Israele ha diritto di difendersi. Lo ha sostenuto il presidente americano Barack Obama, ritenedo che lo Stato ebraico abbia il diritto di proteggersi di fronte a un rifornimento di armi della Siria agli hezbollah libanesi.
Obama, in alcune dichiarazioni rilasciate alla tivù USA in spagnolo Telemundo, tuttavia non ha confermato il raid israeliano contro un deposito di missili Scud in Siria.
Notizia che, al contrario, è stata confermata e svelata nei dettagli dal New York Times, che cita fonti sia americane sia siriane.
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Riconquistare e difendere la sovranità
La riconquista della sovranità nazionale in Italia e la difesa dei Paesi sovrani.
Incontro pubblico con:
Stefano Bonilauri, Stato & Potenza
Fabrizio Di Ernesto, saggista, autore di Giri di valzer. La politica estera italiana nell’era della globalizzazione selvaggia
Ouday Ramadan, comunista italo-siriano
Jean Claude Sougnini, esponente della comunità della Costa d’Avorio in Italia
Sabato 11 Maggio, ore 17.30
Quartiere S. Pancrazio
Via Emilia ovest 18/a
Parma
Il volantino dell’iniziativa è qui.
Occorre una nuova politica estera
«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la NATO ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio USA-UE», ossia alla «NATO economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente». Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli USA stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (PD), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».
Manlio Dinucci
Lettera aperta a Beppe Grillo 2.0
Decimo anniversario dell’invasione americana dell’Iraq
Caro Beppe,
sono padre Benjamin. Oltre ai miei complimenti per la tua performance e quella degli eletti M5S, voglio dirti quanto fai bene non concedere interviste ai giornalisti della stampa e televisione. Si sa che nelle loro Redazioni devono rendere conto agli ordini venuti dall’alto e seguire le “istruzioni dell’Azienda”. Ben pagati (dalle lobby dell’informazione) devono obbedire o tornare a casa. Per questo, i giornalisti della RETE sono liberi di scrivere e di raccontare il vero.
Anche a me stanno sulle palle questi giornalisti che proclamano il falso per denigrare, per offendere, per screditare e distruggere i testimoni di verità. Come si divertono sulle tue spalle in questi giorni!
Mi è rimasto sullo stomaco il criminale George W. Bush, che ha la lingua nera per gli effetti delle sue menzogne e la coscienza più nera ancora, e sta tranquillo nel suo ranch del Texas quando Tareq Aziz, che aveva dichiarato la verità, sta morendo in carcere a Baghdad. Hai mai sentito un giornalista in televisione raccontare il vero sull’Iraq, sulla Libia, su quello che sta realmente accadendo in Siria, in Mali e soprattutto nella grande democrazia dell’Arabia Saudita, dove stanno accadendo un sacco di cose interessante in un perfetto silenzio stampa?
Nel 2007 hai pubblicato sul tuo blog la mia lettera sull’Iraq nella quale denunciavo una prassi disgustosa di manipolazioni delle coscienze di giornalisti che hanno promosso, senza vergogna, le bugie pronunciate in 935 discorsi da George W. Bush e dalla sua criminale Amministrazione sulle armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein e altre montagne di menzogne. Tutto quello che dicevano e pubblicavano gli ispettori dell’ONU (Scott Ritter ad esempio) è stato filtrato, manipolato, falsificato, snaturato, con falsi documenti fabbricati dallo squallido Michael Ledeen e dal SISMI italiano, tra tante altre cose, sull’uranio comprato da Saddam Hussein alla Nigeria. Tutta roba falsa, in nome della Democrazia!
A “Porta a porta”, il deprimente Bruno Vespa, quando Gianfranco Fini mi buttava in faccia “Lei padre, non è degno di portare quest’abito”, lui sorrideva. Certo, avevo pubblicato il primo libro in Europa per denunciare l’utilizzo di armi all’uranio impoverito “Iraq apocalisse”, con una prefazione di Dario Fo, fatto due interventi all’ONU, ottenuto una Risoluzione della Commissione Affari Esteri della Camera. Cinque anni di lavoro a tempo pieno (a spese mie), dedicati a fare conoscere la verità sull’Iraq con libri, film e conferenze. Al clan Berlusconi-Bush-Blair padre Benjamin dava molto fastidio. Hanno anche provato a farlo tacere con interventi presso la Santa Sede. Non ha funzionato.
Nello stesso contesto, non ho potuto fare a meno di avviare una causa contro Magdi Allam che aveva pubblicato un articolo sul Corriere della Sera nel quale diceva che padre Benjamin faceva parte di un’organizzazione estremista islamica. Tutto questo perché mi avevano invitato a Damasco a parlare ai musulmani nelle moschee, il venerdì. E’ vero che non si vede spesso un prete fare omelie nelle moschee in Siria (ho messo un pezzo su Youtube), ma a me interessa partecipare al dialogo islamo-cristiano sul campo in Iraq, in Siria e nei paesi arabi, non nei convegni in alberghi a 4 stelle.
Ho scritto a Madgi Allam chiedendo di pubblicare una smentita, e cioè che non avevo cambiato religione e che ero sempre sacerdote cattolico. Niente, non ha nemmeno risposto. Nel 2007 ho vinto il processo, sentenza di primo grado dal Tribunale di Milano.
Caro Beppe, anche i giornali di sinistra hanno lo stesso DNA. Hanno scritto che padre Benjamin aveva preso e incassato allocazioni di petrolio “Oil for Food” offerti dall’Iraq. Poi, quando l’ONU ha pubblicato il suo rapporto di 2000 pagine, specificando che il ministero del petrolio a Baghdad ha confermato che Benjamin non ha mai ritirato queste allocazioni e che le aveva rifiutate per lettera a Tareq Aziz, non c’è stato uno solo di questi quotidiani di sinistra che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità o per lo meno una smentita su quello che avevano pubblicato.
L’altra sera su LA7, alla trasmissione di Gad Lerner, il mio amico Jacopo Fo ha chiesto a Lerner se poteva dire alcune verità su Berlusconi. Momento di riflessione di Lerner che poi risponde “Certo, si… ma… non adesso”, poi non gli ha mai più chiesto di intervenire al riguardo. Jacopo è rimasto umile e silenzioso per il resto della trasmissione. Vedi, anche tra i più bravi dei giornalisti succede di stringere il sedere quando si trovano di fronte a certe imbarazzanti realtà.
Su un altro aspetto dell’attualità, riguardo alla Chiesa di Roma, sarebbe opportuno informare il prossimo Pontefice Romano su alcune cose. Ad esempio:
• Ordinato sacerdotale (nel 1991) ho assistito il cardinale Agostino Casaroli nei suoi viaggi all’estero (per quattro anni fino al 1995). Ho sentito e viste cose sconvolgenti che devono essere portate a conoscenza del prossimo Papa.
• Sarebbe bene anche riferire di un’altra cosa sconcertante. Il 14 febbraio 2003, durante la visita di Tareq Aziz a Giovanni Paolo II (a un mese dall’invasione americana dell’Iraq), sono accadute cose inammissibili e vergognose da parte di alti responsabili della Segreteria di Stato. A seguito, ho avuto un colloquio con il cardinale Jean-Louis Tauran (all’epoca incaricato degli Affari Esteri della Chiesa). Non mi ha risposto, è rimasto come la moglie di Lot, pietrificato.
• Dal 1994, risiedo ad Assisi. Anche qui, povero San Francesco, il suo Sacro Convento è diventato un vero e proprio cesto di granchio. Ci sarebbero anche da fare alcune domande al cardinale Giovanni Re, sul suo amico Roberto Leone.
Secondo il pensiero di Qoelet “c’è un tempo per riflettere e un tempo per agire“, basta sapere aspettare”.
Ti auguro ogni bene.
Jean-Marie Benjamin
Assisi, 12 Marzo 2013
Syria. Quello che i media non dicono
Quella contro la Siria è in primo luogo una guerra mediatica e di disinformazione. Fin dallo scoppio della rivoluzione vi è il chiarissimo intento da parte dei media occidentali di mistificare e distorcere la realtà, dividendo il Paese in Buoni e Cattivi.
Le sentenze lapidarie arrivano dal caldo delle redazioni, pochissime le inchieste effettuate sui luoghi dei massacri, pochissimi gli inviati sul campo. Il quadro che ne risulta è un’analisi superficiale e colpevolmente unilaterale, che analizza i fatti in maniera arbitraria senza indagare le ragioni che ne stanno alla base, senza ricercare la verità.
È da questa premessa, che nasce l’idea del libro “Syria. Quello che i media non dicono” a cura di Raimondo Schiavone, con Talal Khrais, Antonio Picasso e Alessandro Aramu, un’indagine giornalistica, un diario di viaggio, un quaderno di appunti nel quale i giornalisti, autori del volume, annotano quanto sta accadendo in questa terra dal passato millenario.
Temi di stringente attualità affrontati senza filtri, abbandonando gli stereotipi interpretativi occidentali, per calarsi nel reale, nella quotidianità di una terra che cerca con forza di affermare la propria autonomia e indipendenza e trovare la propria strada verso la democrazia.
Dopo la “Primavera araba” una ventata di falso ottimismo ha percorso il Medio Oriente e il Maghreb. Ma, i regimi dispotici rovesciati hanno lasciato il campo libero a movimenti che nulla hanno a che
fare con la democrazia: al-Qaida, salafiti, terroristi di ogni genere si sono accaparrati spazio e potere.
In Siria da due anni
si combatte una guerra che vuole rovesciare Assad. Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti ed Europa però non sembrano rendersi conto che il legittimo governo siriano è l’unico in grado di garantire equità, pace
e protezione al popolo. Quali sono le dinamiche di un conflitto che pare avviarsi sempre più verso una guerra civile? Chi ne trarrà vantaggio? E a danno di chi? E come interpretare la toccante vicenda della deputata siriana cristiana Maria Sadeeh, ampiamente trattata nel libro, alla quale la miope politica di casa nostra ha impedito di esprimere il suo legittimo punto di vista? Un saggio che si legge come un reportage, che analizza in modo preciso gli antefatti e gli sviluppi di una vicenda che i mass media occidentali, supportati dalle testate giornalistiche del Golfo Persico, mistificano e trasmettono in modo distorto.
Uno sguardo inedito sui fatti e sulle storie, ma soprattutto sulle persone, sui protagonisti di una stagione rivoluzionaria, dai leader ai terroristi prigionieri, in un susseguirsi di emozioni, pensieri e racconti di straordinaria autenticità.
Marinella Correggia
Roma, 28 febbraio – Marinella Correggia ha fatto irruzione nell’aula di Villa Madama nel corso della conferenza stampa congiunta tra il segretario di Stato americano, John Kerry, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi e il leader delle opposizioni siriane al Khatib, inveendo contro i tre leader internazionali e mostrando un cartello con su scritto: ”U$A, Europa, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi supportano i terroristi e boicottano la pace”.
La dimostrante, incalzata dai giornalisti, ha spiegato di contestare attraverso la propria associazione la ”propaganda mediatica portata avanti dalle opposizioni”, colpevoli di sostenere ”gruppi armati terroristici pronti ad uccidere chiunque”.
La Siria non si tocca!
Damasco, 31 gennaio (IRIB) – L’esercito siriano ha informato che due persone sono morte ed altre cinque sono rimaste ferrite durante il raid di Israele sul centro ricerche di Jamraya, nelle vicinanze della capitale Damasco.
“I caccia israeliani hanno violato il nostro spazio aereo ed hanno condotto un bombardamento diretto sul centro ricerche”, spiega una nota diffusa mercoledì dall’esercito siriano. “L’attacco è stato condotto dopo tutta una serie di tentativi da parte dei terroristi di conquistare il sito nei mesi passati. Questo assalto, prosegue la nota, allunga la lista degli atti di aggressione ed i crimini di Israele ai danni degli arabi e dei musulmani”. Secondo la spiegazione dell’esercito siriano, l’intero edificio è stato distrutto ed i danni materiali causati dal bombardamento sono ingenti. Nelle ore precedent il regime israeliano aveva sostenuto di aver colpito un cargo di armi chimiche in Siria.
Al Qaeda
Diario sulla Siria
Il documentario di Anastasia Popova che le televisioni occidentali non vi faranno mai vedere.
Non per nulla la Siria è ormai divenuta “un paradiso del Jihad”.
Un’amicizia molto pericolosa

Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA
““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”
Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 4, anno 2012.
Un premio Nobel per la guerra
“Anche la politica estera dell’Unione Europea è un gioco, come se ventisette polli senza testa si tirassero dei calci a casaccio tra loro su qualsiasi tema, dalla Palestina all’ammissione della Turchia. Ma c’è una cosa che l’Unione Europea fa bene davvero: produrre, commercializzare e vendere armi a chiunque sia coinvolto in affari bellici.
Asia Times Online ha avuto conferma indipendente da due diplomatici europei che l’U.E. – attraverso il suo braccio militare comandato dagli USA, la NATO – si sta preparando ad una nuova guerra, in Siria. Questo conferma un recente rapporto sullo stesso argomento del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (Moon of Alabama ce ne offre un’ottima traduzione).
I diplomatici hanno confermato ad ATol che il Segretario Generale della NATO – l’incredibilmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – sta scalpitando per una guerra in Siria, camuffando questa sua frenesia con la retorica “La NATO non nasconderà la testa sotto la sabbia”.
Citando le sue parole in diretta da Washington, Rasmussen godrebbe dell’appoggio di Turchia, Regno Unito e Francia, con la Germania in una condizione ambivalente, poiché il Ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle aveva precedentemente escluso l’opzione bellica in favore di una soluzione politica.
Scalpitare per la guerra è una cosa, farla davvero è un’altra. Anche una direttiva NATO che dia il via ad azioni belliche in Siria necessita dell’approvazione di tutti e 28 i Paesi membri. Comunque, ecco lo scheletro dell’atto finale: Washington continuerà ad ordinare al suo fantoccio danese Rasmussen di preparare le basi per un’azione di guerra, assolutamente necessaria. Benvenuti in Siria, oppure Libia-2 – anche se Washington non potrebbe in alcun modo giustificare di propinare al Consiglio di Sicurezza della NATO un’altra Responsabilità a Proteggere (R2P).
Ebbene sì, Bruxelles, abbiamo un problema. E sta succedendo proprio mentre vengono spiegati sul confine turco i missili Patriot e 400 unità militari tedesche. L’opinione pubblica della Germania è contraria ad un’altra guerra nel mondo musulmano. Nel 2013 in Germania ci saranno le elezioni.. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente degli spiriti suicidi.
L’accelerazione dei missili Patriot – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi attacco missilistico dalla Siria – è una scelta che viene dritta dritta dal Manuale Delle Armi D’Illusione Di Massa. Frederick Ben Hodges, capo del nuovo Comando Terrestre Alleato di base a Ismir, Turchia, avrebbe dichiarato ad un’agenzia di stampa dell’Anatolia che i Patriot sono lì come deterrente contro i missili chimici siriani. Come se Bashar al-Assad, (come nel caso Frau Merkel), fosse diventato all’improvviso un pazzo suicida. Gli unici che credono davvero alla storiella d’intelligence che Washington sta facendo circolare, che Damasco potrebbe utilizzare le armi chimiche come ultima spiaggia, sono il fedele danese Rasmussen ed il club di mediocrità politica Britannico-Francese-Turco. Le manovre psicologiche della NATO non metteranno di certo paura al Governo Siriano.
Per quanto riguarda poi l’incredibilmente bizzarro Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, si è dimostrato coerente in una cosa soltanto: ha una febbre, e l’unica cura possibile è lo spazio aereo interdetto. Anche se l’opinione pubblica turca non vuole neanch’essa una guerra, Erdogan non è stato in grado di smorzare questa febbre. La macchina US-NATO ha usato ogni mezzo – dal corrompere orde di funzionari a Damasco fino ad imputare ad Assad ogni settimana una serie di mini-olocausti. Non ha funzionato.
I cosiddetti “ribelli” – contagiati dalla Salafi-jihadis – difatti “controllano” soltanto territori secondari a maggioranza Sunnita o sobborghi intorno alle grandi città. Ci saranno quasi 40,000 combattenti nelle periferie di Damasco, ma rischiano di trovarsi vittime di una clamorosa imboscata organizzata dall’Esercito Siriano. Quindi il presunto cambio di scena dovrà sicuramente prevedere la minaccia delle armi chimiche, e quindi – si spera? – al Sacro Graal dello spazio aereo interdetto.”
Da La NATO aspira a un premio Nobel per la guerra, di Pepe Escobar.
Fuori la NATO
Al via la petizione di Stato & Potenza
““Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza” (Washington DC, 4 aprile 1949).
Così esordisce il testo ufficiale del Trattato Nord-Atlantico nella sua versione originale del 1949. Oggi, a sessantatre anni dalla sua pubblicazione, la funzione politica e militare di questo trattato è da considerarsi esaurita oltre che ancor più contraddittoria che in passato. Creata con lo scopo di costituire un organismo di contenimento, di aggressione e di minaccia nei confronti dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti dell’Europa centro-orientale, la NATO, per decenni, è stata presentata da gran parte della classe politica del nostro Paese come un semplice “ombrello difensivo” finalizzato a prevenire la fantomatica minaccia di un’invasione sovietica. Sarebbe bastato osservare che il Patto di Varsavia fu creato soltanto nel 1955 e che, ancor più tardi, Mosca riconobbe ufficialmente e definitivamente il governo della Repubblica Democratica Tedesca, per comprendere il ribaltamento propagandistico operato dai governi degli Stati Uniti, del Canada e dell’Europa occidentale, allo scopo di scatenare un’offensiva contro chiunque fosse sospettato di intrattenere rapporti con i Paesi socialisti. Negli anni della Guerra Fredda, la NATO, attraverso la struttura integrata dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si macchiò di gravissime responsabilità nell’operazione Stay Behind, nota nel nostro Paese con l’etichetta “Gladio”: una rete dedita al terrorismo politico, all’intimidazione e all’eversione.
Tuttavia, la dimostrazione definitiva è giunta nel 1991, cioè quando, con la dissoluzione dell’alleanza militare guidata dal Cremlino, la NATO non soltanto non intraprese mai un percorso di riduzione progressiva del suo peso geostrategico in Europa secondo i binari della “finlandizzazione” del Continente garantita ai leader sovietici, ma addirittura avviò gli iter di integrazione di nuovi Stati membri. Tra il 1999 e il 2009, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia e Albania hanno fatto il loro ingresso nell’Organizzazione. E la tendenza espansionistica non accenna certo a diminuire. In base a quanto è stato stabilito durante l’ultimo vertice di Chicago del maggio 2012, infatti, le intenzioni espresse dalla delegazione del governo statunitense sono quelle di favorire un maggior coinvolgimento dei partner europei attraverso la decantata strategia della Smart Defense e di concludere altre integrazioni nel prossimo futuro (Georgia e Bosnia-Erzegovina, in particolare).
Sommando le spese militari sostenute dai singoli Stati nell’anno 2011, risulta che i Paesi membri della NATO abbiano raggiunto la cifra di 1.033 miliardi di dollari (sui circa 1.670 miliardi di dollari spesi complessivamente da tutti i Paesi del mondo per la Difesa), sacrificando così gran parte dei fondi destinabili alle politiche sociali e occupazionali sull’altare di un pesante riarmo, ingiustificabile sul piano meramente difensivo. Per di più la NATO, ben lungi dall’essere un organismo effettivamente multilaterale, è evidentemente costituita sulla base di precisi rapporti di forza interni che impongono gli Stati Uniti quale membro leader incontrastato alla guida della Coalizione, schiacciando qualunque eventuale margine di sovranità militare (cioè politica) degli altri alleati, che risulti anche soltanto in parte sgradito a Washington, come ben evidenziato dalla crisi di Sigonella nel 1985.
La creazione, da parte del Pentagono, di un comando integrato a proiezione globale, suddiviso nei sei comandi regionali US Northcom, US Southcom, US Eucom, US Centcom, US Pacom e US Africom, impone da anni, ormai, un quadro di dominazione o di predominio territoriale pressoché totale in tutto il pianeta, nel tentativo di prevenire o contenere l’emersione di qualunque soggetto che possa rappresentare un potenziale competitore per gli Stati Uniti.
Questo scenario è inaccettabile e contraddice palesemente lo stesso dettato della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui garantisce agli Stati Uniti e alla NATO un potere strategico impressionante, sproporzionato e palesemente aggressivo nei confronti di quei soggetti internazionali che mostrino la volontà di intraprendere una via di sviluppo e di crescita autonoma ed indipendente dalla sfera d’influenza occidentale.
La vecchia crisi balcanica e la recente crisi libica hanno, inoltre, messo in evidenza la sussistente presenza di una “doppia morale” dei Paesi della NATO di fronte ai fenomeni terroristici, nella misura in cui migliaia di guerriglieri e criminali provenienti dai più insidiosi ambienti del radicalismo wahhabita e salafita, sono stati ripetutamente utilizzati dalla NATO nel ruolo di “ascari”, con lo scopo di integrare lungo le direttrici terrestri ciò che l’Alleanza compiva “a distanza”, attraverso le incursioni navali e aeree, mettendo chiaramente in pericolo la sicurezza collettiva lungo tutte le sponde del Mediterraneo.
Oggi i partenariati strategici degli Stati Uniti e della NATO, dopo decenni di accerchiamento contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, indicano chiaramente l’intenzione di intervenire direttamente negli scenari regionali di maggior interesse strategico con nuovi attacchi militari (Libia, Siria, Iran e Corea del Nord), di assegnare ai Paesi dell’Europa meridionale (messi in crisi attraverso la finanza) un più definito e servile ruolo di “portaerei” verso il Nordafrica e il Medio Oriente, e di pressare la Federazione Russa al fine di coinvolgerla in una rinnovata logica di containment e aggressione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, già preannunciata da diversi analisti statunitensi.
La storia della NATO, la sua struttura de facto unilaterale, la presenza delle sue o di altre strutture ad essa legate sul nostro territorio, l’interventismo militare evidenziato negli scenari dei Balcani, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia Meridionale, la scarsa trasparenza nei confronti dei fenomeni relativi al terrorismo internazionale, costituiscono fattori che si pongono evidentemente in contrasto con gli articoli 11 e 52 della nostra Costituzione.
Nell’impossibilità legale di richiedere lo strumento referendario per l’autorizzazione alla modifica delle ratifiche dei trattati internazionali, chiediamo, per tanto, al popolo italiano di sottoscrivere la nostra petizione, al solo fine di raccogliere il più ampio consenso possibile su tre punti prioritari:
1) Rinegoziazione di tutti i trattati militari che vincolano l’Italia al comando integrato della NATO.
2) Chiusura definitiva di tutte le basi e tutte le installazioni militari in dotazione all’Esercito degli Stati Uniti e/o al comando integrato della NATO, presenti sul territorio nazionale italiano.
3) Avvio di trattative multilaterali e di mutuo vantaggio con i governi della Federazione Russa, della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica del Kazakistan, per l’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in qualità di partner per il dialogo, sull’esempio di quanto hanno cominciato a fare altri Paesi europei come la Bielorussia o l’Ungheria.“
La raccolta delle adesioni avverrà a margine di tutti gli eventi pubblici che prevedano il patrocinio o la partecipazione di Stato & Potenza.
Gli epigoni di Adolf Hitler
“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”
Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.
Combacia
“Con la vittoria di Barack Obama si riconferma quell’”apertura al dialogo” nelle questioni internazionali messa in campo negli ultimi quattro anni dell’amministrazione democratica che “combacia con la caratteristica genetica della politica estera italiana”. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Giulio Terzi, intervistato sui canali Rai dopo la vittoria di Obama. Il titolare della Farnesina ha fatto riferimento a tre grandi dossier internazionali: l’Iran, la Siria e la Libia. Sul controverso capitolo nucleare iraniano Terzi si è detto convinto che dall’amministrazione Obama ci sarà “un rinnovato impulso ad una situazione negoziale” di fronte al rischio che il programma nucleare di Teheran abbia finalità militari. Anche in Siria il presidente americano rieletto e i suoi collaboratori, ne è convinto il ministro Terzi, opteranno per “una soluzione politica incentrata sull’impulso all’unificazione di tutte le forze dell’opposizione”. Una strada che l’Italia sta perseguendo con “un ruolo molto attivo per dar vita ad un’alternativa reale al regime di Assad”. Reduce da una missione a Tripoli, il ministro ha rilevato come anche sulla Libia del dopo-Gheddafi ci sia convergenza con la Casa Bianca. Comune è infatti la convinzione – espressa a più riprese dal segretario di Stato Hillary Clinton – che “i processi di trasformazione politica, soprattutto paesi mediterranei, vanno sostenuti e accompagnati.”
Per conto Terzi
Alla c.a. del Ministro degli Affari Esteri On. Giulio Terzi
E P.C.
Alla c.a. dei Senatori della Commissione Esteri al Senato
Presidente On. Lamberto Dini
On. Antonello Cabras
On. Alberto Filippi
On. Francesco Maria Amoruso
On. Claudio Micheloni
On. Giulio Andreotti
On. Giampaolo Bettamio
On. Emma Bonino
On. Battista Caligiuri
On. Riccardo Conti
On. Barbara Contini
On. Michelino Davico
On. Basilio Giordano
On. Massimo Livi Bacci
On. Luigi Lusi
On. Alfredo Mantica
On. Pietro Marcenaro
On. Francesca Maria Marinaro
On. Franco Marini
On. Elio Massimo Palmizio
On. Stefano Pedica
On. Marcello Pera
On. Beppe Pisanu
On. Giorgio Tonini
Alla c.a. dei Deputati Dell’Ufficio Presidenza della Commissione Affari Istituzionali alla Camera
On. Donato Bruno
On. Barbara Pollastrini
On. Jole Santelli
Alla c.a. della Comunità Sant’Egidio
Alla c.a. della Stampa
Roma, 5 Ottobre 2012
Oggetto: diniego visto Delegazione Parlamentare Siriana
Con la presente la Federazione Assadakah, Centro Italo Arabo del Mediterraneo, esprime il proprio rammarico per la recente decisione che ha decretato la non concessione del visto da parte del Ministero degli Esteri ai Deputati Siriani Maria Saadeh, Waeel Al Ghabra e Sameer Al Khateeb.
La Delegazione, invitata dal Centro Italo Arabo, avrebbe dovuto partecipare ad incontri istituzionali con i membri della Commissione Affari Esteri al Senato e con il Presidente della Commissione On. Lamberto Dini, avrebbe inoltre dovuto incontrare i rappresentanti della I° Commissione Affari Costituzionali e Presidenza del Consiglio ed Interni.
L’atto del Ministero appare per tali motivi, una prevaricazione delle prerogative Parlamentari.
Era inoltre previsto l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio. La Deputata Cristiana Maria Saadeh aveva chiesto espressamente che fosse organizzato un importante incontro con le Comunità Cristiane.
La non concessione del visto rappresenta un atto di inaudita gravità, che vanifica i tentativi di dialogo e cooperazione tra il nostro Paese e la Siria, che il Centro Italo Arabo ha tentato di perpetuare con il supporto delle Istituzioni parlamentari.
Riteniamo che l’educazione alla pace e alla non violenza abbia quali veicoli privilegiati il dialogo e il confronto, anche di posizioni antitetiche.
Auspichiamo pertanto, che la decisione presa possa essere revocata e che il nostro Paese possa accogliere la Delegazione Parlamentare Siriana.
Cordiali saluti
Il Segretario Generale della Federazione Assadakah
Raimondo Schiavone
Obiettivo Siria
Come la CIA, le bande criminali e le ONG realizzano stragi di massa e distorcono le informazioni per manipolare l’opinione pubblica
Un libro per colpire i bombardamenti, svelare la Grande Bugia in tempo, per fermare l’ennesima guerra “umanitaria”. La situazione della Siria è drammatica. Il Paese si dibatte in una cruenta guerra civile, oggetto di spietati attacchi da parte di nemici interni ed esterni. La cosiddetta “rivolta siriana” fa in realtà parte di una cinica strategia statunitense che si serve di provocatori, mercenari, fanatici fondamentalisti e ONG corrotte.
Essi sono decisi a colpire uno Stato arabo indipendente, dove la ricchezza generata dal petrolio viene impiegata per finanziare lo Stato sociale, proprio come avveniva in Libia prima che questa fosse annientata con analoghe modalità. I Paesi vicini partecipano al massacro, come sciacalli e iene che strisciano ai piedi del leone americano.
“Obiettivo Siria” è un ammonimento sul modo di operare dell’onnipotente “Impero del Dollaro”. La trama americana, finanziata dai “petrodollari” delle monarchie del Golfo, attiva la tattica delle “counter-gang”: terroristi – mercenari e irregolari, la “legione straniera” della CIA – che fanno saltare in aria edifici e massacrano gli innocenti, per poi addossare le responsabilità della carneficina al governo preso di mira.
ONG come NED – National Endowment for Democracy – incoraggiano gli “attivisti”, i cui leader sono ambiziosi sociopatici, intenti ad aggiudicarsi avidamente una parte delle spoglie dello Stato abbattuto. I mezzi d’informazione credono alla Grande Bugia e la celebrano propagandisticamente, creando una realtà falsificata attraverso cui non è possibile farsi una opinione critica, libera e indipendente.
“Obiettivo Siria” mostra come queste guerre siano architettate attraverso la strumentalizzazione degli istinti più nobili dell’animo umano, tramite l’inganno di coloro che altrimenti tenderebbero a contrastare l’intervento armato, manipolandoli al servizio dell’assassinio di massa e della dittatura globale del potere economico.
Gli autori
Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica che vive a Bangkok, in Thailandia, è il principale animatore del sito di informazione indipendente Land Destroyer.
Nile Bowie è uno scrittore e fotografo statunitense che collabora con il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione di Montreal, in Canada.
Due pesi e due misure
Di Paola, il mastino della NATO
Praticamente passate sotto silenzio, se non per alcuni “addetti ai lavori”, le notizie di inizio estate circa l’escalation del coinvolgimento italiano nel contrasto agli insorti in Afghanistan.
Nell’ambito di quella che, orwellianamente, continua a essere definita “missione di pace”.
Fatto sta che alcuni senatori della Repubblica delle Banane, bontà loro, si sono degnati di chiedere spiegazioni in merito al ministro della Difesa Giampaolo di Paola. E così si sono sentiti rispondere, “sull’uso di armi da parte degli aerei militari italiani”, dal sottosegretario Magri:
“L’impiego dei contingenti nelle missioni internazionali è sempre stato e rimane conforme alle decisioni del Governo, sottoposte all’avallo del Parlamento.
Peraltro, in concomitanza con la conversione del decreto n. 215 del 2011, il 18 gennaio scorso si era svolta l’audizione dei Ministri degli affari esteri e della difesa presso le Commissioni riunite e congiunte esteri e difesa di Camera e Senato, nel corso della quale era stato illustrato al Parlamento il quadro complessivo della situazione e delle prospettive delle principali missioni internazionali per il corrente anno. In quella occasione il ministro Di Paola si soffermò sulla necessità di garantire il massimo livello possibile di sicurezza e protezione per i militari italiani ed anche per i contingenti alleati e per le forze di sicurezza afghane. Ciò in relazione all’accresciuto rischio connesso con il progressivo avanzamento della transizione. Di conseguenza il Ministro rilevò la necessità di poter far ricorso a tutti i mezzi schierati in teatro, compresi gli aerei per il supporto tattico ravvicinato (gli AMX), al meglio delle relative capacità operative.
Gli assetti aerei, e gli AMX italiani fra questi, sono infatti i soli che possono garantire i requisiti di rapidità di intervento, efficacia e precisione che si rendono indispensabili in determinate situazioni operative, e, in caso di attacco da parte delle forze insorgenti, è indispensabile (proprio per tutelare le vite dei militari), poter contare su tutte le capacità potenzialmente disponibili per ingaggiare direttamente le sorgenti di fuoco e, indirettamente, i supporti operativi per le comunicazioni e le informazioni.
(…)
Il rappresentante del Governo osserva poi che, secondo i dati disponibili, dal febbraio 2012 i velivoli AMX italiani schierati ad Herat hanno effettuato, senza causare danni collaterali, interventi a supporto di alcune unità nazionali fatte oggetto di attacco da parte degli insorti e di neutralizzazione degli apparati di comunicazione utilizzati dagli insorti stessi nell’ambito di tali attacchi. Inoltre, molte azioni hanno consentito di sventare attacchi che avrebbero potuto costituire un gravissimo pericolo per le popolazioni locali. L’Italia partecipa pertanto alla missione nel pieno rispetto del dettato integrale dell’articolo 11 della Costituzione e le modalità di impiego dei contingenti e dei mezzi, compresi quelli aerei, sono pienamente coerenti con le finalità della missione e avvengono nel pieno rispetto delle regole di ingaggio.”
Insomma, fanno la guerra, da quasi un anno ormai usando anche i bombardieri già operativi contro la ex Jugoslavia nel 1999, e persistono ostinatamente a chiamarla “missione di pace”, richiamandosi ai contenuti di quel rotolo di carta igienica che è divenuta ormai la Costituzione della “Repubblica Italiana”.
E mentre il ministro Di Paola straparla ai microfoni radiofonici di Unomattina di un altro possibile intervento militare in Siria, ché “l’Italia ha le capacita’ per farlo”, partono per l’Asia centrale i 1.500 scarponi della Brigata Alpina Taurinense, di cui il 6% donne si preoccupa di precisare l’ANSA. Per la quarta volta dall’inizio del “conflitto” (lapsus?!?).
Assieme a loro, il 7° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Vega”, altri 200 militari che porteranno con sè a Herat dieci A-129 Mangusta, quattro CH-47 Chinook, sei AB-205 Huey e cinque “nuovi” elicotteri da trasporto tattico NH-90.
Per la pace, ovviamente, e a spese dei tartassati contribuenti.
Ma tranquilli, l’Iva non aumenterà, grazie alla “spending review” e a qualche altro balzello caricato in maniera occulta e fraudolenta sui prezzi di benzina e gasolio.
Italia, svegliati!
Federico Roberti
La verità sulla Siria
Durante la trasmissione del mattino condotta da Jean-Jacques Bourdin sulla radio francese RMC, si parla di Siria. Avrebbe dovuto essere ospite un’esponente dell’opposizione ma, vista la sua indisponibilità, all’ultimo minuto viene invitato Stephane e non tutto va come previsto…
Veto
Per la Siria – Milano, 14 luglio 2012
Guerra asimmetrica per il dominio globale
“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”
Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).
Per la Siria – il video della manifestazione
Gli interventi durante la manifestazione a difesa dello Stato siriano, del suo popolo e del suo presidente, svoltasi a Roma sabato 16 Giugno u.s..
In questa pagina il video integrale e i singoli interventi dei partecipanti, dall’organizzatore Ouday Ramadan a Fulvio Grimaldi, Joe Fallisi, Giulietto Chiesa e tanti altri.
Droni, droni e ancora droni
“Droni, droni e ancora droni. Sarà intensissimo, in estate, il via vai di aerei militari senza pilota sui cieli siciliani. Decine di decolli ed atterraggi nella base USA e NATO di Sigonella che faranno impazzire il traffico aereo nel vicino scalo civile di Catania Fontanarossa. Grandi aerei spia del tipo Global Hawk e i Predator e i Reaper carichi di bombe e missili che sorvoleranno l’isola e solcheranno i mari, pregiudicando la sicurezza dei voli e delle popolazioni.
Le notificazioni ai piloti di aeromobili (NOTAM) emesse lo scorso 4 giugno lasciano presagire tragici scenari di guerra in Siria e nell’intero scacchiere mediterraneo e mediorientale. Tre riguardano lo scalo di Fontanarossa e sono distinti dai codici B4048, B4049 e B4050. Impongono la sospensione delle procedure strumentali standard nelle fasi di accesso, partenza e arrivo degli aerei, tutti i giorni sino al prossimo 1 settembre, “causa attività degli Unmanned Aircraft”, i famigerati aerei senza pilota in dotazione alle forze armate statunitensi e italiane. “Le restrizioni sopra menzionate verranno applicate su basi tattiche dall’aeroporto di Catania”, specificano i NOTAM. Che le operazioni dei droni riguardino la stazione aeronavale di Sigonella, lo si apprende da un altro avviso, codice M3066/12, che ordina la sospensione di tutte le strumentazioni standard al decollo e all’atterraggio nel Sigonella Airport, dal 4 giugno all’1 settembre 2012, “per l’attività di Unmanned Aircraft militari”. Il grande scalo delle forze USA e NATO subirà inoltre “restrizioni al traffico aereo”, nei giorni 19 e 20 giugno, per una vasta esercitazione aeronavale nel Mediterraneo. Gli ennesimi giochi di guerra alleati che potrebbero annunciare l’attacco finale al regime di Assad.”
Invasione di droni nei cieli della Sicilia, di Antonio Mazzeo continua qui.
L’ipocrisia della “guerra umanitaria”
Altamente raccomandabile.
Per la Siria
Chi dice umanità cerca di ingannarti
“Le moderne “democrazie” ufficialmente non fanno più la guerra a nessuno. La guerra, questo “orrore assoluto” condannato da tutte le parti e con ogni mezzo (politici, preti, cultura, scuola, musica, cinema ecc.), sembra una cosa arcaica, confinata nel passato, come se la Seconda guerra mondiale – come c’indottrinano i demenziali “libri di testo”- segnasse uno spartiacque tra un mondo “prima” e un mondo “dopo la guerra”, quest’ultimo percepito come quello della “pace perpetua”. E se, com’è constatabile da chiunque, conflitti armati esistono ancora (anzi, ve ne sono sempre di più!), lo si dovrebbe solo al fatto che la “democrazia” non è arrivata dappertutto a portare “pace e bene”… Di questo sofisma sono perfettamente convinti i suoi apologeti sciocchi e autoreferenziali, le marionette che si agitano nel teatrino della “fabbricazione del consenso”; certo di meno i suoi astuti e scaltri pupari… La “pace mondiale” di “un mondo senza guerre” – che non ha niente a che vedere con la Pace interiore con la “P” maiuscola – è difatti un vecchio sogno di costoro, a fini di dominio planetario, e a tale scopo hanno istituito le farisaiche Nazioni Unite (e prima la Società delle Nazioni) con tutte le agenzie collegate che veicolano il medesimo messaggio nei differenti domini dell’esistenza.
Intendiamoci, per attaccare un “nemico” c’è sempre stato bisogno d’individuare qualche buon motivo propagandistico da proporre ai propri sudditi. Ma fino alla Seconda guerra mondiale, però, si trattava ancora di guerra tra Stati, e non di “operazioni di polizia internazionale” (dove un “poliziotto planetario” – democratico – castiga un “gaglioffo”), quindi poteva anche bastare l’aizzamento sciovinistico quale, ad esempio, quello che additava nella “barbarie tedesca” il sacro movente per mandare al macello milioni di esseri umani.”
La “strage di civili”: l’immancabile prologo della “guerra umanitaria”, di Enrico Galoppini continua qui.
Joe Fallisi racconta il suo viaggio in Siria
Si veda anche questo articolo.
Tutte le donne sono regine
(Articolo originalmente apparso sul quotidiano “Rinascita” di sabato 12 Maggio u.s.)
Sono le 10h50m del 3 maggio. Nella hall dell’albergo incontro Ahmed al Rifaele, appena arrivato.
Dice che è esplosa da poco una bomba nel quartiere di Alfahameh, sulla strada per Dar’a… lui, che non dorme all’albergo ma dai suoi genitori, lo ha saputo mentre veniva a trovarci… in quel momento siamo lì solo noi due della comitiva italo-siriana in visita a Damasco… decidiamo di andare subito a vedere. Le forze dell’ordine sono state molto veloci… non c’è più nulla, solo un buco per terra coi bordi bruciacchiati.
Mi spiega che fanno così abitualmente: tolgono al più presto i resti dell’esplosione, per non allarmare la gente e ripristinare la “normalità”. Ma è questo ormai che sta diventando normale, ogni giorno: bombe, stragi, omicidi mirati. Si trattava di un generale dell’esercito. I terroristi avevano messo una carica sotto la sua BMW, sbagliando però i tempi. E’ esplosa prima che salisse, si è salvato. Veniamo poi a sapere che Ismail Haidar, figlio di Ali Haidar, leader dell’ala pro-regime del Partito nazional-sociale siriano (Pssn), mentre dormiva è stato ucciso nei pressi di Masyaf, nel centro della Siria.
Ahmed mi spiega che i datori di lavoro del Qatar, della Turchia, dell’Arabia hanno stabilito un prezziario delle imprese: 50 euro per sparare, idem per un rapimento, 100 per sgozzare, e così via. E mi racconta una storia che risale a un anno fa. Agenti qatarioti contattano a Duma il proprietario di una copisteria e lo finanziano affinché paghi (10 euro a testa) criminali e disoccupati per farli partecipare ai raduni antigovernativi. E’ una massa di gente che si abitua a ricevere quel sussidio quasi quotidiano. Ma nonostante l’impegno, dopo un po’ di mesi il clima cambia e migliora. Allora i finanziamenti stranieri cessano, e il commerciante, a sua volta, non dà più un soldo a nessuno. Inferociti, i manifestanti lo minacciano e gli rapiscono la moglie e i figli. Lui vende casa e negozio, paga il riscatto e fugge coi suoi familiari in Qatar, dove vive tuttora.
La Repubblica siriana è sotto assedio dell’Angloisraeloamerica e degli emiri collaboratori (collaborazionisti). In due modi cercano di destabilizzarla al fine di imporre anche qui un cambio di regime “primaverile”. Da un lato con la disinformazione e il terrorismo, dall’altro con le sanzioni. Il Paese non ha grandi risorse naturali, ed è merito delle misure adottate proprio dal regime se la popolazione gode ancora di conquiste sociali invidiabili: sistema sanitario e istruzione di buono, a volte ottimo livello gratuiti non solo per tutti i cittadini, ma anche per gli ospiti stranieri come i rifugiati palestinesi. Persino più della violenza terroristica quel che può fiaccare il popolo sono le difficoltà economiche crescenti, lo standard di vita che inesorabilmente peggiora giorno dopo giorno. I vampiri dietro l’angolo lo sanno molto bene. Hanno una lunga pratica in materia, Iraq docet.
Venerdì 4 maggio, di mattina, è il giorno della nostra visita alla Moschea degli Omayyadi, la più grande in Siria e una delle più belle del mondo.
Incontreremo lo sceicco Muhammad Sa’id Ramadan al-Buti, Presidente del Congresso Islamico dei Paesi dello Sham.
Il suk è situato di fronte all’ingresso: lo troviamo deserto.
Coloro che c’erano stati, sempre di venerdì, solo qualche mese fa constatano la differenza. Il turismo, una delle fonti principali di introiti per la popolazione, è drasticamente diminuito e tutte le attività commerciali ne risentono. Così pure il valore degli immobili è crollato (mentre le merci costano molto più care). Gli alberghi del centro, come il nostro, una volta straripanti e costosi, ora sono quasi vuoti e con prezzi scesi dai 250 euro per notte di un tempo ai 65 attuali. Continua a leggere
Dalla Siria
Il giorno della festa dei lavoratori del mondo
al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza. Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato. Continua a leggere
Gratta la “Primavera araba”
Stavolta ci sarebbero le prove. Documenti ufficiali, raccolti nel libro “Rivoluzioni S.p.A.” del giornalista Alfredo Macchi (in uscita mercoledì [28 Marzo - ndr] per Alpine Studio Editore e in anteprima su Dagospia), dimostrerebbero per la prima volta come, dietro alle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “Primavera Araba”, ci sia lo zampino degli Stati Uniti, interessati a rovesciare i regimi ostili al libero mercato per imporre la propria influenza economica e mantenere il controllo su una zona ricca di risorse energetiche.
Un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dall’Alliance of Youth Movements, organizzazione creata nel 2008, circa due anni prima della vera e propria esplosione della Primavera Araba, dal Dipartimento di Stato di Washington e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane.
A quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la “Movements.org”, partecipano diversi gruppi di giovani attivisti provenienti da tutto il mondo (fra gli altri: Colombia, ex Birmania, Venezuela), compresi quelli del “Movimento 6 Aprile”, protagonista della rivolta in Egitto. Movements.org, che si prefigge di “aiutare gli attivisti per ottenere un più rilevante impatto sulla scena mondiale”, tramite il suo sito internet offre suggerimenti su come aggirare la censura informatica dei regimi, organizza incontri con esperti di software e corsi per usare al meglio i social network. Apparentemente, tutto questo in nome della democrazia e della libertà di pensiero.
Nella pratica, gli americani hanno capito quale potente strumento possa essere la comunicazione 2.0, e quindi in primis i social network come Twitter, Facebook e YouTube. Strumenti in grado di mobilitare i giovani e, se necessario, di rovesciare un regime. Proprio quello che serviva agli Stati Uniti nel caso della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, dello Yemen, della Siria. Come scrive Macchi, sulla base delle analisi dei centri di ricerca strategica della Casa Bianca, “sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.
Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili”.
Nelle rivolte nei vari paesi, diversi attivisti dell’opposizione sarebbero stati addestrati negli Stati Uniti e in una scuola di Belgrado in particolare alla disobbedienza civile e alle tattiche di azione non violenta, molto simili alle tecniche di guerriglia non armata studiate dalla CIA.
Nei giorni delle proteste vennero diffusi, da Anonymous e da altre ignote fonti, alcuni manuali che spiegavano nel dettaglio ai manifestanti come organizzarsi, cosa indossare, cosa scrivere sui muri, quali bandiere portare. Parallelamente alcuni sceicchi arabi hanno finanziato movimenti e loro uomini tra gli insorti. Nei più difficili scenari sarebbero stati inviati sul posto alcuni esperti combattenti per affiancare i ribelli. Macchi racconta di personaggi che hanno combattuto con i ribelli in Libia ricomparsi dopo alcuni mesi in Siria.
Gli Stati Uniti starebbero in pratica sostenendo i moti di rivolta in alcuni paesi del Medio Oriente per evitare che l’area d’influenza cada nelle mani sbagliate. Una partita tra le grandi Potenze per le risorse strategiche che si gioca sulla testa della popolazione civile che, oppressa, combatte per la propria libertà, mentre in gioco c’è soprattutto la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Americani che, pur di raggiungere il loro scopo, si stanno esponendo al rischio di appoggiare movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, che hanno comunque importanti (e ingombranti) radici integraliste e che non hanno mai nascosto la loro aspirazione al “trionfo dell’egemonia islamica nel mondo”. Lo stesso rischio che si assunsero nell’armare Osama Bin Laden.
Fonte: dagospia.com

















