“Israele ha diritto di difendersi”

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Israele ha diritto di difendersi. Lo ha sostenuto il presidente americano Barack Obama, ritenedo che lo Stato ebraico abbia il diritto di proteggersi di fronte a un rifornimento di armi della Siria agli hezbollah libanesi.
Obama, in alcune dichiarazioni rilasciate alla tivù USA in spagnolo Telemundo, tuttavia non ha confermato il raid israeliano contro un deposito di missili Scud in Siria.
Notizia che, al contrario, è stata confermata e svelata nei dettagli dal New York Times, che cita fonti sia americane sia siriane.

Fonte

Alla ricerca del partito di opposizione

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“Il M5S non pare essere né di destra né di sinistra. Del resto, ormai  destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia. Vi sono delle differenze, ma non sono molto importanti. D’altra parte, anche se il M5S non è un movimento fascista o meglio neo-fascista, è pur vero che Grillo non ha precise “radici ideologiche” e che per questo molti osservatori ritengono che il M5S sia un movimento “demagogico”  e “populista”. Tuttavia, Grillo e molti dei suoi sostenitori sono contro la speculazione finanziaria, contro la presenza di basi militari della NATO e contro le missioni militari italiane all’estero. E Grillo ha avuto pure il coraggio di criticare Israele e di difendere le ragioni dell’Iran. Sicché solo se queste posizioni saranno a fondamento della visione e della prassi politica del M5S, questo nuovo movimento potrà essere un vero e proprio partito di opposizione.”

Dall’Intervista a Fabio Falchi sul Movimento Cinque Stelle.

Occorre una nuova politica estera

elezioniMediterraneo, ponte di guerra

«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la NATO ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio USA-UE», ossia alla «NATO economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente». Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli USA stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (PD), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».
Manlio Dinucci

Fonte

La Siria non si tocca!

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Damasco, 31 gennaio (IRIB) – L’esercito siriano ha informato che due persone sono morte ed altre cinque sono rimaste ferrite durante il raid di Israele sul centro ricerche di Jamraya, nelle vicinanze della capitale Damasco.
“I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa mercoledì dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Nelle ore precedent il regime israeliano aveva sostenuto di aver colpito un cargo di armi chimiche in Siria.

[Informazioni sulla manifestazione di Roma]

L’asse Roma-Tel Aviv

“Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.”
Da Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale, di Antonio Mazzeo.

“A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austerità imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.”
Da Il grande silenzio dei media, di Lucio Manisco.

Il declino dell’egemonia USA nelle parole di N. Chomsky

Conferenza “The Emerging World Order: its roots, our legacy” (Il nuovo ordine mondiale: le sue radici, la nostra eredità), tenuta lo scorso 17 Settembre 2012 presso il Politeama Rossetti a Trieste.
Con traduzione simultanea in italiano.

“Il migliore amico”

“Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.
Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.
Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.
Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.
Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.
Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…”

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio, seguito dal commento di E. G., continua qui.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Chi dice umanità cerca di ingannarti

“Le moderne “democrazie” ufficialmente non fanno più la guerra a nessuno. La guerra, questo “orrore assoluto” condannato da tutte le parti e con ogni mezzo (politici, preti, cultura, scuola, musica, cinema ecc.), sembra una cosa arcaica, confinata nel passato, come se la Seconda guerra mondiale – come c’indottrinano i demenziali “libri di testo”- segnasse uno spartiacque tra un mondo “prima” e un mondo “dopo la guerra”, quest’ultimo percepito come quello della “pace perpetua”. E se, com’è constatabile da chiunque, conflitti armati esistono ancora (anzi, ve ne sono sempre di più!), lo si dovrebbe solo al fatto che la “democrazia” non è arrivata dappertutto a portare “pace e bene”… Di questo sofisma sono perfettamente convinti i suoi apologeti sciocchi e autoreferenziali, le marionette che si agitano nel teatrino della “fabbricazione del consenso”; certo di meno i suoi astuti e scaltri pupari… La “pace mondiale” di “un mondo senza guerre” – che non ha niente a che vedere con la Pace interiore con la “P” maiuscola – è difatti un vecchio sogno di costoro, a fini di dominio planetario, e a tale scopo hanno istituito le farisaiche Nazioni Unite (e prima la Società delle Nazioni) con tutte le agenzie collegate che veicolano il medesimo messaggio nei differenti domini dell’esistenza.
Intendiamoci, per attaccare un “nemico” c’è sempre stato bisogno d’individuare qualche buon motivo propagandistico da proporre ai propri sudditi. Ma fino alla Seconda guerra mondiale, però, si trattava ancora di guerra tra Stati, e non di “operazioni di polizia internazionale” (dove un “poliziotto planetario” – democratico – castiga un “gaglioffo”), quindi poteva anche bastare l’aizzamento sciovinistico quale, ad esempio, quello che additava nella “barbarie tedesca” il sacro movente per mandare al macello milioni di esseri umani.”

La “strage di civili”: l’immancabile prologo della “guerra umanitaria”, di Enrico Galoppini continua qui.

Dalla Siria

Il giorno della festa dei lavoratori del mondo

al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza. Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato. Continua a leggere

Roma e Tel Aviv

“Può essere equipaggiato con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Lo “Spike” è l’ultimo gioiello di morte prodotto da Rafael, una delle più importanti industrie militari israeliane. Si tratta di un missile aria-terra a corto raggio destinato agli elicotteri d’attacco. La prima versione, denominata “Er”, è capace di colpire bersagli fino a una distanza di 8 chilometri. Gli israeliani però hanno in produzione un modello con una gittata superiore ai 25 chilometri, lo “Spike Nlos”, dotato di un sensore elettro-ottico e infrarossi e di un apparato di ricerca laser.
Secondo la World Aeronautical Press Agency i nuovi missili made in Israele saranno utilizzati dagli Eurocopter Tiger e Puma e dagli AW-129 Mangusta prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). I Mangusta sono quelli dei raid dell’esercito italiano nei principali teatri di guerra (prima in Iraq, adesso in Afghanistan). Gli elicotteri, in numero di 60, sono in dotazione al 5° reggimento AVES “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pn) e del 7° “Vega” di Rimini, inquadrati nella Brigata Aeromobile “Friuli”. I Mangusta vantano già una terribile potenza di fuoco: mitragliatrici FN da 12,5 mm, cannoni da 200 mm a canne rotanti e missili AGM-114 “Hellefire”, BGM-71 “Tow” anti-carro, FIM-92 Stinger” ed MBDA “Mistral” antiaerei. Con gli “Spike” si amplierà il ventaglio operativo degli elicotteri d’assalto mentre ne uscirà ulteriormente rafforzato l’interscambio bellico Roma-Tel Aviv e la partnership strategica tra le rispettive forze armate.”

Missili, satelliti e aerei d’Israele per le forze armate italiane di Antonio Mazzeo continua qui.

La favola della “comunità internazionale” ha fatto il suo tempo

“Cosa sarà mai questa famosa “comunità internazionale” che pontifica, ordina e minaccia a tutto spiano? “Internazionale”, quand’ero piccolo, pensavo volesse dire “tra nazione e nazione”, quindi “tra (tutte) le nazioni”. Che bello, tutti i popoli che decidono insieme per il bene dell’umanità! E invece no, con gli anni mi sono reso conto che questa “comunità internazionale” fa solo disastri, spargendo dolore e morte: ha distrutto lentamente l’Iraq, poi ha bombardato all’uranio impoverito la ex Jugoslavia, poi ha invaso con futili pretesti (“catturare Osama”) l’Afghanistan e l’Iraq, e nel frattempo se n’è sempre fregata del massacro dei palestinesi.
Ma davvero dei palestinesi carne da macello se ne fregano “tutte le nazioni”? Se la “comunità internazionale” non batte ciglio, sembrerebbe proprio così. Non è che piuttosto fanno finta di nulla – per non dire che ci godono – solo alcune nazioni, o meglio solo alcuni individui senza scrupoli che si sono arraffati il diritto di “rappresentarle”? Un ingenuo potrebbe pensare che se la “comunità internazionale” s’è sempre rifiutata di far qualcosa per fermare Israele, e Israele – ce lo insegnano a scuola – è il “bene incarnato”, ciò è senz’altro giusto e sacrosanto. O che comunque un motivo convincente ci dev’essere. Se uno però è un tantino avveduto si accorge che la stessa “comunità internazionale” decide – con criteri incomprensibili razionalmente – se un programma nucleare, il medesimo programma nucleare, è “pacifico” o no, come se disponesse di un “mandato divino” per attribuire a questo o a quel governo la patente di “pericolo pubblico numero uno”. Stabilisce anche se si dev’essere messi sotto torchio dalle “politiche di austerità” del FMI, certamente per “il bene dell’economia”. Punta il dito, decreta sanzioni, minaccia e ringhia. Impone di rifare elezioni a destra e a manca, o meglio dove arrivano i suoi tentacoli. E questa piovra trova anche il tempo di devastare una nazione prospera come quella libica.
Ma allora, mi chiedo, davvero “tutte le nazioni” – convenzionalmente chiamate dai media lecchini “comunità internazionale” – sono diventate così folli e perverse? Possibile che siano sempre d’accordo per seminare distruzione e desolazione? O non sarà forse che dietro questa altisonante definizione si nascondono solo alcune nazioni “più internazionali” di altre?”

Follie dell’arroganza occidentale: una “comunità internazionale” in minoranza nel mondo!, di Enrico Galoppini continua qui.

[Il riferimento al veto posto da Russia e Cina in sede ONU è assolutamente voluto]

L’assassinio degli scienziati nucleari è solo la punta dell’iceberg

Di Ismail Salami per The Ugly Truth.
Scrittore iraniano, esperto di Medio Oriente, iranologo e lessicografo. Ha scritto numerosi articoli su Stati Uniti e questioni mediorientali; i suoi articoli sono tradotti in diverse lingue.

“Ho visto una motocicletta. Indossavano occhiali da sci – occhiali da sci neri. Erano in due. Ho visto la moto proseguire. Li ho visti. Sembrava avessero qualcosa in mano”. Questo è il racconto di una testimone che ha descritto la scena dell’assassinio dello scienziato nucleare iraniano Mostafa Ahmadi Roshan.
Ma non appena l’accusa del delitto è stata lanciata contro la CIA e il Mossad per aver orchestrato il brutale assassinio del 32enne scienziato iraniano, in pieno giorno a Teheran di Mercoledì mattina (11 Gennaio u.s. – ndr), questi hanno preferito fingere di ignorare l’identità degli autori.
“Voglio negare categoricamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti in qualsiasi atto di violenza in Iran”, ha detto Giovedì (12 Gennaio u.s. – ndr) ai giornalisti il Segretario di Stato statunitense Hillary Rodham Clinton. Anche il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha dichiarato che gli USA non hanno nulla a che fare con l’assassinio.
“Non siamo per nulla coinvolti – in qualsiasi modo – nell’assassinio che ha avuto luogo [in Iran]“, ha detto. “Non so chi possa essere coinvolto… ma posso dirvi una cosa: gli Stati Uniti non sono coinvolti in quanto è successo. Non è quel genere di cose che fanno gli Stati Uniti”.
Gli Stati Uniti non sono gli unici ad avere scelto lo strumento della smentita. Giovedì anche il presidente israeliano Shimon Peres ha negato che Israele sia stato coinvolto nell’assassinio dello scienziato. In un’intervista alla CNN, alla domanda se Israele avesse un coinvolgimento nell’omicidio, Peres ha risposto: “Non che io sappia”. Ancora: “So che è di moda accusare di qualsiasi cosa sbagliata accada in Iran, gli Stati Uniti e Israele. Non c’è nulla di nuovo in questo approccio”, ha detto Peres.
Che tipo di risposta ci si potrebbe attendere da Peres? La domanda è davvero da stolti, a dire il vero, tanto quanto la risposta fornita da Peres.
Per scoprire chi realmente ha ucciso lo scienziato iraniano, si devono mettere insieme i pezzi su quanto accaduto. Continua a leggere

Austere Challenge 12

“Saranno le esercitazioni più imponenti della storia dell’alleanza militare tra Stati Uniti d’America ed Israele e vedranno schierati decine di batterie missilistiche, cacciabombardieri, tank, sistemi radar, unità navali e migliaia di soldati provenienti dai reparti d’élite dei due Paesi. Da fine gennaio in poi, ogni giorno potrebbe essere quello buono per l’avvio di Austere Challenge 12, il war game che rischia d’inasprire ulteriormente le tensioni politiche nella regione mediorientale. L’annuncio arriva una decina di giorni dopo le grandi manovre navali iraniane nello Stretto di Hormuz, conclusesi con il lancio sperimentale di tre missili a breve e medio raggio; Washington e Tel Aviv negano però, con non poca ambiguità, che l’esercitazione congiunta sia indirizzata contro Teheran. “Lo scenario comprenderà aventi simulati e addestramenti nel campo e non è una risposta ad alcuna situazione odierna”, ha spiegato un portavoce militare israeliano all’agenzia France Press. “Il comando delle forze armate USA in Europa, Eucom, e le forze armate israeliane conducono periodicamente esercitazioni in Israele, nel quadro di una lunga e stabile partnership strategica, finalizzate a migliorare i loro sistemi difensivi”.
Nel corso di Austere Challenge 12 sarà testato il funzionamento di “sistemi multipli di difesa aerea contro l’arrivo di missili e razzi” e, secondo il Jerusalem Post (che ha citato il generale USA Frank Gorenc, comandante del Third Air Force), più che di un’esercitazione si tratterà di un vero e proprio “dislocamento” di reparti e unità navali statunitensi in Israele. “Mentre le truppe USA stazioneranno nel Paese per un tempo non specificato, personale militare israeliano sarà distaccato in Germania presso il Comando delle forze armate USA in Europa”, aggiunge il quotidiano.”

USA e Israele alle grandi manovre, obiettivo Teheran di Antonio Mazzeo continua qui.

[Per visualizzare bene la vignetta di Carlos Latuff inserita a corredo, cliccarci sopra]

Desert Dusk 2011

“Giochi di guerra nel deserto del Negev per i cacciabombardieri dell’aeronautica militare italiana. Lo scorso 16 dicembre si è conclusa l’esercitazione “Desert Dusk 2011” a cui hanno partecipato venticinque velivoli da guerra delle forze aeree italiane ed israeliane. Due settimane di duelli, inseguimenti e lanci di missili e bombe, protagonisti gli “Eurofighter” e i “Tornado” dell’AMI e gli F-15 ed F-16 israeliani schierati per l’occasione nello scalo meridionale di Uvda, utilizzato dai charter che trasportano i turisti diretti a Eilat (mar Rosso). L’esercitazione rientra nel programma di collaborazione e coordinamento tra le due aeronautiche finalizzato ad affinare le procedure e le tecniche di azione in missioni di controllo delle crisi (Crisis Response Operations). In Israele sono stati impegnati 150 militari italiani, mentre i cacciabombardieri dell’AMI hanno svolto più di un centinaio di missioni di volo. Alle operazioni hanno pure partecipato alcuni velivoli KC-767A del 14° Stormo di Pratica di Mare (Roma) e C130J della 46ª Brigata Aerea di Pisa.
A fine ottobre erano stati i cacciabombardieri israeliani a sorvolare i grandi poligoni della Sardegna nell’ambito dell’esercitazione “Vega 2011”, a cui hanno partecipato pure le aeronautiche militari di Italia, Germania e Olanda. Per l’occasione, due squadroni con F-15 ed F-16 ed un velivolo radar di nuova produzione “Eitam” erano stati trasferiti dalle basi aeree di Nevatim e Tel Nof allo scalo di Decimomannu (Cagliari), centro di comando e coordinamento dell’intero ciclo addestrativo. “Gli obiettivi delle attività di Vega 2011 sono stati il rafforzamento dell’interoperabilità dei reparti impegnati, il miglioramento della capacità di cooperazione e lo svolgimento di attività tattiche grazie ad operazioni in aree di media scala in un ambiente ad alta minaccia”, hanno riferito le autorità italiane. L’esercitazione in Sardegna è stata seguita con particolare interesse dalla stampa di Tel Aviv: le spericolate missioni di volo sarebbero state finalizzate infatti a simulare un attacco agli impianti nucleari iraniani.”

Alleanza militare aerea tra Italia e Israele di Antonio Mazzeo continua qui.

E gli auguro di vincere

Federico Dal Cortivo intervista Joe Fallisi, tenore e attivista per i diritti umani che ha denunciato il governo italiano per la guerra contro la Libia

D: Sig. Fallisi, lei giovedì 27 Ottobre ha depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma contro lo Stato italiano per violazione dell’art. 11 della Costituzione per avere posto in essere “atti ostili verso uno Stato estero”. Come è arrivato a questa decisione oserei dire controcorrente visto il totale appoggio alla guerra NATO dei partiti presenti in Parlamento e del Capo dello Stato Napolitano?

R: Ho ritenuto fosse mio dovere civico oppormi a questo corso infame della storia italiana – la sua pagina recente più nera. Io non mi sento minimamente rappresentato né dal governo, né dall’opposizione. Né, tanto meno, dal cosiddetto “Presidente della Repubblica”, vecchio arnese stalino-atlantista-massonico dalla lacrima (radioattiva) facile. E’ vero: vi è stato un “totale appoggio” del Parlamento (salvo qualche rarissimo flatus vocis fuori dal coro) rispetto alla guerra predatoria contro la Libia voluta dagli usurocrati euroamericani, e l’unanime decisione di calpestare un articolo costituzionale importantissimo, nonché di tradire laidamente il Trattato d’amicizia che ci legava alla Grande Giamahiria araba libica popolare socialista. Anche in questa occasione la Casta di centrodestrasinistra ha dimostrato quel che è, dando un motivo in più alla rivoluzione che un giorno la spazzerà via. Continua a leggere

Verso l’abisso di una guerra su vasta scala

La Turchia di Gul e l’AKP di Erdogan hanno cacciato il 2 Settembre l’ambasciatore di “Israele” Gabby Levi.
Al provvedimento di espulsione Ankara aggiungerà la denuncia dello Stato sionista alla Corte dell’Aja, la decadenza di qualsiasi fornitura militare tra i due Stati, la immediata cessazione di ogni collaborazione nel campo culturale e scientifico e la chiusura di porti e aeroporti a navi e velivoli, militari e civili, con la “stella di David”.
Dopo aver ribadito il pieno diritto di navigazione della Turchia nel Mediterraneo centrale fino al limite alle acque territoriali di “Israele”, riconosciute a 12 miglia contrariamente alle 120 rivendicate dai governi di “Gerusalemme” e libertà di approdo per le sue navi mercantili sulle coste di Gaza, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, annunciando la rottura dei rapporti diplomatici con il governo Netanyahu, ha inteso precisare che le decisioni adottate dal governo Erdogan fanno parte di un primo pacchetto di provvedimenti contro “Gerusalemme”.
Fonti ufficiali di Ankara il 3 Settembre, dal canto loro, hanno dichiarato al quotidiano Hurriyet che “non ci sarà più posto nel Mediterraneo dove le forze navali di Israele possano esercitare il bullismo senza fare i conti con la marina militare e la difesa aerea turca”.
In particolare, le navi militari di Ankara scorteranno tutte le imbarcazioni civili che porteranno aiuti a Gaza e garantiranno la libera navigazione nelle acque tra “Israele” e Cipro, dove i due Paesi conducono operazioni di ricerca di petrolio e gas senza riconoscere al Libano eguali diritti.
“Stiamo scegliendo – hanno inoltre confermato dal Ministero degli Esteri turco – una data utile perché il premier Tayyip Erdogan possa recarsi in visita ufficiale nella Striscia di Gaza”.
Ahmet Davutoglu inoltre aggiungerà: “E’ ora che Israele paghi per le sue pretese di stare al di sopra delle leggi internazionali”. Continua a leggere

L’Italia sotto le bombe della finanza

L’Italia bombarda la Libia, e gli speculatori bombardano l’Italia…

“L’attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei “mercati finanziari” come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi “mercati finanziari” hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L’Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell’Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L’Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all’euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l’ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall’altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L’Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all’americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.
Infine, l’Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.”

Da Come si conquista un Paese: l’attacco della finanza internazionale all’Italia, di G. Colonna.

[Dello stesso autore: E’ ora di ripensare la strategia europea di difesa]

Alto tradimento?

Premesse e retroscena della guerra di aggressione alla Libia

Se si intende portare alla luce specifica e somma delle complicità politiche e istituzionali che hanno affiancato i poteri forti del Bel Paese per regalarci una nuova guerra di aggressione, questa volta alla Jamahiriya, occorre partire dal 17 Aprile 2008 quando atterra in Sardegna, all’aeroporto di Olbia, l’Ilyushin 96-300 di Vladimir Putin.
Il premier russo arriva da Tripoli dove è stato graditissimo ospite di Gheddafi. Hanno parlato di nuovi, imponenti investimenti della Russia, di assistenza tecnica nell’estrazione di energia fossile, di concessioni petrolifere e dello sfruttamento del giacimento “Elephant“ che si sta rivelando il più gigantesco e promettente dell’intero asset della Libia, potenzialmente capace di rimpolpare da solo, per decine di anni, le già larghe capacità di esportazione di greggio del Colonnello.
L’accordo con Gheddafi prevede anche una consistentissima fornitura di armi, capaci di rendere la Jamahiriya lo Stato militarmente più forte nel continente africano dopo Egitto e Unione Sudafricana e appena qualche spanna sotto l’Algeria di Bouteflika.
La lista comprende batterie di micidiali missili antiaerei-antimissile S-300 Pm 2, gli altrettanto efficaci Thor M1-2 antiaerei-anticruise, 30-35 cacciabombardieri Sukhoi-30, un numero non precisato di carri da battaglia T-90 e un “upgrade” per T-72. Per un acquisto, iniziale, di 3.5-4 miliardi di dollari.
Fonti indipendenti accrediteranno la trattativa andata a buon fine anche nei numeri.
Con le sole dotazioni di batterie mobili di S-300 e Thor, Gheddafi avrebbe neutralizzato qualsiasi capacità della “Coalizione dei Volenterosi” di attaccare dall’aria la Jamahiriya e costretto gli USA a porre in campo, per mesi, nel Mediterraneo un grosso e dispendioso dispositivo di forze aereo-navali, mettendo peraltro in conto perdite “non sopportabili” senza ricorrere al meglio della sua tecnologia aerea come gli F-22.
Cacciabombardieri “stealth” che gli USA possiedono in un numero limitato per strikes contro “Stati canaglia” in possesso di centrali o armamento atomico come Iran, Corea del Nord e Pakistan.
Putin, in quell’occasione, assicura a Gheddafi che il pacchetto ordini sarà evaso in un arco di tempo di 4-5 anni.
Per rendere le batterie mobili pienamente operative sia a lungo raggio (120-200 km) che a breve (6- 12 Km), integrate da radar di sorveglianza e di tiro, occorrerà un bel po’ più di tempo. Addestrare dei piloti al combattimento aereo con cacciabombardieri di ultima generazione, oppure a “vedere” e “colpire” jets o missili in avvicinamento, sarà un lavoro duro.
L’addestramento del personale libico è sempre stato laborioso e spesso ha dato, in passato, risultati modesti anche con “istruttori“ italiani impegnati a far familiarizzare gli “utenti” con vettori jet ampiamente meno sofisticati di un Sukhoi-30 e di un Mig-35.
Il salto di professionalità che sarà richiesto alle forze armate libiche non potrà non essere severo.
Rafforzare l’alleanza con la Libia consentirà a Mosca di fare ottimi affari e di rientrare in gioco nel Mediterraneo centro-occidentale.
E’ un progetto che non potrà essere portato a termine. Continua a leggere

Nakba 2011 con Presidentissimo

Giorgio Napolitano e il Segretario Generale Domenico Marra, d’intesa con il consulente Arrigo Levi e l’ambasciatore Stefano Stefanini, dopo aver programmato a puntino la data di un’altra visita di Stato in “Israele“, si sono imbarcati sull’Airbus319 della Repubblica delle Banane il giorno 14, di buona mattina, per arrivare nel pomeriggio a “Gerusalemme“ (capitale unica, eterna e indivisibile dello Stato sionista, per la Knesset). Caparbiamente, l’Inquilino del Quirinale ha voluto essere presente con 24 ore di anticipo nel posto sbagliato per portare la sua solidarietà a “Israele“.
Il 15 Maggio, di ogni anno, e lo fa dal 1948, il popolo palestinese celebra la Nakba, l’espulsione forzata, tra violenze e massacri, di 980.000 palestinesi dalla loro Terra. Stragi efferate passate alla storia, come quella perpetrata dalla Banda Stern a Deyr Yassin. Attualmente ci sono nel solo Medio Oriente 4.7 milioni di profughi che vivono in condizioni di estrema povertà e spesso di mancata integrazione politica e sociale in Giordania, in Libano, in Irak e nelle monarchie del Golfo Persico, oltre che nel Maghreb.
Per avere dati aggiornati, giorno per giorno, sulle dimensioni dell’autentico calvario che vive e ha vissuto, dal 1967, la gente di Palestina nella Cisgiordania Occupata e nella Striscia di Gaza, un ottima fonte di informazione è il sito infopal.
Il Presidentissimo è stato accolto all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dall’omologo – si precisa nel comunicato – Shimon Peres, premio Nobel per la pace.
A Stoccolma ci deve essere qualcosina che non va fin dai tempi di altri “insigniti“, come Begin e Sadat.
L’ultima performance del Comitato Promotore e dei componenti la Giuria ha eletto a “collega” di autentici terroristi e macellai un certo Barack Obama, il primo presidente USA color caffelatte a tenere aperte, contemporaneamente, dal Gennaio 2009 al Maggio 2011, tre sanguinose e devastanti guerre di aggressione (Iraq-Afghanistan-Libia) e a minacciarne almeno altre cinque a giro per il mondo.
Napolitano ha detto a Peres che ambedue sono Presidenti senza potere. Si è dimenticato di ricoprire la carica di Capo delle Forze Armate e di quel Consiglio Supremo della Difesa che, di fatto, ha decretato, d’intesa con il governo in carica, appena una manciata di settimane fa, la partecipazione dell’Italia alla guerra contro la Libia. Anche se per l’Inquilino del Quirinale è solo un’”estensione naturale” della risoluzione ONU 1973.
Anche la sinistra comincia ad accorgersi di che panni vesta questo 83enne in carriera.
L’Inquilino del Quirinale, complice l’età, ha ricorrenti buchi di memoria oltre ad una manifesta tendenza alla secrezione lacrimale per evidenti difficoltà nella tenuta emotiva. Continua a leggere

“Non è accettabile”

Gerusalemme, 15 maggio – ‘L’Italia sostiene il diritto di Israele di esistere’. Lo ha detto Napolitano, a Gerusalemme per un colloquio con il presidente israeliano Peres, aggiungendo che ‘non è accettabile considerare la fondazione dello Stato di Israele un disastro’.
(ANSA)

Assassinio mirato sionista

Gaza, 15 aprile – Era segnata dal momento in cui era stato rapito ieri da estremisti salafiti la sorte di Vittorio Arrigoni, il pacifista italiano trovato morto a Gaza: secondo Ehab el-Ghoussein, portavoce del ministero dell’Interno di Hamas, “fin dall’inizio l’intenzione dei sequestratori era di uccidere la loro vittima, dal momento che l’omicidio è avvenuto dopo un breve lasso di tempo dalla sua cattura”.
Fonti delle forze di sicurezza locali hanno annunciato l’arresto di due sospetti.
(AGI)

Questa sera accendete una candela.

Pizzarotti in “Israele”

L’azienda italiana Pizzarotti è coinvolta nella costruzione del treno superveloce (conosciuto come progetto A1) che collegherà Gerusalemme a Tel Aviv passando illegalmente attraverso i  territori palestinesi che sono da decenni sotto occupazione israeliana.
Il tracciato della ferrovia infatti attraversa i “confini ufficiali” dello Stato di Israele (la cosiddetta “linea verde”) invadendo la Cisgiordania occupata, e sfruttando i territori palestinesi occupati per la costruzione di un’infrastruttura il cui uso sarà riservato esclusivamente agli israeliani, secondo quel sistema di apartheid che Israele pratica ogni giorno sulla pelle dei palestinesi.
Dal momento che il diritto internazionale vieta all’occupante di utilizzare le risorse dell’occupato a beneficio dei propri cittadini, Israele viola il diritto internazionale, contravvenendo inoltre a una serie di norme internazionali sui diritti umani, tra cui la IV Convenzione di Ginevra.
Oltre alla ferrovia sarà costruita una rete di strade di accesso ai cantieri, e complessivamente l’impatto ambientale sarà devastante per la popolazione palestinese della zona, che, oltre a non poter utilizzare il treno, dovrà subire ulteriore esproprio di terra, con invasione, occupazione e distruzione delle colture; tre villaggi saranno isolati, Yalu, Beit Surik e Beit Iksa, gli ultimi due già gravemente danneggiati da una serie di confische territoriali effettuate in occasione della costruzione del muro dell’apartheid, e sottoposti a severe restrizioni nelle possibilità di movimento degli abitanti per presunti “motivi di sicurezza”.
Un altro pezzo di territorio palestinese sarà di fatto annesso da Israele con questo sistema subdolo e illegale!
Il contratto firmato da Pizzarotti prevede l’intervento della ditta nel tratto C della ferrovia, il più lungo (circa 30 km.) e il più complicato. Il tratto C comincia a Sha’ar Hagay, nell’enclave di Latrun (nei Territori Occupati), e comprende il lungo tunnel 3, che con i suoi 11.5 km è destinato a diventare il tunnel più lungo della regione. Questo tunnel attraversa la “linea verde” e sbuca nella Valle dei Cedri, in prossimità del villaggio di Beit Surik. La sua costruzione richiede una rete di strade di accesso per il passaggio delle speciali macchine da trivellazione e per la rimozione delle enormi quantità di terra e residui, che verranno smaltite attraverso lo sbocco nella Valle dei Cedri, ovviamente nei territori occupati palestinesi.
E’ per costruire questo tunnel che, dopo che l’austriaca Alpine Bau si era ritirata, la Mipien S.p.A., holding del Gruppo Pizzarotti, ha dato vita a una società mista con la ditta privata israeliana Shapir Civil and Marine Engineering, formando la nuova Shapir Pizzarotti Railways: questo sarebbe il “ruolo assolutamente secondario” di cui parla la Pizzarotti in una nota del novembre 2010!
Il coinvolgimento della Pizzarotti in questo progetto costituisce pertanto complicità nei crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele.

Manifestazione il 16 Marzo – anniversario dell’assassinio di Rachel Corrie – in Via Parigi 11, sotto la sede della Pizzarotti a Roma.
Inviare le adesioni a comitatopalestinanelcuore.

Egitto: solo il tempo ci potrà dare delle risposte

Per capire perché abbiamo definito, con dispiacere, le forze di terra egiziane uno strumento militare da “parata” basterà esaminare in breve dettaglio il materiale pesante che costituisce al momento la sua ossatura: l’Mbt Abrams, nella versione M1A1.
Non la faremo lunga perdendo del tempo per illustrarne le caratteristiche tecniche, diremo soltanto che fin dal primo esemplare uscito dalle linee di montaggio USA (1985-1993) era il carro da battaglia di costo più elevato a parità (comparate) di prestazioni.
Consuma 4.5-5 litri a km, in addestramento su terreno desertico l’autonomia, a pieno carico di carburante, non supera le 50 miglia.
L’ultimo impiego operativo risale alla guerra in Iraq del 2003, dove ha continuato ad essere impiegato in ambiente urbano ed extraurbano contro la guerriglia baathista fino al 2009 e ne rimangono circa 300-320 a protezione delle basi USA.
Farne muovere una divisione per delle semplici esercitazioni ha costi insopportabili per la stessa US Army, immaginarsi che effetto possa produrre sul bilancio militare dell’esercito egiziano doverne tenere in linea 1.008 esclusi i 1.435 rottami M-60 di fornitura USA ed i T-55 e T-62 lasciati in eredità a Sadat dall’Unione Sovietica qualche mese prima della guerra del ’73 (Kippur), per un totale di altri 1.120 autentici pezzi da museo tenuti per trenta anni in (seconda) linea da Mubarak.
Un totale folle di 3.563 carri armati per dare il comando di brigate, divisioni e corpi d’armata ai vertici militari che hanno sostenuto il “rais” e che ha bruciato nel tempo enormi risorse finanziarie senza produrre né un briciolo di qualità né concrete capacità di combattimento sul terreno all’esercito del Cairo.
Lo sviluppo e la produzione di armamenti ad alta tecnologia in Egitto è totalmente assente. Il riferimento principale è al mancato sviluppo di qualsiasi produzione di armi di precisione.
La ricerca militare e l’ingegneria applicata sono state letteralmente smantellate. Continua a leggere

Giustizia e libertà secondo Obama

Roma, 19 febbraio – Con 14 voti a favore e solo uno contrario ma decisivo, quello degli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha bocciato la risoluzione che condanna Israele per aver continuato a costruire insediamenti a Gerusalemme Est e nei territori palestinesi. Immediate le reazioni polemiche che si sono susseguite per tutta la notte fino a questa mattina.
(ASCA-AFP)

Sulla colonizzazione di Gerusalemme Est qui il pregevole saggio di Giancarlo Paciello.

Italia atlantica

Dalla cooperazione militare con “Israele” alla missione anti-pirateria nell’Oceano Indiano: fenomenologia aggiornata di una sudditanza rigorosamente bipartisan

Venerdì 10 Dicembre si è conclusa l’esercitazione Vega 2010 che ha visto la partecipazione di assetti italiani, israeliani e della NATO. La seconda fase, caratterizzata da missioni di tipo “air to round” ha visto impegnati
i cacciabombardieri Tornado ECR di Piacenza e IDS (“interdiction strike”) del 6° stormo di Ghedi. In Israele le missioni dei velivoli italiani consistevano nell’eliminare od eludere con i Tornado ECR lo sbarramento difensivo costituito dalle difese contraeree e dai caccia in volo e permettere ai Tornado IDS di arrivare sull’obbiettivo con lo sgancio di armamento di precisione.
Ovda è una località a nord di Eilat, a 40 miglia dal confine con l’Egitto. Alla periferia della città, in pieno deserto, c’è un aerostazione per uso passeggeri e, decentrate, infrastrutture, rifugi corazzati, radar e piste di volo da dove decollano e atterrano cacciabombardieri con la stella di Davide F-15 e F-16.
Cosa ci facevano i (nostri) Tornado Panavia con le insegne della NATO in “Israele” a meno di due mesi dalla defenestrazione di Mubarak?
Si esercitavano alla guerra “preventiva” contro il Paese delle Piramidi.
C’è in vigore un memorandum di intesa tra la Repubblica Italiana e lo Stato sionista in materia di cooperazione militare firmato a Parigi dal Ministro della Difesa Martino e dal Generale Shaoul Mofaz il 16 Giugno 2003, rinnovato nel 2008. In forza di questo trattato non sono previste missioni dell’Aereonautica Militare Italiana in “Israele”. Il documento parla chiaro.
L’intesa tra i contraenti in uno dei dieci articoli contempla altresì l’inserimento di clausole segrete. Facile capire che ce ne devono essere state. Continua a leggere