Il problema è che l’Ucraina è finita

rogozin“Il problema è che l’Ucraina è finita. Il problema è che la fine della collaborazione con noi significa la fine dell’Ucraina come stato industrializzato. Nessuno vuole la loro roba obsoleta in occidente, dove peraltro hanno già le loro linee di produzione. Loro si stanno suicidando. Le loro autorità fermano alla frontiera prodotti già costruiti dalle fabbriche ucraine, unità come le turbine a gas per la flotta di superficie russa (della fabbrica Zorya Mashproekt di Nikolaev) motori (impianto Motor Sich di Zaporodze) missili Zenit (impianto Urmash di Dnepropetrovsk) a dispetto del fatto che noi abbiamo già pagato. Paradosso: andrà tutto in ruggine, ma con questi l’industria e la scienza Ucraina. Tutto questo mi spiace immensamente e ve lo dico in confidenza: alla fine dell’anno scorso avevamo ancora la speranza di riuscire ad aggiustare la situazione. Il Presidente Putin fatto tutto il possibile, all’epoca, per evitare che l’Ucraina andasse in testacoda, cosa che poi è successa. All’inizio di Dicembre mi ha mandato in Ucraina, in un solo giorno ho visitato i cantieri navali di Nikolaev, Zaporodze e Dnepropetrovsk, la sera sono arrivato a Kiev e la mattina dopo sono ripartito per Mosca. Ho incontrato diversi importanti scienziati ed ingegneri Ucraini i quali tutti erano ferrei nella propria volontà di proseguire la cooperazione con la Russia. Avevamo deciso di creare un centro studi unificato. E’ una cosa che saremmo ancora in tempo a fare anche oggi. Poi, il 21 Febbraio, quando hanno fatto il colpo di Stato, ho dovuto volare di nuovo a Kiev su ordine del Presidente Putin. Ho fermato la macchina all’uscita dell’aeroporto, perché era chiaro che l’Ucraina era finita. Questa è indubbiamente una tragedia per un sacco di persone che vivono in Ucraina, persone che sono cresciute negli stessi nostri centri di ricerca, che credevano nella cooperazione russo ucraina. Oggi per loro l’unica opzione è reimpiegarsi nel ramo della distribuzione. Ma io penso che abbiano anche un’altra opzione: venire in Russia da noi. Questo processo è già iniziato. Qualche mese orsono ero nel cantiere navale di Komsomolsky sull’Amur: lì ci sono centinaia di tecnici Ucraini, arrivati dieci anni fa. Non si sognano neanche di tornare in Ucraina. Le loro famiglie sono in Russia. Hanno ricevuto la cittadinanza per effetto della legge di naturalizzazione sul riconoscimento preferenziale della cittadinanza russa ai connazionali. Possono continuare la loro carriera come scienziati, esperti, ingegneri. Da Russi, in Russia. Faranno tutto quello che possono per consentire al nostro complesso militare industriale di superare ogni problema.”

Da Intervista a Rogozin vice primo ministro russo, di Vladimir Soloviev.
Dmitrij O. Rogozin, già ambasciatore della Federazione Russa presso la NATO, oggi ricopre la carica di Vice Primo Ministro, nella cui veste presiedeva la Commissione Militare Industriale prima che il presidente Vladimir Putin la elevasse di rango, trasformandola in Commissione Presidenziale.
Probabile prossimo candidato alle elezioni presidenziali in Russia del 2018, ne sarà quasi sicuramente il vincitore.

Il nuovo “ricco progetto di Blair”: promuovere il Gasdotto Trans-Adriatico nonostante le obiezioni degli Italiani

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Claudio Gallo per rt.com

Perché un olivicoltore della solare Italia meridionale dovrebbe ricordare Tony Blair, l’ex Primo Ministro britannico che guidò la Gran Bretagna nella guerra contro l’Irak per distruggere le immaginarie armi di distruzione di massa di Saddam?
Dimentichiamoci che servì brillantemente come “barboncino” di George W. Bush o che fra i ranghi del Partito Laburista era l’erede più coerente delle distruttive riforme neoliberiste della Thatcher. Davanti agli olivicoltori di San Foca, tra le migliori spiagge della Puglia in Italia, si trova ora un profeta della globalizzazione “inevitabile”, un PR cosmico che ha voce in capitolo sul processo di pace-truffa in Medio Oriente (di solito viene a salvare il più forte) e gentilmente spiega ad alcuni dittatori come affrontare quelle stupide democrazie occidentali. Sì, Blair – che cosa stai facendo questa volta? Egli sta promuovendo un enorme progetto globale in nome di alcuni pezzi grossi i quali si preoccupano meno di nulla che la gente del posto non lo voglia.
Lo schema è, come sempre, un caso di potenti élite contro la gente comune, e indovinate lui da che parte sta? Continua a leggere

Senza un cattivo, la NATO non esisterebbe

red-iceberg“Ora, la NATO è pronta ad aggiungere l’Ucraina, ma nessuno a Berlino, Washington, Parigi o Londra sembra porsi la domanda fondamentale: “Permettere a Kiev di entrare nella NATO rende i loro Paesi più sicuri?”.
Le alleanze militari non sono come locali notturni, dove un gestore può lasciare che un cliente passi la corda di velluto perché ha un aspetto piacente. Piuttosto, tali raggruppamenti sono destinati a rafforzare la sicurezza dei propri membri, di solito reciprocamente. Ad esempio, la NATO si è formata a causa di una minaccia sovietica post-bellica, che tutti i membri fondatori credevano di affrontare. Più tardi, l’avversario Patto di Varsavia aveva lo stesso obiettivo, tranne il nemico percepito che era costituito dagli Stati Uniti. Quando quella preoccupazione svanì, altrettanto fece il Patto. Ma quando l’Unione Sovietica si sciolse, la NATO non ebbe uguale destino. Ora si è giunti a una situazione in cui la NATO è fine a se stessa, non uno strumento per proteggere tutti i suoi membri da una minaccia chiara. Affinché la NATO rimanga rilevante e giustifichi il suo enorme bilancio e la burocrazia che sostiene, essa deve inventare pericoli. In altre parole, la leadership dell’Alleanza sta tutelando il proprio posto di lavoro. Senza un cattivo, la NATO non esisterebbe.”

Da Cosa guadagnano gli Stati Uniti col finanziare la sicurezza dell’Europa?, di Bryan MacDonald.

Il premio degli USA per i governi che si disarmano

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L’America ama i nemici. Senza i nemici è un Paese privo di scopi e di direzione. Le diverse componenti della Sicurezza nazionale hanno bisogno di nemici per giustificare i loro bilanci gonfiati, per esagerare l’importanza del loro lavoro, per proteggere le proprie cariche, per assegnarsi una missione dopo il crollo dell’Unione Sovietica:
in una parola, per reinventare se stesse.
William Blum,
Con la scusa della libertà

Il 29 Gennaio 1991, in un celebre discorso davanti al Congresso riunito in seduta plenaria, George Bush senior proclamava un Nuovo Ordine Mondiale. L’Unione Sovietica era in dissoluzione e gli Stati Uniti d’America si avviavano ad estendere la loro supremazia sul mondo intero.
Era da poco iniziata la Guerra del Golfo e gli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, erano riusciti a mettere insieme un’enorme coalizione internazionale dove le due superpotenze non erano schierate su fronti contrapposti.
Terminata la guerra, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nell’Aprile del 1991, approvava la risoluzione n. 687 che creava l’UNSCOM (United Nations Special Commission), l’organizzazione per le ispezioni militari. Lo scopo era quello di rendere illegali le armi di distruzione di massa per l’Irak. Secondo tale risoluzione, Baghdad avrebbe dovuto consegnare tutte le proprie armi alle Nazioni Unite. L’Irak sceglieva di distruggere unilateralmente le proprie apparecchiature belliche. In seguito l’ONU avrebbe verificato la demolizione attraverso una lunga serie di ispezioni.
Il disarmo non servirà a Saddam Hussein per difendersi da una nuova aggressione americana. Continua a leggere

Battaglia per il Donbass

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Di libri sulla crisi in Ucraina ed ancor più sulla guerra nel Donbass ce ne sono pochi, per non dire nessuno. “Battaglia per il Donbass” colma questa lacuna offrendo al lettore un’interpretazione dettagliata e puntuale dei fatti ucraini, scevra da tutti i condizionamenti e i preconcetti ideologici del mondo politico e mediatico occidentali. E’ un libro che può soddisfare la curiosità di quel lettore a cui la versione raccontata dalla stampa e dalla saggistica ufficiale non risulti esaustiva o convincente, ma che soprattutto può arricchire di nuovi punti di vista quanti, sui fatti di Kiev, hanno fin da subito adottato un approccio tipicamente filo-occidentale. Questo perché dotarsi di fonti e di chiavi di lettura nuove ed alternative rispetto a quelle consuete costituisce sempre e comunque un importante arricchimento critico, culturale e politico.
“Battaglia per il Donbass”, infatti, è un libro che racconta fatti e situazioni reali senza ferire o umiliare chi la pensi diversamente. Semplicemente conduce il lettore mano per mano in una visita attraverso gli scenari ucraini sconvolgendo tuttavia credenze e posizioni scontate e consolidate. Ciò non deve comunque far pensare che “Battaglia per il Donbass” sia un libro riservato solo a pochi esperti o addetti ai lavori: al contrario, pur non lasciando insoddisfatto il lettore più smaliziato, con la sua vastità di nozioni e la semplicità del suo stile esso saprà coinvolgere e gratificare anche quello meno esperto e preparato.
La lettura di questo libro, per quanto corposo, è agevole e per la vastità e la profondità dei temi trattati non lascerà di certo indifferente il lettore a cui saprà certamente offrire una visione ed un’interpretazione dei fatti tanto realistica quanto anticonvenzionale.

Battaglia per il Donbass,
di Massimiliano Greco, Filippo Bovo e Alessandro Lattanzio
Anteo Edizioni, 2014, pp. 268, € 20

L’infatuazione per l’ucrainizzazione

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Correva l’anno 1927…

“Attualmente noi assistiamo a una notevole diversificazione regionale della cultura russa. In Ucraina, in particolare, domina l’aspirazione a un totale separatismo culturale. Ciò può essere spiegato, in ampia misura, con la politica sovietica, la quale dà prova d’indulgenza verso il separatismo culturale, al fine di meglio disarmare il separatismo politico. Bisogna anche tener conto del fatto che alla maggior parte degli intellettuali ucraini più qualificati è stato impedito di svolgere un ruolo decisivo nel lavoro culturale; bisogna poi tener conto dell’afflusso di elementi dell’intelligencija provenienti dalla Galizia, la coscienza nazionale dei quali è stata completamente pervertita da secoli di contatto col cattolicesimo e dall’asservimento ai Polacchi e, infine, dell’atmosfera di lotta nazionale (o più esattamente linguistica) separatista e provinciale che ha sempre caratterizzato il vecchio Impero austro-ungarico . Per quanto concerne la popolazione ucraina, certi gruppi simpatizzano meno con le forme concrete dell’ucrainizzazione che non con la sua propensione a separarsi da Mosca, la Mosca comunista. Il separatismo culturale si nutre anche dei sentimenti anticomunisti (“piccolo borghesi” secondo la terminologia sovietica) di cerrti ambienti ucraini. Questi sentimenti non hanno legami intrinseci e logici col separatismo culturale; al contrario: sotto il vecchio regime essi avevano costituito un sostegno per il centralismo. Inoltre, l’attività creativa al livello superiore della cultura, dove l’unità russa può e deve manifestarsi nella maniera più netta, è ostacolata e artificiosamente compressa dall’egemonia politica del comunismo, il quale proibisce a chiunque non sia comunista di creare dei beni culturali, ma è esso stesso incapace di creare dei valori superiori che possano rispondere ad esigenze spirituali anche poco sviluppate.
Ma la spiegazione principale di questa infatuazione per l’ucrainizzazione è naturalmente costituita dal fascino della novità e dal fatto che gli ucrainomani, a lungo oppressi e costretti a vivere in clandestinità, hanno adesso piena libertà d’azione. Comunque sia, in questo dominio si notano attualmente delle cose mostruose. L’ucrainizzazione sta diventando un fine di per sé e dà luogo a un dispendio inutile di forze vive della nazione. È chiaro che in avvenire la vita farà le sue correzioni, purificando il movimento ucraino di quell’elemento caricaturale che è stato apportato dai maniaci fanatici del separatismo culturale. Molte cose, che sono state e sono ancora create da questi nazionalisti zelanti, sono destinate alla morte e all’oblio. Ma l’opportunità di creare una cultura ucraina particolare, distinta dalla cultura grande russa, non può più essere negata. Una coscienza nazionale correttamente sviluppata mostrerà ai futuri creatori di questa cultura i suoi limiti naturali, nonché la sua vera essenza e il suo vero compito: diventare un’individuazione particolare – ucraina – della cultura panrussa. Solo in quel momento il lavoro culturale in Ucraina acquisirà un carattere che consentirà ai migliori elementi del popolo russo di parteciparvi con una totale conoscenza di causa.
Ciò avverrà quando alla base della vita nazionale in Ucraina (come nelle altre regioni della Russia-Eurasia) la compiacenza verso gli istinti egoistici e l’affermazione nuda e cruda della natura biologica dell’uomo saranno state soppresse e rimpiazzate dal primato della cultura, nonché dalla conoscenza di sé, sia sul piano personale sia su quello nazionale. L’eurasiatismo chiama tutti i Russi (non solo i Grandi Russi, ma anche i Bielorussi e gli Ucraini) a lottare per questi ideali.”

Da Il problema ucraino, di Nikolaj Trubeckoj, tratto da “Evrazijskij vremennik”, n. 5, 1927, pp. 165-184.
Il principe Nikolaj Trubeckoj, nato nel 1890 a Mosca, è ampiamente conosciuto come il fondatore della fonologia e considerato, insieme con Roman Jacobson, uno dei padri della svolta linguistica e “dello strutturalismo”. Egli morì nel 1938 a Vienna, dove aveva tenuto la cattedra universitaria di lingue slave, poco dopo essere stato rimosso dal proprio incarico dai nuovi governanti nazionalsocialisti.
I contributi di Trubeckoj sono rilevanti per la comprensione del rapporto generale che intercorre fra nazionalismo e universalismo e rivestono un certo interesse per via delle sue vedute notevolmente originali sulla storia russa, vedute scientificamente fondate – naturalmente prima di tutto sulla filologia comparativa – ma anche esposte con uno stile coinvolgente.

La falsità è il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense

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“La falsità è allora il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense.
L’attuale impero USA è un progetto più subdolo dell’impero britannico – perché almeno allora i Britannici riconoscevano apertamente di avere un impero.
Ma gli Stati Uniti non riconoscono mai la costruzione del proprio impero – non solo ciò, i propagandisti imperiali hanno la faccia tosta di accusare falsamente altri di espansionismo territoriale e di cercare di costruire i loro propri imperi – ad esempio sostenendo che il leader jugoslavo Slobodan Milosevic voleva costruire una “Grande Serbia” o che la Russia ha “invaso” l’Ucraina.
E’ chiaro, da qualsiasi valutazione oggettiva, che l’imperialismo USA è la principale causa di instabilità nel mondo di oggi e lo è da molti anni. La più grave minaccia alla pace globale certamente non era Milosevic, Ahmadinejad, Assad, o uno qualsiasi degli altri “Nuovi Hitler” emersi negli ultimi trenta anni – ma l’aggressore seriale che mette nel mirino i loro Paesi.
Il sorgere dello Stato Islamico (IS) e la crescita di gruppi jihadisti in generale è direttamente causata dalle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti in Medio Oriente – e la loro decisione di colpire i governi secolari, dalla mentalità indipendente come quelli in Irak e Siria, che erano baluardi contro il fondamentalismo islamico.
Mentre in Europa, la sponsorizzazione USA di un “cambio di regime” in Ucraina – al ritmo di 5 miliardi di dollari – e i tentativi di portare il Paese nel suo impero, ha contribuito a causare una crisi umanitaria, in cui più di 2.000 persone hanno perso la vita e oltre 100.000 sono diventate profughi, secondo le Nazioni Unite.
“I nostri Paesi”, allora. Quanto sangue ancora verrà versato nei piani espansionistici di Washington? Quanti Paesi saranno ancora distrutti? E per quanto tempo ancora ci dovremo aspettare che l’esistenza stessa dell’Impero USA venga negata?”

Da “I nostri Paesi” – il piccolo lapsus così rivelatore, di Neil Clark (traduzione nostra).