La pace va conquistata

clintonbill“Da dove comincia l’attuale Kosovo? Per me è iniziato dall’aeroporto di Zurigo – dove si fa scalo giungendo da Roma – all’imbarco per Pristina; lì presiedeva una moltitudine di facce anomale, quasi “incidentate” per la peculiare fisionomia storta e scomposta. Volti granitici, sgraziati e già vecchi, cui ne seguivano altri, quelli delle donne, che, fisse al seguito degli uomini, trovavano riparo sotto il velo: Schipetari, dunque. Di Serbi, a bordo, nemmeno l’ombra; eppure la terra verso cui viaggiavo e che distava poco più di un’ora, la abitano ancora, malgrado tutto e tutti, i Serbi del Kosmet, anzi è proprio la loro, quella terra, solo che a essi non è consentito partire e poi tornare come un qualsiasi cittadino della Comunità Europea o un serbo qualsiasi. Ecco perché la mia prima comprensione ha avuto origine in Svizzera, Paese che poco c’entra con le rovine del sacro Kosmet.
L’appartenenza di questa Provincia alla Serbia è inscritta ancora oggi non solo al catasto, ma nella Storia: fin dal Medioevo sbocciarono chiese e benedizioni, lotte sanguinose e fiere, fierissime sconfitte, tra cui spicca la Battaglia della Piana dei Merli (1389), che vide le truppe ottomane, guidate dal sultano Murad I, sconfiggere quelle cristiane del principe Lazar. Composte da 50.000 unità, le prime, e soltanto dalla metà, le seconde.
Fu una disfatta tremenda: perirono nobili e cavalieri – l’aristocrazia, dunque; nulla a che vedere con gli odierni mercenari – e venne aperta la via alla dominazione turca che, a distanza di cento anni, si sarebbe insediata nell’invitta memoria serba. Dalla rovinosa battaglia fiorirono un’epica e un’eredità irripetibili: non separarsi mai dal destino della propria terra, che, in tutto e per tutto, coincide con quello individuale e comunitario dei Serbi.
Ancora, tanta storia celeste è rintracciabile nelle spoglie immortali – il suo corpo che profuma di rose, dopo secoli, non ha mai preso la rigidità destinata a ogni comune mortale – del Santo Stefano Uroš, fondatore di Visoki Dečani, il monastero più importante, più assediato e più bello di tutto il Kosmet, meta di ogni pellegrinaggio del cristianesimo ortodosso, in cui si trova la rarissima, o forse unica, icona del Cristo con la spada: la pace va conquistata, non subita.
La geografia terrena, però, oggi spesso non coincide con quella spirituale ed è così che, attraversando Pristina – capitale per gli “indipendentisti”, semplice capoluogo per i Serbi – sembra di piombare nella modernità più consunta: palazzi in serie, negozi in franchising, macchine lussuose e ingombranti, night club e divertissement squisitamente occidentali. Addentrandosi nella città, ci si trova in boulevard Bill Clinton, in onore dell’ex presidente americano, che ha favorito la cacciata del popolo serbo e che sullo stesso viale gode persino di una statua, lì eretta nel 2009 per non dimenticare tanto favorevole “accordo” degli onnipresenti Stati Uniti.”

Il reportage di Fiorenza Licitra, Orizzonti dal Kosovo e Metohija, continua qui.

La disinformazione strategica come propaganda di guerra

disinfocompleto.inddDisinformazione strategica e psy-ops. La manipolazione mediatica dell‘opinione pubblica è funzionale alla costruzione di nuovi equilibri geopolitici a livello planetario. I casi di Cina, Romania, Cecoslovacchia, Iraq e Jugoslavia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Alle origini dell’aggressione militare della NATO contro la Libia. La disinformazione strategica come strumento politico per la costruzione mediatica del nemico e della “guerra umanitaria”. Il caso della destabilizzazione della Siria.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 2: La disinformazione strategica come propaganda di guerra. Analisi geopolitica degli scenari euroasiatico e mediorientale
di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

Strategia del disinformare, intervista rilasciata dall’autore alla “Gazzetta d’Asti” del 10 Gennaio 2014, è qui.

[La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no]

“Le mega-aziende USA dovrebbero pagare per la distruzione dell’Afghanistan”

I risarcimenti dovrebbero essere pagati da Halliburton, General Electric e da tutti i “contractor” militari che già hanno ricavato molti soldi dalla distruzione dell’Afghanistan e di altri Paesi, racconta l’analista di politica internazionale Caleb Maupin a RT.

RT: Un bambino di quattro anni è stato ucciso la settimana scorsa e adesso quest’ultimo incidente (sette bambini e una donna uccisa in un raid statunitente). Perché le truppe internazionali continuano a colpire zone residenziali se Karzai ha chiesto loro di non farlo?
Caleb Maupin: Le truppe non sono in Afghanistan per proteggere gli Afgani o per obbedire al governo locale. Sono lì per proteggere gli interessi delle banche e delle mega-aziende occidentali. L’intera storia dell’Afghanistan è una storia di un Paese saccheggiato. L’Afghanistan un tempo aveva la grande risorsa del legno, vaste aree forestali che furono tagliate dai britannici. E anche gli storici di destra ammetterebbero che il miglior periodo nella storia dell’Afghanistan è stato quello successivo alla rivoluzione del 1979, quando la popolazione dell’Afghanistan si ribellò e mandò via gli stranieri e cominciò uno sviluppo economico indipendente. E quella fu la storia gloriosa dell’Afghanistan. Furono poi gli Stati Uniti che finanziarono forze come quelle adesso di Al-Qaeda, per intervenire e fare a pezzi il governo rivoluzionario e democratico.
L’Afghanistan appartiene agli Afgani. Non è un Paese povero, ci sono tutti i generi di risorse minerarie e tutti i generi di ricchezza, ma le persone sono povere perché il controllo di queste risorse è nelle mani delle banche e delle mega-aziende occidentali. E questo il crimine che è successo. Questo genere di massacri sono davvero causati da interventi stranieri, puoi accorgertene ovunque essi accadano, nel Medio Oriente, in Africa, in Asia, ovunque.

RT: Le truppe statunitensi dovrebbero lasciare il Paese nel 2014, ma gli Stati Uniti vogliono un accordo di sicurezza che garantisca loro l’immunità dalle leggi locali. Alla luce di queste ultime uccisioni di civili, cosa dovrebbe accadere perché Karzai approvi tutto ciò?
CM: Il presidente Karzai, se rappresenta il popolo afgano, dovrebbe chiedere che vengano pagati al popolo afgano i risarcimenti per i così tanti crimini che lì sono stati commessi, per tutte le persone uccise, per tutte le vite perse, per tutta la povertà e la miseria create dall’intervento statunitense. E questi risarcimenti non dovrebbero provenire dai lavoratori americani, bensì dalla Halliburton, dalla General Electric e da tutti i “contractor” militari che già hanno ricavato molti soldi dalla distruzione dell’Afghanistan e di altri Paesi. C’è la necessità che i risarcimenti siano pagati al popolo afgano così che crimini del genere non restino impuniti.

RT: Se non ci sarà un accordo e le truppe statunitensi vanno via, non sarà poi più facile per gli insorgenti compiere attacchi terroristici e potenzialmente ucidere molti più civili?
CM: Questa è l’argomentazione che viene sempre avanzata dalle potenze straniere. Fanno sempre apparire che loro stanno invadendo il Paese solo perché si curano delle persone che si trovano sotto attacco. Ma in tutto il mondo si possono vedere i frutti degli interventi esteri degli Stati Uniti. Guardiamo alla Libia oggi – stanno meglio dopo che la NATO e gli Stati Uniti hanno deposto Gheddafi? L’Iraq sta meglio? O sta meglio il popolo dell’ex Jugoslavia?
Dovunque gli Stati Uniti vanno, dovunque le potenze straniere vanno e depongono un governo si crea povertà, miseria e sofferenza. Non rendono mai migliori le condizioni di vita della gente, e i popoli hanno il diritto di governare il proprio Paese. L’autodeterminazione è un diritto umano basilare e le truppe straniere dovrebbero lasciare l’Afghanistan.

RT: Ex ufficiali britannici di alto livello hanno espresso preoccupazione in merito alla possibilità di una presa del potere da parte dei Talebani se le truppe internazionali si ritirassero. Karzai vuole che accada questo?
CM: Non so cosa passi per la testa di Karzai, non ho questo genere di conoscenza. Tutto ciò che posso dire è che per gli ultimi 50 o 100 anni abbiamo visto quelli che sono i frutti dell’intervento occidentale. In nessun luogo essi hanno creato pace o lavoro o democrazia o eguaglianza o qualsiasi altra cosa avessero promesso. Dovunque essi sono intervenuti hanno reso la situazione peggiore. Hanno creato sofferenze di massa e vediamo questi massacri in atto e le vite che sono andate perdute. E’ un diritto basilare quello di governare il proprio Paese, quello di non avere truppe straniere di occupazione lì. Il popolo afgano ha quel diritto assolutamente. E i soldi che vengono spesi per l’occupazione dell’Afghanistan e opprimere il suo popolo dovrebbero essere spesi in lavoro, scuole, educazione per la fatiscente società qui negli Stati Uniti. Le scuole e gli ospedali stanno chiudendo, perché le nostre tasse pagate qui negli Stati Uniti vengono utilizzate per finanziare una guerra in un altro Paese? Nessuno ne beneficia. Lasciamo stare la popolazione degli Stati Uniti.

[Traduzione di M. Janigro]

Natale ortodosso in Kosovo Metohija

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“Dopo il giorno di ricorrenza dei morti a novembre, in Kosovo Metohija le genti hanno vissuto spiritualmente la ricorrenza del Natale ortodosso il 7 gennaio. E, come profonda tradizione nella cultura e spiritualità slava, e serba in questo caso, non c’e’ molta differenza tra credenti e laici; sono giorni ove ciascuno pur vivendoli in forme esteriori differenti, li vive interiormente come riflessioni/meditazioni nell’anima.
Di questo ne sono testimone oculare per vita vissuta con loro, con Padri, ferventi credenti o figure laiche di onesti socialisti, di profondi patrioti, di integerrimi sindacalisti, diversi tra loro per visioni di società o idee politiche, ma fratelli e sorelle, compagni di situazioni che abbiamo vissuto e condiviso insieme, ai limiti delle nostre stesse vite…ciascuno possiede nell’anima radici spirituali profonde e saldissime. Anche questo, piacendo o non piacendo a taluni esperti di Serbia virtuale, e’ il popolo serbo, e forse, ANCHE grazie a queste radici, che ha resistito per 17 anni alle aggressioni straniere ed ancora oggi resiste nel Kosovo.
Forse in modo ancora più profondo, ciò avviene nella tragica realtà dei serbi del Kosovo, prigionieri in una moderna forma di apartheid: le enclavi; una realtà dove nessuno dei diritti fondamentali dell’uomo sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e’ rispettato, ancor di meno quelli sanciti nei primi dieci Articoli dei Diritti dell’Infanzia. Nel momento in cui il Consiglio Europeo discute, minaccia, sanziona circa i diritti umani in Siria, nel Kosovo Metohija, stato artificiale ed illegale, il mondo dovrebbe vedere cosa ha inventato e mantiene: una società dove la profanazione di tombe di famiglia, di luoghi sacri, di monasteri e luoghi spirituali e’ quotidiana, e dove, da anni, vengono quotidianamente attaccati, vandalizzati, distrutti.”

I giorni della spiritualità e del raccoglimento vissuti nel Kosovo martoriato, di Enrico Vigna continua qui.
Il documento contiene anche le indicazioni necessarie per fare solidarietà concreta.

Kusturica: “Perché la NATO esiste ancora? Per combattere il terrorismo? E’ ridicolo!”

Mentre Bruxelles è coinvolta in una nuova campagna per portare altri Paesi nel suo contenitore, di fatto le divisioni fra nazioni si fanno più profonde. La chiamata per l’integrazione europea suona nelle piazze di Kiev e qualcuno teme che si possa trasformare in una espansione occidentale. Chi sa quale può essere la soluzione migliore? Oggi osserviamo questo scenario non con gli occhi di un esperto o di un politico. Abbiamo chiesto l’opinione di un grande artista sui cambiamenti che sono nell’aria: Emir Kusturica – regista, attore, scrittore e musicista è su SophieCo.

Sophie Shevardnadze: Emir Kusturica – regista, attore, scrittore e musicista – ti occupi di qualsiasi cosa. Bello averti oggi al nostro spettacolo. L’Ucraina ultimamente ha fatto notizia, tutti ne parlano, tu hai affermato che gli Ucraini stanno guardando allo scenario jugoslavo – quale preciso parallelo faresti tra Ucraina e Jugoslavia? Pensi che la guerra civile sia possibile?
Emir Kusturica: Non penso che arriverà una guerra civile perché il problema dell’Ucraina è principalmente “chi ci darà di più”, perché ho la sensazione che queste persone risvegliate dai loro colleghi europei siano molto disponibili ad accettare qualche buona offerta. Quindi questo nome artificiale di ciò che noi oggi chiamiamo NATO si sta di fatto espandendo.. o come usavano dire durante la Prima Guerra Mondiale “Drang nach Osten.” E oggi è molto visibile infatti che l’Unione Europea non significa la NATO ma di fatto essa vi è molto connessa.
Perché sto dicendo questo? Faccio l’esempio per cui, per ragioni strategiche, Bulgaria e Romania sono diventate Europa prima anche della Serbia e della Croazia. Cosa è l’Europa per me? L’Europa è un vecchio sistema che ci diede il Rinascimento e i più grandi raggiungimenti della civilizzazione giudeo-cristiana ed io sostengo tutto questo. Ma ogni volta, e questo succede qualche volta in un secolo, che arriva una crisi, allora si trova il modo formale per andare a prendere i beni che stanno dall’altra parte. Il mio problema, un piccolo problema, è capire questo: se, come dicono, l’attuale amministrazione con il presidente ha deciso al 100% di non entrare in Europa, non capisco se questo è un atto sincero di Yanukovych o se è di fatto una negoziazione, per cercare di ottenere di più dall’Europa. Ma il punto è che non otterranno mai soldi dall’Europa, perché l’Europa non può dar loro nulla. Continua a leggere

La Russia nel mirino della NATO globale

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Intervista di RT a Rick Rozoff, curatore di Stop NATO e dell’omonimo sito
(traduzione e collegamenti inseriti sono nostri)

RT: Quale è il problema se la NATO svolge più esercitazioni militari? Viviamo in un mondo pericoloso e l’esercizio rende efficienti, non è così?
Rozoff: Certo, dobbiamo contestualizzare le questioni. Se stiamo parlando delle più recenti esercitazioni militari della NATO sul Mar Baltico, le cosiddette operazioni o esercitazione Steadfast Jazz 2013. Dobbiamo considerare che si tratta della più vasta esercitazione militare congiunta svolta dalla NATO negli ultimi sette anni. Ed è stata tenuta in due Paesi che condividono i propri confini con la Russia -Lettonia e Polonia- con l’esplicito obiettivo di compattare la cosiddetta NATO Response Force, che è una forza militare globale di intervento. Si è inoltre svolta su larga scala: 6.000 soldati, con componenti aeree e navali così come di terra e fanteria in Paesi confinanti con la Russia. Non è un fatto di tutti i giorni, come i vostri commenti possono suggerire. Se qualcosa di analogo succedesse al confine americano, a dire in Messico e Canada, e soldati provenienti da 40 Paesi, tutti membri della NATO, e una serie di Paesi partner della NATO dovessero impegnarsi in esercitazioni militari congiunte sul confine americano, si sentirebbe qualcosa da Washington, ve lo assicuro. Peraltro non si tratta di un innocuo affare quotidiano di una o due nazioni che svolgono esercitazioni militari; si tratta del più grande blocco militare nella storia, onestamente parlando, con 24 Paesi membri, con oltre 70 Paesi partner nel mondo, che è oltre un terzo delle nazioni al mondo, e nell’ONU, ad esempio. Questa rappresenta un’ulteriore indicazione che il blocco militare guidato dagli USA, la NATO, ispira, prima di tutto, lo svolgimento di quelle che potrebbero essere interpretate come incaute e forse anche pericolose esercitazione militari vicino ai confini della Russia e allo stesso tempo progetta di sviluppare ulteriormente e dare una veste all’attivazione della propria forza internazionale di intervento.

RT: Queste esercitazioni non sono a buon mercato comunque – e molte nazioni europee non sono finanziariamente nella migliore forma. Ne vale davvero la pena per loro?
Rozoff: Certo che no, è un fantasma, una minaccia immaginaria che è stata contestata. Vale la pena notare che il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen e altri funzionari dell’Alleanza Atlantica incluso il vice Segretario Generale Alexander Vershbow, che è l’ex ambasciatore statunitense in Russia, hanno precisato che le esercitazioni militari svolte in Lettonia e Polonia erano dirette a consolidare i risultati conseguiti negli ultimi dodici anni in Afghanistan, dove la NATO, attraverso la missione ISAF, ha consolidato – sono le sue parole – l’operatività di forze militari provenienti da 50 diverse nazioni. I popoli europei, i cittadini dei rispettivi 26 Stati membri in Europa possono comprendere questo genere di stravaganza? No, certamente non possono. Così ciò che resta da credere è che gli Stati Uniti trovano il pretesto per utilizzare la NATO e sono pronti a sostenere la maggior parte dei costi derivanti dalle esercitazioni o dalla creazione delle installazioni militari, per rafforzare i propri interessi geopolitici in Europa e nel mondo.

RT: La NATO ha appena terminato le esercitazioni in Polonia e negli Stati baltici. C’è qualche ragione per la scelta di queste precise collocazioni?
Rozoff: Se vi riferite alla forza di risposta rapida, che è un dispositivo dell’Alleanza utilizzato presumibilmente per interferire quando la NATO interviene militarmente, come fa negli ultimi quattordiici anni fuori dalla sua area di responsabilità, l’autodichiarata zona di protezione dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Stiamo parlando ovviamente di una seria azione militare, seria come lo è la guerra, infatti. Quattordici anni fa nell’Europa sud-orientale, nella ex Jugoslavia, per gli ultimi dodici anni in Afghanistan, in Asia, e due anni fa in Libia e Nord Africa, poi hanno scelto un così delicato posizionamento di fronte alla Russia – gli Stati baltici, il confine nord-occidentale della Federazione Russa – a me sembra quasi come una provocazione. Ma la spiegazione ufficiale della NATO è che, essendosi ormai configurata come una forza militare internazionale per missioni che possono essere condotte in Africa, Medio Oriente, nel Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano, in Asia Meridionale e Centrale, adesso deve ristabilire la propria capacità di difendere gli Stati membri. Chi altri se non la Russia può essere presa di mira quando gli Stati NATO, e, nel caso di Lettonia e Polonia – devono essere in grado di difendere i nuovi Stati membri dell’Alleanza come Lettonia, Estonia, Lituania a Polonia – nessuna altra nazione potrebbe essere il potenziale aggressore in quel contesto se non la Russia. Perciò questa è un’aperta provocazione nei confronti della Russia.

RT: L’anno prossimo la NATO terminerà la sua missione di combattimento in Afghanistan, che è durata oltre un decennio. Che cosa faranno tutte queste truppe dopo il ritiro del 2014?
Rozoff: Ci sarà un periodo di riposo e recupero per le attuali forze terrestri. E considerate che i comandanti NATO in Afghanistan e i comandanti militari USA hanno discusso circa il mantenimento in territorio afghano di un numero tra gli 8.000 e i 14.000 soldati statunitensi e di altri Paesi NATO per un futuro indefinito. E ciò si aggiunge certamente all’intenzione statunitense di mantenere e forse anche espandere la propria presenza e la propria capacità bellica nelle grandi basi aeree che gli Stati Uniti hanno migliorato a Shandan, Kandahar, e le basi terrestri fuori dalla capitale Kabul, e così via. Pertanto ciò che la NATO evidentemente intende fare, e gli USA in primo luogo, è la compiuta integrazione delle strutture militari di oltre 50 Paesi – un evento molto importante, non c’è nulla di anche lontanamente paragonabile che sia avvenuto prima nella storia. Bisogna essere onesti riguardo ciò. In nessuna guerra, neanche nella Seconda guerra mondiale, c’è stata la presenza di personale militare da 50 Paesi, tanto meno da una sola delle parti in conflitto, tanto meno in un solo teatro di guerra e in un sola nazione. Perciò quello che la NATO ha fatto è stato usare i dodici anni di incerto impegno bellico in Afghanistan al fine di mettere in piedi una NATO globale, nei fatti. E una volta concluso questo percorso con il vertice dell’Alleanza svoltosi a Chigago, lo scorso vertice NATO del Maggio 2012, l’Alleanza ha annunciato la nascita di un altro programma di partenariato. E questo sarà il primo che non è geograficamente connotato, diversamente da quelli che riguardano il Golfo Persico, il Mediterraneo, la regione del Medio Oriente o l’Europa Orientale, il Caucaso, l’Asia centrale. Quest’ultima iniziativa della NATO comprende inizialmente otto nazioni appartenenti alla più grande regione dell’Asia-Pacifico: Iraq, Pakistan, Afghanistan, Nuova Zelanda, Australia, Giappone, Corea del Sud e Mongolia. La Mongolia anche, come il Kazakhistan, che è un membro del programma NATO Partenariato per la Pace, confina sia con la Russia che con la Cina. Ciò cui stiamo assistendo è che a dispetto di tutti i suoi sforzi per convincere il mondo che è diventata un’aggiunta all’ONU, o che costituisce in qualche modo un apparato per il mantenimento della pace, la NATO si è in realtà trasformata in una forza militare globale. Essa può avere una limitata capacità di allargamento, almeno non fino al punto che vorrebbe. Ma le sue intenzioni sono chiare. Il nuovo quartier generale della NATO in costruzione a Bruxelles, che costerà più di un miliardo di dollari, sarà concluso a breve. Bene, la NATO non ha intenzione di accettare un’altra limitazione al bilancio e altri fattori che possano giustificare il suo ridimensionamento, le sue ambizioni al contrario sono più grandiose di quanto siano mai state prima.

RT: Che cosa riserva il futuro per l’Organizzazione in generale? Come può continuare a contare ed essere una forza importante nel mondo?
Rozoff: Lo scopriremo al prossimo vertice di Berlino l’anno a venire, nel 2014. Ciò che sappiamo è che al vertice di Chigago dell’anno scorso, una delle più importanti fra le decisioni prese riguarda il cosiddetto sistema di missili intercettori con approccio adattativo graduale -inizialmente progettato dai soli Stati Uniti sotto l’amministrazione di George W. Bush e ora pienamente integrato con la NATO sotto l’amministrazione di Barack Obama – ha raggiunto la capacità operativa iniziale, con piani per installare infine centinaia di missili intercettori a raggio intermedio e medio a terra in Paesi come Romania e Polonia, e anche su cacciatorpedinieri e altri tipi di unità navali nel Mediterraneo. Alla fine, sospetto, nel Mar Baltico e nel Mar Nero, poichè gli Stati Uniti stanno usando ancora la NATO come un cavallo di Troia, per controllare non solo militarmente ma anche politicamente l’intera Europa Orientale, dal Mar Baltico al Mar Nero. Ogni singolo membro di quello che era il Patto di Varsavia, con l’eccezione della Russia, è ora parte a pieno titolo della NATO. Metà degli Stati appartenenti alla ex Repubblica di Jugoslavia sono adesso membri a pieno titolo della NATO. Vediamo quindi che gli Stati Uniti usano la NATO per estendersi militarmente da Berlino, al termine della Guerra Fredda fin fino al confine russo. E la cosa più allarmante ultimamente è che hanno intensificato i propri sforzi per incorporare l’Ucraina, che possiede un rilevante confine con la Russia, quale importante partner della NATO. L’Ucraina sta per unirsi alla forza di risposta rapida, così come Georgia, Finlandia e Svezia. La Svezia è l’unico fra questi Paesi a non avere un confine con la Russia. Finlandia, Ucraina e Georgia possiedono confini rilevanti. Quello cui assistiamo è che la NATO in un modo o nell’altro sta continuando la spinta verso i confini della Russia e di fatto l’accerchiamento militare della Federazione Russa.

Nel narco-staterello di Hashim Taci

kusavo flagKosovo. L’orrore diventa un film

Nel narco-staterello di Hashim Taci, il Kosovo e Metohija, si chiede in questi giorni di proclamare “persona non grata” il regista di fama mondiale Emir Kusturica perché intende a realizzare un film sulla tratta degli organi dei serbi fatta dai secessionisti schipetari dell’UCK. Kusturica ha affermato di non capire il nervosismo di Pristina perché non è stato lui a inventare questa storia, ufficialmente presentata da Dick Marty nel suo rapporto sui trattamenti inumani e i traffici d’organi dei serbi in Kosovo, relazione che puntava direttamente al premier kosovaro ed ex leader dell’UCK Hashim Taci, approvata il 16 dicembre 2010 dalla Commissione affari legali e diritti umani dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il film sarà realizzato basandosi su un romanzo di Veselin Dzeletovic intitolato “Il cuore serbo di Johann”. Si tratta della storia vera di un tedesco che porta nel petto il cuore di un serbo rapito dall’UCK e ucciso per strappargli il cuore e venderlo al mercato nero. Questo tedesco ha poi adottato il figlio della vittima. L’autore del romanzo ha parlato direttamente con l’uomo tedesco, molte volte, dal 2004 al 2007. Lo scrittore Dzeletovic racconta: “Sono andato nel Kosovo e Metohija a portare libri da donare e lì ho sentito parlare di una donna serba violentata da cinque schipetari e che si è suicidata non potendo più vivere con quel ricordo tremendo. Quella donna è stata la moglie di un mio amico rapito dagli schipetari nel 1999. Durante la sepoltura della poveretta, nel cimitero con molti monumenti distrutti dagli albanesi, c’era un tedesco che voleva aiutare materialmente la famiglia della donna perché aveva saputo da chi e come aveva avuto il suo cuore trapiantato. Voleva acquietare la propria coscienza. Intendeva donare una grossa cifra, ma dopo aver capito che il figlio della donna era rimasto solo, che non aveva fratelli né sorelle, ha deciso di adottarlo. Lo zio del ragazzo non accettava che il ragazzo diventasse tedesco e per questo il tedesco Johann accettò di convertirsi e diventare ortodosso per avere l’approvazione dello zio all’adozione. Il destino ha voluto invece quest’adozione. Oppure la volontà divina! Dunque, il tedesco stava nel povero cimitero ortodosso serbo vestito molto diversamente dalla gente del posto, cioè signorilmente. Seguiva i funerali con una certa distanza aristocratica e gli stava accanto in ogni momento un agente della BND cioè della Bundesnachrichtendienst (servizio informazioni federale della Repubblica Federale Tedesca). Ad un certo momento il ragazzo, la cui mamma veniva seppellita, si mise ad abbracciare le gambe di quel tedesco e disse ad alta voce: “Papà”. Il ragazzo istintivamente ha riconosciuto il cuore del suo padre in un altro uomo. È una storia tragica che non può lasciare indifferente nessuno. Tutti i fatti del mio romanzo sono veri tranne i nomi dei personaggi e del villaggio”. Il romanzo di Dzeletovic offre anche delle informazioni che nessuno voleva pubblicare finora, neppure Dick Marty. Per esempio, le operazioni del trapianto non venivano fatte in Albania, ma in Italia. I serbi rapiti venivano portati in Albania per essere uccisi secondo gli ordini che arrivavano: i loro organi venivano estratti in Albania con i metodi più crudeli e poi trasportati in frigoriferi in Italia. Sono stati usati i motoscafi con i quali si raggiungeva l’Italia in meno di tre ore. Le basi logistiche di questi traffici loschi sono state poste prima dell’aggressione della NATO alla Serbia, quando i figli dei poveri d’Albania venivano venduti agli italiani ricchi ancora prima del 1999. In tal modo sono stati stabiliti i primi contatti con i contrabbandieri cementati poi con i traffici illegali di sigarette e di droga. Ricordiamo che il testimone protetto K-144 del Tribunale dell’Aia dichiarò: “Io so di almeno 300 reni e di altri 100 organi estratti ai rapiti del Kosmet. Si estraevano anche il fegato e i cuori. Un rene si vendeva da dieci a cinquanta mila marchi tedeschi… Hashim Taci prendeva l’80% del guadagno che lui spartiva poi con altri comandanti dell’UCK…” Nella televisione irachena, un certo sceicco Bahramin si è vantato, nel 2000 ,d’aver avuto un cuore nuovo in Turchia. Diceva di stare benissmo e gli dispiaceva solo un fatto: il cuore era di un serbo cristiano. L’autore del romanzo “Il cuore serbo di Johann” ha detto d’aver incontrato recentemente un funzionario dell’Eulex e che era possibile che le indagini si sarebbero ampliate all’Italia e alla Germania. Comunque sia, Kusturica dice che girerà questo suo film in Russia, dove ha tanti amici che gli daranno una mano a realizzarlo. Ovviamente l’Europa, e specialmente i Balcani, compresi l’Albania e la stessa Serbia con la sua provincia del Kosovo e Metohija, cioè i territori dove sono avvenuti questi crimini, non sono un palcoscenico dove è possibile girare un film su questi delitti orrendi, anche se è stato comunque possibile commettervi questi crimini genocidi, non immaginabili da una mente normale. E con l’assoluta complicità di Bruxelles e di Washington.
Dragan Mraovic

Fonte

Un’aspirina al giorno

“L’11 marzo 2006, alle 10:00, a 65 anni, Miloševic veniva trovato morto nella sua cella situata a Scheveningen, all’Aja, Paesi Bassi, mentre il suo processo per presunti crimini di guerra era in pieno svolgimento, con la presentazione delle prove della difesa. Secondo i patologi olandesi, la causa della morte fu un arresto cardiaco. Oltre alla autopsia, un’analisi tossicologia venne richiesta. Secondo i funzionari dell’Aja, la salute di Miloševic aveva iniziato a peggiorare bruscamente e progressivamente quando era iniziato il processo, ed era sotto costante supervisione da parte di “personale medico altamente qualificato”.
L’autore, tuttavia, ha scoperto il fatto che solo un medico generico e un infermiere componevano l’intera squadra del centro di detenzione dell’Aja composto da ‘personale medico altamente qualificato’. De Ruiter rivela anche che la ‘terapia’ che Miloševic ricevette durante il primo anno di detenzione, consisteva in una singola aspirina al giorno, nonostante il fatto che fosse noto che soffrisse di problemi cardiaci e di pressione alta. L’avvocato di Miloševic, Zdenko Tomanovic, afferma che d’allora la salute del suo cliente venne sistematicamente erosa.
Quando il presidente Miloševic morì, lo specialista russo Dr. Leo Bokeria, del famoso Istituto Bakulev, rivelò ai media: “Negli ultimi tre anni abbiamo sempre insistito, senza successo, che Miloševic venisse ricoverato in un ospedale per essere correttamente diagnosticato. Se a Miloševic fosse stato consentito l’accesso a una qualsiasi clinica specialistica, avrebbe avuto un trattamento adeguato e avrebbe vissuto molti anni.”
All’inizio di maggio 2003, un gruppo di tredici medici tedeschi inviarono al tribunale un testo, esprimendo la loro preoccupazione per la salute di Miloševic e l’assenza di un trattamento adeguato. Ma tutti i suggerimenti dei medici specialisti vennero scartati e una terapia adeguata rimase indisponibile. Inoltre, non vi fu alcuna risposta a questa e ad altre proteste scritte dallo stesso gruppo di medici.
Dopo un anno di trattamento della miracolosa aspirina quotidiana come panacea per malattie cardiovascolari, un gruppo di medici messo su dai burocrati del tribunale emise la seguente diagnosi: danni secondari a vari organi e pressione estremamente alta che in determinate condizioni potrebbe portare a ictus, arresto cardiaco e coronarico o morte prematura. In contrasto con questi risultati, il procuratore generale dell’Aja Carla del Ponte, che sembrava saperne di più, affermò che secondo lei Miloševic “stava eccezionalmente bene”.
L’analisi medica nel 2005 aveva mostrato la presenza di sostanze chimiche “sconosciute” presenti nei sangue di Miloševic, che annullavano gli effetti dei farmaci per la pressione alta. A causa di questa scoperta, Miloševic chiese di essere curato da specialisti russi. Anche se il governo russo il 18 gennaio 2006 offrì la garanzia che Miloševic sarebbe stato messo a disposizione del tribunale, dopo le cure, la richiesta di Miloševic venne negata a febbraio. Poche settimane dopo era già troppo tardi: Miloševic subì l’annunciato e atteso infarto. Tra gli altri, De Ruiter cita la conclusione della rivista olandese Obiettivi: “Il fatto stesso che i giudici [Robinson, Kwon e Bonomy] si rifiutassero di dar seguito alla sua richiesta di cure, è sufficiente motivo per sporgere denuncia contro il Tribunale per omicidio premeditato.”
Ulteriori sospetti vennero sollevati dal fatto che le ripetute richieste della famiglia di Miloševic, di un’autopsia indipendente al di fuori dei Paesi Bassi, vennero negate e ignorate. Robin de Ruiter cita anche la dichiarazione di Hikeline Verine Stewart di Amnesty International, che ha sottolineato che la morte prematura di Miloševic era stata conseguenza diretta dei farmaci controindicati trovati nel suo sangue. “Siamo certi che siano la causa della morte. La morte per cause naturali è assolutamente fuori questione“, disse.”

Da Chi ha ucciso Slobodan Miloševic e perché, sul testo di Robin de Ruiter, pubblicista e storico olandese, di prossima pubblicazione in Serbia e disponibile anche in lingua tedesca in formato kindle.

Un’amicizia molto pericolosa

alleati
Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Gli epigoni di Adolf Hitler

“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”

Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.

Amnesty per l’occupazione?

Ashley Smith spiega cosa c’è dietro le contorsioni politiche di Amnesty International

La maggior parte delle persone associa Amnesty International con la lotta alla tortura, la protesta contro la pena di morte e l’impegno per la liberazione dei prigionieri politici. Conosciuta per queste importanti campagne, nell’ultimo decennio Amnesty si è opposta alla guerra in Iraq e ha chiesto la chiusura del campo di reclusione americano presso la Baia di Guantanamo, a Cuba.
Pertanto, gli attivisti contro la guerra presenti a Chigago durante il vertice della NATO dello scorso Maggio sono stati scioccati dal vedere che Amnesty International USA ha ricoperto le fermate degli autobus cittadine con manifesti che recitavano: “Diritti Umani per le donne e le ragazze in Afghanistan: NATO, sostieni il progresso!”.
Ancora peggio, Amnesty USA ha organizzato di sua iniziativa un “vertice ombra” in contemporanea con quello della NATO, ospitando Madeleine Albright, il famigerato Segretario di Stato di Bill Clinton, che sarà sempre ricordata per la sua cinica risposta alla domanda – postale durante la trasmissione 60 Minutes – circa le sanzioni contro l’Iraq degli anni novanta. Il corrispondente Lesley Stahl chiese, “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Sono ancora di più di quelli morti a Hiroshima. Ne valeva la pena?”, la Albright rispose “Penso sia stata una scelta molto difficile, ma crediamo ne valesse la pena”.
Con una vera e propria criminale di guerra quale sua relatrice speciale, il vertice ombra di Amnesty USA ha lanciato una campagna come se auspicasse una estensione dei “buoni lavori” della NATO in Afghanistan. I suoi relatori e i materiali promozionali riciclavano la giustificazione “femminista” dell’invasione e dell’occupazione militare tipica di George Bush – che la NATO avrebbe liberato le donne dall’oppressione dei Talebani.
Amnesty USA dice in una “Lettera aperta ai presidenti Obama e Karzai”: “Oggi, tre milioni di ragazze vanno a scuola, in confronto praticamente a nessuna sotto i Talebani. Le donne costituiscono il 20% dei laureati. La mortalità materna e quella infantile sono diminuite. Il 10% di giudici e procuratori sono donne, rispetto a nessuna durante il regime dei Talebani. Questo è ciò che intendiamo per progresso: i miglioramenti per i quali le donne hanno lottato durante l’ultimo decennio”.
Si faccia un confronto con la propaganda della NATO: “In dieci anni di collaborazione, le vite di uomini, donne e bambini afghani sono migliorate significativamente per quanto riguarda la sicurezza, l’educazione, la cura della salute, il benessere economico e il rispetto di diritti e libertà. C’è da fare di più, ma siamo determinati a lavorare insieme per assicurare il sostanziale progresso che abbiamo realizzato nel passato decennio”.
Semplicemente non c’è alcuna differenza.

La verità sulle donne durante l’occupazione della NATO
Queste affermazioni sono ridicole. L’occupazione NATO dell’Afghanistan ha sviluppato un regno del terrore nei confronti di tutta la popolazione del Paese, infliggendo repressione, attaccando le feste di matrimonio e appoggiando il Presidente burattino Hamid Karzai e il suo corrotto regime di signori della guerra.
Anche il New York Times ammette che non c’è stato praticamente alcun sviluppo. Un suo editoriale riporta: “Secondo la Banca Mondiale, circa il 97% del PIL dell’Afghanistan, pari a 15,7 miliardi di dollari, viene dall’aiuto internazionale militare e allo sviluppo e dalle spese effettuate nel Paese dalle truppe straniere.”
Ogni affermazione di funzionari statunitensi o della NATO circa il miglioramento delle condizioni degli afghani dovrebbe essere valutata con profondo sospetto. Nella più recente esposizione delle loro bugie circa lo sviluppo, un’ìnchiesta del Congresso ha rivelato che l’ospedale Dawood, finanziato dagli USA, ha imprigionato i suoi pazienti in “condizioni stile-Auschwitz”. Come ha riferito Democracy Now!: “Fonti anonime dell’Esercito hanno diffuso fotografie scattate nel 2010 che mostrano pazienti severamente trascurati, affamati all’ospedale Dawood, considerato il gioiello della corona del sistema sanitario afghano, dove è trattato il personale militare del Paese. Le foto mostrano pazienti molto emaciati, alcuni sofferenti di cancrena e ferite infestate da vermi”.
Le condizioni delle donne in Afghanistan non costituiscono un’eccezione a questo quadro generale. Né la NATO né il regime di Karzai hanno migliorato i diritti delle donne – Karzai ha firmato una normativa che conferisce ai mariti il potere di costringere a far sesso e privare di cibo le proprie mogli. Come Sonali Kolhatkar, fondatrice della Missione delle Donne Afghane, e Mariam Rawi, dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, hanno scritto: “Sotto i Talebani, le donne erano confinate nelle proprie case. Non veniva loro permesso di lavorare o frequentare la scuola. Erano povere e senza diritti. Non avevano accesso all’acqua pulita o alle cure mediche, ed erano costrette ai matrimoni, spesso ancora bambine. Oggi, nella maggior parte dell’Afghanistan le donne vivono nelle stesse precise condizioni, ma con una notevole differenza: sono circondate dalla guerra.”
Dopo più di un decennio di occupazione militare, l’aspettativa media di vita per le donne afghane è pari a 51 anni. Il Paese è ultimo al mondo nella classifica della mortalità sia materna che infantile. L’UNICEF riferisce che il 68% dei bambini con meno di cinque anni soffre di malnutrizione.
Con l’inizio delle operazioni di controguerriglia volute da Obama, le condizioni per le donne sono drammaticamente peggiorate, non migliorate. “Il conflitto alle soglie di casa” scrivono Kolhatkar e Rawi “mette in pericolo le loro vite e quelle delle loro famiglie. Non porta loro diritti nell’ambito domestico o nella vita pubblica, e le rinchiude ulteriormente nella prigione costituita dalle loro stesse abitazioni”.
Ecco perché Malalai Joya, ex membro del Parlamento afghano, presume che l’unica buona cosa che USA e NATO possano fare è andarsene dal suo Paese. In una dichiarazione durante la dimostrazione contro il vertice NATO, ella ha detto: “In Afghanistan abbiamo molti problemi – il fondamentalismo, i signori della guerra, i Talebani. Ma avremmo una migliore probabilità di risolverli se avessimo la nostra auto-determinazione, la nostra libertà, la nostra indipendenza. Le bombe della NATO non daranno mai democrazia e giustizia all’Afghanistan o a nessun altro Paese”.

Per chi conosce l’inglese, la lettura può continuare qui.
Scoprirà, fra le altre cose, che lo scorso mese di Gennaio è stata designata quale nuovo direttore esecutivo di Amnesty International USA la signora Suzanne Nossel, fresca da un incarico al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, paladina dell’”interventismo umanitario” insieme a Samantha Power, Susan Rice e la stessa Clinton.
Non prima di essere stata assistente dell’ambasciatore USA presso l’ONU Richard Holbrooke ai tempi dei bombardamenti della NATO sull’ex Jugoslavia e direttore operativo di Human Rights Watch (HRW), nonché di aver inventato il termine “smart power”, assunto da Hillary Clinton quale parola d’ordine della politica estera a stelle e strisce durante l’amministrazione Obama.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Chi dice umanità cerca di ingannarti

“Le moderne “democrazie” ufficialmente non fanno più la guerra a nessuno. La guerra, questo “orrore assoluto” condannato da tutte le parti e con ogni mezzo (politici, preti, cultura, scuola, musica, cinema ecc.), sembra una cosa arcaica, confinata nel passato, come se la Seconda guerra mondiale – come c’indottrinano i demenziali “libri di testo”- segnasse uno spartiacque tra un mondo “prima” e un mondo “dopo la guerra”, quest’ultimo percepito come quello della “pace perpetua”. E se, com’è constatabile da chiunque, conflitti armati esistono ancora (anzi, ve ne sono sempre di più!), lo si dovrebbe solo al fatto che la “democrazia” non è arrivata dappertutto a portare “pace e bene”… Di questo sofisma sono perfettamente convinti i suoi apologeti sciocchi e autoreferenziali, le marionette che si agitano nel teatrino della “fabbricazione del consenso”; certo di meno i suoi astuti e scaltri pupari… La “pace mondiale” di “un mondo senza guerre” – che non ha niente a che vedere con la Pace interiore con la “P” maiuscola – è difatti un vecchio sogno di costoro, a fini di dominio planetario, e a tale scopo hanno istituito le farisaiche Nazioni Unite (e prima la Società delle Nazioni) con tutte le agenzie collegate che veicolano il medesimo messaggio nei differenti domini dell’esistenza.
Intendiamoci, per attaccare un “nemico” c’è sempre stato bisogno d’individuare qualche buon motivo propagandistico da proporre ai propri sudditi. Ma fino alla Seconda guerra mondiale, però, si trattava ancora di guerra tra Stati, e non di “operazioni di polizia internazionale” (dove un “poliziotto planetario” – democratico – castiga un “gaglioffo”), quindi poteva anche bastare l’aizzamento sciovinistico quale, ad esempio, quello che additava nella “barbarie tedesca” il sacro movente per mandare al macello milioni di esseri umani.”

La “strage di civili”: l’immancabile prologo della “guerra umanitaria”, di Enrico Galoppini continua qui.

La favola della “comunità internazionale” ha fatto il suo tempo

“Cosa sarà mai questa famosa “comunità internazionale” che pontifica, ordina e minaccia a tutto spiano? “Internazionale”, quand’ero piccolo, pensavo volesse dire “tra nazione e nazione”, quindi “tra (tutte) le nazioni”. Che bello, tutti i popoli che decidono insieme per il bene dell’umanità! E invece no, con gli anni mi sono reso conto che questa “comunità internazionale” fa solo disastri, spargendo dolore e morte: ha distrutto lentamente l’Iraq, poi ha bombardato all’uranio impoverito la ex Jugoslavia, poi ha invaso con futili pretesti (“catturare Osama”) l’Afghanistan e l’Iraq, e nel frattempo se n’è sempre fregata del massacro dei palestinesi.
Ma davvero dei palestinesi carne da macello se ne fregano “tutte le nazioni”? Se la “comunità internazionale” non batte ciglio, sembrerebbe proprio così. Non è che piuttosto fanno finta di nulla – per non dire che ci godono – solo alcune nazioni, o meglio solo alcuni individui senza scrupoli che si sono arraffati il diritto di “rappresentarle”? Un ingenuo potrebbe pensare che se la “comunità internazionale” s’è sempre rifiutata di far qualcosa per fermare Israele, e Israele – ce lo insegnano a scuola – è il “bene incarnato”, ciò è senz’altro giusto e sacrosanto. O che comunque un motivo convincente ci dev’essere. Se uno però è un tantino avveduto si accorge che la stessa “comunità internazionale” decide – con criteri incomprensibili razionalmente – se un programma nucleare, il medesimo programma nucleare, è “pacifico” o no, come se disponesse di un “mandato divino” per attribuire a questo o a quel governo la patente di “pericolo pubblico numero uno”. Stabilisce anche se si dev’essere messi sotto torchio dalle “politiche di austerità” del FMI, certamente per “il bene dell’economia”. Punta il dito, decreta sanzioni, minaccia e ringhia. Impone di rifare elezioni a destra e a manca, o meglio dove arrivano i suoi tentacoli. E questa piovra trova anche il tempo di devastare una nazione prospera come quella libica.
Ma allora, mi chiedo, davvero “tutte le nazioni” – convenzionalmente chiamate dai media lecchini “comunità internazionale” – sono diventate così folli e perverse? Possibile che siano sempre d’accordo per seminare distruzione e desolazione? O non sarà forse che dietro questa altisonante definizione si nascondono solo alcune nazioni “più internazionali” di altre?”

Follie dell’arroganza occidentale: una “comunità internazionale” in minoranza nel mondo!, di Enrico Galoppini continua qui.

[Il riferimento al veto posto da Russia e Cina in sede ONU è assolutamente voluto]

Colonizzare attraverso le Costituzioni


“Una Costituzione nazionale agisce come il DNA di un Paese. Le Costituzioni sono il documento centrale ed il nucleo fondamentale di tutte le leggi nazionali che regolano le funzioni di governo, le divisioni del potere interno, l’economia nazionale, le relazioni estere, le posizioni nazionali su trattati bilaterali e internazionali, le relazioni militari, gli standard monetari, gli investimenti e il commercio. Le costituzioni dei nuovi Paesi “liberati” sono state progettate per sovvertirli politicamente ed economicamente. La Costituzione bosniaca è un esempio primario di questo processo. Tale carta è stata redatta come parte di un più ampio accordo di pace conosciuto come gli Accordi di Dayton, che sono stati scritti in una base militare nordamericana in Ohio e furono firmati nel 1995. L’Accordo di Dayton e l’accettazione di una Costituzione redatta all’estero hanno di fatto trasformato la Bosnia-Erzegovina in un protettorato moderno. In base alla nuova Costituzione, un nuovo quadro politico ed economico e un nuovo modello sono imposti in Bosnia-Erzegovina sotto l’occhio vigile dei soldati della NATO. Secondo la Costituzione bosniaca il Paese è diventato legalmente gestito da non-bosniaci e il capo effettivo del governo bosniaco è divenuto la persona che ricopre la carica di Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. L’Alto rappresentante non è un cittadino bosniaco ed è effettivamente un governatore coloniale dato che è un funzionario di Bruxelles, assegnato dall’Unione Europea. L’Alto Rappresentante è stato anche simultaneamente il rappresentante speciale dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina dal 2002. Allo stesso tempo, il Vice Rappresentante è sempre venuto da Washington. Il capo della Banca Centrale bosniaca è anch’esso uno straniero, selezionato da Washington, Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale. La Banca Centrale della Bosnia è ormai diventata una subordinata al sistema bancario degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale e non può nemmeno operare un credito o definire la propria valuta in base alle direttive della Costituzione. Prima che il Kosovo dichiarasse ufficialmente la propria indipendenza nel 2008, la situazione era identica anche lì. Dal 1999, la politica fiscale ed economica in Kosovo è stata dettata e governata da Washington e Bruxelles. UNMIK ha anche scollegato il Kosovo dalla sua unità economica con la Jugoslavia, sostituendo il dinaro jugoslavo con il marco tedesco il 9 settembre 1999. UNMIK ha inoltre incoraggiato la popolazione del Kosovo a fare affari utilizzando le valute estere, tra cui il dollaro statunitense, che ha creato benefici per Washington ed i suoi alleati dell’Europa occidentale. Nonostante il fatto che sia ancora ufficialmente parte della Jugoslavia e della Serbia, il Kosovo potrebbe anche passare all’euro e l’UNMIK non ha mai nutrito l’idea di una moneta locale in Kosovo.
Il processo di colonizzazione in Afghanistan e in Iraq non è diverso dal modello applicato nella ex Jugoslavia. Questi processi iniziano tutti con una nuova autorità in materia che viene imposta dopo una guerra o un’invasione. Le nuove amministrazioni poi riconfigurano i territori occupati e creano nuove Costituzioni nazionali. Le economie nazionali sono destabilizzate dalla violenza, le divisioni sono alimentate da catalizzatori stranieri, e i Paesi iniziano a dissolversi come entità coesa. Infine sono stabilite colonie o protettorati che includono guarnigioni militari imperiali in forma di basi militari oltreoceano USA e NATO. Questa infrastruttura di basi militari è simile a quelle dei territori di frontiera nel passato impero romano. Nel 2003, un amministratore straniero è stato anche nominato dall’autorità anglo-americana nell’Iraq occupato dalla Casa Bianca. Costui ha occupato inizialmente il posto di direttore provvisorio dell’Ufficio per la ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria (ORHA), che poi si è evoluto nell’Autorità provvisoria della coalizione. Il supervisore della seconda amministrazione  di transizione in Iraq è stato chiamato con molti nomi, tra cui rappresentante speciale in Iraq, alto rappresentante in Iraq, amministratore della Coalition Provisional Authority, governatore dell’Iraq, console dell’Iraq, e proconsole dell’Iraq. Gli ultimi due titoli, quelli di console e proconsole dell’Iraq, sono nomi che derivano direttamente dai libri di storia e sono stati utilizzati dai Romani. Andando avanti, l’amministratore della Coalition Provisional Authority ha servito uno scopo simile, come l’Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. Secondo l’amministratore della coalizione tutta una serie di riforme avrebbero dovuto avere luogo e nel 2004 una Costituzione ad interim conosciuta come la Legge amministrativa di transizione è stata arbitrariamente imposta in Iraq. La centralità di una nuova Costituzione era così importante per il governo degli Stati Uniti che nel 2005 un parlamentare iracheno, Mahmoud Othman, ha dichiarato: «Ci hanno dato una proposta dettagliata, quasi una versione completa di una Costituzione. [...] I funzionari degli Stati Uniti sono più interessati alla Costituzione irachena che gli iracheni stessi». Una Costituzione nazionale, in base alla legge amministrativa di transizione, serviva a legittimare la de-centralizzazione dell’Iraq che ha condotto alla creazione di un fragile sistema federale e il programma di quasi immediata privatizzazione che l’Autorità provvisoria della coalizione aveva già avviato nel 2003 con l’ordine no. 39 dell’Autorità provvisoria. L’art. 10 della Costituzione afghana, che è stato scritta nel 2004, ha anche spinto per un mercato privato che ha ufficialmente portato all’inizio di un programma eterodiretto di privatizzazione nel 2006, concretizzatosi nella liquidazione ad acquirenti stranieri della maggior parte dei beni statali dell’Afghanistan e delle sue risorse. Lo stesso modello è previsto per la Libia, destinata a diventare un nuovo protettorato dopo che la guerra della NATO in Nord Africa si sarà conclusa. Il Consiglio di transizione a Bengasi, che è supportato dalla NATO, come quello per la liberazione del Kosovo (KLA), ha già creato una nuova banca centrale e una nuova società petrolifera nazionale poste sotto l’influenza straniera.”

Da Privatizzazione e costruzione dell’”Impero”, di Mahdi Darius Nazemroaya in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2 del 2011, pp. 47-49.

[Dello stesso autore:
La globalizzazione del potere militare: l’espansione della NATO
Il “Grande Gioco” del XXI° secolo
Demonizzazione politicamente motivata]

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

26 Novembre 2011

L’operazione di guerra della NATO contro la Libia, ideologicamente giustificata con la retorica dei diritti umani e della democrazia – che in Italia ha trovato nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il suo maggiore ed indefesso sostenitore in quanto rappresentante più autorevole del “partito americano” – ha raggiunto l’obiettivo che fin dal primo giorno si era fissato – e che ha sempre cercato di mascherare grazie alla copertura di tutti i mass media occidentali della NATO e dei suoi intellettuali di punta – ovvero l’uccisione del capo del governo della Giamahiria Muammar Gheddafi, e dei suoi stretti collaboratori, omicidio indispensabile per ottenere quel “regime change” che le centrali del potere atlantico si erano prefissati di ottenere fin dall’inizio della guerra.
“La Libia è stata infatti vittima di un’ennesima aggressione della NATO, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della NATO, attraverso il comando AFRICOM), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui)
Il 20 Ottobre, il ritornello propagandistico della “protezione dei civili” si è frantumato platealmente: Muammar Gheddafi è stato deliberatamente ucciso nella sua città natale di Sirte, dopo aver eroicamente resistito fino all’ultimo, fra la sua gente, alla guerra totale scatenata dalla NATO. La dinamica della morte del Colonnello, oltre a confermare l’integrità e lo spirito libero del capo della Giamahiria, esemplifica bene quelle che sono state le caratteristiche di questa guerra criminale, ovvero una guerra a guida USA/NATO in cui i ratti libici del CNT hanno fatto solo da bassa manovalanza: i droni americani hanno individuato e sparato al convoglio su cui viaggiava il colonnello, aerei francesi sono arrivati in supporto a bombardare, truppe a terra delle SAS britanniche hanno coordinato i ribelli e li hanno accompagnati a ridosso delle macerie; a quel punto i ratti qaedisti della NATO hanno provveduto a finire i giochi nel modo orripilante che tutti abbiamo avuto modo di vedere.
Dopo la morte di Gheddafi può cominciare ufficialmente la ripartizione della “torta libica” da parte delle grandi potenze della NATO, con USA, Francia e Inghilterra in testa; ma la resistenza lealista è tutt’altro che doma, guidata da Saif Al Islam Gheddafi e dalle tribù che gli hanno rinnovato fedeltà. E’ pertanto certo che, in un modo o nell’altro, con questa o con quella copertura giuridica, le forze militari dei Paesi NATO non lasceranno la presa sulla Libia, coinvolgendo in questo compito di “stabilizzazione” anche l’Italia, che non avrà margine per sottrarsi.
La NATO ha pertanto raggiunto il suo obiettivo in Libia. Ora a chi tocca? Le mire sembrano essere tutte dirette alla Siria. “Da Marzo 2011, si è scatenata infatti la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc. etc. Non importa che i disordini siano in realtà dovuti anche qui a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico. Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’“Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un Paese sovrano, laico e socialista, se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei Paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?” (testo ripreso da qui)
Questo stato di sudditanza dell’Italia alla NATO e agli USA trova la sua più clamorosa ed evidente testimonianza nelle oltre 113 basi NATO-USA presenti sul territorio italiano, da dove vengono coordinate e dirette le operazioni militari nel Mediterraneo e in Africa, compresa quella di Libia.
“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 Agosto a Roma e di quella del 15 Ottobre a Milano, hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quelle manifestazioni, allargandone la piattaforma, per organizzare un nuovo presidio unitario a sostegno della resistenza lealista in Libia, della Repubblica Araba di Siria e per la sovranità dell’Italia.

E’ perciò convocato un:
PRESIDIO A NAPOLI,
VICINO ALLA BASE NATO DI BAGNOLI,
SABATO 26 NOVEMBRE 2011,
DALLE 14.30 ALLE 16.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE 15.30,

PER CHIEDERE:
1. La fine immediata di qualsiasi tipo di sostegno e coinvolgimento militare italiano in Libia e da tutte le missioni per conto della NATO e degli Stati Uniti d’America;
2. Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;
3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del Paese da parte della NATO.
4. Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA, come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione.

PER MANIFESTARE:
1. Il nostro appoggio alla resistenza lealista e alla popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, e all’occupazione della NATO.
2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’Occidente e dalle squallide campagne mediatiche dei media della NATO.
3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali e che disprezza i propri politici servi e traditori.

Per aderire, scrivere a 26novembre2011@libero.it.

Modalità di svolgimento, luogo e regole del presidio sono qui

AZ 1611

Ieri sera, sull’aereo da Roma a Bari (AZ 1611, 30 settembre 2011, 19h45m), le stelle han voluto che sedessi accanto a… Luciano Violante. Ci trovavamo in nona fila, io sul corridoio di destra, lui su quello di sinistra. Nella fioca luce, dopo un po’ mi convinco che è proprio quel curato – in effetti identico a come lo ricordavo in TV… lo stesso abito scuro che immagino non cambi da qualche decennio – immerso in un gomitolo di quotidiani che sottolineava e/o cerchiava veloce-vorace con un matitone giallo (penso sia quella l’unica vera lettura dei politici, mediadipendenti quant’altri mai). Alla fine lo vedo riporre il malloppo nella cartella da magistrato e mi permetto di chiedergli se è, appunto, chi suppongo. Mi risponde gentilissimo che sì, è proprio lui, non mi sbaglio. Gli domando allora, entrando immediatamente in medias res, di chi sia la responsabilità legale per la guerra dell’Italia contro la Libia. Deglutisce un nanosecondo e bofonchia trattarsi di un passo obbligato e semiautomatico dal momento che il nostro Paese è membro dell’Organizzazione Terroristi Nordatlantici. Gli faccio notare che avremmo potuto almeno fare come la Germania… gli occhietti si perdono acquosi dentro gli occhiali… e poi comunque, automatico o non automatico, ‘sto atto che ha dato il via, anche da parte nostra, a crimini di guerra e contro l’umanità, all’assalto proditorio nei confronti di un Paese libero già straziato da noi negli anni Trenta, l’avrà pur ratificato qualcuno, no?… Ah sì, certo, ammette… stiamo per atterrare… se va sul sito della Camera, scriva nel motore di ricerca Libia, ci clicchi sopra e vedrà in che sessione il Parlamento ha approvato… anzi la nostra partecipazione è stata anche ri-finanziata… non si potevano tradire le alleanze internazionali… ah, dico: complimenti!… e invece il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista firmato congiuntamente da Berlusconi e da Gheddafi due anni e mezzo fa, quello invece sì, vero?… in automatico!… baffi al culo!… come con l’Austria… senza vergogna… meglio: svergognàti fino al midollo… ormai siamo in piedi, stiamo per uscire, lui è in fila davanti a me, prete-toga della Casta magnamagna di destracentrosinistra ormai al sicuro, con le orecchie serrate… gli dico che la sinistra è ancora peggio della destra, che non dimentico i bombardamenti sulla ex-Jugoslavia e che io, Joe Fallisi, tenore anarchico, denuncerò tutti, uno per uno, i responsabili della nostra entrata in guerra, lui compreso. Va avanti impassibile e scompare. In una cekastanzetta del suo cervello, intanto, lo scrivano di turno ha annotato il mio nome.
Joe Fallisi

La guerra dell’Italia alla Libia: una sporca faccenda

L’italianissimo Alessandro Londero, titolare della “Hostessweb“, con un gruppo di volontari il 4 Agosto scorso era a Zlitan, a riprendere con la sua videocamera gli edifici della città libica, a 150 km da Tripoli, distrutti dall’aviazione di Unified Protector.
Il 7, assieme ai suoi collaboratori sarà a Tripoli.
Non potrà quindi fornire una documentazione degli effetti del secondo bombardamento della NATO sui quartieri di recente costruzione, che ospitano la metà della popolazione locale che ha raggiunto i 200.000 residenti, né partecipare a disseppellire dalle macerie i corpi di 85 tra anziani, donne e bambini colpiti in una località (Majer) a un tiro di sputo da Zlitan che verranno composti in sacchi di plastica e allineati dai soccorritori a fianco di una moschea.
I feriti gravi, oltre 67, saranno evacuati verso l’ospedale di zona.
Lo farà, trasportandosi dietro osservatori indipendenti e inviati della stampa accreditata a Tripoli, il portavoce della Jamahiriya Mussa Ibrahim a distanza di 24 ore dalla partenza di Alessandro e del suo gruppo.
Inutile dire che di questa nuova strage della NATO non si è visto ne sentito nulla nei TG, né è stata pubblicata un sola foto sulle pagine dei quotidiani nazionali.
E’ apparso solo qualche trafiletto nelle pagine “esteri” per dare spazio al comunicato di Unified Protector di… accertamenti in corso.
L’inviato della RAI a Tripoli ormai si è eclissato da tempo. Mediaset e La7 non ne hanno mai spedito uno in Libia.
La Farnesina ha invitato le redazioni televisive e delle carta stampata a stare lontano dalla Jamahiriya di Gheddafi per motivi di “sicurezza“, dopo aver notificato ai direttori di rete l’impossibilità per il Gruppo di Crisi di poter offrire qualunque tipo di assistenza in caso di emergenza.
Il black out dalla Jamahiriya rimane così per ora pressochè totale. Continua a leggere

De minimis non curat praetor

Ora che i giudici della Corte Penale Internazionale dell’Aja, accogliendo la richiesta del procuratore Louis Moreno Ocampo, hanno spiccato un mandato di arresto per crimini contro l’umanità nei confronti di Muammar Gheddafi, del figlio Seif al Islam e del capo dei servizi segreti libici Abdellah Senussi, risultano più che mai pertinenti le considerazioni svolte dallo studioso di diritto internazionale Danilo Zolo, in una recente intervista che riproduciamo qui (grassetti nostri).

“Esiste il rischio che un’azione della Corte Penale Internazionale (CPI) sia controproducente per la soluzione di una crisi o possa esacerbare sopiti contrasti interni ad un paese?
Non vedo in questo momento rischi di questo tipo. La Corte Penale Internazionale ha svolto sinora un’attività giudiziaria molto ridotta, limitandosi ad una serie di indagini marginali nel Nord Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana. Si tratta di aree molto lontane dall’epicentro geopolitico dei conflitti che oggi impegnano le grandi potenze occidentali. A mio parere sono altri gli aspetti severamente criticabili nell’attività della Corte, in particolare della Procura. Il Procuratore Moreno Ocampo si è finora distinto per il suo ossequio nei confronti delle potenze occidentali, anzitutto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Egli non ha esitato ad archiviare ben 240 denuncie formalmente presentate alla Procura contro i crimini commessi in Iraq dalle truppe angloamericane nel 2003.
Nonostante ne avesse piena competenza, in particolare nei confronti della Gran Bretagna, Ocampo non ha avviato alcuna indagine ed è ricorso ad una motivazione grottesca dell’archiviazione delle denuncie. Esse erano immotivate, ha sostenuto, poiché non tenevano conto dell’assenza di qualsiasi “intenzione dolosa” da parte delle milizie anglo-americane che avevano aggredito e poi occupato l’Iraq. A suo parere la strage di decine di migliaia di persone innocenti era stata involontaria. Quanto alla recente incriminazione e condanna del presidente del Sudan, Omar Al-Bashir, giuristi autorevoli e ben informati come Antonio Cassese hanno giudicato del tutto infondata la decisione della Procura. In sostanza, Moreno Ocampo si profila sempre più come una brutta copia dell’ex Procuratore del Tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia, Carla del Ponte. Entrambi sembrano destinati a passare alla storia della giustizia internazionale come magistrati pesantemente condizionati dalla volontà delle potenze occidentali.
Non a caso la competenza a intervenire in Sudan era stata attribuita a Ocampo dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante che il Sudan non fosse sottoposto alla giurisdizione della Corte. E questa operazione era stata voluta dagli Stati Uniti, che avevano preteso e ottenuto in cambio che i militari e i civili statunitensi presenti in Sudan venissero sottratti alla giurisdizione della Corte. Siamo ancora una volta di fronte ad una giustizia al servizio delle grandi potenze del pianeta: una “giustizia dei vincitori”.

Pensa che l’intervento della CPI durante la crisi libica contro Gheddafi abbia contribuito ad escludere una soluzione diplomatica del conflitto?
La soluzione diplomatica del conflitto libico non solo non è stata mai voluta da nessuno, ma si è voluto esattamente il contrario e cioè scatenare una guerra di aggressione sotto le vesti dell’intervento umanitario. Non è un caso che a usare la forza sia rapidamente intervenuta (illegalmente) la NATO e che tuttora la NATO stia usando la forza in una guerra vera e propria che molto probabilmente durerà ancora per molti mesi.
In realtà l’intervento della Corte Penale Internazionale nella questione libica non è stato che un’escamotage degli Stati Uniti e dei loro alleati. Si trattava di dare un aspetto di legalità internazionale ad una guerra di aggressione totalmente contraria alla Carta delle Nazioni Unite, in particolare alla prescrizione del comma 7 dell’art.2: nessuno Stato può intervenire con la forza per risolvere questioni interne ad un altro Stato. La disponibilità del procuratore Ocampo era ovviamente scontata. Nonostante che gli Stati Uniti non avessero riconosciuto la Corte Penale Internazionale, il 26 febbraio l’ambasciatrice statunitense Susan Rice aveva sollecitato il Consiglio di Sicurezza a incaricare il procuratore Ocampo di un immediato intervento. Ocampo non si aspettava niente di meglio: accolto l’invito, ha provveduto con una rapidità eccezionale (il 3 marzo) a dichiarare colpevoli di crimini contro l’umanità otto cittadini libici, fra i quali figuravano, oltre a Gheddafi, il figlio Saif al Islam e il capo dell’intelligence Abdullah al Senoussi. “Le prove sono enormi”, aveva solennemente dichiarato il procuratore, senza minimamente indicare le ragioni della sua certezza. De minimis non curat praetor…

La Corte Penale Internazionale si propone come organo di giustizia globale eppure Stati Uniti e Israele non hanno intenzione di ratificare il trattato che la legittima, mentre Russia e Cina, facenti parte del Consiglio di Sicurezza ONU, non hanno aderito alla Corte. Un organo giudiziario così costituito può dirsi globale? Quali alternative propone per il diritto internazionale? È possibile una “regionalizzazione” della giustizia?
La Corte Penale Internazionale non è sorta come un organo di giustizia penale “globale”. La Corte è stata creata come una istituzione giudiziaria sulla base di un libero accordo internazionale fra un certo numero di Stati. La competenza della Corte non solo non ha effetti retroattivi, ma è tale che per intervenire la Procura deve di volta in volta accertare che all’interno dello Stato pertinente non sia già in atto un’attività investigativa. In questo caso la Procura deve sostanzialmente astenersi. Non va inoltre dimenticato che l’articolo 16 dello Statuto della Corte attribuisce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – di fatto agli Stati Uniti – la facoltà di impedire o sospendere le iniziative della Procura della Corte. Dunque, nessun “globalismo” della giustizia internazionale e, almeno per ora, nessuna alternativa e nessuna “regionalizzazione”. L’egemonia mondiale degli Stati Uniti non cede. Nonostante i rischi economico-finanziari che attanagliano la potenza americana, il suo strapotere militare è per ora insuperabile.”

Il Tribunale NATO dell’Aja contro Ratko Mladic

“Con la consegna di Mladic la “nuova“ Serbia supera due delle tre condizioni, che la cosiddetta comunità internazionale, leggasi potenze occidentali (USA, UE, FMI, Banca Mondiale etc…) ed il suo braccio armato, la NATO, avevano posto ai governi “democratici” e da loro finanziati, sostenuti e diretti. La prima di natura simbolica per umiliare storicamente il forte senso di identità e dignità nazionali, permeanti la storia e l’anima dei serbi: essa era legata alla Resistenza fatta dalla Jugoslavia (prima RFSJ e poi dalla RFJ) contro le aggressioni ed alla sua distruzione negli anni ’90, quindi consegna dei latitanti al TPI dell’Aja per l’ex Jugoslavia, l’ammissione di colpa per i cosiddetti “crimini di guerra“ effettuati nelle guerre fratricide di quegli anni e accettazione della colpa come “popolo”. La seconda era di natura più politica ed economica, le privatizzazioni selvagge, la svendita delle industrie, il liberismo selvaggio, lo smantellamento dello stato sociale, incentrare le politiche economiche verso l’entrata nella UE ed il mercato occidentale, abbandono dei mercati russi e cinesi come prospettiva, ecc. Ora si va verso la terza condizione, quella delle trasformazioni più strutturali: l’aspetto giuridico, quindi leggi europeizzate; riforma dei corpi militari, sia di polizia che dell’esercito, ridotto quasi di un terzo; cambiamento dello Stato di Diritto; ordinamenti interni sia politici che economici, standardizzati alla UE; abbandono delle rivendicazioni sul Kosovo e accettazione dello status quo, ecc..”

Dal Dossier Ratko Mladic, a cura di Enrico Vigna, che potete leggere qui.

Demonizzazione politicamente motivata

Una campagna di demonizzazione importante è in corso contro il Sudan e il suo governo. È vero, il governo sudanese di Khartoum ha avuto un record negativo per quanto riguarda i diritti umani e la corruzione dello Stato, e nulla poteva giustificare questo. Per quanto riguarda il Sudan, condanne selettive o mirate sono state attuate. Ci si dovrebbe, tuttavia, chiedere perché la leadership sudanese è presa di mira dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, mentre la situazione dei diritti umani in diversi clienti sponsorizzati dagli Stati Uniti tra cui l’Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, e l’Etiopia sono casualmente ignorate.
Khartoum è stato diffamata come una oligarchia autocratica colpevole di genocidio mirato sia in Darfur e Sud Sudan. Questa attenzione deliberata sullo spargimento di sangue e l’instabilità nel Darfur e nel Sud Sudan è politica e motivata dai legami di Khartoum con gli interessi petroliferi cinesi.
Il Sudan fornisce alla Cina una notevole quantità di petrolio. La rivalità geo-politica tra Cina e Stati Uniti per il controllo delle forniture energetiche mondiali e africane, è il vero motivo per il castigo del Sudan e il forte sostegno dimostrato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dagli ufficiali israeliani alla secessione nel Sud Sudan. E’ in questo contesto che gli interessi cinesi sono stati attaccati. Ciò include l’attacco dell’ottobre 2006 alla Greater Nile Petroleum Company di Defra, Kordofan, da parte della milizia del Justice and Equality Movement (JEM).
(…)
Direttamente o tramite proxy (pedine) in Africa, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e Israele sono i principali architetti degli scontri e dell’instabilità sia in Darfur che in Sud Sudan. Queste potenze straniere hanno finanziato, addestrato e armato le milizie e le forze di opposizione al governo sudanese in Sudan. Esse scaricano la colpa sulle spalle di Khartoum per qualsiasi violenza, mentre esse stesse alimentano i conflitti al fine di controllare le risorse energetiche del Sudan. La divisione del Sudan in diversi Stati è parte di questo obiettivo. Il Supporto al JEM, al Sud Sudan Liberation Army (SSLA) e alle altre milizie che si oppongono al governo sudanese da parte degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e d’Israele è orientato al raggiungimento dell’obiettivo di dividere il Sudan.
E’ anche un caso che per anni, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e l’intera UE, con la scusa dell’umanitarismo stiano spingendo al dispiegamento di truppe straniere in Sudan. Hanno attivamente sostenuto il dispiegamento di truppe NATO in Sudan sotto la copertura di un mandato di peacekeeping delle Nazioni Unite.
Si tratta della rievocazione delle stesse modalità utilizzate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea in altre regioni, in cui i Paesi sono stati suddivisi a livello informale o formale e le loro economie ristrutturate dai proxy installati da governi stranieri, sotto la presenza di truppe straniere. Questo è quello che è successo nella ex Jugoslavia (attraverso la creazione di numerose nuove repubbliche) e nell’Iraq occupato dagli anglo-statunitensi (attraverso la balcanizzazione soft tramite una forma di federalismo calcolato, volto a definire uno Stato debole e de-centralizzato). Le truppe straniere e una presenza straniera hanno fornito la cortina per lo smantellamento dello Stato e l’acquisizione estera delle infrastrutture, risorse ed economie pubbliche.
(…)
La balcanizzazione del Sudan è legato anche al Piano Yinon, che è la continuazione dello stratagemma britannico. L’obiettivo strategico del Piano Yinon è quello di garantire la superiorità israeliana attraverso la balcanizzazione del Medio Oriente e degli Stati arabi, in Stati più piccoli e più deboli. E’ in questo contesto che Israele è stato profondamente coinvolto in Sudan. Gli strateghi israeliani videro l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno Stato arabo. È per questo che l’Iraq è stato delineato come il pezzo centrale per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. The Atlantic, in questo contesto, ha pubblicato un articolo nel 2008 di Jeffrey Goldberg “Dopo l’Iraq: sarà così il Medio Oriente?”. In questo articolo di Goldberg, una mappa del Medio Oriente è stato presentata, che seguiva da vicino lo schema del Piano Yinon e la mappa di un futuro in Medio Oriente, presentato dal Tenente-colonnello (in pensione) Ralph Peters, nell’Armed Forces Journal delle forze armate degli Stati Uniti, nel 2006.
Non è neanche un caso che da un Iraq diviso a un Sudan diviso, comparivano sulla mappa. Libano, Iran, Turchia, Siria, Egitto, Somalia, Pakistan e Afghanistan erano presentati anch’esse come nazioni divise. Importante, nell’Africa orientale nella mappa, illustrata da Holly Lindem per l’articolo di Goldberg, l’Eritrea è occupata dall’Etiopia, un alleato degli Stati Uniti e d’Israele, e la Somalia è divisa in Somaliland, Puntland, e una più piccola Somalia.
In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno Stato curdo e due Stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Ciò è stato ottenuto attraverso la balcanizzazione morbida del federalismo nell’Iraq, che ha permesso al Governo regionale del Kurdistan di negoziare con le compagnie petrolifere straniere per conto suo. Il primo passo verso l’istituzione di ciò fu la guerra tra Iraq e Iran, che era discussa nel Piano Yinon.
(…)
Dall’Iraq all’Egitto, i cristiani in Medio Oriente sono sotto attacco, mentre le tensioni tra musulmani sciiti e sunniti sono alimentate. L’attacco a una chiesa copta di Alessandria, il 1° gennaio 2011, o le successive proteste e rivolte copte non dovrebbero essere considerati isolatamente. Né la furia successiva dei cristiani copti espressasi nei confronti dei musulmani e del governo egiziano. Questi attacchi contro i cristiani sono legati ai più ampi obiettivi geo-politici di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele e NATO sul Medio Oriente e sul mondo arabo.
Il Piano Yinon precisa che se l’Egitto viene diviso, il Sudan e la Libia sarebbero anch’esse balcanizzate e indebolite. In questo contesto, vi è un legame tra il Sudan e l’Egitto. Secondo il Piano Yinon, i copti o cristiani d’Egitto, che sono una minoranza, sono la chiave per la balcanizzazione degli Stati arabi del Nord Africa. Così, secondo il piano Yinon, la creazione di uno Stato copto in Egitto (sud Egitto) e le tensioni cristiani-musulmani in Egitto, sono dei passi essenziali per balcanizzare il Sudan e il Nord Africa.
Gli attacchi ai cristiani in Medio Oriente sono parte delle operazioni di intelligence destinate a dividere il Medio Oriente e il Nord Africa. La tempistica degli attacchi crescenti ai cristiani copti in Egitto e il processo per il referendum nel Sud Sudan, non è una coincidenza. Gli eventi in Sudan ed Egitto sono collegati l’uno all’altro e sono parte del progetto per balcanizzare il mondo arabo e il Medio Oriente. Essi devono anche essere studiati in collaborazione con il Piano Yinon e con gli eventi in Libano e in Iraq, nonché in relazione agli sforzi per creare un divario sunniti-sciiti.
(…)

Da La balcanizzazione del Sudan: ridisegnare Medio Oriente e Africa del Nord, di Mahdi Darius Nazemroaya.

[grassetti nostri]

MPRI Inc., il nonno di Blackwater

“Zivka Mijic non vuole pesare sulle persone con i suoi problemi – cosa che sarebbe comunque impraticabile, a meno che l’altra persona parli serbo – ma lei vuole che la storia tragica di quello che ha subito la sua famiglia sia detto in un tribunale federale di un sobborgo di Chicago. “Se avessi anche un cucchiaio da laggiù, mi piacerebbe appenderlo sul muro per ricordare”, ha detto Mijic, 46 anni. Suo figlio Branislav Mijic, 23 anni, traduce. Alternando tra le parole di sua madre e sue, Branislav spiega perché i Mijic non hanno ricordi della loro patria.
Il 4 agosto 1995, proiettili di artiglieria iniziarono a cadere su un villaggio in Krajina, dove i Mijic vivevano in quella che era stata la Jugoslavia prima che i conflitti etnici la facessero a pezzi. I Mijic legarono i loro cavalli Soko e Cestar a un carro e si unirono alla folla di profughi. Erano le 2 del mattino, il fuoco di artiglieria illuminava un vicino che viaggiava con loro. Fu decapitato da un proiettile in arrivo. “Se tu non ci sei stato, non puoi capire come ci sentissimo“, ha detto Zivika, che vive con il marito, Nedeljko, 46 anni, tre figli e una sorella in una casa modesta a Stickney, non diversa da quelli limitrofe, ad eccezione per i ricordi amari che ospita. In un certo senso, la saga dei Mijic è un denominatore comune delle esperienze degli immigrati: cacciati all’estero da guerre, povertà o oppressione, le famiglie si rifanno una vita in America. Ma c’è un imprevisto, anche se difficile da dimostrare, ad acuire la storia dei Mijic: la class-action recentemente presentato a Chicago, di cui Zivka è parte, sostiene che mercenari statunitensi erano dietro la loro sofferenza.
Come i loro avvocati hanno avuto modo di vedere, durante la guerra dei Balcani degli anni ‘90, gli USA iniziarono ad “esternalizzare” una parte del lavoro sporco della guerra e della diplomazia ai contractor privati. Sostengono che dietro l’attacco della mattina, che i croati soprannominarono “Operazione Tempesta“, vi era una società di consulenza della Virginia-settentrionale, chiamata MPRI Inc., costituita da ex alti ufficiali militari statunitensi, che includeva l’architetto capo dell’Operation Desert Storm di pochi anni prima, in Iraq.
Quello che i Mijic e altri serbi in Croazia hanno subito, i loro avvocati sostengono, è una di prova del tipo di strategia brutale orchestrata successivamente in Iraq, dalla ormai famigerata società Blackwater Worldwide, un altro imprenditore privato militare, le cui guardie di sicurezza sono state accusati dal Dipartimento di Giustizia, nel 2008, di aver ucciso almeno 17 civili iracheni durante uno scontro a fuoco nell’anno precedente. “MPRI è il nonno di Blackwater”, ha detto Robert Pavich, uno degli avvocati che rappresentano i Mijic e gli altri serbi. MPRI è stata acquisita nel 2002 da un altro imprenditore della difesa, L-3 Communications. Dipendenti della L-3 dicono che la causa è senza fondamento. “La causa è senza merito, e L-3 intende difendersi vigorosamente contro queste accuse. Oltre a ciò, la società non ha alcun commento aggiuntivo da fare in questo momento“, ha detto la portavoce di L-3, Jennifer Barton, in una dichiarazione via e-mail.”

L’articolo di Ron Grossman continua qui.

Kosovo dei giorni nostri

“Coscienti della sempre più ristretta area di interesse mediatico che ha oggi la situazione in quell’area balcanica, perseveriamo nel fornire informazioni e documentazioni.
Perché, molti si possono chiedere? Pensiamo che ci sono almeno quattro motivi concreti per continuare questo impegno:
1) E’ un area geograficamente a noi contigua come Paese, e ciò che vi accade o vi può accadere, non può non riguardare i Paesi intorno, perché qualsiasi evoluzione o involuzione della situazione lì, ha conseguenze dirette o indirette, in tutti gli aspetti: politici, economici, militari, sociali, nel nostro Paese e nella nostra società. E, come si può comprendere dalla lettura degli avvenimenti e della situazione, è un area potenzialmente esplosiva e foriera di nuove violenze e conflittualità, che possono destabilizzare politiche ed equilibri internazionali, in cui l’Italia e tutti noi, saremo obbligatoriamente coinvolti.
2) E’ un area di scontro geopolitico e geostrategico nel confronto tra logiche politiche imperialiste e potenze che non accettano la subordinazione a queste. In concreto, nel Kosovo vi è anche un confronto sottile ma frontale tra gli interessi strategici della potenza Russia e quelli di USA/NATO/Occidente… che non coincidono. Quali che saranno gli sviluppi l’Italia ne sarà parte, anche perché interni all’apparato militare NATO, con tutto ciò che ne conseguirà.
3) Perché lavorare per la verità, significa lavorare per la giustizia, e senza verità non vi può essere giustizia. E senza giustizia non vi può essere pace per i popoli. Quindi un lavoro per la pace e l’amicizia tra i popoli, è una prospettiva concreta di impegno per un mondo e un futuro migliore per i nostri figli.
4) Per un lavoro di Memoria Storica, perché non bisogna mai dimenticare che l’Italia è direttamente responsabile per la situazione e le sofferenze della gente di quell’area, in quanto Paese aggressore nel 1999, e con le sue 1381 missioni militari di bombardamenti, ha contribuito alla devastazione e immiserimento di quelle genti. E in questo Paese chiamato Italia, è una forma culturale e storica, NON fare i conti con la propria storia e le proprie responsabilità storiche, come è stato sempre uso nella storia, per ogni popolo e Paese.”

Editoriale di Kosovo Notizie – n.3 – Autunno 2010, a cura del Forum Belgrado – Italia.

13 Maggio 1999

Il 5 Novembre 2010 comincerà il processo di appello per i fatti avvenuti oltre dieci anni fa, il 13 Maggio 1999, nei pressi del consolato statunitense di Firenze. Quel giorno migliaia di persone parteciparono a una manifestazione contro la guerra in Jugoslavia, che si concluse appunto sotto il consolato. Vi fu un breve concitato contatto fra le forze dell’ordine e i manifestanti, per fortuna senza conseguenze troppo gravi, se non alcuni manifestanti contusi, fra cui una ragazza che dovette essere operata ad un occhio.
Nessuno, sul momento, fu fermato o arrestato, ma in seguito vi furono identificazioni e denunce. Si è arrivati così alle condanne di primo grado, molto pesanti per i 13 imputati: ben sette anni, per le accuse di resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Nel dibattimento si sono confrontate le tesi – molto divergenti – delle forze dell’ordine e dei manifestanti.
Non intendiamo sindacare le procedure legali, né esprimere giudizi tecnico-giuridici sulla sentenza, ma ci pare che le pene inflitte in primo grado e le loro conseguenze sulla vita delle persone imputate, siano del tutto sproporzionate rispetto alla reale portata dei fatti.
Non vi furono, il 13 Maggio 1999, reali pericoli per l’ordine pubblico o per l’incolumità delle persone, e non è giusto – in nessun caso – infliggere pene pesanti, in grado di condizionare e stravolgere l’esistenza di una persona, per episodi minimi: perciò esprimiamo la nostra pubblica preoccupazione in vista del processo d’appello, convinti come siamo che la giustizia non possa mai essere sinonimo di vendetta e nemmeno strumento per mandare messaggi “esemplari” a chicchessia.
Seguiremo il processo e invitiamo la cittadinanza a fare altrettanto, perché questa non è una storia che riguarda solo 13 persone imputate, ma un passaggio significativo per la vita cittadina e per il senso di parole e concetti che ci sono cari, come democrazia, giustizia, equità.

I primi firmatari dell’appello “Giustizia ed equità per chi manifestò contro la guerra” sono qui.

La guerra di Bosnia sotto falsa bandiera

Si infittiscono ormai da qualche tempo gli interventi di quanti sono lieti di avallare le tesi “ufficiali”, per cui la guerra di Bosnia fu la follia di “psicopatici nazionalisti” (Radovan Karadzic, il poeta pazzo in primis, e si sa che tra poeti ed acquarellisti la differenza è poca …), oggi finalmente a giudizio grazie alla caparbietà di pochi magistrati coraggiosi (vedi Carla Del Ponte, che ha pure scoperto gli orrori della “casa gialla” in Kosovo, “Oh my God!”).
(…)
Tra questi articoli rievocativi, spicca quello del 1 luglio 2010 di Azra Nuhefendic, “Al mercato di Markale” (strage del 28 agosto 1995), in cui si cerca di smentire quanto attestato dai fatti (ma che le cronache, anche successive, si guardarono bene dal riportare), e cioè che le due terribili stragi al mercato di Sarajevo (decisive per orientare l’opinione pubblica internazionale e, di conseguenza, per giustificare i bombardamenti della NATO contro i serbi che stavano vincendo la guerra) non furono opera dei serbo-bosniaci.
L’articolo cita il colonnello russo, Andrei Demurenko, esperto in balistica e capo del personale Unprofor a Sarajevo, estensore di un rapporto che provava l’ impossibilità di colpire Markale con i mortai dalle posizioni serbe (guarda caso la CNN sapeva dell’evento e si trovava lì prima del massacro, ma non era stata “avvisata” dai serbi).
Esistono anche degli schizzi tecnici che questo colonnello russo aveva fatto e che vennero inquadrati, al momento della ricostruzione degli avvenimenti, dalla televisione serba.
Dopo pochi giorni Demurenko fu però rimandato a casa e la relazione venne nascosta (se la tenne per due settimane Kofi Annan nel suo cassetto privato) il tempo sufficiente per accusare falsamente i serbi e decidere quali ulteriori provvedimenti adottare contro di loro.
Il colonnello russo non può certo negare un documento da lui stesso prodotto e non dubito l’abbia mai fatto, come sostiene Nuhefendic, perché si trattava di un professionista che non accettava di raccontare bugie, al contrario di molti ufficiali della NATO, spesso sbugiardati.
Lo stesso analista militare britannico, Paul Bever, che pure raccontò di 4 ordigni di mortaio da 120 millimetri lanciati dai serbi e che caddero vicino alla zona del mercato senza provocare vittime, ammise l’1 ottobre 1995 che la deflagrazione fu cinicamente provocata dai musulmani per influenzare i negoziati di pace.
Probabilmente c’erano cinque pacchi di esplosivo sotto le bancarelle, attivati a distanza, mentre la CNN registrava in diretta.
Il “Sunday Times” parlò allora di una quinta granata da mortaio devastante (e non proveniente dalle postazioni serbe), che però difficilmente avrebbe potuto provocare una strage di tali proporzioni.
Invece tutto il mercato fu colpito da più esplosioni che provenivano da vari punti sotto le bancarelle, al punto che lo stesso Bever scrisse che si doveva dubitare anche della precedente strage di Markale (67 morti il 5 febbraio 1994), come testimoniato peraltro dal delegato speciale per la Bosnia delle Nazioni Unite, Jasushi Akashi, poi costretto alle dimissioni.
(…)

Da Le verità sulla Bosnia che non si possono raccontare: “Al mercato di Markale”, di Stefano Vernole.
[grassetto nostro]

Marchionne in Serbia

A chiarirci le idee è arrivato tempestivamente Sergio Marchionne, che ha annunciato l’intenzione della FIAT di spostare la propria produzione in Serbia, dove la “tassazione sarebbe minore”.
Non a caso, uno dei rari autori a scrivere con cognizione di causa sulla vicenda kosovara, diversi anni fa notò come: “L’obiettivo mancato di allontanare Milosevic dal potere, non fa che ritardare un programma occidentale che vede nella Serbia un formidabile fornitore di manodopera, oltretutto una manodopera molto qualificata e a buon mercato. Secondo studi recenti, la manodopera serba, con un salario doppio di quello che percepisce attualmente, costerebbe dieci volte meno di quella immigrata in Europa. Inoltre la sua vicinanza con i mercati europei ridurrebbe enormemente le spese di trasporto. In questo modo per il mercato mondiale del lavoro la Serbia diventerebbe molto più appetibile dell’Estremo Oriente” (Sandro Provvisionato, UCK: l’armata dell’ombra, Gamberetti, Roma, 1999).
Come giustamente rilevato nell’ultimo importante discorso tenuto dallo stesso Milosevic, le potenze occidentali fecero guerra al presidente jugoslavo come pretesto per colpire la Serbia e trasformarla in un paese del Terzo Mondo: oggi questo concetto dovrebbe essere chiaro anche a quei lavoratori italiani che nei prossimi mesi verranno lasciati a casa, grazie alle “munifiche” opportunità offerte dalla delocalizzazione produttiva degli stabilimenti FIAT.
Come in un gioco ad incastro, la questione serba e quella del Kosovo e Metohija, in particolare, rappresentano un esempio significativo della strategia globalizzatrice a guida statunitense, che vorrebbe uniformare tutti i popoli del pianeta ai dettami del nuovo ordine mondiale-multinazionale, perché ne riassume le principali motivazioni di carattere economico (dominio del libero mercato), geopolitico (occidentalizzazione del mondo) e militare (influenza atlantista).
Vedremo nei prossimi mesi se le potenze eurasiatiche saranno in grado di bloccare questa offensiva e quali saranno le loro mosse, aldilà delle inevitabili dichiarazioni di condanna per il pronunciamento della Corte giunte in queste ore.

Da La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT, di Stefano Vernole.

L’Europa è in una posizione detestabile

S. V.: Cosa manca secondo lei all’Europa per rendersi autonoma dal controllo che gli Stati Uniti esercitano attraverso la NATO? Non sarebbe ora, approfittando della crisi economica statunitense e delle offerte russe di un nuovo assetto militare europeo, di sganciarsi definitivamente dalla tutela a stelle e strisce? Le difficoltà europee sono di tipo culturale o si può parlare di un vero e proprio tradimento delle sue classi dirigenti, come in occasione dell’aggressione della NATO alla Federazione Jugoslava?
A. de B.: Il realismo obbliga a riconoscere che non esiste attualmente alcuna volontà dell’Europa di rendersi autonoma. Se questa volontà esistesse, l’Europa probabilmente avrebbe i mezzi per raggiungerla. L’Europa potrebbe essere la prima potenza economica a livello mondiale, potrebbe rafforzare la complementarietà assolutamente naturale con la Russia, sia a livello industriale che tecnologico, con ovvie conseguenze sul piano geopolitico. Ma i dirigenti europei, visibilmente, non lo vogliono. Essi ripetono in continuazione che la questione della finalità della costruzione europea non è mai stata posta, perché non vi è accordo tra i vari governi nazionali dell’UE. La loro idea di Europa alternativa è molto semplice: un’Europa commerciale che costituisca un grande mercato transatlantico con gli Stati Uniti, con frontiere ed obiettivi geopolitici molto limitati a livello mondiale, mentre non vogliono un’Europa autonoma e potente che giochi un ruolo quale polo regolatore della globalizzazione. Si tratta di due finalità estremamente differenti e praticamente opposte. Un ruolo negativo nella mancanza di autonomia dell’Europa lo gioca l’ideologia dominante a livello mondiale, cioè la logica del profitto capitalista e sul piano civile l’ideologia dei “diritti umani”. La Francia, che pure manteneva qualche resistenza a queste influenze negative grazie all’eredità di De Gaulle, ha purtroppo cambiato registro in seguito all’ascesa di Nicholas Sarkozy, ed è divenuta grande alleata di Stati Uniti ed Israele, perciò la situazione è peggiore che mai. La Francia, con la Germania, ha giocato storicamente un ruolo motore nella costruzione dell’Europa, ma ora entrambe si trovano sotto l’influenza nordamericana. La Russia ha una posizione attendista, perché si trova in una situazione ambivalente, a causa della politica atlantista dei Paesi dell’Est, che sono un grande mercato per la Germania, mentre i Balcani si trovano sotto l’influenza francese. L’Europa, perciò, si trova oggi in una posizione detestabile.

Da Intervista a Alain de Benoist, a cura di Stefano Vernole.

[Il mito dell''Europa]