“Costruendo un muro di BRICS”

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Adrian Salbuchi per rt.com

La visita del Presidente Putin in Sud America è di un’importanza trascendentale in un epoca in cui il blocco BRICS sta diventando qualcosa in più di un mero accordo commerciale e in cui la Russia sta giocando un ruolo chiave come attore geopolitico globale.
Vladimir Putin ha compiuto una vista davvero storica in America Latina, visitando Cuba, il Nicaragua, l’Argentina e poi il Brasile dove nelle città di Fortaleza e Brasilia si è tenuto il sesto vertice BRICS (con un veloce sosta domenicale nella gloriosa Rio de Janeiro dove ha assistito alla finale dei Mondiali di calcio tra Argentina e Germania).

Fermare la valanga occidentale
A partire dalla tragedia dell’11 Settembre, gli Stati Uniti, il Regno Unito e i loro alleati della NATO (più Israele) sono diventati un pericolo per il mondo. Negli ultimi 13 anni abbiamo visto il rovesciamento di regime in Iraq in base a false accuse da parte degli USA e del Regno Unito di armi di distruzione di massa poi mai trovate; la distruzione della Libia nel 2011; lo sconsiderato caos originato dalla “primavera araba” che ha riportato paesi come l’Egitto indietro di decenni; la quasi distruzione della Siria; e la decennale minaccia di una guerra preventiva contro l’Iran per il suo non esistente programma nucleare.
Le stime delle vittime in Iraq parlano di centinaia di migliaia di persone, se non di milioni e non c’è ancora stata una singola richiesta di scuse da parte degli USA, del Regno Unito o della NATO. Oggi l’Iraq insieme alla Libia è nella morsa della guerra civile, la Siria sta lentamente uscendone e, più pericolosamente, l’Egitto si è ritirato dal suo ruolo di paese stabilizzatore del Medio Oriente.
Tutto grazie alle ingerenze occidentali e del “caos sociale architettato” che è la nuova forma di guerra intrapresa dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla NATO (e da Israele). Dopo i crescenti fallimenti riportati in Medio Oriente, ultimamente si sono spostati verso altre latitudini: ad esempio in Ucraina. Continua a leggere

Israele e la matematica (a proposito di “rappresaglie”)

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C’è un saggio di Julius Evola che avrebbe bisogno, a distanza di quasi settantacinque anni, di un’appendice documentaria. Stiamo parlando di “Gli ebrei e la matematica”, pubblicato nel 1940, una cui nuova edizione dovrebbe contenere un aggiornamento condotto sulla base delle “rappresaglie israeliane”.
Il cosiddetto “Stato d’Israele” ha scatenato da alcuni giorni uno dei suoi periodici ed insistenti bombardamenti contro i palestinesi della Striscia di Gaza, uccidendone oltre centoventi e ferendone varie centinaia, con tutto il corollario di distruzioni di immobili ed infrastrutture (compreso un orfanotrofio).
Il pretesto si trova sempre: stavolta si è trattato del rapimento e della successiva uccisione di tre giovani israeliani.
Ma se un rapimento dovesse dare adito a reazioni come quelle alle quali è aduso lo Stato sionista, che cosa dovrebbero fare i palestinesi, che dalla stessa data in cui sono stati sequestrati i tre israeliani hanno subito oltre mille sequestri?
Pardon, “arresti”, più che giustificati e ovviamente “a norma di legge”, cioè quella di uno “Stato” che se ne infischia altamente di ogni “convenzione internazionale” e che coerentemente afferma di voler fare come gli pare e piace (quello che non è permesso a tutti gli altri, i quali, anzi, devono rendere conto in mille sedi del loro operato).
Non è nemmeno vero che il movente fondamentale e “sacrosanto” sia stata l’uccisione dei tre israeliani, poiché quando venne rapito l’ormai (grazie ai loro “media”) celeberrimo Gilad Shalit, che poi è tornato a casa, “Israele” applicò una delle sue proverbiali punizioni collettive di ferro e fuoco.
Insomma, a cominciare sono sempre quei fetentoni dei palestinesi, quindi “Israele ha sempre ragione” e questo oramai lo diamo come un fatto acquisito.
Ma almeno su un punto ragione non ce l’ha. Ed è una questione di calcoli.
Se la matematica non è un’opinione (ma so bene invece che lo è per costoro), ammazzare oltre centoventi persone (facendo pure la tara dei “militanti”) a fronte di tre vittime della propria parte, significa eseguire un tipo di “rappresaglia” mai visto prima.
Sì, perché quella dei tanto demonizzati “nazisti” si atteneva il più possibile scrupolosamente al principio del “dieci a uno”, che potrà far orrore quanto si vuole ma perlomeno contiene entro delle regole un’azione odiosa come la vendetta in tempo di guerra.
Ma con “Israele” ogni proporzione aritmetica viene a cadere. Si cannoneggia e si bombarda fintantoché la sete di sangue non s’è placata, come se il sangue che scorre a fiotti galvanizzasse e tenesse letteralmente in vita una sorta di “Dracula collettivo”.
In questo, il “glorioso” esercito con la stella di David non ha nulla da invidiare ai mitici “Alleati” di cui anche quest’anno, con le ricorrenze dei relativi sbarchi, i “media” hanno declamato le gesta affinché si stampigli nelle menti e nei cuori dei “liberati” (cioè noi) un senso di eterno ringraziamento.
Quelli manco avevano la scusa della vendetta, perciò le uccisioni di civili e di militari italiani inermi, oggigiorno ampiamente documentate grazie ai migliori storici che abbiamo, sono da derubricare sotto la voce delle stragi deliberate e per di più impunite, da ascrivere unicamente al sadismo di chi non tollera alcuna ‘regola contabile’ anche in un contesto seppur spiacevole (ma non per loro) qual è la guerra.
Enrico Galoppini

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Uno sparo dal mondo

10450530_10152523470801678_986835566447526021_nEcco il titolo piú appropriato per una comunicazione mediatica su quanto avviene nel mondo oggi…, appena fuori dai nostri confini o piú in là ove tramonta il sole.
Ucraina, Libia, Egitto, Siria, Israele e Gaza, Libano, Irak, Nigeria, Sudan, Somalia, Yemen, Pakistan, Afghanistan… quelli in cui lo “sparo” trova grosso riscontro sui media mondiali, piú o meno a secondo di interessi geopolitici, economici e pure ideologici.
Una caterva gli “spari” con silenziatore, quelli “locali” che ancora non innescano alcun interesse o considerati circoscritti a nazioni ancora “controllabili”.
Ciad, Sierra Leone, Repubblica del Congo, Centrafrica nel continente nero.
Cina (con gli Uiguri musulmani), Ceylon, Filippine, India e tante altre nazioni nel mondo…, tutti Paesi e regioni che non vengono in mente fin quando non ne sentiamo il nome in tv o ne abbiamo notizia dai giornali e da internet.
Già, in Europa siamo in pace grazie alla Unione Europea…, così pontificano i signori della dittatura UEista.
Peccato abbiano scatenato una guerra civile in Ucraina rovesciando con la illusione dell’euro un governo democraticamente eletto.
E non guardiamo indietro quando l’UEismo, al servizio degli USA e della NATO, ha aggredito la Serbia, “creato” il Kosovo e partecipato attivamente a tutte le “primavere arabe” che hanno portato al bagno di sangue odierno.
E l’ONU? Assiste, dibatte, ammonisce e…, soprattutto, tace.
Certo non è l’Occidente il solo “male del mondo”, il demone della guerra alligna ovunque. Purtroppo sembra pure connaturato alla natura umana.
Ma, filosofia a parte, il Grande Satana ci mette lo zampino, dove e quando vuole.
Ed i suoi diavoletti scatenano sulla terra veri e propri Sabba infernali, mostrando nel contempo angelici volti alla Renzi.
“Uno sparo dal mondo”… nella speranza che non si tramuti, prima o poi, in un botto definitivo.
Vincenzo Mannello

15 Maggio 1948

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15 Maggio 1948, nasce Israele e divora la Palestina. Indigestione?
Si, certo… 711.000 nativi palestinesi. Con le buone (poche) e le cattive (moltissime) vengono “espulsi” da 530 villaggi gli sgraditissimi ospiti per far posto ai nuovi padroni con la stella di David (ed armati dagli inglesi e dagli americani). So bene che Exodus (il film celebrativo dello sbarco dei “mille” in kippah) questo particolare lo ignorò in quanto insignificante, ma sempre storia certa è. Persino per quelle Nazioni Unite che permisero all’epoca il fattaccio e, nel corso dei decenni successivi, tutte le altre malefatte israeliane. Dalla Cisgiordania a Gaza, passando per Gerusalemme. Con relative occupazioni abusive di terre, case, moschee e pure asili da togliere ai palestinesi per radere tutto al suolo ed insediare “coloni” armati e di pura razza ebraica.
Si badi bene, non sto scrivendo delle guerre con gli Stati arabi confinanti e dei relativi esiti. Focalizzo, molto sinteticamente, proprio sulla Palestina di cui l’ONU era garante nel 1948.
Oggi, malgrado supercarceri e ciclopici muri supertecnologici circondino quel che rimane in loco dei “nativi”, con Gaza ridotta peggio di un ghetto, viene impedito per legge celebrare in Israele la Nakba del 15 Maggio 1948.
Chi si permetterà di farlo verrà preso a pedate in culo ed incarcerato, anche quest’anno.
Ovviamente in nome della democrazia espressa dallo Stato di Israele, vero esempio di convivenza tra religioni e razze diverse.
Perdono, dimenticavo che i Palestinesi sono semiti di prima scelta… come la mettiamo con la storiella dell’antisemitismo dilagante?
Vincenzo Mannello

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La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media

9788887826920.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698La co­stru­zio­ne del Nuovo Or­di­ne Mon­dia­le posta in es­se­re dagli in­ter­es­si pri­vatl le­ga­ti alie mul­ti­na­zio­na­li oc­ci­denta­li, agli is­ti­tuti fi­nan­zi­a­ri sov­ra­na­zio­na­li, al com­ples­so mi­li­t­are in­dus­tria­le ed al Tesoro degli Stati Uniti pre­sup­po­ne l’ac­qui­si­zio­ne del con­sen­so da parte dell’opi­nio­ne pubb­li­ca dei paesi oc­ci­den­ta­li. I padro­ni del mondo non hanno ris­par­mia­to mezzi per ma­ni­po­la­re le co­sci­en­ze at­tra­ver­so il con­trol­lo dei mezzi d’in­for­ma­zio­ne e dei cen­tri di de­ci­sio­ne po­li­ti­ca. Da un lato essi si av­val­go­no di una co­or­te di gior­na­lis­ti mer­ce­na­ri, e dall’altra si sono as­si­cu­ra­ti la piena com­pli­cità dei part­i­ti po­li­ti­ci di de­s­tra, di cen­tro e di “si­nis­tra”. Per chi non si desse per vinto esis­te semp­re la mi­n­ac­cia del brac­cio ar­ma­to della NATO, che per il mo­men­to si li­mi­ta a s­pe­ri­men­ta­re le nuove tec­no­lo­gie di gu­er­ra in “cor­po­re vili”, in Pa­lesti­na, in Af­gha­nis­tan e in Siria.
Secondo le intenzioni dell’autore, questa inchiesta è la prima parte di una trilogia avente per tema la disinformazione: i prossimi due volumi riguarderanno la propaganda di guerra e il caso italiano.

La disinformazione e la formazione del consenso attraverso i media.
Vo­lu­me 1: La dis­in­for­ma­zio­ne strategica.​ Caratteri pe­cu­li­a­ri del feno­me­no e ana­li­si del caso la­ti­no­ame­ri­ca­no

di Paolo Borgognone
Zambon, 2013, € 12

L’asse Roma-Tel Aviv

“Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.”
Da Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale, di Antonio Mazzeo.

“A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austerità imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.”
Da Il grande silenzio dei media, di Lucio Manisco.

Chi dice umanità cerca di ingannarti

“Le moderne “democrazie” ufficialmente non fanno più la guerra a nessuno. La guerra, questo “orrore assoluto” condannato da tutte le parti e con ogni mezzo (politici, preti, cultura, scuola, musica, cinema ecc.), sembra una cosa arcaica, confinata nel passato, come se la Seconda guerra mondiale – come c’indottrinano i demenziali “libri di testo”- segnasse uno spartiacque tra un mondo “prima” e un mondo “dopo la guerra”, quest’ultimo percepito come quello della “pace perpetua”. E se, com’è constatabile da chiunque, conflitti armati esistono ancora (anzi, ve ne sono sempre di più!), lo si dovrebbe solo al fatto che la “democrazia” non è arrivata dappertutto a portare “pace e bene”… Di questo sofisma sono perfettamente convinti i suoi apologeti sciocchi e autoreferenziali, le marionette che si agitano nel teatrino della “fabbricazione del consenso”; certo di meno i suoi astuti e scaltri pupari… La “pace mondiale” di “un mondo senza guerre” – che non ha niente a che vedere con la Pace interiore con la “P” maiuscola – è difatti un vecchio sogno di costoro, a fini di dominio planetario, e a tale scopo hanno istituito le farisaiche Nazioni Unite (e prima la Società delle Nazioni) con tutte le agenzie collegate che veicolano il medesimo messaggio nei differenti domini dell’esistenza.
Intendiamoci, per attaccare un “nemico” c’è sempre stato bisogno d’individuare qualche buon motivo propagandistico da proporre ai propri sudditi. Ma fino alla Seconda guerra mondiale, però, si trattava ancora di guerra tra Stati, e non di “operazioni di polizia internazionale” (dove un “poliziotto planetario” – democratico – castiga un “gaglioffo”), quindi poteva anche bastare l’aizzamento sciovinistico quale, ad esempio, quello che additava nella “barbarie tedesca” il sacro movente per mandare al macello milioni di esseri umani.”

La “strage di civili”: l’immancabile prologo della “guerra umanitaria”, di Enrico Galoppini continua qui.

La favola della “comunità internazionale” ha fatto il suo tempo

“Cosa sarà mai questa famosa “comunità internazionale” che pontifica, ordina e minaccia a tutto spiano? “Internazionale”, quand’ero piccolo, pensavo volesse dire “tra nazione e nazione”, quindi “tra (tutte) le nazioni”. Che bello, tutti i popoli che decidono insieme per il bene dell’umanità! E invece no, con gli anni mi sono reso conto che questa “comunità internazionale” fa solo disastri, spargendo dolore e morte: ha distrutto lentamente l’Iraq, poi ha bombardato all’uranio impoverito la ex Jugoslavia, poi ha invaso con futili pretesti (“catturare Osama”) l’Afghanistan e l’Iraq, e nel frattempo se n’è sempre fregata del massacro dei palestinesi.
Ma davvero dei palestinesi carne da macello se ne fregano “tutte le nazioni”? Se la “comunità internazionale” non batte ciglio, sembrerebbe proprio così. Non è che piuttosto fanno finta di nulla – per non dire che ci godono – solo alcune nazioni, o meglio solo alcuni individui senza scrupoli che si sono arraffati il diritto di “rappresentarle”? Un ingenuo potrebbe pensare che se la “comunità internazionale” s’è sempre rifiutata di far qualcosa per fermare Israele, e Israele – ce lo insegnano a scuola – è il “bene incarnato”, ciò è senz’altro giusto e sacrosanto. O che comunque un motivo convincente ci dev’essere. Se uno però è un tantino avveduto si accorge che la stessa “comunità internazionale” decide – con criteri incomprensibili razionalmente – se un programma nucleare, il medesimo programma nucleare, è “pacifico” o no, come se disponesse di un “mandato divino” per attribuire a questo o a quel governo la patente di “pericolo pubblico numero uno”. Stabilisce anche se si dev’essere messi sotto torchio dalle “politiche di austerità” del FMI, certamente per “il bene dell’economia”. Punta il dito, decreta sanzioni, minaccia e ringhia. Impone di rifare elezioni a destra e a manca, o meglio dove arrivano i suoi tentacoli. E questa piovra trova anche il tempo di devastare una nazione prospera come quella libica.
Ma allora, mi chiedo, davvero “tutte le nazioni” – convenzionalmente chiamate dai media lecchini “comunità internazionale” – sono diventate così folli e perverse? Possibile che siano sempre d’accordo per seminare distruzione e desolazione? O non sarà forse che dietro questa altisonante definizione si nascondono solo alcune nazioni “più internazionali” di altre?”

Follie dell’arroganza occidentale: una “comunità internazionale” in minoranza nel mondo!, di Enrico Galoppini continua qui.

[Il riferimento al veto posto da Russia e Cina in sede ONU è assolutamente voluto]

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

Verso l’abisso di una guerra su vasta scala

La Turchia di Gul e l’AKP di Erdogan hanno cacciato il 2 Settembre l’ambasciatore di “Israele” Gabby Levi.
Al provvedimento di espulsione Ankara aggiungerà la denuncia dello Stato sionista alla Corte dell’Aja, la decadenza di qualsiasi fornitura militare tra i due Stati, la immediata cessazione di ogni collaborazione nel campo culturale e scientifico e la chiusura di porti e aeroporti a navi e velivoli, militari e civili, con la “stella di David”.
Dopo aver ribadito il pieno diritto di navigazione della Turchia nel Mediterraneo centrale fino al limite alle acque territoriali di “Israele”, riconosciute a 12 miglia contrariamente alle 120 rivendicate dai governi di “Gerusalemme” e libertà di approdo per le sue navi mercantili sulle coste di Gaza, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, annunciando la rottura dei rapporti diplomatici con il governo Netanyahu, ha inteso precisare che le decisioni adottate dal governo Erdogan fanno parte di un primo pacchetto di provvedimenti contro “Gerusalemme”.
Fonti ufficiali di Ankara il 3 Settembre, dal canto loro, hanno dichiarato al quotidiano Hurriyet che “non ci sarà più posto nel Mediterraneo dove le forze navali di Israele possano esercitare il bullismo senza fare i conti con la marina militare e la difesa aerea turca”.
In particolare, le navi militari di Ankara scorteranno tutte le imbarcazioni civili che porteranno aiuti a Gaza e garantiranno la libera navigazione nelle acque tra “Israele” e Cipro, dove i due Paesi conducono operazioni di ricerca di petrolio e gas senza riconoscere al Libano eguali diritti.
“Stiamo scegliendo – hanno inoltre confermato dal Ministero degli Esteri turco – una data utile perché il premier Tayyip Erdogan possa recarsi in visita ufficiale nella Striscia di Gaza”.
Ahmet Davutoglu inoltre aggiungerà: “E’ ora che Israele paghi per le sue pretese di stare al di sopra delle leggi internazionali”. Continua a leggere

Alto tradimento?

Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia

Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiaerei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
E’ un progetto che non potrà essere portato a termine. Continua a leggere

Nakba 2011 con Presidentissimo

Giorgio Napolitano e il Segretario Generale Domenico Marra, d’intesa con il consulente Arrigo Levi e l’ambasciatore Stefano Stefanini, dopo aver programmato a puntino la data di un’altra visita di Stato in “Israele“, si sono imbarcati sull’Airbus319 della Repubblica delle Banane il giorno 14, di buona mattina, per arrivare nel pomeriggio a “Gerusalemme“ (capitale unica, eterna e indivisibile dello Stato sionista, per la Knesset). Caparbiamente, l’Inquilino del Quirinale ha voluto essere presente con 24 ore di anticipo nel posto sbagliato per portare la sua solidarietà a “Israele“.
Il 15 Maggio, di ogni anno, e lo fa dal 1948, il popolo palestinese celebra la Nakba, l’espulsione forzata, tra violenze e massacri, di 980.000 palestinesi dalla loro Terra. Stragi efferate passate alla storia, come quella perpetrata dalla Banda Stern a Deyr Yassin. Attualmente ci sono nel solo Medio Oriente 4.7 milioni di profughi che vivono in condizioni di estrema povertà e spesso di mancata integrazione politica e sociale in Giordania, in Libano, in Irak e nelle monarchie del Golfo Persico, oltre che nel Maghreb.
Per avere dati aggiornati, giorno per giorno, sulle dimensioni dell’autentico calvario che vive e ha vissuto, dal 1967, la gente di Palestina nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza, un ottima fonte di informazione è il sito infopal.
Il Presidentissimo è stato accolto all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dall’omologo – si precisa nel comunicato – Shimon Peres, premio Nobel per la pace.
A Stoccolma ci deve essere qualcosina che non va fin dai tempi di altri “insigniti“, come Begin e Sadat.
L’ultima performance del Comitato Promotore e dei componenti la Giuria ha eletto a “collega” di autentici terroristi e macellai un certo Barack Obama, il primo presidente USA color caffelatte a tenere aperte, contemporaneamente, dal Gennaio 2009 al Maggio 2011, tre sanguinose e devastanti guerre di aggressione (Iraq-Afghanistan-Libia) e a minacciarne almeno altre cinque a giro per il mondo.
Napolitano ha detto a Peres che ambedue sono Presidenti senza potere. Si è dimenticato di ricoprire la carica di Capo delle Forze Armate e di quel Consiglio Supremo della Difesa che, di fatto, ha decretato, d’intesa con il governo in carica, appena una manciata di settimane fa, la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia. Anche se per l’Inquilino del Quirinale è solo un'”estensione naturale” della risoluzione ONU 1973.
Anche la sinistra comincia ad accorgersi di che panni vesta questo 83enne in carriera.
L’Inquilino del Quirinale, complice l’età, ha ricorrenti buchi di memoria oltre ad una manifesta tendenza alla secrezione lacrimale per evidenti difficoltà nella tenuta emotiva. Continua a leggere

“Non è accettabile”

Gerusalemme, 15 maggio – ‘L’Italia sostiene il diritto di Israele di esistere’. Lo ha detto Napolitano, a Gerusalemme per un colloquio con il presidente israeliano Peres, aggiungendo che ‘non è accettabile considerare la fondazione dello Stato di Israele un disastro’.
(ANSA)

Pizzarotti in “Israele”

L’azienda italiana Pizzarotti è coinvolta nella costruzione del treno superveloce (conosciuto come progetto A1) che collegherà Gerusalemme a Tel Aviv passando illegalmente attraverso i  territori palestinesi che sono da decenni sotto occupazione israeliana.
Il tracciato della ferrovia infatti attraversa i “confini ufficiali” dello Stato di Israele (la cosiddetta “linea verde”) invadendo la Cisgiordania occupata, e sfruttando i territori palestinesi occupati per la costruzione di un’infrastruttura il cui uso sarà riservato esclusivamente agli israeliani, secondo quel sistema di apartheid che Israele pratica ogni giorno sulla pelle dei palestinesi.
Dal momento che il diritto internazionale vieta all’occupante di utilizzare le risorse dell’occupato a beneficio dei propri cittadini, Israele viola il diritto internazionale, contravvenendo inoltre a una serie di norme internazionali sui diritti umani, tra cui la IV Convenzione di Ginevra.
Oltre alla ferrovia sarà costruita una rete di strade di accesso ai cantieri, e complessivamente l’impatto ambientale sarà devastante per la popolazione palestinese della zona, che, oltre a non poter utilizzare il treno, dovrà subire ulteriore esproprio di terra, con invasione, occupazione e distruzione delle colture; tre villaggi saranno isolati, Yalu, Beit Surik e Beit Iksa, gli ultimi due già gravemente danneggiati da una serie di confische territoriali effettuate in occasione della costruzione del muro dell’apartheid, e sottoposti a severe restrizioni nelle possibilità di movimento degli abitanti per presunti “motivi di sicurezza”.
Un altro pezzo di territorio palestinese sarà di fatto annesso da Israele con questo sistema subdolo e illegale!
Il contratto firmato da Pizzarotti prevede l’intervento della ditta nel tratto C della ferrovia, il più lungo (circa 30 km.) e il più complicato. Il tratto C comincia a Sha’ar Hagay, nell’enclave di Latrun (nei Territori Occupati), e comprende il lungo tunnel 3, che con i suoi 11.5 km è destinato a diventare il tunnel più lungo della regione. Questo tunnel attraversa la “linea verde” e sbuca nella Valle dei Cedri, in prossimità del villaggio di Beit Surik. La sua costruzione richiede una rete di strade di accesso per il passaggio delle speciali macchine da trivellazione e per la rimozione delle enormi quantità di terra e residui, che verranno smaltite attraverso lo sbocco nella Valle dei Cedri, ovviamente nei territori occupati palestinesi.
E’ per costruire questo tunnel che, dopo che l’austriaca Alpine Bau si era ritirata, la Mipien S.p.A., holding del Gruppo Pizzarotti, ha dato vita a una società mista con la ditta privata israeliana Shapir Civil and Marine Engineering, formando la nuova Shapir Pizzarotti Railways: questo sarebbe il “ruolo assolutamente secondario” di cui parla la Pizzarotti in una nota del novembre 2010!
Il coinvolgimento della Pizzarotti in questo progetto costituisce pertanto complicità nei crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele.

Manifestazione il 16 Marzo – anniversario dell’assassinio di Rachel Corrie – in Via Parigi 11, sotto la sede della Pizzarotti a Roma.
Inviare le adesioni a comitatopalestinanelcuore.

Giustizia e libertà secondo Obama

Roma, 19 febbraio – Con 14 voti a favore e solo uno contrario ma decisivo, quello degli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha bocciato la risoluzione che condanna Israele per aver continuato a costruire insediamenti a Gerusalemme Est e nei territori palestinesi. Immediate le reazioni polemiche che si sono susseguite per tutta la notte fino a questa mattina.
(ASCA-AFP)

Sulla colonizzazione di Gerusalemme Est qui il pregevole saggio di Giancarlo Paciello.

Italia atlantica

Dalla cooperazione militare con “Israele” alla missione anti-pirateria nell’Oceano Indiano: fenomenologia aggiornata di una sudditanza rigorosamente bipartisan

Venerdì 10 Dicembre si è conclusa l’esercitazione Vega 2010 che ha visto la partecipazione di assetti italiani, israeliani e della NATO. La seconda fase, caratterizzata da missioni di tipo “air to round” ha visto impegnati
i cacciabombardieri Tornado ECR di Piacenza e IDS (“interdiction strike”) del 6° stormo di Ghedi. In Israele le missioni dei velivoli italiani consistevano nell’eliminare od eludere con i Tornado ECR lo sbarramento difensivo costituito dalle difese contraeree e dai caccia in volo e permettere ai Tornado IDS di arrivare sull’obbiettivo con lo sgancio di armamento di precisione.
Ovda è una località a nord di Eilat, a 40 miglia dal confine con l’Egitto. Alla periferia della città, in pieno deserto, c’è un aerostazione per uso passeggeri e, decentrate, infrastrutture, rifugi corazzati, radar e piste di volo da dove decollano e atterrano cacciabombardieri con la stella di Davide F-15 e F-16.
Cosa ci facevano i (nostri) Tornado Panavia con le insegne della NATO in “Israele” a meno di due mesi dalla defenestrazione di Mubarak?
Si esercitavano alla guerra “preventiva” contro il Paese delle Piramidi.
C’è in vigore un memorandum di intesa tra la Repubblica Italiana e lo Stato sionista in materia di cooperazione militare firmato a Parigi dal Ministro della Difesa Martino e dal Generale Shaoul Mofaz il 16 Giugno 2003, rinnovato nel 2008. In forza di questo trattato non sono previste missioni dell’Aereonautica Militare Italiana in “Israele”. Il documento parla chiaro.
L’intesa tra i contraenti in uno dei dieci articoli contempla altresì l’inserimento di clausole segrete. Facile capire che ce ne devono essere state. Continua a leggere

L’F-35 va alla deriva

Ad Aprile 2009, titolando “L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!“, demmo un conto, molto sommario, delle motivazioni tecniche che avrebbero impedito al cacciabombardiere Joint Strike Fighter Lightning II della Lockheed Martin, propagandato come “stealth“, di diventare un vettore con una penetrazione di mercato in linea con quella ottenuta dal suo diretto predecessore: l’F-16 Fighting Falcon della General Dynamics. Entrato in servizio nell’Agosto del 1978 con l’US Air Force e successivamente adottato da 26 Paesi con un numero di esemplari prodotto in numero superiore a 4.500 unità in dieci versioni successive, si distinguerà per longevità operativa, flessibilità di impiego ed efficienza bellica.
L’ultimo lotto di cento F-16I è stato consegnato ad “Israele“ che riceve a titolo gratuito, come si sa, annualmente 2.850 milioni di dollari di materiale militare USA.
Con “residuati accantonati“ Washington sta inoltre cedendo al Pakistan con eguali modalità 18 F-16 C/D per tentare di alleggerire l’appoggio della potente Inter Services Intelligence (ISI) alle formazioni pashtun nel conflitto che coinvolge ISAF ed Enduring Freedom nel pantano dell’Afghanistan.
Donazione finalizzata anche a contrastare la crescente influenza politica e militare di Pechino nell’area asiatica e l’opzione per l’acquisto fatta dall’ex Presidente Musharraf di 36 cacciabombardieri J-10 Chengdu (made in China) e la licenza di fabbricazione del caccia JF-17 Thunder. Una verità tenuta rigorosamente nascosta nell’intento di favorire Benazir Bhutto, sponsorizzata da Bush nella scalata alla presidenza del Pakistan, danneggiando l’allora Capo dello Stato, presentato dalla stampa occidentale, al contrario, come un lacchè della Casa Bianca.
Una scelta – quella di acquistare i J-10 Chengdu – che segnala, meglio di qualche resoconto giornalistico che riporta la dizione Af-Pak, il nuovo corso imboccato da Islamabad nei suoi rapporti con la (ex) Potenza Globale.
Le attuali continue violazioni dello spazio aereo del Pakistan con gli UAV Predator, i bombardamenti “mirati“, gli inseguimenti a caldo di pattuglie di rangers e marines nelle Regioni Autonome per catturare od eliminare nuclei appartenenti ad “Al Qaeda“ ed il ripetersi di continui, gravi “incidenti“ di confine, stanno lì a dimostrare il crescente gelo che è calato tra gli Stati Uniti ed il suo ex alleato durante l’occupazione russa del Paese delle Montagne.
Le recentissime rivelazioni di Wikileaks sulle pressioni esercitate dagli Stati Uniti per costringere il Pakistan a rinunciare al suo armamento nucleare od in subordine a chiudere le centrali di produzione del plutonio di cui dispone, per evitare fughe di tecnologia atomica nella Regione, sono il sintomo, se ce ne fosse bisogno, del crescente stato di tensione che si va manifestando tra Washington ed Islamabad.
Nel mese di Ottobre scorso, il Pakistan ha concesso l’uso del suo spazio aereo ad una formazione di Sukhoi-27 e Mig-29 di Pechino per raggiungere la Turchia via Iran, dopo che il governo di Ankara ha annullato la partecipazione USA alle esercitazioni “Aquila dell’Anatolia“.
Per la prima volta, velivoli militari della Repubblica Popolare di Cina hanno raggiunto il Vicino Oriente atterrando nella base di Konyia alla presenza di un rappresentante del governo Erdogan, dopo essersi riforniti in Iran presso la base di Gayem al Mohammad nel Khorassan (posizionata a 55 km di distanza da Herat), accolta dal generale comandante dell’aviazione iraniana Ahmad Mighani.
In quell’occasione, è circolata con insistenza la notizia che durante il trasferimento Cina-Turchia le squadriglie del Dragone abbiano lasciato sull’aeroporto militare dell’Iran due cacciabombardieri J-10 Chengdu, i cui piloti sarebbero stati rimpatriati su un cargo in partenza dal porto di Bandar Abbas con destinazione Shangai, per mandare un chiarissimo segnale politico agli USA sull’intenzione della Cina di mantenere ottimi rapporti politici, economici e militari con Teheran, aprendo contemporaneamente alla Turchia con cui ha stretto un’intesa per raggiungere nel corso di cinque anni un interscambio di 110 miliardi (in dollari, per ora) con pagamenti nelle rispettive valute. Decisione già adottata, tra l’altro, da due colossi dell’America indiolatina (Brasile-Argentina) e dell’Asia (Russia-Cina) per sostituire la moneta americana come unico riferimento di scambio nelle transazioni internazionali.
Accordi che limano un po’ alla volta l’influenza USA a livello planetario e ne aggravano la crisi politica e finanziaria. Persa ogni capacità di ingerenza per Washington anche in Libano, dopo la visita del primo ministro Hariri a Damasco ed a Teheran, viaggio che mette alla berlina il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja e l’Europa a 27.
La visita di Erdogan nelle stesse capitali ha aperto un altro fronte nella politica estera di Washington, dopo le rivelazioni sugli aiuti che l’Amministrazione Bush ha offerto al PKK e che quella di Obama conferma con Biden per la creazione, al momento giudicato idoneo, di una repubblica separata dall’Iraq, allargata a territori attualmente appartenenti a Siria, Iran e Turchia: il “grande Kurdistan”.
D’intesa con il presidente Assad, Ankara ha inoltre sminato i confini di Stato tra Turchia e Siria, rafforzato le relazioni bilaterali a livello politico, commerciale e culturale con Damasco. Il terreno di confine liberato dall’esplosivo è stato assegnato ad una società mista turco-siriana per la piantumazione di ulivi e la produzione e la commercializzazione di prodotti agricoli. Un altro “messaggio“ fatto recapitare questa volta ad “Israele“.
Qualche flash, così a caso, in questo quadrante del mondo, tanto per non farci sommergere da dosi massicce di informazione spazzatura o da secchiate di cloroformio al “delitto di Avetrana“.
E ora l’argomento che ci interessa: l’F-35. Continua a leggere

Omicidi mirati per la Task Force 45

Abbandonare Kabul – la dichiarazione è arrivata da Rasmussen, il Segretario Generale della NATO al summit dei 28 ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica che si è tenuto a Bratislava il 22 Ottobre 2009 – avrebbe, a suo dire, costi altissimi e catastrofiche conseguenze per l’Europa.
“A quelli che ci chiedono se il costo del nostro impegno non sia troppo elevato, io rispondo – ha continuato – che il costo della mancata azione sarebbe molto più grande ed il Paese (l’Afghanistan – ndr) ridiventerebbe terreno di addestramento di Al Qaeda”.
Mentre salta immediatamente agli occhi la colossale menzogna di queste affermazioni e la pagliaccesca strumentalità delle motivazioni, traspare tra le righe una paura folle: la necessità di tenere ancora aggregata la partecipazione militare dei Paesi del vecchio e del nuovo Continente (per dirla alla Rumsfeld) al traballante apparato militare degli USA, a corto anche di elicotteri da trasporto medi e pesanti, nonostante un’immissione di 100 nuovi CH-47 per posizionare e rifornire sul campo il contingente aggiuntivo di 39.000 marines e rangers arrivati a scaglioni dall’Iraq nell’arco degli ultimi sei mesi.
Ad ISAF NATO aderisce anche personale militare appartenente a Stati falliti (Polonia, Estonia, Lituania) e Stati falliti e criminali (Georgia e Kosovo). Rasmussen dai singoli governi dell’Europa ha preteso ed ottenuto nel corso del 2009 complessivamente 7.000 unità aggiuntive.
USA e NATO hanno chiesto aiuto alla Russia per poter disporre entro il 2011 di altri 56 elicotteri da trasporto MI-8 dopo i 16 già arrivati a Kabul.
Mosca ha risposto affermativamente alla richiesta avanzata dal Pentagono, mettendo inoltre a disposizione di Washington nuovi corridoi aerei e le tratte ferrate della Russia per il trasporto del materiale militare. Esamineremo i perché in altra occasione.
Da Bratislava ad oggi per bocca di Frattini e La Russa, su decisione di Napolitano e dei soci del Consiglio Supremo (!) di Difesa, l’Italia senza badare a spese ha contribuito alle nuove necessità operative della “missione di pace” con l’invio in Afghanistan di altri 1.450 militari, con larga dotazione di mezzi blindati e rifornimenti logistici. L’impegno assunto dalla Repubblica delle Banane sfiora da solo il 20% della richiesta fatta all’intera Europa.
Altri 200 “istruttori” dell’Arma dei Carabinieri destinati ad affiancare formazioni dell’esercito afghano raggiungeranno Herat entro Dicembre.
Decisione resa nota da Ignazio La Russa a distanza di ventiquattro ore dalla visita mattutina di Rasmussen al Quirinale, alla presenza del ministro degli Esteri Frattini, ed a Palazzo Chigi nel primo pomeriggio del 17 Settembre. Visita che ha come al solito fatto registrare sorrisi larghi e convinte strette di mano, e messo in risalto il clima di solida, perdurante amicizia esistente tra le parti.
Sul nuovo oneroso impegno dei 200 Carabinieri da sbattere nella regione Ovest, l'”opposizione” ha pensato bene di fare, ancora una volta, l’usuale scena muta. Continua a leggere

Troppo buoni

Gerusalemme, 21 lug – Israele limiterà l’utilizzo delle armi al fosforo bianco e il numero delle vittime civili nei conflitti futuri. Lo ha dichiarato in un rapporto consegnato al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, sulla campagna militare condotta a Gaza nel dicembre 2008 contro Hamas.
”Il capo di stato maggiore dell’IDF ha ordinato di stabilire una dottrina chiara in materia di munizioni al fosforo bianco. Queste istruzioni sono in corso di implementazione, come pure le norme per evitare danni ai civili”, si legge sul rapporto. Il testo prevede anche che in ogni unità di combattimento venga inserito un ufficiale che si occupi di diritti umani e che le truppe vengano formate per interagire con specifici aspetti umanitari.
(ASCA-AFP)

Gli “errori” di Israele

Tel Aviv, 12 luglio – Israele ammette gli ”errori” commessi dai vertici militari nell’assalto alla flottiglia di aiuti umanitari al largo di Gaza, durante il quale hanno perso la vita nove attivisti turchi. ”Sono stati commessi degli errori nelle decisioni assunte, anche ad un livello relativamente alto, che hanno portato ad un risultato che non era quello voluto”, ha detto il generale in pensione Giora Eiland presentando ai giornalisti a Tel Aviv i risultati dell’inchiesta voluta dal governo israeliano.
Il rapporto, di circa 150 pagine, giustifica tuttavia l’uso della forza, alla quale i militari israeliani avrebbero fatto ricorso ”solo quando erano in pericolo di vita”.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 12 luglio – L’inchiesta condotta dall’esercito israeliano sul raid contro la Freedom Flotilla, in cui morirono nove attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara, ha concluso che furono commessi degli “errori” ma che non vi furono “negligenze” o “mancanze”.
Lo riferiscono i media israeliani. Il rapporto del generale a riposo Giora Eiland sottolinea che non vi era modo di fermare la Mavi Marmara senza mettere in pericolo la nave e sostiene quindi la decisione di autorizzare il raid di un commando.
(Adnkronos)

Sempre pronti a ripeterli…
Gerusalemme, 13 luglio – Le forze armate israeliane si preparano all’eventualità di dover fermare la nave sponsorizzata dalla Libia, per impedire che sbarchi sulla costa della Striscia di Gaza.
Lo riferisce il sito di Haaretz, precisando che il cargo potrebbe arrivare questa notte davanti alla Striscia. Tuttavia, nota il sito del quotidiano israeliano, a questo punto non è chiaro se il capitano deciderà di puntare verso Gaza o se si dirigerà nel porto egiziano di al Arish, nella penisola del Sinai.
(Adnkronos)

La flotta della libertà

30 maggio: avvisaglie
Nicosia, 30 maggio – Freedom Flotilla, il convoglio di navi che intende rompere l’assedio di Gaza, è salpata da Cipro. Un consulente legale di Free Gaza Movement ha reso noto che “cinque imbarcazioni hanno lasciato Cipro alle 5 di stamane”. Secondo Audrey Bomse, la flottiglia dovrebbe arivare nelle acque territoriali di Gaza intorno alle 16 ora locali (le 15 in Italia).
La Freedom Flotilla trasporta migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. A bordo anche centinaia di passeggeri di 40 nazionalità diverse: esponenti di ong, associazioni e anche semplici cittadini filo-palestinesi intenzionati a forzare il blocco di aiuti umanitari a Gaza.
(AGI)

Gaza, 30 maggio – La flotta umanitaria che vuole rompere l’assedio a Gaza si trova dinanzi alle coste libanesi. Le navi, guidate da una nave turca con più di 600 persone a bordo, sono state ancorate in acque internazionali al largo di Cipro.
Stamane gli organizzatori avevano detto che erano partite ma più tardi hanno precisato che il convoglio si era spostato di 25 miglia nautiche dalla sua posizione iniziale ed era stazionaria. Le autorità israeliane hanno minacciato di utilizzare la forza se i militanti insisteranno nel tentativo di avvicinarsi alle coste.
(AGI)

31 maggio: pirati e assassini
Gaza, 31 maggio – Almeno 10 passeggeri di una flotta internazionale di attivisti pro-palestinesi diretti a Gaza sono stati uccisi da un commando israeliano. Lo annuncia la tv privata israeliana ’10’. La CNN turca parla di 2 morti e 30 feriti. Hamas denuncia il ‘terrorismo organizzato di Stato’. Censura israeliana.
Ankara ha convocato il governo in emergenza e l’ambasciatore di Israele per una protesta: alcune navi della flottiglia battono bandiera turca e una ong turca è tra gli organizzatori della flottiglia.
(ANSA)

Ankara, 31 maggio – La Turchia ha definito “inaccettabile” l’attacco israeliano contro la flotta umanitaria a Gaza. Ankara ha messo in guardia da “irreparabili conseguenze”.
(AGI)

Gerusalemme, 31 maggio – L’esercito di Israele conferma che c’è stato un certo numero di “vittime” nell’assalto al largo di Gaza.
(AGI)

Roma, 31 maggio – Commandos israeliani hanno assaltato nella notte la nave passeggeri turca ‘Mavi Marmara’. Durante l’attacco alla piccola flotta di navi appartenenti ad alcune organizzazioni non governative, in rotta verso Gaza, almeno 15 attivisti filo-palestinesi a bordo sarebbero morti. Una trentina i feriti.
(…)
L’attacco è avvenuto in acque internazionali, a 75 miglia al largo della costa israeliana.
(Adnkronos/Ign)

Pertanto si tratta, a tutti gli effetti, di un’azione di pirateria.
Di Stato.
Che, come sempre, ha agito solo per difesa:

Gerusalemme, 31 maggio – Le forze di sicurezza israeliane sarebbero state attaccate dalle persone a bordo della ‘flottiglia di pace’, dopo esser state intercettate, con armi da fuoco e coltelli, di qui la sanguinosa reazione. Lo affermano le stesse forze armate di Israele (IDF) in un comunicato.
(Adnkronos)

Istanbul, 31 maggio – Governo e vertici militari turchi si sono riuniti in una sessione di emergenza convocata dopo l’operazione lanciata dai militari israeliani contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza, operazione il cui bilancio è di 19 morti e 16 feriti.
La principale imbarcazione che compone la flottiglia – e che trasporta circa 500 passeggeri – batte bandiera turca. La riunione di emergenza è stata convocata dal premier turco Recep Tayyip Erdogan, riferisce l’agenzia Anadolu.
(Adnkronos/Dpa)

Senza commento
Roma, 31 maggio – Per Alfredo Mantica, l’azione della flotta pacifista era “una voluta provocazione” e la reazione israeliana era inevitabile. “Non ho ancora elementi sufficienti per capire cosa sia successo ma la questione era nota da giorni”, ha dichiarato il sottosegretario agli Esteri.
(AGI)

Il migliore amico in Europa
Roma, 31 maggio – Israele dovrà dare spiegazioni sull’attacco delle forze armate israeliane alla ‘Flottiglia di pace’. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri Franco Frattini intervistato dal Gr1. “Israele – ha detto – deve dare spiegazioni alla comunità internazionale. E lo dice l’Italia che in Europa è senza dubbio il migliore amico di Israele”.
(Adnkronos)

Troppa grazia
Washington, 31 maggio – La Casa Bianca ha espresso profondo rincrescimento per la perdite di vite umane a bordo della flottiglia attaccata dagli israeliani.
(ANSA)

Fra le navi attaccate c’era anche il vascello greco ”Sfendoni”, che dovrebbe essere stato dirottato nel porto di Ashdod, dove le autorità  israeliane hanno già predisposto le strutture per processare i circa 700 attivisti che partecipavano alla missione… (fonte ASCA-AFP)

Quel governo che rappresenta pur sempre uno Stato di grande profilo democratico…
Roma, 31 maggio – ”E’ troppo affrettata e parziale la generale condanna di Israele per i dolorosi eventi di questa notte”. Lo afferma in una nota Giuliano Cazzola del PdL che aggiunge: ”Si accettano, comunque, le versioni dei sedicenti pacifisti (sempre a senso unico) e dei nemici di Israele, senza neppure attendere le spiegazioni di quel governo che rappresenta pur sempre uno Stato di grande profilo democratico e occidentale, purtroppo costretto a difendersi da implacabili satrapie sanguinarie che vogliono soltanto la sua scomparsa dalla faccia della terra. Anche in questo momento difficile non si deve abbandonare la causa di Israele, nella convinzione che quel governo amico sarà in grado di giustificare i suoi atti, inquadrandoli – conclude Cazzola – nel suo diritto alla difesa e alla sicurezza”.
(ASCA)

“Guerre stellari”
A BORDO DELL’INS KIDON, Mar Mediterraneo (Reuters) – I componenti del commando israeliano che oggi hanno compiuto un raid su una nave umanitaria diretta a Gaza hanno raccontato di essere stati attaccati dagli attivisti che erano a bordo con spranghe e coltelli, e alcuni militari sono saltati in mare per salvarsi.
Israele ha detto che i suoi uomini hanno aperto il fuoco per difendersi, e che il bilancio dell’operazione è di 10 attivisti uccisi e sette soldati feriti. Le notizie indipendenti scarseggiano, con Israele che ostacola le comunicazioni e censura i media.
Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto che alcuni membri del commando erano dotati di pistole da paintball, ma le armi non-letali non sono state sufficienti contro gli attivisti, che hanno attaccato con delle spranghe.
“Avevano pistole con munizioni cariche… per difendersi”, ha spiegato.
Uno dei componenti del commando ha raccontato ai giornalisti di essersi calato con una fune da un elicottero su una delle sei navi del convoglio, e di essere stato immediatamente attaccato da un gruppo di persone che lo aspettavano.
“Ci hanno colpito con spranghe e coltelli”, ha detto. “A un certo punto ci hanno sparato addosso”.
Un cameraman Reuters, che si trovava a bordo della nave della marina israeliana Kidon nei pressi del convoglio umanitario di sei imbarcazioni, ha raccontato che i comandanti che monitoravano l’operazione sono stati colti di sorpresa dalla forte resistenza degli attivisti filo- palestinesi.
Uno dei componenti del commando ha detto che ad alcuni soldati sono stati tolti elmetti ed armamenti, mentre altri sono stati gettati dal ponte più alto ad uno più basso, e poi sono saltati in mare per salvarsi.
“Mi hanno attaccato, mi hanno colpito con bastoni e bottiglie e mi hanno rubato il fucile”, ha raccontato un membro del commando. “Ho estratto la mia pistola, e non ho potuto fare altro che sparare”.

[Complimenti vivissimi ai giornalisti Reuters per la scelta della compagnia... di navigazione]

Buone nuove?
Bruxelles, 31 maggio – Su richiesta della Turchia la NATO si riunirà domani per discutere del blitz israeliano contro la flottiglia umanitaria diretta a Gaza che ha causato 19 morti. Lo riferiscono fonti dell’Alleanza.
(AGI)

Ipotesi di minima: la Turchia chiede la sospensione del Programma Individuale di Cooperazione fra la NATO ed Israele.
Ipotesi di massima: la Turchia si appella alla clausola di mutua difesa, l’articolo 5 del trattato istitutivo dell’Alleanza, che impone agli Stati membri di mobilitarsi a favore di quello fra loro attaccato da una potenza straniera…

1 giugno
Oggi a Roma
Roma, 1 giugno – Manifestazione ”della comunità palestinese” oggi pomeriggio a Roma, davanti all’ambasciata israeliana, ”per richiedere l’immediato rilascio degli attivisti internazionali e italiani sequestrati sulle navi nel Mar Mediterraneo”. Lo si legge in una nota di Freedom Flotilla Italia.
La manifestazione è stata organizzata ”per protestare contro l’atto di pirateria israeliano che ha provocato dieci morti e moltissimi feriti”. ”L’appuntamento è per oggi alle 17 all’ambasciata israeliana. Tutte le reti di solidarietà con il popolo palestinese saranno in piazza”, spiega la nota.
(ASCA)

Le prime testimonianze degli espulsi
“Non abbiamo affatto resistito, non avremmo potuto anche se avessimo voluto. Cosa avremmo potuto fare contro i commandos che si lanciavano all’arrembaggio?”, ha detto Mihalis Grigoroupolos, un attivista che si trovava a bordo di un’imbarcazione dietro la Mavi Marmara, la nave dove sono avvenute le violenze.
“L’unica cosa che alcune persone hanno cercato di fare è stata di rallentarli mentre conquistavano il ponte, formando uno scudo umano. (Contro gli attivisti) hanno sparato con pallottole di plastica, e sono stati colpiti con pistole elettriche”, ha detto Grigoroupolos a Tv Net all’aeroporto di Atene.
(Fonte Reuters)

Atene, 1 giugno – Pallottole rivestite di gomma, gas lacrimogeni ed elettroshock. Sono queste le armi usate dai militari israeliani nell’assalto ad una delle navi della flottiglia secondo il racconto di un attivista greco, Michalis Grigoropoulos, che era bordo della Eleftheri Mesogeio, presa d’assalto dai commando di Tel Aviv un’ora dopo la nave turca Mavi Marmara.
Israele ha ancora agli arresti centinaia dei 686 passeggeri che erano a bordo delle imbarcazioni della missione per Gaza e sono stati deportati presso il porto di Ashdod. Grigoropoulos, che è stato rimpatriato in Grecia, ha raccontato in televisione ”le terribili condizioni di detenzione ad Ashdod, dove 500 persone sono state rinchiuse tutte assieme”, mentre ”due attivisti greci sono stati picchiati” dalla polizia. ”Mi hanno fatto firmare i documenti della mia espulsione, senza sapere cosa c’era scritto sulle carte perché non avevo diritto ad un traduttore, né ad un avvocato, né potevo comunicare con la mia famiglia”, ha aggiunto.
(ASCA-AFP)

“E’ stato un massacro”
Roma, 1 giugno – Emergono dettagli sconcertanti sull’attacco israeliano avvenuto ieri contro una flottiglia umanitaria diretta a Gaza. La deputata arabo-israeliana Hanin Zuabi, che si trovava a bordo di una delle sei imbarcazioni, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Nazaret poco dopo il suo rilascio ha dichiarato che i militari israeliani hanno lasciato morire due feriti ignorando la sua richiesta di aiuto. Lo rende noto il quotidiano spagnolo El Mundo.
La donna, appartenente al partito Balad, rilasciata proprio grazie al suo status di deputato, ha detto di aver ”scritto in ebraico su un cartello rivolto ai militari che c’erano a bordo due feriti molto gravi che avevano bisogno di assistenza”. I soldati, però, ”lo hanno ignorato. Ho scritto nuovamente il cartello in lingua inglese e nemmeno allora sono intervenuti. Dopo mezz’ora i due sono morti, avevano ferite al petto”, ha raccontato. ”Ho visto l’esercito circondare le nostre navi e sparare prima dell’assalto contro la nostra barca”, ha aggiunto. Zuabi ”ha visto 5 morti nei primi 15 minuti”. ”E’ stato un massacro”, ha ribadito.
(ASCA)

2 giugno: al peggio non c’è mai fine
Ginevra – Consiglio Diritti umani ONU condanna l'”attacco vergognoso” di Israele a Freedom Flottilla; no di USA e Italia. Nella risoluzione approvata a Ginevra il Consiglio permette l’invio di una missione internazionale che indaghi su quanto accaduto nelle acque internazionali di fronte a Gaza.
La risoluzione “Gravi attacchi da parte delle Forze armate israeliane contro la Flottilla umanitaria” è stata approvata con 32 voti a favore, tre contrari (USA, Olanda e Italia) e nove astensioni (tra esse, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Giappone).
(AGI)

3 giugno: chi sbaglia paga
Ankara, 3 giugno – La Turchia ha deciso di sospendere tutti gli accordi con Israele nel settore idrico e in quello energetico, in seguito all’attacco di lunedì alla Freedom Flottilla diretta a Gaza, in cui sono morti otti cittadini turchi e un americano di origine turca. Lo ha annunciato il ministro dell’Energia di Ankara, Taner Yildiz, citato dal sito del quotidiano Hurriyet.
(Adnkronos/Aki)

4 giugno: il solco diventa più profondo
Ankara, 4 giugno – Il vice premier turco, Bulent Arinc, ha preannunciato la ”riduzione” del livello delle relazioni con Israele dopo la morte di otto cittadini turchi, e di uno con passaporto anche americano, uccisi dalle forze speciali di Tsahal al largo della Striscia di Gaza.
In un intervento di fronte al Parlamento, Arinc ha dichiarato che saranno ridimensionate le relazioni economiche e militari, così come che verranno rivalutati tutti gli altri accordi definiti con Israele. ”Su questo argomento, siamo seri. Non verranno lanciate nuove forme di cooperazione e le relazioni con Israele saranno ridotte”, ha dichiarato Arinc.
(Adnkronos/Dpa)

Appare improbabile che qualche temerario abbia provato a sfidare soldati armati di mitragliatore con coltelli da cucina. È possibile che qualcuno abbia provato a resistere armandosi d’una spranga, ma ciò non giustificherebbe comunque la reazione delle truppe sioniste: la polizia di qualsiasi paese del mondo è addestrata ad affrontare con mezzi non letali i facinorosi che oppongano resistenza con bastoni o affini, senza bisogno di sparare in piena notte in un’imbarcazione affollata di gente. I media turchi sostengono addirittura che i soldati israeliani avrebbero eseguito alcuni omicidi a sangue freddo in base ad una lista di personalità ricevuta prima dell’attacco: anche questo è inverificabile, ma rimane una certezza, e cioè che le truppe sioniste hanno fatto come minimo un uso sproporzionato della forza. Chiediamoci ora il perché.
Una prima possibilità è che i soldati israeliani abbiano perso il controllo della situazione, e soprattutto di se stessi.
(…)
Ma parrebbe troppo dilettantesco per un’unità di élite com’è la Shayetet 13 incapparre in un incidente tanto grossolano, trasformando l’arrembaggio ad una nave di pacifisti in una strage di massa. Si è inclini a pensare che il pugno duro sia stato preventivato, che l’uccisione d’alcuni passeggeri fosse voluta o, quanto meno, non disdegnata. Ma da chi?
(…)
Provocazione è la parola chiave.
“Provocazione” è stata, secondo le autorità sioniste, quella della Flottiglia della Libertà. Tutti gli estremisti d’ogni tempo e colore amano giustificare le proprie azioni denunciando una presunta “provocazione” da parte dell’avversario. Negli anni ‘70 molti crani furono rotti per punire quelle ch’erano percepite come “provocazioni”. Questo perché l’estremista è per sua natura iper-sensibile, paranoico, intollerante: tutto o quasi è per lui “provocazione”. “Provocatore” è l’avversario se tenta di esternare le proprie idee; “provocazione” può essere la semplice presenza fisica di colui che si odia. Il sionismo, soprattutto nella sua nuova declinazione religiosa, è un’ideologia radicale (costruire una nazione che prima non c’era, nel paese dove c’è un altro popolo, è senza dubbio un progetto radicale ed estremista, a prescindere dal giudizio positivo o negativo che di esso si voglia dare); il sionismo è paranoico, perché vede nemici ovunque (il presunto odio eterno che i goym avrebbero verso gli Ebrei); il sionismo è intollerante perché non mostra pietà per chi vi si oppone (secondo il rabbino Ytzhak Shapira, è doveroso uccidere qualsiasi non ebreo ostacoli Israele); il sionismo è estremista perché attratto dalle visioni apocalittiche (secondo lo storico israeliano Martin Van Creveld, se Israele dovesse collassare è probabile che proverebbe a trascinare con sé il mondo intero usando le proprie testate atomiche, che assommano ad alcune centinaia). Malgrado ciò, tuttavia, e senza voler in alcun modo giustificare il massacro d’attivisti innocenti, Israele non è completamente nel torto quando ravvisa una “provocazione” nel progetto della Flottiglia. Per comprenderne la natura, bisogna concentrarsi sul ruolo dello Stato che se ne è fatto tutore: la Turchia.
Stando a George Friedman, Ankara avrebbe volutamente cercato l’incidente affinché Israele si mettesse in cattiva luce davanti al mondo. Sembra tutto troppo machiavellico. Più credibile è che i Turchi pensassero che, grazie all’egida data all’iniziativa, questa potesse “bucare” il blocco navale israeliano. Si sarebbe trattato di un evento dall’alto valore non solo umanitario ma anche simbolico, a favore del ruolo della Turchia come potenza regionale protettrice dei musulmani. Il fatto che Ankara si immischiasse nella questione palestinese è stato percepito dai sionisti come una “provocazione” cui rispondere nella maniera più brutale possibile.
Se al pari di Thierry Meyssan e seguendo la ricostruzione fin qui fatta, si riconosce che la strage della Flottiglia è stata deliberatamente provocata da Israele, bisogna concludere che anche Tel Aviv volesse con ciò lanciare la propria “provocazione”. La trama di questo giallo è stata scritta nel sangue, sangue che i sionisti hanno voluto sbattere in faccia al mondo per lanciare il loro messaggio, ed osservare la reazione.
(…)
Tel Aviv, con la sua provocazione, ha voluto mettere alla prova prima di tutto la sua antagonista in questa faccenda: la Turchia. Il primo ministro Erdoğan aveva patrocinato l’iniziativa umanitaria per riaffermare il ruolo del suo paese nella regione: la brutale reazione israeliana vuole suonare come un’umiliazione a Ankara davanti al mondo intero. I sionisti hanno compiuto un atto di pirateria, assalendo in acque internazionali una nave turca in missione sponsorizzata dal governo, massacrando numerosi membri dell’equipaggio, deportando e brutalizzando gli altri prima di espellerli dal paese. Con ciò ha voluto dimostrare la propria forza: dimostrare che la sua superiorità militare e nucleare, coniugata con l’efficace azione delle lobbies sioniste sparse per il mondo (che lo garantiscono da un totale isolamento internazionale), permette a Israele di muoversi come vuole. I Turchi non possono reagire alla violenza con la violenza, non perché le loro forze armate convenzionali siano molto più deboli di quelle israeliane (in realtà il divario non è così netto), bensì perché Ankara non dispone di armi atomiche, mentre Tel Aviv ne ha a disposizione un paio di centinaia. E toccare Israele senza disporre d’una sufficiente deterrenza nucleare fa paura a tutti, perché lo Stato ebraico sembra ormai aver metabolizzato il dettame di Moshe Dayan: «Israele dev’essere come un cane rabbioso, troppo pericoloso da importunare». Quella che prima era una strategia deliberata, una “maschera” che i sionisti decisero d’indossare davanti al mondo, ora sta diventando l’identità stessa della nazione, è penetrata nell’intimo di un popolo sempre più orientato all’estremismo religioso ed alle soluzioni apocalittiche.

Da Crociera col morto. Il “giallo” della Flottiglia, di Daniele Scalea.
[grassetti nostri]

La prossima?
Teheran, 7 giugno – La mezzaluna rossa iraniana invierà due battelli di aiuti umanitari a Gaza “alla fine della settimana”. Lo ha reso noto un responsabile dell’organizzazione.
“Uno dei battelli trasporterà i doni della popolazione, alimentari e medicinali di prima necessità, l’altro dei volontari umanitari della Mezzaluna rossa” ha detto all’IRNA il direttore internazionale della Mezzaluna rossa iraniana, Abdolrauf Adibzadeh.
(ANSA)

“Una provocazione”, ovviamente
Gerusalemme, 7 giugno – Israele ritiene una ‘provocazione’ l’annuncio di Teheran di inviare navi di aiuti verso la Striscia di Gaza. Tuttavia, secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor, permane scetticismo sulla fondatezza dell’annuncio dell’Iran.
(ANSA)

Nessuna normalizzazione
Israele, 7 giugno – Non ci sarà alcuna normalizzazione delle relazioni tra Turchia e Israele se quest’ultimo si rifuterà di accettare una commissione di inchiesta indipendente dell’ONU sul raid israeliano contro la flottiglia di aiuti umanitari a Gaza. Lo ha dichiarato questa mattina il ministro turco degli Affari Esteri Ahmet Davutoglu.
(ASCA-AFP)

Libertà di pensiero
Washington, 7 giugno – Non si placa la polemica negli Stati Uniti per la battuta anti-Israele di Helen Thomas, la decana dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca. Ora un liceo di Washington, la Walt Whitman High School a Bethesda, ha cancellato il discorso che la quasi 90enne giornalista, che ha seguito tutti i presidenti americani a partite da JFK, avrebbe dovuto tenere alla cerimonia di consegna dei diplomi il prossimo 14 giugno.
(Adnkronos/Washington Post)

Cosa nostra
Gerusalemme, 8 giugno – Dopo l’annuncio della formazione di una commissione d’inchiesta interna alle forze di difesa israeliane (IDF) sull’attacco della scorsa settimana alla Freedom Flottilla per Gaza, fonti del governo dello Stato ebraico fanno sapere questa mattina che il governo di Benjamin Netanyahu è in attesa del via libera degli Stati Uniti per la creazione di una parallela commissione di inchiesta nazionale, composta da giudici ed esperti.
(Adnkronos/Aki)

Colpa vostra
Londra, 9 giugno – Il segretario alla Difesa USA, Robert Gates, ha accusato l’UE di aver contribuito ad allontanare la Turchia dall’Occidente. “Alcuni in Europa” hanno negato ad Ankara “il tipo di legame organico con l’Occidente che cercava”, ha lamentato il capo del Pentagono nel corso di una visita a Londra alludendo alla domanda di adesione della Turchia.
(AGI)

Frattini? “Concorda”…
Berlino, 10 giugno – Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato, in un’intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, che l’UE ha commesso ”degli errori” con la Turchia. ”Credo che noi, europei, abbiamo commesso l’errore di spingere la Turchia verso est invece che attrarla verso di noi”, ha affermato il titolare della Farnesina che concorda con le parole pronunciate ieri a Londra dal segretario americano alla Difesa Robert Gates.
(ASCA-AFP)

L’intransigenza di Israele, la contrapposizione frontale a tutto e tutti, si sta trasformando in una ingombrante palla al piede per i suoi amici storici. «Israele si sta progressivamente trasformando da risorsa, in peso ingombrante per gli Stati Uniti» dice il capo del Mossad. Per gli Stati Uniti e i vassalli europei, il prezzo del fiancheggiamento ad oltranza e dell’omertà 100%, si fa sempre più alto. Nel futuro molto prossimo c’è in vista il distanziamento definitivo con la Turchia e l’incrinamento della NATO, di cui Ankara è una parte non certo secondaria.
Washington e Bruxelles possono chiudere gli occhi se Israele fa delle risoluzioni dell’ONU un rotolo di carta per i gabinetti ministeriali, ma non possono certo mettere a repentaglio la consistenza del loro braccio armato. Di fatto, la NATO ha ordinato la liberazione inmediata di tutti i 680 prigionieri e la riconsegna delle imbarcazioni: Netanyau ha docilmente eseguito.
(…)
L’arrembaggio piratesco contro la Flottiglia della Libertà ha un costo alto per gli esecutori materiali e per i loro sponsor stranieri. E’ ormai impossibile regolare la materia nucleare ed applicare sanzioni all’Iran senza che Israele firmi il Trattato di non-proliferazione nucleare. Senza che si sottometta ai relativi controlli dei suoi arsenali atomici. E’ sempre più oneroso continuare a sostenere l’embargo di Gaza senza correre il rischio che la crisi con Ankara ripercuota sulla NATO. Si avvicina il momento in cui è più ragionevole condizionare Israele piuttosto che fiancheggiarla sistematicamente: sta diventatando “un peso ingombrante”. Soprattutto per i suoi finanziatori.

Da Netanyau è una mina vagante per la NATO, di Tito Pulsinelli.

Atto ostile di Paesi nemici
Gerusalemme, 16 giugno – Israele intende considerare come un atto “ostile” il tentativo di navi libanesi e iraniane di forzare il blocco alla Striscia di Gaza. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, spiegando che queste navi provengono da Paesi nemici e quindi “il loro status è diverso” da quello delle navi della Freedom Flotilla, che erano accusate soltanto di compiere una provocazione in violazione della legge.
(Adnkronos/Dpa)

Prime conclusioni
Alla fine, il governo israeliano ha fallito i suoi due obiettivi.
La Turchia esce rinforzata dallo scontro, e con essa il triangolo che essa forma con i suoi alleati siriani e iraniani. Allo stesso tempo essa ha ottenuto diversi vantaggi. La Giustizia turca giudicherà in contumacia i ministri e generali israeliani per i crimini commessi. Il comitato d’indagine della Commissione dei diritti dell’uomo offuscherà un po’ più l’immagine di Israele.
Ma soprattutto, la Turchia può giocare una seconda partita. Secondo le nostre informazioni, Ankara ha informato il Dipartimento di Stato che Erdogan sta valutando di rompere personalmente il blocco di Gaza, come François Mitterand ruppe all’epoca l’assedio di Sarajevo. Potrebbe imbarcarsi su una flotta umanitaria preparata dalle associazioni umanitarie e sostenuta politicamente da qualche governo, tra cui l’Iran, la Siria e il Venezuela. Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, ha già lanciato un appello a tutti i Libanesi affinché partecipino a nuove iniziative. Un appello potrebbe essere lanciato ai marinai del Mediterraneo, in modo che centinaia di battelli da diporto vi si uniscano. Il tutto sarebbe scortato dalla marina militare turca… membro della NATO.
Questa prospettiva ha terrorizzato Washington cha ha improvvisamente ritrovato nuovo slancio per convincere Tel Aviv a levare il blocco.
D’altro canto, il prestigio ottenuto dalla Turchia nel corso di questa operazione mette in rilievo la collaborazione di alcuni governi arabi con Israele, in particolare quello di Hosni Moubarak. Quest’ultimo ha in effetti attivamente collaborato al blocco di Gaza per impedire il contatto tra l’Hamas palestinese e i Fratelli musulmani egiziani. Il Cairo non ha esitato ad erigere un muro d’acciaio con i soldi degli Stati Uniti e la tecnologia della Francia per murare un milione e mezzo di abitanti di Gaza. E ci si ricordi la risposta del ministro degli Esteri Ali Aboul Gheit a cui era stato chiesto cosa ne avrebbe fatto delle donne e dei bambini affamati che avrebbero tentato di passare la frontiera. La risposta fu «Che ci provino pure, noi gli spezzeremo le gambe!». All’improvviso il sangue delle vittime del Mavi Marmara schizza sul governo di Moubarak e Alessandria è al limite di una rivolta. Per allentare la tensione, il governo egiziano ha deciso di aprire temporaneamente la frontiera.

Da Flottiglia della Libertà; il dettaglio che Netanyahy ignorava, di Thierry Meyssan.

[Segue]

I palazzinari di Sion contro Obama

Gerusalemme, 16 marzo – Israele non ha la benché minima intenzione di accogliere la richiesta di Barack Obama di congelare la costruzione di nuovi edifici a Gerusalemme est. Anzi. Le autorità comunali hanno dato il via libera ad altri 309 nuovi alloggi nel sobborgo di Gerusalemme est di Neve Yaakov.
E’ quanto scrive il New York Times secondo cui “il dissenso tra gli Usa ed Israele si è acuito dopo che esponenti del governo israeliano hanno respinto la richiesta di Washington e hanno anzi espresso irritazione per il rimprovero pubblico da parte dell’amministrazione Obama a Netanyahu” .
(AGI)

Washington, 16 marzo – L’irrigidimento israeliano sugli insediamenti e la conseguente assenza di passi avanti nel processo di pace danneggia gli interessi statunitensi. Lo ha detto il generale David Petraeus, comandante delle truppe USA in Medio Oriente e Asia Centrale, spiegando che l’impasse “fomenta i sentimenti anti-americani, perché gli USA vengono percepiti amici [di] Israele”. Non solo. Per il generale “la rabbia degli arabi” aiuta al Qaeda e Hamas e aumenta “l’influenza dell’Iran” nella regione oltre a “indebolire la legittimità dei regimi moderati nel mondo arabo”.
(AGI)

Se son rose, fioriranno…