Bernard-Henri Lévy

Il “filosofo” che ha aiutato la NATO a distruggere la Libia e ha trasportato armi per i ribelli.
Da CounterPsyOps

In un articolo comparso sulla rivista francese Paris Match (numero 17-23 Novembre 2011), controllata dal maggiore gruppo editoriale francese, Lagardère (il signor Lagardère è uno stretto amico di Nicholas Sarkozy), possiamo leggere/apprendere fatti incredibili riguardo l’infame coinvolgimento di Bernard-Henri Lévy nell’illegale e ingiustificata guerra alla Libia (vedasi qualcosa in più riguardo costui qui, qui, qui e qui).
Innanzitutto, la rivista spiega che BHL (Bernard-Henri Lévy) è stato promotore della “responsabilità di proteggere” – in altre parole: il diritto per i Paesi occidentali di bombardare indiscriminatamente nazioni sovrane considerate “non allineate” ovvero troppo indipendenti – per oltre 30 anni. E sostiene che la caduta di Muammar Gheddafi sia il brillante risultato di questa “lotta”. Questa semplice affermazione dimostra come la stampa francese stia disperatamente tentando di fare apparire l’intervento diretto dell’esercito più potente e criminale al mondo, la NATO, come qualcosa di moralmente corretto e necessario per mantenere il mondo pacifico e salvare civili innocenti.
Nel seguito dell’articolo, e come l’immagine sopra dimostra, la rivista giunge a dire che BHL ha fornito alla NATO le coordinate per i bombardamenti finalizzati a uccidere i combattenti della Resistenza Verde libica. Possiamo pure apprendere che BHL ha trasportato armi (in totale violazione delle risoluzioni dell’ONU che imponevano un “embargo sulle armi” alla Libia). Superfluo chiedersi a chi abbia consegnato tali armi, né per conto di chi abbia agito in questo modo…
Questo è oltre l’immaginazione. Quest’uomo sta ammettendo chiaramente di aver partecipato ATTIVAMENTE a un cambio illegale di regime che i libici non volevano, al massacro di civili innocenti e alla distruzione del Paese più ricco dell’Africa, e nessun’azione legale che sia una è stata intrapresa nei suoi confronti. Egli continua a essere invitato a spettacoli televisivi, riceve il supporto dei media mainstream nella promozione dei propri libri, tutte le emittenti televisive lo chiamano per avere le sue opinioni geopolitiche… Io non riesco davvero a credere che ciò stia avvenendo. Come può essere che il popolo francese non si renda conto di ciò che si sta svolgendo proprio sotto i suoi occhi. Sono tutti quanti ciechi, ignoranti, o sono semplicemente menefreghisti? Nessuna di queste risposte mi soddisferebbe ugualmente. La gente ha davvero bisogno di svegliarsi!!!
Chiunque rubi del cibo per sopravvivere e nutrire i propri figli può finire in galera, mentre quest’uomo, complice di omicidi di massa, è libero come un uccello… Dovrebbe essere immediatamente arrestato e processato in quanto complice attivo di crimini contro l’umanità e Genocidio! In che razza di mondo viviamo?
Non esitate a prendere contatto con BHL per fargli sapere cosa pensate di lui e delle sue “imprese”:
Twitter: @BernardHL // Facebook: Bernard-Henri Lévy

[Traduzione di L. Salimbeni]

“Non piangere sulla mia tomba”

Joe Fallisi, tenore
chitarra, mandolini, mandole: Mauro Semeraro
contrabbasso: Nicola Farina

registrazione, editing e missaggio di Nicola Farina

Do not stand at my grave and weep
(poem by Mary Elizabeth Frye – 1932 -, music by Joe Fallisi – 2011)

To Aisha Gheddafi and to all the mothers of Jamahiriya,
in memory of Muammar, African hero

“Do not stand at my grave and weep,
I am not there; I do not sleep.
I am a thousand winds that blow,
I am the diamond glints on snow,
I am the sun on ripened grain,
I am the gentle autumn rain.

When you awaken in the morning’s hush
I am the swift uplifting rush
Of quiet birds in circling flight.
I am the soft starlight at night.
Do not stand at my grave and cry,
I am not there; I did not die.”

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Non piangere sulla mia tomba
(poesia di Mary Elizabeth Frye – 1932 -, musica di Joe Fallisi – 2011)

Ad Aisha Gheddafi e a tutte le madri della Giamahiria,
in memoria di Muammar, eroe dell’Africa

“Non piangere sulla mia tomba,
Non sono lì; non dormo.
Sono mille venti che soffiano,
Sono i riflessi del diamante sulla neve,
Sono il sole sul grano maturo,
Sono la dolce pioggia autunnale.

Quando ti svegli nel silenzio del mattino
Sono la corsa rapida dei quieti uccelli
Che si levano a cerchio in volo.
Sono la morbida luce notturna delle stelle.
Non piangere sulla mia tomba,
Non sono lì; non sono morta.”

[Maggiori informazioni sulla poesia di Mary Elizabeth Frye sono qui]

La fedelissima portaerei nel Mediterraneo

“La fase internazionale di pieno fermento che stiamo vivendo è quasi in netto contrasto con la situazione italiana, che invece sembra decisamente avviarsi verso un rapido declino. L’insediamento del nuovo governo tecnico ha messo in chiaro ciò che molti dei nostri redattori e collaboratori andavano sostenendo ormai da almeno dieci mesi nelle testate o nei siti che raccoglievano le loro impressioni ed analisi. L’Italia è un Paese a sovranità quasi inesistente. Da oggi anche la sovranità formale del popolo (espressa attraverso le elezioni e la rappresentanza parlamentare) è venuta meno. Ogni record è stato battuto. Nessun governo tecnico, infatti, ha mai avuto il tempo di formarsi in appena dieci giorni, dalla nomina a senatore a vita dell’ex commissario europeo Mario Monti alla presentazione dei ministri del suo esecutivo dinnanzi al presidente della Repubblica. Proprio Napolitano, eletto uomo italiano dell’anno da numerosi osservatori negli Stati Uniti, può essere ridefinito il deus ex machina della politica italiana in questo 2011 così pesantemente e negativamente decisivo ai fini della determinazione delle sorti nazionali.
Il deciso piglio all’interventismo neo-coloniale durante la crisi libica, dove persino i falchi del centro-destra, tradizionalmente e culturalmente legati all’ideologia atlantica e alle ragioni della NATO, avevano esitato a dare il proprio convinto assenso, e l’ultimo determinato appello alla rapidità del regime-change, hanno contribuito a condurre il sistema Paese dalla padella alla brace. Quella che molti giornali legati alla “sinistra” riformista e borghese, denunciavano come la “scarsa credibilità internazionale” di Berlusconi, in seguito alle sue presunte frequentazioni di escort e prostitute, andava tradotta con un termine più preciso: ricattabilità. L’ex presidente del Consiglio dei Ministri era ormai in balìa delle pressioni internazionali più forti, a cominciare da quelle operate da Washington.
Il volta-gabbanismo nei confronti di Gheddafi rappresenta l’emblema di un “vorrei ma non posso” che ha contraddistinto nei fatti tutti gli ultimi tre anni della politica interna ed estera italiana. “Vorrei salvare la Piccola e Media Industria ma non posso”, “vorrei fornire un credito di Stato diretto a famiglie e piccole imprese senza passare per il filtro delle banche ma non posso”, “vorrei portare a termine l’accordo per il South Stream con Putin ed Erdogan ma non posso”. Potremmo continuare per ore, ma bastino questi eloquenti esempi per comprendere tutta la portata di una simile condizione di inferiorità e sub-dominanza personale di Berlusconi come leader politico e di governo, a cui corrispondeva quasi perfettamente la condizione di inferiorità e sub-dominanza strategica ed economica dell’Italia come nazione, iniziata nel 1947-1948 con l’inclusione di Roma nel Piano Marshall, la vittoria democristiana e la conseguente adesione alla NATO (1949), e poi aggravatasi lungo gli ultimi trent’anni, sino all’incrinatura decisiva nel biennio post-Tangentopoli 1992-‘93. Da allora, in particolar modo, l’Italia è diventata un non-Stato, un agglomerato formale ma non sostanziale, amministrativo ma non esecutivo, geografico ma non geopolitico.”

L’Italia ritorna ad essere una colonia, di Andrea Fais continua qui.

Colonizzare attraverso le Costituzioni


“Una Costituzione nazionale agisce come il DNA di un Paese. Le Costituzioni sono il documento centrale ed il nucleo fondamentale di tutte le leggi nazionali che regolano le funzioni di governo, le divisioni del potere interno, l’economia nazionale, le relazioni estere, le posizioni nazionali su trattati bilaterali e internazionali, le relazioni militari, gli standard monetari, gli investimenti e il commercio. Le costituzioni dei nuovi Paesi “liberati” sono state progettate per sovvertirli politicamente ed economicamente. La Costituzione bosniaca è un esempio primario di questo processo. Tale carta è stata redatta come parte di un più ampio accordo di pace conosciuto come gli Accordi di Dayton, che sono stati scritti in una base militare nordamericana in Ohio e furono firmati nel 1995. L’Accordo di Dayton e l’accettazione di una Costituzione redatta all’estero hanno di fatto trasformato la Bosnia-Erzegovina in un protettorato moderno. In base alla nuova Costituzione, un nuovo quadro politico ed economico e un nuovo modello sono imposti in Bosnia-Erzegovina sotto l’occhio vigile dei soldati della NATO. Secondo la Costituzione bosniaca il Paese è diventato legalmente gestito da non-bosniaci e il capo effettivo del governo bosniaco è divenuto la persona che ricopre la carica di Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. L’Alto rappresentante non è un cittadino bosniaco ed è effettivamente un governatore coloniale dato che è un funzionario di Bruxelles, assegnato dall’Unione Europea. L’Alto Rappresentante è stato anche simultaneamente il rappresentante speciale dell’Unione Europea in Bosnia-Erzegovina dal 2002. Allo stesso tempo, il Vice Rappresentante è sempre venuto da Washington. Il capo della Banca Centrale bosniaca è anch’esso uno straniero, selezionato da Washington, Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale. La Banca Centrale della Bosnia è ormai diventata una subordinata al sistema bancario degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale e non può nemmeno operare un credito o definire la propria valuta in base alle direttive della Costituzione. Prima che il Kosovo dichiarasse ufficialmente la propria indipendenza nel 2008, la situazione era identica anche lì. Dal 1999, la politica fiscale ed economica in Kosovo è stata dettata e governata da Washington e Bruxelles. UNMIK ha anche scollegato il Kosovo dalla sua unità economica con la Jugoslavia, sostituendo il dinaro jugoslavo con il marco tedesco il 9 settembre 1999. UNMIK ha inoltre incoraggiato la popolazione del Kosovo a fare affari utilizzando le valute estere, tra cui il dollaro statunitense, che ha creato benefici per Washington ed i suoi alleati dell’Europa occidentale. Nonostante il fatto che sia ancora ufficialmente parte della Jugoslavia e della Serbia, il Kosovo potrebbe anche passare all’euro e l’UNMIK non ha mai nutrito l’idea di una moneta locale in Kosovo.
Il processo di colonizzazione in Afghanistan e in Iraq non è diverso dal modello applicato nella ex Jugoslavia. Questi processi iniziano tutti con una nuova autorità in materia che viene imposta dopo una guerra o un’invasione. Le nuove amministrazioni poi riconfigurano i territori occupati e creano nuove Costituzioni nazionali. Le economie nazionali sono destabilizzate dalla violenza, le divisioni sono alimentate da catalizzatori stranieri, e i Paesi iniziano a dissolversi come entità coesa. Infine sono stabilite colonie o protettorati che includono guarnigioni militari imperiali in forma di basi militari oltreoceano USA e NATO. Questa infrastruttura di basi militari è simile a quelle dei territori di frontiera nel passato impero romano. Nel 2003, un amministratore straniero è stato anche nominato dall’autorità anglo-americana nell’Iraq occupato dalla Casa Bianca. Costui ha occupato inizialmente il posto di direttore provvisorio dell’Ufficio per la ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria (ORHA), che poi si è evoluto nell’Autorità provvisoria della coalizione. Il supervisore della seconda amministrazione  di transizione in Iraq è stato chiamato con molti nomi, tra cui rappresentante speciale in Iraq, alto rappresentante in Iraq, amministratore della Coalition Provisional Authority, governatore dell’Iraq, console dell’Iraq, e proconsole dell’Iraq. Gli ultimi due titoli, quelli di console e proconsole dell’Iraq, sono nomi che derivano direttamente dai libri di storia e sono stati utilizzati dai Romani. Andando avanti, l’amministratore della Coalition Provisional Authority ha servito uno scopo simile, come l’Alto Rappresentante della Bosnia-Erzegovina. Secondo l’amministratore della coalizione tutta una serie di riforme avrebbero dovuto avere luogo e nel 2004 una Costituzione ad interim conosciuta come la Legge amministrativa di transizione è stata arbitrariamente imposta in Iraq. La centralità di una nuova Costituzione era così importante per il governo degli Stati Uniti che nel 2005 un parlamentare iracheno, Mahmoud Othman, ha dichiarato: «Ci hanno dato una proposta dettagliata, quasi una versione completa di una Costituzione. [...] I funzionari degli Stati Uniti sono più interessati alla Costituzione irachena che gli iracheni stessi». Una Costituzione nazionale, in base alla legge amministrativa di transizione, serviva a legittimare la de-centralizzazione dell’Iraq che ha condotto alla creazione di un fragile sistema federale e il programma di quasi immediata privatizzazione che l’Autorità provvisoria della coalizione aveva già avviato nel 2003 con l’ordine no. 39 dell’Autorità provvisoria. L’art. 10 della Costituzione afghana, che è stato scritta nel 2004, ha anche spinto per un mercato privato che ha ufficialmente portato all’inizio di un programma eterodiretto di privatizzazione nel 2006, concretizzatosi nella liquidazione ad acquirenti stranieri della maggior parte dei beni statali dell’Afghanistan e delle sue risorse. Lo stesso modello è previsto per la Libia, destinata a diventare un nuovo protettorato dopo che la guerra della NATO in Nord Africa si sarà conclusa. Il Consiglio di transizione a Bengasi, che è supportato dalla NATO, come quello per la liberazione del Kosovo (KLA), ha già creato una nuova banca centrale e una nuova società petrolifera nazionale poste sotto l’influenza straniera.”

Da Privatizzazione e costruzione dell’”Impero”, di Mahdi Darius Nazemroaya in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2 del 2011, pp. 47-49.

[Dello stesso autore:
La globalizzazione del potere militare: l’espansione della NATO
Il “Grande Gioco” del XXI° secolo
Demonizzazione politicamente motivata]

16 cose che la Libia non vedrà mai più

1. Non esiste bolletta dell’energia elettrica in Libia; la fornitura di elettricità è gratuita per tutti i suoi cittadini.
2. Non si applicano tassi di interesse sui prestiti, le banche in Libia sono nazionalizzate e i prestiti vengono erogati a tutti i suoi cittadini ad interessi zero per legge.
3. Avere una casa è considerato in Libia un diritto umano.
4. Tutte le nuove coppie in Libia ricevono 60.000 Dinari (50.000 dollari statunitensi) dal governo per l’acquisto della prima casa, in modo da aiutare le nuove famiglie.
5. Educazione e cure mediche sono gratuite in Libia. Prima di Gheddafi solo il 25% dei Libici risultava istruito. Oggi la percentuale è pari all’83%.
6. Per i Libici interessati ad avviare una attività agricola, il governo fornisce a titolo gratuito terreno agricolo, un fabbricato rurale, macchinari, sementi e scorte animali.
7. Se i Libici non riescono a trovare in patria le strutture educative o le cure mediche di cui necessitano, il governo mette loro a disposizione una somma per soddisfare questi bisogni all’estero, non solo pagando le spese, ma donando ulteriori 2.300 dollari al mese per le spese di alloggio e l’uso di un’automobile.
8. Se un cittadino libico deve acquistare un’automobile, il governo interviene coprendo il 50% del costo.
9. Il prezzo della benzina in Libia è pari a 0,14 dollari al litro.
10. La Libia non ha debito estero e le sue riserve, pari a 150 miliardi di dollari, sono oggi interamente congelate.
11. Se un cittadino libico non riesce a trovare lavoro dopo la laurea, lo Stato gli/le paga un salario pari al valore medio del salario relativo alla professione esercitabile, fino a che il disoccupato non trova lavoro.
12. Una quota di ogni vendita petrolifera viene accreditata direttamente sui conti bancari di tutti i cittadini libici.
13. Una madre che mette al mondo un figlio riceve dal governo una somma pari a 5.000 dollari.
14. 40 pagnotte di pane in Libia costano 0,15 dollari.
15. Il 25% dei Libici è in possesso di un diploma universitario.
16. Gheddafi ha portato a compimento il maggiore progetto di irrigazione al mondo, noto come progetto del “Grande Fiume Artificiale”, per rendere l’acqua disponibile anche nei territori desertici.

Fonte: disinfo

[Traduzione di L. Bionda]

Liberissima stampa

In un’intervista rilasciata a Radio Canada lo scorso 31 Ottobre, il Tenente-Generale Charles Bouchard, comandante di Unified Protector, ha rivelato che presso il quartier generale della NATO a Napoli era stata istituita un’unità di analisi con lo scopo di studiare cosa stesse avvenendo sul terreno, ovverosia capire i movimenti sia dell’Esercito libico che dei “ribelli”.
L’unità è stata sostenuta dall’azione di diverse rete informative create appositamente. Fra esse vanno annoverati i media che si trovavano in loco e che hanno fornito una grande quantità di informazioni, riguardanti le intenzioni delle forze terrestri e la loro localizzazione.
Questa è la prima volta che un alto funzionario della NATO ammette che i giornalisti stranieri hanno rappresentato una fonte dell’Alleanza Atlantica. Poco prima della caduta di Tripoli, Thierry Meyssan aveva provocato scandalo affermando che la maggior parte dei giornalisti occidentali ospitati presso l’Hotel Rixos erano agenti della NATO. In particolare, egli aveva indicato gli inviati di AP, BBC, CNN e Fox News.

Fonte: voltairenet

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

26 Novembre 2011

L’operazione di guerra della NATO contro la Libia, ideologicamente giustificata con la retorica dei diritti umani e della democrazia – che in Italia ha trovato nel Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il suo maggiore ed indefesso sostenitore in quanto rappresentante più autorevole del “partito americano” – ha raggiunto l’obiettivo che fin dal primo giorno si era fissato – e che ha sempre cercato di mascherare grazie alla copertura di tutti i mass media occidentali della NATO e dei suoi intellettuali di punta – ovvero l’uccisione del capo del governo della Giamahiria Muammar Gheddafi, e dei suoi stretti collaboratori, omicidio indispensabile per ottenere quel “regime change” che le centrali del potere atlantico si erano prefissati di ottenere fin dall’inizio della guerra.
“La Libia è stata infatti vittima di un’ennesima aggressione della NATO, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della NATO, attraverso il comando AFRICOM), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui)
Il 20 Ottobre, il ritornello propagandistico della “protezione dei civili” si è frantumato platealmente: Muammar Gheddafi è stato deliberatamente ucciso nella sua città natale di Sirte, dopo aver eroicamente resistito fino all’ultimo, fra la sua gente, alla guerra totale scatenata dalla NATO. La dinamica della morte del Colonnello, oltre a confermare l’integrità e lo spirito libero del capo della Giamahiria, esemplifica bene quelle che sono state le caratteristiche di questa guerra criminale, ovvero una guerra a guida USA/NATO in cui i ratti libici del CNT hanno fatto solo da bassa manovalanza: i droni americani hanno individuato e sparato al convoglio su cui viaggiava il colonnello, aerei francesi sono arrivati in supporto a bombardare, truppe a terra delle SAS britanniche hanno coordinato i ribelli e li hanno accompagnati a ridosso delle macerie; a quel punto i ratti qaedisti della NATO hanno provveduto a finire i giochi nel modo orripilante che tutti abbiamo avuto modo di vedere.
Dopo la morte di Gheddafi può cominciare ufficialmente la ripartizione della “torta libica” da parte delle grandi potenze della NATO, con USA, Francia e Inghilterra in testa; ma la resistenza lealista è tutt’altro che doma, guidata da Saif Al Islam Gheddafi e dalle tribù che gli hanno rinnovato fedeltà. E’ pertanto certo che, in un modo o nell’altro, con questa o con quella copertura giuridica, le forze militari dei Paesi NATO non lasceranno la presa sulla Libia, coinvolgendo in questo compito di “stabilizzazione” anche l’Italia, che non avrà margine per sottrarsi.
La NATO ha pertanto raggiunto il suo obiettivo in Libia. Ora a chi tocca? Le mire sembrano essere tutte dirette alla Siria. “Da Marzo 2011, si è scatenata infatti la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc. etc. Non importa che i disordini siano in realtà dovuti anche qui a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico. Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’“Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un Paese sovrano, laico e socialista, se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei Paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?” (testo ripreso da qui)
Questo stato di sudditanza dell’Italia alla NATO e agli USA trova la sua più clamorosa ed evidente testimonianza nelle oltre 113 basi NATO-USA presenti sul territorio italiano, da dove vengono coordinate e dirette le operazioni militari nel Mediterraneo e in Africa, compresa quella di Libia.
“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 Agosto a Roma e di quella del 15 Ottobre a Milano, hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quelle manifestazioni, allargandone la piattaforma, per organizzare un nuovo presidio unitario a sostegno della resistenza lealista in Libia, della Repubblica Araba di Siria e per la sovranità dell’Italia.

E’ perciò convocato un:
PRESIDIO A NAPOLI,
VICINO ALLA BASE NATO DI BAGNOLI,
SABATO 26 NOVEMBRE 2011,
DALLE 14.30 ALLE 16.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE 15.30,

PER CHIEDERE:
1. La fine immediata di qualsiasi tipo di sostegno e coinvolgimento militare italiano in Libia e da tutte le missioni per conto della NATO e degli Stati Uniti d’America;
2. Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;
3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del Paese da parte della NATO.
4. Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA, come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione.

PER MANIFESTARE:
1. Il nostro appoggio alla resistenza lealista e alla popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, e all’occupazione della NATO.
2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’Occidente e dalle squallide campagne mediatiche dei media della NATO.
3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali e che disprezza i propri politici servi e traditori.

Per aderire, scrivere a 26novembre2011@libero.it.

Modalità di svolgimento, luogo e regole del presidio sono qui

La pura e semplice sudditanza

“La morte violenta di Mu’ammar Gheddafi ha subito richiamato alla mente quella di Saddam Hussein, solo di pochi anni precedente. Malgrado certe differenze palesi (Hussein non fu assassinato da una manica di balordi armati di telefonini, ma giustiziato dopo un più o meno regolare processo), le analogie sono evidenti, tanto che il parallelo è stato subito fatto proprio dalla stampa. Un paio di similitudini si sono però perse nel discorso “mainstream”.
Entrambi i “Rais” sono passati, se non proprio per una “luna di miele”, quanto meno per una fase di serena e pacifica convivenza col Patto Atlantico. Saddam Hussein negli anni ’80 conduceva una lunga e sanguinosissima guerra contro l’Iràn rivoluzionario, forte dell’appoggio esplicito della NATO. Certo non sapeva che, mentre i Paesi della NATO lo rifornivano delle armi necessarie a combattere gl’Iraniani, gli USA – tramite insospettabili triangolazioni con Israele e il Nicaragua – garantivano un trattamento non dissimile, anche se celato nell’ombra, a Tehran. Ma in quel frangente Hussein accoglieva sorridente e fiducioso gli stravaganti doni (inclusi degli speroni d’oro) che gli portava dagli USA l’inviato speciale di Reagan in Medio Oriente. Costui si chiamava Donald Rumsfeld; vent’anni più tardi avrebbe guidato, come segretario alla Difesa, l’invasione dell’Iràq e la deposizione del presidente Hussein.
Gheddafi, dal canto suo, dopo una lunga carriera da rivoluzionario anti-imperialista, ha intrapreso la strada della normalizzazione dei rapporti con gli USA e l’Europa negli anni ’90, quando il crollo dell’URSS e l’inizio della fase unipolare d’egemonia statunitense lasciavano pochi spazi di manovra (persino ai condottieri fantasiosi e imprevedibili come lui). Mandava il suo figlio e delfino Saif al-Islam a studiare a Vienna e poi alla London School of Economics, esperienze da cui rientrava come fautore delle riforme neoliberali nella socialista Jamahiriya libica. Mu’ammar Gheddafi accettava la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e l’esborso dei conseguenti indennizzi. Ma soprattutto, stringeva rapporti politico-economici sempre più vincolanti con Paesi della NATO, come la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna. Ma non solo. Malgrado mantenesse la sua verve polemica verso gli USA, denunciandone il comportamento in Iràq ed impegnandosi, tramite il progetto dell’Unione Africana, a respingerne il neocolonialismo nel continente nero, faceva proprio degli Stati Uniti d’America il principale beneficiario degl’investimenti esteri di capitali libici.
In nome della normalizzazione dei rapporti con la NATO, sia Hussein sia Gheddafi accettarono di smobilitare una parte del proprio apparato bellico, in particolare quello più temibile – ossia le armi chimiche e batteriologiche. Saddam Hussein si disarmò, sotto l’attento controllo degl’ispettori dell’ONU, dopo la dura sconfitta patita ad opera degli USA nel 1991. Ma quando Washington fu sicura che l’Iràq non possedesse più armi per difendersi, l’aggredì – agitando, con involontaria ironia, proprio lo spettro delle “armi di distruzione di massa” che in realtà il Paese vicinorientale aveva distrutto su loro richiesta – e depose Hussein, poi catturato e giustiziato dal nuovo regime locale. Nel 2003 anche Gheddafi, timoroso di diventare prossimo obiettivo della crociata neoconservatrice per la “democratizzazione” del “Grande Medio Oriente”, annunciò l’annullamento del suo programma nucleare e la distruzione di tutte le armi chimiche e batteriologiche, nonché dei missili balistici a lungo raggio. È cronaca recente ancor più che storia la sorte toccata a Gheddafi, per mano della NATO stessa, solo pochi anni dopo le sue concessioni.
Abbiamo dunque veduto come il tentativo di distendere i rapporti con la NATO non abbia portato fortuna a Iràq e Libia. Gli USA, capialleanza della NATO, perseguono una strategia egemonica che non contempla rapporti normali ed alla pari con Paesi del “Terzo Mondo”. O meglio, considera rapporti “normali” con questi Paesi la loro pura e semplice sudditanza.”

Il prossimo Nobel per la pace, di Daniele Scalea continua qui.

[L'autore sarà il prossimo 9 Novembre a Bologna, insieme a Joe Fallisi, per l'incontro-dibattito Rivolte arabe: la primavera non arriva. I popoli di Nord Africa e Vicino Oriente tra “lotta per la democrazia” e “interventi umanitari” della NATO.
Qui maggiori informazioni e il volantino promozionale dell'iniziativa]

La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO. Continua a leggere

Denuncia contro lo Stato italiano

Il sottoscritto GIUSEPPE FALLISI (…)
ESPONE
Secondo notizie di stampa e di tutti i mass media nazionali ed internazionali dal 19 marzo 2011 si è avuto notizia della partecipazione delle forze armate italiane all’operazione Odissey Dawn, consistente nell’attacco alla Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, cioè alla Nazione libica. L’attacco viene condotto dalle forze principalmente aeree e navali degli Usa, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Sempre secondo le notizie diffuse da tutti gli organi di informazione l’Italia fornisce le basi militari da cui partono le azioni militari ed altro supporto logistico alle azioni belliche.
Dal 23 Marzo 2011 gli organi di informazione diffondono la notizia che aerei da guerra della Repubblica Italiana conducono missioni militari di attacco, e comunque belliche, contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista.
Si denuncia che le azioni militari contro Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista e sul territorio libico non sono mai cessate e continuano alla data della presentazione della presente denuncia, contro il territorio libico, le istituzioni libiche, le forze armate libiche e con ormai numerosissime vittime tra la popolazione libica.
Le operazioni militari citate contro la Libia rappresentano una palese violazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
*
Si denuncia che le circostanze riportate violano principi costituzionali fondamentali quali il rispetto dell’uguaglianza sovrana degli Stati; l’impegno a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite; l’impegno alla non ingerenza negli affari interni e, nel rispetto dei princìpi della legalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte; l’impegno alla soluzione pacifica delle controversie. Viene anche violato il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” negli articoli che prevedono la reciproca non aggressione.
*
La violazione dell’Art. 11 della Costituzione tramite l’esecuzione di azioni di guerra contro un’altra Nazione e contro un territorio straniero rappresenta un fatto di gravità eccezionale per il nostro ordinamento.
*
In considerazione di quanto sopra,
Si chiede alla Procura della Repubblica di individuare i responsabili della azioni militari, belliche, di guerra contro la Libia, la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista, il territorio e la popolazione libica, le sue istituzioni e le sue forze armate
Contro queste persone ora ignote che la Procura della Repubblica vorrà individuare
si sporge denuncia
Per violazione dell’art. 11 della Costituzione,
per aver posto in essere Atti ostili verso uno Stato estero, che espongono lo Stato italiano al pericolo di guerra – reato previsto e punito dall’art. 244 Cp.,
per avere tenuto intelligenze con lo straniero allo scopo di impegnare lo Stato italiano nella guerra – reato previsto e punito dall’art. 245 Cp.,
per avere attentato alla Costituzione dello Stato conducendo azioni belliche e militari in Libia e contro la Jamahiria Araba Libica Popolare Socialista tali da stravolgere la Repubblica Italiana come istituzione che “ripudia la guerra” – reato previsto e punito dall’art. 283 Cp.
E per tutti gli altri reati che la Procura della Repubblica riterrà di individuare.
*
Si chiede di essere informati in caso di richiesta di archiviazione.
Si elegge domicilio per ogni comunicazione, compresa quella di essere informati in caso di archiviazione, presso lo studio dell’Avv. Luca Tadolini, via Crispi 10, 42121 Reggio Emilia, luca.tadolini@ordineavvocatireggioemilia.it.

Roma, 27 ottobre 2011

Giuseppe Fallisi

[Atto depositato presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Roma in data odierna.
English version]

Il “sequestro” della Montecristo

Somalia, emergenza pirati: c’è una gran puzza di zolfo

Quando il 10 Ottobre alle ore 19.20 è uscito il comunicato dell’Adnkronos che dava notizia del sequestro della portarinfuse Montecristo (56.000 tonnellate di stazza lorda), della società di navigazione livornese D’Alesio Group, è apparso evidente che il contenuto fosse già stato precedentemente trattato da esperti in veline dell’Alleanza Atlantica.
L’allarme di “emergenza pirati“ lanciato alle ore 6.45 dal comandante Diego Scussat, che ha fornito le coordinate geografiche della nave al momento dell’arrembaggio, è stato ricevuto dai satelliti militari per essere poi ritrasmesso a terra in tempo reale e da qui irradiato a tutte le piattaforme della NATO di Ocean Shield e dell’altrettanto dispendiosissimo doppione europeo Eunavfor Atalanta, che controllano lo spazio marittimo e i cieli sulla direttrice ovest-est, dal Golfo di Aden a quello dell’Oman, e nord-sud, dallo stretto di Bab el Mandeb fino alle isole Seychelles, compreso il Madagascar e “proiezione di sorveglianza“ fino al Capo di Buona Speranza (!).
Inutile dire che la Repubblica delle Banane partecipa ad ambedue le “missioni“ con costosi assets satellitari, navali, aerei e ad ala rotante.
Il personale della Marina Militare e dell’Aviazione e Corpi Speciali, di stanza sia a terra che su piattaforme mobili, supera (non ufficialmente) le 750 unità dal 13 Dicembre 2008.
L’Ammiraglio Gualtiero Marchesi comanda la missione Ocean Shield da bordo del cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria (equipaggio 240 uomini) e il Maggior Generale Buster Howes lo fa per quella Eunavfor Atalanta dalla base di Gibuti, dove manteniamo ufficiali di collegamento, sede avanzata del Quartier Generale di Northwood in Inghilterra.
In più, l’Italietta dal Gennaio 2010 è schierata in Uganda con EUTM Somalia a Kampala e a Bihangha.
Ufficialmente, i “berretti verdi“ nazionali operanti a Kampala sono 19 mentre 17 sono gli “istruttori“ ied-antimine.
In Kenia, a Nairobi, il Ministro della Difesa La Russa mantiene “uffici di collegamento“ affiancati da personale della Direzione Generale Cooperazione e Sviluppo dipendente dal Ministero degli Esteri.
A cosa possa servire questo ingente impegno in Uganda e Kenya è presto detto. Il 16 Ottobre l’esercito di Nairobi ha lanciato un offensiva in Somalia contro gli “islamisti“ Shebaab sospettati (siamo alle solite) di rapimento di cittadini stranieri in territorio keniano. L’ex serpente dell’Asia Ban Ki Moon non ha mosso foglia per dare fiato alle trombe. Il silenzio su una nuova aggressione dall’esterno al territorio della Somalia è stato totale.
“Siamo penetrati in Somalia per perseguire i responsabili di sequestri e di attacchi“, ha dichiarato il portavoce del governo di Nairobi K. Matua.
Dal mese di Agosto risultano “disperse“ due collaboranti di una Ong non meglio precisata.
Abbiamo rinvenuto due foto senza nome, cognome e nazionalità, di razza caucasica. Nient’altro.
Puzza lontano un miglio di “narcos“ messicani pagati dall’Iran per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington. Questa volta tocca al Kenia tentare di “liberare“, a contratto, la Somalia dai residenti per conto di USA, NATO e Unione Europea, dopo la disastrosa, recente, sconfitta riportata dall’Etiopia nell’ex colonia italiana.
L’integrazione tra forze USA-NATO e UE anche nelle finalità militari e neocoloniali nel quadrante africano centro-settentrionale è ormai, da anni, un meccanismo costosissimo e ampiamente rodato. L’aggressione alla Jamahirya rientra in un piano strategico militare ed economico-energetico-minerario di ben più ampia portata, ai danni dell’intero continente africano. Continua a leggere

I “manifestanti pacifici” non sono tutti uguali

Per capire come funzionano i raggiri mediatici delle liberaldemocrazie, c’è un sistema che funziona discretamente bene. Si ascoltino le “notizie” fornite dai loro “media” e si considerino bene il luogo e i protagonisti. Ci si renderà conto che a scatenare “severe condanne” non sono “i fatti” in sé, quanto il contesto in cui avvengono situazioni perfettamente analoghe da una parte all’altra del mondo.
Infatti la differenza, per i “media”, non la fa tanto la “notizia” (perché non esistono per Lorsignori le “questioni di principio”), quanto il condimento di valutazioni negative, giudizi spietati e aggettivi demonizzanti a seconda del contesto in cui la medesima situazione si verifica. E si faccia caso anche se chi altrove fa le pulci a tutto elevando “autorevoli condanne”, in altri specifici casi tace sommamente.
Prendiamo il caso della protesta chiamata “Occupare Wall Street”. Senza entrare nel merito di chi la guida e con quali parole d’ordine viene portata avanti, è comunque trapelato almeno sulle agenzie (poco sui tg) che i manifestanti sono stati malmenati e arrestati a decine, non solo a New York, ma anche a Chicago.
Su vari siti è possibile vedere spezzoni video che mostrano la dura repressione condotta dagli agenti di polizia contro i manifestanti, con tanto di manganelli, gas al peperoncino e reti per catture di massa. Si vedono giovani che non hanno commesso alcuna “violenza” ammanettati e trascinati sanguinanti fino ai furgoni delle forze dell’ordine.
Una prima domanda sorge spontanea: ma la repressione di chi “manifesta” non porta dritti alle risoluzioni dell’ONU e poi ai bombardamenti della NATO? Va bene, non pretendiamo pari trattamento per tutti, ma almeno due “parole di condanna” da parte dei bellimbusti dell’UE (quelli che si alzano “scandalizzati” quando Ahmadinejad parla all’ONU), quelle sì!
Ma se impediscono un “Gay pride” a Mosca o a Belgrado, le tv si compiacciono nel mostrarci le “brutali” polizie russa o serba mentre arrestano i “manifestanti”, che in tal caso vengono definiti “pacifici” e “inermi”: si è senz’altro di fronte ad una “violazione dei diritti umani”!
e al contrario i poliziotti sono americani, i commenti negativi sono interdetti, si strozzano nella gola dei giornalisti, o magari – in virtù di quello spettacolare meccanismo che è l’autocensura – neppure sorgono nella mente di chi lavora nelle redazioni dei principali tv e giornali. In Gran Bretagna, al culmine delle insurrezioni nelle periferie, il primo ministro dichiarò d’aver preso in considerazione l’oscuramento dei “social network”, ma nessun “professionista dell’informazione” rilevò la comicità di tale affermazione, proprio mentre dalla stessa bocca – e da quella dei suoi omologhi occidentali – uscivano ‘lamentazioni funebri’ sulla “censura” dei medesimi Facebook e Twitter in Siria!
Lo stesso dicasi per gli onnipresenti “Amnesty” o “Human Rights Watch”: sempre in prima linea nel denunciare la “repressione del dissenso” negli Stati invisi all’Occidente, non fiatano quando la stessa cosa avviene in casa. Nei “Paesi canaglia” han plasmato così dei “santi profani” (i “dissidenti”), mentre in Occidente vi sono solo dei “teppisti”, dei “facinorosi” o tutt’al più delle persone indegne di figurare nel loro ‘martirologio democratico’ perché sotto la scure della Democrazia Incarnata.
Enrico Galoppini

Fonte: europeanphoenix.com

Profittatori di guerra

La Heritage Oil non perde tempo nell’accaparrarsi le ricchezze libiche, di Nick Fletcher per guardian.co.uk

La rivolta può anche continuare e il Colonnello Gheddafi essere ancora in circolazione, ma tutto ciò non ha fermato la Heritage Oil dall’interessarsi a parte dell’industria petrolifera del Paese.
Heritage ha acquistato per 19 milioni e mezzo di dollari una quota di controllo pari al 51% della Sahara Oil Services, ubicata a Bengasi, stando alle agenzie Reuters del mese scorso, in base alle quali la compagnia avrebbe assunto l’ex incursore dei SAS John Holmes affinché la aiutasse a concludere l’affare in Libia (la Heritage ha in seguito parzialmente smentito). Si riferiva che la nuova acquisizione le avrebbe permesso di svolgere un ruolo significativo in Libia, consentendole di esaminare come ottenere accesso ai campi estrattivi e alle licenze chiave.
Heritage ha affermato di aver parlato con esponenti di primo piano del Consiglio Nazionale di Transizione della Libia nel corso degli ultimi 5 mesi:
“Heritage sta valutando i modi per assistere il CNT e le compagnie petrolifere di Stato nel riavviare alcuni dei preesistenti campi e ricominciare la produzione. [Sahara Oil] è stata gratificata di licenze a lungo termine riguardo tutti i servizi nel campo del petrolio in Libia, compresa la facoltà di trivellare a terra e offshore e detiene le licenze sia del petrolio sia del gas naturale.”
Il presidente di Heritage Tony Buckingham ha una lunga storia in Africa, e la compagnia svolge pure operazioni in Iraq, sicché non è una sconosciuta nelle aree turbolente. Buckingham ha affermato:
“La Heritage è ben piazzata per svolgere un ruolo significativo nella futura industria petrolifera e gasifera in Libia. Questa acquisizione è coerente con la strategia della prima mossa della Heritage, finalizzata a entrare in regioni con ampie ricchezze di idrocarburi laddove abbiamo un vantaggio strategico.”
In un mercato disperatamente ansioso, Heritage è scesa di 5.3p a 219op. Ma Richard Griffin di Evolution Securities ha dichiarato:
“Heritage ha acquistato una partecipazione in una compagnia di servizi libica che le dà legittimo accesso alla ristrutturazione dei campi petroliferi statali e le consente di trivellare a terra e offshore, così come detiene le licenze del petrolio e del gas naturale. Inoltre, la compagnia acquisita di recente affiancherà Heritage nei prelievi più ad alto rischio, in particolare riguardo la licenza dell’Area 7, la quale è al largo di Malta. Considerato che costa solo 19 milioni e mezzo di dollari, è davvero una scelta finanziaria che potrebbe rivelarsi come un investimento molto azzeccato.”
Phil Corbett della RBS modera tuttavia il suo entusiasmo:
“Siamo portati a valutare positivamente la mossa della Heritage, sebbene la “nuova” Libia rimanga in una condizione di instabilità in seguito alla rivolta e perciò ci potrebbero essere significativi cambiamenti a livello superiore in termini di regolamenti e/o di termini dei contratti. A questo punto noi aspettiamo un po’ per farci entusiasmare prima che ulteriori dettagli vengano rivelati, benché per lo stesso motivo sia un interessante movimento ed è probabile che provochi una rivalutazione dell’investimento che è stato fermo negli ultimi due mesi. Noi restiamo in attesa con un obiettivo di prezzo fissato a 220p.”

[Traduzione di L. Salimbeni]

Libia 2011

“Il 2011 non è solo il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma è anche l’anno in cui ricorre un’altra celebrazione meno onorevole da festeggiare per i governanti del nostro Paese: il centenario della prima guerra dell’Italia contro la Libia.
Oggi come allora lo Stato italiano muove in armi contro una nazione che nulla ci ha fatto. Il suo leader, Muammar Gheddafi, ricevuto fino pochi mesi addietro con tutti gli onori che si tributano al capo dello Stato di un Paese amico, si è improvvisamente trasformato in «dittatore pazzo e sanguinario» da eliminare ricorrendo a qualsiasi espediente.
Un tradimento che ha dell’incredibile, ma che purtroppo rappresenta un leitmotiv della nostra storia post-unitaria. Ritardata imitazione delle imprese delle più affermate potenze coloniali europee, che l’Italia fascista realizzò con le famose badogliate.
Dopo aver ripercorso le fasi salienti dell’occupazione militare italiana (1911-1943) e della travagliata storia libica fino ai giorni nostri, Paolo Sensini, presente a Tripoli come membro della «Fact Finding Commission on the Current Events in Libya» nei giorni immediatamente successivi all’inizio dei bombardamenti NATO, ricostruisce con minuzia tutte le fasi del conflitto e le vere ragioni che stanno dietro all’attacco contro la Libia. Il quadro reale che ne emerge, e che nessun media mainstream ha voluto raccontare alle opinioni pubbliche occidentali, è sconcertante. Le menzogne sulle «fosse comuni» e sui «10.000 morti», così come «i ribelli di Bengasi» fomentati dal fondamentalismo islamico ed anche organizzati, armati e finanziati dalle potenze occidentali, sono servite come pretesto per la Risoluzione ONU numero 1973 che ha dato il via all’intervento militare in Libia, mentre il mondo tace sul consistente miglioramento delle condizioni di vita del popolo libico da quando Gheddafi è alla guida del Paese, unica realtà petrolifera medio orientale con una ridistribuzione sociale della ricchezza.
La verità, ancora una volta, è che a tirare i fili di queste guerre per procura mascherate da «intervento umanitario» sono le grandi potenze occidentali che vogliono continuare a mantenere i popoli dell’Africa nella schiavitù e nella miseria per impadronirsi di tutte le loro ricchezze, come fanno da secoli e stanno continuando a fare. Dopo l’Afghanistan e l’Iraq, quella in Libia è solo l’ennesima guerra coloniale dei giorni nostri.”
(dalla quarta di copertina)

Libia 2011, di Paolo Sensini, Jaca Book, Milano 2011
174 pagine, € 12,00

Il maestro e Margherita

Vediamo questa volta di mettere sotto osservazione Margherita Boniver, “inviata particolare“ di Frattini per “aiuti umanitari e cooperazione“ nella fascia subsahariana e nel Corno d’Africa.
Quale sia il budget di spesa affidato da Tremonti al titolare della Farnesina per farci ridere dietro da mezzo mondo e farci sopportare dall’altra metà, rimane un bel mistero.
Poter dettagliare le “uscite“ annuali del Ministero degli Affari Esteri al di là di quanto sia riportato, in aggregato, nei resoconti contabili del Ministero dell’Economia e delle Finanze è di fatto un “segreto di Stato“.
Esteri e Difesa saranno gli unici “santuari“ che vedranno assegnarsi, secondo indiscrezioni, nel 2012 finanziamenti aggiuntivi per oltre 10 miliardi di euro.
Le 4 guerre (Iraq, Afghanistan, Libia e Somalia) in cui è, al momento, coinvolta l’Italietta stanno costando un ossesso. La prima è totalmente rimossa, la seconda e la terza sono “missioni di pace“ con il sigillo dell’ONU, la quarta non è ancora uscita allo scoperto per le complicità di un sistema di “informazione“, pubblico e privato, totalmente allineato a USA e NATO. Continua a leggere

L’Italia che dice NO!

La mobilitazione contro la perdurante aggressione militare alla Libia, il minacciato “intervento umanitario” in Siria e la sudditanza dell’Italia all’egemonia USA/NATO prosegue.
Dopo l’appuntamento dello scorso 30 Agosto a Roma, un nuovo presidio è stato convocato per sabato 15 Ottobre a Milano.
La questura del capoluogo lombardo ha imposto agli organizzatori di modificare il luogo di svolgimento, inizialmente previsto nelle vicinanze del consolato degli Stati Uniti d’America, indicando Piazza Duca d’Aosta, a oltre un chilometro di distanza, come l’unica area idonea.
Pertanto il presidio si svolgerà nell’area pedonale di Piazza Duca d’Aosta, di fronte alla stazione ferroviaria di Milano Centrale, dalle ore 15.30 alle 17.30, con concentramento alle ore 16.30.
Ulteriori informazioni sono qui.

AZ 1611

Ieri sera, sull’aereo da Roma a Bari (AZ 1611, 30 settembre 2011, 19h45m), le stelle han voluto che sedessi accanto a… Luciano Violante. Ci trovavamo in nona fila, io sul corridoio di destra, lui su quello di sinistra. Nella fioca luce, dopo un po’ mi convinco che è proprio quel curato – in effetti identico a come lo ricordavo in TV… lo stesso abito scuro che immagino non cambi da qualche decennio – immerso in un gomitolo di quotidiani che sottolineava e/o cerchiava veloce-vorace con un matitone giallo (penso sia quella l’unica vera lettura dei politici, mediadipendenti quant’altri mai). Alla fine lo vedo riporre il malloppo nella cartella da magistrato e mi permetto di chiedergli se è, appunto, chi suppongo. Mi risponde gentilissimo che sì, è proprio lui, non mi sbaglio. Gli domando allora, entrando immediatamente in medias res, di chi sia la responsabilità legale per la guerra dell’Italia contro la Libia. Deglutisce un nanosecondo e bofonchia trattarsi di un passo obbligato e semiautomatico dal momento che il nostro Paese è membro dell’Organizzazione Terroristi Nordatlantici. Gli faccio notare che avremmo potuto almeno fare come la Germania… gli occhietti si perdono acquosi dentro gli occhiali… e poi comunque, automatico o non automatico, ‘sto atto che ha dato il via, anche da parte nostra, a crimini di guerra e contro l’umanità, all’assalto proditorio nei confronti di un Paese libero già straziato da noi negli anni Trenta, l’avrà pur ratificato qualcuno, no?… Ah sì, certo, ammette… stiamo per atterrare… se va sul sito della Camera, scriva nel motore di ricerca Libia, ci clicchi sopra e vedrà in che sessione il Parlamento ha approvato… anzi la nostra partecipazione è stata anche ri-finanziata… non si potevano tradire le alleanze internazionali… ah, dico: complimenti!… e invece il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista firmato congiuntamente da Berlusconi e da Gheddafi due anni e mezzo fa, quello invece sì, vero?… in automatico!… baffi al culo!… come con l’Austria… senza vergogna… meglio: svergognàti fino al midollo… ormai siamo in piedi, stiamo per uscire, lui è in fila davanti a me, prete-toga della Casta magnamagna di destracentrosinistra ormai al sicuro, con le orecchie serrate… gli dico che la sinistra è ancora peggio della destra, che non dimentico i bombardamenti sulla ex-Jugoslavia e che io, Joe Fallisi, tenore anarchico, denuncerò tutti, uno per uno, i responsabili della nostra entrata in guerra, lui compreso. Va avanti impassibile e scompare. In una cekastanzetta del suo cervello, intanto, lo scrivano di turno ha annotato il mio nome.
Joe Fallisi

Langhirano, 28 Settembre 1911

Ricorre mercoledì il centenario della guerra di occupazione italiana della Libia, in concomitanza col quale ricorre anche l’anniversario di un luttuoso episodio avvenuto nella nostra provincia a Langhirano, noto appunto come «l’eccidio di Langhirano». Nel cimitero di questo paese esiste un sobrio monumento dedicato alle vittime della repressione che si scatenò presso la stazione del tram la mattina del 28 Settembre 1911, durante una manifestazione contro l’intervento armato voluto da Giolitti per conquistare una colonia africana all’Italia.
Giolitti, avendo ottenuto dalle potenze estere il riconoscimento dei diritti coloniali dell’Italia, nel 1911, preoccupato per la crisi marocchina, decide di iniziare la penetrazione in Libia. Intimato l’ultimatum alla Turchia, che controllava il Paese, l’esercito italiano iniziò la conquista, che terminò nel Novembre di quell’anno. La guerra libica però scatenò all’interno del nostro Paese varie reazioni, che scardinarono un equilibrio decennale fra le forze politiche che si divisero fra interventisti e contrari. Il PSI, colto di sorpresa da questo evento programmato in sordina, si divise a sua volta in molte posizioni; l’ala destra dei riformisti riconobbe i diritti del colonialismo (contrario fu Turati); si ebbe invece la netta contrarietà dei massimalisti, in particolare dei sindacalisti rivoluzionari, raccolti intorno ad Amilcare de Ambris, fratello di Alceste, che da Lugano sulle pagine de «L’Internazionale», rivolgeva appelli alle masse «contro l’imperialismo, il colonialismo, il militarismo, nemici secolari della classe lavoratrice».
Il popolo era contrario alla guerra libica, poiché il ricordo dei 4000 morti di Abba Garima era ancora troppo vivo nelle famiglie. In Emilia vi furono le prime reazioni, da Forlì partì il segnale della protesta, il 24 Settembre, ancor prima dell’inizio delle operazioni militari, con comizi di Benito Mussolini e Pietro Nenni, a cui seguirono manifestazioni e scontri, risoltisi con cariche dei carabinieri e della polizia e con l’intervento della cavalleria.
La Confederazione generale del Lavoro proclamò uno sciopero per il 27 Settembre, che fu accolto con entusiasmo a Parma. L’adesione fu massiccia da parte di tutti i lavoratori, ad eccezione dei tranvieri delle linee a vapore; lunghe file di manifestanti cercavano di raggiungere le stazioni di capolinea dei tram, per impedire la partenza e lo svolgimento regolare delle corse. La loro intenzione era di manifestare pacificamente; avanzavano a piedi o in bicicletta, cantando il motivo di una canzone allora di moda, modificata con amara ironia in «Tripoli, suol del dolore, ti giunga il pianto della mia canzon!…. Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana a colpi di cannon!». La polizia controllava i tranvieri, i quali però cercavano qualche pretesto per poter aderire a loro volta allo sciopero.
Lo sciopero doveva terminare a mezzogiorno del 28, per cui già alle cinque del mattino a Langhirano una quarantina di persone fra uomini e donne si avviava verso la stazione del tram, per impedire la partenza della corsa. Erano poco aggressivi, tanto che portavano con sé anche i bambini; non si sentivano urla o minacce. La stazione era presidiata dai carabinieri, ai quali si unirono le guardie forestali; impugnavano minacciosamente i moschetti. La locomotiva era ancora nel deposito. Il corteo allora si divise in due gruppi, uno dei quali si mise sui binari, mentre l’altro entrò nel cortile interno per convincere i tranvieri a non far partire il convoglio.
All’improvviso, forse in preda al panico, i carabinieri caricarono gli operai e i contadini, buttando a terra anche le donne e calpestandole; partì anche una scarica di fucileria, non verso alto, ma ad altezza d’uomo. Un momento di follia, che generò il panico tra la gente in fuga e che lasciò sul terreno morti e feriti; due ragazze restarono uccise sul colpo: Maria Montali di 22 anni fu trafitta alla nuca e alle spalle ed Elisa Grassi di 24, che era incinta, cadde coi polmoni trapassati dai proiettili. Severino Frati, di 33 anni, salì sulla vettura, ma fu colpito dal basso alla gola da un proiettile che gli recise una vena e crollò a terra; fu poi trovato col braccio destro e la coscia crivellati da numerosi colpi; morì invece all’ospedale Antonio Gennari, 43 anni, che ebbe un occhio asportato da un proiettile. Sette feriti giacevano nella polvere.
In un battibaleno si diffuse in paese la luttuosa notizia, per cui accorse una folla inferocita, che si adunò attorno alla caserma dove si erano rifugiati i carabinieri e i forestali; la gente minacciava di far giustizia sommaria. Dal canto loro, i carabinieri tenevano ancora in pugno, quasi come estrema difesa, i moschetti. Stava per accadere un’altra tragedia, tanto gli animi erano esasperati, ma si frapposero fra i due gruppi il segretario comunale Ferrari col figlio Giacomo, il futuro partigiano Arta e sindaco di Parma nonché parlamentare e ministro, molto amato dai parmigiani che ancora ogni anno lo ricordano con stima e affetto. Le parole dei Ferrari placarono l’ira del popolo e la gente tornò a casa aspettando la giustizia legale, ma i carabinieri e forestali, rinviati a giudizio, furono assolti per «inesistenza di reato». Né la stampa fu più equilibrata: infatti nel «Bollettino» dell’Agraria si scrisse: «I disordini di Langhirano sono avvenuti per causa della solita teppa».
A ricordo dell’episodio resta il monumento al cimitero, con la fiamma di bronzo e una stele da cui pende una corona di spine e un blocco di marmo sbozzato a colpi di mazza, dono dei cavatori carraresi. La dedica è «Il proletariato ai suoi morti» e sotto vi sono le lapidi di Maria, Elisa, Severino e Antonio.
Anna Ceruti Burgio

Fonte: gazzettadiparma.it

Ammiragli… di pace e lo spirito di san Francesco tradito

La leggenda vuole che il Santo di Assisi incontrasse il lupo che terrorizzava quelle contrade facendo strage di animali e di uomini e, accortosi dei suoi lamenti per una spina conficcatasi in una zampa, nonostante che tutti lo invitassero a fuggire via, Francesco, mosso da carità cristiana, curò il feroce animale sino alla sua guarigione…
1600 era il numero tragico, ricordato simbolicamente nella marcia della pace Perugia-Assisi odierna (ieri – ndr), di migranti morti negli ultimi sei mesi nel Mediterraneo supercontrollato dalla flotta NATO.
Ai microfoni delle tv che li intervistavano, i pacifisti marciatori con un numero stampigliato addosso ed una maschera bianca per ricordare come queste morti anonime non riescono a scuotere la coscienza della civilissima Europa, han ripetuto purtroppo un ritornello frutto, o di ingenua ignoranza sulla natura della NATO o di un tacito non voler mettere in crisi quei complessi meccanismi di interazione tra ONG cattoliche e non, con le strutture di intervento e soccorso militari che operano sulle coste italiane, in primis Lampedusa.
Un ritornello che abbiamo già sentito dal ministro Frattini poco più di un mese fa, quando, messo in difficoltà dinanzi all’ennesima strage, in piene polemiche sui mancati soccorsi, affermava che avrebbe chiesto alla misteriosa NATO, chiarimenti… dubbioso se scrivere tale richieste in inglese, tedesco e francese poiché assolutamente all’oscuro chi fosse nella NATO chi aveva il comando delle operazioni navali.
Insomma, sfilare lodevolmente per chilometri, ricordando quella tragedia è bene, ma… per poter ridare dignità a quei migranti anonimi affogati nel Mare Nostrum forse sarebbe ora di dare un nome e un cognome alla catena di comando delle navi NATO e su quell’ipotetico mancato soccorso in un mare supercontrollato.
Basterebbe solo un piccolo sforzo, quello di rileggere le pagine dei giornali e i resoconti stenografici delle sedute in Parlamento per poter avere sorprendenti risposte alle nostre domande.
Scopriremmo così che il 23 Marzo 2011, in Senato, l’attuale smemorato ministro Frattini annunciava con grande soddisfazione che l’ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri, persona stimatissima dalla NATO e dallo Stato Maggiore italiano, diveniva il Comandante del Comando Navale Alleato antiGheddafi. Questo avveniva dopo un lungo e difficile braccio di ferro, nella NATO, inizialmente orientata a tener fuori l’Italia, ma che poi, con un accordo prevedeva, a fronte dell’utilizzo di basi e della logistica italiana e del contributo alla coalizione di volenterosi di un dispositivo aeronavale nazionale, che all’Italia venisse conferito un incarico di prestigio nel dispositivo NATO anti-Gheddafi, salvando così la faccia di Berlusconi e il governo italiano.
In seguito, la responsabilità italiana, sulle operazioni in mare, diveniva totale con l’assunzione del comando delle 15 navi militari componenti il NATO Task Group 455.01 da parte del Contrammiraglio Gualtiero Mattesi imbarcato sulla portaerei Garibaldi, poi sostituito a Giugno dall’Ammiraglio Foffi già Comandante del Contingente Navale Italiano assegnato alla NATO per l’operazione Unified Protector.
Insomma il comando delle navi NATO che han pattugliato quelle acque dove han trovato la morte 1600 migranti non parlava tedesco, inglese, olandese, francese, ma semplicemente italiano.
Ma ad aggiungere sorpresa a sorpresa scopriremmo nella nostra ricerca, che in piena adesione al cliché che accompagna mediaticamente l’uso del nostro strumento militare e che definisce i nostri guerrieri come ambasciatori di pace, ebbene scopriremmo che qualche ammiraglio di quella catena di comando è stato insignito addirittura della “palma d’Oro” dalla Assisi Pax International.
Se non vivessimo nell’Italia dei paradossi porremmo la domanda: – “Come è possibile fregiarsi di una onorificenza legata al nome di san Francesco e poi permettersi di non punire fermamente chi, come sottoposto, comandante di una o più navi, ha voltato lo sguardo e turato le orecchie dinanzi ai disperati appelli di migranti in difficoltà?” – “Signor Ammiraglio, come è possibile che proprio sotto il suo comando lo spirito del Santo di Assisi, quello della carità cristiana, del soccorso ai bisognosi fossero pure degli animali, sia stato violato od omesso da dei suoi sottoposti?” – “Ma nei vincoli con i quali le veniva assegnata la Palma d’oro non vi era quello di dovere essere disponibile ad impegnarsi come testimone e portavoce della “Cultura di pace”,… e dei principi della “cultura di pace” pronunciando, pubblicamente la “promessa di operare per il dialogo culturale come procuratore-ambasciatore di pace” nel prossimo futuro?“.
1600 volti anonimi in nome dello spirito del Santo dai piedi nudi invocano da lei giustizia e rispetto della dignità umana affinché altri non si vadano ad aggiungere a questo infinito elenco di vittime della cinica Fortezza Europa.
Antonio Camuso

Fonte: pugliantagonista.it

Onore alla Libia che resiste!

E’ di queste ore la notizia che l’Alleanza Atlantica ha chiesto e ottenuto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU un’ulteriore proroga di 3 mesi per portare a termine il “lavoro” contro la Jamahiriya che scadeva il 27 Settembre.
Il “sì” al rinnovo è arrivato dal Palazzo di Vetro con più di una settimana di anticipo. Un segnale che rimanda a una situazione sul terreno tutt’altro che stabilizzata.
Se la Serbia è stata costretta alla resa in 73 giorni, i pashtun dell’Afghanistan erano in rotta dopo 7 e l’Iraq ha messo in libertà le forze armate ai 30, la Libia non ha ancora mollato in quasi 200 pur disponendo di un più che modesto, e per larga parte obsoleto, apparato militare.
Le unità libiche, a cominciare dalla 32° Brigata, hanno retto con grande dignità e determinazione al feroce, sanguinoso assalto navale, terrestre e aereo organizzato dalla NATO.
Contrariamente a quanto previsto da tecnici ed esperti di gran grido a libro paga dell’Alleanza Atlantica, non c’è stato nessun collasso delle forze armate della Jamahirya.
Se le “missioni di pace” in Asia e Medio Oriente e la lotta globale al “terrorismo” sono costate agli Stati Uniti, dall’11 Settembre del 2001 a oggi, 3.300 miliardi di dollari mettendo definitivamente in ginocchio la sua economia, dal canto suo la Francia di Sarkozy, dopo aver attizzato il fuoco nell’Africa subsahariana per rinverdire avventure coloniali che in Indocina si conclusero a Dien Bien Phu, sta uscendo con le ossa rotte dal Maghreb.
La Gran Bretagna di Cameron, dopo aver rottamato l’ultima portaerei, naviga a vista in un mare di tempesta dalle Falkland a Cipro.
Quanto all’Italia, la partecipazione a una nuova guerra, questa volta nel Mediterraneo, dopo l’Iraq e l’Afghanistan, contribuirà a farci togliere un’altra A e ad appiopparci un ulteriore outlook negativo dagli gnomi del rating.
Né potrà essere di grande aiuto per i tre dei quattro “grandi” della U.E. che un raccogliticcio contingente ONU li sostituisca sul terreno a breve o medio periodo. Continua a leggere

Vittime civili della NATO in Libia

Per stomaci forti.
Fonte: leonorenlibia

E un grande scoop della “libera stampa”:

Roma, 23 settembre – Le forze speciali degli alleati contro il regime di Tripoli hanno giocato un ruolo attivo fondamentale per la caduta di Muammar Gheddafi in Libia. E’ quanto emerge da una relazione del Royal United Services Institute, secondo il quale unità inviate sul terreno per attività di intelligence, addestramento e protezione di siti sensibili sarebbero stati determinanti per l’avanzata dei ribelli verso la capitale libica e la sua conquista. Tra questi “elementi sotto copertura” figurano anche degli italiani.
Sulla base di notizie di stampa, video, fotografie e altro materiale sensibile, secondo quanto si legge oggi sul Times, l’istituto ha confermato l’impegno di unità d’elite di Regno Unito, Francia, Italia, Bulgaria, Qatar, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Le forze speciali avrebbero dapprima contribuito a evacuare cittadini stranieri e dipendenti occidentali del settore petrolifero e si sarebbero poi dedicati a un lavoro su larga scala: addestramento dei combattenti dell’opposizione, attività di spionaggio, sorveglianza dei principali leader ribelli, consegna di armi e protezione di strutture sensibili come i depositi di armi nucleari nel Paese.
Le truppe di elite di Londra, spiega oggi il quotidiano britannico, avrebbero trascorso circa quattro mesi a Tripoli per preparare la grande avanzata dei ribelli verso la capitale. Gli altri contingenti occidentali, nello stesso periodo, si sarebbero concentrati nella raccolta di notizie di intelligence. Sebbene non si conosca l’esatto numero dei militari utilizzati per questa attività, l’Istituto riferisce che i britannici sarebbero stati oltre 40, come i francesi. Gli Emirati arabi Uniti avrebbero offerto 30 uomini, il Qatar 20, la Bulgaria 12, l’Italia 10. Il contingente più numeroso sarebbe stato quello dell’Egitto, con 100 militari.
(TMNews)

Frattini e i delfini della baia di Tokyo

L’aggressione militare alla Libia e il cinismo della “politica” italiana

Il Pentagono nel Quadriennial Defence Review Report del Dicembre del 2001 adottò un termine per definire uno scenario in cui un’entità (organizzazione nemica) pianifica e porta a realizzazione nel tempo una serie di azioni militari non ortodosse contro una grande potenza che abbia occupato con l’uso della forza un Paese del Vicino Oriente.
Un report arrivato a 30 giorni di distanza dal via libera dell’amministrazione Bush all’US Air Force per colpire con bombardamenti a tappeto l’Afghanistan.
Mancheranno meno di 2 anni all’aggressione aerea e terrestre all’Iraq di Saddam Hussein.
Lo smantellamento delle sue strutture militari e civili, la sottrazione alle precedenti autorità statuali anche dalla gestione delle risorse economiche ed energetiche da affidare a un governo fantoccio avrebbero finito, a giudizio degli esperti militari del Dipartimento della Difesa, nell’approntamento del DFRR, per creare “momentanee“ condizioni di instabilità economica e sociale e di precaria sicurezza pubblica capaci di concorrere allo sviluppo di una guerra a bassa intensità.
Le definizioni più usate dagli analisti sono: guerra non convenzionale, guerra asimmetrica, guerra di guerriglia.
Chi scrive ne adotta un’altra più semplice, evocativa: guerriglia.
Il perché è semplicissimo: mi fa sentire più vicino a qualsiasi “ribelle“ che abbia impugnato o impugni le armi per liberare il suo Paese dall’egemonia di USA, NATO e “Israele“.
La guerriglia mi rimanda a metodi di combattimento capaci di logorare e di vincere, a tempi lunghi, la prepotenza e le aggressioni armate dell’Occidente, di generare miti, comandanti, volontà di lotta, la forza necessaria ad annientare modelli politici estranei messi in piedi con l’esportazione della “democrazia“ e far tornare alla luce le straordinarie energie che i popoli conservano. Continua a leggere

La strage di Ustica porta ai mandanti di quella di Bologna

“E ora si faccia tutto quello che serve perché Italia, Francia e Stati Uniti dicano la verità e ammettano la responsabilità dell’abbattimento il 27 Giugno del 1980 del DC-9 dell’Itavia“.
Lo hanno chiesto in un documento comune gli avvocati che hanno prestato assistenza legale a familiari e parenti delle 81 vittime della strage di Ustica, nella causa civile del 12 Settembre arrivata a sentenza per decisione del giudice Paola Protopisani del Tribunale di Palermo, che riconosce agli assistiti danni per 100 milioni di euro (più interessi e altri oneri).
La somma dovrà essere risarcita in solido dal Ministero dei Trasporti e della Difesa.
“Si auspica con forza che chi di dovere – Presidenza del Consiglio, Ministero degli Esteri e Ministero della Giustizia, nda – avvii ogni opportuna e irrimandabile azione giudiziaria nei confronti di Francia e Stati Uniti perché sia finalmente ammessa dopo più di 30 anni, la responsabilità del gravissimo attentato che colpì l’aereo passeggeri dell’Itavia“.
Lo hanno messo nero su bianco gli avvocati Alfredo Galassso, Daniele Osnato, Massimiliano Pace, Giuseppe Incandela, Fabrizio e Vanessa Fallica, Gianfranco Paris, che formavano il collegio di difesa.
“La sentenza – hanno scritto – è il frutto di una lunga e articolata istruttoria, durata 3 anni, durante la quale il Tribunale ha avuto modo di valutare tutte le emergenze probatorie già emerse nel procedimento penale“.
Secondo i legali “il risultato raggiunto in sede civile rende finalmente giustizia alle innumerevoli difficoltà, economiche e psicologiche, che familiari e parenti degli scomparsi nell’attentato del DC-9 hanno dovuto sopportare nell’arco di 30 anni della loro vita, anche a causa dei numerosi e comprovati depistaggi operati da apparati deviati dello Stato“.
La ricerca della verità su Ustica deve ripartire da questa sentenza – ha affermato l’avvocato Osnato – che accoglie la tesi del missile lanciato da un caccia intercettore con le insegne di USA o Francia in prossimità del “punto Condor“, dove l’aerovia militare Delta Whisky incrocia nei cieli di Ustica quella usata per il trasporto passeggeri Ambra 13.
Il giudice Protopisani ha ritenuto che le prescrizioni sul piano penale di cui hanno beneficiato gli ufficiali dell’Aeronautica Militare Italiana non possano essere trasferite sul piano civile e ha condannato i Ministeri dei Trasporti e della Difesa secondo il principio della “immedesimazione organica“. Continua a leggere

15 Ottobre 2011

Dopo oltre sei mesi dal suo inizio, sembra non avere fine la guerra della NATO contro la Giamahiria di Muammar Gheddafi: migliaia di morti causati dai bombardamenti dal cielo contro la popolazione e le infrastrutture civili, uso di elicotteri Apache e droni, mercenari e truppe speciali, rifornimenti di armi micidiali e di ultima generazione ai terroristi qaedisti di Bengasi, tutti insieme non sono stati sufficienti per avere la meglio sull’eroica resistenza del popolo libico guidato da Muammar Gheddafi. I grandi media della NATO continuano a fare propaganda proclamando la vittoria da settimane, se non da mesi; eppure dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che si tratta di disinformazione strategica a scopi militari. La realtà è che nei sobborghi di Tripoli, a Sirte come a Bani Walid, la resistenza continua, rifiutando la resa e il tradimento!
L’Italia, a cui è stato ordinato di partecipare al conflitto – anche contro i suoi interessi – dal suo padrone d’oltreoceano, per mezzo dei suoi politici servi e traditori continua a giustificare la partecipazione militare alla guerra in Libia con la disgustosa retorica dell’”azione umanitaria a difesa dei civili”.
“La Libia è invece vittima di un’ennesima aggressione della NATO, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della NATO, attraverso il comando Africom), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui)
Contemporaneamente all’azione di aggressione militare alla Libia iniziata a Marzo, si è scatenata la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc. etc. Non importa che i disordini siano in realtà dovuti anche qui a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico. Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’“Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un Paese sovrano, laico e socialista, se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei Paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?
“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 agosto 2011 hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quella manifestazione, allargandone la piattaforma, per organizzare un nuovo presidio unitario in difesa della Giamahiria e della Repubblica Araba di Siria contro la NATO.

E’ perciò convocato un:
PRESIDIO A MILANO,
DAVANTI AL CONSOLATO GENERALE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA,
SABATO 15 OTTOBRE 2011,
DALLE 15.30 ALLE 17.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE ORE 16.30,

PER CHIEDERE:
1. L’immediato ritiro delle forze militari italiane dalla missione criminale in Libia e da tutte le missioni per conto della NATO e degli Stati Uniti d’America;
2. Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;
3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del Paese da parte della NATO.
4. Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA, come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, che per esaudire i desideri atlantici continuano a violare l’art. 11 della Costituzione attaccando militarmente la Libia e attuando la destabilizzazione della Siria progettandone l’aggressione militare.

PER MANIFESTARE:
1. Il nostro appoggio all’eroica resistenza della Giamahiria di Muammar Gheddafi e della popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, alle bombe e alle truppe speciali della NATO.
2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’occidente e dalle squallide campagne mediatiche dei media della NATO.
3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali, che disprezza i propri politici servi e traditori e che vuole al più presto ristabilire dei rapporti di amicizia e cooperazione con la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista e con la Repubblica Araba di Siria.

Per aderire, scrivere a sabato15ottobre@libero.it.

Modalità di svolgimento, luogo e regole del presidio sono qui.