“Il cuore delle missioni”

mangustaBologna, 3 dicembre – Dodici mesi per sentirsi dentro ‘il cuore delle missioni’ dei militari italiani. Cosi’ si intitola il ‘CalendEsercito 2013′, presentato a Bologna dal comandante dell’Emilia-Romagna, generale di divisione Antonio De Vita, e da Mauro Galligani, autore degli scatti, professionista di reportage esteri. Quest’anno ricorre il trentennale della partecipazione dell’ Italia alle operazioni di gestione delle crisi internazionali, iniziata in Libano nel 1982. Cosi’ nelle foto che accompagneranno il prossimo anno si realizza un continuum tra passato e presente. Galligani e’ stato quattro volte in Afghanistan e ha vissuto a stretto contatto con i militari raccontandone i momenti di vita quotidiana con immagini in bianco e nero. ”E’ stata – ha detto il fotoreporter – la mia piu’ bella esperienza professionale e mi ha insegnato a conoscere una parte sana della societa’ italiana”. Per il generale De Vita il calendario delle forze armate ”e’ una grande occasione di comunicazione”. Gli scatti di Galligani ”colgono i momenti piu’ significativi del nostro modo di essere italiani”. Il calendario si conclude con un ricordo ai militari che hanno perso la vita in missione.
(ANSA)

Bologna, 3 dicembre – Un veicolo tattico leggero ‘Lince’, un motociclo aviolanciabile e un elicottero da ricognizione e scorta ‘Mangusta A-129′. Sono i mezzi, normalmente impiegati nelle operazioni ‘fuori area’, che si potranno ammirare al Motor Show di Bologna, da mercoledi’ a domenica, nello stand dell’Esercito Italiano. L’area espositiva sara’ nel padiglione 26 e avra’ come filo conduttore il progresso tecnologico dei veicoli in dotazione, ma anche le pari opportunita’ nella Forza armata. A disposizione del pubblico ci sara’ un punto informativo per illustrare le modalita’ di accesso alla carriera in uniforme. All’interno sara’ anche possibile acquistare capi di abbigliamento, libri e carte geografiche.
(ANSA).

Qui, invece, quello che vogliono tenere nell’ombra.

I Lince sotto inchiesta

Roma, 26 Marzo – “Il provvedimento di sequestro di un Vtml ‘Lince’ disposto dalla Procura di Civitavecchia permetterà agli inquirenti di fare finalmente chiarezza sui tanti decessi di militari avvenuti a causa del ribaltamento del mezzo in dotazione alle Forze armate”. Così afferma in una nota Luca Marco Comellini, segretario del PDM-partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia.
Stamane ho consegnato copia agli inquirenti delle 12 interrogazioni presentate dal deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del PDM, “affinché sia il magistrato a chiedere alla difesa se durante i collaudi, le fasi d’istruzione ed esercitazioni, o missioni operative, i mezzi ‘Lince’ abbiano presentato problemi, ovvero quanti incidenti si siano verificati e per quali cause”.
(TMNews)

[Forse Chetoni aveva ragione...]

Walter Amatobene, l’incursore della pace

Dopo Alessandro Gandolfi, la Gazzetta di Parma ci presenta un altro “apripista”.
Questa volta “del libero scambio”, in terra d’Afghanistan.
Un gentile presente dei Paesi occidentali che però le popolazioni locali sembrano restie ad apprezzare, a giudicare dal benvenuto che gli hanno riservato e dall’abitudine di indossare elmetto e giubbotto antiproiettile mentre i suoi camion sono scortati dai Lince.
Forse hanno capito che a motivare gli incursori come Amatobene non è il raggiungimento della pace ma gli “interessi del mondo” e le “commesse per anni”.

L’attacco finale in Afghanistan non lo sferreranno i carri armati o gli elicotteri, ma i camion, i treni carichi di container. Un dilagante viavai nel nome dell’import-export sulla Via della Seta. Ogni contratto un tassello in più nel Risiko della convivenza. Nell’esercito chiamato a vincere la pace a Kabul e dintorni, Walter Amatobene è una sorta di incursore. Romano di nascita, parmigiano per scelta (qui vive da 35 anni, girando in largo e in lungo), ex direttore alla Gondrand e fondatore della Mondial Express, della quale ora è amministratore, è un apripista del libero scambio in Afghanistan. Prima o poi, qualcuno andrà anche laggiù, dicono gli analisti. Lui lo fa già, Marco Polo del terzo millennio.
«Ho spedito il primo camion nel marzo del 2009: ora siamo arrivati a 120. Spedizioni di sanitari, prefabbricati, condizionatori, gruppi elettrogeni: tutta roba che resterà alla popolazione o alla polizia afgana, dopo il ritiro dei nostri». Questione di coerenza, per chi lavorava con il Libano nel 1983 e con la Somalia nel 1994. «C’era la Folgore in entrambi i casi» sorride lui, che il militare l’ha fatto da basco amaranto e ora si occupa del sito congedatifolgore.com. «In Mozambico, invece, c’erano gli alpini paracadutisti». Già, il Mozambico. E Haiti, novità degli ultimi mesi. Altro che le nostre giungle d’asfalto. C’è sempre un luogo fuori rotta da raggiungere con un carico: dove la giungla magari è anche vera e l’asfalto un lusso. O un deserto seminato a ordigni.
«Purtroppo abbiamo ancora i nostri morti. Una schiacciata minoranza di talebani riesce a colpire. Ma sono sempre più gli attentati sventati grazie ai civili. Gli italiani sono benvoluti e rispettati, perché a loro volta rispettano». A staccare i detonatori è anche l’aumento del reddito della gente. «C’è sempre più ricchezza e questo ha creato voglia di stabilità. La logistica sarà l’ultimo impulso che permetterà di stabilizzare il benessere in questo splendido e terribile Far West ricco di litio, oro, rame e marmo. Ancora a lungo ci sarà chi sparerà agli sceriffi, ma qui stanno confluendo gli interessi del mondo. Nella sola zona occidentale, da costruire ci sono 1.500 chilometri di strade, 1.000 di ferrovie, gli aeroporti di Herat e Farah: commesse per anni».
In Afghanistan, Amatobene è stato quattro volte. L’ultima pochi giorni fa. «Avevo dieci camion da consegnare a Herat. E volevo vedere a che punto è la ferrovia tra Hairatan, ai confini con l’Uzbekistan, e Mazar-e-Sharif». I destini dell’antica Via della Seta si decidono sui 129 preziosissimi chilometri di una «via di ferro» finanziata dalla Banca dello Sviluppo asiatico. «Grazie a essa, oltre che all’aumento degli scambi – assicura l’imprenditore – riusciremo ad abbassare i costi delle spedizioni. Un trasporto da Parma a Farah (nella zona occidentale, a 120 chilometri dall’Iran) oggi costa oltre 11mila euro ad autotreno. Per merce normale si abbatteranno i costi del 20-30 per cento. Per i carichi fuori sagoma anche del 50». Riducendo anche rischi, tempi e lungaggini burocratiche. Perché ora le merci civili per l’Afghanistan vanno via mare e su gomma attraverso Pakistan e Iran.
«Ho visto scaricare e caricare 15 camion in un giorno dagli afgani: grandi lavoratori, orgogliosi e dignitosi. Lì vedi persone scalze con il cellulare in mano, case di fango con la parabola sul tetto. E’ una civiltà che ha un approccio con la vita diverso dal nostro falsato dal troppo che abbiamo. Sembrerà un paradosso, ma è un popolo pacifico». Lo dice con un sorriso, Amatobene, ricordando il «benvenuto» ricevuto al primo viaggio a Herat. Il tempo di sbarcare dall’aereo, e un razzo esplose sulla pista. «Ma si è in un tale bagno di confusione, in mezzo a tanta gente armata, che si ha la predisposizione a non spaventarsi troppo».
Predisposizione innata per l’amministratore della Mondial Express, che nell’ultima spedizione ha ottenuto di salire sul primo dei dieci Lince assegnati alla scorta dei suoi 15 camion. «In fondo non avrei visto nulla». Poi, nei tratti più a rischio mine è sceso a far due passi con i guastatori («Sul blindato si cuoceva»). Otto ore di strada per 120 chilometri. Amatobene fa quasi prima quando, scarpette ai piedi e lampada frontale, va a Deiva Marina dopo aver lasciato l’auto a Lagdei (se non altro il parcheggio è certo). «Imbocco il primo sentiero tra i monti alle 22, scollino; a Zum Zeri vedo l’alba sul mare, a mezzogiorno sono in acqua». Almeno il ritorno è in treno. «Trasportare» se stesso in quota, di corsa, è la vecchia passione dell’imprenditore della logistica. Sette sono state le sue Cro Magnon, le ultra-trail di 104 chilometri con 5.400 metri di dislivello positivo e 6.400 di negativo. Nei giorni scorsi, il suo campo d’allenamento era la base di Herat: all’alba, prima che s’arroventassero terra e aria. Prima di essere appesantito da elmetto e giubbotto antiproiettile. La tenuta da spedizioniere di oltre frontiera, da incursore della pace.

Pay Tv atlanticamente corretta

Milano, 26 ottobre – Dalla finale mondiale di Berlino alla missione militare in Afghanistan. Fabio Caressa ha passato quindici giorni con i soldati italiani, 3500 connazionali, donne e uomini, alcuni arrivati da poche settimane, altri al lavoro da molti mesi e prossimi a tornare a casa.
Caressa ha condiviso la vita della base di Herat, il quartier generale della missione italiana e di alcune delle nostre basi avanzate, le cosiddette Fob. Il risultato di questo progetto è il reportage ‘Buongiorno Afghanistan’, il diario di un’esperienza unica e intensa.
Una produzione originale Sky Uno, otto puntate in onda in esclusiva da giovedì 28 ottobre alle dieci di sera, le successive puntate alle dieci e mezza. E’ anche il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona da un giornalista che è un volto familiare e amico per i milioni di appassionati di sport nel nostro paese, la cui telecronaca della finale dei mondiali di Germania 2006 è ancora nella memoria di tutti gli italiani che tifavano, con un’emozione unica, per la squadra azzurra.
Un diario corale, documentario nella sostanza e drammatico nella forma, che tenta di restituire al pubblico volti, storie, esperienze di un pezzo di Italia che lontano da casa cerca di aiutare a ricostruire un paese dilaniato da trent’anni di guerra, sofferenza e tensioni. Caressa e la troupe di Sky Uno hanno vissuto con i nostri militari di stanza nelle quattro provincie afghane di Farah, Bala Murgab, Balabaluk e Shaft a Shindand. Hanno parlato con centinaia di loro, molti dei quali giovanissimi, tra i 20 e i 25 anni, provenienti dal Sud Italia. “Non mi improvviso certo inviato di guerra – spiega Caressa – presto invece i miei occhi di persona comune che viene proiettata in una situazione che di comune non ha davvero nulla”.
‘Buongiorno Afghanistan’ racconta quella parte della nostra missione di cui si parla poco: dalle operazioni di bonifica degli sminatori, alla vita nelle carceri femminili, dal mantenimento della viabilità all’organizzazione degli aiuti alimentari, dagli interventi del personale medico che assiste i militari e la popolazione civile alla fondamentale azione delle Psy-Ops, una squadra di uomini e donne, preparati su lingua e cultura locale, che hanno il compito di parlare con il popolo afghano, informando sulle operazioni di pace e spiegando gli obiettivi della missione.
Caressa e la troupe ci mostrano le azioni dei militari sui mezzi blindati Freccia e Lince, salgono sui mezzi aerei come il Mangusta (tutta la seconda puntata è dedicata all’Aeronautica). Il diario racconta anche i momenti di relax nei campi: la pizza, una grigliata, un’improvvisata partita di calcetto, la visione collettiva della partita della nostra nazionale, la tensione che si scioglie dopo una missione ad alto rischio
“La realizzazione del programma – spiegano da Sky – non sarebbe stata possibile senza l’aiuto del ministero della Difesa e in particolare, oltre al ministro in persona, del generale Massimo Fogari, del capitano di Corvetta Francesco Pagnotta, del maggiore Mario Renna e del P.I.O. di Herat, del generale Claudio Berto. Ma soprattutto il programma non avrebbe avuto alcun senso senza tutte le donne e gli uomini italiani che si sono resi disponibili a raccontare il loro lavoro di ogni giorno in Afghanistan”.
(Adnkronos)

Quello che in Italia i giornalisti non chiedono

Quanto è avvenuto, oggi mettendo da parte sentimentalismi patriottici e dolorose constatazioni che si tratta di giovanissimi provenienti dal Sud, che continua a fornire carne da cannone, possiamo dire che si tratta di un normalissimo episodio militare, da manuale e che statisticamente, è possibile calcolare con largo anticipo la probabilità che esso succeda per numero di operazioni simili, la quantità di perdite umane e di materiale previste.
In Afghanistan operazioni di allargamento del controllo del territorio tramite FOB (Basi Avanzate) sono normalissime, e americani ed inglesi sono degli specialisti in questo e calcolano anticipatamente quante perdite sono accettabili nel rifornire, mantenere una FOB e tenerla operativa attraverso operazioni di controllo di territorio remoto.
In poche parole, in nove anni di guerra afgana, è possibile ormai conoscere matematicamente lo scotto che c’è da pagare per ogni centimetro di territorio che si vuol strappare agli insorti e quanto in più c’è da versare, in sangue e denaro per mantenere nel tempo il controllo di quel centimetro conquistato.
Quante perdite avremo nei prossimi 12 mesi?
Quello che in Italia i giornalisti non chiedono e che invece in America è anticipato dagli staff del public-relation del Pentagono.
Se ci fate caso, ad ogni conferenza stampa che segue l’inizio di una nuova operazione militare delle Forze armate USA, i portavoce del Pentagono rispondono con matematica precisione alle domande dei giornalisti sulle perdite che prevedono di avere, dei costi dell’operazione e dei risultati che si vuol conseguire.
Ebbene da quando gli USA hanno chiesto al nostro contingente di cambiare strategia nel territorio di competenza, tirare fuori il naso dai caposaldi e andare a contendere passo passo il terreno agli insorti, installando nuove basi sempre più remote e bisognose di rifornimenti continui in uomini e materiali, ebbene nessun giornalista italiano si è permesso di chiedere ai nostri generali quanto ci sarebbe costato tutto ciò.
Quelle cifre previsionali, morti, mezzi distrutti, ecc sono da tempo sui tavoli degli analisti del nostro Stato Maggiore Difesa, come anche su quelle del ministro della Difesa on. La Russa, ma nessuno si permette di chiederlo, poiché sarebbe una bomba politico-militare.
Invece si preferisce contrabbandare il mito del buon italiano protetto dallo stellone e dall’amuleto che ci si è portati da casa e dal materiale di produzione nazionale che è sempre meglio di quello degli altri contingenti, per poter fare marketing alle imprese armiere nazionali.
Né troveremmo un giornalista deciso di esser messo alla porta, a vita, dagli ambienti ministeriali e dal suo giornale a causa di una domanda vietata in Italia.
Si preferisce invece lanciarsi nelle interviste falsamente pietistiche ai familiari e agli amici delle vittime, alle inquadrature di bare avvolte nel tricolore e nel riportare i bollettini di vittoria dal fronte afgano e pieni di indici di gradimento rilevati tra la popolazione locale verso i nostri militari.
Io speriamo me la cavo, l’importante è arrivare a questo benedetto fine 2011…
Chissà se un giorno un nuovo filone di cinema neorealista italiano potrà sceneggiare un film con questo titolo sulla guerra afgana vista dai soldati italiani, quelli veri, come il caporalmaggiore che scriveva su Facebook, ”Io mi son rotto dell’Afghanistan e voglio ritornare a casa” o come il pugliese che diceva: “Qui fa un freddo cane e rimpiango il mare del Salento”?
Antonio Camuso

Fonte: Osservatorio sui Balcani di Brindisi
[grassetti nostri]

Se io lancio una bomba…
Roma, 11 ottobre – Potrebbe iniziare nel 2011 la exit strategy dei militari italiani dall’Afghanistan. ”Ne voglio discutere nelle sedi opportune con Petraeus, con la NATO. Potrebbe avvenire che la nostra zona ovest entro il 2011 venga largamente consegnata al governo afghano più di altre zone. A questo punto dovremmo affermare il principio che noi non andiamo in un’altra zona”. E’ questa l’ipotesi prospettata dal ministro della difesa, Ignazio La Russa, in una intervista a La Stampa.
Se si riuscirà a consegnare al governo di Herat il controllo di tutta la zona ovest ”quello sarà il momento per far rientrare gran parte dei nostri soldati che hanno compiti operativi – aggiunge il ministro – concentrandoci sull’addestramento”. La Russa parla anche della possibilità di armare i bombardieri e del fatto che questo non cambierebbe la nostra missione che ”resterebbe di pace. Se io lancio una bomba per difendere una colonna militare, rimane una missione di pace. Non è l’arma che qualifica la missione ma il modo con cui la usi”.
(ASCA)

… ed i nuovi “Mille”
Roma, 11 ottobre – I soldati italiani impegnati nelle missioni di pace ”sono i nuovi ‘Mille’, 150 anni dopo l’unità”. Lo afferma in una intervista al Mattino il ministro degli esteri Franco Frattini. Nel Risorgimento si combatteva ”per l’ideale unitario”. Oggi l’obiettivo è ”contribuire con il proprio impegno alla sicurezza e alla pace internazionale. A rischio, oggi come allora, della propria vita”. Frattini aggiunge che il 2011, anno del 150° anniversario dell’unità d’Italia e decimo anniversario dell’attentato alle torri gemelle, ”potrebbe essere l’occasione giusta per ricordare i nostri militari morti per la pace. Il tema resta la memoria. Si dovrebbe pensare ad una giornata del ricordo di tutti i giovani che hanno perso la vita nelle tante missioni in cui l’esercito italiano è stato impegnato in missioni internazionali”.
Frattini si sofferma poi sulla opportunità di armare meglio i militari italiani riprendendo la proposta del ministro della difesa La Russa di equipaggiare con le bombe gli aerei. ”In quella situazione si pensa alla possibilità di armare meglio i nostri aerei da combattimento. Ora hanno solo mitragliatrici, le bombe potrebbero aumentare l’efficacia della loro azione di scorta ai convogli”.
(ASCA)

Tra un Rutelli pronto al voto favorevole per l’invio al fronte e l’uso di qualunque armamento a nostra disposizione per far sentire sicuri i nostri soldati in missione di pace (fortunatamente le bombe atomiche tattiche presenti in Italia sono di proprietà USA e non ce le prestano) e un Ranieri del PD possibilista ad una decisione patriottica in parlamento, troneggiava da un megaschermo la faccia con gli occhi spiritati di La Russa che annunciava la svolta: “Dopo tante remore è giunto il momento di armare di bombe i nostri AMX affinché i nostri soldati si sentano più sicuri”, – correggendosi poi immediatamente, per evitare di esser sputato in faccia dalla NATO – anche se, comunque, sino ad oggi, quando abbiamo richiesto l’appoggio aereo non ci è stato mai negato dagli altri (USA, inglesi e francesi), però, noi che non vogliamo guastare il mito del buon soldato italiano, che mai ha fatto del male ad un civile, preferiamo che, se c’è da buttare qualche bomba, per difenderci, è meglio che lo facciano degli aerei italiani, così siamo sicuri che danni collaterali non ce ne saranno e il nostro rapporto con la popolazione rimarrà cordiale e fraterno come sin’ora è stato…
(…)
All’unanimità poi, in un clima che ci ricordava il sequestro Moro, tutti si dichiaravano convinti della lotta senza quartiere ai terroristi talebani: “Nessuna trattativa! I nostri soldati rimarranno lì sino alla vittoria finale, salvo disposizioni USA-NATO!“.
Dagli USA l’inviato RAI, inascoltato, annunciava che Karzai, spinto e appoggiato dagli USA sta per far entrare nel governo i “terroristi talebani” (oggi ha precisato che lui tratta con i talebani afgani, definizione molto larga che comprende anche quelli del Waziristan tribale Pachistano, continuamente bombardato dai droni americani), i nostri, in studio, rassicuravano i nostri soldati sulla bontà della loro missione: difendere a migliaia di kilometri di distanza l’uscio di casa ed impedire che i talibani scorazzino presto armati per le nostre città.
Nonostante che nessuno gli abbia fatto la domanda vietata, La Russa a sorpresa ammette, per la prima volta che, statisticamente, sono calcolabili le perdite che prevediamo di avere, ma… è meglio non parlarne ed è preferibile piangere, col cuore infranto, come se fosse la prima e ultima volta alla notizia di ogni soldato italiano… E per l’ennesima volta da giornalisti ed esponenti dell’opposizione con la capa china tutti a non voler chiedere quante sono le perdite che si prevedono sino al ritiro.
Lo spettro che s’aggirava nella trasmissione era quello della vera data del ritiro che La Russa e C. vagheggiavano a fine 2011, ma ieri sera, solo grazie al corrispondente esteri RAI, abbiamo saputo che si spera sia il 2014, salvo lasciare alcune centinaia di “istruttori” all’esercito afgano… a tempo indefinito. Insomma, quella afgana sarà forse la più lunga campagna di guerra affrontata dal nostro esercito dall’Unità d’Italia contro un nemico oscenamente mostruosizzato e i cui rappresentanti presto faranno parte di un governo amico e sostenuto finanziariamente da Europa e USA.
Un dibattito confortante per le famiglie dei soldati all’estero che ora sanno il motivo perché i loro figli stanno a sputare sangue e sabbia, ammazzando altri esseri umani definiti terroristi e riempiendo tutti di orgoglio per la nostra coerenza, spirito di guerrieri pacifisti e di coerenti difensori della legalità internazionale. Un dibattito che ci ha confortato della valanga di milioni di euro che vanno in fumo in quella missione, mentre si taglia la scuola, la sanità e la disoccupazione giovanile, e non, galoppa senza tregua. Domani è un altro giorno, l’Italia che Mussolini segretamente dichiarava incompatibile con la guerra, si commuoverà per qualche ora dinanzi a una bara col tricolore, poi volterà le spalle e tornerà al quotidiano “io speriamo me la cavo”… a quadrare i conti… a portare la pelle a casa dal lavoro… a non morire per mala sanità…

Da La svolta italiana in Afghanistan: le Bombe Rassicuranti, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Marketing governativo
Roma, 13 ottobre – Il ”Lince”, il blindato rimasto coinvolto nell’esplosione che ha provocato la morte di quattro nostri alpini in Afghanistan, resta il mezzo più sicuro per i nostri soldati. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa nel corso della sua informativa al Senato.
”In campo mondiale, al momento, tra i veicoli della stessa categoria non risulta disponibile una alternativa che possa garantire migliori livelli di protezione del personale” ha detto La Russa. ”Peraltro, nell’ambito delle misure tese al miglioramento della sicurezza del personale sono stati immessi nel teatro afghano – ha ricordato – i primi 17 esemplari di Veicolo Blindato Medio (VBM) ‘Freccia’ operativi dal mese di agosto” che è destinato non a sostituire ma ad integrare gli attuali assetti operativi basati sul Lince, ”trattandosi di due tipi di veicoli in grado di operare in modo complementare”.
(ASCA)

Afghanistan: le manfrine di Frattini, La Russa & soci

Il “Freccia“ è il 5° blindato, in questo caso di produzione FIAT Iveco-Oto Melara, utilizzato dal “nostro“ contingente in Afghanistan ed il 3° progettato ed uscito dalle catene di montaggio nazionali per dotare i militari “tricolori“ di “un mezzo idoneo ad affrontare le minacce di formazioni ostili in Paesi in cui si imponga la necessità di operazioni di polizia internazionale per ristabilire l’ordine e sicurezza“ (dichiarazione di La Russa Ignazio). Insomma, peace-keeping e peace-enforcing sotto l’egida dell’ONU ed occasione utile per soddisfare al tempo stesso le esigenze dell’ Esercito Italiano (E.I.) per dotare i suoi reparti di un numero adeguato di VBL/VCM/VCE/IFV che soddisfi l’esigenza di dotazioni della Forza Armata.
Un esigenza che coincide con l’acquisto da parte del Ministero della Difesa di un numero di blindati tale da generare, in ogni caso, un lauto profitto alle società costruttrici che si accollano, bontà loro, i costi di progetto, produzione, modifica, manutenzione a tempo e le scorte ricambi all’ E.I..
La conseguenza più immediata di una tale procedura è il volatilizzarsi del rischio di impresa e l’acquisizione da parte dell’E.I. di quantità “regolarmente eccedenti di esemplari prodotti, rispetto alle necessità operative“ essendo ben noti i benefici economici che ricava il personale di alto grado della Forza Armata, Marina ed Aviazione comprese, alla quiescenza, dall’’inserimento a livello dirigenziale nell’industria militare pubblica e privata.
Lobbies che opacizzano, nel migliore dei casi, i bilanci di settore ed inquinano, ormai a partire dagli anni Settanta, le destinazioni di spesa di Via XX Settembre.
Il “Freccia“ pesa in ordine di combattimento 26+2 tonnellate, ha un cannone a tiro rapido da 25 mm KBA, una mitragliatrice MG-42 da 7,62 mm ed una trasmissione su quattro assi. L’arma più temibile nelle mani di un coraggiosissimo ed eternamente appiedato straccione pashtun è un RPG-7 che a 150 metri perde i tre quarti della sua precisione di tiro od un AK-47 che a 130 mt la dimezza.
Nella versione controcarro il “Freccia” aggiungerà, grazie al professore, una dotazione di missili antitank “made in Israel“ Spike con un raggio d’azione dai 4 ai 6 km. Continua a leggere

Bala Morghab: debacle tecnologica o spegnimento dei sistemi di disturbo?

Quanto avvenuto oggi in una località come Bala Morghab, oggetto di attacchi negli ultimi anni (dove a rotazione inutilmente contingenti multinazionali hanno cercato di raggiungere sul campo superiorità militare e consenso tra le popolazioni locali, investendo risorse considerevoli), fa pensare che l’ipotesi di una sconfitta totale entro il 2013 dei talebani, sia solo una pia illusione.
Stiamo assistendo ad un film che i più anziani di noi hanno già visto, con la presentazione ridicola di una exit strategy dove i “locali” prendono le redini del controllo militare del paese e tengono a bada i “cattivi” sostenuti da un inaffidabile o pericoloso vicino.
Lo abbiamo visto in Vietnam, lo abbiamo visto proprio in Afghanistan una ventina di anni fa con i Russi.
Partendo proprio dall’esperienza fatta da questi ultimi, i Russi, che possiamo definire quello di ieri un episodio emblematico della guerra logistica persa dalla NATO nel teatro afgano.
La necessità di rifornire di qualche decina di uomini (e della smisurata quantità di materiale logistico e di approvvigionamento che necessita quotidianamente ad essi e ai soldati occidentali presenti già a Bala Morghab) ha determinato la scelta da parte del comando ISAF-NATO di mettere su un convoglio corazzato stile “Armata Rossa assediata in Afghanistan” di venti anni fa.
(…)
C’è un secondo inquietante aspetto invece nell’attacco di ieri ed è quello insito nella tecnica dell’attentato.
Non parliamo dell’usanza di mettere una mina autocostruita sotto il ciglio di una strada, tecnica ormai acquistita anche dal più giovane degli scugnizzi afgani, come lo era un tempo per gli sciuscià napoletani quello di mettere i petardi tra le ruote dei filobus del Rettifilo, bensì nella costruzione del sistema di innesco e detonazione.
In effetti sembra quasi inspiegabile come sullo stesso tracciato dove erano transitati già altri 3 o 7 mezzi simili sia potuto esplodere un ordigno in maniera automatica a meno che esso non fosse o telecomandato o avesse un innesco intelligente capace di attivarsi solo dopo un certo numero di “contatti”.
Escludendo a priori il fatto che le ruote del nostro Lince abbiano scartato dal percorso in fila indiana seguito a velocità da tartaruga del convoglio e tenendo conto che a saltare in aria è stato proprio il Lince degli sminatori italiani, ovvero quello non avrebbe mancato di un millimetro il percorso delle ruote del blindato che lo precedeva, dovremmo affermare che se l’ordigno non era telecomandato, allora gli afgani hanno fatto un salto di qualità nella costruzione di IED dove la I non significa più improvvisati, bensì intelligenti!
Se invece l’ordigno era telecomandato allora siamo dinanzi ad una debacle tecnologica!!! Possibile che i numerosi apparati disturbatori, produttori di jamming che dilagano tra i contingenti NATO in Afghanistan hanno fallito?
Possibile che non siano riusciti a mettere KO la ricezione degli impulsi del telecomando “assassino”?
A meno che… in quel momento per esigenze superiori, i sistemi di jamming non fossero stato ammutoliti… Spesso gli americani richiedono ai contingenti minori compreso quello italiano di spegnere i loro disturbatori quando in zona hanno in volo dei droni da ricognizione ed attacco, poichè si rischia di perderne il telecontrollo a causa delle interferenze elettromagnetiche.
Ieri, quest’ordine di spegnere gli apparati “salvabombe” era stato per caso dato? E da chi?
Una domanda che forse anche la Procura di Roma, presso la quale è stata aperta l’inchiesta per strage dovrebbe fare, onde poter dare una risposta di chiarezza e giustizia per i familiari dei soldati morti o feriti, ma anche per color che hanno un figlio o un marito su quel lontano fronte di guerra.

Da Due morti sulla strada di… Giarabub: la guerra logistica persa dalla NATO, di Antonio Camuso.