OSS, CIA, Gladio

Vecchia puntata di Blu notte. Misteri italiani di Carlo Lucarelli, dedicata ai rapporti segreti tra Italia e Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale.
Nonostante gli anni trascorsi, sono numerosi e ancora attualissimi gli spunti di riflessione offerti.
Gli approfondimenti sviluppati al riguardo su questo blog possono essere rintracciati inserendo le corrette chiavi di ricerca nell’apposita casella, selezionando una categoria nella relativa colonna a destra oppure cliccando sui tags presenti in fondo a ciascun post.

C’era una volta l’USIA

Verso la fine degli anni Novanta scriveva John Kleeves, nel suo Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, Edizioni Settimo Sigillo (pp. 100-104):

“Alla fine ci si rese conto che occorreva una entità centrale che presiedesse alla propaganda americana all’estero. Si trattava di controllare l’informazione che nasceva negli Stati Uniti, così uniformata ma “spontanea” e quindi con dei difetti, e di integrarla con altra appositamente prodotta. Quindi occorreva convogliare il tutto all’estero nei dovuti ed efficaci modi. All’estero bisognava coordinare tale informazione con quella prodotta, controllata e diffusa dalla CIA, la Central Intelligence Agency, che era stata istituita nel 1947 sull’impianto dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto militare del periodo di guerra, mai smantellato). La CIA si occupava essenzialmente di spionaggio politico e di sovversioni, di neo-colonizzazioni, ed un suo normale strumento operativo era la propalazione di notizie false, sia sul “nemico” che sugli Stati Uniti, oltre che naturalmente su tante altre cose. Tale propaganda della CIA andava anche controllata, supportata e resa il più possibile omogenea con quella che proveniva dagli Stati Uniti. In poche parole occorreva una entità responsabile dell’immagine estera degli Stati Uniti, cui facessero capo tutte le attività controllabili dal governo americano che contribuivano a formarla. Niente di più logico: gli Stati Uniti, in fondo non sono una nazione, ma giusto una azienda privata di dimensioni abnormi e con un proprio esercito, e le occorreva un Ufficio Pubbliche Relazioni centralizzato.
II 1° agosto 1953, durante la presidenza di Ike Eisenhower, veniva così istituita la United States Information Agency, USIA. Il suo compito era:
“Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America… e di descrivere l’America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni… e dimostrare e documentare di fronte al mondo i disegni di coloro che minacciano la nostra sicurezza e cercano di distruggere la libertà”.
(…)
Era una Agenzia simile alla CIA, pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività. Dipendeva ovviamente dal Dipartimento di Stato, e cioè dal Ministero degli Esteri.
Venne rapidamente ad avere dimensioni gigantesche. Svolgeva le sue mansioni controllando le fonti dell’informazione interna; favorendo l’esportazione della più adatta; presiedendo agli scambi culturali fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi, comprendendo con la dizione anche i settori dello spettacolo e dello sport; fungendo da consulente per la CIA all’estero; cercando di influenzare il maggior numero possibile di media esteri, nei vari Paesi. Per quest’ultimo scopo verso la metà degli anni Sessanta (quando si aprì una fortuita finestra sulle sue attività) gestiva quasi 250 centrali operative segrete all’estero, in più di 100 Paesi. Qui si pubblicavano dietro altre ragioni sociali svariate centinaia di periodici, fra grandi e piccoli, di ogni settore, dalla politica allo spettacolo allo sport ai fumetti; la tiratura totale annua era di 29 milioni di copie. Influenzava per mille vie e leveraggi un numero multiplo di insospettabili media esteri, fra Case cinematografiche e discografiche, reti televisive e radio, quotidiani e settimanali a diffusioni nazionali e locali. Influenzava la maggioranza delle agenzie di stampa internazionali, sicuramente quelle del “mondo libero”, tipo l’inglese Reuter, la francese France Press, l’italiana ANSA e così via. Gestiva poi in prima persona alcuni strumenti mediatici di grande potenza, fra cui spiccava la rete radiofonica mondiale Voice of America (VOA), che alla metà dei Sessanta diffondeva 790 ore di programmi alla settimana in moltissimi Paesi, e in qualche decina di lingue.
L’attività dell’USIA rientrava nello Smith-Mundt Act e quindi le sue creazioni non potevano essere diffuse negli Stati Uniti, comprese le trasmissioni della VOA. Anzi, stando sempre al suo statuto, l’USIA non potrebbe eseguire nessun tipo di attività nel territorio statunitense.
(…)
Occorre citare almeno l’attività di promozione all’estero di prodotti culturali americani adatti; eseguita in concerto con le Multinazionali interessate. Rientravano nell’ambito libri di qualunque genere, anche romanzi o gialli; dischi di musica leggera; film e cartoni animati. Veniva incoraggiata la traduzione di opere, resa allettante in più modi la loro stampa a grande tiratura; ad autori americani venivano fatti vincere premi all’estero. Cantanti americani erano indotti a compiere tournee all’estero anche se non abbastanza remunerative per loro. Non era difficile che tali tournee fossero organizzate in periodi elettorali, o di particolare tensione politica per i Paesi ospiti. Venivano premiati in mille modi gli organizzatori di spettacoli ed i presentatori dei vari Paesi che inserivano molto materiale americano e che lo trattavano con ammirazione. Le star di Hollywood venivano inviate a partecipare a trasmissioni televisive o a manifestazioni. Shirley Temple compì numerosissime visite all’estero, sin da quando era la bambina prodigio chiamata “riccioli d’oro”: serviva ad offrire un’immagine di grazia ed innocenza agli USA e fu mandata specialmente in Paesi africani. L’Italia fu sin da subito un Paese principe per tali attività dell’USIA. Gli italiani – un popolo con forti limiti intellettuali – si entusiasmavano per divi e dive di Hollywood, e per le rock star americane, e mai sospettarono di essere manipolati. Almeno un paio dei notissimi presentatori o presentatori-imitatori italiani traevano molti vantaggi dai loro contatti con l’USIA.
Accanto alla promozione dei propri prodotti c’era lo sbarramento da effettuare sulla concorrenza, che era sia commerciale che culturale, cioè nociva sia per le Multinazionali statunitensi (case cinematografiche, discografiche ed editoriali) che per l’USIA. Così nei vari Paesi esteri, dove si poteva, si ostacolava la diffusione di filmografie, musiche ed opere stampate non di origine statunitense. Questa azione fu molto più efficace di quanto non si riesca a sospettare: la diffusione nel mondo di certe filmografie, musicalità e letterature è molto inferiore a quanto meriterebbero e ciò è dovuto proprio all’azione combinata delle Multinazionali statunitensi e dell’USIA. Basti pensare alla musica sudamericana, alla filmografia italiana, alla letteratura francese.
(..)
L’USIA è ancora in attività. Attualmente la sede centrale è al 301 IV South West Street di Washington e il suo direttore si chiama Joseph Duffey, che risponde direttamente alla signora Madeleine Albright. La sua consistenza attuale non è nota ma varie indicazioni portano a dimensioni molto superiori a quelle degli anni Sessanta, che si possono fissare nell’attualità ad un budget sui 3 miliardi di dollari e ad un personale sulle 30.000 unità; le centrali estere sono attualmente quasi 300, distribuite in circa 120 Paesi (dopo il 1993 l’USIA ha dovuto sobbarcarsi l’onere della propaganda in molti Paesi “nuovi”, dell’Europa Orientale ed ex URSS).
(…)
Gli scopi statutari dell’USIA sono ancora esattamente quelli fissati dal Congresso nel 1953. Essi prevedevano di descrivere bene gli Stati Uniti e male i loro nemici, senza chiamarli per nome. Il crollo del Muro di Berlino del 1989 non ha cambiato tali scopi. Ha annullato la Guerra Fredda, eliminando la figura dell’URSS-Impero del Male. Però, a parte la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno sempre bisogno di un Nemico Planetario, di qualcuno da combattere ogni dove e che fornisca la scusa di sovvertire il mondo, in particolare sempre il Terzo Mondo. Proprio in questi anni si sta studiando chi possa essere il Nemico Planetario del futuro. Si stanno esaminando il Terrorismo Internazionale ed il Traffico Internazionale di Droga (si, quello gestito in ultima analisi proprio dal governo americano), ma pare che non sia ancora stata scelta una via da seguire con decisione. La Cina andrebbe bene, ma non ha le caratteristiche di pericolosità mondiale che potevano essere attribuite all’URSS. Rimane certamente inalterata per l’USIA la funzione di descrivere gli Stati Uniti come Impero del Bene, il che è ciò che più interessa nel presente lavoro.
A scanso di equivoci è bene dire che anche oggigiorno le attività dell’USIA ricadono nello Smith-Mundt Act del 1948. Si può narrare in merito il seguente episodio. Nel 1985 un radioamatore dello Stato di Washington, tale Edwin A. Smith, captò una trasmissione della VOA intitolata “Africa in Print”. Sorpreso dal contenuto, che gli pareva inverosimile, una menzogna completa, chiese un trascritto della trasmissione, come in effetti aveva proposto a tutti gli interessati l’annunciatore alla fine della trasmissione. Il trascritto gli fu negato. Smith aveva in mente il Freedom of Information Act, una legge del Congresso che stabilisce il diritto di ogni cittadino americano ad ottenere qualunque documento del governo che non sia definito classified o top secret, e fece ricorso, Ebbene, un tribunale federale gli diede torto: il materiale propagandato dall’USIA all’estero può essere ottenuto solo da membri del Congresso, e dietro richiesta da valutare di volta in volta; per gli altri cittadini americani è anche reato tentare di captare le trasmissioni radio della VOA.”

Abbiamo rintracciato in rete The United States Information Agency: A Commemoration, volume autocelebrativo pubblicato all’indomani della sua integrazione con il Dipartimento di Stato, in virtù del Foreign Affairs Restructuring and Reform Act del 1998, che presenta una ricca fenomenologia dell’ingerenza diplomatica statunitense in ogni angolo del globo, attraverso i racconti e gli aneddoti dei funzionari USIA.
Qui, invece, si trova una guida generale sull’Agenzia, elaborata solo pochi mesi prima, con il dettaglio delle attività svolte.

[Se il video non risulta visibile, potete vederlo qui]

Afghanistan: le manfrine di Frattini, La Russa & soci

Il “Freccia“ è il 5° blindato, in questo caso di produzione FIAT Iveco-Oto Melara, utilizzato dal “nostro“ contingente in Afghanistan ed il 3° progettato ed uscito dalle catene di montaggio nazionali per dotare i militari “tricolori“ di “un mezzo idoneo ad affrontare le minacce di formazioni ostili in Paesi in cui si imponga la necessità di operazioni di polizia internazionale per ristabilire l’ordine e sicurezza“ (dichiarazione di La Russa Ignazio). Insomma, peace-keeping e peace-enforcing sotto l’egida dell’ONU ed occasione utile per soddisfare al tempo stesso le esigenze dell’ Esercito Italiano (E.I.) per dotare i suoi reparti di un numero adeguato di VBL/VCM/VCE/IFV che soddisfi l’esigenza di dotazioni della Forza Armata.
Un esigenza che coincide con l’acquisto da parte del Ministero della Difesa di un numero di blindati tale da generare, in ogni caso, un lauto profitto alle società costruttrici che si accollano, bontà loro, i costi di progetto, produzione, modifica, manutenzione a tempo e le scorte ricambi all’ E.I..
La conseguenza più immediata di una tale procedura è il volatilizzarsi del rischio di impresa e l’acquisizione da parte dell’E.I. di quantità “regolarmente eccedenti di esemplari prodotti, rispetto alle necessità operative“ essendo ben noti i benefici economici che ricava il personale di alto grado della Forza Armata, Marina ed Aviazione comprese, alla quiescenza, dall’’inserimento a livello dirigenziale nell’industria militare pubblica e privata.
Lobbies che opacizzano, nel migliore dei casi, i bilanci di settore ed inquinano, ormai a partire dagli anni Settanta, le destinazioni di spesa di Via XX Settembre.
Il “Freccia“ pesa in ordine di combattimento 26+2 tonnellate, ha un cannone a tiro rapido da 25 mm KBA, una mitragliatrice MG-42 da 7,62 mm ed una trasmissione su quattro assi. L’arma più temibile nelle mani di un coraggiosissimo ed eternamente appiedato straccione pashtun è un RPG-7 che a 150 metri perde i tre quarti della sua precisione di tiro od un AK-47 che a 130 mt la dimezza.
Nella versione controcarro il “Freccia” aggiungerà, grazie al professore, una dotazione di missili antitank “made in Israel“ Spike con un raggio d’azione dai 4 ai 6 km. Continua a leggere

Il caso Bechtel

bechtel

Abbiamo resuscitato un articolo di Mark Dowie per “Mother Jones” risalente al 1978, nel quale è descritta in maniera magistrale la sinergia, spesso misconosciuta, tra sfera politica (intelligence compresa) e mondo degli affari che caratterizza gli Stati Uniti d’America.

Oggi, Jubail è un piccolo sonnolento villaggio di pescatori sul Golfo Persico. Fra 16 anni sarà una delle maggiori città industriali sullo stile di Toledo, Ohio, con raffinerie di petrolio, acciaierie, un porto con fondali profondi, alberghi, ospedali, un aeroporto internazionale, svariate centrali elettriche ed il più grande impianto di desalinizzazione del mondo. Questa colossale opera ingegneristica è al centro del progetto dell’Arabia Saudita di trasformarsi da nazione di nomadi del deserto nel maggiore stato industriale. Jubail è di gran lunga il più grande progetto edilizio della storia. L’intera città viene costruita da una famiglia riservata, proprietaria di affari a San Francisco, il cui nome è noto ai primi ministri e presidenti in giro per il mondo, ma è sconosciuto alla maggioranza degli americani: la Bechtel Corporation.
Bechtel sarebbe già importante se non altro per la sua dimensione. Se le imprese venissero catalogate da Fortune 500 in base ai capitali detenuti, Bechtel verrebbe classificata attorno al 25° posto, più avanti di Coca-Cola, Lockheed o American Motors. Bechtel, comunque, è ben più che semplicemente un’altra grande corporation. C’è un impero che assume i suoi dirigenti direttamente dai gabinetti dei Presidenti con enormi incrementi salariali, riceve contratti governativi da miliardi di dollari, mantiene stretti contatti con le élite dei Paesi più importanti e detiene i segreti dell’arricchimento dell’uranio.
(…)
Avviata da un conciatore immigrato di pelli di asino chiamato Warren “Papà” Bechtel nel 1898, questo “piccolo affare di famiglia” è cresciuto fino a diventare la più grande compagnia di progettazione e costruzioni al mondo. Tutti e tre i figli di “Papà”, Warren, Steve e Ken, hanno lavorato nella compagnia nel corso degli anni; ma durante gli anni Trenta il coriaceo e risoluto Steve emerse come leader dei tre fratelli e, nel ’77, rimase l’Amministratore Delegato dell’impero della Bechtel.
(…)
Nonostante Bechtel sembri proprio una vera corporation internazionale – con una forza lavoro poliglotta, con la maggioranza dei suoi uffici di rappresentanza all’estero e con più del 50% dei suoi introiti da progetti stranieri – è molto americana. Malgrado stipuli contratti con i generali Obasanjos del mondo, la scalata al potere della compagnia è stata aiutata soprattutto da un’amicizia chiave a Washington. Continua a leggere