Papa Francesco, cappellano militare di BombObama

Obama-Papa-640

“È lecito fermare l’aggressore ingiusto”…così parlò ieri Papa Francesco con evidente riferimento alla nuova missione “umanitaria” degli USA in Irak.
Fatta di bombardieri e droni a tutto campo e di centinaia di “consiglieri militari” di vietnamita memoria.
Chi sia “l’aggressore ingiusto” il Papa lo ha solo fatto intuire malgrado avrebbe potuto pure nominarlo, in fin dei conti gode dell’infallibilità di giudizio.
Credo proprio che il Califfo dell’ISIS fosse il suo bersaglio, il demone di turno da “fermare” come precisato nell’uso del verbo.
Oddio, a me è venuto spontaneo pensare agli appelli dei Papi che esortavano alle Crociate per “liberare” la Terra Santa.
Od a quelli che imploravano i governanti dell’epoca a “fermare li Turchi”.
Sempre contro i musulmani però, guarda caso.
Ieri ed oggi.
Poi maliziosamente mi è tornato in mente quando, proprio per le stragi commesse dai Crociati in Terra Santa, un non lontano predecessore di Sua Santità chiese “perdono” per i massacri e le violenze perpetrate dai “missionari” in quel di Acri e Gerusalemme ai danni dei civili (donne e bambini) maomettani.
Stragi, particolare non trascurabile per chi abbia la memoria corta, eseguite “in trasferta”.
Certo, il Califfo e le sue truppe sono estremamente violenti.
Le teste cadono letteralmente a migliaia, i cristiani sono in fuga e corrono seri pericoli.
Ma decidere chi sia “l’aggressore ingiusto” sulla Terra non è come pontificare su Angeli e Demoni.
Papa Francesco sa benissimo che con il verbo “fermare” gli USA intendono radere al suolo tutto ciò che si oppone ai loro disegni di “pace”.
BombObama ha “fermato” già “pericoli” in tanti, troppi posti ed in altri ci tenta.
Irak, Afghanistan, Libia, Siria, Yemen, Somalia sono le principali destinazioni delle amorevoli cure americane.
Sempre con contorno di migliaia di morti di donne e bambini, “effetti collaterali” delle azioni.
Spesso e volentieri autorizzate da quell’ONU richiamato impropriamente da Francesco come legittimato a decidere chi sia “buono o cattivo”.
E che, ma Francesco fa finta di non saperlo, con veti e controveti di soli 5 Stati, tutto è tranne che “democratico”.
Faccio pure notare (metto un carico sgradito a tanti) che mai e poi mai un Papa ha chiesto di “fermare” Israele che pure si è annessa Gerusalemme e che per stragi di civili non scherza.
Personalmente, e me ne assumo responsabilità, ritengo quindi questa uscita papale degna non del Vicario di Cristo ma del “cappellano militare di BombObama”.
Vincenzo Mannello

“Costruendo un muro di BRICS”

brics

Adrian Salbuchi per rt.com

La visita del Presidente Putin in Sud America è di un’importanza trascendentale in un epoca in cui il blocco BRICS sta diventando qualcosa in più di un mero accordo commerciale e in cui la Russia sta giocando un ruolo chiave come attore geopolitico globale.
Vladimir Putin ha compiuto una vista davvero storica in America Latina, visitando Cuba, il Nicaragua, l’Argentina e poi il Brasile dove nelle città di Fortaleza e Brasilia si è tenuto il sesto vertice BRICS (con un veloce sosta domenicale nella gloriosa Rio de Janeiro dove ha assistito alla finale dei Mondiali di calcio tra Argentina e Germania).

Fermare la valanga occidentale
A partire dalla tragedia dell’11 Settembre, gli Stati Uniti, il Regno Unito e i loro alleati della NATO (più Israele) sono diventati un pericolo per il mondo. Negli ultimi 13 anni abbiamo visto il rovesciamento di regime in Iraq in base a false accuse da parte degli USA e del Regno Unito di armi di distruzione di massa poi mai trovate; la distruzione della Libia nel 2011; lo sconsiderato caos originato dalla “primavera araba” che ha riportato paesi come l’Egitto indietro di decenni; la quasi distruzione della Siria; e la decennale minaccia di una guerra preventiva contro l’Iran per il suo non esistente programma nucleare.
Le stime delle vittime in Iraq parlano di centinaia di migliaia di persone, se non di milioni e non c’è ancora stata una singola richiesta di scuse da parte degli USA, del Regno Unito o della NATO. Oggi l’Iraq insieme alla Libia è nella morsa della guerra civile, la Siria sta lentamente uscendone e, più pericolosamente, l’Egitto si è ritirato dal suo ruolo di paese stabilizzatore del Medio Oriente.
Tutto grazie alle ingerenze occidentali e del “caos sociale architettato” che è la nuova forma di guerra intrapresa dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla NATO (e da Israele). Dopo i crescenti fallimenti riportati in Medio Oriente, ultimamente si sono spostati verso altre latitudini: ad esempio in Ucraina. Continua a leggere

Israele e la matematica (a proposito di “rappresaglie”)

10446627_10152613064071204_6788273113701662956_n

C’è un saggio di Julius Evola che avrebbe bisogno, a distanza di quasi settantacinque anni, di un’appendice documentaria. Stiamo parlando di “Gli ebrei e la matematica”, pubblicato nel 1940, una cui nuova edizione dovrebbe contenere un aggiornamento condotto sulla base delle “rappresaglie israeliane”.
Il cosiddetto “Stato d’Israele” ha scatenato da alcuni giorni uno dei suoi periodici ed insistenti bombardamenti contro i palestinesi della Striscia di Gaza, uccidendone oltre centoventi e ferendone varie centinaia, con tutto il corollario di distruzioni di immobili ed infrastrutture (compreso un orfanotrofio).
Il pretesto si trova sempre: stavolta si è trattato del rapimento e della successiva uccisione di tre giovani israeliani.
Ma se un rapimento dovesse dare adito a reazioni come quelle alle quali è aduso lo Stato sionista, che cosa dovrebbero fare i palestinesi, che dalla stessa data in cui sono stati sequestrati i tre israeliani hanno subito oltre mille sequestri?
Pardon, “arresti”, più che giustificati e ovviamente “a norma di legge”, cioè quella di uno “Stato” che se ne infischia altamente di ogni “convenzione internazionale” e che coerentemente afferma di voler fare come gli pare e piace (quello che non è permesso a tutti gli altri, i quali, anzi, devono rendere conto in mille sedi del loro operato).
Non è nemmeno vero che il movente fondamentale e “sacrosanto” sia stata l’uccisione dei tre israeliani, poiché quando venne rapito l’ormai (grazie ai loro “media”) celeberrimo Gilad Shalit, che poi è tornato a casa, “Israele” applicò una delle sue proverbiali punizioni collettive di ferro e fuoco.
Insomma, a cominciare sono sempre quei fetentoni dei palestinesi, quindi “Israele ha sempre ragione” e questo oramai lo diamo come un fatto acquisito.
Ma almeno su un punto ragione non ce l’ha. Ed è una questione di calcoli.
Se la matematica non è un’opinione (ma so bene invece che lo è per costoro), ammazzare oltre centoventi persone (facendo pure la tara dei “militanti”) a fronte di tre vittime della propria parte, significa eseguire un tipo di “rappresaglia” mai visto prima.
Sì, perché quella dei tanto demonizzati “nazisti” si atteneva il più possibile scrupolosamente al principio del “dieci a uno”, che potrà far orrore quanto si vuole ma perlomeno contiene entro delle regole un’azione odiosa come la vendetta in tempo di guerra.
Ma con “Israele” ogni proporzione aritmetica viene a cadere. Si cannoneggia e si bombarda fintantoché la sete di sangue non s’è placata, come se il sangue che scorre a fiotti galvanizzasse e tenesse letteralmente in vita una sorta di “Dracula collettivo”.
In questo, il “glorioso” esercito con la stella di David non ha nulla da invidiare ai mitici “Alleati” di cui anche quest’anno, con le ricorrenze dei relativi sbarchi, i “media” hanno declamato le gesta affinché si stampigli nelle menti e nei cuori dei “liberati” (cioè noi) un senso di eterno ringraziamento.
Quelli manco avevano la scusa della vendetta, perciò le uccisioni di civili e di militari italiani inermi, oggigiorno ampiamente documentate grazie ai migliori storici che abbiamo, sono da derubricare sotto la voce delle stragi deliberate e per di più impunite, da ascrivere unicamente al sadismo di chi non tollera alcuna ‘regola contabile’ anche in un contesto seppur spiacevole (ma non per loro) qual è la guerra.
Enrico Galoppini

10538651_260446734152793_8679108311437957902_n

Prevenire la guerra: solidarietà con la Russia!

dessin-ukraine-9961-617x411Dopo la lettera aperta al presidente russo Vladimir Putin, scritta dal tenente colonnello dell’aviazione tedesca in pensione Jochen Scholz, controfirmata da centinaia di persone tra avvocati, giornalisti, medici, militari, studiosi, scienziati, diplomatici e storici, è ancora dalla Germania che giunge un segnale di risveglio delle coscienze europee.

“Esattamente come nelle guerre precedenti, i propagandisti di guerra dei paesi NATO stanno cercando di inculcare nei loro popoli che l’aggressione sia in realtà una difesa dalla Russia, che dipingono come il vero aggressore.
Gli attivisti per la pace sono chiamati a prendere coscienza del contesto reale e conseguentemente a spiegare su questa base i fatti. Tale spiegazione deve comprendere il rifiuto categorico di tutte le considerazioni che la Russia sia almeno in parte da biasimare per l’escalation della crisi. Molti di coloro che onestamente rifiutano l’aggressione della NATO ritengono che, in effetti, in linea di principio la Russia “non sia migliore” giacché naturalmente persegue solo i propri interessi.
Ma quali interessi persegue la Federazione russa? Il suo interesse primario è la stabilità, sia domestica che nelle relazioni internazionali. Mantenere la sua architettura di sicurezza è necessario anche per questa stabilità, che è il motivo per cui la Russia ha un interesse particolare per la stabilità dei paesi che ospitano le basi militari russe. La Russia ha un interesse nello sviluppo della sua economia. Questo è in linea con gli interessi già indicati in quanto l’economia russa necessita di sicurezza e di stabilità per lo sviluppo della sua economia. Questi sono gli interessi russi. Sono il tipo di interessi per cui nessun paese può essere accusato per volerli perseguire.
Ma in che modo la Federazione russa persegue tali interessi? La Russia attacca e occupa altri paesi, come fa la NATO? La Russia finanzia, arma, ospita e addestra terroristi che commettono massacri contro la popolazione civile dei paesi stranieri al fine di provocare caos, come la coalizione USA, NATO e paesi del Golfo stanno facendo in Siria? La Russia si permette di strangolare altri paesi con sanzioni per forzarne la volontà? Vladimir Putin stila ogni settimana un elenco di persone da eliminare per mezzo dei droni sul territorio di stati sovrani stranieri, come fa Barack Obama? Le navi russe abbordano le navi battenti bandiere di paesi stranieri in acque internazionali, come fa Israele?
La politica della Russia per il mantenimento dei propri interessi è stata finora caratterizzata da moderazione e concessioni. Ovunque dovesse contrastare una mossa ostile, la Russia non si è mai avvicinata al pieno uso dell’arsenale di legittime contromisure. Gli interessi della Russia coincidono con la volontà di pace della maggior parte dell’umanità. Gli attivisti della pace devono riconoscere questo fatto.
La prospettiva di una guerra contro la Russia ha caratteristiche apocalittiche per la Germania e l’Europa. L’unica possibilità di difendere la pace sta in un avvicinamento alla Russia. La Federazione russa è il protettore della pace in Europa. Questa è la considerazione importante nella pratica che va utilizzata per contrastare la incessante propaganda anti-russa della NATO.
Una terza guerra mondiale può essere evitata solo al fianco della Russia. Solo in solidarietà con la Russia il movimento per la pace, in particolare in Germania, può diventare un fattore da prendere di nuovo sul serio. Solo in alleanza con la Russia la nostra richiesta di una “Germania fuori dalla NATO e la NATO fuori della Germania” ha una prospettiva realistica di essere attuata.
La timida posizione di “equidistanza”, da qualche parte nel mezzo tra la NATO e la Russia non è mai stata così sbagliata e pericolosa come oggi. Si potrebbe rendere un po’ inefficace la propaganda scatenata per creare sciovinismo tra le masse, ma soprattutto per zittire la resistenza contro la guerra. Infatti, se la menzogna sulla Russia come minaccia non viene respinta con decisione, la ragione centrale e psicologicamente più efficace della NATO per l’escalation della guerra resterà.
Anche in considerazione del pericolo di essere colpiti da una guerra, sempre più persone, in Germania in particolare, sono state allarmate dalla campagna anti-russa. Vogliono sapere la verità su questo vitale argomento. Le indagini e gli articoli d’opinione mostrano che la grande maggioranza della popolazione rifiuta la corsa dell’Occidente verso il confronto contro la Russia.
L'”Associazione dei liberi pensatori tedeschi” mette in guardia contro l’ulteriore peggioramento del confronto tra l’Occidente e la Russia. Chiediamo la fine della creazione del nemico e della disinformazione, così come della campagna anti-russa e della demonizzazione del presidente Putin.
La strategia USA si sta dirigendo verso una divisione dell’Europa e il confronto con la Russia e danneggia gli interessi dei paesi europei. L’Europa appartiene a tutti i popoli e le nazioni d’Europa; ha bisogno di coesistenza pacifica tra tutti i paesi e nazioni. Questo richiede di considerare gli interessi reciproci e la collaborazione sia con l’Ucraina che con la Russia.
Mostriamo la nostra solidarietà ai comunisti, agli antifascisti e ai democratici in Ucraina, che, a dispetto delle persecuzioni, si battono contro il revisionismo della storia, la russofobia e lo sciovinismo nazionale. Ci battiamo insieme a loro per l’amicizia con la Russia.
Queste sono pertanto le nostre richieste:
1. Nessun sostegno alla strategia USA di divisione dell’Europa con la ricostruzione di una cortina di ferro;
2. No alle sanzioni contro la Russia, in particolare perché danneggiano gli interessi economici e il mercato del lavoro in Germania e nei paesi europei, oltre all’interesse per relazioni stabili e di collaborazione;
3. Stop all’estensione della NATO verso est e all’isolamento militare della Russia attraverso questo accerchiamento; la NATO non deve muoversi ai confini della Russia e l’Ucraina non deve essere incorporata nella struttura militare della UE;
4. Sostegno per una Ucraina democratica, senza fascismo e revanscismo, con gli stessi diritti umani e civili e la piena libertà di religione e di Weltanschauung per tutti, indipendentemente dall’origine etnica, con rapporti di buon vicinato con l’Europa occidentale e la Federazione russa;
5. Niente soldi dei contribuenti per il sostegno finanziario e logistico delle organizzazioni fasciste e nessun sostegno finanziario per il loro addestramento.”

Da La NATO è l’aggressore, testo dell'”Associazione dei liberi pensatori tedeschi” sulla crisi in Ucraina.

Uno sparo dal mondo

10450530_10152523470801678_986835566447526021_nEcco il titolo piú appropriato per una comunicazione mediatica su quanto avviene nel mondo oggi…, appena fuori dai nostri confini o piú in là ove tramonta il sole.
Ucraina, Libia, Egitto, Siria, Israele e Gaza, Libano, Irak, Nigeria, Sudan, Somalia, Yemen, Pakistan, Afghanistan… quelli in cui lo “sparo” trova grosso riscontro sui media mondiali, piú o meno a secondo di interessi geopolitici, economici e pure ideologici.
Una caterva gli “spari” con silenziatore, quelli “locali” che ancora non innescano alcun interesse o considerati circoscritti a nazioni ancora “controllabili”.
Ciad, Sierra Leone, Repubblica del Congo, Centrafrica nel continente nero.
Cina (con gli Uiguri musulmani), Ceylon, Filippine, India e tante altre nazioni nel mondo…, tutti Paesi e regioni che non vengono in mente fin quando non ne sentiamo il nome in tv o ne abbiamo notizia dai giornali e da internet.
Già, in Europa siamo in pace grazie alla Unione Europea…, così pontificano i signori della dittatura UEista.
Peccato abbiano scatenato una guerra civile in Ucraina rovesciando con la illusione dell’euro un governo democraticamente eletto.
E non guardiamo indietro quando l’UEismo, al servizio degli USA e della NATO, ha aggredito la Serbia, “creato” il Kosovo e partecipato attivamente a tutte le “primavere arabe” che hanno portato al bagno di sangue odierno.
E l’ONU? Assiste, dibatte, ammonisce e…, soprattutto, tace.
Certo non è l’Occidente il solo “male del mondo”, il demone della guerra alligna ovunque. Purtroppo sembra pure connaturato alla natura umana.
Ma, filosofia a parte, il Grande Satana ci mette lo zampino, dove e quando vuole.
Ed i suoi diavoletti scatenano sulla terra veri e propri Sabba infernali, mostrando nel contempo angelici volti alla Renzi.
“Uno sparo dal mondo”… nella speranza che non si tramuti, prima o poi, in un botto definitivo.
Vincenzo Mannello

15 Maggio 1948

Dessin_de_Sine

15 Maggio 1948, nasce Israele e divora la Palestina. Indigestione?
Si, certo… 711.000 nativi palestinesi. Con le buone (poche) e le cattive (moltissime) vengono “espulsi” da 530 villaggi gli sgraditissimi ospiti per far posto ai nuovi padroni con la stella di David (ed armati dagli inglesi e dagli americani). So bene che Exodus (il film celebrativo dello sbarco dei “mille” in kippah) questo particolare lo ignorò in quanto insignificante, ma sempre storia certa è. Persino per quelle Nazioni Unite che permisero all’epoca il fattaccio e, nel corso dei decenni successivi, tutte le altre malefatte israeliane. Dalla Cisgiordania a Gaza, passando per Gerusalemme. Con relative occupazioni abusive di terre, case, moschee e pure asili da togliere ai palestinesi per radere tutto al suolo ed insediare “coloni” armati e di pura razza ebraica.
Si badi bene, non sto scrivendo delle guerre con gli Stati arabi confinanti e dei relativi esiti. Focalizzo, molto sinteticamente, proprio sulla Palestina di cui l’ONU era garante nel 1948.
Oggi, malgrado supercarceri e ciclopici muri supertecnologici circondino quel che rimane in loco dei “nativi”, con Gaza ridotta peggio di un ghetto, viene impedito per legge celebrare in Israele la Nakba del 15 Maggio 1948.
Chi si permetterà di farlo verrà preso a pedate in culo ed incarcerato, anche quest’anno.
Ovviamente in nome della democrazia espressa dallo Stato di Israele, vero esempio di convivenza tra religioni e razze diverse.
Perdono, dimenticavo che i Palestinesi sono semiti di prima scelta… come la mettiamo con la storiella dell’antisemitismo dilagante?
Vincenzo Mannello

nakba

La “giurisdizione universale” dell’Occidente

brennan in ucraina“Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.
Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).
Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).
Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.”

Da Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto, di Enrico Galoppini.

Il caso Moro

In questi giorni si sta rievocando sui media il “caso Moro”. Si ricorda cioè il rapimento e l’uccisione del leader della DC, ufficialmente rapito ed assassinato dalle “Brigate Rosse”.
Non mi ha mai convinto la versione ufficiale. Né tutto il polverone, i depistaggi, le balle spaziali, le carriere esplose o finite del sottobosco di potere che si agitò in quel periodo. E dopo.
E mi sono fatta un’idea mia. Assolutamente pazza e fuori dal coro. Ma che alla mia zucca ha il pregio di stare in piedi. Oltretutto ha una logica.
Vediamo un po’.
Aldo Moro è la testa pensante della D.C. Ed ha un progetto: aggregare il P.C.I. nella gestione del potere. Per due motivi essenziali: “fagocitarlo” politicamente e avviare una democrazia dell’alternativa che l’osservanza sovietica dei trinariciuti impediva. Non sto a dare giudizi di valore: ognuno la pensi come vuole.
Però il P.C.I. era forte sostenitore di Assad, il dittatore della Siria, padre dell’attuale leader siriano, fortemente sostenuto dall’U.R.S.S..
La Siria era uno dei maggiori nemici di Israele, col quale già aveva fatto guerre e guerricciole.
Il premier di Israele era Rabin, antico terrorista durante il pasticciaccio della creazione dello Stato ebreo.
Rabin quindi non vedeva di buon occhio l’ascesa del P.C.I. nella gestione del potere, visti anche i buoni rapporti con gli arabi che da sempre ha avuto l’Italia, fino ad arrivare a Mussolini, la Spada dell’Islam.
Quindi Rabin si rivolge ad un altro ebreo, Kissinger, allora Segretario di Stato USA (ministro degli esteri), potentissimo personaggio, che molti hanno definito “criminale”.
Kissinger chiama Moro a Washington e gli dà una lavata di testa memorabile. Tanto che al ritorno Aldo Moro ha un attacco di cuore, e lo curano due cardiologi (ricordate questo particolare, vedremo poi).
Però Moro va avanti nel suo progetto catto-comunista.
Ed allora i padroni israeloamericani decidono di intervenire: eliminare Moro, utilizzando i sicuri lacché presenti nel governo: Andreotti e Cossiga, da sempre filo (leggi: servi) USA.
E chi deve fare il lavoro sporco? Continua a leggere

Chi sono i Mujahidin-e-Khalq

MEK Behind Attacks

“Il MEK è un’organizzazione militante che conduce la lotta armata contro il regime iraniano. Il gruppo è responsabile della morte di circa 50.000 persone, tra cui l’assassinio di un presidente, un primo ministro e di decine di alti funzionari iraniani. Dopo il suo trasferimento in Iraq nel 1986, Saddam Hussein spesso fu aiutato dai membri dell’organizzazione, durante la guerra Iran-Iraq, che li impiegò anche per reprimere il movimento separatista curdo. Dall’inizio della campagna USA contro Saddam Hussein, l’organizzazione è al centro dell’interesse del governo statunitense. Nel 1994 il dipartimento di Stato inviò al Congresso un schiacciante rapporto di 41 pagine, che definiva lo status del MEK quale organizzazione terroristica e, di conseguenza, il gruppo fu inserito nel 1997 nell’elenco del dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche. La relazione dichiarava specificamente, “Non è un caso che l’unico governo al mondo che supporti i mujahidin, politicamente e finanziariamente, sia il regime totalitario di Saddam Hussein.”
Dopo l’invasione militare statunitense del 2003, il gruppo passò sotto il controllo degli Stati Uniti. Il MEK fece attivamente pressione per essere rimosso dalla lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche, e gli Stati Uniti utilizzarono i suoi membri nelle operazioni dei commando clandestini statunitensi contro l’Iran. Ora è emerso che l’amministrazione Bush ha segretamente trasportato dei membri del MEK negli Stati Uniti per l’addestramento militare comprendente intelligence e altre competenze relative allo spionaggio. Presumibilmente il programma si concluse appena prima che l’amministrazione Obama entrasse in carica. A quanto pare, il MEK è sottoposto al controllo del Mossad, che l’ha utilizzato per uccidere scienziati nucleari iraniani. Grazie ad un articolo di Justin Raimondo, scrittore e fondatore del sito Antiwar.com, il gruppo è stato soprannominato “I terroristi di Hillary“.”

Da Gli Stati Uniti invieranno 3.000 terroristi nei pressi dell’Ucraina?, di Anna Mikhailenko.

Dieudonné contro la Lobby

“Nel 2014 è in corso la più grande offensiva contro il comico francese. Manuel Valls, ministro degli Interni e membro del Partito Socialista (in una vecchia intervista disse “sono eternamente vicino ad Israele”), è l’artefice di questa crociata volta a censurare una volta per tutte Dieudonné.
In questi giorni è stata inviata a tutti i prefetti di Francia una lettera affinché gli spettacoli vengano cancellati. Una procedura che oltre ad andare contro la libertà di espressione è anche illegale. In Francia è vietato ridere, soprattutto se a ridere sono folle immense. “Dieudonné non fa più ridere nessuno” è il requiem di giornalisti e politici. Falso. Dieudonné è riuscito grazie ad internet e al suo teatro “mobile” a diventare il comico che ha venduto più biglietti in Francia. Nel suo recente tour, i video mostrano grandi teatri zeppi e ruggenti di risate. Non solo perché i suoi spettacoli fanno ridere, ma anche perché fanno riflettere. Riflettere e ammettere che ci sono dei dogmi da abbattere, che c’è una polizia del pensiero reale, che ci sono degli oppressori e degli oppressi, ma soprattutto, che c’è un sistema e i suoi nemici.
Quello stesso sistema che ora ha paura e usa la strategia del “reductio ad hitlerum”. La “quenelle” – gesto rappresentativo del “dieudo-pensiero” -, da gesto volgare che significa grosso modo “fìccatelo su per il…” , con una mano posta nella parte superiore del braccio verso il basso per indicare “quanto in su” devi ficcartelo, le principali organizzazioni ebraiche – il CRIF (Consiglio Rappresentativo degli ebrei di Francia) , l’AIPAC francese (lobby politica) e la Licra (Lega Internazionale contro il Razzismo e l’Antisemitismo, che gode di particolari privilegi nel diritto francese) – sono riuscite a trasformarla in un “un saluto nazista al contrario” (la stampa di regime continua a definirlo un gesto “nazista e antisemita”). Purtroppo però per l’establishment, la “quenelle”, la fanno tutti: uomini, donne, giovani, anziani, militari, sportivi, francesi di origine straniera, francesi-francesi, politici e opinionisti anti-sistema, ebrei, musulmani, cattolici. Troppo facile giocare con la semantica, è ora di ridefinire il “nazismo” e contestualizzarlo nel mondo moderno.”

Da L’infame guerra dell’Establishment al Dieudo-pensiero, di Sebastiano Caputo.

Otto motivi per odiare la Siria

1234063_733529280006637_27202947_n

Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

Siamo tutti sotto questo stesso Cielo

1234810_698036773557459_1244894254_n

“All’indomani della “veglia di preghiera e digiuno” indetta dal Papa per scongiurare, con le ‘armi spirituali’ di cui dispone, il pericolo di una guerra mondiale che potrebbe innescarsi con un intervento militare occidentale in Siria, e mentre l’America fatica a trovare consenso ed alleati per questa sua ennesima “liberazione” dettata – tanto per cambiare – da ragioni squisitamente “morali”, si delinea sempre più chiaramente, a livello mediatico, un’inversione di tendenza o quantomeno un riequilibrio del modo di presentare la cosiddetta “questione siriana”, il che si sta traducendo in una “offerta informativa” più variegata rispetto a quella, a senso unico pro “ribelli”, propostaci sulla Siria da un paio d’anni a questa parte.
Su Rainews24, solitamente schierata per tutte le cause occidentali secondo la retorica dei “diritti umani” (minoranze, donne, gay ecc.), sono comparse le corrispondenze da Damasco di Gian Micalessin, che scrive su “Il Giornale” gli articoli più filogovernativi (siriani) pubblicati sulla stampa a grande diffusione. Micalessin non è certo un giornalista con credenziali “di sinistra”, tutt’altro, il che aumenta lo stupore nel vederlo su Rainews24 (una specie di ammiraglia del Tg3, feudo inespugnabile del PCI-PDS-DS-PD); ma purtroppo – non si sa se per disinformazione sua o perché quelli sono i paletti che gli hanno imposto per portare nelle case degli italiani alcune “scomode verità”- egli presenta lo scontro in atto nel paese vicino-orientale entro lo schema, peraltro non nuovo, dei “cristiani massacrati dai musulmani”; il che non è esatto, se per “Islam” tout court s’intende l’interpretazione datane dai petromonarchi e dalla loro internazionale di “saraceni dello Zio Sam” o “jihadisti atlantici di servizio”.”

Alcune novità mediatiche sulla “crisi siriana”, di Enrico Galoppini continua qui.

La storia del MIG libico era una puttanata

“La strage di Ustica è costellata da una serie di morti misteriose di potenziali testimoni, depositari di rivelazioni esplosive. Sono più di una ventina le persone decedute – in circostanze nebulose – che avrebbero potuto fornire elementi utili per ricostruire ciò che avvenne la sera del 27 giugno 1980 sul Mar Tirreno. Ufficiosamente l’ultima vittima potrebbe essere Antonio Scarpa, generale dell’Aeronautica in pensione, deceduto il 2 dicembre 2010. Era stato trovato nella sua casa di Bari vecchia, ferito alla testa. Dal 27 settembre non aveva più ripreso conoscenza. Prim’ancora era toccato a Michele Landi, consulente informatico della Guardia di Finanza e del Sisde, nonché di alcune procure, trovato impiccato con le ginocchia sul divano la notte del 4 aprile 2002, nella sua casa di Montecelio di Guidonia. «Gli esami tossicologici effettuati dalla dr.ssa Costamagna» si legge nella richiesta di archiviazione del procedimento numero 2007/02 «evidenziavano una significativa concentrazione di alcool nel sangue cadaverico». Ben strano per un soggetto che decide di suicidarsi. L’allora colonnello delle Fiamme Gialle, Umberto Rapetto, l’8 aprile 2002 aveva dichiarato a verbale: «Non riesco assolutamente a spiegarmi i motivi di siffatto gesto. Landi ha sempre avuto un fare particolarmente gioioso ed equilibrato e costantemente positivo. Non soffriva assolutamente di depressione». In quei giorni in un’interrogazione parlamentare l’Ulivo chiese: «Perché il ministro dell’Interno Scajola ritiene il suicidio l’unica ipotesi?». Il caso è stato archiviato – con richiesta datata 18 novembre 2004 – dal procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Tivoli, Claudio D’Angelo, e dal sostituto, Salvatore Scalera. Landi aveva confidato agli amici di essere a conoscenza di novità compromettenti su Ustica. Il magistrato Lorenzo Matassa, infatti, il 10 aprile 2002 aveva dichiarato agli inquirenti: «Michele Landi l’hanno suicidato i servizi segreti come storicamente in Italia sanno fare. Mi aveva riferito di sapere molte cose su Ustica». Non impossibile, visto che Landi aveva lavorato in passato sui sistemi di puntamento missilistici ed era stato in contatto con la società Catrin, la stessa con cui collaborava Davide Cervia, il tecnico di guerra elettronica, misteriosamente scomparso il 12 settembre ’90.”

Dal documentatissimo articolo Strage di Ustica: i testimoni “suicidati” di Gianni Lannes, del quale consigliamo vivamente la lettura integrale.

Spiare il mondo intero per pura autodifesa

democracy
“Nel corso della sua vita professionale nel mondo della sicurezza nazionale, Edward Snowden deve aver affrontato numerose interviste d’indagine, esami con la macchina della verità ed estremamente dettagliati controlli personali, così come la compilazione di infiniti moduli accuratamente progettati per catturare ogni tipo di menzogna o incoerenza. Il Washington Post  (10 giugno) ha riferito che “alcuni funzionari hanno detto che la CIA ora, senza dubbio, inizierà a rivedere il processo con cui Snowden è stato assunto, cercando di determinare se fossero stati trascurati dei segnali che un giorno avrebbe tradito i segreti nazionali.”
Sì, c’era un segnale che hanno ignorato, Edward Snowden aveva qualcosa dentro di lui, una forma di coscienza, soltanto in attesa di una causa. E’ stato lo stesso per me. Andai a lavorare presso il dipartimento di Stato, allo scopo di diventare un funzionario del servizio esteri, con le migliori, le più patriottiche, intenzioni, facendo del mio meglio per uccidere la bestia della Cospirazione Comunista Internazionale. Ma poi l’orrore quotidiano di ciò che gli Stati Uniti facevano al popolo del Vietnam entrò a casa mia tramite ogni tipo di media, e ciò mi addolorava. La mia coscienza aveva trovato la sua causa, e nulla di ciò che risposi all’intervista di pre-assunzione avrebbe allertato i miei interrogatori del possibile pericolo che ponevo, perché non lo sapevo io stesso. Nessuna domanda dei miei amici e parenti avrebbe suscitato il minimo accenno del radicale attivista contro la guerra che sarei diventato. I miei amici e parenti dovevano essere sorpresi quanto lo ero io di esserlo. Non c’era alcun modo per l’ufficio di sicurezza del dipartimento di Stato di sapere che non avrei adottato e celato un tale segreto.
Così cosa può farci un povero Stato di Sicurezza Nazionale? Beh, potrebbe prendere in considerazione il proprio comportamento. Smettere di fare tutte le cose terribili che rattristano persone come me, Edward Snowden e Bradley Manning, e tanti altri. Fermare i bombardamenti, le invasioni, le guerre infinite, le torture, le sanzioni, i golpe, il sostegno alle dittature, il sostegno assoluto ad Israele, fermare tutte le cose che rendono gli Stati Uniti tanto odiati, creando tutti questi terroristi anti-americani che costringono lo Stato di Sicurezza Nazionale, per pura autodifesa, a spiare il mondo intero.”

Edward Snowden e altri “spifferatori” degli USA, di William Blum continua qui.

Iddio è il migliore degli strateghi!

10002_112043895662079_1571464043_nDedicato agli “amici della Siria”, che oggi si ritrovano in Qatar per decretare nuovi “aiuti” ai “ribelli”…

“L’attacco sferrato contro la Siria, effettuato per mezzo di una manovalanza settaria stipendiata dai regimi pseudoislamici del Golfo, rientra nel tentativo nordamericano di destabilizzare l’Eurasia, al fine di conservare agli Stati Uniti quello statuto di unica superpotenza mondiale che essi sono ormai condannati a perdere.
Gli strateghi statunitensi infatti vorrebbero balcanizzare – è stato lo stesso Brzezinski a parlare di “Balcani eurasiatici” – tutta l’area compresa che va dal Nordafrica al Vicino Oriente, al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. Dal Maghreb arabo ai confini della Cina.
Incendiare l’Eurasia mediante la sovversione settaria, i movimenti secessionisti, le pseudorivoluzioni più o meno colorate, le cosiddette “primavere”, il terrorismo: questa la strategia di Washington per impedire il passaggio dall’unipolarismo statunitense all’ordinamento multipolare del mondo.
Questa strategia si svolge attraverso tre fasi, che riguardano rispettivamente l’Asia centrale, il Nordafrica e il Vicino Oriente.
Il processo è iniziato in Asia centrale nel periodo della guerra fredda, prima con la destabilizzazione e poi con l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Nel Nordafrica, ci sono state le cosiddette “primavere arabe” e la distruzione della Libia, con le conseguenti ripercussioni nell’Africa subsahariana. Il prossimo obiettivo, Dio non voglia, sarà probabilmente l’Algeria.
Nel Vicino Oriente, dove il processo è iniziato con l’invasione anglo statunitense dell’Iraq, l’obiettivo attuale è la Siria, alleata strategica dell’Iran, che è l’obiettivo principale nella regione.
Qual è il programma concepito dagli strateghi atlantici per la Siria?
Ce lo attesta il Protocollo di Doha del novembre scorso, nel quale si trovano elencate, punto per punto, le condizioni imposte dagli Stati Uniti, tramite il primo ministro qatariota, all’eterogenea coalizione degli oppositori armati del governo di Damasco:
1. La Siria deve ridurre gli effettivi del suo esercito a 50.000 unità.
2. La Siria farà valere il suo diritto di sovranità sul Golan solo con mezzi politici. Entrambe le parti firmeranno accordi di pace sotto l’egida degli Stati Uniti e del Qatar.
3. La Siria deve sbarazzarsi, sotto la supervisione degli Stati Uniti, di tutte le sue armi chimiche e biologiche e di tutti i suoi missili. Questa operazione deve essere effettuata sul territorio della Giordania.
4. La Siria deve rinunciare a qualsiasi pretesa di sovranità su Alessandretta e ritirarsi in favore della Turchia dai villaggi di confine abitati da Turkmeni nei governatorati (muhafazah) di Aleppo e Idlib.
5. La Siria deve espellere tutti i membri del Partito dei Lavoratori del Curdistan e consegnare quelli ricercati dalla Turchia. Questo partito deve essere inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
6. La Siria deve annullare tutti gli accordi e i contratti stipulati con la Russia e la Cina nei settori delle trivellazioni e degli armamenti.
7. La Siria deve concedere al Qatar il passaggio del gasdotto attraverso il territorio siriano verso la Turchia e quindi verso l’Europa.
Come si vede, il Protocollo di Doha stabilisce che la Siria dovrà essere privata della propria sovranità, più o meno come è avvenuto nel 1979 per l’Egitto con gli Accordi di Camp David.
Questo è il prezzo che l’opposizione armata si è impegnata a pagare, nella malaugurata ipotesi di un suo insediamento a Damasco, agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ma, a quanto pare, i settari hanno fatto male i loro calcoli, sicché farebbero bene a meditare su questo versetto coranico e a ricordarlo agli strateghi atlantici:
Wa makarû wa makara Allâhu. Wa Allâhu khayru’l-mâkirîn.
“Tessono strategie, ma anche Iddio ne tesse. E Iddio è il migliore degli strateghi!” (Corano, Al-‘Imran, 54).”

Il testo dell’intervento di Claudio Mutti, saggista e direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, durante la manifestazione La Siria non si tocca! svoltasi a Roma lo scorso 15 Giugno.

La Siria non si tocca!

77137_326101540851514_2137532343_n

Il Fronte Europeo per la Siria comunica che il giorno 15 giugno 2013 in Piazza di Ponte Milvio a Roma, si svolgerà nell’arco di tutta la giornata una manifestazione stanziale di sostegno e solidarietà a favore della Repubblica Araba di Siria, del suo Popolo, della sua Sovranità, e del suo legittimo presidente Bashar Al-Assad; al fine di dare voce alle comunità siriane sparse nel nostro vecchio continente oscurate volutamente dai mass media internazionali.
Da più di due anni la Siria è in guerra contro milizie ribelli, armate e organizzate prevalentemente da cellule islamiche fondamentaliste in concorso con altri Stati, per stessa ammissione della stampa e delle televisioni italiane ed internazionali, coadiuvati dai sempre presenti Stati Uniti d’America.
La giornata prevede una conferenza stampa dalle 12 alle 13, una conferenza/dibattito dalle 14.30 alle 16.00 e interventi dei rappresentanti delle comunità siriane in Europa supportati da un collegamento in diretta con la Siria tra le 17 e le 20.
Priva di qualsiasi tipo di faziosità, colore politico o intento propagandistico a favore di partiti o movimenti, la manifestazione ha come unico scopo quello di sensibilizzare alla causa di un Popolo ieri libero, interreligioso, interculturale, oggi oppresso e soffocato da una guerra a tempo indeterminato.
Alla manifestazione sono invitati tutti gli uomini e le donne libere che intendano sostenere la Siria, affinché si dipani il velo sulla reale essenza e gravità di ciò che sta accadendo in un Paese a noi così vicino per storia e tradizioni.
Invitiamo tutti i giornalisti liberi, a mezzo di organi di stampa e radiotelevisivi a partecipare e a documentare adeguatamente l’evento, previo il rilascio di necessari accrediti.
Per una Siria nazionale, laica e sovrana!

Info e accrediti stampa: europeanfrontsyria@gmail.com

“Israele ha diritto di difendersi”

482546_10200729055802637_1784258141_n

Israele ha diritto di difendersi. Lo ha sostenuto il presidente americano Barack Obama, ritenedo che lo Stato ebraico abbia il diritto di proteggersi di fronte a un rifornimento di armi della Siria agli hezbollah libanesi.
Obama, in alcune dichiarazioni rilasciate alla tivù USA in spagnolo Telemundo, tuttavia non ha confermato il raid israeliano contro un deposito di missili Scud in Siria.
Notizia che, al contrario, è stata confermata e svelata nei dettagli dal New York Times, che cita fonti sia americane sia siriane.

Fonte

Alla ricerca del partito di opposizione

72618_10151770446013852_1232219911_n

“Il M5S non pare essere né di destra né di sinistra. Del resto, ormai  destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia. Vi sono delle differenze, ma non sono molto importanti. D’altra parte, anche se il M5S non è un movimento fascista o meglio neo-fascista, è pur vero che Grillo non ha precise “radici ideologiche” e che per questo molti osservatori ritengono che il M5S sia un movimento “demagogico”  e “populista”. Tuttavia, Grillo e molti dei suoi sostenitori sono contro la speculazione finanziaria, contro la presenza di basi militari della NATO e contro le missioni militari italiane all’estero. E Grillo ha avuto pure il coraggio di criticare Israele e di difendere le ragioni dell’Iran. Sicché solo se queste posizioni saranno a fondamento della visione e della prassi politica del M5S, questo nuovo movimento potrà essere un vero e proprio partito di opposizione.”

Dall’Intervista a Fabio Falchi sul Movimento Cinque Stelle.

Occorre una nuova politica estera

elezioniMediterraneo, ponte di guerra

«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la NATO ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio USA-UE», ossia alla «NATO economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente». Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli USA stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (PD), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».
Manlio Dinucci

Fonte

La Siria non si tocca!

64611_592443004114443_1689984331_n

Damasco, 31 gennaio (IRIB) – L’esercito siriano ha informato che due persone sono morte ed altre cinque sono rimaste ferrite durante il raid di Israele sul centro ricerche di Jamraya, nelle vicinanze della capitale Damasco.
“I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa mercoledì dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Nelle ore precedent il regime israeliano aveva sostenuto di aver colpito un cargo di armi chimiche in Siria.

[Informazioni sulla manifestazione di Roma]

L’asse Roma-Tel Aviv

“Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.”
Da Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale, di Antonio Mazzeo.

“A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austerità imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.”
Da Il grande silenzio dei media, di Lucio Manisco.

Il declino dell’egemonia USA nelle parole di N. Chomsky

Conferenza “The Emerging World Order: its roots, our legacy” (Il nuovo ordine mondiale: le sue radici, la nostra eredità), tenuta lo scorso 17 Settembre 2012 presso il Politeama Rossetti a Trieste.
Con traduzione simultanea in italiano.

“Il migliore amico”

“Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.
Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.
Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.
Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.
Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.
Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…”

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio, seguito dal commento di E. G., continua qui.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Dalla Siria

Il giorno della festa dei lavoratori del mondo

al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza. Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato. Continua a leggere

Enrico Mattei, fondatore dell’ENI – resoconto e video del convegno

L’incontro-dibattito dedicato a Enrico Mattei si è aperto con il saluto telefonico dell’ing. Franco Francescato, rappresentante dell’Associazione Pionieri e Veterani ENI nonché coordinatore del Comitato Promotore per il 50° Anniversario della scomparsa di Enrico Mattei.
L’ing. Francescato ha ricordato l’importanza dell’opera di Enrico Mattei e le iniziative che l’Associazione Pionieri e Veterani ENI metterà in campo quest’anno per ricordarlo e per trasmettere l’esempio del suo straordinario impegno alle giovani generazioni, anche quelle che lavorano in ENI, che purtroppo conoscono poco la storia di Mattei e il contributo da lui dato allo sviluppo dell’Italia.
L’ing. Francescato, dopo essersi espresso contrariamente allo scorporo di SNAM da ENI voluto dall’attuale governo, si è congratulato per l’iniziativa, auspicando future collaborazioni con l’Associazione Pionieri e Veterani ENI, soprattutto in un anno così importante come il 2012, cinquantesimo anniversario della tragica scomparsa di Mattei.

A seguire, ha preso la parola il dott. Stefano Vernole, redattore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici.
Facendo ampio ricorso ai documenti ufficiali delle ambasciate inglesi e del Governo di Sua Maestà riportati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro libro “Il golpe inglese”, il dott. Vernole ha messo in evidenza la minaccia che Mattei rappresentava per gli interessi britannici e come l’Inghilterra, per tutelarli, sia ricorsa a tutti i mezzi a sua disposizione, compresa l’azione dei suoi servizi segreti. La minaccia più sentita da Gran Bretagna e Stati Uniti era costituita dai rapporti petroliferi e diplomatici che Mattei andò intrecciando con l’URSS e con la Cina maoista, spostando gradualmente l’Italia su posizioni neutraliste sempre più distanti dalla NATO, una deriva assolutamente intollerabile dal punto di vista anglo-statunitense.
Il dott. Vernole ha concluso il suo intervento evidenziando il persistere nel tempo dell’ostilità anglo-statunitense nei confronti dell’ENI, come dimostrano, tra gli altri, i messaggi confidenziali del 2008, recentemente rivelati da Wikileaks, dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli. Da questi emerge la contrarietà dell’amministrazione statunitense per i rapporti preferenziali coltivati con la Russia di Putin, che hanno permesso alla Gazprom di penetrare in Africa attraverso gli accordi dell’ENI con la Libia di Gheddafi e l’Algeria.
Pur essendo l’ENI di oggi lontano anni luce dal quel “Cane a sei zampe” sputafiamme, capace di sfidare le “Sette Sorelle” sotto l’audace guida del suo fondatore, essa continua a rappresentare una spina nel fianco per gli interessi anglo-statunitensi ogniqualvolta guarda a Est e a Sud in modo autonomo e conforme agli interessi nazionali.

A seguito dell’intervento del dott. Vernole, è stato proiettato un estratto video dello spettacolo teatrale dell’autore e attore Giorgio Felicetti “Mattei. Petrolio e fango”. Nell’introduzione all’incontro, i promotori avevano spiegato come nelle intenzioni originarie dell’associazione ci fosse quella di patrocinare l’allestimento dello spettacolo in questione presso un teatro cittadino ma, non avendo trovato la disponibilità in tal senso da parte di nessuno degli interlocutori interpellati, l’associazione si era decisa a organizzare comunque un’iniziativa per ricordare degnamente la figura di Enrico Mattei.
Particolarmente significativi sono i passaggi della rappresentazione teatrale che ricostruiscono magistralmente gli anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali Mattei, contro tutti e tutto – i poteri forti internazionali come USA e Gran Bretagna e i poteri forti interni come Enrico Cuccia e le “sacre” famiglie del capitalismo italiano – ha caparbiamente operato per risollevare le sorti dell’AGIP e poi edificare con l’ENI la più grande azienda italiana, impegnata per lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e del Nord Africa, dando vita a una forma di capitalismo compatibile con la solidarietà e l’anticolonialismo. Un video promozionale dello spettacolo di Giorgio Felicetti è consultabile su youtube.

Stante l’assenza dell’ultimo minuto del professor Nico Perrone, trattenuto a Bari da un forte attacco influenzale, è quindi intervenuto Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del “Master Enrico Mattei”. Il lungo e denso intervento del prof. Moffa, il quale ha toccato diversi aspetti della vita e dell’opera di Mattei, e il successivo botta e risposta con il pubblico sono disponibili integralmente sul canale video dell’associazione Eur-eka.