Il caso Moro

In questi giorni si sta rievocando sui media il “caso Moro”. Si ricorda cioè il rapimento e l’uccisione del leader della DC, ufficialmente rapito ed assassinato dalle “Brigate Rosse”.
Non mi ha mai convinto la versione ufficiale. Né tutto il polverone, i depistaggi, le balle spaziali, le carriere esplose o finite del sottobosco di potere che si agitò in quel periodo. E dopo.
E mi sono fatta un’idea mia. Assolutamente pazza e fuori dal coro. Ma che alla mia zucca ha il pregio di stare in piedi. Oltretutto ha una logica.
Vediamo un po’.
Aldo Moro è la testa pensante della D.C. Ed ha un progetto: aggregare il P.C.I. nella gestione del potere. Per due motivi essenziali: “fagocitarlo” politicamente e avviare una democrazia dell’alternativa che l’osservanza sovietica dei trinariciuti impediva. Non sto a dare giudizi di valore: ognuno la pensi come vuole.
Però il P.C.I. era forte sostenitore di Assad, il dittatore della Siria, padre dell’attuale leader siriano, fortemente sostenuto dall’U.R.S.S..
La Siria era uno dei maggiori nemici di Israele, col quale già aveva fatto guerre e guerricciole.
Il premier di Israele era Rabin, antico terrorista durante il pasticciaccio della creazione dello Stato ebreo.
Rabin quindi non vedeva di buon occhio l’ascesa del P.C.I. nella gestione del potere, visti anche i buoni rapporti con gli arabi che da sempre ha avuto l’Italia, fino ad arrivare a Mussolini, la Spada dell’Islam.
Quindi Rabin si rivolge ad un altro ebreo, Kissinger, allora Segretario di Stato USA (ministro degli esteri), potentissimo personaggio, che molti hanno definito “criminale”.
Kissinger chiama Moro a Washington e gli dà una lavata di testa memorabile. Tanto che al ritorno Aldo Moro ha un attacco di cuore, e lo curano due cardiologi (ricordate questo particolare, vedremo poi).
Però Moro va avanti nel suo progetto catto-comunista.
Ed allora i padroni israeloamericani decidono di intervenire: eliminare Moro, utilizzando i sicuri lacché presenti nel governo: Andreotti e Cossiga, da sempre filo (leggi: servi) USA.
E chi deve fare il lavoro sporco? Continua a leggere

Chi sono i Mujahidin-e-Khalq

MEK Behind Attacks

“Il MEK è un’organizzazione militante che conduce la lotta armata contro il regime iraniano. Il gruppo è responsabile della morte di circa 50.000 persone, tra cui l’assassinio di un presidente, un primo ministro e di decine di alti funzionari iraniani. Dopo il suo trasferimento in Iraq nel 1986, Saddam Hussein spesso fu aiutato dai membri dell’organizzazione, durante la guerra Iran-Iraq, che li impiegò anche per reprimere il movimento separatista curdo. Dall’inizio della campagna USA contro Saddam Hussein, l’organizzazione è al centro dell’interesse del governo statunitense. Nel 1994 il dipartimento di Stato inviò al Congresso un schiacciante rapporto di 41 pagine, che definiva lo status del MEK quale organizzazione terroristica e, di conseguenza, il gruppo fu inserito nel 1997 nell’elenco del dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche. La relazione dichiarava specificamente, “Non è un caso che l’unico governo al mondo che supporti i mujahidin, politicamente e finanziariamente, sia il regime totalitario di Saddam Hussein.”
Dopo l’invasione militare statunitense del 2003, il gruppo passò sotto il controllo degli Stati Uniti. Il MEK fece attivamente pressione per essere rimosso dalla lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche, e gli Stati Uniti utilizzarono i suoi membri nelle operazioni dei commando clandestini statunitensi contro l’Iran. Ora è emerso che l’amministrazione Bush ha segretamente trasportato dei membri del MEK negli Stati Uniti per l’addestramento militare comprendente intelligence e altre competenze relative allo spionaggio. Presumibilmente il programma si concluse appena prima che l’amministrazione Obama entrasse in carica. A quanto pare, il MEK è sottoposto al controllo del Mossad, che l’ha utilizzato per uccidere scienziati nucleari iraniani. Grazie ad un articolo di Justin Raimondo, scrittore e fondatore del sito Antiwar.com, il gruppo è stato soprannominato “I terroristi di Hillary“.”

Da Gli Stati Uniti invieranno 3.000 terroristi nei pressi dell’Ucraina?, di Anna Mikhailenko.

Dieudonné contro la Lobby

“Nel 2014 è in corso la più grande offensiva contro il comico francese. Manuel Valls, ministro degli Interni e membro del Partito Socialista (in una vecchia intervista disse “sono eternamente vicino ad Israele”), è l’artefice di questa crociata volta a censurare una volta per tutte Dieudonné.
In questi giorni è stata inviata a tutti i prefetti di Francia una lettera affinché gli spettacoli vengano cancellati. Una procedura che oltre ad andare contro la libertà di espressione è anche illegale. In Francia è vietato ridere, soprattutto se a ridere sono folle immense. “Dieudonné non fa più ridere nessuno” è il requiem di giornalisti e politici. Falso. Dieudonné è riuscito grazie ad internet e al suo teatro “mobile” a diventare il comico che ha venduto più biglietti in Francia. Nel suo recente tour, i video mostrano grandi teatri zeppi e ruggenti di risate. Non solo perché i suoi spettacoli fanno ridere, ma anche perché fanno riflettere. Riflettere e ammettere che ci sono dei dogmi da abbattere, che c’è una polizia del pensiero reale, che ci sono degli oppressori e degli oppressi, ma soprattutto, che c’è un sistema e i suoi nemici.
Quello stesso sistema che ora ha paura e usa la strategia del “reductio ad hitlerum”. La “quenelle” – gesto rappresentativo del “dieudo-pensiero” -, da gesto volgare che significa grosso modo “fìccatelo su per il…” , con una mano posta nella parte superiore del braccio verso il basso per indicare “quanto in su” devi ficcartelo, le principali organizzazioni ebraiche – il CRIF (Consiglio Rappresentativo degli ebrei di Francia) , l’AIPAC francese (lobby politica) e la Licra (Lega Internazionale contro il Razzismo e l’Antisemitismo, che gode di particolari privilegi nel diritto francese) – sono riuscite a trasformarla in un “un saluto nazista al contrario” (la stampa di regime continua a definirlo un gesto “nazista e antisemita”). Purtroppo però per l’establishment, la “quenelle”, la fanno tutti: uomini, donne, giovani, anziani, militari, sportivi, francesi di origine straniera, francesi-francesi, politici e opinionisti anti-sistema, ebrei, musulmani, cattolici. Troppo facile giocare con la semantica, è ora di ridefinire il “nazismo” e contestualizzarlo nel mondo moderno.”

Da L’infame guerra dell’Establishment al Dieudo-pensiero, di Sebastiano Caputo.

Otto motivi per odiare la Siria

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Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

Siamo tutti sotto questo stesso Cielo

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“All’indomani della “veglia di preghiera e digiuno” indetta dal Papa per scongiurare, con le ‘armi spirituali’ di cui dispone, il pericolo di una guerra mondiale che potrebbe innescarsi con un intervento militare occidentale in Siria, e mentre l’America fatica a trovare consenso ed alleati per questa sua ennesima “liberazione” dettata – tanto per cambiare – da ragioni squisitamente “morali”, si delinea sempre più chiaramente, a livello mediatico, un’inversione di tendenza o quantomeno un riequilibrio del modo di presentare la cosiddetta “questione siriana”, il che si sta traducendo in una “offerta informativa” più variegata rispetto a quella, a senso unico pro “ribelli”, propostaci sulla Siria da un paio d’anni a questa parte.
Su Rainews24, solitamente schierata per tutte le cause occidentali secondo la retorica dei “diritti umani” (minoranze, donne, gay ecc.), sono comparse le corrispondenze da Damasco di Gian Micalessin, che scrive su “Il Giornale” gli articoli più filogovernativi (siriani) pubblicati sulla stampa a grande diffusione. Micalessin non è certo un giornalista con credenziali “di sinistra”, tutt’altro, il che aumenta lo stupore nel vederlo su Rainews24 (una specie di ammiraglia del Tg3, feudo inespugnabile del PCI-PDS-DS-PD); ma purtroppo – non si sa se per disinformazione sua o perché quelli sono i paletti che gli hanno imposto per portare nelle case degli italiani alcune “scomode verità”- egli presenta lo scontro in atto nel paese vicino-orientale entro lo schema, peraltro non nuovo, dei “cristiani massacrati dai musulmani”; il che non è esatto, se per “Islam” tout court s’intende l’interpretazione datane dai petromonarchi e dalla loro internazionale di “saraceni dello Zio Sam” o “jihadisti atlantici di servizio”.”

Alcune novità mediatiche sulla “crisi siriana”, di Enrico Galoppini continua qui.

La storia del MIG libico era una puttanata

“La strage di Ustica è costellata da una serie di morti misteriose di potenziali testimoni, depositari di rivelazioni esplosive. Sono più di una ventina le persone decedute – in circostanze nebulose – che avrebbero potuto fornire elementi utili per ricostruire ciò che avvenne la sera del 27 giugno 1980 sul Mar Tirreno. Ufficiosamente l’ultima vittima potrebbe essere Antonio Scarpa, generale dell’Aeronautica in pensione, deceduto il 2 dicembre 2010. Era stato trovato nella sua casa di Bari vecchia, ferito alla testa. Dal 27 settembre non aveva più ripreso conoscenza. Prim’ancora era toccato a Michele Landi, consulente informatico della Guardia di Finanza e del Sisde, nonché di alcune procure, trovato impiccato con le ginocchia sul divano la notte del 4 aprile 2002, nella sua casa di Montecelio di Guidonia. «Gli esami tossicologici effettuati dalla dr.ssa Costamagna» si legge nella richiesta di archiviazione del procedimento numero 2007/02 «evidenziavano una significativa concentrazione di alcool nel sangue cadaverico». Ben strano per un soggetto che decide di suicidarsi. L’allora colonnello delle Fiamme Gialle, Umberto Rapetto, l’8 aprile 2002 aveva dichiarato a verbale: «Non riesco assolutamente a spiegarmi i motivi di siffatto gesto. Landi ha sempre avuto un fare particolarmente gioioso ed equilibrato e costantemente positivo. Non soffriva assolutamente di depressione». In quei giorni in un’interrogazione parlamentare l’Ulivo chiese: «Perché il ministro dell’Interno Scajola ritiene il suicidio l’unica ipotesi?». Il caso è stato archiviato – con richiesta datata 18 novembre 2004 – dal procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Tivoli, Claudio D’Angelo, e dal sostituto, Salvatore Scalera. Landi aveva confidato agli amici di essere a conoscenza di novità compromettenti su Ustica. Il magistrato Lorenzo Matassa, infatti, il 10 aprile 2002 aveva dichiarato agli inquirenti: «Michele Landi l’hanno suicidato i servizi segreti come storicamente in Italia sanno fare. Mi aveva riferito di sapere molte cose su Ustica». Non impossibile, visto che Landi aveva lavorato in passato sui sistemi di puntamento missilistici ed era stato in contatto con la società Catrin, la stessa con cui collaborava Davide Cervia, il tecnico di guerra elettronica, misteriosamente scomparso il 12 settembre ’90.”

Dal documentatissimo articolo Strage di Ustica: i testimoni “suicidati” di Gianni Lannes, del quale consigliamo vivamente la lettura integrale.

Spiare il mondo intero per pura autodifesa

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“Nel corso della sua vita professionale nel mondo della sicurezza nazionale, Edward Snowden deve aver affrontato numerose interviste d’indagine, esami con la macchina della verità ed estremamente dettagliati controlli personali, così come la compilazione di infiniti moduli accuratamente progettati per catturare ogni tipo di menzogna o incoerenza. Il Washington Post  (10 giugno) ha riferito che “alcuni funzionari hanno detto che la CIA ora, senza dubbio, inizierà a rivedere il processo con cui Snowden è stato assunto, cercando di determinare se fossero stati trascurati dei segnali che un giorno avrebbe tradito i segreti nazionali.”
Sì, c’era un segnale che hanno ignorato, Edward Snowden aveva qualcosa dentro di lui, una forma di coscienza, soltanto in attesa di una causa. E’ stato lo stesso per me. Andai a lavorare presso il dipartimento di Stato, allo scopo di diventare un funzionario del servizio esteri, con le migliori, le più patriottiche, intenzioni, facendo del mio meglio per uccidere la bestia della Cospirazione Comunista Internazionale. Ma poi l’orrore quotidiano di ciò che gli Stati Uniti facevano al popolo del Vietnam entrò a casa mia tramite ogni tipo di media, e ciò mi addolorava. La mia coscienza aveva trovato la sua causa, e nulla di ciò che risposi all’intervista di pre-assunzione avrebbe allertato i miei interrogatori del possibile pericolo che ponevo, perché non lo sapevo io stesso. Nessuna domanda dei miei amici e parenti avrebbe suscitato il minimo accenno del radicale attivista contro la guerra che sarei diventato. I miei amici e parenti dovevano essere sorpresi quanto lo ero io di esserlo. Non c’era alcun modo per l’ufficio di sicurezza del dipartimento di Stato di sapere che non avrei adottato e celato un tale segreto.
Così cosa può farci un povero Stato di Sicurezza Nazionale? Beh, potrebbe prendere in considerazione il proprio comportamento. Smettere di fare tutte le cose terribili che rattristano persone come me, Edward Snowden e Bradley Manning, e tanti altri. Fermare i bombardamenti, le invasioni, le guerre infinite, le torture, le sanzioni, i golpe, il sostegno alle dittature, il sostegno assoluto ad Israele, fermare tutte le cose che rendono gli Stati Uniti tanto odiati, creando tutti questi terroristi anti-americani che costringono lo Stato di Sicurezza Nazionale, per pura autodifesa, a spiare il mondo intero.”

Edward Snowden e altri “spifferatori” degli USA, di William Blum continua qui.

Iddio è il migliore degli strateghi!

10002_112043895662079_1571464043_nDedicato agli “amici della Siria”, che oggi si ritrovano in Qatar per decretare nuovi “aiuti” ai “ribelli”…

“L’attacco sferrato contro la Siria, effettuato per mezzo di una manovalanza settaria stipendiata dai regimi pseudoislamici del Golfo, rientra nel tentativo nordamericano di destabilizzare l’Eurasia, al fine di conservare agli Stati Uniti quello statuto di unica superpotenza mondiale che essi sono ormai condannati a perdere.
Gli strateghi statunitensi infatti vorrebbero balcanizzare – è stato lo stesso Brzezinski a parlare di “Balcani eurasiatici” – tutta l’area compresa che va dal Nordafrica al Vicino Oriente, al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. Dal Maghreb arabo ai confini della Cina.
Incendiare l’Eurasia mediante la sovversione settaria, i movimenti secessionisti, le pseudorivoluzioni più o meno colorate, le cosiddette “primavere”, il terrorismo: questa la strategia di Washington per impedire il passaggio dall’unipolarismo statunitense all’ordinamento multipolare del mondo.
Questa strategia si svolge attraverso tre fasi, che riguardano rispettivamente l’Asia centrale, il Nordafrica e il Vicino Oriente.
Il processo è iniziato in Asia centrale nel periodo della guerra fredda, prima con la destabilizzazione e poi con l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Nel Nordafrica, ci sono state le cosiddette “primavere arabe” e la distruzione della Libia, con le conseguenti ripercussioni nell’Africa subsahariana. Il prossimo obiettivo, Dio non voglia, sarà probabilmente l’Algeria.
Nel Vicino Oriente, dove il processo è iniziato con l’invasione anglo statunitense dell’Iraq, l’obiettivo attuale è la Siria, alleata strategica dell’Iran, che è l’obiettivo principale nella regione.
Qual è il programma concepito dagli strateghi atlantici per la Siria?
Ce lo attesta il Protocollo di Doha del novembre scorso, nel quale si trovano elencate, punto per punto, le condizioni imposte dagli Stati Uniti, tramite il primo ministro qatariota, all’eterogenea coalizione degli oppositori armati del governo di Damasco:
1. La Siria deve ridurre gli effettivi del suo esercito a 50.000 unità.
2. La Siria farà valere il suo diritto di sovranità sul Golan solo con mezzi politici. Entrambe le parti firmeranno accordi di pace sotto l’egida degli Stati Uniti e del Qatar.
3. La Siria deve sbarazzarsi, sotto la supervisione degli Stati Uniti, di tutte le sue armi chimiche e biologiche e di tutti i suoi missili. Questa operazione deve essere effettuata sul territorio della Giordania.
4. La Siria deve rinunciare a qualsiasi pretesa di sovranità su Alessandretta e ritirarsi in favore della Turchia dai villaggi di confine abitati da Turkmeni nei governatorati (muhafazah) di Aleppo e Idlib.
5. La Siria deve espellere tutti i membri del Partito dei Lavoratori del Curdistan e consegnare quelli ricercati dalla Turchia. Questo partito deve essere inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
6. La Siria deve annullare tutti gli accordi e i contratti stipulati con la Russia e la Cina nei settori delle trivellazioni e degli armamenti.
7. La Siria deve concedere al Qatar il passaggio del gasdotto attraverso il territorio siriano verso la Turchia e quindi verso l’Europa.
Come si vede, il Protocollo di Doha stabilisce che la Siria dovrà essere privata della propria sovranità, più o meno come è avvenuto nel 1979 per l’Egitto con gli Accordi di Camp David.
Questo è il prezzo che l’opposizione armata si è impegnata a pagare, nella malaugurata ipotesi di un suo insediamento a Damasco, agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ma, a quanto pare, i settari hanno fatto male i loro calcoli, sicché farebbero bene a meditare su questo versetto coranico e a ricordarlo agli strateghi atlantici:
Wa makarû wa makara Allâhu. Wa Allâhu khayru’l-mâkirîn.
“Tessono strategie, ma anche Iddio ne tesse. E Iddio è il migliore degli strateghi!” (Corano, Al-’Imran, 54).”

Il testo dell’intervento di Claudio Mutti, saggista e direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, durante la manifestazione La Siria non si tocca! svoltasi a Roma lo scorso 15 Giugno.

La Siria non si tocca!

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Il Fronte Europeo per la Siria comunica che il giorno 15 giugno 2013 in Piazza di Ponte Milvio a Roma, si svolgerà nell’arco di tutta la giornata una manifestazione stanziale di sostegno e solidarietà a favore della Repubblica Araba di Siria, del suo Popolo, della sua Sovranità, e del suo legittimo presidente Bashar Al-Assad; al fine di dare voce alle comunità siriane sparse nel nostro vecchio continente oscurate volutamente dai mass media internazionali.
Da più di due anni la Siria è in guerra contro milizie ribelli, armate e organizzate prevalentemente da cellule islamiche fondamentaliste in concorso con altri Stati, per stessa ammissione della stampa e delle televisioni italiane ed internazionali, coadiuvati dai sempre presenti Stati Uniti d’America.
La giornata prevede una conferenza stampa dalle 12 alle 13, una conferenza/dibattito dalle 14.30 alle 16.00 e interventi dei rappresentanti delle comunità siriane in Europa supportati da un collegamento in diretta con la Siria tra le 17 e le 20.
Priva di qualsiasi tipo di faziosità, colore politico o intento propagandistico a favore di partiti o movimenti, la manifestazione ha come unico scopo quello di sensibilizzare alla causa di un Popolo ieri libero, interreligioso, interculturale, oggi oppresso e soffocato da una guerra a tempo indeterminato.
Alla manifestazione sono invitati tutti gli uomini e le donne libere che intendano sostenere la Siria, affinché si dipani il velo sulla reale essenza e gravità di ciò che sta accadendo in un Paese a noi così vicino per storia e tradizioni.
Invitiamo tutti i giornalisti liberi, a mezzo di organi di stampa e radiotelevisivi a partecipare e a documentare adeguatamente l’evento, previo il rilascio di necessari accrediti.
Per una Siria nazionale, laica e sovrana!

Info e accrediti stampa: europeanfrontsyria@gmail.com

“Israele ha diritto di difendersi”

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Israele ha diritto di difendersi. Lo ha sostenuto il presidente americano Barack Obama, ritenedo che lo Stato ebraico abbia il diritto di proteggersi di fronte a un rifornimento di armi della Siria agli hezbollah libanesi.
Obama, in alcune dichiarazioni rilasciate alla tivù USA in spagnolo Telemundo, tuttavia non ha confermato il raid israeliano contro un deposito di missili Scud in Siria.
Notizia che, al contrario, è stata confermata e svelata nei dettagli dal New York Times, che cita fonti sia americane sia siriane.

Fonte

Alla ricerca del partito di opposizione

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“Il M5S non pare essere né di destra né di sinistra. Del resto, ormai  destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia. Vi sono delle differenze, ma non sono molto importanti. D’altra parte, anche se il M5S non è un movimento fascista o meglio neo-fascista, è pur vero che Grillo non ha precise “radici ideologiche” e che per questo molti osservatori ritengono che il M5S sia un movimento “demagogico”  e “populista”. Tuttavia, Grillo e molti dei suoi sostenitori sono contro la speculazione finanziaria, contro la presenza di basi militari della NATO e contro le missioni militari italiane all’estero. E Grillo ha avuto pure il coraggio di criticare Israele e di difendere le ragioni dell’Iran. Sicché solo se queste posizioni saranno a fondamento della visione e della prassi politica del M5S, questo nuovo movimento potrà essere un vero e proprio partito di opposizione.”

Dall’Intervista a Fabio Falchi sul Movimento Cinque Stelle.

Occorre una nuova politica estera

elezioniMediterraneo, ponte di guerra

«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la NATO ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio USA-UE», ossia alla «NATO economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente». Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli USA stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (PD), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».
Manlio Dinucci

Fonte

La Siria non si tocca!

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Damasco, 31 gennaio (IRIB) – L’esercito siriano ha informato che due persone sono morte ed altre cinque sono rimaste ferrite durante il raid di Israele sul centro ricerche di Jamraya, nelle vicinanze della capitale Damasco.
“I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa mercoledì dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Nelle ore precedent il regime israeliano aveva sostenuto di aver colpito un cargo di armi chimiche in Siria.

[Informazioni sulla manifestazione di Roma]

L’asse Roma-Tel Aviv

“Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.”
Da Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale, di Antonio Mazzeo.

“A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austerità imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.”
Da Il grande silenzio dei media, di Lucio Manisco.

Il declino dell’egemonia USA nelle parole di N. Chomsky

Conferenza “The Emerging World Order: its roots, our legacy” (Il nuovo ordine mondiale: le sue radici, la nostra eredità), tenuta lo scorso 17 Settembre 2012 presso il Politeama Rossetti a Trieste.
Con traduzione simultanea in italiano.

“Il migliore amico”

“Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.
Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.
Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.
Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.
Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.
Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…”

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio, seguito dal commento di E. G., continua qui.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Dalla Siria

Il giorno della festa dei lavoratori del mondo

al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza. Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato. Continua a leggere

Enrico Mattei, fondatore dell’ENI – resoconto e video del convegno

L’incontro-dibattito dedicato a Enrico Mattei si è aperto con il saluto telefonico dell’ing. Franco Francescato, rappresentante dell’Associazione Pionieri e Veterani ENI nonché coordinatore del Comitato Promotore per il 50° Anniversario della scomparsa di Enrico Mattei.
L’ing. Francescato ha ricordato l’importanza dell’opera di Enrico Mattei e le iniziative che l’Associazione Pionieri e Veterani ENI metterà in campo quest’anno per ricordarlo e per trasmettere l’esempio del suo straordinario impegno alle giovani generazioni, anche quelle che lavorano in ENI, che purtroppo conoscono poco la storia di Mattei e il contributo da lui dato allo sviluppo dell’Italia.
L’ing. Francescato, dopo essersi espresso contrariamente allo scorporo di SNAM da ENI voluto dall’attuale governo, si è congratulato per l’iniziativa, auspicando future collaborazioni con l’Associazione Pionieri e Veterani ENI, soprattutto in un anno così importante come il 2012, cinquantesimo anniversario della tragica scomparsa di Mattei.

A seguire, ha preso la parola il dott. Stefano Vernole, redattore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici.
Facendo ampio ricorso ai documenti ufficiali delle ambasciate inglesi e del Governo di Sua Maestà riportati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro libro “Il golpe inglese”, il dott. Vernole ha messo in evidenza la minaccia che Mattei rappresentava per gli interessi britannici e come l’Inghilterra, per tutelarli, sia ricorsa a tutti i mezzi a sua disposizione, compresa l’azione dei suoi servizi segreti. La minaccia più sentita da Gran Bretagna e Stati Uniti era costituita dai rapporti petroliferi e diplomatici che Mattei andò intrecciando con l’URSS e con la Cina maoista, spostando gradualmente l’Italia su posizioni neutraliste sempre più distanti dalla NATO, una deriva assolutamente intollerabile dal punto di vista anglo-statunitense.
Il dott. Vernole ha concluso il suo intervento evidenziando il persistere nel tempo dell’ostilità anglo-statunitense nei confronti dell’ENI, come dimostrano, tra gli altri, i messaggi confidenziali del 2008, recentemente rivelati da Wikileaks, dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli. Da questi emerge la contrarietà dell’amministrazione statunitense per i rapporti preferenziali coltivati con la Russia di Putin, che hanno permesso alla Gazprom di penetrare in Africa attraverso gli accordi dell’ENI con la Libia di Gheddafi e l’Algeria.
Pur essendo l’ENI di oggi lontano anni luce dal quel “Cane a sei zampe” sputafiamme, capace di sfidare le “Sette Sorelle” sotto l’audace guida del suo fondatore, essa continua a rappresentare una spina nel fianco per gli interessi anglo-statunitensi ogniqualvolta guarda a Est e a Sud in modo autonomo e conforme agli interessi nazionali.

A seguito dell’intervento del dott. Vernole, è stato proiettato un estratto video dello spettacolo teatrale dell’autore e attore Giorgio Felicetti “Mattei. Petrolio e fango”. Nell’introduzione all’incontro, i promotori avevano spiegato come nelle intenzioni originarie dell’associazione ci fosse quella di patrocinare l’allestimento dello spettacolo in questione presso un teatro cittadino ma, non avendo trovato la disponibilità in tal senso da parte di nessuno degli interlocutori interpellati, l’associazione si era decisa a organizzare comunque un’iniziativa per ricordare degnamente la figura di Enrico Mattei.
Particolarmente significativi sono i passaggi della rappresentazione teatrale che ricostruiscono magistralmente gli anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali Mattei, contro tutti e tutto – i poteri forti internazionali come USA e Gran Bretagna e i poteri forti interni come Enrico Cuccia e le “sacre” famiglie del capitalismo italiano – ha caparbiamente operato per risollevare le sorti dell’AGIP e poi edificare con l’ENI la più grande azienda italiana, impegnata per lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e del Nord Africa, dando vita a una forma di capitalismo compatibile con la solidarietà e l’anticolonialismo. Un video promozionale dello spettacolo di Giorgio Felicetti è consultabile su youtube.

Stante l’assenza dell’ultimo minuto del professor Nico Perrone, trattenuto a Bari da un forte attacco influenzale, è quindi intervenuto Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del “Master Enrico Mattei”. Il lungo e denso intervento del prof. Moffa, il quale ha toccato diversi aspetti della vita e dell’opera di Mattei, e il successivo botta e risposta con il pubblico sono disponibili integralmente sul canale video dell’associazione Eur-eka.

Roma e Tel Aviv

“Può essere equipaggiato con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Lo “Spike” è l’ultimo gioiello di morte prodotto da Rafael, una delle più importanti industrie militari israeliane. Si tratta di un missile aria-terra a corto raggio destinato agli elicotteri d’attacco. La prima versione, denominata “Er”, è capace di colpire bersagli fino a una distanza di 8 chilometri. Gli israeliani però hanno in produzione un modello con una gittata superiore ai 25 chilometri, lo “Spike Nlos”, dotato di un sensore elettro-ottico e infrarossi e di un apparato di ricerca laser.
Secondo la World Aeronautical Press Agency i nuovi missili made in Israele saranno utilizzati dagli Eurocopter Tiger e Puma e dagli AW-129 Mangusta prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). I Mangusta sono quelli dei raid dell’esercito italiano nei principali teatri di guerra (prima in Iraq, adesso in Afghanistan). Gli elicotteri, in numero di 60, sono in dotazione al 5° reggimento AVES “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pn) e del 7° “Vega” di Rimini, inquadrati nella Brigata Aeromobile “Friuli”. I Mangusta vantano già una terribile potenza di fuoco: mitragliatrici FN da 12,5 mm, cannoni da 200 mm a canne rotanti e missili AGM-114 “Hellefire”, BGM-71 “Tow” anti-carro, FIM-92 Stinger” ed MBDA “Mistral” antiaerei. Con gli “Spike” si amplierà il ventaglio operativo degli elicotteri d’assalto mentre ne uscirà ulteriormente rafforzato l’interscambio bellico Roma-Tel Aviv e la partnership strategica tra le rispettive forze armate.”

Missili, satelliti e aerei d’Israele per le forze armate italiane di Antonio Mazzeo continua qui.

Licenza di uccidere per l’”Esercito del Bene”

“Se uno prende un mitra e una tanica di benzina, entra in un’abitazione privata, fa una strage e poi dà fuoco ai cadaveri di donne, vecchi e bambini trucidati, che cosa pensate dovrebbe esser fatto una volta acciuffato l’autore della carneficina?
In un mondo arcaico che non è neppure più immaginabile tanto l’uomo si è progressivamente invigliacchito (quello, insomma, che non prevedeva tutta questa ipocrisia leguleia di scappatoie fatte solo per chi se le può permettere), l’autore di un gesto simile dovrebbe essere messo a disposizione dei parenti delle vittime. Ma in un mondo almeno normale dovrebbe essere consegnato alle autorità locali, le quali dovrebbero poi applicare, dopo un processo, le leggi vigenti in materia, quali che siano.
Ma questo ormai non è un mondo normale. Non è normale perché si sta trasformando in un gigantesco, planetario, campo di battaglia.
Dove a battagliare, per la “esportazione della democrazia”, “la lotta al terrorismo”, il “bene dell’umanità” e altre frattaglie moralistiche sono gli eserciti occidentali, Usa in testa, seguiti incondizionatamente dai loro “alleati”: i compagni di merende, sovente consanguinei, Inghilterra e Israele; le nazioni occupate militarmente nel 1945 (che per qualche decennio han proseguito a fare le “furbette”); quelle annesse al sistema “occidentale” tramite il “processo di unificazione europea” (tipico caso l’Europa dell’est); quelle in cui al posto di statisti (uomini col senso dello Stato) sono stati messi dei burattini (la Francia: da un De Gaulle a un Sarkozy); ultime, in ordine di tempo, quelle nazioni islamiche uscite smaccatamente allo scoperto in occasione della “Primavera araba”.
Ora, i popoli dei territori – in rapido e progressivo aumento – sui quali opera questo “Esercito del Bene” (sempre in guerra contro “il Male”!) sono in pratica espropriati della loro legge e possono essere sottoposti a qualsiasi angheria da parte dei suddetti rappresentanti della Bontà e della Moralità universali. Non possono mai far valere le leggi vigenti per i comuni cittadini di quel Paese, in nessun caso, perché gli appartenenti all’“Esercito del Bene” – sollevati dalla giurisdizione ordinaria – dispongono della proverbiale ”licenza di uccidere”.”

Se questo non è “razzismo”, che cos’è? di Enrico Galoppini continua qui.

Gli USA, non la Russia, speculano contro l’Europa

Con la vittoria di Vladimir Putin la ruota inizia a girare in senso inverso per il premio Nobel per la pace, Hussein Barak Obama. La macelleria umanitaria accesa in nord Africa e nel Vicino Oriente ebbe lo scopo di distruggere la triade Gheddafi-Berlusconi-Putin. La vittoria elettorale di Putin lascia in piedi, più forte di prima, l’asse portante russo di quell’alleanza, la quale fallì solo per l’inconsistenza politica del Cavaliere e del suo inetto ministro della difesa, Ignazio La Russa. Quando lo scontro s’è fatto duro, quando Silvio Berlusconi ha visto l’amico Gheddafi in difficoltà, dopo gli abbracci e i baci in mondovisione, l’ha lasciato al suo destino. Ha fatto il maramaldo e non passerà alla storia neppure come Maramaldo, ma solo per le disavventure giudiziarie.
Chiuso questo capitolo, ora è fallito anche il tentativo statunitense di separare Dmitri Medvedev da Putin; fallito l’assalto umanitario alla Siria; fallita la diabolica manovra per costringere Israele ad attaccare l’Iran; in via di esaurimento le speculazioni sui mercati valutari, esattamente come avevamo previsto, con l’approssimarsi della primavera; portato nel dimenticatoio Julian Assange, Mr. Wikileaks, esattamente come avevamo previsto. Obama, Nobel per la pace, che in sostanza ha fatto più morti lui in tre anni che il generale Augusto Pinochet in venticinque, è ridotto a complottare contro il Vaticano con scandalismi d’accatto, cui si prestano di buon gioco i soliti collaborazionisti; non bastasse, opprime i cattolici statunitensi con leggi liberticide.
L’estate che s’approssima sarà calda perché gli USA, il paese più forte militarmente, sono a zero in quanto a credibilità politica, economica e morale. Sull’altro versante, la Cina, non ha la capacità militare statunitense ma non è sufficientemente debole per metterla nell’angolo, come sognarono in coro gli staff di Londra, Bruxelles e Washington. La strategia non è un sogno e neppure è arroganza basata sulla forza effimera. Putin ritorna ora, con più d’un conto da regolare. Una vecchia carampana internazionale, gran maestro degli illuminati, Henry Kissinger, va dicendo che i tamburi di guerra s’approssimano, rullando minacciosi. Con tutto il rispetto, non sembra uno scoop illuminante. Se gli Stati Uniti volessero ritrovare la saggezza che li fece grandi, dovrebbero mandare a casa questa amministrazione di criminali e aprire subito un grande negoziato globale, senza escludere nessuno degli antagonisti antichi e recenti, con tre temi interconnessi in agenda: scambi economici, mercati finanziari e sicurezza. Chi preferisce scorciatoie militari e speculative (come capita a Londra, Bruxelles e Washington) dopo le soddisfazioni effimere a Tripoli, Tunisi e Il Cairo, deve prepararsi a delusioni tragiche, assumendosi la responsabilità della terza guerra mondiale. In tal caso, altro che No-Tav nelle piazze. Neppure la sorniona Berlino ne sarà risparmiata. Qualunque cosa sia detta nelle prossime settimane dell’ex agente del Kgb, Vladimir Putin, ricordiamo che giungerà da giornalisti prezzolati che non si accorsero che la speculazione contro i Btp, l’impennarsi dei prezzi e la crisi economica non nacquero a Mosca, bensì a causa dei nostri alleati e dei loro manutengoli.
Piero Laporta

Fonte: italiaoggi.it

La favola della “comunità internazionale” ha fatto il suo tempo

“Cosa sarà mai questa famosa “comunità internazionale” che pontifica, ordina e minaccia a tutto spiano? “Internazionale”, quand’ero piccolo, pensavo volesse dire “tra nazione e nazione”, quindi “tra (tutte) le nazioni”. Che bello, tutti i popoli che decidono insieme per il bene dell’umanità! E invece no, con gli anni mi sono reso conto che questa “comunità internazionale” fa solo disastri, spargendo dolore e morte: ha distrutto lentamente l’Iraq, poi ha bombardato all’uranio impoverito la ex Jugoslavia, poi ha invaso con futili pretesti (“catturare Osama”) l’Afghanistan e l’Iraq, e nel frattempo se n’è sempre fregata del massacro dei palestinesi.
Ma davvero dei palestinesi carne da macello se ne fregano “tutte le nazioni”? Se la “comunità internazionale” non batte ciglio, sembrerebbe proprio così. Non è che piuttosto fanno finta di nulla – per non dire che ci godono – solo alcune nazioni, o meglio solo alcuni individui senza scrupoli che si sono arraffati il diritto di “rappresentarle”? Un ingenuo potrebbe pensare che se la “comunità internazionale” s’è sempre rifiutata di far qualcosa per fermare Israele, e Israele – ce lo insegnano a scuola – è il “bene incarnato”, ciò è senz’altro giusto e sacrosanto. O che comunque un motivo convincente ci dev’essere. Se uno però è un tantino avveduto si accorge che la stessa “comunità internazionale” decide – con criteri incomprensibili razionalmente – se un programma nucleare, il medesimo programma nucleare, è “pacifico” o no, come se disponesse di un “mandato divino” per attribuire a questo o a quel governo la patente di “pericolo pubblico numero uno”. Stabilisce anche se si dev’essere messi sotto torchio dalle “politiche di austerità” del FMI, certamente per “il bene dell’economia”. Punta il dito, decreta sanzioni, minaccia e ringhia. Impone di rifare elezioni a destra e a manca, o meglio dove arrivano i suoi tentacoli. E questa piovra trova anche il tempo di devastare una nazione prospera come quella libica.
Ma allora, mi chiedo, davvero “tutte le nazioni” – convenzionalmente chiamate dai media lecchini “comunità internazionale” – sono diventate così folli e perverse? Possibile che siano sempre d’accordo per seminare distruzione e desolazione? O non sarà forse che dietro questa altisonante definizione si nascondono solo alcune nazioni “più internazionali” di altre?”

Follie dell’arroganza occidentale: una “comunità internazionale” in minoranza nel mondo!, di Enrico Galoppini continua qui.

[Il riferimento al veto posto da Russia e Cina in sede ONU è assolutamente voluto]

L’assassinio degli scienziati nucleari è solo la punta dell’iceberg

Di Ismail Salami per The Ugly Truth.
Scrittore iraniano, esperto di Medio Oriente, iranologo e lessicografo. Ha scritto numerosi articoli su Stati Uniti e questioni mediorientali; i suoi articoli sono tradotti in diverse lingue.

“Ho visto una motocicletta. Indossavano occhiali da sci – occhiali da sci neri. Erano in due. Ho visto la moto proseguire. Li ho visti. Sembrava avessero qualcosa in mano”. Questo è il racconto di una testimone che ha descritto la scena dell’assassinio dello scienziato nucleare iraniano Mostafa Ahmadi Roshan.
Ma non appena l’accusa del delitto è stata lanciata contro la CIA e il Mossad per aver orchestrato il brutale assassinio del 32enne scienziato iraniano, in pieno giorno a Teheran di Mercoledì mattina (11 Gennaio u.s. – ndr), questi hanno preferito fingere di ignorare l’identità degli autori.
“Voglio negare categoricamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti in qualsiasi atto di violenza in Iran”, ha detto Giovedì (12 Gennaio u.s. – ndr) ai giornalisti il Segretario di Stato statunitense Hillary Rodham Clinton. Anche il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha dichiarato che gli USA non hanno nulla a che fare con l’assassinio.
“Non siamo per nulla coinvolti – in qualsiasi modo – nell’assassinio che ha avuto luogo [in Iran]“, ha detto. “Non so chi possa essere coinvolto… ma posso dirvi una cosa: gli Stati Uniti non sono coinvolti in quanto è successo. Non è quel genere di cose che fanno gli Stati Uniti”.
Gli Stati Uniti non sono gli unici ad avere scelto lo strumento della smentita. Giovedì anche il presidente israeliano Shimon Peres ha negato che Israele sia stato coinvolto nell’assassinio dello scienziato. In un’intervista alla CNN, alla domanda se Israele avesse un coinvolgimento nell’omicidio, Peres ha risposto: “Non che io sappia”. Ancora: “So che è di moda accusare di qualsiasi cosa sbagliata accada in Iran, gli Stati Uniti e Israele. Non c’è nulla di nuovo in questo approccio”, ha detto Peres.
Che tipo di risposta ci si potrebbe attendere da Peres? La domanda è davvero da stolti, a dire il vero, tanto quanto la risposta fornita da Peres.
Per scoprire chi realmente ha ucciso lo scienziato iraniano, si devono mettere insieme i pezzi su quanto accaduto. Continua a leggere

Austere Challenge 12

“Saranno le esercitazioni più imponenti della storia dell’alleanza militare tra Stati Uniti d’America ed Israele e vedranno schierati decine di batterie missilistiche, cacciabombardieri, tank, sistemi radar, unità navali e migliaia di soldati provenienti dai reparti d’élite dei due Paesi. Da fine gennaio in poi, ogni giorno potrebbe essere quello buono per l’avvio di Austere Challenge 12, il war game che rischia d’inasprire ulteriormente le tensioni politiche nella regione mediorientale. L’annuncio arriva una decina di giorni dopo le grandi manovre navali iraniane nello Stretto di Hormuz, conclusesi con il lancio sperimentale di tre missili a breve e medio raggio; Washington e Tel Aviv negano però, con non poca ambiguità, che l’esercitazione congiunta sia indirizzata contro Teheran. “Lo scenario comprenderà aventi simulati e addestramenti nel campo e non è una risposta ad alcuna situazione odierna”, ha spiegato un portavoce militare israeliano all’agenzia France Press. “Il comando delle forze armate USA in Europa, Eucom, e le forze armate israeliane conducono periodicamente esercitazioni in Israele, nel quadro di una lunga e stabile partnership strategica, finalizzate a migliorare i loro sistemi difensivi”.
Nel corso di Austere Challenge 12 sarà testato il funzionamento di “sistemi multipli di difesa aerea contro l’arrivo di missili e razzi” e, secondo il Jerusalem Post (che ha citato il generale USA Frank Gorenc, comandante del Third Air Force), più che di un’esercitazione si tratterà di un vero e proprio “dislocamento” di reparti e unità navali statunitensi in Israele. “Mentre le truppe USA stazioneranno nel Paese per un tempo non specificato, personale militare israeliano sarà distaccato in Germania presso il Comando delle forze armate USA in Europa”, aggiunge il quotidiano.”

USA e Israele alle grandi manovre, obiettivo Teheran di Antonio Mazzeo continua qui.

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Desert Dusk 2011

“Giochi di guerra nel deserto del Negev per i cacciabombardieri dell’aeronautica militare italiana. Lo scorso 16 dicembre si è conclusa l’esercitazione “Desert Dusk 2011” a cui hanno partecipato venticinque velivoli da guerra delle forze aeree italiane ed israeliane. Due settimane di duelli, inseguimenti e lanci di missili e bombe, protagonisti gli “Eurofighter” e i “Tornado” dell’AMI e gli F-15 ed F-16 israeliani schierati per l’occasione nello scalo meridionale di Uvda, utilizzato dai charter che trasportano i turisti diretti a Eilat (mar Rosso). L’esercitazione rientra nel programma di collaborazione e coordinamento tra le due aeronautiche finalizzato ad affinare le procedure e le tecniche di azione in missioni di controllo delle crisi (Crisis Response Operations). In Israele sono stati impegnati 150 militari italiani, mentre i cacciabombardieri dell’AMI hanno svolto più di un centinaio di missioni di volo. Alle operazioni hanno pure partecipato alcuni velivoli KC-767A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) e C130J della 46ª Brigata Aerea di Pisa.
A fine ottobre erano stati i cacciabombardieri israeliani a sorvolare i grandi poligoni della Sardegna nell’ambito dell’esercitazione “Vega 2011”, a cui hanno partecipato pure le aeronautiche militari di Italia, Germania e Olanda. Per l’occasione, due squadroni con F-15 ed F-16 ed un velivolo radar di nuova produzione “Eitam” erano stati trasferiti dalle basi aeree di Nevatim e Tel Nof allo scalo di Decimomannu (Cagliari), centro di comando e coordinamento dell’intero ciclo addestrativo. “Gli obiettivi delle attività di Vega 2011 sono stati il rafforzamento dell’interoperabilità dei reparti impegnati, il miglioramento della capacità di cooperazione e lo svolgimento di attività tattiche grazie ad operazioni in aree di media scala in un ambiente ad alta minaccia”, hanno riferito le autorità italiane. L’esercitazione in Sardegna è stata seguita con particolare interesse dalla stampa di Tel Aviv: le spericolate missioni di volo sarebbero state finalizzate infatti a simulare un attacco agli impianti nucleari iraniani.”

Alleanza militare aerea tra Italia e Israele di Antonio Mazzeo continua qui.

La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO. Continua a leggere