Non solo Afghanistan

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Dedicato a Re Giorgio II NATOlitano, il quale durante il discorso di reinsediamento pronunciato di fronte al Parlamento, ha dichiarato che coloro i quali criticano le “missioni di pace” compiono un’opera di disinformazione a danno del sacrificio dei militari italiani.

Certo, quella afghana è sicuramente la “missione di pace” più nota al grande pubblico, e anche la più dispendiosa sia in termini finanziari che per impiego di mezzi e uomini da parte delle Forze Armate della Repubblica italiana delle Banane. Ma, almeno per questa, ora si assiste a un minimo di opposizione politica.
Cercando fra le pieghe del cosiddetto “decreto missioni”, e del suo stanziamento di ben 935 milioni di euro a copertura degli impegni assunti fino al 30 Settembre 2013, capita di imbattersi in voci di spesa veramente imbarazzanti.
Ad esempio, all’art. 1 comma 11, i quasi 34 milioni di euro per la partecipazione alle operazioni “per il contrasto della pirateria”, quella dell’Unione Europea denominata Atalanta e quella della NATO detta Ocean Shield, attività la cui duplicazione pone diversi dubbi in merito alla loro reale efficacia e alla corrispondenza degli obiettivi con quelli pubblicamente dichiarati.
Lascia poi sbalorditi l’importo di oltre 143 milioni di euro stanziati “per la stipulazione di contratti di assicurazione e trasporto di durata annuale e per la realizzazione di infrastrutture, relativi alle missioni internazionali del presente decreto” (comma 18).
Il comma 27 ci rende edotti che “il mantenimento del dispositivo info-operativo dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE) a protezione del personale delle Forze Armate impiegato nelle missioni internazionali” -l’apparato di intelligence, insomma- ci costerà 10 milioni di euro.
Totalmente oscure risultano, invece, le finalità della “spesa di euro 16.257.366 per la prosecuzione degli interventi operativi di emergenza e di sicurezza destinati alla tutela dei cittadini e degli interessi italiani situati nei territori bellici, nelle aree ad alto rischio e nei Paesi di conflitto e post-conflitto” (art. 6, comma 10). Trattasi per caso di ulteriori fondi per le attività svolte dai servizi segreti tricolori in giro per il mondo?
Infine, riguardo al suddetto Afghanistan, oltre ai quasi 427 milioni stanziati per il personale militare (art. 1, comma 1), vanno aggiunti 5.635.000 euro “per interventi urgenti o acquisti e lavori da eseguire in economia, anche in deroga alle disposizioni di contabilità generale dello Stato, disposti nei casi di necessità e urgenza dai comandanti dei contingenti militari”, quindi con notevole margine di discrezionalità (art. 1, comma 19), nonché un’ulteriore spesa di 1.450.000 euro “per assicurare la partecipazione finanziaria italiana al Fondo fiduciario della NATO destinato al sostegno dell’esercito nazionale afghano” (art. 6, comma 4).
E, tanto per concludere in bellezza, non si è mancato di riservare qualche spicciolo, 400.000 euro (art. 6, comma 16), pure alla funzionalità del Comitato Atlantico Italiano, “un ciarpame inutile” di “comitati [che] non hanno mai neppure svolto il loro teorico ruolo istituzionale di fare informazione, pubblicità e lobbyng per conto dell’Alleanza”, come commentava acutamente un lettore.
Ma l’attività sulla quale vogliamo appuntare la nostra attenzione è la “Missione Addestrativa Italiana” a Gibuti (acronimo MIADIT), che lo scorso 15 Aprile ha ricevuto la visita del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli.
Egli, dopo aver incontrato i 32 istruttori dell’Arma dei Carabinieri diretti dal Tenente Colonnello Guido Ruggeri, ha assistito a una dimostrazione pratica di “Close Protection”, “investigazioni sulla scena del crimine” e “controllo della folla”, effettuata dai 200 poliziotti somali frequentatori del corso che l’indomani sono ritornati in patria al termine del ciclo addestrativo.
Si tratta di quella Somalia che il sito dell’Arma pudicamente definisce un “Paese che vive un periodo storico di forte destabilizzazione politico-sociale dovuta alla continua azione di numerose e violente bande criminali”. Ma della quale sarebbe più appropriato parlare nei termini di vittima di una vera e propria guerra civile di durata più che ventennale, con l’importante e decisivo apporto di attori esterni a cominciare dagli Stati Uniti, e meta privilegiata del traffico internazionale di rifiuti tossici, le cui devastazioni sono di ardua quantificazione.
La MIADIT – apprendiamo ancora dal sito della Benemerita – costituisce il ritorno di un contingente di Carabinieri nel continente africano, “dopo la precedente esperienza della missione IBIS a Mogadiscio”, davvero poco fortunata aggiungiamo noi.
Il corso, della durata di 12 settimane, è stato appositamente strutturato sulla base delle specificità delle forze di sicurezza somale. E, per la prima volta nella storia dell’Arma, erano presenti anche due donne Carabinieri, un ufficiale e un maresciallo, che hanno seguito direttamente 17 allieve poliziotte somale.
Come avete potuto vedere con i vostri occhi.
Federico Roberti

Un obiettivo strategico comune

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“Il Movimento No MUOS s’interroga intanto su come rilanciare la lotta contro l’installazione del nuovo sistema di guerra planetario USA, consapevole che i giri di valzer e le ipocrisie del governo continuano anche per sfiancare le proteste e rafforzare i dispositivi di repressione. Per superare l’empasse e imporre il cambio di rotta sul MUOS è necessario che il Parlamento, prima possibile, si pronunci apertamente sul sistema satellitare e approvi una mozione che dica chiaramente “No” alla sua installazione nel territorio italiano, vincolando l’esecutivo a revocare tutte le autorizzazioni alle forze armate statunitensi. Un pronunciamento dal rilevante valore storico che consentirebbe di riaprire il dibattito politico generale sulla presenza delle installazioni militari USA e NATO in Italia e sulla loro chiara incostituzionalità.
Non a caso per lanciare la campagna di primavera No MUOS è stata scelta la data simbolica del 25 Aprile, giornata di Liberazione dalle basi di guerra. Il Presidio permanente di contrada Ulmo sarà la sede-laboratorio di dibattiti, iniziative ecologiche, artistiche e culturali per valorizzare la riserva orientata protetta, praticare e socializzare il rispetto di un ambiente unico nel Mediterraneo e rendere permanente la mobilitazione popolare contro la militarizzazione e i conflitti che insanguinano il pianeta. La partita è apertissima a condizione di mantenere la massima unità attorno agli obiettivi strategici comuni.”

Da Le bugie del governo Monti sul MUOS di Niscemi, di Antonio Mazzeo.

Benvenuta opposizione!

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Il testo integrale della mozione depositata dal Movimento 5 Stelle presso la Camera dei Deputati, venerdì 12 Aprile, a sostegno del rientro immediato del contingente militare italiano dall’Afghanistan.

“La Camera,
premesso che:

- con i suoi 12 anni di coinvolgimento diretto del nostro Paese, la guerra in Afghanistan risulta essere più duratura rispetto a quelle che hanno caratterizzato il ’900;
- esportare la democrazia utilizzando la forza militare è una contraddizione in termini;
- il modello politico, sociale e di sviluppo occidentale non è un valore universale;
- l’art.1 dello Statuto delle Nazioni Unite, l’art.1 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e l’Atto Finale di Helsinki del 1975 sanciscono che l’autodeterminazione dei popoli è un diritto universale che permette a ogni popolazione di decidere liberamente il proprio statuto politico senza ingerenza esterna;
- il nostro Paese è intervenuto per contrastare il terrorismo internazionale e per tutelare i diritti umani ma storicamente la guerra si è dimostrata la negazione degli stessi;
- un altro obiettivo che si voleva raggiungere con l’intervento era contrastare la produzione di oppio, obiettivo fallito dato che sotto il regime talebano la stessa produzione era calata drasticamente per poi tornare a livelli preoccupanti solo successivamente all’intervento (oggi l’Afghanistan, con oltre il 90% della produzione, è il principale produttore di oppio al mondo);
- la situazione sanitaria in Afghanistan resta drammatica nonostante ONG e associazioni italiane operino nel pieno rispetto dei principi umanitari grazie a generosi contributi del popolo italiano;
- lo svolgimento delle attività economiche è reso difficile dalla guerra in atto;
- nonostante i buoni risultati ottenuti dalla campagna di alfabetizzazione delle forze ANP (polizia afghana), il numero di violazioni dei diritti umani perpetrati dalle stesse resta significativo.
- occorre prendere atto che la guerra è persa e che gran parte del territorio afghano è sotto controllo dei talebani e di altri gruppi armati non governativi;
- gli stessi USA stanno pensando a una exit-strategy non potendo più sostenere i costi di tale operazione militare specie in uno scenario di crisi economica globale;
- in questa guerra, dipinta come missione di pace, hanno perso la vita 52 nostri soldati e oltre 70.000 civili afgani, molti dei quali uccisi dai bombardamenti NATO ed è costata finora ai cittadini italiani oltre 4,5 miliardi di euro, denaro che sarebbe stato opportuno usare diversamente, ad esempio, per sostenere le PMI, l’istruzione o la sanità pubblica;
- l’art.11 della Costituzione Italiana dichiara che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;

impegna il Governo a elaborare e comunicare con chiarezza al popolo italiano un piano di rientro immediato del nostro contingente militare dall’Afghanistan;
alla costruzione della pace e dello sviluppo economico e sociale, a promuovere la tutela dei diritti umani e a migliorare la condizione delle donne e della società civile;
a un controllo diretto e mirato del sostegno economico italiano sia per i finanziamenti bilaterali che tramite accordi con la UE e con la NATO.”

L’Avana, 30 Novembre 1996

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La risoluzione finale adottata dalla Conferenza Internazionale sulle Basi Militari Straniere riunita a L’Avana dal 28 al 30 Novembre 1996.

Nell’attuale fase storica in cui la globalizzazione, la multinazionalizzazione, il neocolonialismo e l’egemonismo politico e militare dominano il mondo, le basi militari straniere continuano ad essere una piaga per l’umanità.
Rilevare che nel mondo attuale ci sono circa 2.000 basi militari straniere è già di per sé una cosa significativa e assai grave, ma ancor più grave diventa se si considera che cosa queste basi rappresentano e le dimensioni che hanno raggiunto. Perché si tratta di basi a partire dalle quali vengono organizzate operazioni e manovre dirette a volte contro gli stessi paesi che le ospitano; centri che dispongono di forze di rapido impiego per il coordinamento, il controllo, l’addestramento di unità militari; impianti destinati allo spionaggio e all’ascolto delle trasmissioni radio; complessi di servizi tecnici per l’intercettazione delle radiocomunicazioni segrete di altri paesi, ecc..
In un centro di questo tipo, creato dagli Stati Uniti a Fort Gulick, nella zona del canale di Panama, qualcosa come 300.000 militari sudamericani hanno ricevuto lezioni teorico-pratiche su metodi di tortura, disinformazione, esecuzione extragiudiziali, intimidazioni e assassinii. Le basi hanno anche un ruolo importante per le attività collegate dei servizi segreti, per i traffici di armamenti e per le operazioni di controllo e acquisizione di informazioni, i sistemi di supervisione e rilevamento, le tecnologie convenzionali e nucleari, i centri di spionaggio.
Le basi vanno inquadrate nella loro dimensione storica: esse sono il prodotto del colonialismo passato ed attuale e del neocolonialismo; basta ricordare le leggi obiettive dello sviluppo economico per ritrovare la loro presenza e gli interessi da cui sono generate.
Le basi dipendono sempre da centri di manipolazione superiore. Così gli Stati Uniti dispongono di quella che viene chiamata la Base Militare Principale che è sede di forze ragguardevoli raggruppate in sei comandi unificati: Comando Europeo (Germania), Comando Atlantico (Norfolk, Virginia), Comando Pacifico (Honolulu, Hawaii), Comando Centrale (Stati Uniti), Comando Readiness (Stati Uniti), Comando Sud (Panama).
Le basi militari si sono moltiplicate dappertutto a presidio di un determinato sistema politico mondiale. L’area Asia-Pacifico offre una sintesi dell’ottica nordamericana per il secolo XXI, in cui quest’area è definita “di importanza essenziale”. Con la guerra fredda gli Stati Uniti avevano 350.000 soldati in Europa e 140.000 in Asia. Adesso ne hanno 100.000 in Europa e altrettanti in Asia, per la maggior rilevanza dei loro interessi in quella che con il Pacifico considerano l’area più dinamica del mondo. Questa è la ragione di una presenza massiccia che si traduce nelle basi USA in Giappone, Corea del sud, Guam, l’Atollo Johnson, le isole Miwy, le Marshall, l’isola di Wake, la Samoa americana, le Filippine, la Tailandia, l’isola di Diego Garcia. Continua a leggere

Alla ricerca del partito di opposizione

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“Il M5S non pare essere né di destra né di sinistra. Del resto, ormai  destra e sinistra sono due facce della stessa medaglia. Vi sono delle differenze, ma non sono molto importanti. D’altra parte, anche se il M5S non è un movimento fascista o meglio neo-fascista, è pur vero che Grillo non ha precise “radici ideologiche” e che per questo molti osservatori ritengono che il M5S sia un movimento “demagogico”  e “populista”. Tuttavia, Grillo e molti dei suoi sostenitori sono contro la speculazione finanziaria, contro la presenza di basi militari della NATO e contro le missioni militari italiane all’estero. E Grillo ha avuto pure il coraggio di criticare Israele e di difendere le ragioni dell’Iran. Sicché solo se queste posizioni saranno a fondamento della visione e della prassi politica del M5S, questo nuovo movimento potrà essere un vero e proprio partito di opposizione.”

Dall’Intervista a Fabio Falchi sul Movimento Cinque Stelle.

Tutte le limitazioni dell’F-35

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“Oltre a quella fra sviluppo e produzione in serie, che ne ha complicato oltremodo lo svolgimento, il programma F-35 comincia a soffrire anche di una “concurrency” tra sviluppo e addestramento. Si tratta della sovrapposizione temporale fra la fase di sperimentazione e verifica del nuovo velivolo da combattimento e delle sue reali capacità, irta di ostacoli e comunque ancora lontana dalla conclusione, e quella della formazione di piloti e specialisti, partita a gennaio dopo un laborioso “rodaggio” di oltre due anni sulla Eglin Air Force Base, dove l’Integrated Training Center (ITC) prevede di brevettarne rispettivamente 72 e 711 entro dicembre. A confermare il problema è un nuovo rapporto inviato il 15 febbraio al Congresso e alle forze armate da Michael Gilmore, responsabile dell’Operational Test and Evaluation del Pentagono, lo stesso che all’inizio dell’anno aveva denunciato una serie di preoccupanti malfunzionamenti del nuovo aereo d’attacco di Lockheed Martin. Esaminata la valutazione del “sistema” velivolo/apparato logistico fatta in autunno dall’Air Force in preparazione all’addestramento, l’OTE è giunto alla conclusione che a causa della generale immaturità di quel sistema, “le restrizioni nelle operazioni di volo a questo stadio dello sviluppo, limitano in maniera sostanziale l’utilità dell’addestramento”.
(…)
Dal canto suo il direttore dell’OTE nel rapporto ha dettagliato tutte le limitazioni cui gli allievi piloti di F-35 (per ora tutti provenienti dalle linee operative, prima che nel 2014 l’ITC possa iniziare l’addestramento di piloti “inexperienced”) dovranno sottostare nell’effettuare il passaggio sul nuovo caccia. L’elenco, abbastanza impressionante, dà una prima conferma del fatto che a causa di questa “doppia concurrency”, anche la fase di training del programma Joint Strike Fighter sarà particolarmente travagliata, quantomeno nei tempi e nelle modalità.
Ma ecco tutte le “proibizioni” alle quali sono sottoposte le operazioni di volo a Eglin:
1) Effettuare sotto i 20.000 piedi (6.000 metri) discese a ratei maggiori di 6.000 piedi al minuto (30,48 metri a secondo), in attesa che venga riprogettato il sistema di gestione dei gas residui nei serbatoi.
2) Volare a più di Mach 0.9 (l’F-35 può arrivare a 1.6).
3) Assumere angoli d’attacco non superiori a -5/+18 gradi (il limite massimo è +50, valore al quale peraltro la perdita di energia dell’F-35 è recuperabile solo in tempi lunghi).
4) Manovrare a non più di -1/+5 g (il limite di progetto è 9 g).
5) Decollare e atterrare in formazione.
6) Volare di notte o con cattivo tempo.
7) Impiegare armamento reale o simulato.
8) Imprimere impulsi rapidi alla cloche e alla pedaliera;
9) Manovrare per l’ingaggio di bersagli sia nell’aria-aria che nell’aria-suolo.
10) Rifornirsi in volo.
11) Volare entro 25 miglia nautiche di distanza dai fulmini.
12) Usare le contromisure elettroniche.
13) Aprire i portelloni dei vani bombe in volo.
14) Usare sistemi di anti-jamming, secure communications o data-link.
15) Usare l’apparato di puntamento elettro-ottico.
16) Usare il sistema di scoperta dei bersagli EO-DAS.
17) Usare il sistema IFF (identificazione amico-nemico).
18) Usare l’Helmet Mounted Display come sistema primario di condotta del velivolo.
19) Usare i “mode” aria-aria e aria-suolo del radar per l’attacco elettronico, la ricerca di bersagli in mare, di bersagli mobili sul terreno e il combattimento aria-aria ravvicinato.
(…)”

Da F-35: per il Pentagono è inutile addestrare oggi i piloti, di Silvio Lora Lamia.

[Dello stesso autore: I conti “impazziti” del Joint Strike Fighter]

Occorre una nuova politica estera

elezioniMediterraneo, ponte di guerra

«I molti, troppi morti senza nome che il nostro Mediterraneo custodisce»: li ha ricordati a Montecitorio Laura Boldrini riferendosi al dramma dei profughi. Il Mediterraneo, ha detto, «dovrà sempre più diventare un ponte verso altri luoghi, altre culture, altre religioni».
Finora però il Mediterraneo è stato sempre più un ponte di guerra. Partendo dalle basi in Italia, la NATO ha demolito lo stato libico, provocando la disgregazione del paese. Lo stesso sta facendo con la Siria, che cerca di demolire con forze infiltrate e metodi «terroristici», provocando altre vittime e ondate di profughi. Non basta quindi «un parlamento largamente rinnovato». Occorre una nuova politica estera. Quella italiana, indipendentemente dal colore dei governi, segue invece sempre la stessa rotta. Il governo Monti, nei suoi ultimi giorni, sta infatti compiendo importanti atti di politica estera che passeranno nelle mani del futuro governo. In una serie di incontri a Washington l’11-12 marzo, la Farnesina ha assicurato l’adesione dell’Italia all’«accordo di libero scambio USA-UE», ossia alla «NATO economica». In un seminario internazionale, il 14 marzo a Roma, si è stabilito il contributo dell’Italia a «una Difesa europea più forte», che il Consiglio europeo deciderà a dicembre per «favorire il soddisfacimento delle esigenze dell’Alleanza atlantica». Solo per l’acquisto di armamenti, prevede una ricerca pubblicata a New York, l’Italia spenderà nel 2012-17 oltre 31 miliardi di dollari. Negli stessi giorni, il ministro degli esteri Terzi si è recato in Israele per una serie di incontri e per partecipare alla conferenza internazionale di Herzliya sulla «sicurezza del Medio Oriente». Sulla Siria, l’Italia si impegna ad «accrescere le misure e gli equipaggiamenti che permettono alle forze sul terreno di proteggere la popolazione dagli attacchi inauditi dell’aviazione siriana» (non a caso mentre gli USA stanno per ufficializzare, dopo Francia e Gran Bretagna, la fornitura di armi ai «ribelli»). L’Italia rafforza anche il suo impegno contro «i rischi di un Iran nucleare per la sicurezza globale»: a Herzliya si è parlato del momento in cui si dovrà passare «dalla diplomazia alla spada». Queste e altre iniziative della Farnesina ricevono il consenso o il silenzio-assenso dell’intero arco politico. Il comune di Milano partecipa all’unanimità alla marcia internazionale di «solidarietà al popolo siriano» perché, dice il sindaco Pisapia, «è tempo di uscire dal silenzio». Ossia sostenere apertamente la destabilizzazione della Siria, che le potenze occidentali attuano per fini strategici ed economici. E quando il governo Monti, violando gli impegni e compromettendo le relazioni tra i due paesi, non rimanda in India i marò che hanno ucciso i pescatori, la presidente della commissione pace del Comune di Firenze, Susanna Agostini (PD), esulta perché l’Italia ha assunto una «posizione da protagonista».
Manlio Dinucci

Fonte

30 Marzo a Niscemi

eorasmantelliamole46antenneIl 15 febbraio scorso, il console degli Stati Uniti d’America a Napoli ha reso nota la decisione delle autorità militari statunitensi di “sospendere” il trasporto di materiali e operai nel cantiere di contrada Ulmo dove è in corso l’installazione di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina USA. Se si è però pervenuti finalmente al blocco dei lavori, richiesto unanimemente dalla popolazione siciliana e da decine di enti locali, da quattro consigli provinciali e dall’Assemblea regionale siciliana, è solo perché centinaia di donne, giovani e attivisti No MUOS hanno messo in atto per più di tre mesi la “revoca dal basso”, impedendo con i propri corpi che si portasse a conclusione il progetto di guerra globale e di devastazione del territorio ignorando colpevolmente i gravi danni arrecati alla salute ed all’ambiente.
L’azione concreta e diretta di blocco dei lavori da parte dei Comitati resterà ancora la pratica fondamentale di opposizione al MUOS, accanto alle cento iniziative di mobilitazione e solidarietà che si svilupperanno in tutto il territorio italiano. E questo sino a quando il nuovo Governo e il Parlamento eletto a fine febbraio, prendendo atto della volontà popolare, non deliberino l’annullamento di ogni autorizzazione all’installazione in Sicilia del nuovo progetto di morte, imponendo contestualmente alla Marina militare USA di smantellare i tralicci e le infrastrutture MUOS già realizzati in dispregio delle normative ambientali e paesaggistiche relative alla riserva naturale orientata “Sughereta” di Niscemi.
Ribadiamo ancora una volta che il MUOS è uno degli strumenti chiave per assicurare il funzionamento dei sistemi di guerra di distruzione di massa, ad uso esclusivo delle forze armate USA. Esso s’inquadra nel vasto programma di militarizzazione del territorio siciliano che vede in particolare la trasformazione della stazione aeronavale di Sigonella in “capitale mondiale” dei droni, i famigerati velivoli senza pilota che USA, NATO e forze armate italiane utilizzano quotidianamente negli scenari di guerra africani e mediorientali per uccidere a distanza, impunemente e indiscriminatamente. Si tratta altresì di un impianto assai nocivo per la salute dei siciliani; nel breve e medio periodo l’esposizione alle sue microonde provocherà gravissime patologie: tumori di vario tipo quali leucemie infantili, melanomi, linfomi; infarti, malformazioni fetali, sterilità, aborti, mutazioni del sistema immunitario. Esso grava inoltre su un territorio già devastato dal petrolchimico di Gela e dalle 46 antenne della base della marina militare USA NRTF, operanti anch’esse all’interno della Sughereta, le cui emissioni elettromagnetiche violano sistematicamente, dal 1991, i limiti previsti dalla legge.
Il MUOS è capace di interferire con le strumentazioni tecnologiche dei voli civili sull’aeroporto di Fontanarossa (già sottoposto a servitù militare dalla vicina base di Sigonella); è verosimilmente la causa della mancata apertura dell’aeroporto di Comiso; è un ingombrante ostacolo per il rilancio dell’economia territoriale; è, soprattutto, uno strumento di guerra e di morte.

Noi, Coordinamento regionale dei Comitati NO MUOS:
vogliamo che si revochi immediatamente l’installazione del MUOS e che si smantellino le 46 antenne NRTF;
vogliamo la smilitarizzazione della base americana di Sigonella, da riconvertire in aeroporto civile internazionale;
vogliamo che il governo, che taglia le spese sociali aumentando ogni genere di tasse e imposte per salvare il capitale finanziario e il debito delle banche, tagli invece le spese militari;
vogliamo che la Sicilia sia una culla di pace al centro di un Mediterraneo mare di incontro, di convivenza e di cooperazione tra i popoli.

Facciamo appello per una grande manifestazione nazionale su questi temi da tenersi a Niscemi sabato 30 Marzo con concentramento alle ore 14,30 presso SP10 (Niscemi-Caltagirone) Contrada Apa, da dove un corteo sfilerà fino all’ingresso principale della base americana MUOS e NRTF.
In serata ore 19,30 corteo in città con concerto ed interventi.

Per adesioni e contatti nomuos.info.

L’Italia “occupata”

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La sovranità militare italiana e le basi USA-NATO

L’Italia è un paese sovrano?
Secondo una famosa definizione di Carl Schmitt “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Il nostro paese è in condizione di farlo?
Più di cento basi militari sul nostro territorio sotto l’usbergo degli Stati Uniti e/o della NATO, costituita al tempo della Guerra Fredda e oggi inutile in quanto non esistono più i blocchi che dividevano l’Europa dell’Ovest da quella dell’Est, stanno a dimostrare che la risposta è no. L’Italia non è in condizione di elaborare una politica estera autonoma, non è neppure in grado di far rispettare i trattati internazionali; l’episodio del Cermis, quello della base Dal Molin di Vicenza, sono soltanto alcuni esempi.
Questo libro vuol mettere dunque il dito nella piaga: senza un’autentica sovranità il paese diventa un fantoccio nelle mani delle grandi potenze e ciò vale in politica estera così come in politica interna.
Una realtà da conoscere, per avviare un dibattito civile che ancor oggi latita.

Di Alessandro Bedini, con presentazione di Franco Cardini.
Edizioni Il Cerchio, pagine 102, € 15.

L’ultimo dei pataccati

Us_legion_of_merit_officerE’ il destino dei Capi di Stato Maggiore, non ultimo l’attuale ministro della Difesa Giampaolo Di Paola.
Al generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, è stata conferita la “Legion of merit”, una delle massime decorazioni delle forze armate americane. A consegnare l’onorificenza, a nome del presidente Barack Obama, sarà lunedì prossimo il comandante dell’Esercito USA in Europa, il generale Donald M. Campbell.
Nella motivazione della decorazione si legge, tra l’altro, che il generale Graziano ha “introdotto nell’Esercito Italiano un cambio istituzionale, dinamico e strutturale che ha potenziato le capacità di intervento internazionale”. Inoltre, “la profonda consapevolezza del generale Graziano della continua esigenza di interoperabilità, preparazione delle missioni e supporto alle forze americane basate in Italia da parte dell’Esercito Italiano porterà fondamentalmente un positivo impatto sugli Stati Uniti, sulla NATO e sull’Italia”.
Non a caso, l’Italia è citata per ultima. Pare però che essa sia al centro dei pensieri dell’ufficiale neopataccato, il quale coltiva un’idea semplice e rivoluzionaria: sostituire le attuali 450 caserme con sole 15 basi, strutture moderne a ridosso dei poligoni per l’addestramento.
Alle prime sarebbe riservata la dismissione, calcolando un introito poco realistico se si pensa che le aste vanno regolarmente deserte, e che i palazzinari di turno non hanno fretta di aspettare che il cadavere dello Stato ultraindebitato passi nelle vicinanze.
Le seconde dovrebbero invece ospitare buona parte dei 90.000 militari che Graziano prevede di ruolo fra una decina di anni, con un taglio di circa 22.000 effettivi dovuto alla “spending review”, e con una quota non ben definibile di “meno giovani” trasferita presso altre amministrazioni dello Stato.
Le forze operative -al netto di quelli fatti transitare nelle mansioni civili del ministero della Difesa, in similitudine a quanto avviene al Pentagono…- sarebbero di 65.000 unità, di cui 40.000 giovani “idonei all’impiego”, addestrati alle “missioni di oggi e di domani”.
Ad esempio quella in Afghanistan, nell’ambito della quale lo scorso 10 gennaio il generale Graziano si trovava a salutare il personale del NATO Rapid Deployable Corps di Solbiate Olona, in partenza per Kabul.
Ecco perché Claudio Graziano piace tanto al di là dell’Atlantico.
Federico Roberti

I conti impazziti dell’F-35

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“La fabbrica degli F-35 a Cameri? Sarà una cattedrale nel deserto”

Una specie di cattedrale nel deserto, costata finora la bellezza di 796 milioni 540 mila euro di denaro pubblico, e decisamente troppo grande, tanto che pare destinata a funzionare, se non per sempre almeno per molti anni, a non più del 15-30 per cento della sua capacità produttiva. È il ritratto dello stabilimento Faco di Cameri tracciato dal giornalista specializzato in questioni aeronautiche Silvio Lora Lamia, probabilmente il maggior esperto italiano indipendente del progetto F-35, cioè estraneo agli apparati militari ed industriali. In un lungo e documentatissimo articolo di 17 pagine dal titolo «I conti “impazziti” del Joint Strike Fighter», apparso sul numero di gennaio del magazine on-line «Analisi difesa», tra l’altro si esaminano cifre alla mano le prospettive del «Final assembly and check-out» (Faco), ovvero gli enormi capannoni costruiti a partire dal 2010 nel complesso della base militare novarese ed ormai completati.
«A Cameri, tanto fra gli uomini dell’Aeronautica militare quanto fra il personale civile dell’industria – rivela Lora Lamia – c’è la sensazione che sia stato fatto il passo più lungo della gamba, ossia che lo stabilimento sia sovradimensionato. O perlomeno che lo sarà per un bel po’». L’impianto avrà un duplice ruolo: da una parte l’assemblaggio completo degli F-35 destinati all’Italia (90) e, salvo ripensamenti tutt’altro che improbabili, all’Olanda (68 previsti in origine, ma verosimilmente non saranno più di 50), dall’altra la fabbricazione di una parte di ali e tronconi di fusoliera dei velivoli destinati agli Stati Uniti (all’inizio dovevano essere 1250, al momento quelle sicure sono solo 100, ma c’è un impegno generico ad arrivare a 800).
L’assemblaggio dei caccia prenderà il via all’inizio dell’estate prossima per arrivare a consegnare nel 2015 all’Aeronautica militare il primo dei tre F35A a decollo ed atterraggio convenzionale finora ordinati. Ad ottobre è arrivato a Cameri un simulacro-dima della fusoliera per la calibratura degli scali di montaggio. Tra il 2015 e il 2019 è prevista la consegna di 26 aerei, di cui 19 della versione A e 7 della versione B (a decollo corto ed atterraggio verticale), destinata inizialmente alla Marina per la portaerei Cavour.
Lora Lamia calcola una «cadenza annuale media di produzione a Cameri nel periodo 2015-2019 di 9,3 aerei all’anno e nel periodo 2020-2027 di 8 aerei all’anno, a fronte di una capacità a regime di 24 aerei all’anno». Si viaggerà quindi a circa un terzo delle potenzialità dell’impianto.
E per le ali andrà ancora peggio. Alla fine di dicembre ne risultavano completate quattro e mezza. «Cento ali in 6-7 anni – calcola ancora il giornalista fanno 15,3 all’anno, contro una capacità a regime, dichiarata da Alenia nel marzo 2012, di 96 ali all’anno. Veramente troppo poco per gli immensi capannoni di Cameri, dove oggi lavorano solo 140 fra tecnici, operai e impiegati provenienti in gran parte dagli stabilimenti di Caselle, dove il lavoro cala».
Claudio Bressani

Fonte

La “materia oscura” del Salto di Quirra

materia oscuraBerlino – L’anno scorso la grande affermazione dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani che con “Cesare deve morire” conquistarono l’Orso d’Oro. Quest’anno poca Italia invece al festival di Berlino in programma dal 7 al 17 febbraio, con nessun film in concorso.
A rappresentare il cinema italiano – a parte Giuseppe Tornatore inserito con “La migliore offerta” nella categoria Berlinale Special – ci saranno però Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, duo specializzato nella realizzazione di documentari. Il loro ultimo lavoro, “Materia oscura”, è stato selezionato nella sempre ricca e interessante sezione Forum del festival.
Al quarto documentario, la coppia di autori ha portato la macchina da presa in Sardegna. Lo spazio scelto è il Poligono Sperimentale del Salto di Quirra dove per oltre cinquanta anni i governi di tutto il mondo hanno testato “armi nuove” e il governo italiano ha fatto brillare i vecchi arsenali militari compromettendo il territorio. La telecamera dei registi si addentra in questo territorio mostrandone la silenziosa quotidianità.
Un altro non luogo scelto da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti dopo “Il Castello”, documentario dove la macchina da presa mostrava l’area aeroportuale di Malpensa interrogandosi sul sottile equilibrio tra controllori e controllati. Un’opera selezionata in tantissimi festival internazionali e che ha ottenuto diversi riconoscimenti come con il Premio Speciale della Giuria Italiana.doc al Torino Film Festival. «Fin da quando siamo venuti a conoscenza del Poligono Sperimentale del Salto di Quirra, ci siamo resi conto che era necessario raccontarlo» si legge sul sito cineblog.it che riporta le note di regia sul film prodotto da Montmorency Film in collaborazione con Rai Cinema, con il sostegno del Media Programme of European Union e dell’Associazione Corso Salani.
“Materia oscura” racconta, secondo le intenzioni degli autori rimasti a lungo nella zona per poter meglio portare a termine il loro lavoro, un luogo di guerra in tempo di pace. Attorno al poligono sperimentale nel sud-est della Sardegna si intrecciano un’indagine giudiziaria, un servizio fotografico, la vita di un paese e quella di due pastori: «Un film sulla devastante convivenza tra gli elementi della natura – uomini compresi – e la “fabbrica della guerra».
(…)
Fabio Canessa

Fonte

[Sul procedimento giudiziario in corso presso il Tribunale di Lanusei]

Uno su mille

lehner“Signor Presidente, a proposito di questo disegno di legge, sono costretto a dichiarare il mio assoluto dissenso. A me piace una semantica diretta e non truffaldina.
Noi qui parliamo di missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, niente meno, per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione.
Direi che dovremmo avere perlomeno il coraggio intellettuale di dire che questa è una forma moderna di imperialismo, di classico imperialismo occidentale collegato al capitalismo finanziario che in questi anni ci ha fatto sentire il suo polso pesante, e con una caratteristica anche comica, perché è un imperialismo per conto terzi, non è un nostro imperialismo. Noi che abbiamo bombardato la Libia per conto terzi, adesso andiamo a finanziare sovvenzioni e aiuti al povero esercito libico. Credo che dovremmo dire «no» a questo imperialismo un po’ «straccione», come è tipico della nostra storia.”

Dichiarazione di voto dell’onorevole Giancarlo Lehner in merito al disegno di legge S. 3653 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2012, n. 227, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati lo scorso 22 Gennaio.
Si tratta di uno degli ultimi atti dell’assemblea parlamentare, sciolta in vista delle prossime elezioni. Un’assemblea che dal 2008, tranne pochissime eccezioni che abbiamo segnalato nel tempo – ad esempio, quella di Oskar Peterlini – non ha mai mancato di dare il proprio appoggio alle “missioni di pace” a guida USA/NATO, nonostante i costi esorbitanti che tali missioni comportano all’Italia.
E che anche in quest’occasione non si è fatta scrupolo di stanziare altri 935 milioni di euro, per i prossimi nove mesi fino al 30 Settembre 2013.

16.1.2013 – fiaccolata a Vicenza

16 1 2013 fiaccolata vi

Mercoledì 16 gennaio alle 20.30 dal Presidio NoDalMolin FIACCOLATA. Ci sono un’infinità di buone ragioni per tornare in piazza ancora una volta. Ne abbiamo elencate 10.

1. Il 16 gennaio di sei anni fa il Presidente del Consiglio Romano Prodi – dall’estero – aveva la faccia tosta di dare il proprio consenso al progetto statunitense al DalMolin, nonostante l’espressa contrarietà di gran parte della comunità locale. E noi non ce li vogliamo dimenticare coloro che hanno permesso la devastazione del territorio vicentino.

2. Il 16 gennaio di sei anni fa migliaia di persone, appena due ore dopo l’annuncio di Romano Prodi, scendevano in piazza riempendo le strade del centro storico e occupando i binari della stazione. Noi, sei anni dopo, non abbiamo cambiato idea e non vogliamo chiudere in casa la nostra dignità.

3. Nel 2013 è prevista l’inaugurazione della nuova base militare, ormai quasi ultimata. Averla costruita non significa aver risolto i nodi posti dai vicentini sei anni fa. Il primo: non vogliamo essere complici della guerra. Nemmeno oggi.

4. Nel 2010 l’alluvione ha sconvolto Vicenza. Da allora, a ogni pioggia intensa la città vive nel terrore di essere inondata, e le zone intorno al Dal Molin sono quelle più a rischio. Esiste quantomeno una correlazione temporale tra l’avvio del cantiere e l’inizio delle criticità idrauliche del nostro territorio. Vogliamo che siano verificati i danni prodotti dalla nuova base.

5. Il Comune, dopo il licenziamento di Paolo Costa, si è impegnato ad agire in autotutela per verificare la situazione della falda acquifera e dell’equilibrio idrogeologico. Vogliamo che dalle parole nascano azioni concrete. Lo vogliamo subito, perché Vicenza non può aspettare un’altra alluvione per sapere se l’installazione statunitense centra qualcosa con l’alluvione permanente. Il comitato tecnico deve avere, quanto prima, uno spazio di lavoro all’interno del Parco della Pace e gli strumenti necessari per agire.

6. Dopo il Dal Molin, gli statunitensi vogliono costruire nuove strutture a Longare, Site Pluto. La militarizzazione del territorio alimenta se stessa e devasta nuove aree. Vogliamo rompere questo circolo vizioso e guardare al futuro costruendo la riconversione civile.

7. In un periodo di crisi, spendiamo centinaia di milioni di euro per contribuire alla presenza militare statunitense nel nostro territorio. Quei soldi sono nostri: vogliamo che siano destinati al sociale, alla scuola, a chi è senza lavoro.

8. Vicenza è la nostra città. Qui ci abitiamo; qui abbiamo le nostre famiglie, i figli vanno a scuola, abbiamo i nostri amici, le nostre occupazioni; qui passiamo il nostro tempo libero. Noi non ci rassegniamo a vivere in una città militarizzata, con soldati che si allenano per strada e basi che mettono a rischio la salute e la sicurezza.

9. In questi anni abbiamo detto democrazia e ci hanno risposto imposizione. Il fatto che abbiano fatto la voce grossa non è un buon motivo per tacere.

10. Siamo NoDalMolin, vogliamo continuare a esserlo: la nostra terra, la nostra vita, il nostro futuro, sono tutti fatti nostri.

Fonte

L’assolato avamposto di Camp Lemonnier

Una base statunitense isolata al centro di operazioni segrete
di Craig Whitlock

Gibuti Città (Gibuti) – Notte e dì, circa 16 volte al giorno, i droni decollano o atterrano qui, a una base militare statunitense, lo snodo per le guerre antiterrorismo dell’amministrazione Obama nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
Alcuni degli aeroplani senza pilota sono destinati alla Somalia, lo Stato imploso il cui confine si trova proprio 10 miglia a sud-est. La maggior parte dei droni armati, comunque, fanno rotta a nord attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen, un altro Paese instabile ove vengono utilizzati in una guerra sempre più mortale contro una componente di al-Qaeda che ha preso di mira gli Stati Uniti.
Camp Lemonnier, un assolato avamposto nel Terzo Mondo fondato dalla Legione Straniera francese, iniziò come campo temporaneo di addestramento per Marines statunitensi alla ricerca di un punto d’appoggio nella regione un decennio fa. Nel corso degli ultimi due anni, l’esercito statunitense lo ha surrettiziamente trasformato nella più trafficata base per Predator all’esterno della zona operativa afgana, un riferimento per combattere una nuova generazione di gruppi terroristi.
L’amministrazione Obama ha fatto ricorso a misure straordinarie per nascondere i dettagli legali e operativi del suo programma di uccisioni mirate. A porte chiuse, scrupolose discussioni precedono ogni decisione di posizionare qualcuno al centro del mirino nella guerra perpetua degli Stati Uniti contro al-Qaeda ed i suoi alleati.
Sempre più, gli ordini di trovare, pedinare o uccidere queste persone vengono presi a Camp Lemonnier. Praticamente tutti i 500 acri della base sono dedicati all’antiterrorismo, rendendola l’unica installazione di questo tipo nella rete globale di basi del Pentagono. Continua a leggere

La mappa delle basi USA a Vicenza

basi usa vicenzaE’ in distribuzione gratuita la mappa turistica “Militare verso civile” realizzata dall’AltroComune di Vicenza e che riporta il tour completo delle basi militari USA vicentine. Sarà consegnata ai turisti che attraversano Vicenza, ma anche ai tanti vicentini curiosi di conoscere più da vicino il proprio territorio.
La mappa, disponibile in versione cartacea oppure online, accompagna il visitatore tra reticolati e recinzioni, gallerie segrete e reperti nucleari, raccontando un volto poco noto – perché secretato – del vicentino. Strutture militari che si inseriscono in un territorio che l’Unesco considera patrimonio dell’umanità, grazie allo straordinario patrimonio lasciato in eredità da Andrea Palladio.
La mappa turistica “Militare verso civile” si inserisce nel quadro delle iniziative culturali volte a far conoscere e amare Vicenza. Per coloro che però non fossero soddisfatti del “Basi militari tour”, è a disposizione l’ufficio turistico dell’AltroComune, presso il Presidio Permanente di Ponte Marchese.

Fuori la NATO

Al via la petizione di Stato & Potenza

““Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza” (Washington DC, 4 aprile 1949).
Così esordisce il testo ufficiale del Trattato Nord-Atlantico nella sua versione originale del 1949. Oggi, a sessantatre anni dalla sua pubblicazione, la funzione politica e militare di questo trattato è da considerarsi esaurita oltre che ancor più contraddittoria che in passato. Creata con lo scopo di costituire un organismo di contenimento, di aggressione e di minaccia nei confronti dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti dell’Europa centro-orientale, la NATO, per decenni, è stata presentata da gran parte della classe politica del nostro Paese come un semplice “ombrello difensivo” finalizzato a prevenire la fantomatica minaccia di un’invasione sovietica. Sarebbe bastato osservare che il Patto di Varsavia fu creato soltanto nel 1955 e che, ancor più tardi, Mosca riconobbe ufficialmente e definitivamente il governo della Repubblica Democratica Tedesca, per comprendere il ribaltamento propagandistico operato dai governi degli Stati Uniti, del Canada e dell’Europa occidentale, allo scopo di scatenare un’offensiva contro chiunque fosse sospettato di intrattenere rapporti con i Paesi socialisti. Negli anni della Guerra Fredda, la NATO, attraverso la struttura integrata dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si macchiò di gravissime responsabilità nell’operazione Stay Behind, nota nel nostro Paese con l’etichetta “Gladio”: una rete dedita al terrorismo politico, all’intimidazione e all’eversione.
Tuttavia, la dimostrazione definitiva è giunta nel 1991, cioè quando, con la dissoluzione dell’alleanza militare guidata dal Cremlino, la NATO non soltanto non intraprese mai un percorso di riduzione progressiva del suo peso geostrategico in Europa secondo i binari della “finlandizzazione” del Continente garantita ai leader sovietici, ma addirittura avviò gli iter di integrazione di nuovi Stati membri. Tra il 1999 e il 2009, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia e Albania hanno fatto il loro ingresso nell’Organizzazione. E la tendenza espansionistica non accenna certo a diminuire. In base a quanto è stato stabilito durante l’ultimo vertice di Chicago del maggio 2012, infatti, le intenzioni espresse dalla delegazione del governo statunitense sono quelle di favorire un maggior coinvolgimento dei partner europei attraverso la decantata strategia della Smart Defense e di concludere altre integrazioni nel prossimo futuro (Georgia e Bosnia-Erzegovina, in particolare).
Sommando le spese militari sostenute dai singoli Stati nell’anno 2011, risulta che i Paesi membri della NATO abbiano raggiunto la cifra di 1.033 miliardi di dollari (sui circa 1.670 miliardi di dollari spesi complessivamente da tutti i Paesi del mondo per la Difesa), sacrificando così gran parte dei fondi destinabili alle politiche sociali e occupazionali sull’altare di un pesante riarmo, ingiustificabile sul piano meramente difensivo. Per di più la NATO, ben lungi dall’essere un organismo effettivamente multilaterale, è evidentemente costituita sulla base di precisi rapporti di forza interni che impongono gli Stati Uniti quale membro leader incontrastato alla guida della Coalizione, schiacciando qualunque eventuale margine di sovranità militare (cioè politica) degli altri alleati, che risulti anche soltanto in parte sgradito a Washington, come ben evidenziato dalla crisi di Sigonella nel 1985.
La creazione, da parte del Pentagono, di un comando integrato a proiezione globale, suddiviso nei sei comandi regionali US Northcom, US Southcom, US Eucom, US Centcom, US Pacom e US Africom, impone da anni, ormai, un quadro di dominazione o di predominio territoriale pressoché totale in tutto il pianeta, nel tentativo di prevenire o contenere l’emersione di qualunque soggetto che possa rappresentare un potenziale competitore per gli Stati Uniti.
Questo scenario è inaccettabile e contraddice palesemente lo stesso dettato della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui garantisce agli Stati Uniti e alla NATO un potere strategico impressionante, sproporzionato e palesemente aggressivo nei confronti di quei soggetti internazionali che mostrino la volontà di intraprendere una via di sviluppo e di crescita autonoma ed indipendente dalla sfera d’influenza occidentale.
La vecchia crisi balcanica e la recente crisi libica hanno, inoltre, messo in evidenza la sussistente presenza di una “doppia morale” dei Paesi della NATO di fronte ai fenomeni terroristici, nella misura in cui migliaia di guerriglieri e criminali provenienti dai più insidiosi ambienti del radicalismo wahhabita e salafita, sono stati ripetutamente utilizzati dalla NATO nel ruolo di “ascari”, con lo scopo di integrare lungo le direttrici terrestri ciò che l’Alleanza compiva “a distanza”, attraverso le incursioni navali e aeree, mettendo chiaramente in pericolo la sicurezza collettiva lungo tutte le sponde del Mediterraneo.
Oggi i partenariati strategici degli Stati Uniti e della NATO, dopo decenni di accerchiamento contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, indicano chiaramente l’intenzione di intervenire direttamente negli scenari regionali di maggior interesse strategico con nuovi attacchi militari (Libia, Siria, Iran e Corea del Nord), di assegnare ai Paesi dell’Europa meridionale (messi in crisi attraverso la finanza) un più definito e servile ruolo di “portaerei” verso il Nordafrica e il Medio Oriente, e di pressare la Federazione Russa al fine di coinvolgerla in una rinnovata logica di containment e aggressione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, già preannunciata da diversi analisti statunitensi.

La storia della NATO, la sua struttura de facto unilaterale, la presenza delle sue o di altre strutture ad essa legate sul nostro territorio, l’interventismo militare evidenziato negli scenari dei Balcani, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia Meridionale, la scarsa trasparenza nei confronti dei fenomeni relativi al terrorismo internazionale, costituiscono fattori che si pongono evidentemente in contrasto con gli articoli 11 e 52 della nostra Costituzione.

Nell’impossibilità legale di richiedere lo strumento referendario per l’autorizzazione alla modifica delle ratifiche dei trattati internazionali, chiediamo, per tanto, al popolo italiano di sottoscrivere la nostra petizione, al solo fine di raccogliere il più ampio consenso possibile su tre punti prioritari:

1) Rinegoziazione di tutti i trattati militari che vincolano l’Italia al comando integrato della NATO.
2) Chiusura definitiva di tutte le basi e tutte le installazioni militari in dotazione all’Esercito degli Stati Uniti e/o al comando integrato della NATO, presenti sul territorio nazionale italiano.
3) Avvio di trattative multilaterali e di mutuo vantaggio con i governi della Federazione Russa, della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica del Kazakistan, per l’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in qualità di partner per il dialogo, sull’esempio di quanto hanno cominciato a fare altri Paesi europei come la Bielorussia o l’Ungheria.

La raccolta delle adesioni avverrà a margine di tutti gli eventi pubblici che prevedano il patrocinio o la partecipazione di Stato & Potenza.

L’asse Roma-Tel Aviv

“Gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, in dotazione all’esercito italiano, dal prossimo anno saranno armati invece con i missili aria-terra a corto raggio “Spike” prodotti da un’altra importante azienda militare israeliana, Rafael. I missili, con una gittata tra gli 8 e i 25 km, potranno esseri equipaggiati con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker.”
Da Patto militare Italia-Israele. Un accordo scellerato e illegale, di Antonio Mazzeo.

“A ventiquattro ore dal voto dell’assemblea generale dell’ONU sull’ammissione della Palestina con il ruolo di osservatore nell’organismo internazionale, non si sa ancora quale sarà la presa di posizioni dell’Italia; la questione non è stata discussa nella commissione affari esteri del Parlamento, né, a quanto ci risulta, è stata approfondita o semplicemente trattata dai mass media nazionali. Non ne ha parlato il Presidente del Consiglio Mario Monti e tanto meno il ministro degli esteri Giuliomaria Terzi di Sant’Agata che nel suo precedente ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, di ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti, non avrebbe avuto bisogno di ricevere istruzioni dall’amministrazione Obama in quanto era stato informato da tempo del reciso no degli Stati Uniti (e di Israele) a quello che dovrebbe essere il primo, piccolo e incerto passo della nazione verso il pieno riconoscimento di stato sovrano nella comunità internazionale.
La Spagna, la Francia e tutti gli altri paesi dell’area mediterranea hanno annunziato ufficialmente la decisione di votare a favore, il Regno Unito ha indicato senza dichiararlo esplicitamente lo stesso intento e probabilmente la Germania per le responsabilità di un infame passato si asterrà.
E sta qui il mesto quanto silenzioso dilemma che angoscia l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, mi correggo, dell’ex ambasciatore dell’Italia negli Stati Uniti. Sarebbe disdicevole quanto erroneo chiamarlo servo di due padroni – il padrone è uno solo – ma schierarsi contro gran parte dell’Unione Europea quando il suo governo ad ogni pie’ sospinto esalta una imperitura fedeltà alla stessa soprattutto per quanto riguarda la austerità imposta al nostro paese crea un grosso problema a Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.”
Da Il grande silenzio dei media, di Lucio Manisco.

Lago Patria, il nuovo comando della NATO

Un Comando ad alta intensità operativa, già predisposto per future espansioni.
A spese di chi?
I finanziamenti NATO, ripartiti tra gli Stati membri, per le opere civili sono stati di 164 milioni e 655mila euro.
Il costo delle infrastrutture è invece a carico della nazione ospitante

Napoli, 26 novembre – La fine di un’epoca. Cosi’ i militari del Comando interforze alleato di Bagnoli (Napoli) definiscono la chiusura della base NATO di Napoli, per 59 anni centro dello scacchiere degli equilibri mondiali, che dal 3 dicembre si trasferira’ nella nuova sede di Lago Patria. La base NATO di Bagnoli chiudera’ i battenti il 3 dicembre prossimo, alle ore 16, nel corso di una sobria cerimonia alla quale parteciperanno l’ammiraglio Bruce W. Clingan, comandante del Comando interforze alleato di Napoli, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris e il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro. Dopo quasi sei decenni (il Comando fu inaugurato il 4 aprile 1954), l’attuale sede di Bagnoli del Jfc, gia’ sede del Comando Alleato per il Sud Europa – Afsouth, sara’ restituita alla Fondazione Banco di Napoli. Il complesso, costruito negli anni 30 per accogliere giovani bisognosi, e’ stato dapprima sede del Comando delle Forze alleate del Sud Europa e, in anni piu’ recenti, del Jfc Naples. Mutamenti nel ruolo operativo della NATO e l’esigenza di disporre di un comando improntato a maggiore razionalita’, hanno portato alla decisione, nel 1988, di costruire una nuova sede.
Dopo aver preso in considerazione vari siti in tutta Italia, la scelta e’ caduta nuovamente su Napoli, anche se questa volta in provincia. Il nuovo sito, noto come ‘Lago Patria’ dal nome della frazione del comune di Giugliano nella quale si trova, fornira’ al Jfc di Napoli la tanto necessaria struttura moderna, adattabile e sicura. Il nuovo Comando mettera’ a disposizione servizi ed infrastrutture essenziali ad un Comando a cui e’ affidata una missione delicata e di grande rilevanza. Il nuovo sito consentira’ al Jfc Naples di condurre un ampio spettro di operazioni statiche e contingenti. Un Centro operativo di ultimissima generazione cosi’ come un centro conferenze forte di 10 sale riunioni completamente cablate, permettera’ una piu’ efficiente conduzione delle attivita’ quotidiane nonche’ comunicazioni tra i vari commandi maggiormente dinamiche. Costruito per una comunita’ di oltre 2mila persone suddivise in tre diversi Comandi, ‘Lago Patria’ e’ un Comando ad alta intensita’ operativa, gia’ predisposto per future espansioni. L’elevato livello di adattabilita’ fa di Lago Patria il luogo ideale per future attivita’ operative della NATO e per sviluppi regionali.
(Zca/Ct/Adnkronos)

Tra boschi e caverne, il covo di Plutone

“Per decenni è stata la punta avanzata della follia strategica USA e NATO che ritenevano possibile una guerra nucleare “limitata” per contenere l’avanzata delle truppe sovietiche nel nord-est d’Italia. A Site Pluto, installazione militare top secret, occultata tra le caverne carsiche e i boschi del comune di Longare (Vicenza) sono state immagazzinate le testate nucleari del tipo W-79 con una potenza tra i 5 e i 10 kiloton e W-82 da 2 kiloton, destinate agli obici a corto raggio M-109 e M-110 dell’esercito USA e ai missili Nike Hercules della vicina base dell’Aeronautica italiana di San Rocco. Poi Longare è caduta in sonno per risvegliarsi all’alba delle nuove campagne militari del Pentagono in terra d’Africa. Adesso che i lavori di costruzione della megainstallazione della 173^ Brigata aviotrasportata volgono al termine nell’ex aeroporto Dal Molin e il comando di US Army Africa è pienamente operativo, servono nuovi poligoni per addestrare i reparti di Vicenza. E Site Pluto, con chissà quante altre aree demaniali in Veneto e Friuli, è pronto a fare la sua parte.”

Pluto Longare Vicenza alle guerre in Africa, di Antonio Mazzeo continua qui.

Di Paola, il mastino della NATO

Praticamente passate sotto silenzio, se non per alcuni “addetti ai lavori”, le notizie di inizio estate circa l’escalation del coinvolgimento italiano nel contrasto agli insorti in Afghanistan.
Nell’ambito di quella che, orwellianamente, continua a essere definita “missione di pace”.
Fatto sta che alcuni senatori della Repubblica delle Banane, bontà loro, si sono degnati di chiedere spiegazioni in merito al ministro della Difesa Giampaolo di Paola. E così si sono sentiti rispondere, “sull’uso di armi da parte degli aerei militari italiani”, dal sottosegretario Magri:
“L’impiego dei contingenti nelle missioni internazionali è sempre stato e rimane conforme alle decisioni del Governo, sottoposte all’avallo del Parlamento.
Peraltro, in concomitanza con la conversione del decreto n. 215 del 2011, il 18 gennaio scorso si era svolta l’audizione dei Ministri degli affari esteri e della difesa presso le Commissioni riunite e congiunte esteri e difesa di Camera e Senato, nel corso della quale era stato illustrato al Parlamento il quadro complessivo della situazione e delle prospettive delle principali missioni internazionali per il corrente anno. In quella occasione il ministro Di Paola si soffermò sulla necessità di garantire il massimo livello possibile di sicurezza e protezione per i militari italiani ed anche per i contingenti alleati e per le forze di sicurezza afghane. Ciò in relazione all’accresciuto rischio connesso con il progressivo avanzamento della transizione. Di conseguenza il Ministro rilevò la necessità di poter far ricorso a tutti i mezzi schierati in teatro, compresi gli aerei per il supporto tattico ravvicinato (gli AMX), al meglio delle relative capacità operative.
Gli assetti aerei, e gli AMX italiani fra questi, sono infatti i soli che possono garantire i requisiti di rapidità di intervento, efficacia e precisione che si rendono indispensabili in determinate situazioni operative, e, in caso di attacco da parte delle forze insorgenti, è indispensabile (proprio per tutelare le vite dei militari), poter contare su tutte le capacità potenzialmente disponibili per ingaggiare direttamente le sorgenti di fuoco e, indirettamente, i supporti operativi per le comunicazioni e le informazioni.
(…)
Il rappresentante del Governo osserva poi che, secondo i dati disponibili, dal febbraio 2012 i velivoli AMX italiani schierati ad Herat hanno effettuato, senza causare danni collaterali, interventi a supporto di alcune unità nazionali fatte oggetto di attacco da parte degli insorti e di neutralizzazione degli apparati di comunicazione utilizzati dagli insorti stessi nell’ambito di tali attacchi. Inoltre, molte azioni hanno consentito di sventare attacchi che avrebbero potuto costituire un gravissimo pericolo per le popolazioni locali. L’Italia partecipa pertanto alla missione nel pieno rispetto del dettato integrale dell’articolo 11 della Costituzione e le modalità di impiego dei contingenti e dei mezzi, compresi quelli aerei, sono pienamente coerenti con le finalità della missione e avvengono nel pieno rispetto delle regole di ingaggio.”
Insomma, fanno la guerra, da quasi un anno ormai usando anche i bombardieri già operativi contro la ex Jugoslavia nel 1999, e persistono ostinatamente a chiamarla “missione di pace”, richiamandosi ai contenuti di quel rotolo di carta igienica che è divenuta ormai la Costituzione della “Repubblica Italiana”.
E mentre il ministro Di Paola straparla ai microfoni radiofonici di Unomattina di un altro possibile intervento militare in Siria, ché “l’Italia ha le capacita’ per farlo”, partono per l’Asia centrale i 1.500 scarponi della Brigata Alpina Taurinense, di cui il 6% donne si preoccupa di precisare l’ANSA. Per la quarta volta dall’inizio del “conflitto” (lapsus?!?).
Assieme a loro, il 7° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Vega”, altri 200 militari che porteranno con sè a Herat dieci A-129 Mangusta, quattro CH-47 Chinook, sei AB-205 Huey e cinque “nuovi” elicotteri da trasporto tattico NH-90.
Per la pace, ovviamente, e a spese dei tartassati contribuenti.
Ma tranquilli, l’Iva non aumenterà, grazie alla “spending review” e a qualche altro balzello caricato in maniera occulta e fraudolenta sui prezzi di benzina e gasolio.
Italia, svegliati!
Federico Roberti

Guerre sotto falso nome e spese folli

Le parole dure e chiare del generale Fabio Mini
Vivamente consigliato l’ascolto integrale dell’intervento o la sua lettura al collegamento indicato sotto.

“Nell’ambito del Ministero della Difesa è stato chiamato l’Ammiraglio Di Paola che è un tecnico non tanto perché è militare di lungo corso e perché ha ricoperto tutti gli incarichi di vertice delle forze armate italiane e quelle della stessa NATO, ma perché è particolarmente legato alla concezione strategica americana, è legato agli interessi degli economisti, banchieri, industriali e della casta militare che è più vicina a questi mondi.
Le forze armate, i tecnici ce li avevano già, hanno fior di comandanti che negli ultimi 20 anni hanno battuto i teatri operativi, invece che i corridoi ministeriali, hanno tecnici amministrativi che ogni giorno esercitano la loro responsabilità di gestione sotto il fiume di soldi pubblici che l’Italia assegna alla difesa e alla sicurezza.
Ora se questi tecnici non sono stati in grado di riformare la propria struttura è stato proprio a causa delle direttive politiche o della loro mancanza ed è stato grazie a altri tecnici che hanno fatto gli interessi di coloro che invece vedono le forze armate come mucche da mungere. Confesso di essere stato molto curioso di vedere come l’Ammiraglio di Paola, che conosco bene, avrebbe eseguito il mandato di rigore, equità e sviluppo annunciato dal Presidente Monti, è il mandato di maggiore integrazione e cooperazione europea indicato dal Presidente Napolitano nell’ultimo Consiglio supremo di Difesa. Da oltre 20 anni Di Paola è stato responsabile diretto, un valente suggeritore, compartecipe di tutte le scelte di politica militare e di politica industriale della difesa. Ha stilato direttive che hanno consegnato le nostre forze armate a una NATO che non pensa più alla difesa collettiva, ma che è stata trasformata in una specie di Spa appartenente a una holding americana dedicata a avventure di tipo mercenario in qualsiasi parte del globo, lui stesso ha firmato contratti che non esito a dire capestro per l’acquisto e la fornitura di navi e aerei che non ci servono e che smentiscono la nostra stessa Costituzione. Lui stesso ricordo che ha organizzato così una specie di marketing per conto di Finmeccanica costringendo i capi di Stato maggiore a fare i piazzisti all’estero, quando Finmeccanica, da gruppo di aziende di interesse pubblico, si staccava dall’economia reale, dal mondo del lavoro per diventare una finanziaria specializzata in speculazioni internazionali.
L’ammiraglio, voglio ricordare, ha guidato il Comitato militare della NATO che ha fatto di tutto per impedire qualsiasi integrazione militare europea, quindi ero curioso di vedere come avrebbe fatto a smentire sé stesso per obbedire al Presidente Monti, infatti non l’ha fatto, non si è smentito! Il Ministro della Difesa è riuscito quasi a evitare i tagli della spending review che non tocca molto le forze armate: la riduzione dei quadri dirigenti che viene annunciata è spalmata nei decenni futuri così non si può essere sicuri che toccherà marginalmente i generali veri e si concentrerà o sui “generali di cartone”, è un’espressione brutta ma efficace che si usa nel nostro ambiente. Sono quei generali che conseguono il grado all’atto del pensionamento che è un segno di riconoscenza per una carriera che è stata limitata non per loro demerito, ma proprio dalla necessità di avere una piramide gerarchica. Questa promozione simbolica è poi diventata un fatto sostanziale che ha avuto riflessi anche sulla pensione e sul bilancio pubblico, non tanto per un privilegio di casta ma per un necessario livellamento del trattamento economico dei militari con quello di altri dipendenti statali, ma è diventato un peso pubblico anche per un malcostume proprio di stampo clientelare che ha consentito il richiamo in servizio dalla pensione di questa gente con nuovo grado e nuovo stipendio; andando magari a coprire posti che erano già coperti da personale in servizio.”

[Fonte]

La Sardegna sotto il tallone della NATO

“Un bel giorno il procuratore di Lanusei competente per territorio, Domenico Fiordalisi, con un coraggio civile incredibile, ordina al fisico nucleare dell’Università di Brescia e del Cern di Ginevra, Evandro Lodi Rizzini, di riesumare diciotto cadaveri di altrettanti allevatori deceduti per leucemie e linfomi che avevano i pascoli nei terreni del poligono di Quirra – Perdasdefogu (30 marzo 2011). Due mesi dopo mette gran parte del poligono sotto sequestro. A novembre dello stesso anno la prima parte dell’indagine si conclude con l’accusa di disastro ambientale doloso nei confronti dei generali che avevano comandato il poligono di Perdasdefogu – Quirra dal 2004 al 2008, e di due chimici per aver falsificato parte dei controlli ambientali nel poligono. Gli esami, marzo 2012, riveleranno la presenza di torio radioattivo in misura superiore alla norma nelle salme dei 18 pastori. La cerchia degli indagati si allarga sino a comprendere anche il sindaco di Perdasdefogu.
Altro passo importante che forse permetterà la fine dei danni delle servitù in Sardegna è stato il lavoro e le relative conclusione dell’ultima inchiesta senatoriale (deliberazione del Senato del 16 marzo 2012). Con l’apporto determinante del senatore gallurese Pier Sandro Scanu. Le conclusioni, finalmente, hanno svelato quanto solo i ciechi non vedevano. Eccole: gran parte del territorio sede dei poligoni sardi è altamente inquinato, con potenziale rischio per la salute. Ci sono state morti sospette tra civili e militari. Le guerre simulate e i test sono stati effettuati senza gli accorgimenti di legge. E’ urgente intervenire col proibire da subito le attività gravemente nocive per l’ambiente e le persone. Prevedere, a breve termine la chiusura dei poligoni di Teulada e Capo Frasca, bonificare e riconvertire le attività di Quirra.”

Da La Sardegna sotto il tallone della NATO. Intervista a A. Ledda, coautore di “Servitù militari in Sardegna – Il caso Teulada”, a cura di Federico Dal Cortivo.

[Gli aggiornamenti in merito al procedimento giudiziario intrapreso dal procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, sono qui]

Trapani e la Libia

“L’aeroporto di Trapani è stato sicuramente quello più impegnato nelle operazioni di guerra in Libia. Le attività alleate sono iniziate il 19 marzo 2011 e sono proseguite senza soluzione di continuità fino al 31 ottobre, anche se alcune componenti aeree sono rimaste operative a Birgi sino al successivo 14 dicembre, giorno in cui si è tenuta la cerimonia ufficiale di chiusura dell’operazione Unified Protector. “A Trapani sono confluiti tutti i supporti, uomini e donne, inviati dagli altri reparti dell’Aeronautica Militare per garantire la sostenibilità delle operazioni in modo continuo, e per questo è stato costituito il Task Group Air Birgi, un’unità dedicata alla gestione delle missioni della componente aerea italiana, che si è avvalsa del supporto tecnico e logistico del 37° Stormo per la preparazione e la condotta dei voli”, ricorda il Ministero della difesa. “I servizi e i supporti sono stati allo stesso modo assicurati anche alle altre componenti NATO rischierate sulla base e hanno compreso, sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno, l’assistenza tecnica a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, il servizio meteorologico, quello antincendio, l’assistenza sanitaria, il servizio di sicurezza, oltre all’alloggiamento e il vettovagliamento per tutto il personale presente”.
Nei sette mesi di attività, il Task Group Air Birgi ha totalizzato quasi 1.700 missioni per un totale di oltre 6.700 ore di volo operate con gli F-16 del 37° Stormo, i caccia intercettori Eurofighter del 4° Stormo di Grosseto e del 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari), i cacciabombardieri Tornado IDS del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) ed ECR del 50° Stormo di Piacenza e gli AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Nel corso delle operazioni, i velivoli AMI hanno sganciato in Libia più di 500 tra bombe e missili da crociera a lunga gittata. Dal Task Group Air Birgi è dipeso infine l’utilizzo degli aerei senza pilota Predator B schierati nello scalo pugliese di Amendola.
Per tutto il corso del conflitto, a Trapani sono stati schierati pure sette caccia F-18 Hornet, due velivoli tanker C-150T e due CP-140 Aurora per la guerra elettronica delle forze armate canadesi, tre velivoli E-3A AWACS della NATO e due AWACS e due aerei da trasporto VC-10 Vickers dell’aeronautica britannica. Dallo scalo siciliano sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale a disposizione della coalizione alleata. Stando alle stime ufficiali, la NATO avrebbe lanciato da Trapani quasi il 14% dei blitz aerei contro obiettivi libici. Un vero primato di morte.
A causa delle prolungate operazioni belliche in nord Africa, il traffico civile di Trapani Birgi ha subito una drastica riduzione. Solo nel mese di maggio 2011, la compagnia aerea low cost Ryanair è stata costretta a cancellare 72 voli. “Nello stesso mese, la limitazione imposta dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica si è tradotta in un 20% in meno nel traffico passeggeri e in un 16% in meno nei movimenti dei velivoli”, ha dichiarato AirGest, la società che gestisce lo scalo. Oltre agli enormi disagi per i passeggeri, la ipermilitarizzazione di Trapani Birgi dello scorso anno ha causato il crollo verticale dei profitti delle compagnie aeree e delle presenze turistiche e pesanti effetti sul fronte occupazionale. I 70 dipendenti a tempo indeterminato dello scalo hanno rischiato di essere messi in mobilità mentre ad alcuni dei lavoratori a tempo determinato ed interinali è stato negato il rinnovo dei contratti. Tagli pure tra il personale adibito ai servizi aeroportuali (bar e ristorazione, pulizia, noleggio auto, taxi, ecc.). Con i droni USA e NATO perennemente in rotta sui cieli del trapanese, le condizioni economiche e occupazionali di centinaia di lavoratori siciliani potrebbero ulteriormente peggiorare.”

Da Aerei senza pilota all’assalto dei cieli della Sicilia occidentale, di Antonio Mazzeo.

L’ipocrisia della “guerra umanitaria”

Altamente raccomandabile.

I Lince sotto inchiesta

Roma, 26 Marzo – “Il provvedimento di sequestro di un Vtml ‘Lince’ disposto dalla Procura di Civitavecchia permetterà agli inquirenti di fare finalmente chiarezza sui tanti decessi di militari avvenuti a causa del ribaltamento del mezzo in dotazione alle Forze armate”. Così afferma in una nota Luca Marco Comellini, segretario del PDM-partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia.
Stamane ho consegnato copia agli inquirenti delle 12 interrogazioni presentate dal deputato radicale Maurizio Turco, cofondatore del PDM, “affinché sia il magistrato a chiedere alla difesa se durante i collaudi, le fasi d’istruzione ed esercitazioni, o missioni operative, i mezzi ‘Lince’ abbiano presentato problemi, ovvero quanti incidenti si siano verificati e per quali cause”.
(TMNews)

[Forse Chetoni aveva ragione...]

Roma e Tel Aviv

“Può essere equipaggiato con tre differenti tipologie di testata bellica a seconda dell’uso: anticarro, antifanteria e per la distruzione di bunker. Lo “Spike” è l’ultimo gioiello di morte prodotto da Rafael, una delle più importanti industrie militari israeliane. Si tratta di un missile aria-terra a corto raggio destinato agli elicotteri d’attacco. La prima versione, denominata “Er”, è capace di colpire bersagli fino a una distanza di 8 chilometri. Gli israeliani però hanno in produzione un modello con una gittata superiore ai 25 chilometri, lo “Spike Nlos”, dotato di un sensore elettro-ottico e infrarossi e di un apparato di ricerca laser.
Secondo la World Aeronautical Press Agency i nuovi missili made in Israele saranno utilizzati dagli Eurocopter Tiger e Puma e dagli AW-129 Mangusta prodotti da AgustaWestland (gruppo Finmeccanica). I Mangusta sono quelli dei raid dell’esercito italiano nei principali teatri di guerra (prima in Iraq, adesso in Afghanistan). Gli elicotteri, in numero di 60, sono in dotazione al 5° reggimento AVES “Rigel” di Casarsa della Delizia (Pn) e del 7° “Vega” di Rimini, inquadrati nella Brigata Aeromobile “Friuli”. I Mangusta vantano già una terribile potenza di fuoco: mitragliatrici FN da 12,5 mm, cannoni da 200 mm a canne rotanti e missili AGM-114 “Hellefire”, BGM-71 “Tow” anti-carro, FIM-92 Stinger” ed MBDA “Mistral” antiaerei. Con gli “Spike” si amplierà il ventaglio operativo degli elicotteri d’assalto mentre ne uscirà ulteriormente rafforzato l’interscambio bellico Roma-Tel Aviv e la partnership strategica tra le rispettive forze armate.”

Missili, satelliti e aerei d’Israele per le forze armate italiane di Antonio Mazzeo continua qui.

F-35, una faccenda davvero spinosa

“La storia dei costi sta diventando scabrosa anche per altre ragioni: le cifre ballerine e rassicuranti fornite dalle fonti ufficiali sembrano strumentali all’idea che l’Italia debba partecipare ad ogni costo al progetto.
(…)
Tutti i dati ufficiali forniti finora sembrano elaborati a spanne, ma con un sistema di calcolo legato con un filo rosso: la volontà di sottostimare il peso finanziario dell’operazione.
(…)
Sulla base dei dati di provenienza internazionale i comitati no F35 hanno calcolato un costo vivo e medio per velivolo di 115 milioni di euro, senza contare le spese di manutenzione e la spesa per ogni ora di volo, aumentata del 250 per cento in un decennio. Calcolando anche queste voci il Parliamentary Bugdet Officer del Canada ha stimato che ogni F35 possa costare in media circa 350 milioni di euro dal momento dell’acquisto fino alla rottamazione.”

Da “Quegli aerei costano il doppio”. I comitati “No F-35″ alla Camera, di Daniele Martini.