Roberta Pinotti e i costi della sovranità ceduta

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Il tira e molla sulla questione F-35 cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni, a partire dalla sua apparizione nel salotto televisivo preferito dalla sinistra di governo, quello condotto dal conterraneo Fabio Fazio, ribadisce ciò che ai più avveduti era noto da tempo, e cioè l’improvvisazione che contraddistingue l’operato del neoministro della Difesa, la genovese Roberta Pinotti.
Il compianto Giancarlo Chetoni, in un suo articolo del Dicembre 2009 durante l’ultimo governo del Cavaliere di Arcore, parlando del generale Del Vecchio, sottolineava come la sua vasta esperienza militare nei ranghi della NATO gli avesse procurato l’elezione a senatore nelle file del PD, a scapito del collega Fabio Mini, voce eccessivamente critica nei confronti delle politiche militari degli esecutivi di centro-destra e centro-sinistra succedutisi nel corso degli anni.
E aggiungeva: “[Del Vecchio] Lavorerà in coppia con Roberta Pinotti, la parlamentare ligure responsabile del settore Difesa di Bersani, che durante il governo Prodi fu promossa per la sua totale e manifesta incompetenza a presidente della IV° Commissione della Camera nella XV° legislatura per lanciare un segnale di disponibilità e di collaborazione della maggioranza PD-Ulivo al PdL, dove si distinse per un rapporto di lavoro particolarmente intenso ed amichevole con il sulfureo presidente dell’ISTRID on. Giuseppe Cossiga di Forza Italia, figlio di Francesco, per poi passare nel corso della XVI° a fare altrettanto con La Russa, questa volta da rappresentante a Palazzo Madama. Sarà lo stesso Ministro della Difesa a dichiarare la sua riconoscenza alla Pinotti a Montecitorio ed a ribadirlo nel salotto di Bruno Vespa.
Ecco cosa ha scritto su ComedonChisciotte una sua ex collaboratrice: “La conobbi la prima volta nella sede della FLM di Largo della Zecca negli anni ’80 durante una riunione sindacale (io ero delegata della RSU dove lavoravo). Caspiterina! Da sostenitrice delle lavoratrici me la ritrovo guerrafondaia. Ripeto, se lo avessi saputo che ci saremmo ridotte così mi sarei iscritta ad un corso di cucina o di taglio e cucito.”
Il declino ormai inarrestabile, organizzativo, politico, etico del Partito Democratico nasce anche da queste prese d’atto.”
Non a caso.
Aprendo il nostro armadio, abbiamo ritrovato uno scheletro che vogliamo ora esporre ai lettori confidando nella comprensione postuma dell’amico Giancarlo, anch’egli ben consapevole che i veri costi che nessuno taglia (erano e) sono quelli della sovranità ceduta.
Poche settimane prima di scrivere quel pezzo, infatti, Chetoni aveva inviato una missiva all’attenzione della senatrice Pinotti, allora Responsabile nazionale Dipartimento Difesa del PD, in relazione a una notizia pubblicata sul sito di quest’ultima, opportunamente fatta scomparire.
Con la sua sagacia tutta labronica, e intitolando il proprio messaggio “ti serve un corso intensivo”, Chetoni le scriveva: “Mia cara e divertentissima Pinotti, dovevi continuare a fare l’insegnante invece che presiedere (si fa per dire) la Commissione Difesa della Camera, prima, ed occuparti, dopo, di difesa come ministra ombra del PD. Oltre che fare dichiarazioni francamente vergognose dimostri davvero sulla materia di non capirci una pippa. Ma chi te l’ha detto che con i Predator si riesce ad individuare gli ordigni esplosivi? La Russa, quello dell’auricchio “piccanto”? Roba da matti! Ti hanno scelto apposta perché serviva una “peones” ampiamente sprovveduta e facilmente lavorabile. Consiglio a te, Franceschini & soci del PD e del PdL l’uso, intensivo, di un bel cartone, pieno, di perette di glicerina, a settimana.”
La Pinotti, probabilmente per il tramite della propria segreteria personale, ebbe a rispondere con un laconico (e “imbarazzato”, notava Giancarlo nel girarci la corrispondenza) “Al mio simpaticissimo estimatore: il suggerimento non è di La Russa, infatti lui ci manda i Tornado”.
Da parte nostra, a quasi cinque anni di distanza e ora che ella riveste la massima carica ministeriale, non resta altro che rinnovare quell’invito.
Federico Roberti

Stanotte a Niscemi

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Qui il resoconto dei fatti.
Così li commenta Antonio Mazzeo:

“Il Presidente on. Crocetta, sibilla gelese, intuì perlomeno una settimana le intenzioni belliche della ministra Cancellieri che, con un messaggio ai siciliani, avrebbe preannunciato il 7 gennaio 2013, che avrebbe usato ogni mezzo per imporre il MUOS a Niscemi. Ne abbiamo le prove e i testimoni. Dunque Lui ha avuto almeno una settimana (oltre i due mesi dalla sua elezione) per revocare in autotuela le autorizzazioni del suo predecessore, don Raffaele Lombardo. E non lo ha fatto. Cioè non lo ha voluto fare.
L’annuncio (perchè solo di mero annuncio si tratta, non esistendo alcun decreto né altro atto legittimo) di dichiarazione di “sito d’importanza strategica” ha “consentito” alla giunta Crocetta-Lumia-Lupo-D’Alia & C. di non doversi sporcare le mani.
Sulla ex prefetta catanese, possiamo solo dire, che come il paternese La Russa, fa solo la passacarte di Washington. Il 21 dicembre 2012, a Roma, la Cancellieri ha ricevuto un incazzatissimo ambasciatore USA David Thorne, l’uomo che più si è speso per convincere il buon Lombardo ad autorizzare i lavori del MUOS. E il cerchio e la vicenda si chiude. Anche di questo abbiamo le prove. Ma ne riparleremo presto…”.

26 Novembre 2011

L’operazione di guerra della NATO contro la Libia, ideologicamente giustificata con la retorica dei diritti umani e della democrazia – che in Italia ha trovato nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il suo maggiore ed indefesso sostenitore in quanto rappresentante più autorevole del “partito americano” – ha raggiunto l’obiettivo che fin dal primo giorno si era fissato – e che ha sempre cercato di mascherare grazie alla copertura di tutti i mass media occidentali della NATO e dei suoi intellettuali di punta – ovvero l’uccisione del capo del governo della Giamahiria Muammar Gheddafi, e dei suoi stretti collaboratori, omicidio indispensabile per ottenere quel “regime change” che le centrali del potere atlantico si erano prefissati di ottenere fin dall’inizio della guerra.
“La Libia è stata infatti vittima di un’ennesima aggressione della NATO, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della NATO, attraverso il comando AFRICOM), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui)
Il 20 Ottobre, il ritornello propagandistico della “protezione dei civili” si è frantumato platealmente: Muammar Gheddafi è stato deliberatamente ucciso nella sua città natale di Sirte, dopo aver eroicamente resistito fino all’ultimo, fra la sua gente, alla guerra totale scatenata dalla NATO. La dinamica della morte del Colonnello, oltre a confermare l’integrità e lo spirito libero del capo della Giamahiria, esemplifica bene quelle che sono state le caratteristiche di questa guerra criminale, ovvero una guerra a guida USA/NATO in cui i ratti libici del CNT hanno fatto solo da bassa manovalanza: i droni americani hanno individuato e sparato al convoglio su cui viaggiava il colonnello, aerei francesi sono arrivati in supporto a bombardare, truppe a terra delle SAS britanniche hanno coordinato i ribelli e li hanno accompagnati a ridosso delle macerie; a quel punto i ratti qaedisti della NATO hanno provveduto a finire i giochi nel modo orripilante che tutti abbiamo avuto modo di vedere.
Dopo la morte di Gheddafi può cominciare ufficialmente la ripartizione della “torta libica” da parte delle grandi potenze della NATO, con USA, Francia e Inghilterra in testa; ma la resistenza lealista è tutt’altro che doma, guidata da Saif Al Islam Gheddafi e dalle tribù che gli hanno rinnovato fedeltà. E’ pertanto certo che, in un modo o nell’altro, con questa o con quella copertura giuridica, le forze militari dei Paesi NATO non lasceranno la presa sulla Libia, coinvolgendo in questo compito di “stabilizzazione” anche l’Italia, che non avrà margine per sottrarsi.
La NATO ha pertanto raggiunto il suo obiettivo in Libia. Ora a chi tocca? Le mire sembrano essere tutte dirette alla Siria. “Da Marzo 2011, si è scatenata infatti la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc. etc. Non importa che i disordini siano in realtà dovuti anche qui a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico. Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’“Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un Paese sovrano, laico e socialista, se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei Paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?” (testo ripreso da qui)
Questo stato di sudditanza dell’Italia alla NATO e agli USA trova la sua più clamorosa ed evidente testimonianza nelle oltre 113 basi NATO-USA presenti sul territorio italiano, da dove vengono coordinate e dirette le operazioni militari nel Mediterraneo e in Africa, compresa quella di Libia.
“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 Agosto a Roma e di quella del 15 Ottobre a Milano, hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quelle manifestazioni, allargandone la piattaforma, per organizzare un nuovo presidio unitario a sostegno della resistenza lealista in Libia, della Repubblica Araba di Siria e per la sovranità dell’Italia.

E’ perciò convocato un:
PRESIDIO A NAPOLI,
VICINO ALLA BASE NATO DI BAGNOLI,
SABATO 26 NOVEMBRE 2011,
DALLE 14.30 ALLE 16.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE 15.30,

PER CHIEDERE:
1. La fine immediata di qualsiasi tipo di sostegno e coinvolgimento militare italiano in Libia e da tutte le missioni per conto della NATO e degli Stati Uniti d’America;
2. Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;
3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del Paese da parte della NATO.
4. Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA, come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione.

PER MANIFESTARE:
1. Il nostro appoggio alla resistenza lealista e alla popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, e all’occupazione della NATO.
2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’Occidente e dalle squallide campagne mediatiche dei media della NATO.
3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali e che disprezza i propri politici servi e traditori.

Per aderire, scrivere a 26novembre2011@libero.it.

Modalità di svolgimento, luogo e regole del presidio sono qui

Onore alla Libia che resiste!

E’ di queste ore la notizia che l’Alleanza Atlantica ha chiesto e ottenuto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’ulteriore proroga di 3 mesi per portare a termine il “lavoro” contro la Jamahiriya che scadeva il 27 Settembre.
Il “sì” al rinnovo è arrivato dal Palazzo di Vetro con più di una settimana di anticipo. Un segnale che rimanda a una situazione sul terreno tutt’altro che stabilizzata.
Se la Serbia è stata costretta alla resa in 73 giorni, i pashtun dell’Afghanistan erano in rotta dopo 7 e l’Iraq ha messo in libertà le forze armate ai 30, la Libia non ha ancora mollato in quasi 200 pur disponendo di un più che modesto, e per larga parte obsoleto, apparato militare.
Le unità libiche, a cominciare dalla 32° Brigata, hanno retto con grande dignità e determinazione al feroce, sanguinoso assalto navale, terrestre e aereo organizzato dalla NATO.
Contrariamente a quanto previsto da tecnici ed esperti di gran grido a libro paga dell’Alleanza Atlantica, non c’è stato nessun collasso delle forze armate della Jamahirya.
Se le “missioni di pace” in Asia e Medio Oriente e la lotta globale al “terrorismo” sono costate agli Stati Uniti, dall’11 Settembre del 2001 a oggi, 3.300 miliardi di dollari mettendo definitivamente in ginocchio la sua economia, dal canto suo la Francia di Sarkozy, dopo aver attizzato il fuoco nell’Africa subsahariana per rinverdire avventure coloniali che in Indocina si conclusero a Dien Bien Phu, sta uscendo con le ossa rotte dal Maghreb.
La Gran Bretagna di Cameron, dopo aver rottamato l’ultima portaerei, naviga a vista in un mare di tempesta dalle Falkland a Cipro.
Quanto all’Italia, la partecipazione a una nuova guerra, questa volta nel Mediterraneo, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, contribuirà a farci togliere un’altra A e ad appiopparci un ulteriore outlook negativo dagli gnomi del rating.
Né potrà essere di grande aiuto per i tre dei quattro “grandi” della U.E. che un raccogliticcio contingente ONU li sostituisca sul terreno a breve o medio periodo. Continua a leggere

Frattini e i delfini della baia di Tokyo

L’aggressione militare alla Libia e il cinismo della “politica” italiana

Il Pentagono nel Quadriennial Defence Review Report del Dicembre del 2001 adottò un termine per definire uno scenario in cui un’entità (organizzazione nemica) pianifica e porta a realizzazione nel tempo una serie di azioni militari non ortodosse contro una grande potenza che abbia occupato con l’uso della forza un Paese del Vicino Oriente.
Un report arrivato a 30 giorni di distanza dal via libera dell’amministrazione Bush all’US Air Force per colpire con bombardamenti a tappeto l’Afghanistan.
Mancheranno meno di 2 anni all’aggressione aerea e terrestre all’Iraq di Saddam Hussein.
Lo smantellamento delle sue strutture militari e civili, la sottrazione alle precedenti autorità statuali anche dalla gestione delle risorse economiche ed energetiche da affidare a un governo fantoccio avrebbero finito, a giudizio degli esperti militari del Dipartimento della Difesa, nell’approntamento del DFRR, per creare “momentanee“ condizioni di instabilità economica e sociale e di precaria sicurezza pubblica capaci di concorrere allo sviluppo di una guerra a bassa intensità.
Le definizioni più usate dagli analisti sono: guerra non convenzionale, guerra asimmetrica, guerra di guerriglia.
Chi scrive ne adotta un’altra più semplice, evocativa: guerriglia.
Il perché è semplicissimo: mi fa sentire più vicino a qualsiasi “ribelle“ che abbia impugnato o impugni le armi per liberare il suo Paese dall’egemonia di USA, NATO e “Israele“.
La guerriglia mi rimanda a metodi di combattimento capaci di logorare e di vincere, a tempi lunghi, la prepotenza e le aggressioni armate dell’Occidente, di generare miti, comandanti, volontà di lotta, la forza necessaria ad annientare modelli politici estranei messi in piedi con l’esportazione della “democrazia“ e far tornare alla luce le straordinarie energie che i popoli conservano. Continua a leggere

La guerra dell’Italia alla Libia: una sporca faccenda

L’italianissimo Alessandro Londero, titolare della “Hostessweb“, con un gruppo di volontari il 4 Agosto scorso era a Zlitan, a riprendere con la sua videocamera gli edifici della città libica, a 150 km da Tripoli, distrutti dall’aviazione di Unified Protector.
Il 7, assieme ai suoi collaboratori sarà a Tripoli.
Non potrà quindi fornire una documentazione degli effetti del secondo bombardamento della NATO sui quartieri di recente costruzione, che ospitano la metà della popolazione locale che ha raggiunto i 200.000 residenti, né partecipare a disseppellire dalle macerie i corpi di 85 tra anziani, donne e bambini colpiti in una località (Majer) a un tiro di sputo da Zlitan che verranno composti in sacchi di plastica e allineati dai soccorritori a fianco di una moschea.
I feriti gravi, oltre 67, saranno evacuati verso l’ospedale di zona.
Lo farà, trasportandosi dietro osservatori indipendenti e inviati della stampa accreditata a Tripoli, il portavoce della Jamahiriya Mussa Ibrahim a distanza di 24 ore dalla partenza di Alessandro e del suo gruppo.
Inutile dire che di questa nuova strage della NATO non si è visto ne sentito nulla nei TG, né è stata pubblicata un sola foto sulle pagine dei quotidiani nazionali.
E’ apparso solo qualche trafiletto nelle pagine “esteri” per dare spazio al comunicato di Unified Protector di… accertamenti in corso.
L’inviato della RAI a Tripoli ormai si è eclissato da tempo. Mediaset e La7 non ne hanno mai spedito uno in Libia.
La Farnesina ha invitato le redazioni televisive e delle carta stampata a stare lontano dalla Jamahiriya di Gheddafi per motivi di “sicurezza“, dopo aver notificato ai direttori di rete l’impossibilità per il Gruppo di Crisi di poter offrire qualunque tipo di assistenza in caso di emergenza.
Il black out dalla Jamahiriya rimane così per ora pressochè totale. Continua a leggere

Frattini e La Russa ministri-servi

Di Quirinale, Terzo polo e poteri forti.
Con “Bunga Bunga” a fare da spettatore ricattato.

Non c’è attacco aereo di Unified Protector che non necessiti per una missione di bombardamento sulla Jamahiryia di almeno due rifornimenti in volo da aerei cisterna, uno durante la fase di avvicinamento al “target“, il secondo dopo lo “strike“ nel ritorno alle basi di decollo in Sicilia: Trapani Birgi e Sigonella.
Nell’intero mese di Luglio, nell’arco delle 24 ore, le missioni di appoggio aereo della NATO si sono attestate su una media di 150, i bombardamenti dall’aria hanno raggiunto i 47.
Il numero dei morti e dei feriti tra i residenti della Tripolitania e della Cirenaica è aggiornato, via internet, da Libyan Free Press – Jamahiriya News.
Cosa costi ogni ora di volo un bi-quadrireattore Boeing Kc 767 A o Kc 135 che faccia da mucca per rifornire per due-tre volte un singolo velivolo della NATO che attraversi il Mediterraneo Centrale ve lo lasciamo immaginare.
Si tenga di conto che un Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica Militare Italiana compreso l’addestramento del pilota, escluso l’armamento, ha un costo, per le sfiatatissime casse dell’Erario pubblico, di 80.000 euro per ora di volo. Un solo missile Storm Shadow o Scalp Ec, con una testasta bellica di 247 kg, lanciato da un cacciabombardiere tricolore arriva a superare abbondantemente il milione di euro.
Quanti gingilli come questi siano andati a bersaglio a cura dell’Aeronautica Militare Italiana in territorio libico è coperto da “segreto militare“.
Gli unici jets d’attacco che possono sottrarsi a questa dispendiosissima routine di rifornimento in volo sono quelli in dotazione alle portaerei-portaereomobili che operano in prossimità, interna ed esterna, della linea immaginaria che unisce Tripoli a Bengasi, l’enorme area d’acqua del Golfo della Sirte.
Dopo 90 giorni di permanenza in mare, il 7 Luglio scorso la “Garibaldi“ è stata ritirata dalla zona di operazioni, e il 10 Agosto è toccato alla “De Gaulle” abbandonare la missione per rientrare nel porto di Tolone. Il dispositivo d’attacco di Unified Protector ha perso (momentaneamente?) 40 tra aerei ed elicotteri.
Il 2 Agosto la Norvegia, strage di Utoya o no, ha ritirato, come programmato, i suoi quattro F-16.
Il Ministro della Difesa di Londra, Liam Fox, ha coperto l’abbandono di Oslo con l’invio con altrettanti Tornado Idv.
Per Longuet, la portaerei francese è stata ritirata dal Mediterraneo Centrale per manutenzione al ponte di volo da cui decollano e atterrano Rafale e Super Etendard e alle catapulte di lancio.
L’Italia, per bocca di La Russa, ha motivato l’abbandono della “Garibaldi” dal teatro operativo per limitare le gigantesche uscite finanziarie che ne comporta l’utilizzo prolungato in navigazione.
Il Bel Paese, per non fare cosa sgradita agli alleati, ha però provveduto a sostituire l’ammiraglia della M.M. con l’unità da assalto anfibio “S. Giusto”, che ospita il comando navale di Unified Protector e imbarca in permanenza il battaglione di fanteria marina S. Marco (350 militari), 210 tra ufficiali, sottoufficiali e marinai, armi, logistica e blindati da sbarco, oltre a tre elicotteri medi per impiego antisommergibile, antinave e controcosta SH 3D.
Una volontà di limitare i costi o un cambio di strategia in corso d’opera?
Una strategia che preveda il passaggio dai bombardamenti aerei effettuati da 4-6 jets Harrier a decollo verticale impiegati dalla “Garibaldi“ per battere i target sulla Litoranea a un attacco alle coste della Jamahiriya con incursori e fanteria di marina della “S. Giusto“? Continua a leggere

Verità nascoste e menzogne di Stato

La tanker Savina Kaylin e il cargo Rosaria D’Amato sotto sequestro nel Puntland

Dismesso l’uso dei dizionari (Zanichelli, Garzanti, Dardano, ect), alla voce “Repubblica delle Banane” Wikipedia riporta: “Attualmente il termine è entrato nel vocabolario di tutti i giorni per indicare un regime dittatoriale, stabile nell’instabilità, dove le consultazioni elettorali sono pilotate e la corruzione ampiamente diffusa così come una forte influenza straniera che può essere politica o economica o ambedue le cose, sia diretta che pilotata attraverso il governo interno.”
Per estensione, il termine è usato per definire esecutivi dove un leader concede vantaggi ad amici e sostenitori, senza grande considerazione delle leggi (in Italia se ne fa partecipe l’”opposizione” che si alterna con la “maggioranza”), mettendo alla porta il giudizio espresso degli elettori.
Alla voce caratteristiche si indica la collusione tra Stato e interessi monopolistici dove i profitti sono privatizzati e le perdite socializzate.
Chiudiamo qui la tiritera ritenendoci ampiamente autorizzati, a buon titolo, a definire l’Italia delle istituzioni, della politica e dei Poteri Forti un sistema-Paese ampiamente cleptocratico, caraibico.
Detto questo, passiamo a un po’ di “attualità” che ne metta in mostra qualche aspetto di “politica estera” da barzelletta, partendo da un comunicato dell’ANSA dello scorso 5 luglio.
Secondo l’agenzia di stampa, la Tanzania è pronta a mettere in campo la sua intelligence per aiutare l’Italia ad ottenere quanto prima il rilascio degli 11 (5 italiani) marittimi della petroliera Savina Kaylin, 105.000 tonnellate, 226 mt di lunghezza, tanker, e dei 22 (6 italiani) della Rosaria D’Amato, cargo, di 112.000 tonnellate, 225 mt di lunghezza di proprietà ambedue di armatori italiani. I dati sono nostri.
La prima sequestrata da “pirati somali” con modalità pagliaccesce, come abbiamo già avuto modo di descrivere, affidandoci alla lettura di una corrispondenza di un inviato de La Repubblica: il famosissimo “rapito” in Afghanistan Daniele Mastrogiacomo, passato dal Paese delle Montagne alla “cronaca” da una località imprecisata nel Corno d’Africa. La seconda di cui si è parlato solo per registrare il “furto” in pieno Oceano Indiano e chiuderla lì, senza clamore, visto l’imbarazzante precedente della Savina Kaylin.
La Kaylin è “fuori controllo” dal 24 Gennaio e la D’Amato dal 21 Aprile. Ambedue sono state scortate a “destinazione” con l’assistenza, perchè così è stato, delle fregate Zefiro ed Espero della Marina Militare che operano, e hanno operato, tra lo Stretto di Bab el Mandeb e il Golfo di Aden, con l’operazione Atalanta dell’UE e Ocean Shield della NATO.
Dove? Continua a leggere

“Addestratori… nell’ambito della stessa squadra”

Roma, 20 aprile – “Il governo italiano ha dato la disponibilità per inviare 10 addestratori militari in aiuto agli insorti contro Gheddafi in Libia”. A darne l’annuncio è il ministro della Difesa Ignazio La Russa, al termine dell’incontro con il suo omologo britannico Liam Fox.
“Il numero dei nostri addestratori – sottolinea La Russa – è pari a quello garantito dal governo britannico”. Parlando del ruolo dell’Italia nella crisi libica, La Russa spiega che ”agiamo con compiti diversi ma nell’ambito della stessa squadra, la NATO”. Fra i compiti in precedenza assegnati all’Italia, La Russa ne aggiunge due, riguardanti ”il rifornimento in volo degli aerei britannici” e ”l’estensione della capacità d’accoglienza degli assetti militari nelle nostre basi NATO”.
(Adnkronos)

“Non credo che saranno carabinieri”…
Roma, 21 aprile – ”Ho letto dei timori legati al fatto che possano essere 10 i consiglieri militari, ma quelli che l’Italia invierà in Libia non sono consiglieri militari ma istruttori e questo non ha niente a che vedere con i consiglieri, né con coloro che accompagnano nelle attività operative”. A dirlo il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, rispondendo ai cronisti a margine delle celebrazioni del 2764° Natale di Roma.
La Russa ha tenuto a precisare che ”sono semplicemente istruttori militari, cioè persone che hanno nozioni di come un soldato deve muoversi e deve usare gli strumenti che sono a sua disposizione, né più né meno”. Rispondendo alla domanda se si tratterà di carabinieri, La Russa ha detto che ”non è necessario che siano carabinieri perché loro addestrano soprattutto persone che hanno un doppio ruolo, militare e di polizia. Qui non si tratta di addestrare gente con compiti di polizia ma militari, quindi non credo che saranno carabinieri”. La Russa, in merito alla data di partenza di questi uomini, ha sottolineato che ”é troppo presto per dirlo, sono passate appena 24 ore dalla decisione”.
(ASCA)

La riluttanza non è dettata da motivi etici

Roma, 12 aprile – ”C’è stata chiesta una maggiore partecipazione agli attacchi a terra in Libia, ma da parte nostra c’è una certa riluttanza”. Lo afferma il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, parlando con i cronisti a Montecitorio in merito all’intervento dell’Italia in Libia.
La riluttanza è ”dettata non da motivi etici, perché con il lavoro dei nostri ECR – continua La Russa – mettiamo in condizione gli alleati di bombardare, ma perché sin dall’inizio abbiamo preso il peso di altre cose: fornire le basi, l’ECR, i caccia, supporto all’embargo navale ed essere in testa nell’azione umanitaria”.
La Russa ha inoltre informato di aver appena sentito al telefono il segretario di Stato alla Difesa americano, Bob Gates, con il quale si vedrà lunedì prossimo a Washington. ”Dobbiamo lavorare in sinergia non solo con l’Inghilterra o con l’America ma anche con la Francia, quindi – spiega La Russa – non mi sottraggo a nessun colloquio. L’orientamento del Parlamento non era quello di vietare i bombardamenti, poi c’è stata una mia valutazione volta a concordare assetti diversi dai Tornado muniti di bombe”.
(ASCA)

Cinepanettone di Stato

Le contradditorie dichiarazioni del ministro della “Difesa” Ignazio La Russa relativamente alla morte di Matteo Miotto squalificano le istituzioni, la politica e le forze armate.

“Non ho mai visto in tv un Ministro della Difesa mimare come fa un attore in un film di ultima categoria“. Insomma, un La Russa che recita la parte del comico in un cinepanettone in programmazione tra San Silvestro e la Festa della Befana.
”Camporini ha detto la verità, è stato il titolare di Palazzo Baracchini a cambiare versione, le accuse che ha lanciato hanno un effetto negativo anche sulla situazione interna del Paese. Squalificano le istituzioni, la politica e le forze armate.
Si sta scardinando [intenzionalmente? - nda] il tessuto connettivo del Paese. Dopodiché non resta nulla.
I nostri sabotatori, gli incursori non dipendono dall’Esercito ma dalla NATO. Prendono ordini direttamente dal Comando Generale di Bruxelles. Scendono dagli elicotteri ed eliminano tutto quello che incontrano addentrandosi, anche di notte, in territorio “ostile“. Questa è guerra. Eliminare significa uccidere“.
Sono dichiarazioni rilasciate da Fabio Mini in questi giorni alle agenzie di stampa, che le hanno totalmente ignorate. Quello che ha detto il generale lo sapevamo e lo abbiamo scritto in più occasioni, dal 2009 in poi.
Sei parlamentari di Montecitorio hanno ripreso i contenuti dei nostri articoli sulla famigerata “Task Force 45“ per presentare delle interrogazioni a risposta scritta direttamente al Presidente del Consiglio piuttosto che rivolgersi al Ministro della Difesa od ai Sottosegretari Giuseppe Cossiga (!), figlio di Francesco, e Guido Crosetto, con l’intenzione di metterci allo scoperto piuttosto che di far sapere qualcosa in più agli italiani.
Ma c’è di peggio di un “malinteso“ o di una versione discordante sulla morte di Matteo Miotto tra il D’Annunzio del XXI° secolo ed il Capo di Stato Maggiore delle FF. AA..
Camporini andrà in pensione anticipata tra pochi giorni dopo aver accennato, ai margini della recente polemica sulla morte dell’Alpino del 7° Reggimento di Belluno della Brigata Julia, per la prima volta, a responsabilità esclusivamente politiche per la strage di… Ustica che si tirerà dietro quella di… Bologna.
Torniamo al titolare di Palazzo Baracchini.
La Russa racconta flagranti menzogne anche sui cacciabombardieri per l’attacco al suolo AMX-Acol in dotazione al PRT di Herat.
Ce li fa apparire come velivoli esclusivamente da ricognizione quando invece sono armatissimi e fanno decine di morti ammazzati a “strike“.
Se il Ministro mente e l’Aeronautica Militare dal canto suo nasconde il “lavoro“ tra le righe, salta immediatamente agli occhi la piena responsabilità politica dei Presidenti Napolitano e Berlusconi, del Sottosegretario Letta e dell’intero Esecutivo nella faccenda.
I vertici delle istituzioni e della politica sanno perfettamente quello che succede sul terreno nelle 4 province sotto (formale) controllo del contingente italiano in Afghanistan.
La Russa firma gli ordini esecutivi ma le decisioni collegiali vengono prese al Quirinale quando si riunisce il Consiglio Supremo di Difesa (CSD).
Entriamo nel merito.
Nel portale del Ministero della Difesa, Missioni Estere, Aeronautica Militare Italiana, si legge:
“… il personale navigante e specialista della Task Force “Black Cats“ proviene dai Gruppi di volo dell’A.M.I che hanno in dotazione il caccia AM-X: il 103° ed il 132° Gruppo del 51° stormo di Istrana, il 13° ed il 101° Gruppo del 32° stormo di Amendola”. Lo stesso, aggiungiamo noi, che effettuò per ordine dell’allora presidente del Consiglio D’Alema, consigliere militare Tricarico, ripetuti lanci di missili antiradiazione Harm sugli impianti radar del Montenegro nel 1999, in missione SEAD (Suppression of Enemy Air Defence), senza autorizzazione dell’ONU.
Abbiamo pubblicato a suo tempo anche i numeri degli oggettini indirizzati verso i targets in prossimità di alloggiamenti dei militari serbi.
Continuiamo a leggere quello che ci dice il portale.
“… Sabato 4 Dicembre ad Herat si è svolta la cerimonia del passaggio di consegne tra il magg. Nadir Ruzzon, comandante uscente e il magg. Michele Grassi, subentrante.
Nel periodo di comando del maggiore Ruzzon i 4 AM-X Acol (acronimo di Aggiornamento capacità operativa e logistica) hanno portato a termine con successo numerose missioni operative. Negli ultimi mesi sono state effettuate più di 300 ore di volo in 140 sortite [attenzione qui - nda] tra attività di supporto aereo ravvicinato, appoggio tattico alle truppe in operazioni di Close Air Support e ricognizione aerea per esigenze di intelligence, sorveglianza e ricognizione ISR“. In realtà le ore effettive di volo degli AMX dal 9 Novembre 2009, giorno del loro primo impiego in Afghanistan, ad oggi sono 2300. L’A.M.I azzera le ore di volo a fine anno per ricominciare la conta. Il perché è semplice: nasconde intenzionalmente l’entità del suo “impegno” aria-terra nelle province ovest di Herat, Farah, Bagdis e Ghor contro nuclei di combattenti pashtun.
Per non dare interpretazioni errate o di parte abbiamo usato Wikipedia. Ecco cosa riporta.
Close Air Support (CAS) è un termine utilizzato in gergo militare per indicare appoggio tattico fornito da velivoli ad ala fissa contro obbiettivi nemici in prossimità di forze amiche.
Il ruolo Close Air Support viene effettuato da aerei da attacco al suolo.
Per essere meno criptici, in soldoni, il Comando del PRT di Herat usa gli AMX che mitragliano e bombardano con armi a guida laser ed i Tornado IDS con missili e spezzoniere, per proteggere – si sostiene – il contingente italiano anche quando la minaccia sul terreno è pressoché inesistente o nulla.
La filosofia di impiego è fare terra bruciata, preventiva, per decine di chilometri di ampiezza intorno ai (nostri) capisaldi, controllando dall’aria ogni obbiettivo che si muova in maniera sospetta a piedi od in auto, fuoristrada e camion su percorsi asfaltati o strade di montagna, sia in prossimità di villaggi che di insediamenti agricoli od abitazioni isolate nelle vallate.
Il tutto a discrezione visiva (interpretativa) degli operatori alla consolle degli UAV Predator di Camp Arena.
Sentire in voce, in un filmato, un militare USA che… segnala ad un A-10 in volo due sospetti (terroristi) in prossimità di un argine che hanno in mano qualcosa che somiglia ad un lanciarazzi (pale, picconi?) ed autorizza il pilota a fare fuoco sui bersagli con i cannoni a tiro rapido da 30 mm, fa semplicemente rabbrividire.
Il portale dell’Aeronautica Militare non può dire esplicitamente quello che la Russa nega in pubblico ma si lascia una via di uscita per non caricarsi di responsabilità nell’ammazzare pashtun in quantità industriali, per decisioni di esclusiva responsabilità del Ministro della Difesa e del CSD.
La Russa, abbagliato da veline e gossip, che privatizza le FF. AA., che aliena per un tozzo di pane proprietà dello Stato, fari ed isole comprese, per reperire fondi per la Roma di Alemanno ed il sostegno armato al governo Karzai; capacissimo di licenziare, per sforamenti di bilancio, graduati e sottoufficiali, precari, ed ufficiali a ferma breve, in combutta con Brunetta e Tremonti, non può continuare a rappresentare lo strumento militare del Paese.
Abituato a mentire spudoratamente, può continuare meravigliosamente bene a fare il “politico” ma non certo il Ministro della Difesa. Non ne ha le capacità intellettuali né comportamentali. E’ una vajassa ed un debito elettorale per il PdL. Anche se non ce ne può fregare di meno. Fatti loro.
Il generale Mini ha detto in modo esplicito quello che si pensa unanimemente, tra gli organici di basso e medio livello delle forze armate e tra la gente perbene, dell’on. Ignazio La Russa.
Più buia la notte più luminosi i fuochi.
Giancarlo Chetoni

Matteo Miotto, una morte al di sotto di ogni sospetto

Le flagranti e pagliaccesche contraddizioni della versione ufficiale

Non ci stupisce che ad appena 24 ore dai funerali a S. Maria degli Angeli il Presidentissimo, influenzato e febbricitante – ci aveva fatto sapere – tanto da non poter essere presente alla cerimonia funebre di Matteo Miotto dopo aver disertato anche quella all’aeroporto di Ciampino, abbia avuto tutto il tempo per rimettersi in perfetta salute e raggiungere Napoli ancora sommersa dalla spazzatura, per farsi ciceronare insieme alla Sign.ra Clio in un evento culturale di grande richiamo come può esserlo una mostra del Caravaggio.
La morte dell’Alpino il 31 Dicembre ha avuto come effetto di disturbargli, oltre che il soggiorno a Villa Roseberry, anche il calendario degli appuntamenti familiari nei primi tre giorni dell’anno.
Il tutto mentre il suo Ministro della Difesa, visto che l’inquilino del Quirinale è anche Capo Supremo delle Forze Armate (almeno così dice), volava a rotta di collo a Herat per portare – questa la motivazione ufficiale del viaggio – il suo saluto al contingente italiano.
Un “corpo di spedizione“ ormai con il morale sotto i tacchi non solo per la morte dell’Alpino ma soprattutto per la nuova tattica, pretesa ed imposta dal generale Petraeus, di stare sul “terreno“ in Afghanistan.
L’allargamento delle “bolle di sicurezza“, che ci ricordano quelle di sapone, e la trasformazione dei reparti ISAF Italia in Task Force, sul famigerato modello 45, più l’approntamento di capisaldi fissi, in zone totalmente fuori controllo con necessità di rifornimenti logistici via aria e terra, non potevano non portare ad un incremento da capogiro delle nostre perdite.
Nel 2010 sono morti 10 militari italiani contro i 25 complessivamente caduti dal 2002, da Kost con la Folgore (base Salerno, confine Af/Pak) fino al 2009, portando il conto, per ora, a 35 morti ammazzati per una “missione di pace“ che fa sabbia da tutte le parti al di là dei costi stratosferici che impone ad uno sfiatatissimo erario pubblico.
Per capire il livello di autentica follìa raggiunto dal Governo basterà ricordare l’ultimo regalo da 6 milioni di euro a Dicembre dell’anno appena concluso, fatto dalla Cooperazione gestita dal Ministro degli Esteri Frattini per lo sviluppo dei progetti agricoli di Kabul, nello stesso giorno in cui Polizia e Carabinieri bastonavano nel porto di Civitavecchia il capo del Movimento Pastori Sardi Piras e la sua delegazione, in rappresentanza di 15.000 produttori ridotti alla fame, intenzionata a raggiungere Roma e protestare sotto Palazzo Chigi.
La visita di La Russa a Herat non ci ha affatto sorpreso. A dire il vero ce lo aspettavamo.
Con il Presidente della Camera in vacanza nell’Oceano Indiano, dopo la visita di Schifani al PRT di Herat non poteva mancare quella del D’Annunzio del XXI° secolo.
E poi la morte di Miotto necessitava di qualche urgente aggiustamento sul posto, vista la brutta piega che stava prendendo la faccenda in Italia quando sono cominciate a filtrare le prime indiscrezioni che smentivano la versione preparata a tavolino a Palazzo Baracchini: il rinvenimento di un proiettile in calibro 7.62 nella mimetica di Matteo Miotto in corrispondenza di un foro di uscita nella schiena.
Ed è così che si tenterà di fare e di impiastricciare.
Quando l’Ansa ha battuto il dispaccio del 31 Dicembre ha scritto inequivocabilmente “cecchino“. Un cecchino isolato, un terrorista che ha sparato un unico colpo all’indirizzo dell’Alpino e quella notizia è sicuramente partita dal Ministero della Difesa.
Versione poi confermata ufficialmente da La Russa. Letta quella dichiarazione siamo andati a cliccare “Dragunov“. Lo avevamo visto in Iraq nelle mani della guerriglia baathista.
Ne sapevamo qualcosa e abbiamo voluto rinfrescarci la memoria. Il primo filmato su Youtube che ne è uscito ci mostrava dei rangers USA che si addestravano al tiro con quel “fucile di precisione“ in Afghanistan con l’immancabile accompagnamento di caciara yankee.
In più eravamo certi di non averlo visto, nemmeno una volta, nella disponibilità di qualche formazione pashtun. Le decine di fotografie che via, via nel tempo abbiamo esaminato lo escludevano.
Il generale Marcello Bellacicco, attuale comandante del PRT di Herat, ha definito il Dragunov una “new entry“. Un linguaggio da Grande Fratello. Ma così è… se vi pare.
Un’arma che non ha mai destato allarme nelle forze della coalizione ISAF tanto da poter essere venduto come residuato di guerra nei suk delle principali città del Paese delle Montagne.
Il perché è semplice. I modelli in mostra non hanno ottica né diurna anni ’60 a ingrandimento 4, né notturna che necessita di una pila di alimentazione. Inoltre non è maneggevole, è impreciso nel tiro a media-lunga distanza, non dispone di bipiede di appoggio, ha limitate capacità di fuoco, il serbatoio contiene 10 colpi, e necessita di proiettili in calibro 7.62×54 che sono diversi nelle dimensioni dai 7.62×33 degli AK-47.
Ed in più i pashtun, per “ancestrale arretratezza culturale“, disprezzano il tiratore scelto e camuffato dell’Occidente che colpisce di nascosto.
L’ipotesi del cecchino isolato che aveva colpito Miotto, prima alla spalla, poi al fianco, e poi tra collo e spalla non riusciva a convincerci.
Anche perché il caposaldo Buji o Snow sta in una posizione sopraelevata di 250 mt sul terreno desertico, circostante, non ha torrette come Fort Alamo, ma piazzole, camminamenti ed alloggi approntati con materiale di fortuna ed una protezione passiva fatta di “ecobastian“ addossati l’uno all’altro a formare un cerchio su un area di 3-400 mq, trasportati sul posto con elicotteri CH-47.
Per quanto ne sappiamo, Buji è un avamposto in zona desertica privo di rampa di accesso per mezzi ruotati, rifornibile esclusivamente per via aerea anche per l’avvicendamento del personale, tenuto da un mezzo plotone scarso di militari che vivono in una costante condizione di isolamento psicologico e materiale dal Comando Centrale di Herat.
In alcuni capisaldi, dove il terreno lo consentiva, un quarto dei militari italiani sono stati costretti a scavare trincee con pala e piccone ed a mettere su alloggiamenti con travi, prefabbricati ed ondulati, tenendo le posizioni con temperature oscillanti tra il giorno e la notte tra i +40 ed i -5/-7 in estate ed i –15/-20 in inverno.
Ritenevamo invece che fosse indispensabile trovare il proiettile che aveva attinto Matteo Miotto perché poteva contenere un’enormità di informazioni utili: fattura, calibro, composizione delle leghe, rigature lasciate dalla canna e così via per poter essere certi che non fosse magari un proiettile 308W sparato da “fuoco amico“, molto ma molto simile al 7.62×54 sparato da un Dragunov.
Appena 3 millimetri di differenza in meno nella lunghezza del bossolo.
La ritenzione o meno del proiettile nel corpo di Miotto era un altro problema che avrebbe dovuto uscire dall’autopsia ma così non è stato. Dal momento che le pensiamo tutte ma proprio tutte ci è parso strano che il procuratore aggiunto Saviotti sia stato chiamato il giorno successivo a rapporto dal Copasir. Può essere che D’Alema voglia sentirlo per Calipari, come è stato annunciato, ma… qualche dubbio, di indebita pressione “altra“ non può non rimanere in piedi.
Dal leggìo delle grandi occasioni del PRT di Herat, dall’hangar alla presenza delle truppe schierate, un La Russa in tuta mimetica ha voluto farci sapere quale dovrebbe essere l’ultima versione della morte dell’Alpino del 7° reggimento della Julia.
Lo riportiamo per intero per far capire ai lettori la sfrontatezza con cui si dichiara il falso e le enormi difficoltà che incontra nel dare una spiegazione razionale, logica all’uccisione di Matteo Miotto e le flagranti, pagliaccesce contraddizioni in cui cade.
Le conclusioni le tireremo alla fine, anche se non siamo esperti balistici sappiamo leggere e capire.
“E’ stato ucciso da un cecchino, solo che questo non ha sparato un solo colpo ma diversi colpi. Si può pensare che non fosse solo, anzi è probabile che ci fossero altri 4-5 uomini di copertura ma è possibile che a sparare sia stato soltanto lui. E’ stato un vero e proprio scontro a fuoco. Gli insurgents che hanno attaccato la base, difficile dire quanti fossero, hanno cominciato a sparare con armi leggere [di pesanti non ne hanno mai avute - nda]. I militari italiani hanno risposto. Miotto che faceva parte di una forza di pronto impiego è andato alla garitta a dare manforte al soldato che c’era. Sparavano a turno: uno sparava e l’altro si abbassava. E proprio mentre si stava abbassando che Matteo è stato colpito al collo. Dall’esame del proiettile è stato possibile risalire all’arma che ha fatto fuoco. E’ un Dragunov degli anni ’50 di fabbricazione sovietica. Si trova anche al mercato nero di Farah“.
Dal canto suo il generale Bellacicco, nel tentare di dare due mani e due piedi al suo superiore, senza pensare di poterlo inguaiare ancora di più ha dichiarato con candore quanto segue:
“La battaglia alla base Snow si è conclusa dopo diverse decine di minuti anche in seguito all’intervento di un aereo americano che ha contribuito a bonificare l’area. Secondo indiscrezioni ci sarebbero state 4 vittime tra gli insorti. Non è chiaro se tra di loro ci fosse anche il cecchino“.
Un’ultima annotazione prima di chiudere. La Russa si è portato ad Herat 4 ragazzi sotto i diciotti anni di età che hanno già sperimentato la sua “mini-naja“, due maschi e due femmine che sono stati invitati ad indossare il cappello alpino. Il loro desiderio – ha detto La Russa – è di poter fare i militari ma ancora c’è tempo. Se non quì ad Herat altrove.
Il proiettile che ha ucciso Miotto La Russa dice di averlo trovato. Lo porti in Italia e lo consegni ai pm titolari dell’inchiesta. Il resto si vedrà. Relazioni dei ROS e dichiarazioni a verbale degli altri alpini del 7° Reggimento che erano con Miotto al momento del suo decesso nella base Snow comprese. Ci apettiamo che la Procura di Roma faccia per intero il suo dovere, senza guardare in faccia nessuno, dedicando grande attenzione anche al contenuto del suo testamento per valutare la concreta possibilità di “fuoco amico“.
Giancarlo Chetoni

Finmeccanica, un’industria in ostaggio

Prima che Bush uscisse di scena, nel Novembre del 2009 durante un ricevimento alla Casa Bianca, Berlusconi apprestandosi a leggere il discorso in cui avrebbe rinnovato la fedeltà, la stima e la profonda amicizia che lo legava al Presidente, alla sua famiglia ed agli Stati Uniti, avvicinandosi al leggìo preparato per gli ospiti incespicò nel filo del microfono, trascinandosi dietro mobile ed appunti. Il patatrac sollevò tra i tavoli dei presenti un lungo “uuhhh” di stupore.
L’imbarazzo che colpì il Presidente del Consiglio mentre riacquistava l’equilibrio sulle gambe e tentava di dare ordine ai fogli volati via, raccogliendoli da terra, non poteva non dare un tocco di comicità al ruzzolone. Ma il peggio arrivò nei secondi successivi.
Berlusconi, per rimediare alla gaffe, non trovò di meglio che sfoderare un sorriso a 36 denti rivolgendo ai commensali la seguente battuta: “Vedete – disse – queste sono cose che succedono per il troppo amore che mi lega a voi e alla vostra grande Nazione”. Ciò che uscì in quel frangente dalla bocca di Berlusconi fu un mix di manifesta condivisione del “way of life” USA e di stomachevole, interessata ruffianeria. La frase, accompagnata da un largo gesto benedicente delle braccia, venne accolta da un battimani molto composto, quasi di semplice cortesia, dall’establishment di Washington mentre Bush continuava a ridersela sotto i baffi.
Appena trenta giorni prima, l’Amministrazione USA gli aveva fatto sapere che la commessa AW-101 di Agusta Westland, consociata controllata al 100% da Finmeccanica, era stata semplicemente tagliata fuori dalle forniture del Pentagono. La firma definitiva sulla cancellazione la metterà il Presidente Obama.
Era andata in fumo per l’Italia la vendita oltreoceano di 23 elicotteri da trasporto del valore, nel 2005, di 6.5 miliardi di dollari.
La disdetta (ufficiosa) era stata anticipata a Palazzo Chigi con un fax partito da Via Vittorio Veneto, con la motivazione che il costo finale stimato (!) della commessa avrebbe superato i 13 miliardi di dollari e… in previsione di una riduzione di spese… bla bla bla.
Il “regalino” portava la firma dell’ambasciatore statunitense in Italia Ronald Spogli, prima che gli subentrasse David Thorne.
Non si scomodarono per dargliene notizia né il Segretario di Stato C. Rice, né quello alla Difesa R. Gates. Il disappunto del Presidente del Consiglio, se c’era stato, svanì alla svelta. Continua a leggere

Quante Gelmini per un Napolitano?!?

Di mattina al Centro Operativo Interforze di Centocelle per gli auguri alla truppa, nel pomeriggio al Quirinale a recitare la parte di interlocutore degli studenti in protesta. Per di più, “unico”.
Questo è Giorgio Napolitano, che si appresta a controfirmare l’ennesimo decreto di rifinanziamento delle “missioni di pace”, in attesa della conversione in legge che avverrà nelle prime settimane del nuovo anno, con modalità assolutamente bipartisan come tradizione vuole.
Facendo strame, per l’ennesima volta, dell’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), nonché contribuendo a peggiorare la già compromessa situazione finanziaria del Paese.
Agli studenti sommessamente suggeriamo maggiore attenzione nella scelta dei propri interlocutori. Ne va della vostra credibilità.

Roma, 22 dicembre – Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha confermato, alla presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, durante il tradizionale collegamento con i comandi delle principali missioni italiane all’estero per gli auguri di Natale, l’approvazione, da parte del CdM, del rifinanziamento delle nostre missioni internazionali di pace.
“Il CdM – ha detto La Russa – ha approvato il rifinanziamento delle missioni: si tratta di 750 milioni di euro. È vero che il numero di militari impiegati all’estero diminuisce di 400 unità, ma cresce il numero dei componenti del contingente in Afghanistan“.
Il ministro della Difesa, nel suo breve messaggio di saluto, ha inoltre ringraziato il capo dello Stato “per tutta la sua attività e per essere vicino alle forze armate”, che operano “non solo nel loro tradizionale ruolo, ma anche in ogni circostanza in cui c’è bisogno del loro contributo”, come nel “garantire la sicurezza del territorio” o nel “portare aiuto e solidarietà in ogni circostanza in cui si rende necessario”.
(Apcom)

Come meglio non si poteva dire:
“Darò per scontato che la discussione esuli ormai da ogni tipo di valutazione sulle manifestazioni studentesche degli ultimi giorni; le eroiche avanguardie del disagio giovanile, prostrandosi ieri davanti a Napolitano e arrivando addirittura a dichiarare “Napolitano è con noi”, hanno dimostrato definitivamente la loro miserabile pochezza e assoluta incomprensione dei fenomeni contro i quali pretenderebbero di sfogare la loro rabbia. Napolitano è l’uomo che molto più di Berlusconi e della Gelmini rappresenta la sudditanza dell’Italia verso gli USA, sudditanza che ha dolosamente prodotto lo sfascio attuale del nostro Paese in tutte le sue declinazioni, compreso il disastro dell’istruzione pubblica. Se gli studenti “ribelli” non arrivano a capire neanche questo, che ingoino la riforma Gelmini e si dedichino gioiosamente alla Playstation. O meglio ancora – ammesso che ne siano in grado – allo studio dei meccanismi che presiedono ai fenomeni sociali e geopolitici, studio che potrebbe consentirgli, alla prossima occasione, di agire in maniera meno sciocca e autolesiva, di porre nel mirino obiettivi realistici e sensibili e di segnare qualche punto a proprio favore. Li preferisco, comunque, di gran lunga quando sfasciano vetrine e incendiano cassonetti che quando si fanno ritrarre in sorridenti foto ricordo al Quirinale: il loro confuso bailamme di strada è stato inutile e imbecille, ma senz’altro molto meno pericoloso e disgustoso del profondersi in sconsiderati salamelecchi dinanzi al sorvegliante capo della nostra prigione.”

Da Scegli il tuo ruolo, di Gianluca Freda.

Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

Il 13 Ottobre si è concluso il trasferimento ad Herat di tre elicotteri medio pesanti EH-101 Agusta Westland in dotazione alla Marina Militare, affittando come cargo un gigantesco C-17 Galaxy USA.
I nuovi arrivati ad ala rotante in aggiunta al già ingente e costosissimo apparato da trasporto logistico, evacuazione medica, ricognizione ed attacco a disposizione del Comando del PRT 11 di Herat si sarebbero resi necessari, a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, per “incrementare sul terreno la capacità multifunzionale della componente aerea del contingente italiano“.
L’Italia ha allargato il suo sostegno militare nelle provincie ovest dell’Afghanistan alla coalizione ISAF-Enduring Freedom.
Dal canto suo il D’Annunzio del XXI° secolo come si è definito, ironicamente, nel frattempo si è diviso in quattro con giornali e televisioni per sostenere il contrario, ipotizzandone la riduzione entro il 2011 affidandosi ad una favoletta logora: il passaggio della “sicurezza“ nelle mani dell’esecutivo di Kabul.
Non sapete chi è il Vate? Rimediamo subito. Anche se ci viene una gran voglia di portare il dorso della mano alle labbra e soffiare forte, forte.
E’ il Ministro della Difesa. L’onorevole Ignazio La Russa.
Il titolare di Palazzo Baracchini, perfettamente consapevole che 2/3 degli italiani sono fermamente contrari alla guerra in Afghanistan, sta tentando senza troppa fantasia di mandar in scena nel Bel Paese la stessa farsa recitata dal premio Nobel Barack Obama per tacitare l’opinione pubblica USA stremata, come la nostra e più in generale quella europea, da una devastante crisi sociale.
Anche se la finanziaria di Dicembre si chiama ora legge di stabilità, non sarà qualche furbata semantica o peggio qualche annunciata menzogna contabile per difetto (750 milioni semestrali per le “missioni di pace“) a nascondere che l’avventurismo bellico della Repubblica delle banane, dal 2003 ad oggi, ha bruciato risorse pubbliche colossali che avrebbero potuto essere diversamente utilizzate per dare fiato a lavoro, ricerca, sanità, tutela ambientale e strutture pubbliche.
E qui ci vengono a mente anche i 15 miliardi di euro per un altro costosissimo ultra-bidone rifilatoci dal Pentagono, da D’Alema, Prodi, Berlusconi, Guarguaglini & soci in cambio di un men che niente, una sezione d’ala a Cameri: l’F-35. Continua a leggere

Partita doppia

Nei giorni scorsi, nonostante le difficoltà finanziarie in cui versano le casse dello Stato, le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno approvato un programma pluriennale di acquisizione armamenti, legato al crescente impegno dell’Italia sul fronte afghano ed alle esigenze strategiche della NATO, che prevede un’esborso di 933,8 milioni di euro nell’arco dei prossimi quattro/nove anni.
Il dettaglio di quella che potrebbe essere l’ultima lista della spesa del ministro Ignazio La Russa è qui.
Un buon esempio di come sia possibile recuperare risorse da destinare a tali impieghi?
Eccolo.

Pay Tv atlanticamente corretta

Milano, 26 ottobre – Dalla finale mondiale di Berlino alla missione militare in Afghanistan. Fabio Caressa ha passato quindici giorni con i soldati italiani, 3500 connazionali, donne e uomini, alcuni arrivati da poche settimane, altri al lavoro da molti mesi e prossimi a tornare a casa.
Caressa ha condiviso la vita della base di Herat, il quartier generale della missione italiana e di alcune delle nostre basi avanzate, le cosiddette Fob. Il risultato di questo progetto è il reportage ‘Buongiorno Afghanistan’, il diario di un’esperienza unica e intensa.
Una produzione originale Sky Uno, otto puntate in onda in esclusiva da giovedì 28 ottobre alle dieci di sera, le successive puntate alle dieci e mezza. E’ anche il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona da un giornalista che è un volto familiare e amico per i milioni di appassionati di sport nel nostro paese, la cui telecronaca della finale dei mondiali di Germania 2006 è ancora nella memoria di tutti gli italiani che tifavano, con un’emozione unica, per la squadra azzurra.
Un diario corale, documentario nella sostanza e drammatico nella forma, che tenta di restituire al pubblico volti, storie, esperienze di un pezzo di Italia che lontano da casa cerca di aiutare a ricostruire un paese dilaniato da trent’anni di guerra, sofferenza e tensioni. Caressa e la troupe di Sky Uno hanno vissuto con i nostri militari di stanza nelle quattro provincie afghane di Farah, Bala Murgab, Balabaluk e Shaft a Shindand. Hanno parlato con centinaia di loro, molti dei quali giovanissimi, tra i 20 e i 25 anni, provenienti dal Sud Italia. “Non mi improvviso certo inviato di guerra – spiega Caressa – presto invece i miei occhi di persona comune che viene proiettata in una situazione che di comune non ha davvero nulla”.
‘Buongiorno Afghanistan’ racconta quella parte della nostra missione di cui si parla poco: dalle operazioni di bonifica degli sminatori, alla vita nelle carceri femminili, dal mantenimento della viabilità all’organizzazione degli aiuti alimentari, dagli interventi del personale medico che assiste i militari e la popolazione civile alla fondamentale azione delle Psy-Ops, una squadra di uomini e donne, preparati su lingua e cultura locale, che hanno il compito di parlare con il popolo afghano, informando sulle operazioni di pace e spiegando gli obiettivi della missione.
Caressa e la troupe ci mostrano le azioni dei militari sui mezzi blindati Freccia e Lince, salgono sui mezzi aerei come il Mangusta (tutta la seconda puntata è dedicata all’Aeronautica). Il diario racconta anche i momenti di relax nei campi: la pizza, una grigliata, un’improvvisata partita di calcetto, la visione collettiva della partita della nostra nazionale, la tensione che si scioglie dopo una missione ad alto rischio
“La realizzazione del programma – spiegano da Sky – non sarebbe stata possibile senza l’aiuto del ministero della Difesa e in particolare, oltre al ministro in persona, del generale Massimo Fogari, del capitano di Corvetta Francesco Pagnotta, del maggiore Mario Renna e del P.I.O. di Herat, del generale Claudio Berto. Ma soprattutto il programma non avrebbe avuto alcun senso senza tutte le donne e gli uomini italiani che si sono resi disponibili a raccontare il loro lavoro di ogni giorno in Afghanistan”.
(Adnkronos)

Quello che in Italia i giornalisti non chiedono

Quanto è avvenuto, oggi mettendo da parte sentimentalismi patriottici e dolorose constatazioni che si tratta di giovanissimi provenienti dal Sud, che continua a fornire carne da cannone, possiamo dire che si tratta di un normalissimo episodio militare, da manuale e che statisticamente, è possibile calcolare con largo anticipo la probabilità che esso succeda per numero di operazioni simili, la quantità di perdite umane e di materiale previste.
In Afghanistan operazioni di allargamento del controllo del territorio tramite FOB (Basi Avanzate) sono normalissime, e americani ed inglesi sono degli specialisti in questo e calcolano anticipatamente quante perdite sono accettabili nel rifornire, mantenere una FOB e tenerla operativa attraverso operazioni di controllo di territorio remoto.
In poche parole, in nove anni di guerra afgana, è possibile ormai conoscere matematicamente lo scotto che c’è da pagare per ogni centimetro di territorio che si vuol strappare agli insorti e quanto in più c’è da versare, in sangue e denaro per mantenere nel tempo il controllo di quel centimetro conquistato.
Quante perdite avremo nei prossimi 12 mesi?
Quello che in Italia i giornalisti non chiedono e che invece in America è anticipato dagli staff del public-relation del Pentagono.
Se ci fate caso, ad ogni conferenza stampa che segue l’inizio di una nuova operazione militare delle Forze armate USA, i portavoce del Pentagono rispondono con matematica precisione alle domande dei giornalisti sulle perdite che prevedono di avere, dei costi dell’operazione e dei risultati che si vuol conseguire.
Ebbene da quando gli USA hanno chiesto al nostro contingente di cambiare strategia nel territorio di competenza, tirare fuori il naso dai caposaldi e andare a contendere passo passo il terreno agli insorti, installando nuove basi sempre più remote e bisognose di rifornimenti continui in uomini e materiali, ebbene nessun giornalista italiano si è permesso di chiedere ai nostri generali quanto ci sarebbe costato tutto ciò.
Quelle cifre previsionali, morti, mezzi distrutti, ecc sono da tempo sui tavoli degli analisti del nostro Stato Maggiore Difesa, come anche su quelle del ministro della Difesa on. La Russa, ma nessuno si permette di chiederlo, poiché sarebbe una bomba politico-militare.
Invece si preferisce contrabbandare il mito del buon italiano protetto dallo stellone e dall’amuleto che ci si è portati da casa e dal materiale di produzione nazionale che è sempre meglio di quello degli altri contingenti, per poter fare marketing alle imprese armiere nazionali.
Né troveremmo un giornalista deciso di esser messo alla porta, a vita, dagli ambienti ministeriali e dal suo giornale a causa di una domanda vietata in Italia.
Si preferisce invece lanciarsi nelle interviste falsamente pietistiche ai familiari e agli amici delle vittime, alle inquadrature di bare avvolte nel tricolore e nel riportare i bollettini di vittoria dal fronte afgano e pieni di indici di gradimento rilevati tra la popolazione locale verso i nostri militari.
Io speriamo me la cavo, l’importante è arrivare a questo benedetto fine 2011…
Chissà se un giorno un nuovo filone di cinema neorealista italiano potrà sceneggiare un film con questo titolo sulla guerra afgana vista dai soldati italiani, quelli veri, come il caporalmaggiore che scriveva su Facebook, ”Io mi son rotto dell’Afghanistan e voglio ritornare a casa” o come il pugliese che diceva: “Qui fa un freddo cane e rimpiango il mare del Salento”?
Antonio Camuso

Fonte: Osservatorio sui Balcani di Brindisi
[grassetti nostri]

Se io lancio una bomba…
Roma, 11 ottobre – Potrebbe iniziare nel 2011 la exit strategy dei militari italiani dall’Afghanistan. ”Ne voglio discutere nelle sedi opportune con Petraeus, con la NATO. Potrebbe avvenire che la nostra zona ovest entro il 2011 venga largamente consegnata al governo afghano più di altre zone. A questo punto dovremmo affermare il principio che noi non andiamo in un’altra zona”. E’ questa l’ipotesi prospettata dal ministro della difesa, Ignazio La Russa, in una intervista a La Stampa.
Se si riuscirà a consegnare al governo di Herat il controllo di tutta la zona ovest ”quello sarà il momento per far rientrare gran parte dei nostri soldati che hanno compiti operativi – aggiunge il ministro – concentrandoci sull’addestramento”. La Russa parla anche della possibilità di armare i bombardieri e del fatto che questo non cambierebbe la nostra missione che ”resterebbe di pace. Se io lancio una bomba per difendere una colonna militare, rimane una missione di pace. Non è l’arma che qualifica la missione ma il modo con cui la usi”.
(ASCA)

… ed i nuovi “Mille”
Roma, 11 ottobre – I soldati italiani impegnati nelle missioni di pace ”sono i nuovi ‘Mille’, 150 anni dopo l’unità”. Lo afferma in una intervista al Mattino il ministro degli esteri Franco Frattini. Nel Risorgimento si combatteva ”per l’ideale unitario”. Oggi l’obiettivo è ”contribuire con il proprio impegno alla sicurezza e alla pace internazionale. A rischio, oggi come allora, della propria vita”. Frattini aggiunge che il 2011, anno del 150° anniversario dell’unità d’Italia e decimo anniversario dell’attentato alle torri gemelle, ”potrebbe essere l’occasione giusta per ricordare i nostri militari morti per la pace. Il tema resta la memoria. Si dovrebbe pensare ad una giornata del ricordo di tutti i giovani che hanno perso la vita nelle tante missioni in cui l’esercito italiano è stato impegnato in missioni internazionali”.
Frattini si sofferma poi sulla opportunità di armare meglio i militari italiani riprendendo la proposta del ministro della difesa La Russa di equipaggiare con le bombe gli aerei. ”In quella situazione si pensa alla possibilità di armare meglio i nostri aerei da combattimento. Ora hanno solo mitragliatrici, le bombe potrebbero aumentare l’efficacia della loro azione di scorta ai convogli”.
(ASCA)

Tra un Rutelli pronto al voto favorevole per l’invio al fronte e l’uso di qualunque armamento a nostra disposizione per far sentire sicuri i nostri soldati in missione di pace (fortunatamente le bombe atomiche tattiche presenti in Italia sono di proprietà USA e non ce le prestano) e un Ranieri del PD possibilista ad una decisione patriottica in parlamento, troneggiava da un megaschermo la faccia con gli occhi spiritati di La Russa che annunciava la svolta: “Dopo tante remore è giunto il momento di armare di bombe i nostri AMX affinché i nostri soldati si sentano più sicuri”, – correggendosi poi immediatamente, per evitare di esser sputato in faccia dalla NATO – anche se, comunque, sino ad oggi, quando abbiamo richiesto l’appoggio aereo non ci è stato mai negato dagli altri (USA, inglesi e francesi), però, noi che non vogliamo guastare il mito del buon soldato italiano, che mai ha fatto del male ad un civile, preferiamo che, se c’è da buttare qualche bomba, per difenderci, è meglio che lo facciano degli aerei italiani, così siamo sicuri che danni collaterali non ce ne saranno e il nostro rapporto con la popolazione rimarrà cordiale e fraterno come sin’ora è stato…
(…)
All’unanimità poi, in un clima che ci ricordava il sequestro Moro, tutti si dichiaravano convinti della lotta senza quartiere ai terroristi talebani: “Nessuna trattativa! I nostri soldati rimarranno lì sino alla vittoria finale, salvo disposizioni USA-NATO!“.
Dagli USA l’inviato RAI, inascoltato, annunciava che Karzai, spinto e appoggiato dagli USA sta per far entrare nel governo i “terroristi talebani” (oggi ha precisato che lui tratta con i talebani afgani, definizione molto larga che comprende anche quelli del Waziristan tribale Pachistano, continuamente bombardato dai droni americani), i nostri, in studio, rassicuravano i nostri soldati sulla bontà della loro missione: difendere a migliaia di kilometri di distanza l’uscio di casa ed impedire che i talibani scorazzino presto armati per le nostre città.
Nonostante che nessuno gli abbia fatto la domanda vietata, La Russa a sorpresa ammette, per la prima volta che, statisticamente, sono calcolabili le perdite che prevediamo di avere, ma… è meglio non parlarne ed è preferibile piangere, col cuore infranto, come se fosse la prima e ultima volta alla notizia di ogni soldato italiano… E per l’ennesima volta da giornalisti ed esponenti dell’opposizione con la capa china tutti a non voler chiedere quante sono le perdite che si prevedono sino al ritiro.
Lo spettro che s’aggirava nella trasmissione era quello della vera data del ritiro che La Russa e C. vagheggiavano a fine 2011, ma ieri sera, solo grazie al corrispondente esteri RAI, abbiamo saputo che si spera sia il 2014, salvo lasciare alcune centinaia di “istruttori” all’esercito afgano… a tempo indefinito. Insomma, quella afgana sarà forse la più lunga campagna di guerra affrontata dal nostro esercito dall’Unità d’Italia contro un nemico oscenamente mostruosizzato e i cui rappresentanti presto faranno parte di un governo amico e sostenuto finanziariamente da Europa e USA.
Un dibattito confortante per le famiglie dei soldati all’estero che ora sanno il motivo perché i loro figli stanno a sputare sangue e sabbia, ammazzando altri esseri umani definiti terroristi e riempiendo tutti di orgoglio per la nostra coerenza, spirito di guerrieri pacifisti e di coerenti difensori della legalità internazionale. Un dibattito che ci ha confortato della valanga di milioni di euro che vanno in fumo in quella missione, mentre si taglia la scuola, la sanità e la disoccupazione giovanile, e non, galoppa senza tregua. Domani è un altro giorno, l’Italia che Mussolini segretamente dichiarava incompatibile con la guerra, si commuoverà per qualche ora dinanzi a una bara col tricolore, poi volterà le spalle e tornerà al quotidiano “io speriamo me la cavo”… a quadrare i conti… a portare la pelle a casa dal lavoro… a non morire per mala sanità…

Da La svolta italiana in Afghanistan: le Bombe Rassicuranti, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Marketing governativo
Roma, 13 ottobre – Il ”Lince”, il blindato rimasto coinvolto nell’esplosione che ha provocato la morte di quattro nostri alpini in Afghanistan, resta il mezzo più sicuro per i nostri soldati. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nel corso della sua informativa al Senato.
”In campo mondiale, al momento, tra i veicoli della stessa categoria non risulta disponibile una alternativa che possa garantire migliori livelli di protezione del personale” ha detto La Russa. ”Peraltro, nell’ambito delle misure tese al miglioramento della sicurezza del personale sono stati immessi nel teatro afghano – ha ricordato – i primi 17 esemplari di Veicolo Blindato Medio (VBM) ‘Freccia’ operativi dal mese di agosto” che è destinato non a sostituire ma ad integrare gli attuali assetti operativi basati sul Lince, ”trattandosi di due tipi di veicoli in grado di operare in modo complementare”.
(ASCA)

Afghanistan: le manfrine di Frattini, La Russa & soci

Il “Freccia“ è il 5° blindato, in questo caso di produzione FIAT Iveco-Oto Melara, utilizzato dal “nostro“ contingente in Afghanistan ed il 3° progettato ed uscito dalle catene di montaggio nazionali per dotare i militari “tricolori“ di “un mezzo idoneo ad affrontare le minacce di formazioni ostili in Paesi in cui si imponga la necessità di operazioni di polizia internazionale per ristabilire l’ordine e sicurezza“ (dichiarazione di La Russa Ignazio). Insomma, peace-keeping e peace-enforcing sotto l’egida dell’ONU ed occasione utile per soddisfare al tempo stesso le esigenze dell’ Esercito Italiano (E.I.) per dotare i suoi reparti di un numero adeguato di VBL/VCM/VCE/IFV che soddisfi l’esigenza di dotazioni della Forza Armata.
Un esigenza che coincide con l’acquisto da parte del Ministero della Difesa di un numero di blindati tale da generare, in ogni caso, un lauto profitto alle società costruttrici che si accollano, bontà loro, i costi di progetto, produzione, modifica, manutenzione a tempo e le scorte ricambi all’ E.I..
La conseguenza più immediata di una tale procedura è il volatilizzarsi del rischio di impresa e l’acquisizione da parte dell’E.I. di quantità “regolarmente eccedenti di esemplari prodotti, rispetto alle necessità operative“ essendo ben noti i benefici economici che ricava il personale di alto grado della Forza Armata, Marina ed Aviazione comprese, alla quiescenza, dall’’inserimento a livello dirigenziale nell’industria militare pubblica e privata.
Lobbies che opacizzano, nel migliore dei casi, i bilanci di settore ed inquinano, ormai a partire dagli anni Settanta, le destinazioni di spesa di Via XX Settembre.
Il “Freccia“ pesa in ordine di combattimento 26+2 tonnellate, ha un cannone a tiro rapido da 25 mm KBA, una mitragliatrice MG-42 da 7,62 mm ed una trasmissione su quattro assi. L’arma più temibile nelle mani di un coraggiosissimo ed eternamente appiedato straccione pashtun è un RPG-7 che a 150 metri perde i tre quarti della sua precisione di tiro od un AK-47 che a 130 mt la dimezza.
Nella versione controcarro il “Freccia” aggiungerà, grazie al professore, una dotazione di missili antitank “made in Israel“ Spike con un raggio d’azione dai 4 ai 6 km. Continua a leggere

Hanno sfidato una tempesta di sabbia

Herat, 17 settembre – Hanno sfidato una tempesta di sabbia per consegnare le schede elettorali in una delle zone più remote dell’Afghanistan, Por Chaman. Gli elicotteri italiani hanno compiuto la missione questa mattina ed hanno consegnato alle autorità afghane gli scatoloni sigillati contenenti le schede elettorali per le votazioni che si svolgeranno domani in tutto l’Afghanistan. Una missione durata due ore e che ha visto impegnati un CH47, elicottero da trasporto, e due Mangusta che hanno scortato le schede elettorali.
Nel corso della settimana molte volte l’operazione era fallita proprio a causa della tempesta di sabbia che ha colpito la regione. “Negli ultimi giorni – spiega il maggiore Bruno Pagnanelli abbiamo messo a punto un piano dettagliato per portare le scatole sigillate con all’interno le schede elettorali nei vari distretti. Una tempesta di sabbia però ha impedito che l’operazione giungesse a buon fine. Fino a questa mattina quando il maltempo ha concesso una tregua di due ore e così gli elicotteri sono partiti da Farah, nella provincia di Herat, affrontando una missione al limite, sorvolando la zona montuosa e desertica di quella provincia. Nessun atto ostile da parte degli insorti è stato registrato contro le forze dell’aviazione leggera dell’Esercito e dunque sabato gli abitanti di quella zona potranno recarsi alle urne”.
(AGI)

Peccato però che…

Kabul, 17 settembre – Alla vigilia del voto afghano, sequestrate migliaia di schede false e badge per l’accredito degli osservatori. Lo hanno annunciato le autorità in Afghanistan, dove crescono i timori di brogli elettorali, in un voto che i talebani hanno invitato a boicottare e minacciato di insanguinare con attentati.
(AGI)

Roma, 17 settembre – In Afghanistan si corre il rischio di brogli elettorali: lo ha detto il ministro della difesa Ignazio La Russa. “Qualche volta sentiamo parlare di rischio brogli elettorali nei Paesi europei – ha dichiarato La Russa – e qualche volta anche in casa nostra. Potete immaginare come sia più facile sentirne il pericolo in una terra così devastata come l’Afghanistan“. La riflessione del responsabile della Difesa a margine dell’incontro che ha avuto con il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen.
(AGI)

Ma come, signor Ministro, non ci ha sempre detto che in Afghanistan siamo sulla buona strada?!?
Intanto, i “nostri ragazzi” continuano a giocare alla guerra:

Roma, 17 settembre – Due incursori italiani, un ufficiale e un militare di truppa della Task Force 45, costituita dalle forze speciali italiane, sono rimasti feriti oggi nel distretto di Bakwah, provincia di Farah, a sud di Herat. I due, colpiti da proiettili di arma da fuoco alla spalla, non sono in pericolo di vita. In particolare, riferisce il Regional Command West di ISAF, i militari sono rimasti feriti nel corso di un’operazione mirata alla cattura di quattro insorti che erano stati avvistati da un velivolo senza pilota dell’Aeronautica militare mentre posizionavano un ordigno lungo la strada che collega Farah a Delaram.
Gli insorti si erano spostati in un’abitazione verso la quale si stavano dirigendo un elicottero da trasporto CH47 con a bordo gli elementi delle forze speciali, scortato da due elicotteri Mangusta. I due feriti sono stati subito evacuati presso l’ospedale da campo USA di Farah. La dinamica dell’evento è in fase di ricostruzione, mentre le famiglie dei due militari sono state avvisate.
(ASCA)

Un elicottero da trasporto CH47 e due Mangusta in entrambi gli episodi, ma che curiose coincidenze!

Altri addirittura, pur di sparare a qualche animale di grossa taglia, da cacciatori accaniti arrivano a firmare contratti annuali o pluriennali con le nostre Forze Armate che organizzano safari a proprie spese.
Il ragionamento è semplice: se, tra acquisto di mimetica, scarponi, fucile, munizioni, costo di viaggio di spostamento all’estero ecc, se ne vanno più di mille euro, e io posso risparmiare, anzi mi pagano lautamente per la trasferta internazionale, perché non farlo?
Qualche rischio c’è, ma a vedere i dati che ogni anno ci arrivano dagli enti preposti, ma anche dalla stessa televisione, decine di morti e feriti per ogni stagione faunistica, c’è da ammettere che c’è più rischio di essere impallinati dai cacciatori della domenica o morti precipitati in dirupi a causa di un terreno che frana in tutta Italia, piuttosto che percorrere le lande desolate afgane o irachene a caccia di qualche bella preda.
Qualche volta dallo schermo tv, ci arrivano delle notizie curiose che ci parlano del cinghiale che inferocito ha fatto cadere un cacciatore, al quale partendo un colpo ha ammazzato accidentalmente l’amico o di qualche volpe che fintasi morta ha poi staccato il naso o la mano al cacciatore imprudente, ma sono cose che non fanno paura, anzi danno una bella scossa di adrenalina a ogni impenitente cacciatore.
Oggi, l’incidente di caccia è avvenuto non nei boschi della Garfagnana, bensì tra le pietraie del distretto di Herat, dove un gruppo di cacciatori italiani in trasferta, che in Afghanistan sono inquadrati dalla agenzia di Safari “Incursori Taskforce45”, addestrata ad eliminare a colpi di silenziatore dei fastidiosi esemplari di una specie che si chiama talebana, dopo aver avuto le indicazioni da parte di un cane-volante robot (chiamato Predator) ove si trovasse la tana di alcuni esemplari di questa razza, è incautamente incappata in un branco di cuccioli talebani con mamme al seguito.
La reazione di questi animali che, notoriamente, appena vedono un cane-robot Predator a stelle e strisce, si fanno immediatamente annichilire a colpi di missile, è stata inconsulta, rabbiosa provocando la morte di un cacciatore ed il ferimento di un altro.
L’ennesimo incidente di caccia scatenerà nuove polemiche tra coloro che sono sfavorevoli alle attività di caccia grossa all’estero sotto il patrocinio del Ministero della Difesa e coloro che invece richiederanno l’impiego di cani-robot armati, capaci di ammazzare prima la preda a distanza, onde far fare ai cacciatori incalliti un safari teleguidato senza rischi.
Si prevede che i missili da installare su questi nuovi cani da caccia saranno acquistati con i risparmi sulle pensioni di invalidità, sulla scuola, sulla sanità e con tariffe più alte sui servizi pubblici.

“La caccia grossa è garantita dai principi delle libertà costituzionali, corrobora lo spirito italico e fa tenere alto il nome della nostra Nazione all’Estero!“.
Con queste parole, il nostro ministro della Difesa richiederà la mozione di fiducia sulla prossima manovra relativa all’acquisto della ”nuova attrezzatura” per un’attività venatoria che quest’anno si presenta molto interessante.

Da Incidenti di caccia: morto un incursore italiano che andava a caccia di talebani, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Missione di pace
Roma, 20 settembre – “Il tenente Romani era un valoroso combattente”, ha detto Franco Frattini, ricordando la figura del militare ucciso. Il ministro degli Esteri ha aggiunto che gli uomini della Task Force 45, di cui faceva parte Romani, sono militari “addestratissimi”, in Afghanistan da volontari, che “devono andare a snidare quei talebani con cui non potremo fare mai un accordo”.
(AGI)

“Fiaccola per la nostra Patria, lampada per i popoli martoriati”
Roma, 20 settembre – ”Alessandro in Afghanistan voleva che gli ordigni non spegnessero più i sogni dei bambini, che le donne non fossero più sfigurate e lapidate, che gli uomini non fossero più legati su pali in attesa della morte, dinanzi agli occhi dei figli”. Con queste parole mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, ha ricordato la figura del tenente Alessandro Romani, l’incursore del reggimento ‘Col Moschin’ ucciso il 17 settembre in uno scontro a fuoco con i talebani e del quale si sono celebrati i funerali oggi a Roma alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano.
”In questa basilica, diventiamo alunni dinanzi alla sua bara, cattedra non sempre condivisa e riconosciuta. Eppure è una cattedra da cui viene trasmesso un insegnamento che debella l’egoismo e fa trionfare la solidarietà. Una cattedra che non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli e li mette in cattedra”. ”Caro Alessandro, – ha detto mons. Pelvi rivolgendosi direttamente al militare caduto – con la partecipazione alle missioni internazionali di sicurezza e di sviluppo, sei diventato, senza cercarlo, fiaccola per la nostra Patria e l’intera umanità. Non ti sei preoccupato delle tue paure o delle tue ferite perché avevi a cuore di restituire dignità umana a ogni persona. Prima per il popolo iracheno e poi per quello afghano, sei stato luce di speranza, convinto che la vita di ogni uomo è un valore non negoziabile”.
Per mons. Pelvi la morte di Romani ”è un ammonimento circa la necessità di abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come fardello e come fastidiosi importuni. Eppure solo assieme a loro possiamo creare un mondo più giusto e per tutti più prospero. Se vogliamo la pace, la costruiremo assicurando a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti. Il servizio dei nostri militari rivela un obiettivo di profonda solidarietà: mirare al bene di ognuno e di tutti”. Da qui l’impegno a ”non distogliere mai l’attenzione ai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più bisognosi di aiuto, promuovendo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale anche col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti. Lo sviluppo è dato dall’incremento di scelte buone che sono possibili quando esiste la nozione di un bene umano integrale”.
Il vescovo castrense ha concluso l’omelia ringraziando a nome dell’Italia ”i nostri militari, che, liberi dal proprio io, si espongono come lampada per i popoli martoriati dalla tirannia e dalla violenza con l’intento di rendere ospitale la casa dell’umanità. La guerra non è mai inevitabile e la pace è sempre possibile. Anzi doverosa”.
(ASCA)

[La puntata precedente del "Monsignore atlantico".
Le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti...]

Il rapporto dei giovani italiani con le Forze Armate

Commentando la morte in Afghanistan degli artificieri Mauro Gigli e Pierdavide De Cillis, l’amico Antonio Camuso dell’Osservatorio Balcani di Brindisi scrive:
“Il fatto che a cadere oggi siano stati dei valenti specialisti nel campo delle mine come i nostri artificieri, ritenuti in tutto il mondo all’avanguardia (vedi l’ultima operazione di sminamento di UNIFIL sul confine israelo-libanese) apre scenari inquietanti quali l’aumento esponenziale dei prossimi costi logistici in Afghanistan, ovvero utilizzo abnorme di mezzi e uomini per far operare in sicurezza, crescita di perdite in uomini e mezzi, diminuzione della flessibilità d’intervento.
Per terminare facciamo notare che una cosa è posare in tutta fretta un ordigno improvvisato, nel cuore della notte, un altro gingillarsi nel posare mine trappolate o interi campi minati: ciò significa che i cosiddetti insorti hanno possibilità di operare all’aperto alla luce del giorno sotto gli occhi della popolazione, connivente o semplicemente passivamente accondiscendente.
A questo punto altri terribili dubbi vengono andando a rileggere la cronache degli ultimi interventi dei nostri sminatori, chiamati ad intervenire su indicazioni di soldati afghani o civili e che alla luce dei fatti potrebbero essere interpretati non come segnali di fiducia nei confronti dei nostri soldati, bensì come occasioni per far studiare ad altri i nostri “modi operandi”.
Fa pensare l’intervista fatta venti giorni fa al povero maresciallo Mauro Gigli, che candidamente dice all’operatore RAI di esser intervenuto su un ordigno-trappola che sembrava un antitank a pressione ed invece era radiocomandato. A rivederla quell’intervista è il testamento spirituale di ogni artificiere che inviato sul campo per un lavoro “di routine”, invece deve constatare che a salvarlo è stata la fortuna, la non raggiunta raffinatezza dell’avversario, una preveggenza extrasensoriale ma che d’ora in poi il bersaglio è proprio lui, in una sorta di cecchinaggio e controcecchinaggio.
Se sono vere le ultime dichiarazioni del Ministro La Russa sul fatto che il maresciallo si sia accorto della trappola qualche istante prima di saltare in aria, avvisando gli altri della pattuglia, ebbene questo significa che ha compreso all’ultima istante che la partita tra specialisti, questa volta era stata vinta dall’avversario.”

E, con un po’ di cinico sarcasmo, chiosa:
“In compenso abbiamo materiale umano da reclutare a poco prezzo e nel giorno in cui saltava in aria un pugliese come il caporalmaggiore De Cillis di Bisceglie, nella sua regione d’origine, nel Salento, tra i villeggianti della città di Gallipoli, nella cornice del parco di giochi acquatico “Acqua Splash” interveniva l’Info Team dell’Esercito Italiano, composto da personale del comando militare Esercito “Puglia” e del centro documentale di Lecce che in pantaloncini blu, maglietta verde e cappellino beige con logo istituzionale, facevano conoscere ai giovani pugliesi disoccupati le opportunità professionali e formative offerte dalla Forza Armata, con la possibilità di viaggiare tanto all’estero e conoscere dei posti meravigliosi irraggiungibili da turisti squattrinati e sprovveduti come sono loro…
Altri Infoteam si son visti sulle spiaggie del NordBarese e a detta dell’esercito continueranno la loro opera di reclutamento per tutto il mese di agosto tra ombrelloni, pizzichi, mellonate e giochi acquatici…”.

Verosimilmente, proponendo ai giovani virgulti l’assaggio di vita militare escogitato dall’ineffabile Ministro.

La Russa mente sapendo di mentire

E’ triste la morte di un nostro soldato. E’ ormai patetica la condotta del nostro Paese.
Oggi come ieri.
I riflettori si accendono solo quando paghiamo un tributo di sangue. Il dibattito politico farà scena per qualche giorno ancora, poi tornerà il silenzio.

Complice come sempre.

Complice di un impegno bellico spacciato per lotta al terrorismo, all’uopo intervento umanitario.
Complice di una missione, l’ennesima, al servizio delle strategie di Washington.
Complice di una impalcatura di motivazioni addotte che non può reggere alla realtà geopolitica.
Complice di un totalitario tentativo di pseudo-esportazione “democratica”.
Complice di un dissennato sacrificio di uomini e risorse.
Complice delle mire criminali delle narco-mafie internazionali.
Complice di una manovra geo-strategica atlantica di insediamento nello scenario asiatico.
Complice di una pianificata morsa a tenaglia, a lungo termine, contro la Russia e di qui, quindi, contro l’Europa.
Complice del nanismo volonteroso di una classe politica incapace di progettare un ruolo autonomo per l’Italia e per l’Europa.
Complice dell’ipocrisia italiota che rifugge dall’ammettere le proprie responsabilità nei confronti del Paese.

Siamo in guerra o no?
“Noi non lo siamo. Semmai, siamo attaccati da persone in guerra con noi”. Così il Ministro della Difesa.
Mente sapendo di mentire. Mente agli italiani e alle famiglie dei nostri uomini.
Noi siamo complici di questa guerra.
(…)
Lotta al terrorismo? Pacificazione?
L’Italia e gli europei sono impantanati in un conflitto strategico contro l’Eurasia.
Per di più, è in gioco la giustificazione stessa dell’esistenza della NATO, cioè della sopravvivenza del braccio armato unilaterale di Washington, travestito da multilateralismo.
Unilateralismo delle decisioni, multilateralismo dei consensi e delle risorse.
Al servizio delle istanze geo-predatorie d’Oltreatlantico.
Una continua, masochistica, castrazione dell’Europa.

Da Miserie afghane, di Alfredo Musto.

2013…

Milano, 17 maggio – E’ previsto nel 2013 il rientro definitivo dei militari italiani in Afghanistan. Lo ha ribadito il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, facendo il punto della situazione in Afghanistan dopo l’attentato di questa mattina durante una conferenza stampa alla Prefettura di Milano.
”Il piano Mc Cristal prevede dal 2011 l’avvio delle operazioni di rientro dei nostri militari, rientro che pensiamo diventerà definitivo nel 2013”. La Russa ha chiarito che entro il 2013 l’Afghanistan non sarà pacificato, ma sarà in grado di cavarsela da solo: ”Siamo convinti – ha spiegato a questo proposito – che entro quella data l’Afghanistan non sarà pacificato, ma sarà un Paese in grado di far fronte autonomamente a questa situazione”.
(ASCA)

Intanto, entro la prossima estate, ne partono altri mille circa, superando il totale di 4.000 unità.

Per un costo stimato non inferiore ai 600 milioni di euro durante il 2010, ovverosia 50 milioni al mese, quasi 2 milioni al giorno.
Sanità, scuola, pensioni…? Lì solo tagli.

Nell’attesa, armiamoci sempre più, strumentalizzando morti e feriti.
“E io pago”

Roma, 18 maggio – Alla missione in Afghanistan devono essere garantite le risorse necessarie a mantenere i più alti livelli di sicurezza per i militari italiani impegnati. E’ tornato a ribadirlo oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso di un’informativa urgente alla Camera sull’attentato in cui ieri due alpini hanno perso la vita e altri due sono rimasti feriti.
“Fintanto che ci saranno le nostre missioni internazionali, avremo bisogno delle risorse necessarie a garantire il massimo di sicurezza possibile”, ha detto La Russa.
“Pertanto va confermata la ferma intenzione della difesa, del governo e penso di tutto il Parlamento a continuare ad aggiornare gli armamenti disponibili e a cercare soluzioni per garantire il massimo della sicurezza” ai militari italiani, ha aggiunto il ministro.
(Reuters)

Gianfranco Fini “l’umanitario” contro la crisi economica

New York, 5 febbraio – La decisione dell’ENI di non firmare nuovi contratti in Iran si è conquistata le lodi degli Stati Uniti e anche Finmeccanica ha il dovere di seguire la stessa linea. Lo ha dichiarato il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, a New York, dove ha incontrato il Segretario generale, Ban Ki Moon. “Se dovessimo entrare in una nuova stagione nucleare – ha sottolineato Fini – esporremmo l’umanità a seri rischi”.
(AGI)

Intanto, il fido Ignazio è impegnato a riappianare il deficit di bilancio della NATO:

Istanbul, 5 febbraio – Il tema delle risorse finanziarie per le missioni è al centro del Vertice informale dei ministri della Difesa della NATO in corso ad Istanbul. Il deficit attuale dell’ Alleanza Atlantica, spiega il ministro della Difesa Ignazio La Russa a margine dei lavori, “è di 400mln di euro”. I paesi membri della NATO hanno quindi ipotizzato un apporto complessivo di stanziamenti per 100mln di euro “che comporterebbe per l’Italia un incremento di spesa di 8 mln di euro. Non sono cifre enormi – rileva La Russa – anche se poi dovranno decidere naturalmente il governo e il parlamento”.
(Adnkronos)

L’Italia che frana, alla bancarotta

Nel fiume straboccante dei finanziamenti per centinaia di milioni di euro a fondo perduto per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan, abbiamo trovato sulle entrate dichiarate dall’Ufficio ONUPA del Palazzo di Vetro 1.8 milioni di euro destinati dall’Italia (sentite, sentite) alla prevenzione ambientale.
Un primo stanziamento, si preciserà, finalizzato a localizzare le sedi che ospiteranno centri di osservazione contro il dissesto geologico nella provincia di Farah.
Non potevano non tornarci in mente i comuni di Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea nel messinese, i quali il 25 ottobre del 2007 vennero coinvolti da un vasto movimento franoso durante un nubifragio particolarmente intenso che in quell’occasione non fece vittime ma solo ingenti danni materiali.
Questo territorio della Sicilia Orientale, al pari di altri 1.503, distribuiti a macchia di leopardo dall’arco alpino alle dorsali appenniniche, era stato censito nel 2004 da ricercatori e tecnici, locali e nazionali, ad elevato rischio idrogeologico.
Nonostante i ripetuti allarmi lanciati dai sindaci e dal prefetto di Messina, i ministri dell’Ambiente, Pecoraro Scanio e Prestigiacomo, non hanno mai destinato un solo euro di finanziamento per la messa in sicurezza della zona.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Guido Bertolaso che, insieme al suo staff, ha raccolto dalla magistratura avvisi di garanzia come coriandoli per la gestione dell’emergenza spazzatura a Napoli, da queste parti la gente lo ricorda per lo slogan beffardo “meno salsicce (in riferimento alle sagre delle proloco – nda), più risorse al territorio“ con cui investì gli amministratori locali che sollecitavano un piano di opere di contenimento per fermare gli smottamenti.
Il 3 ottobre 2009, milioni di metri cubi di terra trasformati in fango da un altro violento temporale si staccano da un costone della collina che sovrasta Giampilieri Alta e precipitano a valle travolgendo Giampilieri Marittima.
Le strade delle due frazioni saranno invase da un fiume di terra ed acqua che spazzerà via decine di abitazioni e interi nuclei familiari.
Il bilancio finale sarà di 37 morti e di 3 dispersi seppelliti sotto metri di fango i cui corpi non verranno più ritrovati.
Il responsabile della Protezione Civile senza arrossire nemmeno un po’ dichiarerà: “Eravamo in allerta meteo, di più non potevamo fare“.
A catastrofe annunciata e poi consumata, due cadaveri verranno rinvenuti dai Vigili del Fuoco in mare, ci sarà un gran spolverio di vip ed una montagna di immagini trasmesse dai TG, con l’immancabile seguito di funerali di Stato e bare avvolte dal tricolore.
Anche Giampilieri Marina avrà il suo eroe travolto dal fango per salvare 3 compaesani.
La famiglia, statene certi, riceverà a riflettori accesi ed a cineprese ronzanti una bella medaglia d’oro al valor civile dalle mani di Giorgio Napolitano.
Il TG3 serale di martedì 22 u.s. intervisterà un residente domandandogli cosa è cambiato in paese a distanza di due mesi e come sarà il suo Natale. L’inviato della Berlinguer si sentirà rispondere con un secco “qui da noi è tutto come dopo la tragedia“.
Il blocco totale delle attività agricole ed artigianali continua. Il 25 dicembre sarà per Vito Abbate un giorno segnato dalla sofferenza.
Ecco perché troviamo allucinante la destinazione di quel 1.8 milioni per la provincia di Farah dove continuiamo a portare morte e distruzione con la Task Force 45, con i Predator, i Tornado e gli AMX di Napolitano e La Russa. Il marcio che corrode l’Italietta esce prepotente in superficie.
Appena 24 ore prima che Vito Abbate dicesse cosa succede, o meglio non succede, a Giampilieri il Presidente della Repubblica, rivendicando le sue funzioni di Capo delle Forze Armate, a margine della teleconferenza dall’Afghanistan con il generale Alessandro Veltri della Brigata Sassari – che ha sostituito la Folgore al Comando del West RC di Herat – si è detto particolarmente soddisfatto per il rifinanziamento (miliardario in euro) delle “missioni di pace“. “E’ motivo di profondo conforto – ha continuato – che a Camera e Senato ci sia stata compattezza ed unanime sostegno dalle forze politiche“.
Per Napolitano, il suo è un compito di guida e di stimolo che si esplica nel presiedere il Consiglio Supremo di Difesa. “Sento – affermerà – come un grande onore la responsabilità di ricoprire questo incarico al servizio del popolo italiano“.
Quanto al ruolo dei (nostri) militari, il Capo dello Stato ha voluto sottolineare come “ovunque all’estero ho raccolto grandissima testimonianza ed apprezzamento per l’operato delle nostre forze armate in Afghanistan che proseguiranno negli impegni assunti dall’Italia con gli USA e gli alleati della NATO per quanto serie siano le difficoltà finanziarie che il Paese sta incontrando nell’attuale fase di recessione internazionale“.
E ora una pessima notizia per i nostri portafogli, uscita dal Ministero della Difesa il 18 dicembre.
“ … esiste un forte ritardo nel processo di formazione delle forze afghane e di sicurezza che dovranno sostituire via, via il continente internazionale, ci sono difficoltà nel reperire i luoghi dove formare quadri dell’esercito e della polizia afghana. L’obbiettivo di un larghissimo rientro (di ISAF/NATO – nda) nel 2013  è basato sulla capacità di stare sul territorio degli effettivi locali e per farlo abbiamo bisogno di infrastrutture adeguate per l’addestramento“.
Insomma, non si riesce a trovare aree adatte per la formazione militare del personale locale.
La dichiarazione, pagliaccesca, è uscita da Palazzo Baracchini, dalla bocca di La Russa.
Prepariamoci a pagare altre spese miliardarie per la “missione di pace“ in Afghanistan per almeno altri 4 anni, senza avere muri di contenimento a Scaletta Marina, Giampilieri, Briga e Scaletta Zanclea ed in altre 1.503 aree, a elevato rischio ambientale, di questo Paese alla bancarotta.
Disoccupati, cassaintegrati, lavoratori in nero, precari, pensionati, famiglie con un solo reddito potranno nel frattempo continuare tranquillamente a fare la fila davanti ad un Banco Alimentare.
Fino a quando?
Giancarlo Chetoni

[Buon Natale!]

Difesa Servizi s.p.a.

Le forze armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No: è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria, che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Così, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d’amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell’opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio: lo smantellamento dello Stato. “Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all’Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d’affari”, chiosa il senatore PD Gianpiero Scanu.
Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d’amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l’ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili ‘da valorizzare’ pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d’ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta ‘zona militare’, utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di ‘sponsorizzazioni’. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l’immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria.
(…)
Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest’ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi.
(…)
Gli immobili. Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l’assalto alle caserme. È una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un’altra catena di fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi all’asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo braccio di ferro tra La Russa e Tremonti, si sta per scatenare l’attacco finale. Con una sola certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la speculazione.
(…)
Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli. Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse dell’Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. “Così le logiche diventano altre: non c’è più tutela del bene pubblico ma l’esternalizzare fondi e beni pubblici attraverso norme privatistiche”, dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l’assenza di magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova spa. Un anno fa i militari avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza “adeguato contraccambio”. Oggi, come spiega l’onorevole Calipari, “non si sa nemmeno tra quanti anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite”. Eppure i generali tacciono. Una volta ai soldati veniva insegnato ‘Credere, obbedire, combattere’; adesso il motto della Difesa privatizzata è ‘economicità, efficienza, produttività’. La regola dell’obbedienza è rimasta però salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti – in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno – anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire l’efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.
Business con logo. Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell’Aeronautica. Felpe, t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato che non conosce distinzioni d’età e di orientamento politico. Anche l’Esercito si è mosso sulla scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei corpi d’élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l’uso degli stemmi con compensazioni in servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D’ora in poi, invece, i loghi saranno venduti a vantaggio della Spa. Questo è l’unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. “La questione delle sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno solo briciole”, taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un bando per mettere all’asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l’anno. Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.

Da Forze armate e privatizzate, di Gianluca Di Feo.
[grassetto nostro]

Il “signorsì” del generale Del Vecchio

Il 15 settembre 2009, nella sua ultima visita negli Stati Uniti intervistato da Defence News, Ignazio La Russa annuncerà la sostituzione di due dei quattro Tornado in Afghanistan con quattro AMX e l’impiego di smart bombs contro pashtun e mujaheddin, le stesse che D’Alema aveva fatto generosamente distribuire dai Ghibli su Montenegro e Kosovo.
Dopo la Serbia, gli esecutivi Berlusconi e Prodi sono passati, sempre a braccetto di USA e NATO, a dare un altro aiutino agli alleati in Afghanistan.
Da gennaio 2010 ci sarà un nuovo salto di qualità nella “missione di pace”.
Annaffiare dall’alto formazioni ribelli e terroristi con proiettili da 20 e 27 millimetri degli elicotteri d’attacco A-129 e cacciabombardieri Tornado IDS e con missili anticarro Hellfire sparati dagli UAV Predator e prossimamente dai Reaper non basta più, è arrivata l’ora di passare ai bombardamenti con gli AMX armati di mitragliatrici a sei canne rotanti da 20 mm e GBU12.
Nel 1976, una Paveway da cinquecento libbre su corpo mk83 della Raytheon costava 19.000 dollari al netto del trasporto dai depositi.
L’addestramento di 34 piloti dell’Aereonautica Militare a Nellis nel deserto del Nevada nell’agosto 2009 durante le esercitazioni Green e Red Flag, l’impiego di 10 AMX, con 300 (!) missioni di volo e lo sgancio — testate inerti e simulazioni – di 330 (!) bombe a guida laser Paveway hanno preparato il terreno a quella “revisione di teatro” che il titolare di Palazzo Baracchini confermerà alla rivista militare USA.
Analisi Difesa per l’occasione parlerà di una nuova dottrina di bombardamento.
L’ipocrisia di nascondersi dietro ad un linguaggio fumoso consentirà a La Russa di annunciare a New York (e dove sennò per fare un figurone?) una strategia di annientamento preventivo dall’aria del nemico.
La complicità ed il silenzio della stampa “tricolore” gli eviteranno di dover dare imbarazzanti spiegazioni ad un’opinione pubblica nazionale fortemente ostile alla guerra in Afghanistan.
Per avere una stima delle uscite, in milioni di euro, sostenuti dai contribuenti per Green e Red Flag, in ambienti U-Cas e Cas, abbiamo mandato un e-mail al senatore Mauro Del Vecchio (PD), componente della Commissione Difesa del Senato, pregandolo di dettagliarci sugli oneri di spesa affrontati dal Ministero della Difesa per la trasferta di Aeronautica Militare ed Esercito negli USA.
Il generale della “sinistra” alla Calearo ed alla Colannino ha omesso di risponderci.
Una “dimenticanza” di cui non siamo rimasti affatto sorpresi.
Del Vecchio ci tiene a tenere la bocca rigorosamente chiusa in omaggio alla regola dell’ambiente di provenienza: “Chi non sa parla, chi sa tace”.
Il semplice dovere di informare la gente lo impaccia, lo infastidisce.
In compenso, il generale trova tutto il tempo che gli serve per infilare le dita della mano nel lettore d’impronte e pigiare il bottone del “si” per dare il via libera con tutto il suo gruppo parlamentare al rifinanziamento della “missione di pace” in Afghanistan, anche se a Palazzo Chigi c’è quel brutto ceffo del Cavalier di Arcore.
Del Vecchio risponderà prima delle elezioni 2008 all’appello del Partito Democratico con un “signorsì”.
Il suo pedigree NATO si rivelerà particolarmente adatto a procurargli le simpatie di Veltroni prima e di Franceschini poi. La scelta di lasciar fuori Mini e di cooptare Del Vecchio la dice lunga.
La vasta esperienza militare su cui può contare nei ranghi dell’Alleanza Atlantica gli procurerà tra i big del loft l’elezione a senatore nelle file della “sinistra”.
Lavorerà in coppia con Roberta Pinotti, la parlamentare ligure responsabile del settore Difesa di Bersani, che durante il governo Prodi fu promossa per la sua totale e manifesta incompetenza a presidente della IV° Commissione della Camera nella XV° legislatura per lanciare un segnale di disponibilità e di collaborazione della maggioranza PD-Ulivo al PdL, dove si distinse per un rapporto di lavoro particolarmente intenso ed amichevole con il sulfureo presidente dell’ISTRID on. Giuseppe Cossiga di Forza Italia, figlio di Francesco, per poi passare nel corso della XVI° a fare altrettanto con La Russa, questa volta da rappresentante a Palazzo Madama. Sarà lo stesso Ministro della Difesa a dichiarare la sua riconoscenza alla Pinotti a Montecitorio ed a ribadirlo nel salotto di Bruno Vespa.
Ecco cosa ha scritto su ComedonChisciotte una sua ex collaboratrice: “La conobbi la prima volta nella sede della FLM di Largo della Zecca negli anni ’80 durante una riunione sindacale (io ero delegata della RSU dove lavoravo). Caspiterina! Da sostenitrice delle lavoratrici me la ritrovo guerrafondaia. Ripeto, se lo avessi saputo che ci saremmo ridotte così mi sarei iscritta ad un corso di cucina o di taglio e cucito.”
Il declino ormai inarrestabile, organizzativo, politico, etico del Partito Democratico nasce anche da queste prese d’atto.
Facciamo ora un breve identikit di Del Vecchio.
Bosnia Erzegovina 1997, operativo a Sarajevo, Goradze e Pale; in Macedonia da marzo a giugno ’99 per l’assistenza ai “profughi” albanesi che simpatizzavano per l’UCK; in Kosovo (Pec, Djakovica, Decani, Klina) da giugno a settembre dello stesso anno.
Promosso generale di corpo d’armata nel 2004, comanda la Forza di Reazione Rapida italiana della NATO; dal 2005 al 2006 è comandante ISAF in Afghanistan, pataccato dal Comando Generale della NATO di Bruxelles con la Meritorius Medal.
Vediamo ora di fare le pulci a La Russa, passando dal PD al PdL.
Alcuni giorni fa, scrivemmo di un impegno di spesa per 480 milioni – da ricavare dal gettito dello scudo fiscale previsto al ribasso da 5 a 3.3 miliardi di euro, nella bozza della finanziaria di Tremonti- a parziale copertura aggiuntiva delle missioni militari nel 2010. Il conto è lievitato a 750 milioni di euro, 270 in più nell’attesa di versarne a gennaio con Frattini nelle casse dell’ONU altri 250, al vertice di Londra per la “ricostruzione” dell’Afghanistan. Degli 8.884 milioni di euro della “manovra” di fine anno che si prevede sarà blindata dalla fiducia, 3.253 saranno prelevati dai TFR dei lavoratori italiani, attualmente giacenti nelle casse dell’INPS, per la “spesa corrente”.
Confermiamo a 3.691 il numero dei militari italiani di Esercito, Aeronautica, Carabinieri e GdF attualmente presenti in Afghanistan, compresa la compagnia NTM-A. L’ organico della Task Force 45 è fuori contabilità.
Quando arriveranno a Roma i 400 scarponi in uscita prevista prima di Natale, li toglieremo dal mazzo.
La prossima volta, vedremo di affrontare in dettaglio le verità nascoste della nuova infornata da “1000 per l’Afghanistan”, più vicina ai 1.500 anche se “rimarremo un po’ sotto” – come ha detto La Russa senza arrossire nemmeno un po’. Nel mucchio ci saranno dai 200 ai 220 “istruttori-consiglieri” del Tuscania per l’addestramento-combattimento a sostegno della polizia e dell’esercito “afghano”. Per la NATO, un istruttore ISAF “pesa” quanto cinque militari che combattono sul terreno.
Giancarlo Chetoni