Qui c’è qualcosa sotto

jolie-cfr“Cosa c’è dietro la ‘scelta coraggiosa’ della nota attrice hollywoodiana?
O meglio, cosa significa questa scelta per lei, ma anche – vista la risonanza mediatica – cosa significherà inevitabilmente per migliaia di altre donne?
O di uomini, visto che – è notizia di ieri – già qualcuno ha pensato bene di farsi togliere una prostata sana solo per prevenire eventuali insorgenze tumorali.
Affronteremo questa analisi su vari piani – economico, scientifico, di comunicazione e spirituale – ma partiamo dall’inizio, o meglio, da un dettaglio non insignificante.
Come è noto la Jolie si è sottoposta a doppia mastectomia perché la presenza di un gene difettoso, il BRCA1, a dire dei medici, la predisponeva a sviluppare un tumore al seno.
La notizia della scelta di Angelina è ‘strillata’ con tanto di foto a tutta pagina in copertina della nota rivista People, praticamente in contemporanea con l’annuncio ufficiale, nonostante che di regola la rivista venga ‘chiusa’ redazionalmente tre settimane prima di arrivare nelle edicole.
Mmmmh, qui c’è qualcosa sotto.
Diverse cose.
Iniziamo con il suggerimento, un po’ desueto, ma che funziona sempre: follow the money.
Ebbene, tutto sarebbe nato – secondo quanto ci è stato raccontato dalla stampa – da un test genetico, il BRACAnalysis, che avrebbe stabilito, nel caso della bella Angelina, una percentuale molto elevata (87%) di possibilità di contrarre un cancro al seno.
Il test è stato brevettato dalla Myriad Genetics e ha un costo di circa 4000 dollari.
Ma, guarda caso, il prezzo del titolo della Myriad Genetics (MYGN) ha avuto un notevole beneficio dall’outing della Jolie, oltre ad aver registrato incrementi di valore da oltre 50 settimane.
Ma questo è niente; se la Corte Suprema USA decidesse di approvare la BRACAnalysis, inserendola nel sistema sanitario nazionale, aprirebbe la strada a un business di migliaia di miliardi nei prossimi anni.
Dunque azioni che salgono, profitti enormi per gli azionisti della Myriad Genetics, tutto da una decisione dell’attrice.
Coincidenza?
Guarda caso in ambienti ben informati si parla molto seriamente di far rientrare il test all’interno della famigerata ObamaCare…
Insomma un test ‘lanciato’ dall’attrice hollywoodiana, che farebbe leva sul terrore di milioni di donne e che porterebbe a riversare sui contribuenti – già poco entusiasti della riforma di Obama – i costi assicurativi del test.
Non dimentichiamo che Angelina Jolie non è semplicemente una notissima attrice, ma anche una rappresentante ufficiale delle Nazioni Unite [e anche membro del "famigerato" Council on Foreign Relations (CFR), aggiungiamo noi - ndr], dunque il suo appello non è solo privato, personale; è in grado di influenzare occultamente le donne americane trasformando il loro corpo in profitto.
Insomma una vera e propria ‘svendita’ della donna, travestita da ‘libera scelta femminile’ per meglio manipolare gli animi.”

La scelta di Angelina, di Piero Cammerinesi continua qui.

Un rituale che si ripete in ogni guerra

935503_10151666463461204_1923500257_n “Sulle origini degli Stati Uniti, sulla loro missione e sul «Destino manifesto» si è scritto molto. L’esodo dei «Padri Fondatori» dalla madrepatria inglese al «nuovo mondo» viene compiuto in primo luogo da minoranze religiose, molto spesso epurate e perseguitate nell’Inghilterra teatro delle guerre di religione del ’600: quaccheri, battisti, levellers, ranters, seekers, ma soprattutto puritani. Secondo Tocqueville «L’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America». Perchè i puritani, dopo essere entrati in contrasto con la Corona inglese che non accoglieva le loro richieste contenute nel Millenary Petition, richieste principalmente di carattere morale, emigrarono in nassa e in maniera strutturata ed organizzata in America (principalmente nell’America del Nord), identificata nella loro letteratura come la nuova Israele, paese che sarebbe stato il regno millenario di Cristo precedente il giudizio universale. La base teologica dei puritani proviene da una lettura dell’Apocalisse di Giovanni. Il proliferare di chiese e sette americane, fino ai telepredicatori e agli internetpredicatori, trova la sua origine proprio da diverse interpretazioni dalla lettura dell’Apocalisse di Giovanni.
Noi Europei rimaniamo piuttosto stupiti quando, nell’analizzare discorsi cli importanti politici americani, ci imbattiamo in concetti assoluti come quello del «Bene» contro il «Male» o quando apprendiamo che il nemico non si sconfigge ma si distrugge. Alla base di tutta questa retorica c’è la visione del mondo propria dei puritani. Con gli anni magari la maggior parte degli statunitensi non pensa che gli USA siano il regno millenario di Cristo, ma sicuramente è opinione largamente diffusa che il loro sia il paese migliore al mondo, portatore e garante di libertà, con una missione storica da compiere.
Da qui deriva quella che potremmo identificare come l’ideologia imperiale: gli Stati Uniti sono il faro della civiltà, portatore di democrazia e di diritti umani, il paese migliore che deve intervenire per diffondere il bene nel mondo. Tale ideologia serve da collante da un punto di vista interno – gli statunitensi vivono nel paese migliore del mondo – e giustifica le campagne militari in terre straniere: gli statunitensi esportano la democrazia, la civiltà, i diritti umani, in una parola, il «Bene».
Ancora, questa convinzione di essere il paese «faro di civiltà» e guida per l’umanità tutta, paese caratterizzato da valori di carattere universale, viene diffusa nel mondo non solo con le «missioni di pace», ma soprattutto con la cultura popolare. Assistiamo quotidianamente ad una certa spettacolarizzazione della storia attraverso pellicole e sceneggiati televisivi di vario genere, cosicché è diffusa l’opinione che Hollywood sia una sorta di «ministero della propaganda» americano. La conoscenza storica popolare che il mondo ha degli USA viene in gran parte da lì, da quei film che spesso hanno un taglio autocelebrativo. Del resto gli americani sono maestri nel saper sfruttare e diffondere le immagini e la propaganda è stata una delle armi che ha permesso agli USA di vincere la Guerra Fredda; perciò sarebbe poco intelligente pensare che tutta quella struttura di elaborazione e diffusione di notizie e cultura, presente capillarmente in molti paesi del mondo, sia stata smantellata dopo il 1989. Con l’uso sapiente della cultura popolare, non solo cinematografica, gli USA hanno disegnato la propria immagine da proporre al mondo, l’immagine di un paese «buono», impegnato nel fare guerre «giuste» e nell’annientare i nemici, che sono cattivi tout court, l’incarnazione del Male, in un rituale che si ripete in ogni guerra, con una forma assolutamente manichea.”

Da Perché gli USA non sono un Impero, di Massimo Janigro, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno X, n. 1, Gennaio – Marzo 2013, pp. 90 – 91.

Strategia della tensione a stelle e strisce

usaladen

“Nella peggiore tradizione cinematografica cui Hollywood ci ha abituato, abbiamo assistito nei giorni scorsi allo spettacolo di una città – Boston – completamente blindata, con il coprifuoco, da cui nessuno poteva uscire né entrare.
Proprio Boston – la città da cui è partita la rivoluzione americana contro il potere dei reali d’Inghilterra, sarà un caso? – il primo germe della Land of the Free, è diventata ostaggio di CIA ed FBI, sotto legge marziale e con irruzioni violente nelle case private.
9.000 uomini – comprese le famigerate forze speciali SWAT – pesantemente armati hanno paralizzato completamente la città in una caccia all’uomo in cui i ricercati sono stati indicati aprioristicamente come colpevoli dell’atto terroristico, dando così la stura a una nuova ondata di islamofobia.
Un esperimento di legge marziale e di occupazione militare di un’intera città.
I cittadini hanno potuto sperimentare come i diritti civili non abbiano alcun valore di fronte alle pretese motivazioni di sicurezza nazionale, cosa che si ripete ormai a scadenze regolari nella storia recente di questo Paese.
Ma la scala in cui questa occupazione manu militari di Boston si è svolta è superiore a qualsiasi altra nel passato e fa pensare ad una prova generale di possibili operazioni future.”

Boston: una prova generale?, di Piero Cammerinesi continua qui.

Le “maledizioni” esistono per davvero

terrorist“Erano in venticinque ma ne son rimasti solo due vivi e vegeti. Stiamo parlando dei membri del “Team 6”, la crème de la crème dei Navy Seals, che già sono un corpo scelto dei Marines.
Una specie Rambo in carne ed ossa che però, dopo aver accoppato Osama bin Laden, stanno morendo per qualche “mistero” uno dopo l’altro, in una sequenza di “incidenti” che ha dello sbalorditivo.
La prima volta è toccata a ventidue elementi della squadra protagonista del blitz di Abbottabad, precipitati col loro elicottero in missione in Afganistan nel “più grave lutto” che ha colpito le forze USA/NATO nel “Paese delle montagne”.
Che strano, l’America che si fa tirare giù un paio di decine di soldati superscelti (con tutto quel che costa, in mezzi e tempo, la loro formazione) dai trogloditi talebani armati di schioppo, tipico oggetto di tiro al bersaglio con le armi più sofisticate come i droni.
Ed ora tocca ad un altro testimone dell’eliminazione del “genio del male”, sulla quale un suo commilitone ha scritto un libro, mentre l’ultimo dei venticinque verserebbe in una difficile situazione economica (un classico dell’America, come il “reduce del Vietnam” che una volta tornato a casa trova un muro d’ingratitudine, su cui sono stati girati molti film).
Si può dunque facilmente profetizzare che anche gli ultimi due super-testimoni-commando non avranno vita lunga, portandosi definitivamente con sé, nella tomba, il segreto dell’ultima puntata della saga dello “sceicco del terrore”, che puzza di bufala lontano un miglio, a partire dalla fine della storia, quando il suo cadavere, invece d’essere ostentato come una preda sui (loro) “media”, venne scaraventato in mare secondo i precetti d’un inesistente “funerale islamico”!
Poi l’America su tutta questa bella storia ci ha fatto ovviamente un film, l’ennesimo dell’industria del rimbambimento mondiale. Tutto nel suo tipico stile, con fantasie (i film) che sorgono da altre fantasie (la cosiddetta “realtà” di cui riferiscono tramite i “media”), in un gioco a catena di travisamenti e manipolazioni al quale finiscono per credere anche loro stessi.
E adesso c’è chi parla di “Maledizione di Bin Laden”.
Ma a me pare piuttosto l’immancabile e logico epilogo della realtà-film made in USA. Meglio non far sapere com’è andata veramente.”

Quelle strane “maledizioni” che colpiscono i testimoni scomodi, di Enrico Galoppini continua qui.

Lettera aperta a Beppe Grillo 2.0

Decimo anniversario dell’invasione americana dell’Iraq

Caro Beppe,
sono padre Benjamin. Oltre ai miei complimenti per la tua performance e quella degli eletti M5S, voglio dirti quanto fai bene non concedere interviste ai giornalisti della stampa e televisione. Si sa che nelle loro Redazioni devono rendere conto agli ordini venuti dall’alto e seguire le “istruzioni dell’Azienda”. Ben pagati (dalle lobby dell’informazione) devono obbedire o tornare a casa. Per questo, i giornalisti della RETE sono liberi di scrivere e di raccontare il vero.
Anche a me stanno sulle palle questi giornalisti che proclamano il falso per denigrare, per offendere, per screditare e distruggere i testimoni di verità. Come si divertono sulle tue spalle in questi giorni!
Mi è rimasto sullo stomaco il criminale George W. Bush, che ha la lingua nera per gli effetti delle sue menzogne e la coscienza più nera ancora, e sta tranquillo nel suo ranch del Texas quando Tareq Aziz, che aveva dichiarato la verità, sta morendo in carcere a Baghdad. Hai mai sentito un giornalista in televisione raccontare il vero sull’Iraq, sulla Libia, su quello che sta realmente accadendo in Siria, in Mali e soprattutto nella grande democrazia dell’Arabia Saudita, dove stanno accadendo un sacco di cose interessante in un perfetto silenzio stampa?
Nel 2007 hai pubblicato sul tuo blog la mia lettera sull’Iraq nella quale denunciavo una prassi disgustosa di manipolazioni delle coscienze di giornalisti che hanno promosso, senza vergogna, le bugie pronunciate in 935 discorsi da George W. Bush e dalla sua criminale Amministrazione sulle armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e altre montagne di menzogne. Tutto quello che dicevano e pubblicavano gli ispettori dell’ONU (Scott Ritter ad esempio) è stato filtrato, manipolato, falsificato, snaturato, con falsi documenti fabbricati dallo squallido Michael Ledeen e dal SISMI italiano, tra tante altre cose, sull’uranio comprato da Saddam Hussein alla Nigeria. Tutta roba falsa, in nome della Democrazia!
A “Porta a porta”, il deprimente Bruno Vespa, quando Gianfranco Fini mi buttava in faccia “Lei padre, non è degno di portare quest’abito”, lui sorrideva. Certo, avevo pubblicato il primo libro in Europa per denunciare l’utilizzo di armi all’uranio impoverito “Iraq apocalisse”, con una prefazione di Dario Fo, fatto due interventi all’ONU, ottenuto una Risoluzione della Commissione Affari Esteri della Camera. Cinque anni di lavoro a tempo pieno (a spese mie), dedicati a fare conoscere la verità sull’Iraq con libri, film e conferenze. Al clan Berlusconi-Bush-Blair padre Benjamin dava molto fastidio. Hanno anche provato a farlo tacere con interventi presso la Santa Sede. Non ha funzionato.
Nello stesso contesto, non ho potuto fare a meno di avviare una causa contro Magdi Allam che aveva pubblicato un articolo sul Corriere della Sera nel quale diceva che padre Benjamin faceva parte di un’organizzazione estremista islamica. Tutto questo perché mi avevano invitato a Damasco a parlare ai musulmani nelle moschee, il venerdì. E’ vero che non si vede spesso un prete fare omelie nelle moschee in Siria (ho messo un pezzo su Youtube), ma a me interessa partecipare al dialogo islamo-cristiano sul campo in Iraq, in Siria e nei paesi arabi, non nei convegni in alberghi a 4 stelle.
Ho scritto a Madgi Allam chiedendo di pubblicare una smentita, e cioè che non avevo cambiato religione e che ero sempre sacerdote cattolico. Niente, non ha nemmeno risposto. Nel 2007 ho vinto il processo, sentenza di primo grado dal Tribunale di Milano.
Caro Beppe, anche i giornali di sinistra hanno lo stesso DNA. Hanno scritto che padre Benjamin aveva preso e incassato allocazioni di petrolio “Oil for Food” offerti dall’Iraq. Poi, quando l’ONU ha pubblicato il suo rapporto di 2000 pagine, specificando che il ministero del petrolio a Baghdad ha confermato che Benjamin non ha mai ritirato queste allocazioni e che le aveva rifiutate per lettera a Tareq Aziz, non c’è stato uno solo di questi quotidiani di sinistra che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità o per lo meno una smentita su quello che avevano pubblicato.
L’altra sera su LA7, alla trasmissione di Gad Lerner, il mio amico Jacopo Fo ha chiesto a Lerner se poteva dire alcune verità su Berlusconi. Momento di riflessione di Lerner che poi risponde “Certo, si… ma… non adesso”, poi non gli ha mai più chiesto di intervenire al riguardo. Jacopo è rimasto umile e silenzioso per il resto della trasmissione. Vedi, anche tra i più bravi dei giornalisti succede di stringere il sedere quando si trovano di fronte a certe imbarazzanti realtà.
Su un altro aspetto dell’attualità, riguardo alla Chiesa di Roma, sarebbe opportuno informare il prossimo Pontefice Romano su alcune cose. Ad esempio:
• Ordinato sacerdotale (nel 1991) ho assistito il cardinale Agostino Casaroli nei suoi viaggi all’estero (per quattro anni fino al 1995). Ho sentito e viste cose sconvolgenti che devono essere portate a conoscenza del prossimo Papa.
• Sarebbe bene anche riferire di un’altra cosa sconcertante. Il 14 febbraio 2003, durante la visita di Tareq Aziz a Giovanni Paolo II (a un mese dall’invasione americana dell’Iraq), sono accadute cose inammissibili e vergognose da parte di alti responsabili della Segreteria di Stato. A seguito, ho avuto un colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran (all’epoca incaricato degli Affari Esteri della Chiesa). Non mi ha risposto, è rimasto come la moglie di Lot, pietrificato.
• Dal 1994, risiedo ad Assisi. Anche qui, povero San Francesco, il suo Sacro Convento è diventato un vero e proprio cesto di granchio. Ci sarebbero anche da fare alcune domande al cardinale Giovanni Re, sul suo amico Roberto Leone.
Secondo il pensiero di Qoelet “c’è un tempo per riflettere e un tempo per agire“, basta sapere aspettare”.
Ti auguro ogni bene.

Jean-Marie Benjamin
Assisi, 12 Marzo 2013

Fonte

Marinella Correggia

295646_497142343677119_1716788479_nRoma, 28 febbraio – Marinella Correggia ha fatto irruzione nell’aula di Villa Madama nel corso della conferenza stampa congiunta tra il segretario di Stato americano, John Kerry, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi e il leader delle opposizioni siriane al Khatib, inveendo contro i tre leader internazionali e mostrando un cartello con su scritto: ”U$A, Europa, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi supportano i terroristi e boicottano la pace”.
La dimostrante, incalzata dai giornalisti, ha spiegato di contestare attraverso la propria associazione la ”propaganda mediatica portata avanti dalle opposizioni”, colpevoli di sostenere ”gruppi armati terroristici pronti ad uccidere chiunque”.

Fonte

Niente esagerazioni, solo propaganda di (quello) Stato

zdt“Sono rimasto profondamente deluso perché non aggiunge niente di nuovo a TUTTO quello che già sapevamo, incluse le torture, già documentate.”
Il commento di uno spettatore dopo la visione dell’ultimo film di Kathryn Bigelow rende lampante quanto venga costantemente travisato il senso della produzione hollywoodiana da parte del pubblico italiano, e non solo.
Filmografia la cui (principale) funzione è quella di scolpire indelebilmente nell’immaginario collettivo “tutto quello che già sapevamo”, la versione -edulcorata e romanzata- dei fatti per come ci viene ammansita.
Resta da ribadire l’invito a una lettura intensiva de I divi di Stato, che può funzionare da efficace antidoto contro ulteriori somministrazioni di propaganda.
Casca a fagiolo, dato che oggi è il turno dell’immarcescibile Bruce Willis, ché gli esportatori di democrazia non riposano mai.

Persone invise all’occupante

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

“Che ci fosse del losco nelle accuse a Pantani lo scrissi per la prima volta 10 giorni dopo la sua morte, il 24 febbraio 2004, in una lettera ai PM Guariniello, Bocciolini e Gengarelli, intitolata “Eterogenesi dei fini e ambiguità nell’azione pubblica dei magistrati in campo sanitario: il caso della lotta al doping e della morte di Pantani”. Dal mio punto di osservazione, il caso Pantani, e quello di Armstrong, sono da inscrivere in una più ampia azione di marketing volta a promuovere il consumo di massa di farmaci e di altri prodotti medici agendo sul sistema culturale. Nell’ultima parte del 2012 c’è stato il colpo di teatro della rivelazione ufficiale del doping di Armstrong. Ed è accaduto qualcosa nel retroscena: è comparsa una pubblicazione scientifica che mostra che non ci sono presupposti teorici, né prove scientifiche solide, che indichino che l’EPO abbia proprietà “ergogeniche”, cioè che funzioni come doping. Se l’EPO non funziona, se anche l’arcirivale era dopato (e non solo con EPO, probabilmente, ma anche con qualcosa di più efficace) credo ci si debba chiedere: ma allora, per cosa è morto Pantani? Riassumo, rivedendolo e aggiornandolo, quanto scrissi, nel 2004 e nel 2008, ai magistrati.
Sulla morte del “Pirata” esistono teorie “complottiste”, alcune delle quali prese peraltro in considerazione a suo tempo dalla magistratura, che appaiono per lo più come esagerazioni sensazionalistiche e forse depistanti. Accetto la tesi che Pantani facesse uso di EPO. Ma non quella che sia stato il farmaco a fare di lui un campione: l’EPO era largamente usato tra i concorrenti; e l’efficacia dell’EPO nel migliorare la performance atletica allo stato è da ritenersi nulla. Non trovo elementi sufficienti per credere che qualcuno lo abbia materialmente ucciso quella notte nel residence; ma appare chiaro che sia stato spinto verso quel bordo dell’esistenza oltre il quale c’è il baratro; spinto, penso, anche volontariamente, oltre che da coloro che hanno responsabilità colpose poco nobili. La vicenda appare sistematicamente intessuta con enormi interessi economici, che sarebbe omissivo trascurare come irrilevanti. Interessi del genere di quelli che portano Big Pharma a spendere 53 miliardi di dollari all’anno nei soli USA per il marketing.
Presento quindi un’interpretazione, basata su esperienze personali oltre che su un’analisi, che potrà essere bollata anch’essa come “dietrologica” dagli anticomplottologi di mestiere o volontari. Trovo sensate e plausibili le tesi di Stefano Anelli, alias John Kleeves, un politologo indipendente che tentò di avvisare Pantani sulle forze che l’avevano preso di mira. Kleeves vede un complotto USA nella caduta in disgrazia di Pantani, e lo collega all’ascesa di Armstrong, attribuendo il movente a una generale volontà di propaganda culturale degli USA in Europa. Gli USA hanno storicamente strutture governative, integrate col loro apparato bellico, dedicate alla promozione della loro immagine nel mondo, come, durante la Guerra Fredda, l’USIS, nata dallo Psychological Warfare Branch. Statunitensi ed europei non condividono gli stessi sport popolari; Armstrong, capitano di una squadra statunitense, diventando il numero uno di uno sport europeo sarebbe servito ad aumentare le nostre simpatie e la considerazione verso gli USA; a riconoscerli come i più forti senza vederli come estranei.
Ciò potrebbe avere favorito, secondo quanto ha scritto Anelli, la nostra approvazione e partecipazione militare alle guerre che gli USA perennemente muovono verso il malcapitato popolo di turno quando i mezzi economici e quelli a bassa intensità non sono ritenuti adeguati a soggiogarlo; o quando gli serve una guerra. Anelli osserva che Armstrong si è presentato non con una squadra sponsorizzata come di consueto da un privato – es. la “Mercatone Uno” – ma con lo US Postal Service, che è un’agenzia del governo USA. Armstrong ha avuto alle spalle la potenza USA. Anelli considera che quindi il suo doping probabilmente era espressione dei migliori laboratori e delle migliori conoscenze. La tesi di Anelli combacia col quadro che presento qui. E’ molto probabile che il doping di Armstrong non sia stato l’EPO, come invece dichiara.
Kleeves-Anelli è morto in circostanze tanto allucinanti e folli, secondo la versione data dai giornalisti, quanto sono pacati e lucidi i suoi scritti di critica agli USA, es. “Un paese pericoloso”. Scritti reperibili su internet, che consiglio, trovandoli più interessanti e attendibili delle rivelazioni di figure di “perseguitati” ufficiali come Assange. Anelli e io, Francesco Pansera, che come lui conosco gli USA anche per averci vissuto e non sembro stare affatto in simpatia a quei poteri che Anelli ha ben individuato, indipendentemente abbiamo scritto, tra le altre cose, interpretazioni complementari su Pantani. Anelli non ha mai saputo della mia esistenza, e io ho saputo della sua solo dopo la morte.”

Per cosa è morto Pantani. Lo sport e il marketing farmaceutico, di Francesco Pansera continua qui.
Ringraziamo l’autore per la preziosa segnalazione.

Informazione strategicamente mirata

wmdImmaginiamo un Paese, quel Paese…
Esso, una volta che abbia stabilito essere di prioritario interesse nazionale il contrasto a un dato fenomeno, qualunque questo sia, cerca da una parte di consolidare il fronte interno, la propria opinione pubblica, dall’altra di trovare Paesi alleati nella lotta intrapresa.
Come? E’ presto detto.
La sua intelligence elabora un’analisi, non necessariamente menzognera ma magari neanche completamente veritiera, che descrive quel fenomeno in termini di pericolosità per tutta la cosiddetta “comunità internazionale”.
Direttamente, tramite la pubblicazione sul suo sito o sulla sua rivista, o indirettamente, affidandone la diffusione a un organo di stampa con cui intrattiene amichevoli rapporti, il servizio segreto decide di rendere pubblico lo studio.
Facendo precedere la diffusione dalle opportune, e mai schematicamente precostituite, valutazioni di opportunità politica sul cosa e come rendere pubblico.
L’egemonia globale degli Stati Uniti si regge anche sulla frequenza con la quale analisi di questo tipo, sugli argomenti più svariati – dal dossier nucleare iraniano a quello chimico siriano, dal terrorismo “islamico” all’aggressiva politica commerciale cinese, dal narcotraffico alle mafie transnazionali – vengono disseminate.
Riuscendo in tal modo a dettare le agende politiche dell’intero Occidente.
E funziona da anni, da parecchi anni.
Federico Roberti

Un premio Nobel per la guerra

nobel2012

“Anche la politica estera dell’Unione Europea è un gioco, come se ventisette polli senza testa si tirassero dei calci a casaccio tra loro su qualsiasi tema, dalla Palestina all’ammissione della Turchia. Ma c’è una cosa che l’Unione Europea fa bene davvero: produrre, commercializzare e vendere armi a chiunque sia coinvolto in affari bellici.
Asia Times Online ha avuto conferma indipendente da due diplomatici europei che l’U.E. – attraverso il suo braccio militare comandato dagli USA, la NATO – si sta preparando ad una nuova guerra, in Siria. Questo conferma un recente rapporto sullo stesso argomento del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (Moon of Alabama ce ne offre un’ottima traduzione).
I diplomatici hanno confermato ad ATol che il Segretario Generale della NATO – l’incredibilmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – sta scalpitando per una guerra in Siria, camuffando questa sua frenesia con la retorica “La NATO non nasconderà la testa sotto la sabbia”.
Citando le sue parole in diretta da Washington, Rasmussen godrebbe dell’appoggio di Turchia, Regno Unito e Francia, con la Germania in una condizione ambivalente, poiché il Ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle aveva precedentemente escluso l’opzione bellica in favore di una soluzione politica.
Scalpitare per la guerra è una cosa, farla davvero è un’altra. Anche una direttiva NATO che dia il via ad azioni belliche in Siria necessita dell’approvazione di tutti e 28 i Paesi membri. Comunque, ecco lo scheletro dell’atto finale: Washington continuerà ad ordinare al suo fantoccio danese Rasmussen di preparare le basi per un’azione di guerra, assolutamente necessaria. Benvenuti in Siria, oppure Libia-2 – anche se Washington non potrebbe in alcun modo giustificare di propinare al Consiglio di Sicurezza della NATO un’altra Responsabilità a Proteggere (R2P).
Ebbene sì, Bruxelles, abbiamo un problema. E sta succedendo proprio mentre vengono spiegati sul confine turco i missili Patriot e 400 unità militari tedesche. L’opinione pubblica della Germania è contraria ad un’altra guerra nel mondo musulmano. Nel 2013 in Germania ci saranno le elezioni.. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente degli spiriti suicidi.
L’accelerazione dei missili Patriot – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi attacco missilistico dalla Siria – è una scelta che viene dritta dritta dal Manuale Delle Armi D’Illusione Di Massa. Frederick Ben Hodges, capo del nuovo Comando Terrestre Alleato di base a Ismir, Turchia, avrebbe dichiarato ad un’agenzia di stampa dell’Anatolia che i Patriot sono lì come deterrente contro i missili chimici siriani. Come se Bashar al-Assad, (come nel caso Frau Merkel), fosse diventato all’improvviso un pazzo suicida. Gli unici che credono davvero alla storiella d’intelligence che Washington sta facendo circolare, che Damasco potrebbe utilizzare le armi chimiche come ultima spiaggia, sono il fedele danese Rasmussen ed il club di mediocrità politica Britannico-Francese-Turco. Le manovre psicologiche della NATO non metteranno di certo paura al Governo Siriano.
Per quanto riguarda poi l’incredibilmente bizzarro Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, si è dimostrato coerente in una cosa soltanto: ha una febbre, e l’unica cura possibile è lo spazio aereo interdetto. Anche se l’opinione pubblica turca non vuole neanch’essa una guerra, Erdogan non è stato in grado di smorzare questa febbre. La macchina US-NATO ha usato ogni mezzo – dal corrompere orde di funzionari a Damasco fino ad imputare ad Assad ogni settimana una serie di mini-olocausti. Non ha funzionato.
I cosiddetti “ribelli” – contagiati dalla Salafi-jihadis – difatti “controllano” soltanto territori secondari a maggioranza Sunnita o sobborghi intorno alle grandi città. Ci saranno quasi 40,000 combattenti nelle periferie di Damasco, ma rischiano di trovarsi vittime di una clamorosa imboscata organizzata dall’Esercito Siriano. Quindi il presunto cambio di scena dovrà sicuramente prevedere la minaccia delle armi chimiche, e quindi – si spera? – al Sacro Graal dello spazio aereo interdetto.”

Da La NATO aspira a un premio Nobel per la guerra, di Pepe Escobar.

“Il cuore delle missioni”

mangustaBologna, 3 dicembre – Dodici mesi per sentirsi dentro ‘il cuore delle missioni’ dei militari italiani. Cosi’ si intitola il ‘CalendEsercito 2013′, presentato a Bologna dal comandante dell’Emilia-Romagna, generale di divisione Antonio De Vita, e da Mauro Galligani, autore degli scatti, professionista di reportage esteri. Quest’anno ricorre il trentennale della partecipazione dell’ Italia alle operazioni di gestione delle crisi internazionali, iniziata in Libano nel 1982. Cosi’ nelle foto che accompagneranno il prossimo anno si realizza un continuum tra passato e presente. Galligani e’ stato quattro volte in Afghanistan e ha vissuto a stretto contatto con i militari raccontandone i momenti di vita quotidiana con immagini in bianco e nero. ”E’ stata – ha detto il fotoreporter – la mia piu’ bella esperienza professionale e mi ha insegnato a conoscere una parte sana della societa’ italiana”. Per il generale De Vita il calendario delle forze armate ”e’ una grande occasione di comunicazione”. Gli scatti di Galligani ”colgono i momenti piu’ significativi del nostro modo di essere italiani”. Il calendario si conclude con un ricordo ai militari che hanno perso la vita in missione.
(ANSA)

Bologna, 3 dicembre – Un veicolo tattico leggero ‘Lince’, un motociclo aviolanciabile e un elicottero da ricognizione e scorta ‘Mangusta A-129′. Sono i mezzi, normalmente impiegati nelle operazioni ‘fuori area’, che si potranno ammirare al Motor Show di Bologna, da mercoledi’ a domenica, nello stand dell’Esercito Italiano. L’area espositiva sara’ nel padiglione 26 e avra’ come filo conduttore il progresso tecnologico dei veicoli in dotazione, ma anche le pari opportunita’ nella Forza armata. A disposizione del pubblico ci sara’ un punto informativo per illustrare le modalita’ di accesso alla carriera in uniforme. All’interno sara’ anche possibile acquistare capi di abbigliamento, libri e carte geografiche.
(ANSA).

Qui, invece, quello che vogliono tenere nell’ombra.

Gli epigoni di Adolf Hitler

“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”

Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.

Divi di (quello) Stato 5°

Preparatevi!

E’ in arrivo Argo, l’ultima perla della propaganda a stelle e strisce.
Con ricca dotazione di Divi di Stato e un coproduttore di sicuro affidamento.
Nelle parole del protagonista, trattasi di “un omaggio a tutti gli americani che servono il nostro Paese all’estero, in situazioni davvero pericolose…”.

A casa propria, mai?

Sport e politica

Scriveva un profetico John Kleeves (in “Orion” n. 192 del Settembre 2000, pp. 14-15), argomentando sulle ragioni della propaganda dietro gli eventi sportivi più seguiti:

“Non è un problema solo del calcio, naturalmente. E’ un problema di tutto lo sport. Lo sport è fatto di avvenimenti altamente pubblici, atti a convogliare messaggi a milioni o anche a decine di milioni di persone alla volta. Ovvio che la politica pensi di manipolarlo. Prendiamo il ciclismo, questo sport duro e puro, da ingenui faticatori popolani (da “forzati del pedale”, secondo una bella immagine dei tempi di Coppi, credo, non so pensata da chi). Credete lo abbiano lasciato in pace? Lo ha preso in considerazione addirittura l’US Government, il governo federale degli Stati Uniti, che ha sempre avvertito come dannoso per le proprie politiche il distacco “spirituale” che gli europei sentono per gli americani, visti estranei, con poco in comune. Henry Kissinger – che, ricordiamo, si occupava di grande politica – pensava che avrebbe aiutato se gli americani avessero giocato anche loro al calcio e fece inutili sforzi al riguardo (il Cosmos). Greg LeMond, il quale cominciando come gregario nella squadra francese di Hinault vinse tre Tour de France (1986, 1989, 1990), mostrò che anche il ciclismo poteva essere utile, se si aveva un campione che vinceva grandi corse in Europa*. Così, quando un nuovo ciclista americano promettente – Lance Armstrong – rimase senza squadra, perché abbandonato dalla Cofidis alla notizia che aveva un cancro testicolare (poi guarito), nel 1997 il governo federale creò una squadra apposta per lui, sponsorizzata dall’United States Postal Service. E’ una squadra di Stato, una squadra ufficiale degli Stati Uniti d’America, perché l’US Postal Service è un’Agenzia federale, con 800.000 dipendenti. Un’Agenzia federale, esattamente come la CIA.
Una clamorosa interferenza politica nello sport, ed è da notare come nessuno nell’ambiente abbia fiatato. Il comitato organizzatore del Tour ha accettato l’iscrizione del team US Postal Service e nessun giornalista o direttore sportivo o patron ha fatto notare l’incongruenza: il Tour, così come le altre corse ciclistiche in Europa e nel mondo, è riservato a squadre private (Polti, Mercatone Uno, Banesto eccetera) mentre qui si è presentato ufficialmente il governo di una Nazione. Non è una mera questione di forma: se io sono lo sponsor di una squadra, voglio che vinca e faccio al riguardo tutto ciò che posso impunemente fare, oltre ai danari che ho sganciato. E se sono l’US Government posso impunemente fare davvero molte cose, se voglio.
Ho dei sospetti sulle vittorie di Armstrong al Tour del 1999 e del 2000? Posso solo notare come le disavventure di Pantani gli abbiano fatto assai comodo, sia nel 1999 sia nel 2000. E posso notare come il governo statunitense abbia a disposizione i massimi esperti di droghe varie del mondo, con poche difficoltà nel creare “bombe” che non lascino tracce. Sembrerebbe di non dover andare tanto in là: se l’organizzazione del Tour è sensibile all’influenza dello Zio Sam – e lo ha dimostrato accettando l’iscrizione dell’US Postal Service come si fosse trattato del Pizza Hut – può favorire Armstrong semplicemente disegnandogli il Tour addosso come un vestito, con molte cronometro e con salite poco bestiali. Ma chissà se ciò era giudicato sufficiente in quelle afose giornate del 1999, quando Pantani massacrava a destra e a sinistra nel Giro d’Italia.
Se fossi in un qualunque ciclista europeo mi rifiuterei di gareggiare dove c’è la US Postal Service. Ma sono dei poveretti che hanno bisogno di mangiare. Per quanto riguarda gli altri, i dirigenti e gli intellettuali dell’ambiente (i patron, i direttori sportivi, gli organizzatori, i giornalisti eccetera), dovrebbero approfondire la loro conoscenza dell’entità “America”: si accorgerebbero che non è quel Paese ultra democratico, generoso e incapace di bassezze che credono; l’aspetto è suadente ma si tratta di una dittatura feroce, minuziosamente utilitarista e regolarmente sleale, che non partecipa certo al Tour de France per sport. Che guardino meno film di Hollywood e leggano di più.”

* Il quale LeMond, correndo in soccorso al collega in difficoltà, oggi scrive ai vertici mondiali del ciclismo chiedendone le dimissioni in quanto il vero problema sarebbe la corruzione, non le droghe!

Libia un anno dopo il Martirio di Gheddafi

Mercoledì 24 Ottobre 2012
ore 21.00
CONFERENZA STAMPA
Albergo delle Notarie, Via Palazzolo 5, Reggio Emilia
informazioni: 348 3354890

La tragedia della Libia un anno dopo il Martirio di Gheddafi e l’aggressione NATO alla Jamahiria. Per non dimenticare

intervengono:
Stefano Bonilauri, Stato e Potenza
Luca Tadolini, Centro Studi Italia

saranno presenti studenti libici che porteranno la loro testimonianza relativa la situazione in Libia ed in particolare dalla città di Bani Walid assediata.

La tragedia della Libia non è solo la storia della distruzione della Jamahiria, una repubblica indipendente del Mediterraneo, da parte della Alleanza Atlantica ad egemonia USA, ormai esplicitamente impegnata in un conflitto geopolitico ed economico, degno successore della Guerra Fredda, contro gli Stati euroasiatici.
La guerra in Libia dello scorso anno è stata anche la tragedia della politica estera italiana, dove l’Italia è stata costretta ed umiliata al tradimento dell’alleato libico, fino a partecipare con le proprie forze armate alla distruzione della Jamahiria, la repubblica con la quale il Parlamento Italiano aveva siglato una alleanza economica, politica ed un patto di non aggressione.
La tragedia della Libia ha offerto all’Europa in crisi l’immagine di un Martirio, quello del Colonnello Gheddafi, Guida politica del popolo libico, caduto in armi sotto il fuoco vile dei droni NATO senza pilota, martirizzato dalla guerriglia mercenaria armata dalla UE – Nobel per la Pace? – e dagli Emiri del Petrolio: Muammar Gheddafi, assassinato, infine, dalla pistola dei servizi segreti di qualche statista traditore.
La tragedia della Libia è la tragedia di un popolo che in nome di un falsa rivoluzione e di una falsa democrazia è stato condannato alla guerra fratricida, al caos, ad essere di nuovo terreno di abusi neocoloniali. In queste ore, bombardata anche con i gas, nel disinteresse del cosiddetto Occidente, si muore in Libia a Bani Walid, dove ancora sventola l’ormai ribelle bandiera verde della Jamahiria di Gheddafi.

Il declino dell’egemonia USA nelle parole di N. Chomsky

Conferenza “The Emerging World Order: its roots, our legacy” (Il nuovo ordine mondiale: le sue radici, la nostra eredità), tenuta lo scorso 17 Settembre 2012 presso il Politeama Rossetti a Trieste.
Con traduzione simultanea in italiano.

Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv

Sarà presentato il prossimo 18 ottobre al cinema Apollo in Galleria De Cristoforis a Milano il film “Al Qaeda, Al Qaeda. Come fabbricare il mostro in tv”.  Si tratta del docufilm di Giuseppe Scutellà basato sul libro “Primo, non diffamare” scritto da Luca Bauccio, noto per essere tra i fondatori di Youreporter.it, il primo sito italiano di video-citizen journalism.
“Il docufilm ricostruisce e narra storie vere – raccontano gli autori – che giorno dopo giorno i media raccontano agli italiani, senza ritegno per la verità delle cose e molto spesso senza alcun rispetto per le persone che sono coinvolte. Storie di ordinaria follia mediatica note per i casi più celebri come “la macchina del fango” dietro le quali si nascondono, o vengono nascoste a seconda dei punti di vista, abusi e diffamazione del giornalismo nostrano”.
Aggiungono gli autori: “Il titolo (una parafrasi di Al lupo, Al lupo) è la metafora di come sia facile essere vittime di accuse di reati infamanti da un giornale o da una televisione. Quando la diffamazione appare a tutta pagina mentre le smentite, quando vi sono, in un trafiletto nella parte bassa della 52esima pagina”.
Gli attori di “Al Qaeda, Al Qaeda” sono tutti non professionisti anche se alcuni di loro, come Beppino Englaro o Youseff Nada, sono comunque personaggi noti. Il film, della durata di 50 minuti, non avrà una distribuzione nazionale. Sarà distribuito attraverso i canali “non ufficiali” e sarà disponibile in Rete e su iTunes ad un prezzo popolare.

Fonte

I Divi di Stato

Il controllo politico su Hollywood.
Di John Kleeves, l’introduzione.

“Staccate da un muro un manifesto pubblicitario, portatelo da un critico d’arte e chiedetegli che cos’è quell’oggetto. Cosa pensereste se costui lo prendesse per una stampa come un’altra e si perdesse in lunghe e dotte descrizioni sul formato del foglio, la grammatura della carta, la scelta dei colori, le scene rappresentate, lo stile, la “scuola” e così via, e mancasse di notare: È una stampa pubblicitaria? Pensereste che forse è un grande intenditore d’arte ma che sicuramente non sa dove vive.
Ebbene esattamente questo è l’atteggiamento dei nostri critici cinematografici di fronte ai prodotti della filmografia statunitense, per antonomasia Hollywood. Pensano che sia una filmografia come un’altra, come una qualunque filmografia Occidentale, o almeno come una qualunque filmografia espressa da un paese a governo parlamentare e ad economia di mercato. Pensano che i film di Hollywood siano il frutto di artisti o artigiani – i registi – liberi di esprimere la loro visione delle cose e il loro talento, solo condizionati dall’esigenza dei loro finanziatori – le Case di produzione – che il lavoro fatto sia commercialmente valido, che “si venda”. Pensano cioè che l’unico vincolo cui deve sottostare Hollywood è la redditività commerciale. Invece mentre ciò è vero per la generalità dei paesi Occidentali non così è per gli Stati Uniti. Qui la produzione filmica oltre che alla redditività commerciale deve sottostare anche ad un’altra esigenza: fare propaganda per il Paese, nei termini e con le modalità stabilite dal governo. In parole povere Hollywood è controllata dal governo centrale di Washington ed esprime ciò che né più né meno si chiama una filmografia di Stato. La situazione è del tutto analoga a quella che si verifica nei paesi totalitari classici, con la sola benché notevole differenza che mentre in questi ultimi la filmografia è completamente finanziata dal governo, che si accolla utili e perdite relative, negli Stati Uniti la medesima si deve autofinanziare: i suoi prodotti devono sia avere la desiderata valenza propagandistica che essere commercialmente validi.
Così i nostri critici parlano e riparlano dei film americani, e li esaminano da ogni punto di vista, da ogni angolatura possibile, e fanno certamente un grande sfoggio di erudizione e di competenza artistica, ma mancano di notare la cosa più importante: questi film sono il prodotto di una filmografia di Stato. Ciò non toglie che i medesimi non possano essere valutati anche dal punto di vista artistico. Il film La corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn era certamente il prodotto di una filmografia di Stato, e niente di meno che di quella dell’URSS di Stalin, ma ciò non impedì che risultasse un capolavoro filmico. È esattamente come nel caso dei manifesti pubblicitari: queste opere possono anche risultare artisticamente valide, ma rimangono dei manifesti pubblicitari, prodotti per certi scopi e con certi criteri ben definiti e in genere estranei al loro autore materiale. Ciò il pubblico ha il diritto di saperlo.
Mi rendo conto che quanto appena detto giunge nuovo al lettore, e gli pare forse stupefacente: nei più o meno tanti anni della sua vita probabilmente mai aveva sentito tale cosa sulla cara, vecchia, familiare Hollywood. Ma ciò sarà dimostrato con abbondanza nel prosieguo di questo libro. Ho iniziato puntando il dito sui critici cinematografici perché sarebbe stato proprio il loro mestiere individuare tale status di Hollywood: relazionando su un manifesto pubblicitario possono entusiasmarsi o disgustarsi quanto vogliono sui suoi contenuti ma la prima cosa che devono dire è che si tratta di un manifesto pubblicitario.
Il problema però è più generale, come oramai si comincia a intuire. I nostri critici cinematografici hanno potuto compiere questo clamoroso errore di valutazione perché tutta la nostra società – la società Occidentale – aveva compiuto a monte un errore di prospettiva ancora più grande. Mi riferisco naturalmente agli Stati Uniti, la matrice di Hollywood. La nostra società li ritiene un normale paese “Occidentale” e così diventa logico assegnare lo stesso status alla sua filmografia. Invece gli Stati Uniti non sono davvero un “normale paese Occidentale”.
Come è stato possibile un errore così grande e così generalizzato? Non è un mistero extraterrestre, non è una questione metafisica. Prima del 1945 l’Occidente europeo aveva una nozione se non esatta almeno abbastanza approssimata della realtà statunitense. Si parlava infatti al riguardo di una “plutocrazia”, termine abbastanza aderente ma appunto dimenticato. Dopo quella data, e cioè dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti per dei precisi motivi che vedremo iniziarono e continuarono a diffondere nel mondo una propaganda politica e culturale di intensità e dimensioni cosi’ colossali da risultare difficili da credere, ma in verità perfettamente adeguati alle loro dimensioni (all’epoca rappresentavano più della metà del Prodotto Interno Lordo mondiale; ora ne rappresentano un quarto). Tale propaganda, in cui la para-statalizzata Hollywood veniva a giocare un ruolo sempre maggiore, aveva molti scopi ma il principale alla fin fine era proprio quello di camuffare la realtà statunitense, di farla passare per qualcosa che non era. Così col tempo le impressioni del periodo precedente si offuscavano sempre più e venivano sostituite dalle nuove, proposte dalla propaganda statunitense, mentre mano a mano nascevano nuove generazioni. Di qui l’errore.
Una situazione un po’ complicata dunque: non riusciamo a riconoscere la reale natura di Hollywood perché non riconosciamo la reale natura del suo paese produttore, e ciò per azione in gran parte della medesima Hollywood. Ma è il problema che si incontra ogni volta che si affronta un aspetto della realtà americana: non lo si può trattare indipendentemente da tutto il resto perché tale realtà è un sistema chiuso, autosufficiente e altamente interdipendente, e in più diverso da ogni altro. In effetti, e come già detto, gli Stati Uniti non sono un “normale paese Occidentale, “essi sono in verità una civilizzazione a sé stante, e che con l’Occidente ha ben poco a che vedere benché da questo sia derivata. Perciò, il punto di partenza per spiegare Hollywood sarebbe un’esposizione finalmente corretta della realtà americana in toto, nelle sue componenti di storia e attualità e bonificata dei luoghi comuni, delle falsificazioni e degli equivoci portati da mezzo secolo di inquinamento propagandistico statunitense. Ciò è stato da me fatto nel libro Un Paese pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America (Edizioni Barbarossa, Milano, 1999), che non è naturalmente possibile riprodurre qui. Eseguirò allora nella Premessa una stringatissima sintesi del medesimo, rimandando sin d’ora i più allibiti od increduli al medesimo per ogni possibile ed esauriente conferma. Quindi passerò allo scopo proprio del presente lavoro, e cioè a dimostrare come Hollywood esprima una filmografia di Stato. Hollywood non è nata in questa maniera; vi è stata progressivamente ridotta e ciò che sarà fatto sarà sostanzialmente di esporre la storia di tale asservimento, ed i suoi effetti. In questa storia spicca un periodo nodale: quello che va dal 1947, l’anno in cui iniziarono le inchieste su Hollywood dell’HUAC (House Committee on Un-American Activities), al 1953, l’anno in cui venne creata l’USIA (United States Information Agency). Tale periodo opera uno spartiacque nella storia dell’asservimento di Hollywood, e così l’esposizione sarà divisa in tre capitoli; nel primo sarà esaminata la filmografia americana dalle origini al 1947, nel secondo saranno esposte le motivazioni politiche e le metodologie giudiziarie che travolsero Hollywood dal 1947 al 1953, e nel terzo sarà considerata la filmografia americana che ne risultò, che è quella ancora stabile al giorno d’oggi.”

Il testo integrale è liberamente scaricabile qui, con password: StefanoAnelli.

Tampa e Charlotte: due recitativi diversi

Una sola Convenzione: quella dell’uno per cento.
Presidenti delle grandi corporazioni, banchieri, petrolieri, speculatori finanziari con centinaia di lobbisti al seguito a convegno nelle due città per rafforzare con finanziamenti ormai senza limiti il loro controllo su Casa Bianca e Congresso quale che sia l’esito elettorale di novembre.
Le elargizioni multimilionarie premiavano fino a ieri i repubblicani, poi si sono spostate sui democratici come hanno confermato i sondaggi.

“How much is that doggie in the window, the one with the waggley tail?” – cantava Patty Page negli anni ’50 e ’60 e quell’interrogativo “Quanto costa quel cagnolino in vetrina, quello che scodinzola?” è affiorato più volte nella memoria di un ottuagenario mentre seguiva su Sky International, CNN e, grazie a internet, sulla ABC e NBC la convenzione repubblicana di Tampa e quella democratica a Charlotte. Che i due eventi abbiano assunto da più di un ventennio il ruolo di semplici vetrine dove vengono esposti i prodotti di scelte predeterminate in altre sedi, anche ma non solo nelle primarie, è un dato di fatto da tutti accettato nella repubblica stellata: i prodotti, le candidature cioè alla Casa Bianca e indirettamente al congresso e al governo di un terzo degli stati, vengono promossi con dispendiose coreografie, interventi roboanti e trucchi scenici per riaccendere l’interesse dell’elettorato sulle consultazioni popolari del primo martedì di novembre. E poi l’ostentazione di una granitica adesione dei due partiti – inesistenti nell’accezione europea ma negli USA solo movimenti di opinione in evidenza ogni quattro anni – alle scelte già fatte dei candidati.
Prima di tornare al tema della canzonetta sul costo dei cagnolini scodinzolanti in vetrina, alcune osservazioni non certo marginali vanno fatte sulle due kermesse di Tampa e Charlotte. Continua a leggere

Amnesty per l’occupazione?

Ashley Smith spiega cosa c’è dietro le contorsioni politiche di Amnesty International

La maggior parte delle persone associa Amnesty International con la lotta alla tortura, la protesta contro la pena di morte e l’impegno per la liberazione dei prigionieri politici. Conosciuta per queste importanti campagne, nell’ultimo decennio Amnesty si è opposta alla guerra in Iraq e ha chiesto la chiusura del campo di reclusione americano presso la Baia di Guantanamo, a Cuba.
Pertanto, gli attivisti contro la guerra presenti a Chigago durante il vertice della NATO dello scorso Maggio sono stati scioccati dal vedere che Amnesty International USA ha ricoperto le fermate degli autobus cittadine con manifesti che recitavano: “Diritti Umani per le donne e le ragazze in Afghanistan: NATO, sostieni il progresso!”.
Ancora peggio, Amnesty USA ha organizzato di sua iniziativa un “vertice ombra” in contemporanea con quello della NATO, ospitando Madeleine Albright, il famigerato Segretario di Stato di Bill Clinton, che sarà sempre ricordata per la sua cinica risposta alla domanda – postale durante la trasmissione 60 Minutes – circa le sanzioni contro l’Iraq degli anni novanta. Il corrispondente Lesley Stahl chiese, “Abbiamo sentito che mezzo milione di bambini sono morti. Sono ancora di più di quelli morti a Hiroshima. Ne valeva la pena?”, la Albright rispose “Penso sia stata una scelta molto difficile, ma crediamo ne valesse la pena”.
Con una vera e propria criminale di guerra quale sua relatrice speciale, il vertice ombra di Amnesty USA ha lanciato una campagna come se auspicasse una estensione dei “buoni lavori” della NATO in Afghanistan. I suoi relatori e i materiali promozionali riciclavano la giustificazione “femminista” dell’invasione e dell’occupazione militare tipica di George Bush – che la NATO avrebbe liberato le donne dall’oppressione dei Talebani.
Amnesty USA dice in una “Lettera aperta ai presidenti Obama e Karzai”: “Oggi, tre milioni di ragazze vanno a scuola, in confronto praticamente a nessuna sotto i Talebani. Le donne costituiscono il 20% dei laureati. La mortalità materna e quella infantile sono diminuite. Il 10% di giudici e procuratori sono donne, rispetto a nessuna durante il regime dei Talebani. Questo è ciò che intendiamo per progresso: i miglioramenti per i quali le donne hanno lottato durante l’ultimo decennio”.
Si faccia un confronto con la propaganda della NATO: “In dieci anni di collaborazione, le vite di uomini, donne e bambini afghani sono migliorate significativamente per quanto riguarda la sicurezza, l’educazione, la cura della salute, il benessere economico e il rispetto di diritti e libertà. C’è da fare di più, ma siamo determinati a lavorare insieme per assicurare il sostanziale progresso che abbiamo realizzato nel passato decennio”.
Semplicemente non c’è alcuna differenza.

La verità sulle donne durante l’occupazione della NATO
Queste affermazioni sono ridicole. L’occupazione NATO dell’Afghanistan ha sviluppato un regno del terrore nei confronti di tutta la popolazione del Paese, infliggendo repressione, attaccando le feste di matrimonio e appoggiando il Presidente burattino Hamid Karzai e il suo corrotto regime di signori della guerra.
Anche il New York Times ammette che non c’è stato praticamente alcun sviluppo. Un suo editoriale riporta: “Secondo la Banca Mondiale, circa il 97% del PIL dell’Afghanistan, pari a 15,7 miliardi di dollari, viene dall’aiuto internazionale militare e allo sviluppo e dalle spese effettuate nel Paese dalle truppe straniere.”
Ogni affermazione di funzionari statunitensi o della NATO circa il miglioramento delle condizioni degli afghani dovrebbe essere valutata con profondo sospetto. Nella più recente esposizione delle loro bugie circa lo sviluppo, un’ìnchiesta del Congresso ha rivelato che l’ospedale Dawood, finanziato dagli USA, ha imprigionato i suoi pazienti in “condizioni stile-Auschwitz”. Come ha riferito Democracy Now!: “Fonti anonime dell’Esercito hanno diffuso fotografie scattate nel 2010 che mostrano pazienti severamente trascurati, affamati all’ospedale Dawood, considerato il gioiello della corona del sistema sanitario afghano, dove è trattato il personale militare del Paese. Le foto mostrano pazienti molto emaciati, alcuni sofferenti di cancrena e ferite infestate da vermi”.
Le condizioni delle donne in Afghanistan non costituiscono un’eccezione a questo quadro generale. Né la NATO né il regime di Karzai hanno migliorato i diritti delle donne – Karzai ha firmato una normativa che conferisce ai mariti il potere di costringere a far sesso e privare di cibo le proprie mogli. Come Sonali Kolhatkar, fondatrice della Missione delle Donne Afghane, e Mariam Rawi, dell’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan, hanno scritto: “Sotto i Talebani, le donne erano confinate nelle proprie case. Non veniva loro permesso di lavorare o frequentare la scuola. Erano povere e senza diritti. Non avevano accesso all’acqua pulita o alle cure mediche, ed erano costrette ai matrimoni, spesso ancora bambine. Oggi, nella maggior parte dell’Afghanistan le donne vivono nelle stesse precise condizioni, ma con una notevole differenza: sono circondate dalla guerra.”
Dopo più di un decennio di occupazione militare, l’aspettativa media di vita per le donne afghane è pari a 51 anni. Il Paese è ultimo al mondo nella classifica della mortalità sia materna che infantile. L’UNICEF riferisce che il 68% dei bambini con meno di cinque anni soffre di malnutrizione.
Con l’inizio delle operazioni di controguerriglia volute da Obama, le condizioni per le donne sono drammaticamente peggiorate, non migliorate. “Il conflitto alle soglie di casa” scrivono Kolhatkar e Rawi “mette in pericolo le loro vite e quelle delle loro famiglie. Non porta loro diritti nell’ambito domestico o nella vita pubblica, e le rinchiude ulteriormente nella prigione costituita dalle loro stesse abitazioni”.
Ecco perché Malalai Joya, ex membro del Parlamento afghano, presume che l’unica buona cosa che USA e NATO possano fare è andarsene dal suo Paese. In una dichiarazione durante la dimostrazione contro il vertice NATO, ella ha detto: “In Afghanistan abbiamo molti problemi – il fondamentalismo, i signori della guerra, i Talebani. Ma avremmo una migliore probabilità di risolverli se avessimo la nostra auto-determinazione, la nostra libertà, la nostra indipendenza. Le bombe della NATO non daranno mai democrazia e giustizia all’Afghanistan o a nessun altro Paese”.

Per chi conosce l’inglese, la lettura può continuare qui.
Scoprirà, fra le altre cose, che lo scorso mese di Gennaio è stata designata quale nuovo direttore esecutivo di Amnesty International USA la signora Suzanne Nossel, fresca da un incarico al Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, paladina dell’”interventismo umanitario” insieme a Samantha Power, Susan Rice e la stessa Clinton.
Non prima di essere stata assistente dell’ambasciatore USA presso l’ONU Richard Holbrooke ai tempi dei bombardamenti della NATO sull’ex Jugoslavia e direttore operativo di Human Rights Watch (HRW), nonché di aver inventato il termine “smart power”, assunto da Hillary Clinton quale parola d’ordine della politica estera a stelle e strisce durante l’amministrazione Obama.

Imperialismo olimpionico

Tra le squadre alle Olimpiadi di Londra ce n’è una multinazionale, formata da giornalisti che, allenati da coach politici, eccellono in tutte le discipline della falsificazione. La medaglia d’oro va ai britannici, primi nello screditare gli atleti cinesi, descritti come «imbroglioni, scherzi di natura, robot». Un secondo dopo che la nuotatrice Ye Shiwen ha vinto, la Bbc ha insinuato il dubbio del doping. Il Mirror parla di «brutali fabbriche di addestramento», in cui gli atleti cinesi vengono «costruiti come automi» con tecniche «ai limiti della tortura», e di «atleti geneticamente modificati». La medaglia d’argento va al Sole 24 Ore che, tramite l’inviata Colledani, descrive così gli atleti cinesi: «La stessa faccia squadrata, la stessa concentrazione militaresca, fotocopia l’uno dell’altro, macchine senza sorriso, automi senza eroismo», creati da una catena di montaggio che «sforna ragazzini come bulloni», costringendoli alla scelta «piuttosto che fame e povertà, meglio disciplina e sport». C’è nostalgia a Londra dei bei tempi andati, quando nell’Ottocento i cinesi venivano «scientificamente» descritti come «pazienti, ma pigri e furfanti»; quando gli imperialisti britannici inondavano la Cina col loro oppio, dissanguandola e asservendola; quando, dopo che le autorità cinesi ne proibirono l’uso, la Cina fu costretta con la guerra a cedere alle potenze straniere (tra cui l’Italia) parti del proprio territorio, definite «concessioni»; quando all’entrata del parco Huangpu, nella «concessione» britannica a Shanghai, c’era il cartello «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Liberatasi nel 1949, la nuova Cina, non essendo riconosciuta dagli USA e dai loro alleati, venne di fatto esclusa dalle Olimpiadi, alle quali poté partecipare solo nel 1984. Da allora è stato un crescendo di successi sportivi. Non è però questo a preoccupare le potenze occidentali, ma il fatto che la Cina sta emergendo come potenza in grado di sfidare il predominio dell’Occidente su scala globale. Emblematico che perfino le uniformi della squadra USA alle Olimpiadi siano made in China. Dal 2014 saranno usate solo quelle made in America, ha promesso il Comitato olimpico USA, organizzazione «non profit» finanziata dalle multinazionali. Che, con le briciole di quanto ricavano dallo sfruttamento delle risorse umane e materiali di Asia, Africa e America latina, finanziano il reclutamento di atleti da queste regioni per farli gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. La Cina invece considera «lo sport come una guerra senza uso di armi», accusa il Mirror. Ignorando che la bandiera olimpica è stata issata da militari britannici, che hanno usato le armi nelle guerre di aggressione. La Cina è l’ultima ad avere «atleti di stato», accusa Il Sole 24 Ore. Ignorando che, dei 290 olimpionici italiani, ben 183 sono dipendenti statali in veste di membri delle forze armate, poiché solo queste (per una precisa scelta politica) gli permettono di dedicarsi a tempo pieno allo sport. Una militarizzazione dello sport, che il ministro Di Paola chiama «binomio sport-vita militare, fondato su un’etica condivisa, caratteristica dell’appartenenza ad un corpo militare così come ad un gruppo sportivo». Allora quella contro la Libia non è stata una guerra, ma l’allenamento per le Olimpiadi.
Manlio Dinucci

(Fonte)

Coca go home!

Magari non sarà l’apocalisse, come nella profezia Maya, ma il 21 dicembre segnerà comunque la fine della Coca-Cola. Almeno in Bolivia, uno dei maggiori produttori di coca e di cocaina. Il governo di Evo Morales ha dato l’annuncio ufficiale. Sarà il 21 dicembre, in occasione del solstizio d’estate, che segna la fine del calendario maya. Sarà la fine della Coca USA e il ritorno della mocochinche, la tradizionale bevanda boliviana a base di nettare di pesca.
Secondo il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, la scadenza ha un alto valore simbolico: sarà allora che, a suo dire, verrà celebrata la «fine del capitalismo» e l’inizio di una «cultura della vita». «Il 21 dicembre 2012 sarà la fine dell’egoismo, della divisione», ha detto Choquehuanca durante una cerimonia pubblica insieme al presidente della Bolivia. Non è la prima volta che l’esecutivo di Morales dichiara guerra alla tipica bibita «yankee»: proprio l’anno scorso in Bolivia è stata lanciata una bevanda locale, la «Coca-Colla», che imita persino nei colori dell’etichetta, oltre che nel nome, il prodotto dell’omonima multinazionale USA. Una chiara provocazione in risposta a quello che, nel Paese latinoamericano, è visto come emblema per eccellenza della temuta globalizzazione.
Le sedi dell’industria americana in Bolivia, tra l’altro, nel tempo sono state sottoposte a rigidi controlli fiscali, per individuare irregolarità. Nelle intenzioni del governo, inoltre, dietro alla sua abolizione ci sarebbe anche la volontà di difendere la principale risorsa nazionale, le foglie di coca, alla base di sempre più numerosi prodotti di consumo. Compresa la Coca-Cola ufficiale, anche se l’azienda con sede ad Atlanta non lo ha mai ammesso (nonostante voci contrarie, secondo cui ne vengono importate 180 tonnellate all’anno, soprattutto dal Perù). Ma l’avversione verso la Coca-Cola non riguarda solo la Bolivia: nel 2005, indios del sud-est colombiano presentarono al mondo la «Coca Sek», che pure si basava su estratti di coca. L’invenzione però venne proibita dal Consiglio internazionale per il controllo dei narcotici (Incb) dell’ONU.

Fonte

La verità sulla Siria

Durante la trasmissione del mattino condotta da Jean-Jacques Bourdin sulla radio francese RMC, si parla di Siria. Avrebbe dovuto essere ospite un’esponente dell’opposizione ma, vista la sua indisponibilità, all’ultimo minuto viene invitato Stephane e non tutto va come previsto…

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Sedurre gli intellettuali per ammaestrare il popolo

L’ambasciatrice statunitense Clare Boothe Luce in Italia (1953-1956)

Con la fine della Seconda guerra mondiale, la rete dei servizi d’informazione USA sviluppata dall’Office of War Information (OWI) e dallo Psychological Warfare Branch (PWB) inizia a chiamarsi United States Information Service (USIS), in Italia come nel resto del mondo.
All’USIS, e all’emittente radiofonica La Voce dell’America, attiva in Italia già dal Febbraio 1942, viene affidato il compito di agire “nel campo dell’educazione e della formazione mentale degli italiani, per avviarli a una visione democratica della vita”, secondo le parole dell’ammiraglio Ellery Stone, capo della Commissione alleata di controllo in Italia.
Inizialmente le sedi dell’USIS sono cinque, presso l’ambasciata e i consolati americani a Roma, Milano, Firenze, Napoli e Palermo, mentre sale di lettura vengono progressivamente allestite anche a Genova, Torino, Bari e Bologna, come primo passo per la costituzione dell’USIS nei consolati di queste città.
Il Notiziario quotidiano per la stampa, prodotto a Roma sulla base di un bollettino che viene radiotelegrafato da New York e poi tradotto e distribuito gratuitamente ai giornali italiani, è l’organo principale di trasmissione delle notizie adottato dall’USIS. In Italia ne giunge un’edizione appositamente studiata per l’Europa occidentale, che riporta notizie riguardanti soprattutto la politica estera statunitense e vari approfondimenti, nonché i testi completi dei discorsi ufficiali di autorevoli personalità.
Dal 1949, l’USIS inizia a collaborare con la propaganda del Piano Marshall, gestita direttamente dall’ente che si occupa dell’erogazione degli aiuti, l’Economic Cooperation Administration (ECA). In quello stesso periodo, diventa sempre più importante anche la propaganda legata alla firma del Patto Atlantico, siglato formalmente il 4 Aprile 1949. Da quel momento in poi, i temi riguardanti la “sicurezza” e la “pace” occupano un posto di assoluto riguardo nella politica informativa dell’USIS, con una tendenza che si consolida a partire dalla nascita della NATO nel 1950.
Tutto il programma informativo dipende direttamente dall’ambasciatore e dal direttore dell’USIS, ruolo che dalla fine del 1950 è ricoperto da Lloyd A. Free, già docente all’università di Princeton e vicedirettore dell’Office of International information, con competenza su stampa, cinema e trasmissioni radiotelevisive, presso il Dipartimento di Stato.
A partire dal 1951, grazie all’aumento dei finanziamenti a disposizione, l’USIS Italia conosce una grande crescita, con 61 impiegati statunitensi e 237 italiani, per quasi la metà in servizio presso l’ambasciata di Roma e il resto distribuiti negli altri nove uffici presenti nel Paese.
Ma la scossa più grande al programma informativo e alla conduzione della politica estera americana in Italia doveva ancora arrivare, e ciò sarà per merito di una donna… Continua a leggere

Chi dice umanità cerca di ingannarti

“Le moderne “democrazie” ufficialmente non fanno più la guerra a nessuno. La guerra, questo “orrore assoluto” condannato da tutte le parti e con ogni mezzo (politici, preti, cultura, scuola, musica, cinema ecc.), sembra una cosa arcaica, confinata nel passato, come se la Seconda guerra mondiale – come c’indottrinano i demenziali “libri di testo”- segnasse uno spartiacque tra un mondo “prima” e un mondo “dopo la guerra”, quest’ultimo percepito come quello della “pace perpetua”. E se, com’è constatabile da chiunque, conflitti armati esistono ancora (anzi, ve ne sono sempre di più!), lo si dovrebbe solo al fatto che la “democrazia” non è arrivata dappertutto a portare “pace e bene”… Di questo sofisma sono perfettamente convinti i suoi apologeti sciocchi e autoreferenziali, le marionette che si agitano nel teatrino della “fabbricazione del consenso”; certo di meno i suoi astuti e scaltri pupari… La “pace mondiale” di “un mondo senza guerre” – che non ha niente a che vedere con la Pace interiore con la “P” maiuscola – è difatti un vecchio sogno di costoro, a fini di dominio planetario, e a tale scopo hanno istituito le farisaiche Nazioni Unite (e prima la Società delle Nazioni) con tutte le agenzie collegate che veicolano il medesimo messaggio nei differenti domini dell’esistenza.
Intendiamoci, per attaccare un “nemico” c’è sempre stato bisogno d’individuare qualche buon motivo propagandistico da proporre ai propri sudditi. Ma fino alla Seconda guerra mondiale, però, si trattava ancora di guerra tra Stati, e non di “operazioni di polizia internazionale” (dove un “poliziotto planetario” – democratico – castiga un “gaglioffo”), quindi poteva anche bastare l’aizzamento sciovinistico quale, ad esempio, quello che additava nella “barbarie tedesca” il sacro movente per mandare al macello milioni di esseri umani.”

La “strage di civili”: l’immancabile prologo della “guerra umanitaria”, di Enrico Galoppini continua qui.

Colonizzazione sottile

Correva l’anno 1968…

“Nel 1945 i Russi, per raggranellare qualche voto in più all’ONU, hanno lasciato sussistere quelle finzioni statali che erano le repubbliche polacca, ungherese, romena ecc.
Oggi le finzioni stanno diventando realtà, per diverse ragioni che qui sarebbe lungo analizzare.
Il Cremlino non solo non ha tentato di integrare l’Europa orientale nel quadro formale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (primo errore), ma si è anche comportato con l’Europa orientale come un volgare conquistatore tartaro, con brutalità ed insolenza. Anziché praticare la politica classica del bastone e della carota, il Cremlino pratica soltanto la politica del big stick. Dura finché dura. La colonizzazione russa è stata maldestra, spesso odiosa.
Invece, come è sottile la colonizzazione dell’Europa occidentale! Qui ad ovest, la colonizzazione è infamante per gli Europei, perché è stata instaurata senza combattere: per mezzo della corruzione, per mezzo dell’acquisto di tutti i partiti (socialisti in testa); gli Stati Uniti hanno realmente comprato tutto il personale politico europeo. Questo metodo è diabolicamente efficace: le masse europee non credono affatto alla colonizzazione americana. I mei amici ed io predichiamo al deserto.
La colonizzazione americana è dorata, ha al proprio servizio dei collaborazionisti socialisti, liberali, cattolici, reazionari, progressisti. Gli Americani hanno scelto i loro fantocci meglio di quanto non abbia fatto Mosca! Gli Americani dispongono di un ventaglio completo di fantocci, per tutti i gusti. Gli Americani lavorano per interposta persona; essi hanno riscattato il vecchio personale appestato d’anteguerra e queste canaglie costituiscono il falso alibi dell’”innocenza” americana.
Altro fattore oggettivo e innegabile: qui regna la prosperità.
L’occupazione dell’Europa occidentale costituisce un fatto molto più grave che non l’occupazione dell’Europa dell’Est. Qui la gente accetta l’occupazione americana o non crede alla sua esistenza; all’Est, invece, grazie alla goffaggine russa, l’occupazione è detestata. I Russi lavorano col knut, gli Americani col veleno e coi tranquillanti.
Qui, nell’Europa occidentale, la gente è beatamente afflosciata, drogata, contenta. La colonizzazione americana è sottile, maligna; è di gran lunga la più pericolosa.
Di gran lunga.”

Da Praga, l’URSS e l’Europa, di Jean Thiriart, in “La Nation Européenne”, n. 29, Novembre 1968, pp. 5-7
(traduzione italiana in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno IX, n. 1, Gennaio-Marzo 2012).

Joe Fallisi racconta il suo viaggio in Siria

Si veda anche questo articolo.

Tutte le donne sono regine
(Articolo originalmente apparso sul quotidiano “Rinascita” di sabato 12 Maggio u.s.)

Sono le 10h50m del 3 maggio. Nella hall dell’albergo incontro Ahmed al Rifaele, appena arrivato.
Dice che è esplosa da poco una bomba nel quartiere di Alfahameh, sulla strada per Dar’a… lui, che non dorme all’albergo ma dai suoi genitori, lo ha saputo mentre veniva a trovarci… in quel momento siamo lì solo noi due della comitiva italo-siriana in visita a Damasco… decidiamo di andare subito a vedere. Le forze dell’ordine sono state molto veloci… non c’è più nulla, solo un buco per terra coi bordi bruciacchiati.
Mi spiega che fanno così abitualmente: tolgono al più presto i resti dell’esplosione, per non allarmare la gente e ripristinare la “normalità”. Ma è questo ormai che sta diventando normale, ogni giorno: bombe, stragi, omicidi mirati. Si trattava di un generale dell’esercito. I terroristi avevano messo una carica sotto la sua BMW, sbagliando però i tempi. E’ esplosa prima che salisse, si è salvato. Veniamo poi a sapere che Ismail Haidar, figlio di Ali Haidar, leader dell’ala pro-regime del Partito nazional-sociale siriano (Pssn), mentre dormiva è stato ucciso nei pressi di Masyaf, nel centro della Siria.
Ahmed mi spiega che i datori di lavoro del Qatar, della Turchia, dell’Arabia hanno stabilito un prezziario delle imprese: 50 euro per sparare, idem per un rapimento, 100 per sgozzare, e così via. E mi racconta una storia che risale a un anno fa. Agenti qatarioti contattano a Duma il proprietario di una copisteria e lo finanziano affinché paghi (10 euro a testa) criminali e disoccupati per farli partecipare ai raduni antigovernativi. E’ una massa di gente che si abitua a ricevere quel sussidio quasi quotidiano. Ma nonostante l’impegno, dopo un po’ di mesi il clima cambia e migliora. Allora i finanziamenti stranieri cessano, e il commerciante, a sua volta, non dà più un soldo a nessuno. Inferociti, i manifestanti lo minacciano e gli rapiscono la moglie e i figli. Lui vende casa e negozio, paga il riscatto e fugge coi suoi familiari in Qatar, dove vive tuttora.
La Repubblica siriana è sotto assedio dell’Angloisraeloamerica e degli emiri collaboratori (collaborazionisti). In due modi cercano di destabilizzarla al fine di imporre anche qui un cambio di regime “primaverile”. Da un lato con la disinformazione e il terrorismo, dall’altro con le sanzioni. Il Paese non ha grandi risorse naturali, ed è merito delle misure adottate proprio dal regime se la popolazione gode ancora di conquiste sociali invidiabili: sistema sanitario e istruzione di buono, a volte ottimo livello gratuiti non solo per tutti i cittadini, ma anche per gli ospiti stranieri come i rifugiati palestinesi. Persino più della violenza terroristica quel che può fiaccare il popolo sono le difficoltà economiche crescenti, lo standard di vita che inesorabilmente peggiora giorno dopo giorno. I vampiri dietro l’angolo lo sanno molto bene. Hanno una lunga pratica in materia, Iraq docet.
Venerdì 4 maggio, di mattina, è il giorno della nostra visita alla Moschea degli Omayyadi, la più grande in Siria e una delle più belle del mondo.
Incontreremo lo sceicco Muhammad Sa’id Ramadan al-Buti, Presidente del Congresso Islamico dei Paesi dello Sham.
Il suk è situato di fronte all’ingresso: lo troviamo deserto.
Coloro che c’erano stati, sempre di venerdì, solo qualche mese fa constatano la differenza. Il turismo, una delle fonti principali di introiti per la popolazione, è drasticamente diminuito e tutte le attività commerciali ne risentono. Così pure il valore degli immobili è crollato (mentre le merci costano molto più care). Gli alberghi del centro, come il nostro, una volta straripanti e costosi, ora sono quasi vuoti e con prezzi scesi dai 250 euro per notte di un tempo ai 65 attuali. Continua a leggere

Dalla Siria

Il giorno della festa dei lavoratori del mondo

al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza. Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato. Continua a leggere