Una enorme trappola… dalla quale ci si può liberare

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Che “carini” eh? Non vi viene voglia di unirvi a loro…

Sulla crisi politica in Venezuela i principali organi d’informazione maistream da varie settimane stanno proponendo stereotipi politico-mediatici tesi a suscitare consenso attorno alla causa neoliberista dell’opposizione, che come sappiamo mette insieme tutti, dai fascisti agli zombie trotzkisti, passando per i giovani-bene “cui tutto è dovuto per nascita e censo”, di Caracas e Miranda.
Vogliono costruire l’idea di una «rivoluzione democratica per i diritti di libertà individuali e l’amore» (gli unici “diritti”, per così dire, riconosciuti in Occidente, perché funzionali alla perpetuazione sine die del meccanismo consumistico di riproduzione del capitalismo odierno, mentre i diritti collettivi, sociali e nazionali, vengono definiti dalla stampa aziendale «espressione di un passato ormai anacronistico»), contro un governo denunciato, del tutto arbitrariamente, come «militare», «autoritario» e «repressivo».
Il 24 marzo La Stampa, quotidiano noto per la sua faziosità filo-globalizzazione, filo-mercati e filo-USA, ha pubblicato la foto che apre questo post.
Naturalmente questa ridicolaggine è stata ripresa da tutta la sarabanda di media aziendali che ci ritroviamo, dal Corsera in là.
Mostra due ragazzini dell’opposizione, presumibilmente studenti, affaccendati nelle manifestazioni anti-Maduro; in una pausa tra una molotov ed un sampietrino (vedasi il grosso sasso stretto nella mano della “pacifica ed innamorata manifestante” della foto) e l’altra scagliata dalla piazza all’indirizzo di poliziotti che fanno il loro dovere, ossia difendere uno Stato ed un governo frutto di un processo decisionale, costituente ed elettorale, legittimo e democratico, trovano il tempo per sbaciucchiarsi davanti alle telecamere… Guarda un po’, la costruzione del mito mediatico della “rivoluzione dei piccioncini”, brutalizzati dagli “sgherri” del “regime comunista” e “filo-castrista” è servita!…
Chiaramente si tratta di una roba da ridere; però su di un pubblico come quello occidentale, grande divoratore di reality show, sceneggiati televisivi made in USA per adolescenti che non dovranno crescere mai (così continuano a consumare, nonché a desiderare, come adolescenti, ed il gioco è fatto, il sistema si riproduce), facebook-dipendente, drogato di stereotipi modaioli ed imbevuto di politicamente corretto, questa messinscena triviale, rozza e banale, ha un effetto, produce un riflesso condizionato a livello inconscio. La gente, quella meno abituata al pensiero critico, dice: «Ma allora è vero, questo regime vuole ammazzare i giovani che si amano e si baciano!, perché non li lascia liberi?».
E’ un cliché che si ripete.
Domenica 16 marzo, giorno del referendum in Crimea sulla riunificazione con la Russia, il Corsera pubblicava, in terza pagina, un bel tondo ritraente due soldati (di sesso opposto…) ucraini, intenti a “limonarsi” prima di partire per un immaginario, immaginifico e mai esistito “fronte di guerra” con la Russia… Che “carini” eh? Chi, dinnanzi a queste foto, scattate apposta per piacere al pubblico occidentale sopra descritto, non proverebbe un moto di sostegno nei confronti della causa degli ucraini, così “dolci”, che si baciano anche quando sono in divisa mimetica, e di conseguente repulsione nei riguardi dei russi, così seri ed impettiti nelle loro uniformi correlate da aquile bizantine, allori romani e stelle rosse?!… Meglio i “piccioncini”, loro sì che «sono come noi». Loro sì che «hanno voglia di vivere e di divertirsi», proprio come i giovani unificati, nelle mentalità, nelle aspirazioni e nelle istanze consumistiche, di ogni parte del mondo…
Peccato che si tratti di una enorme trappola. In cui si può continuare ad affondare come nelle sabbie mobili, o dalla quale ci si può liberare. Io opterei per la seconda ipotesi. Voi?
Paolo Borgognone

P.S.: Come si può vedere dall’immagine più sotto riportata, anche i russi (e non i “filo-russi”, come qualche interessato buontempone del mainstream si ostina a definirli…) di Crimea esprimono in maniera festosa e sentimentale la loro felicità per il ritorno della propria terra alla madrepatria, ma i media aziendali non se ne accorgono, o meglio, fingono di non accorgersene, continuando a parlare di repubbliche ex-sovietiche (Crimea, Transnistria) «minacciate dall’Esercito russo» (forse non sanno che nel 2006 il 90 per cento e più degli elettori della Transnistria, a margine di un democratico referendum, optarono per l’ingresso del proprio Paese all’interno della Federazione russa).

[Fonte]

Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

La Divisione elettronica dell’Olivetti

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A seguire uno stralcio significativo dell’Introduzione a “Informatica: un’occasione perduta”, opera dell’allora redattore economico de “l’Espresso” Lorenzo Soria, pubblicata da Einaudi.
Provate a leggerlo e giudicate voi se vi sembra scritto nel 1979…

“Nell’ottobre del ’62 a Bascapé, un paesino distante pochi chilometri da Milano, l’aereo su cui viaggia Enrico Mattei, l’uomo che si era permesso di mettere in discussione il monopolio delle sette sorelle del petrolio, si schianta misteriosamente al suolo. Un anno dopo a saltare è Felice Ippolito, anche lui reo di aver ricercato una politica energetica alternativa per l’Italia. Passano ancora alcuni mesi, siamo nell’estate del ’64, e l’Olivetti cede, anzi regala, alla General Electric la sua Divisione elettronica.
Tre episodi slegati, senza alcuna relazione diretta tra loro. Un filo sottile ma neanche tanto che li unisce, che li accomuna, però c’è. E’ la risposta brutale e secca che hanno avuto quegli uomini e quelle forze che avevano tentato in quegli anni di dare un assetto diverso alle fragili strutture su cui poggiava l’economia italiana. E di farla finita con la formula su cui il paese aveva costruito il cosiddetto «boom»: costo del lavoro bassissimo più produzione di beni a tecnologia matura. Una formula che aveva fatto credere agli italiani che tassi di crescita annui nell’ordine del 5-7% fossero non solo normali, ma anche destinati a durare all’infinito; che aveva aperto, con la nascita del centrosinistra, un periodo di relativa stabilità politica; che aveva infine creato un clima di fideismo ottimistico sui destini del paese. Che dentro di sé, però, racchiudeva già tutti i germi di quella malattia che, alla metà degli anni ’70, ha portato l’economia italiana all’incapacità di inventare vie nuove per andare avanti, alla paralisi.
Perché a partire dal ’69 i lavoratori dicono «basta». Continua a leggere

Scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire

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Più volte su questo giornale abbiamo sottolineato le negatività conseguenti alla sudditanza politico-militare dell’Italia e dell’Europa agli Stati Uniti d’America, e le sue ricadute negative anche per lo sviluppo industriale e tecnico-scientifico della nazione. Crede che questa ragione geopolitica possa essere utile per spiegare il ritardo accumulato dall’Italia in molti settori innovativi e ad alta tecnologia e lo scarso interesse della sua classe politica in merito a questi temi?
O ce ne sono secondo lei altre più rilevanti?

Premetto che noi dovremmo rivolgere le nostre critiche non tanto agli Stati Uniti d’America quando al “governo americano”, il quale più che rappresentare il “popolo americano” rappresenta la classe dominante di quel paese. Il socialismo ci insegna a ragionare anche in termini di classi sociali e non solo di popoli. Un paese in cui eleggere il presidente costa ormai sei miliardi di dollari, dove i ricchissimi (l’1% della popolazione) possiedono un terzo del patrimonio complessivo e i ricchi (il 10%) possiedono il 70% della ricchezza nazionale, dove sessanta milioni di cittadini sono esclusi dal servizio sanitario e due milioni di cittadini sono in carcere è una democrazia fino a un certo punto. Conosco moltissimi cittadini americani apertamente critici verso il sistema e, se vogliamo cambiare qualcosa in Europa e nel mondo, dobbiamo evitare un consolidamento tra classe dominante e dominata. Criticando gli “americani” in senso lato, facciamo soltanto il gioco dell’elite finanziaria che guida quel paese, che scientemente sventola da sempre lo spauracchio del nemico esterno per ottenere la fedeltà della classe media e del proletariato. Se gli USA sono stati coinvolti in almeno duecento tra guerre e campagne militari, dalla fondazione ad oggi, non è certo un caso. Gli USA sono in uno stato di guerra permanente contro il mondo esterno per evitare di sfaldarsi. Si costruisce artatamente un patriottismo della paura, per evitare l’esplodere del conflitto interno tra le classi sociali, le tante etnie, i tanti gruppi religiosi. Per venire alla sua domanda, non mi stupisce il fatto che un paese che ha perso una guerra si trovi temporaneamente in uno stato di subalternità nei confronti della potenza vincitrice. È nella natura delle cose. Tuttavia, ci sono due aspetti dei rapporti Italia-USA che mi lasciano alquanto perplesso. Il primo è che lo stato di subalternità più che temporaneo sembra permanente. Dura da settanta anni. Alla fine della guerra fredda si pensava che sarebbe cessato. In fondo i russi si sono ritirati dai cosiddetti “paesi satelliti”. Invece, gli americani non solo non si sono ritirati dall’Europa occidentale, ma hanno aperto nuove basi in quella orientale. Il secondo aspetto che mi rende perplesso è che i tentativi di svincolarsi dalla tutela dei vincitori, che sono anch’essi nella natura delle cose, si sono registrati più in passato che oggi. Oggi la classe politica italiana sembra più rassegnata di quella della Prima repubblica, dove potevamo avere un Giulio Andreotti che faceva una politica apertamente filo-araba, un Aldo Moro che portava i comunisti al governo o un Bettino Craxi che schierava l’esercito a Sigonella. Oggi, gli italiani, gli europei, vengono spiati, svillaneggiati, trattati con sufficienza, e invece di reagire come dovrebbero – mostrando di avere un minimo di orgoglio – si umiliano ulteriormente, arrivando a violare leggi internazionali e protocolli diplomatici per eseguire gli ordini di Washington. Mi riferisco al caso del presidente boliviano Evo Morales, dirottato a Vienna, dopo che Italia, Spagna, Francia e Portogallo hanno negato l’autorizzazione al sorvolo, sulla base del sospetto che trasportasse il dissidente Edward Snowden. Si tratta di un caso enorme, prontamente relegato in penultima pagina dai giornali di sistema. I latino-americani evidentemente hanno la schiena più dritta di noi, dato che hanno convocato i nostri ambasciatori e hanno offerto asilo a Snowden. Il comportamento di Enrico Letta ed Emma Bonino non mi stupisce, a dire il vero, perché conosciamo la biografia di questi signori. Ma noi cittadini non possiamo non provare un senso di vergogna, quando vediamo i nostri rappresentanti politici genuflettersi di fronte ad uno Stato straniero che fa palesemente i propri interessi, a scapito dei nostri. È evidente infatti che gli USA agiscono a beneficio dell’economia nazionale, mentre la nostra classe dirigente è incapace di difendere imprenditori e lavoratori. La ragione ultima di questo riprovevole comportamento non la conosciamo. Possiamo pensare che i nostri politici siano ricattati, dato che lo spionaggio ha proprio questo fine. Oppure sono semplicemente pavidi, impreparati, geneticamente gregari, o pagati. Ma quale che sia la ragione, se agli italiani è rimasto un minimo di dignità, che siano di destra o di sinistra, al prossimo appuntamento elettorale, non dovrebbero dare un solo voto ai rappresentanti di questo governo e alle forze politiche che lo sostengono. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di essere guidate da statisti, non da servi.

Potrebbe entrare più nello specifico, facendo magari qualche esempio, per spiegare in che senso la subalternità geopolitica può risolversi in un danno per l’industria nazionale, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione?
Possiamo per esempio richiamare alla memoria quanto è accaduto negli anni sessanta, se non altro perché paghiamo ancora le conseguenze di quei fatti. Negli anni sessanta c’è il miracolo economico. Non solo cresce l’industria, ma la scienza italiana si dota di strutture all’avanguardia che promettono di mantenerla alla pari con gli altri paesi occidentali. Un esempio è il Nobel attribuito a Giulio Natta che – si badi – ottiene il premio lavorando in Italia e presentando i risultati all’Accademia dei Lincei, mentre gli altri (pochi) premi nobel italiani del dopoguerra sono stati ottenuti lavorando all’estero. Nel triennio 1962-1964 accade però qualcosa che blocca tutti i programmi di ricerca più avanzati e immette l’Italia “sulla via del sottosviluppo”, per usare un’efficace espressione di Toraldo di Francia. Le nostre università diventano solo “di insegnamento” e non più “di ricerca”. Le stesse grandi aziende pubbliche si disimpegnano. Qui, per capire quello che è successo, dobbiamo affiancare alla storia della cultura anche l’analisi geopolitica. L’orientamento luddista dell’intellighenzia comunista è solo una con-causa di quanto accade. Diciamo che il PCI, forse perché influenzato da alcuni suoi intellettuali che fanno ormai un’equazione tra capitalismo e tecnologia, non fa la necessaria opposizione. Tuttavia, non dobbiamo scordare che al potere in Italia, in quegli anni, c’è la DC, con la sponda del PSDI di Saragat. La DC decide a riguardo delle politiche di ricerca e dei finanziamenti alle università e alle aziende pubbliche d’avanguardia. E decide in una situazione di sovranità limitata: l’Italia è soltanto un elemento del quadro geopolitico deciso a Yalta. Ebbene, la ricerca tecno-scientifica italiana riceve in quegli anni quello che Enrico Bellone, ne La scienza negata, definisce “il colpo di maglio”. Nel 1962 muore Enrico Mattei e con lui il progetto di approvvigionamento energetico autonomo dell’Italia. Su questo caso non spenderò troppe parole, perché è piuttosto noto. Non ci sono prove certe che si sia trattato di un omicidio su commissione, ma ben pochi credono all’incidente. Meno noti sono altri fatti. Il 10 agosto del 1963 Saragat lancia un’offensiva mediatica contro il CNEN – l’ente pubblico che gestisce il programma nucleare – che sfocierà nell’arresto del direttore Felice Ippolito, il quale rimarrà in carcere quattro anni, fino a quando non sarà graziato dalla stessa persona che lo aveva rovinato. A concedere la grazia sarà infatti lo stesso Saragat, nel frattempo premiato con la Presidenza della Repubblica. Sempre nel 1964 viene arrestato il chimico Domenico Marotta, direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, che aveva approntato un programma avanzatissimo per l’Italia nel campo della medicina e della farmacologia. E qui alla campagna denigratoria collabora l’Unità. Questa è stata la Caporetto della scienza italiana, dalla quale non ci siamo più ripresi. Qui concorrono gli interessi di grandi gruppi industriali e petroliferi stranieri e la pochezza della nostra classe politica che per interesse, insipienza, irresponabilità, subalternità, o amor di quieto vivere si è prestata a questi giochi. Le accuse si riveleranno infatti ridicole: Marotta verrà assolto e Ippolito – dopo molti anni di carcere – vedrà le accuse ridimensionarsi ad irregolarità amministrative. Ma i programmi di ricerca e i relativi finanziamenti non verranno più riattivati. Per un po’ abbiamo retto alla concorrenza straniera grazie alla svalutazione competitiva. Poi, quando siamo entrati nella zona Euro, è finita la festa. Se l’Italia è ferma da vent’anni in termini di PIL è anche per queste ragioni, delle quali nel talk show non si parla mai. Possiamo dare la colpa agli americani di tutto questo? Sì e no. Sappiamo bene chi ha finanziato la “scissione di Palazzo Barberini”, nel 1947. La fuoriuscita del PSDI di Saragat dal PSI, allora filosovietico, è stata il viatico per l’ingresso dell’Italia nella NATO. Tutto il resto è conseguenza. Ma gli USA fanno semplicemente il proprio mestiere di superpotenza, fanno i propri interessi nazionali o quelli delle proprie oligarchie. È normale che cerchino di stabilire un’egemonia. La colpa del nostro declino va piuttosto ricercata nella mollezza delle nostre classi dirigenti, che hanno rinunciato a difendere la scienza e l’industria nazionale. Non dubito che la situazione fosse difficile. I giocatori in campo non erano partecipanti a un ballo di gala: servizi segreti, mafie, logge coperte, gruppi terroristici di destra e di sinistra, organizzazioni paramilitari e paralegali. Ci sono stati molti morti in Italia. Mi chiedo però se ora dobbiamo andare avanti così e arrivare al default, vittime di una classe politica prigioniera di ricatti incrociati, o se possiamo finalmente scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire, ricostruendo la società sulle fondamenta solide della scienza, della tecnica, dell’industria.”

Da Il socialismo nel XXI secolo. Intervista a Riccardo Campa, a cura di Michele Franceschelli.
[I collegamenti inseriti sono nostri]

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media

9788887826920.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698La co­stru­zio­ne del Nuovo Or­di­ne Mon­dia­le posta in es­se­re dagli in­ter­es­si pri­vatl le­ga­ti alie mul­ti­na­zio­na­li oc­ci­denta­li, agli is­ti­tuti fi­nan­zi­a­ri sov­ra­na­zio­na­li, al com­ples­so mi­li­t­are in­dus­tria­le ed al Tesoro degli Stati Uniti pre­sup­po­ne l’ac­qui­si­zio­ne del con­sen­so da parte dell’opi­nio­ne pubb­li­ca dei paesi oc­ci­den­ta­li. I padro­ni del mondo non hanno ris­par­mia­to mezzi per ma­ni­po­la­re le co­sci­en­ze at­tra­ver­so il con­trol­lo dei mezzi d’in­for­ma­zio­ne e dei cen­tri di de­ci­sio­ne po­li­ti­ca. Da un lato essi si av­val­go­no di una co­or­te di gior­na­lis­ti mer­ce­na­ri, e dall’altra si sono as­si­cu­ra­ti la piena com­pli­cità dei part­i­ti po­li­ti­ci di de­s­tra, di cen­tro e di “si­nis­tra”. Per chi non si desse per vinto esis­te semp­re la mi­n­ac­cia del brac­cio ar­ma­to della NATO, che per il mo­men­to si li­mi­ta a s­pe­ri­men­ta­re le nuove tec­no­lo­gie di gu­er­ra in “cor­po­re vili”, in Pa­lesti­na, in Af­gha­nis­tan e in Siria.
Secondo le intenzioni dell’autore, questa inchiesta è la prima parte di una trilogia avente per tema la disinformazione: i prossimi due volumi riguarderanno la propaganda di guerra e il caso italiano.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no

di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

Non avete scampo

Carlo Cottarelli, direttore del dipartimento Affari Fiscali del FMI, indicato ieri da Enrico Letta quale nuovo commissario per l’anglofilicamente detta spending review, ovverosia l’esecutore dei diktat delle oligarchie finanziarie euroatlantiche per la colonia Italia.

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“Destinazione Italia”: Wall Street e Paesi del Golfo

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Il nuovo piano economico e finanziario italiano preannunciato dal Presidente del Consiglio conferma l’opzione occidentale e la rinuncia alla sovranità nel segno della “globalizzazione”

Il primo giro promozionale (“il road show nelle principali piazze finanziarie ed economiche”) sarà, come facilmente prevedibile, “New York, dove incontreremo gli operatori finanziari di Wall Street”; il secondo, previsto nella prima decade di ottobre, “nei Paesi del Golfo”; il Presidente del Consiglio ha delineato il percorso preferenziale di “Destinazione Italia”, il piano destinato ad attrarre investimenti esteri (“l’Italia ha un drammatico bisogno di investimenti esteri”), o, più esattamente, a procedere alla liquidazione di beni e risorse pubbliche.
“L’Italia non ha paura della globalizzazione, anzi, vogliamo stare in questo sistema” ha precisato Letta, annunciando “un percorso di privatizzazioni” riguardante “cose che è giusto privatizzare” (quali esse siano si può forse immaginare ma ancora non conoscere con certezza: nemmeno il Parlamento al momento lo sa).
Le decisioni italiane sono sempre meno italiane e soprattutto sono sempre meno conformi agli interessi reali dell’Italia: il sottosegretario all’Economia Baretta ha sottolineato che “le misure di cessione e di privatizzazione di beni pubblici” sono finalizzate a “ridurre il debito”, che Bankitalia ha certificato essere cresciuto di 84,2 miliardi dall’inizio del 2013. Il meccanismo di autoriproduzione del debito – originato dalla rinuncia alla sovranità monetaria da parte dello Stato, con conseguente circolazione di moneta a debito gestita e spacciata dalla finanza privata – determina non soltanto lo spropositato peso fiscale che tramortisce imprese e famiglie italiane ma anche la progressiva cessione e privatizzazione di beni pubblici e i tagli ai servizi sociali, entrambi giustificati con l’asserita esigenza di frenare l’indebitamento. Mentre le aziende italiane frontaliere cercano rifugio in Svizzera, il governo italiano mira a rafforzare la dipendenza nazionale dalle centrali finanziarie occidentali, “Paesi del Golfo” inclusi.
Aldo Braccio

Fonte

Otto motivi per odiare la Siria

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Perché USA, Gran Bretagna, Unione Europea e Israele odiano la Siria
di Adrian Salbuchi, analista politico e commentatore a radio e televisione in Argentina, per rt.com

Una ragazza giovane e dai toni delicati che sta vivendo la tragedia siriana e ne parla con maggiore buon senso e rispetto della verità di quanto non facciano i potenti governi occidentali ed i pupazzi dei mass media controllati con i loro soldi.
Presentandosi solo come una “siriana, patriottica, anti–Neocon, anti–Nuovo Ordine Mondiale, anti-sionista, l’anno scorso ha creato il suo canale su Youtube (YouTube/User/SyrianGirlpartisan).
In un breve video (di nove minuti) lei spiega “gli otto motivi per cui il Nuovo Ordine Mondiale odia la Siria”. Faremmo tutti molto bene ad ascoltare…
Il suo “Le principali otto ragioni per cui ci odiano” è un eccellente riepilogo applicabile a qualsiasi nazione che abbia il rispetto di se stessa: Banca centrale non controllata dai Rotschild, nessun debito con il Fondo Monetario Internazionale, cibo non geneticamente modificato, anti-sionismo, secolarismo e nazionalismo.
Il suo breve messaggio si presenta come una sorta di manuale del buon senso che spiega perché gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, l’Unione Europea (specialmente la Francia) e Israele sono così portati a distruggere la Siria, una nazione la cui leadership semplicemente non vuole inchinarsi alle elites del Nuovo Ordine Mondiale, ben inserite all’interno del potere pubblico occidentale e nelle strutture di potere private (multinazionali/banche).
Lei descrive queste otto ragioni in maniera succinta e convincente, dando al mondo più alimento per il pensiero e si spera anche ispirando la messa in discussione di molte opinioni. Specialmente tra le popolazioni di USA, Gran Bretagna, UE e Israele che sono le uniche a poter esercitare una pressione diretta verso i propri politici eletti a Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv e in altre capitali occidentali, per far sì che la finiscano di comportarsi come folli criminali e comincino a dar retta alla parola Noi il Popolo, in una maniera democratica e responsabile. Continua a leggere

La debacle dell’unipolarismo

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“Il retrogusto lasciato da questo 11/9, con la lettera di Putin come elemento rivelatore simbolico, è un dato che informa sul miopismo dell’elite, aggrappata con forza al “secolo XX”, ai fasti effimeri della globalizzazione, a cui non è ancora “pervenuto il multipolarismo”. Contrapposti alla sensazione di sollievo diffusa alla base quasi come uno “scampato pericolo”. Diffondere il grido di “Annibale alle porte” è un fragile scudo difensivo, perchè non è il trionfo di Putin. E’ peggio. E’ la debacle di chi ha centralizzato tutto il potere nel Pentagono e Wall Street, minimizzando la democrazia in casa e la convivenza pacifica all’estero.
Analogie da brivido con il periodo agonico dell’URSS, con ricambi vertiginosi e frequenti dei vertici militari, ricorso a leggi speciali e vessatorie, e protagonismo smisurato di troppe polizie politiche segrete. Cominciò tutto quell’11/9 e le Torri: nelle Americhe molti lo identificaro come un golpe, e non si è più fermato. Fino a trattare capi di stato, governi terzi, sedi di organismi internazionali, ambasciate e compagnie concorrenti straniere alla stregua delle discriminate minoranze interne. In nome di un “antiterrorismo” divenuto un grimaldello passepartout. No, non è solo il crepuscolo d’un presidente o dell’occidente.
E’ l’appannato processo decisionale degli Stati Uniti approdato visibilmente all’egemonismo relativo perchè scricchiola il sistema liberista, ormai privo dell’aura del progresso inarrestabile e obbligatorio. Il ritorno alle origini ataviche anglosax, cioè all’arrembaggio della filibusta e alle ardite gesta corsare, disvela e svaluta l’espansionismo globalista come un vuoto messianismo. Gli abiti di scena de couturier liberista, non nascondono più le zanne del nichilismo economico. Inconciliabile con le maggioranze sociali, con le nazioni e i popoli, con l’umanesimo e la tradizione.”

Da USA/11-9: crisi della struttura reale del potere, di Tito Pulsinelli.

Questa non è una primavera finanziata dagli oligarchi atlantici

6992_10151719451516204_1160443132_n“Noi, antimperialisti e socialisti turchi, vi preghiamo di sostenere questo movimento popolare contro l’oppressione, l’imperialismo e il capitalismo finanziario. Questa non è una primavera finanziata dagli oligarchi atlantici, questo è un movimento genuino per la difesa della nostra unica Patria, la Turchia.
Diffondete la nostra voce e condividete la nostra vittoria”

[Aggiornamenti quotidiani nella pagina dei commenti]

Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”

Claudio Messora intervista Nino Galloni, economista ed ex direttore del Ministero del Lavoro.
Un viaggio nella storia d’Italia che passa per Enrico Mattei e Aldo Moro, lungo un progetto di deindustrializzazione che ha portato il nostro Paese da settima potenza mondiale a membro dei “Pigs”.
Si tratta di un lungo intervento ma sappiate che la vostra pazienza sarà adeguatamente ricompensata…

La guerra ambientale è in atto

Dalle mistificazioni scientifiche del Global Warming alle manipolazioni globali della Geoingegneria.
Gli interventi del convegno svoltosi a Firenze lo scorso 27 Ottobre 2012.
Fonte

Enzo Pennetta
Controllo demografico e riscaldamento globale: interessi e obiettivi di una teoria controversa

Antonio Mazzeo
Governare le guerre climatiche e nucleari attraverso comandi satellitari e telematici del MUOS

Fabio Mini
I futuri multipli: quale guerra prepariamo? Guerre ambientali e nuovi scenari geopolitici

Gli epigoni di Adolf Hitler

“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”

Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.

E’ in arrivo la terza ondata?

Occorre attrezzarsi…

“I dati di fondo della crisi non sono dunque cambiati. Il funzionamento del sistema non ha subito modifiche, per cui la speculazione finanziaria resta l’ultimo motore marciante: lo dimostra il fatto che nulla è stato fatto in questo drammatico quinquennio in tema di regolamentazione dell’enorme mercato over the counter, quello per capirsi degli strumenti speculativi più pericolosi e spregiudicati; nulla si è fatto per regolamentare i sistemi di rating, che continuano ad avere un potere sovraordinato a quello degli Stati, senza alcuna fonte di legittimazione democraticamente riconosciuta; nulla si è fatto nemmeno, nonostante i ripetuti annunci, in tema di tassazione della speculazione, nelle varie forme ipotizzate di Tobin tax e simili.
(…)
La prima ondata (2007-2008) è dunque passata, portando povertà e disoccupazione negli USA ed allargandosi all’Europa. La seconda (2011) ha colpito qui durissimamente anche il cosiddetto “capitalismo sociale di mercato”, con effetti profondi su milioni di cittadini europei, effetti di cui cominceremo ad accorgerci nei prossimi mesi. Se, come crediamo, i provvedimenti fin qui adottati servono a guadagnare tempo e non hanno toccato i dati di fondo per come li abbiamo sintetizzati – dobbiamo allora attenderci, in un arco di tempo assai breve, l’inevitabile terza ondata. Riteniamo che questa sarà a quel punto più grave delle precedenti, perché dovremo fare i conti con l’affiorare effettivo della bolla speculativa che si continua a cercare di mascherare, per non porre il sistema dell’alta finanza internazionale con le spalle al muro: questo significherà portare allo scoperto le perdite sottostanti, il che vuol dire distruzione di ricchezza virtuale e riconduzione ai dati produttivi reali di un sistema in crisi strutturale.
In poche parole, vuol dire “vedere” le carte delle speculazione in questa gigantesca partita a poker mondiale.
A quel punto sarà in gioco l’economia reale: vale a dire gli interessi quotidiani delle persone, rapportati all’arco temporale della vita di un essere umano – non più a quello, virtualmente infinito, delle banche e degli Stati. Su questo punto, nessuna delle misure adottate in questi mesi ha nemmeno sfiorato la questione di fondo: essa è centrata sul lavoro umano, sul suo valore, diverso da quello di pura merce, nell’organizzazione sociale, nel suo rapporto con l’economia da una parte e con il diritto dall’altra. Da qui si dovrà muovere ad una considerazione diversa dell’organismo sociale nel suo complesso, e si dovrà di conseguenza por mano realisticamente alla questione della moneta, dato che il suo modo di essere concepita si presta ad essere strumento per eccellenza della speculazione.
Questa è dunque la nuova questione sociale che la terza ondata porrà poderosamente all’ordine del giorno, come già avvenne alla fine dell’Ottocento, e lo farà su dimensioni talmente estese da evidenziare in modo immediato l’insufficienza degli attuali uomini di potere, dei tecnocrati, delle classi dirigenti dei partiti, degli intellettuali prodotti dalle nostre università.
Per il manifestarsi di una simile questione sociale occorre, con umiltà ma anche con decisione e con consapevolezza, attrezzarsi, vivendo nell’economia reale, cercando di ritrarne un quadro vivo ed efficace, raccogliendo uomini ed idee nuove, suscitando soprattutto forze morali senza le quali nessuna economia così come nessuna organizzazione sociale può pensare di affrontare il proprio avvenire.
È tardi, ma potrebbe ancora non essere troppo tardi.”

Da Il mondo nuovo di Blackrock e la terza ondata della crisi, di Gaetano Colonna [grassetto nostro].

Tampa e Charlotte: due recitativi diversi

Una sola Convenzione: quella dell’uno per cento.
Presidenti delle grandi corporazioni, banchieri, petrolieri, speculatori finanziari con centinaia di lobbisti al seguito a convegno nelle due città per rafforzare con finanziamenti ormai senza limiti il loro controllo su Casa Bianca e Congresso quale che sia l’esito elettorale di novembre.
Le elargizioni multimilionarie premiavano fino a ieri i repubblicani, poi si sono spostate sui democratici come hanno confermato i sondaggi.

“How much is that doggie in the window, the one with the waggley tail?” – cantava Patty Page negli anni ’50 e ’60 e quell’interrogativo “Quanto costa quel cagnolino in vetrina, quello che scodinzola?” è affiorato più volte nella memoria di un ottuagenario mentre seguiva su Sky International, CNN e, grazie a internet, sulla ABC e NBC la convenzione repubblicana di Tampa e quella democratica a Charlotte. Che i due eventi abbiano assunto da più di un ventennio il ruolo di semplici vetrine dove vengono esposti i prodotti di scelte predeterminate in altre sedi, anche ma non solo nelle primarie, è un dato di fatto da tutti accettato nella repubblica stellata: i prodotti, le candidature cioè alla Casa Bianca e indirettamente al congresso e al governo di un terzo degli stati, vengono promossi con dispendiose coreografie, interventi roboanti e trucchi scenici per riaccendere l’interesse dell’elettorato sulle consultazioni popolari del primo martedì di novembre. E poi l’ostentazione di una granitica adesione dei due partiti – inesistenti nell’accezione europea ma negli USA solo movimenti di opinione in evidenza ogni quattro anni – alle scelte già fatte dei candidati.
Prima di tornare al tema della canzonetta sul costo dei cagnolini scodinzolanti in vetrina, alcune osservazioni non certo marginali vanno fatte sulle due kermesse di Tampa e Charlotte. Continua a leggere

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Missioni di pace 2011-2012

In attesa della conversione in legge del D.L. 29 dicembre 2011, n. 215, recante “Proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché disposizioni urgenti per l’Amministrazione della difesa”, tuttora all’esame delle Commissioni riunite III (Affari esteri e comunitari) e IV (Difesa) della Camera dei Deputati, vale la pena dare un’occhiata al dossier elaborato dal Servizio Studi del Dipartimento affari esteri, intitolato “Proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali – D.L. 215/2011 ‘ A.C. 4864″.
In particolare, alla tabella 574/1 che pone a confronto gli importi ascritti al finanziamento delle missioni internazionali delle Forze armate negli anni 2011 e 2012.

Nella prima colonna, contrassegnata dal colore verde (a), vengono esposti gli importi previsti dal decreto legge 228/2011, convertito in legge ai sensi della L. 22 febbraio 2011, n. 9 che ha disposto la proroga delle missioni in oggetto per il primo semestre 2011.
Nella seconda colonna, in colore blu (b), sono riportati gli importi stanziati dal decreto legge 107/2011, convertito dalla legge 2 agosto 2011 n. 230, che ha prorogato le missioni internazionali delle Forze armate per il periodo 1 luglio-31 dicembre 2011 (secondo semestre 2011).
La terza colonna (c), riportando la somma dei valori presentati nelle prime due colonne, espone il totale dei finanziamenti ascritti alla proroga delle missioni internazionali delle Forze armate dai due provvedimenti semestrali intervenuti nel 2011.
La successiva colonna (d) presenta le somme imputate alla proroga di ciascuna missione per l’intero anno 2012 dal decreto legge 215/2011, all’esame della Camera per la conversione in legge.
L’ultima colonna presenta la differenza tra gli importi indicati dal DL 215/2011 in esame, relativi all’intero anno 2012, e quelli stanziati per l’anno precedente.

I valori, ovviamente, sono espressi in euro.
Totale stanziato per il 2011: 1.396.009.513.
Totale previsto per il 2012: 1.281.932.233.
Con un “risparmio” nell’ordine dei 114 milioni di euro. Siria e/o Iran permettendo…

[Breve postilla in tema di debiti pubblici
Finalmente, dopo gli ultimi declassamenti effettuati da Standard & Poor's, anche la "libera stampa" invoca una proposta di regolamentazione delle agenzie di rating. Si veda l'articolo di Angelo De Mattia per MilanoFinanza.
E finalmente qualcuno che spiega, in prima pagina su la Repubblica (!), l'interesse di "alcune piazze finanziarie" a speculare sull'instabilità dell'euro.
"Riuscire ad emanciparsi dalla valutazione delle agenzie americane (...) in un mondo dominato dal pensiero unico del capitalismo, sarebbe un'autentica rivoluzione culturale" conclude Andrea Bonanni.
Sogniamo o siam desti?]

American way of life

Con milioni di americani costretti a fare i conti con una crisi economica tutt’altro che superata e una disoccupazione dilagante, i livelli di povertà negli Stati Uniti continuano a far segnare numeri da primato. A confermarlo è stata martedì la pubblicazione di un agghiacciante rapporto dell’Ufficio del Censo USA che ha fissato alla cifra record di 46,2 milioni il numero di persone al di sotto della soglia povertà nella prima potenza economica del pianeta.
I dati resi noti dall’Ufficio delle Statistiche d’oltreoceano si riferiscono al 2010 e fotografano un quadro allarmante, con povertà in aumento, redditi in discesa e un’impennata nel numero di cittadini sprovvisti di copertura sanitaria. Nel complesso, le condizioni di vita degli americani sono peggiorate nel recente passato, nonostante la ricerca faccia riferimento ad un periodo abbondantemente successivo alla fine ufficiale della recessione negli Stati Uniti (giugno 2009).
Il tasso di povertà in America nel 2010 è salito al 15,1%, vale a dire il livello più alto dal 1993. Nel 2007 era invece del 12,5% e nel 2009 del 14,3%. Ciò si traduce in un numero di poveri pari appunto a 46,2 milioni, il numero più alto in assoluto dal 1959, quando il “Census Bureau” ha iniziato a compilare le statistiche. Questo numero corrisponde alle persone che vivono al di sotto della soglia ufficiale di povertà, fissata peraltro alla cifra irrisoria di circa 22 mila dollari l’anno per una famiglia di quattro componenti e di 11 mila dollari per i single.
Particolarmente preoccupante risulta la percentuale dei minori di 18 anni che vivono in povertà, passata dal 20,7% del 2009 al 22% del 2010 (16,4 milioni). Com’è facile immaginare, ad essere colpite in maniera più grave sono le minoranze, con gli afro-americani che soffrono del tasso di povertà più elevato (27,4% contro il 25,8% del 2009).
All’interno di questa fetta enorme della popolazione americana in affanno, l’Ufficio del Censo identifica poi gli americani che costituiscono la fascia di “estrema povertà”, coloro cioè che dispongono di redditi inferiori alla metà della soglia di povertà ufficiale (circa 11 mila dollari per un nucleo famigliare di quattro persone). I più poveri tra i poveri sono 20,5 milioni, pari al 6,5% della popolazione complessiva.
A risentire di questa situazione è anche il reddito medio annuo degli americani, sceso del 2,3% tra il 2009 e il 2010 (49.445 $). Dal 2007 il reddito medio reale è crollato del 6,4% e nel 2010 è risultato inferiore di oltre il 7 per cento rispetto a quello più alto mai registrato, nel 1999. Questo dato, tuttavia, non rende a sufficienza l’idea delle disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze negli USA, dove un quinto degli americani incamera oltre la metà del reddito totale del paese.
Anche in questo caso le varie minoranze hanno subito effetti diversi: i bianchi hanno visto scendere i propri redditi in media del 5,5% tra il 2009 e il 2010, gli asiatici dell’8,9%, gli ispanici del 10,1% e gli afro-americani del 14,6%. Per quei fortunati – di sesso maschile – che risultano impiegati a tempo pieno, poi, il reddito reale medio, aggiustato per l’inflazione, nel 2010 è stato praticamente identico a quello registrato nel 1973. Il numero di americani sprovvisti di un’assicurazione sanitaria, infine, è schizzato a 49,9 milioni, con una crescita di quasi un milione rispetto al 2009.
(…)

Da USA, il Paese dei poveri, di Michele Paris.

Uno sterminatore è da sterminarsi

Guerra in Libia: vergogna agli Atlantici!

Il pesante e sproporzionato intervento armato della NATO contro la Libia (una delle tante guerre per la “pace”…) che, da più di 6 mesi, sta mettendo a ferro ed a fuoco quel Paese, distruggendo la quasi totalità delle sue infrastrutture e martirizzando gran parte della sua popolazione, non ha niente a che fare o a che vedere con i termini della “Risoluzione 1973” del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (No Fly Zone, per la difesa dei civili disarmati) del 17 Marzo 2011.
Questo, ormai, lo sanno anche i bambini delle scuole elementari. I quali, oltretutto, sono ugualmente a conoscenza dei reali motivi che sono all’origine di quel conflitto. Vale a dire, l’immenso e lucroso business mancato della Francia di Sarkozy con la Grande Giamahiriya Araba, Libica, Popolare e Socialista del Colonnello Muammar Gheddafi. Un “affaruccio” che – secondo la maggior parte degli esperti – prevedeva la vendita al “negro” di turno, da parte di Parigi, di diverse centrali atomiche civili (destinate a fornire energia elettrica, per alimentare impianti per la desalinizzazione dell’acqua), di 14 caccia Rafale della Dassault Aviation (che la Francia, oltre alle sue FF.AA. non è riuscita, fino ad ora, a vendere a nessun altro Paese!), di 35 elicotteri da combattimento (Eurocopter EC725 Caracal) e di ben 21 aerei di linea Airbus (quattro A-350, quattro A-330 e sette A-320, per la Lybian Airlines, e sei A-350 per l’Afriqiyah Airlines), per diverse decine di miliardi di euro.
E siccome il Colonnello di Tripoli, dopo la firma degli accordi preliminari di Parigi (2007), non aveva voluto, per le ragioni che sono sue, ratificare quei contratti, ecco che il medesimo Colonnello – che all’inizio degli anni 2000 era addirittura ridiventato frequentabile (vedere per credere) – ha incominciato ad essere additato al mondo come il mostro sanguinario che bisognava abbattere ad ogni costo e con tutti i mezzi. Continua a leggere

Chi fa da sè, pensa fino a tre

In Parlamento qualcosa si sta muovendo per salvare la Think3, l’azienda di Casalecchio di Reno che opera dal 1979 nel campo dello sviluppo, vendita e assistenza software ad alta tecnologia, e dà lavoro qualificato a 150 dipendenti, la maggioranza dei quali laureati.
Lo scorso 2 maggio il Tribunale di Bologna aveva emesso ordinanza di fallimento per la Think3 Inc. e la Think3 S.r.l. Contestualmente lo stesso Tribunale aveva nominato un curatore fallimentare, che in una nota aveva comunicato di “aver esercitato il diritto di scioglimento del contratto di licenza con Versata ai sensi dell’art. 72 della Legge Fallimentare”.
La nota non è piaciuta ai vertici della holding Versata, che l’aveva acquisita nel settembre del 2010 e che in ragione del provvedimento del curatore fallimentare, non potrebbe più concedere in licenza i prodotti Think3 e usarne i marchi.
L’assessore alle Attività Produttive della Provincia di Bologna, Graziano Prantoni ha informato lo scorso 20 Luglio tutti i parlamentari bolognesi e i ministri degli Affari Esteri Franco Frattini e dello Sviluppo Economico Paolo Romani, degli “intenti predatori” del competitor statunitense che “vorrebbe bypassare la legge italiana sulla tutela dei lavoratori e dei creditori”.
Infatti il Tribunale di Bologna, con l’Ordinanza del 2 Luglio 2011 dichiara che “il contratto stipulato tra Think3 Inc e Versata deve intendersi risolto in ciascuno dei suoi aspetti legali”.
La pensa diversamente Austin Scee, manager della holding Versata secondo il quale “il curatore fallimentare italiano non ha l’autorità legale di togliere a Versata la proprietà dei prodotti Think3”. Dunque i cow-boys a stelle e strisce non fanno mistero di considerare le leggi di legittimi Stati sovrani alla stregua di superstizioni degli Indiani d’America. Forse siamo già in riserva, ma dobbiamo ancora accorgercene?
Non la pensano così i senatori Rita Ghedini, Gian Carlo Sangalli e Walter Vitali, che sono stati i primi ad aver risposto ai segnali di fumo dell’assessore Prantoni, presentando lo scorso 21 Luglio un’interrogazione parlamentare ai Ministri Romani e Frattini, per tutelare la correttezza della procedura fallimentare e garantire così creditori e lavoratori.
Infatti secondo i senatori, la società Versata sta “fornendo false informazioni ai clienti e al mercato in merito alla procedura fallimentare Italiana che interessa Think3 e Think Inc, adombrando cointeressenze non più esistenti con le due società italiane in oggetto, vantando la proprietà di licenze e brevetti delle due società italiane in parola, pubblicizzandone i prodotti come propri ed utilizzando illegalmente il dominio http//www.tunk3.versata.com: ciò configura a tutti gli effetti azione sistematica di dumping competitivo e concorrenza sleale. Tali fatti rischiano di compromettere la corretta gestione della procedura fallimentare in corso”.
La lotta se posta su un piano “di pura forza economica” ha un esito scontato. D’altro canto pur lodando l’impegno di Prantoni e dei tre senatori, occorre una buona dose di ottimismo per confidare nel rispetto della legge italiana da parte di colossi dell’informatica statunitense come Versata, che non sono nuovi ad azioni di concorrenza sleale come questa. Chi conosce lo stato delle nostre politiche industriali può prevedere facilmente l’esito di questo scontro economico. Chi va a spiegare ai 150 dipendenti della Think3 che, come diceva l’economista Ernst Schumacher, piccolo è bello?

Fonte: eurekaassociazione

Italiano mio benché

Così probabilmente si ritroverebbe a dire oggi il Petrarca in questa Italietta liberista leggendo l’ultima follia allo studio dei nostri governanti destinata a distruggere definitivamente la nostra cultura e la nostra identità nazionale.
Dopo aver smantellato il modello gentiliano che ad oltre sessanta anni dalla sua formulazione continuava a garantire una invidiabile eccellenza alla nostra scuola, ora le geniali menti che da quasi venti anni stanno debellando ogni possibile forma di sapere sono pronti a cedere all’occupante a stelle e strisce l’ultima forma di cultura e identità nazionale che ancora ci rimane.
In un futuro non molto lontano, infatti, già dall’asilo verrà insegnato l’idioma dei dominatori, ovvero l’inglese.
La scusa è la solita, i bambini piccoli sono maggiormente portati all’apprendimento e quindi bisogna permettere ai nostri figli di essere pronti fin da subito ad essere competitivi in quel mondo globalizzato che proprio Washington ha creato ad arte.
Proprio noi italiani, nipoti di quei latini che con il loro idioma hanno dato a mezzo mondo la possibilità di comunicare e da cui discendono la gran parte delle lingue conosciute, a breve perderemo la millenaria storia della nostra lingua comune, quella che anche negli anni in cui eravamo calpesti e derisi ha permesso e dato a migliaia di uomini la forza di lottare per realizzare l’unità politica.
Già oggi, una intera generazione di giovanissimi al posto dell’italiano per comunicare utilizza sigle da servizio messaggi brevi, o short message service come direbbero i controllori d’oltreoceano, la prossima quindi probabilmente metterà da parte il nostro millenario idioma per comunicare con coetanei, genitori ed ogni altro interlocutore in una lingua estranea alla nostra cultura.
In fondo, il sistema è molto semplice: basta togliere ad una comunità, ad un’etnia, ad un popolo o ad un individuo la propria lingua, obbligarlo a parlare quella dei conquistatori, dominatori e colonizzatori per uccidere l’identità di quel popolo.
Ciò che gli USA stanno scientemente facendo dal 1943 con il sostegno dei nostri politici.
Fabrizio Di Ernesto