatori USA hanno preferito alla fine cancellare il fondo per “esigenze di risparmio nazionale”. Un ulteriore taglio ai finanziamenti pro diritti umani è giunto con la decisione di non sostenere le richieste del Dipartimento della Difesa per la chiusura del lager di Guantanamo. Il Congresso ha formalmente proibito il possibile trasferimento negli States dei detenuti ospitati nella base navale illegalmente realizzata nell’isola di Cuba.

Da Bilancio di guerra record per le forze armate USA, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Parole parole parole…

Washington, 9 dicembre – La Camera dei rappresentanti USA ha bloccato ieri, di fatto, la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo, prevista nel 2011, e la possibilità che la mente degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti sia giudicato sul suolo americano: la decisione, se confermata in Senato, sarebbe un duro colpo per il presidente Barack Obama, che aveva incluso la chiusura di Guantanamo tra gli obiettivi principali del sul mandato.
Con 212 voti contro 206, la Camera ha approvato il progetto di legge finanziaria per il 2011, destinato a fornire fondi al governo americano fino a settembre del prossimo anno. Un paragrafo del testo, però, “proibisce l’utilizzo di fondi per trasferire o liberare sul suolo americano Khaled Sheikh Mohammed (la mente degli attentati dell’11 settembre, ndr) e qualunque altro prigioniero di Guantanamo”. Un altro paragrafo del progetto di legge assicura che “nessun fondo fornito al ministero della Giustizia da questa legge o da altre potrà essere utilizzato per l’acquisizione di prigioni allo scopo rinchiudere persone detenute alla base navale di Guantanamo, a Cuba”.
La prigione di Guantanamo accoglie oggi 174 prigionieri, di cui solo tre sono stati formalmente condannati da un tribunale militare.
(Apcom)

Il cuoco di Osama

Guantanamo, 12 agosto – L’ex cuoco ed autista di Osama bin Laden, il sudanese Ibrahim al-Qosi, è stato condannato a 14 anni di prigione. La sentenza è stata emessa da un tribunale militare nel campo di detenzione di Guantanamo sull’isola di Cuba.
Difficilmente Qosi sconterà tutta la pena perché, in base ad accordi segreti, l’applicazione della sentenza sarà limitata. Qosi si era dichiarato colpevole lo scorso mese di cospirazione con al Qaeda e di aver fornito sostegno materiale all’organizzazione.
(AGI)

Roma, 12 agosto – Prima condanna dell’era Obama (e quarta in assoluto) per un detenuto di Guantanamo: 14 anni di carcere all’ex cuoco di Bin Laden, Ibrahim al-Qosi, cinquantenne. Lo ha reso noto il Pentagono.
Al-Qosi è detenuto da otto anni nel campo sull’isola di Cuba, e la giuria lo ha ritenuto colpevole (come del resto da sue stesse ammissioni) di aver appoggiato atti di terrorismo di Al Qaeda contro gli Stati Uniti, a partire dal 1996, nonché di aver aiutato Bin Laden e altri suoi uomini a fuggire dall’Afghanistan dopo l’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, e prima dell’invasione americana.
(ASCA)

Dopo otto anni trascorsi in tale amena località, le ammissioni di al-Qosi non possono che essere spontanee.

Morte a Camp Delta

La notte del 9 giugno 2006, tre detenuti morirono nella sezione di massima sicurezza del carcere di Guantanamo Bay. Il comunicato stampa iniziale dei militari riferiva non solo che i detenuti – Mani Shaman Turki Al-Habardi Al-Utaybi, Ali Abdullah Ahmed e Yassar Talal Al-Zahrani – erano stati trovati impiccati nelle proprie celle ma anche che le loro azioni rappresentavano una cospirazione come parte di una “guerra asimmetrica” contro gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, i militari tennero lontano tutti gli organi di informazione e proibirono agli avvocati di far visita ai propri clienti.
Immediatamente sorsero dubbi su come tre detenuti, sotto costante sorveglianza, potessero effettivamente cospirare commettendo un suicidio in maniera coordinata. Presto i militari annunciarono di stare conducendo un’indagine, ma i risultati furono resi noti solo a più di due anni di distanza dai fatti. Nell’agosto 2008, la relazione dell’inchiesta concludeva che i detenuti si erano impiccati nelle proprie celle e che uno di loro quella notte, mentre camminava nei corridoi, aveva detto a voce alta “stanotte è la notte”.
L’indagine, comunque, lascia molte questioni irrisolte. Tre anni dopo è ancora incomprensibile come possa essere stata attuata una tale condotta coordinata, e come dei prigionieri attentamente sorvegliati abbiano potuto rimanere cadaveri per oltre due ore prima di venire scoperti. Sia il momento che l’esatta dinamica delle morti rimangono incerte, e la presenza di stracci di tessuto nelle gole dei detenuti non ha una spiegazione. La negligenza delle guardie carcerarie sembra essere stata esclusa dall’assenza di qualsiasi azione disciplinare nei loro confronti. Benché alcuni dei sorveglianti siano stati formalmente avvisati che si sospetta che le loro originali dichiarazioni siano false o che sono sospettati di non aver eseguito gli ordini, nessuno di loro è stato poi incriminato per aver rilasciato falsa testimonianza od aver svolto inadeguatamente il proprio dovere.
Il rapporto Morte a Camp Delta - elaborato dai ricercatori del Center for Policy & Research della Seton Hall University School of Law, coordinati dal professor Mark Denbeaux – esamina l’indagine, non per determinare cosa accadde quella notte ma piuttosto per valutare perché un’inchiesta sulla morte di tre persone abbia mancato di affrontare alcuni importanti aspetti. Inoltre, il rapporto solleva seri dubbi che devono essere presi in considerazione per sgombrare il campo dalle voci che sono circolate, voci secondo le quali la causa dei decessi è stata più sinistra della “guerra asimmetrica”.

Il rapporto è qui.

Gli avvocati di Guantanamo

Successivamente agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno imprigionato più di 750 uomini presso la base navale di Guantanamo, a Cuba. Queste persone, da ragazzi adolescenti fino ad ottantenni, provenienti da oltre 40 Paesi diversi, sono state detenute per anni senza che venissero formulate contro di loro accuse precise e senza subire un processo. Prive di uno status legale e di qualsiasi protezione, sono state letteralmente dei “fuorilegge”: incarcerate in segreto, negata qualsiasi comunicazione con le proprie famiglie, e soggette ad un isolamento estremo, ad abusi fisici e psicologici e, in tanti casi, a torture.
Questo libro raccoglie le storie dei detenuti, raccontate dai loro avvocati. A questi ultimi sono stati necessari più di due anni – ed una sentenza della Corte Suprema statunitense – per avere finalmente il diritto di far visita e parlare con i propri clienti a Guantanamo. Anche allora, gli avvocati sono stati costretti ad operare con limitazioni molto severe dirette ad inibire la comunicazione e mantenere il carcere nel riserbo.
Il testo contiene oltre cento racconti personali degli avvocati che hanno rappresentato i detenuti a Guantanamo ed in altre prigioni segrete come quella presso la base aerea di Bagram in Afghanistan. Mark Denbeaux e Jonathan Hafetz, essi stessi avvocati dei detenuti, hanno raccolto queste storie che coprono praticamente ogni aspetto di Guantanamo, ed il caso giudiziario che ha fatto nascere.
Il capitolo introduttivo del libro è qui.

The Guantànamo Lawyers. Inside a Prison Outside the Law,
a cura di Mark Denbeaux e Jonathan Hafetz
New York University Press, pagine 448
ISBN 9780814737361

Giustizia?!?

New York, 14 novembre – “Se fossi io l’avvocato difensore io direi, ‘tutte le prove sono state ottenute con le torture’ e chiederei che non vengano ammesse”.
Così Steven Wax, avvocato dell’Oregon che difende sette detenuti di Guantanamo, sintetizza con il New York Times l’incognita e la sfida principale che dovrà affrontare il dipartimento di Giustizia processando in una corte federale di New York Khalid Shaik Mohammed, l’uomo ritenuto l’architetto degli attentati dell’11 settembre. E che dal momento della sua cattura in Pakistan nel 2003 ha subito, come ha ammesso lo stesso governo, per 183 volte il waterboarding, la tortura del semi annegamento.
(Adnkronos)

I voli CIA in Spagna e Portogallo

cia

Non è mai stato un segreto che i cosiddetti voli CIA sono stati spesso utilizzati per sequestrare persone sospette e trasportarle in Paesi dove poterle interrogare liberi da ogni vincolo legale ed umanitario.
Doveva però rimanere un segreto il patto che gli Stati Uniti avevano stretto con alcune nazioni europee utilizzate come basi di appoggio. Ma un documento classificato molto segreto del 10 gennaio 2002 e pubblicato dal quotidiano spagnolo El Pais riporta nero su bianco il trasporto di prigionieri a Guantanamo con la richiesta al governo Aznar di poter utilizzare gli aeroporti spagnoli in caso di emergenza.
L’inchiesta di Rainews24 ricostruisce le ore concitate che precedono l’apertura del carcere di Guantanamo e la richiesta da parte degli Stati Uniti di un appoggio militare e politico per le cosiddette extraordinary renditions.
In una nuova risoluzione sui voli CIA in Europa, l’Europarlamento il 19 febbraio denuncia “l’inerzia dimostrata finora” dai Ventisette nel fare luce sul programma di trasferimenti forzati.
Ed a dimostrazione di quanto sia suscettibile anche il Portogallo al coinvolgimento dei voli CIA è saltato il riferimento all’attuale presidente della Commissione europea José Barroso, all’epoca dei voli capo del governo lusitano. Una “scelta politica” della quale il relatore, Claudio Fava, ha “preso atto” giudicandola però “grave”.
La risoluzione rileva inoltre che gli ordini esecutivi del presidente statunitense Obama, pur rappresentando “un significativo passo avanti non sembrano affrontare pienamente la questione della detenzione segreta e del rapimento né dell’uso della tortura”.
Con l’arrivo alla Casa Bianca Obama infatti mantiene la promessa di chiudere il carcere di Guantanamo ma il presidente non abbandona la politica delle rendition: i rapimenti sono l’unico strumento che ci è rimasto, dice anche se assicura delle procedure più garantiste. Insomma, per il momento conferma di fatto la linea di Bush ed invoca la sicurezza nazionale per mantenere il segreto di Stato.

Il video dell’inchiesta è qui.

Sport d’acqua made in USA, i memorandum

ksm 

Ricordate Khalid Shaikh Mohammad, detto KSM, che aveva confessato tutto dall’organizzazione ed esecuzione dell’11 settembre alla pianificazione di attentati contro Clinton, Carter, Kissinger, il Papa e il Big Ben?
E ricordate il waterboarding?
(…)
Ora si sa che il waterboarding gli è stato praticato 138 volte in un mese: sta scritto in un memorandum del 30 maggio 2005 pubblicato qui. A pagina 15 del documento si specificano le regole: non più di due sessioni in 24 ore, ogni sessione non più lunga di due ore, al massimo sei applicazioni della durata di 10 secondi o più (massimo 40) per sessione, e comunque l’acqua non può essere applicata per più di 12 minuti nelle 24 ore. Il tutto per cinque giorni al mese.
Applicazioni. Sembra il programma delle sabbiature a Grado.
“La CIA ha impiegato il waterboarding ‘almeno 83 volte’ nell’agosto del 2002 durante l’interrogatorio di [Abu] Zubaydah [...] e 183 volte nel marzo del 2003 durante l’interrogatorio di KSM”.
Cinque giorni al mese, due sessioni al giorno per cinque giorni, un massimo di sei applicazioni a sessione fa 60, tipo. A quel punto il tizio crolla. Non proprio, a KSM ce ne sono volute 183 (questo significa che le regole sono state scritte dopo), perché lui è esagerato in tutto.
Il metodo non viola l’Articolo 16 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Tortura e altri Trattamenti e Punizioni Crudeli, Inumani e Degradanti: l’articolo si limita alla condotta sul territorio che si trova sotto la giurisdizione degli Stati Uniti. Il waterboarding però si pratica rigorosamente fuori degli Stati Uniti, la gentile nazione che ha donato al mondo Guantanamo, Bagram, Abu Ghraib, le “consegne straordinarie” e tanti luoghi segreti di tortura in subappalto. Anche se l’Articolo 16 fosse applicabile, dicono, bisognerebbe vedere se le tecniche d’interrogatorio avanzate siano una condotta in grado di “scuotere la coscienza”.
E no, cosa ci fa pensare che scuotano la coscienza?

Da Tu chiamale se vuoi applicazioni, di mirumir.

[Ulteriori notizie nella pagina dei commenti]

Guantanamo, fantasmi italiani

In Italia pochi li ricordano. E nessuno ha il coraggio di garantire apertamente per loro. Sono sei tunisini catturati tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 in Afghanistan ed in Pakistan.
Da quasi sette anni aspettano di conoscere la loro sorte nel campo di prigionia divenuto simbolo della Guerra al Terrore di George W. Bush. In un rapporto del giugno 2008, l’organizzazione britannica Reprieve li ha battezzati “gli Italiani dimenticati a Guantanamo Bay”.

L’inchiesta realizzata in proposito da RaiNews24 è qui.

Sport d’acqua made in USA

La Casa Bianca, per ben due volte, nel 2003 e nel 2004, appoggiò esplicitamente, con documenti segreti, i metodi duri di interrogatorio da parte della CIA nei confronti di presunti terroristi, compreso il famigerato waterboarding, ossia l’annegamento simulato. L’ha affermato recentemente il Washington Post citando quattro fonti ben informate della CIA e dell’amministrazione Bush che hanno però chiesto l’anonimato.
I documenti, finora riservati, furono richiesti all’Amministrazione dall’allora direttore della CIA, George J. Tenet, oltre un anno dopo che gli interrogatori segreti erano cominciati. L’agenzia investigativa l’avrebbe fatto perché preoccupata delle conseguenze sull’opinione pubblica di eventuali rivelazioni sui metodi di interrogatorio, sentendo perciò il bisogno dell’imprimatur scritto della Casa Bianca, anche se nel 2002 già il Dipartimento di Giustizia aveva approvato i metodi.
Secondo le fonti citate, la CIA temeva che la Casa Bianca potesse in un secondo momento, se messa alle strette da uno scandalo, prendere le distanze dai metodi usati dall’agenzia investigativa per interrogare i sospetti terroristi. Tenet avrebbe richiesto (e di lì a pochi giorni, effettivamente ottenuto) un documento di approvazione scritto già nel giugno 2003, durante una riunione del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Poi nel giugno 2004, egli chiese alla Casa Bianca un nuovo documento scritto sulla scia dello scandalo per le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib ed anche questa volta fu soddisfatto.
D’altra parte, la Casa Bianca ha continuato a ricorrere al waterboarding sino ad oggi, decidendo caso per caso in base alle valutazioni dell’intelligence e ribadendo che non si tratta di una forma di tortura, ma di un mezzo legale che “ha salvato vite di americani”. Il 5 febbraio scorso, il direttore della CIA Michael Hayden, durante un’audizione davanti al Congresso, aveva per la prima volta ufficialmente riferito sull’uso del waterboarding tra il 2002 e il 2003 su tre presunti alti esponenti di Al Qaeda.
Notizia degli ultimissimi giorni è che gli Stati Uniti stanno facendo pressioni sugli “alleati” europei affinché li aiutino a trovare una sistemazione per i detenuti di Guantanamo. Chiudere la prigione per “nemici combattenti” nella base americana a Cuba è una delle priorità di Barack Obama, ma il problema rimane dove sistemare i detenuti che non possono essere rimpatriati. Secondo il Times, più di un quinto dei 250 prigionieri di Guantanamo provengono da Paesi che, in caso di rimpatrio, non garantirebbero il rispetto dei diritti fondamentali, il che fa a dir poco sorridere pensando alle loro attuali e ben note condizioni di detenzione. John Bellinger, consigliere legale di Condoleezza Rice, ha confermato che Washington sta cercando l’aiuto dei Paesi europei per sistemare quei detenuti non pericolosi che non possono essere rimpatriati. Finora l’Albania ha accolto un gruppo di uiguri (separatisti islamici originari della Cina occidentale) ed il Portogallo ha annunciato di essere pronto ad accoglierne altri. “Un funzionario di alto livello del dipartimento di Stato – si legge nell’articolo del Times – ha spiegato che finora la Gran Bretagna e la maggior parte dei membri dell’Unione Europea si sono rifiutati”. Ma Washington sembra determinata, almeno ad ascoltare le parole di Bellinger: “Non ci aiutano quei Paesi che continuano a chiedere la chiusura di Guantanamo e non fanno nulla per metterci in grado di farlo”.
Ed allora ecco che spunta fuori un rapporto bipartisan del Senato statunitense, il quale afferma che le decisioni dell’ex capo del Pentagono Donald Rumsfeld furono “la causa diretta” degli abusi sui detenuti a Guantanamo e nel carcere di Abu Ghraib. Il documento (che trovate qui) accusa l’amministrazione Bush di aver creato il clima morale e legale che ha contribuito al trattamento inumano dei prigionieri. Diventati ormai così ingombranti che l’unico desiderio sembra quello di sbolognarli al primo disponibile.

Guantanamo si è spostata in Afghanistan

Mentre il famigerato “Camp Delta” di Guantanamo Bay, a Cuba, è ormai destinato alla chiusura e viene oggi progressivamente svuotato dai suoi – cosiddetti – “ospiti”, il Pentagono ha nel frattempo ampliato quella che si può a buon titolo definire la madre di tutte le prigioni statunitensi della vergogna: il centro di detenzione militare presso l’aeroporto di Bagram, a nord di Kabul, dove nel 2002 vennero sperimentate le tecniche d’interrogatorio successivamente esportate – vista la loro “efficacia” –ad Abu Ghraib e nella stessa Guantanamo.
Bagram, con la progressiva dismissione della prigione cubana, ha di fatto preso il suo posto come centro di detenzione in via definitiva: mentre a Guantanamo oggi rimangono 275 degli iniziali 775 detenuti, a Bagram essi sono cresciuti fino agli attuali 630. L’unica organizzazione che abbia un accesso – limitato – a Bagram, la Croce Rossa Internazionale, ha già denunciato che nella “nuova Guantanamo” i detenuti vengono trattati peggio che nella vecchia, sottoposti a “trattamenti crudeli contrari alla Convenzione di Ginevra”.
Ad ideare questi sistemi di interrogatorio fu il capitano Carolyn Wood, una soldatessa di trentaquattro anni, comandante del plotone di interrogazione, che nel 2003 venne pure premiata con una medaglia al valore per il suo “servizio eccezionalmente meritevole”. Nell’estate di quell’anno, la signora – che, a dire il vero, si fa fatica a chiamarla tale – Wood e la sua squadra vennero trasferiti in Irak con il compito di insegnare i loro metodi ai carcerieri di Abu Ghraib. Lì, ella fece affiggere un cartellone d’istruzioni che prevedeva in maniera dettagliata il ricorso alle tecniche sperimentate a Bagram, compresi la sospensione al soffitto e l’utilizzo dei cani. Il fatto che nell’estate del 2007 gli statunitensi abbiano lasciato la gestione di Abu Ghraib in mano agli irakeni, non rassicura comunque sulla sorte di coloro che continuano ad esservi detenuti.

La versione americana della colonia è la base militare

Pur in presenza di un debito estero da capogiro, oltre 8.000 miliardi di dollari nel 2007, il bilancio militare degli Stati Uniti ha superato i 625 miliardi durante lo stesso anno e raggiungerà i 640 nel 2008 (in confronto ai 47 della Russia ed ai 43 dell’intera Unione Europea…). Alla fine degli anni settanta, esso ammontava a circa 100 miliardi, era triplicato all’inizio degli anni novanta, nel 2001 era pari a 404 miliardi. Nel 2006 corrispondeva al 3,7% del Pil statunitense ed a poco meno di mille dollari procapite.
Certo, c’è da dire che gli Stati Uniti mantengono 700 e più installazioni militari (il numero non è definibile in modo certo, per motivi di segretezza) in Europa, Africa, Vicino Oriente, Golfo Persico, Asia Centrale, Oceania ed Estremo Oriente, ed in mare una forza aereonavale di 9 portaerei, 75 sommergibili ed uno stuolo di incrociatori, fregate lanciamissili, corvette e naviglio di difesa costiera, scorta ed appoggio.
Secondo il Rapporto Gelman, militari statunitensi sono presenti in 156 Paesi mentre le basi militari sono installate in 63 Stati di quattro continenti. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro possedimenti, le basi coprono una superficie totale superiore a 2 milioni di ettari, cosa che fa del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta.
Il numero totale di personale civile e militare statunitense residente in permanenza fuori dal territorio metropolitano è stimato, anche se fluttuante, in 366.000 unità. Di questi, 116.000 sono di stanza in Europa, di cui 75.000 circa in Germania. Secondo le statistiche del Dipartimento della Difesa statunitense, riferite al 31 dicembre 2005, circa 271.000 di queste unità sono di personale militare: 96.000 operano in Paesi Nato, e l’Italia ne ospita più di 11.000. Non meno significativi i contingenti dispiegati in Giappone (35.000) e Corea del Sud (30.000).
L’operazione Iraqi Freedom è condotta da 207.000 effettivi, quella Enduring Freedom in Afghanistan da 20.400: di questi, una percentuale di circa il 10% è stata dislocata a partire dai contingenti statunitensi sparsi nel mondo (in particolare, dalla Germania).
Per la gestione del centro di detenzione di Guantanamo, dulcis in fundo, sono impiegati circa 1.000 soldati.

Le statistiche ufficiali, per quanto accurate, mancano di menzionare alcuni importanti insediamenti: ad esempio, il Base Structure Report del 2003 non nominava l’immensa base di Camp Bondsteel in Kosovo, e diversi altri insediamenti in Afghanistan, Iraq, Israele, Kuwait,  Qatar e Kirghizistan,ed Uzbekistan. Nemmeno citava importanti infrastrutture militari e spionistiche presenti nel Regno Unito, a lungo convenientemente classificate come basi dell’aviazione britannica.
Usando onestà, probabilmente si arriverebbero a contare non meno di 1.000 installazioni militari statunitensi in Paesi stranieri, ma nessuno – allo stato attuale neanche lo stesso Pentagono – è in grado di determinare questa cifra con certezza.

Alcune curiosità, per finire:
- alla base di Camp Anaconda, vicino a Baghdad, sono in funzione nove linee di autobus interne per trasportare i soldati ed il personale civile nel suo perimetro di 25 kmq;
- negli ospedali militari delle basi all’estero è proibito, alle 100.000 donne che vivono in esse (comprese quelle che ivi lavorano, mogli e congiunte dei soldati), sottoporsi ad operazioni di aborto;
- la base di Camp Lemonier a Gibuti, storico insediamento della Legione Straniera Francese, oggi è occupata da quasi 2.000 soldati statunitensi, a presidio dell’ingresso al Mar Rosso;
- fra i numerosi progetti di nuove basi (loro lo chiamano “riposizionamento”), gli Stati Uniti pensano di mettere sotto il loro diretto controllo un’area pari a quasi un quarto dell’intera superficie del Kuwait, dove organizzare i rifornimenti del contingente impiegato in Iraq e consentire ai burocrati della cosiddetta Zona Verde di Baghdad di “ritemprarsi” (lontano dagli ormai quotidiani tiri di mortaio della resistenza irakena…).

Un tempo, era possibile tracciare la diffusione dell’imperialismo contando il numero di colonie sparse per il mondo.
La versione americana della colonia è la base militare.