Francesco La Motta

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Vincenzo Scotti ha trovato un “erede”?

Un buco di dieci milioni di euro. Anzi di «una cifra da definire», come è riportato nel decreto di perquisizione. Anzi che no, visto che proprio ieri è stato ritrovato in Procura un esposto arrivato dal ministero dell’Interno che denunciava e quantificava il buco in dieci milioni di euro.
Un furto, una truffa, un ammanco? Nulla di tutto questo, anzi sì, perché i reati contestati all’indagato eccellente, il prefetto Francesco La Motta, sono peculato per distrazione e corruzione. Solo che le indagini probabilmente dimostreranno che quel buco, quella voragine di dieci milioni di euro è il prodotto di un «cattivo investimento». O no?
Che confusione. Procediamo con ordine. A Napoli c’è una inchiesta sul riciclaggio del clan Polverino, clan di camorra. In quell’inchiesta è coinvolto anche il prefetto La Motta, al quale viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 7, e cioè di aver favorito l’associazione camorristica.
Uno stralcio di quella inchiesta viene mandata a Roma, al pm Paolo Ielo. E quello stralcio riguarda il buco di dieci milioni di euro denunciato al Fondo Edifici di Culto (Fec) del Viminale.
Il Fec è un ente dotato di personalità giuridica e gestisce il patrimonio concordatario costituito da 700 chiese di grande interesse storico e artistico, tra cui Santa Maria del Popolo (Roma), Santa Chiara (Napoli), Santa Croce (Firenze), Santa Caterina d’Alessandria (Palermo), oltre tutte le opere d’arte custodite nelle chiese.
Dal 2003 alla fine del 2006 il prefetto La Motta è stato direttore generale per l’amministrazione del Fec, prima di essere nominato vicedirettore vicario del Sisde diventato poi Aisi, il servizio segreto interno.
Gentiluomo di sua Santità, La Motta ebbe diversi riconoscimenti dal Vaticano e dall’allora ministro dell’Interno prima che il suo nome comparisse, nel 2011, nell’inchiesta sulla P4, collocandolo alla corte del faccendiere piduista Luigi Bisignani. E di nuovo il suo nome conquistò la ribalta dei giornali del gossip quando si venne a sapere che suo figlio Fabio era il fidanzato dell’europarlamentare berlusconiana Barbara Matera.
Tre giorni fa, gli uomini del Ros dei carabinieri hanno perquisito l’abitazione del prefetto (in pensione da pochi mesi) e i suoi uffici all’ Aisi, l’ex Sisde, con il quale aveva un rapporto di consulenza-collaborazione.
Da quello che emergerebbe dalle indagini, il prefetto La Motta avrebbe investito quei milioni del Fec in una finanziaria svizzera. Con il consenso dell’Ufficio. Solo che, all’improvviso, quella finanziaria si è prosciugata. Insomma, quei soldi investiti sono scomparsi.
Che fine hanno fatto i dieci milioni di euro sottratti all’amministrazione dei Fondi Edifici di culto? Il pm Paolo Ielo e gli investigatori del Ros al comando del colonnello Casagrande, stanno aspettando gli esiti di una rogatoria con la Svizzera, per capire il ruolo della finanziaria e i movimenti dei capitali del Fondo Edifici del culto.
Dopo lo scandalo dell’inchiesta napoletana sulla gestione dei Fondi per la sicurezza, che portarono alle dimissioni del vicecapo vicario della Polizia, il prefetto Nicola Izzo, indagato da Napoli (gli atti sono finiti a Roma), adesso un nuovo ciclone si abbatte sul Viminale.
Guido Ruotolo

Fonte

OSS, CIA, Gladio

Vecchia puntata di Blu notte. Misteri italiani di Carlo Lucarelli, dedicata ai rapporti segreti tra Italia e Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale.
Nonostante gli anni trascorsi, sono numerosi e ancora attualissimi gli spunti di riflessione offerti.
Gli approfondimenti sviluppati al riguardo su questo blog possono essere rintracciati inserendo le corrette chiavi di ricerca nell’apposita casella, selezionando una categoria nella relativa colonna a destra oppure cliccando sui tags presenti in fondo a ciascun post.

“Il migliore amico”

“Mentre i politici americani vantano forti legami con Israele, funzionari della CIA avvertono che Israele è una delle più grandi minacce per gli Stati Uniti nel campo dello spionaggio. Con sistemi “spyware” che rivaleggiano con quelli degli Stati Uniti, è difficile scoprire l’estensione di quest’attività spionistica a dir poco sconcertante.
Basti pensare che una classifica della CIA relativa alle agenzie di intelligence del mondo e alla loro volontà di aiutare gli Stati Uniti nel combattere la cosiddetta “guerra al terrorismo”, Israele viene addirittura dietro… la Libia.
Parlando alla Associated Press a condizione di mantenere l’anonimato, funzionari dell’intelligence USA, sia in servizio che fuori, incolpano Israele di alcuni fatti che evidenziano tentativi di acquisire dagli statunitensi informazioni segrete.
Un capo stazione CIA in Israele ha notato che l’apparecchiatura per le comunicazioni che utilizzava per contattare il suo quartier generale era stato manomesso, anche se si trovava in una scatola chiusa. E un altro ufficiale della CIA in Israele ha trovato la sua residenza violata.
Oltre alle intrusioni nelle case e alle manomissioni delle apparecchiature, i funzionari della CIA nutrono anche il sospetto che una fuga di notizie operata da Israele abbia portato alla cattura e alla presumibile uccisione di un importante agente degli Stati Uniti infiltrato all’interno del “programma siriano per la produzione di armi chimiche”.
Gli Stati Uniti sospettano poi che i servizi segreti all’estero di Israele, il Mossad, e il suo equivalente dell’FBI, lo Shin Bet, abbiano cercato di carpire dagli americani vari segreti nell’ambito del controspionaggio. Dalla “Divisione Vicino Oriente” della CIA, che sovrintende allo spionaggio nella regione, Israele è considerata addirittura la principale minaccia di controspionaggio. Ciò suggerisce che gli agenti del controspionaggio statunitensi sono più al sicuro da altri governi del Vicino Oriente che da quello di Israele…”

“Il migliore amico”? La CIA considera Israele una delle principali minacce nel campo dello spionaggio, seguito dal commento di E. G., continua qui.

USA for Africa

Washington, 4 marzo – L’ex-capo della CIA ad Algeri è stato condannato da un giudice USA a cinque anni di carcere per avere abusato sessualmente di due donne algerine.
Andrew Warren, 43 anni, ha ammesso di avere avuto i rapporti sessuali mentre si trovava nella sua residenza, nella ambasciata USA ad Algeri, nel settembre 2007 e nell’aprile 2008. Le donne avevano accusato l’agente della CIA di averle drogate, prima dei rapporti sessuali, versando una sostanza nelle loro bevande. L’accusa aveva chiesto due anni e nove mesi di prigione per Warren, ma il giudice ha rincarato la dose con una sentenza di cinque anni di carcere.
Warren era stato licenziato dalla CIA alla fine del 2008. Mentre era in attesa del processo era stato arrestato per possesso illegale di arma da fuoco e uso di cocaina.
La difesa aveva sottolineato che l’accusato soffriva di stress post-traumatico per la sua attività in zone di guerra e per avere visto colleghi morire al suo fianco.
(ANSA)

[Segnalasi improvviso sussulto di dignità della Chiesa cattolica. Qui in fondo.]

Bombe guidate

E veniamo al dunque. Il giornale più complottista del mondo – così ci pare di poterlo definire dopo la rivelazione dei nove banchieri nove che si riuniscono una volta al mese a South Manhattan, nei pressi di Wall Street, per decidere i destini, finanziari e non, del pianeta – (s’intende il New York Times), appena messo piede nella Grande Mela, mi gratifica di un altro episodio principe di complottismo al quadrato. Con un titolo in prima pagina che è tutto un programma, il New York Times ci aiutava a trascorrere in pace il Natale e il Capodanno: «I segreti della CIA potrebbero affacciarsi in un procedimento penale svizzero».
Ohibò, dico io. Sarà mica un altro episodio della saga di Wikileaks?
No, state tranquilli. Wikileaks non c’entra. C’entra un magistrato svizzero, nome Andreas Müller, Carneade che vuol mettersi nei guai, che ha scoperto, dopo due anni d’indagini, i seguenti, succulenti retroscena (leggi complotti).
Retroscena uno: c’era un gruppetto di operatori economici, composto da padre, e due figli, tali Friedrich Tiller (padre) e Urs e Marco (figli), che aiutarono, per anni, l’architetto della bomba nucleare pakistana, A.Q.Khan, a smerciare i suoi segreti verso la Corea del Nord, verso l’Iran, verso la Libia, insomma impiegati per conto della nota sequela di “Stati canaglia” come ebbe a definirli, a suo tempo, George Bush Junior.
Impiegati si fa per dire, perchè presero decine, probabilmente centinaia di milioni di dollari per questi servigi.
Va bene, direte, ma che c’entra la CIA? Ecco il retroscena due. I Tiller lavoravano anche per la CIA. E, s’intende, prendevano decine di milioni anche per questo secondo servigio. Ma come? – direbbero Pier Luigi Battista, o Ferruccio Bello, vuoi forse affermare che era la CIA che controllava lo smercio di tecnologie nucleari? Risposta difficile a darsi. Forse che sì, forse che anche.
Fatto sta che la CIA pare abbia fatto fuoco e fiamme per impedire che l’inchiesta del signor Andreas Müller andasse in porto.
(…)
E veniamo al retroscena principale (come lo chiameremo se non complotto, visto che avveniva, ma fuori da ogni legge e, soprattutto, fuori da ogni pubblicità?): com’è che la CIA usava i Tiller?
Lasciava che passassero i disegni delle bombe a chi li aveva commissionati, ma ogni tanto – senti senti l’astuzia! – infilavano in quei disegni, o in quelle apparecchiature, dei “difetti”, o dei bugs, che avrebbero potuto sia provocare disastri in corso di fabbricazione, sia fornire informazioni circa la prosecuzione dei “lavori” di costruzione delle bombe. Naturalmente, in questo modo, la CIA poteva ostacolare il procedimento. Ma resta il fatto che la CIA sapeva tutto in anticipo di quanto stava avvenendo. A quanto risulta al magistrato svizzero, in molti casi disegni e documentazione essenziale sono stati lasciati “passare” con il beneplacito del servizio segreto americano. Il che spiega perfettamente, adesso, perchè gli Stati Uniti non vogliono che la verità venga a galla, e proteggono i Tiller.
Questo è il punto. Se si scoprisse la verità, ogni volta che si alza l’allarme atomico, sia esso in Nord Corea, sia in Iran, potremmo subito ringraziare gli Stati Uniti d’America per il cospicuo contributo da essi dato alle bombe atomiche dei Paesi canaglia.
Ma c’è un altro punto da far emergere, ad uso e consumo dei “negazionisti dei complotti”. Questa storia ci dice, a chiare lettere, che non c’è azione eversiva, gruppo terroristico, atto terroristico vero e proprio, operazione di diversione, complotto, crisi di governo, che non sia monitorato accuratamente dai servizi segreti americani.
Onnipotenti? Niente affatto, perchè non si può essere contemporaneamente onnipotenti e stupidi. Ma molto presenti, e molto ricchi, questo sì, lo si può affermare. Quindi, quando scoppiano le bombe, siano esse atomiche o al plastico, chiedetevi sempre, voi che non siete “negazionisti del complotto”, quanto di ciò che sarebbe accaduto probabilmente sapevano in anticipo i servizi segreti americani. Naturalmente tutto questo non c’entra nulla con l’11 settembre del 2001.

Da Complotti CIA, rivelazioni a prova di Bomba, di Giulietto Chiesa.
[grassetto nostro]

Questione di tubi

“I diplomatici statunitensi si sono a lungo lamentati del fatto che la Casa Bianca non li ascoltasse ed ignorasse i loro cablogrammi. Adesso essi hanno finalmente ricevuto l’attenzione che prima potevano soltanto sognare. Ora qualsiasi cosa dicano, scrivano o captino è preso molto sul serio.”
[Andrei Fedyashin]

“Se rilasciato su cauzione, Assange dovrebbe stare presso la residenza Ellingham Hall di Vaughan Smith, nel Suffolk. Il nome del Capitano Smith può non dire molto fuori dal Regno Unito, ma in patria è un personaggio di spessore piuttosto alto. Già ufficiale dell’esercito, ha conquistato notorietà a livello nazionale come giornalista investigativo e scova-brividi. Autoproclamato libertario di destra, non si preoccupa mai di spiegare come pensa di coniugare le proprie contraddittorie affiliazioni politiche. Ma ancora una volta l’eccentricità è un marchio di fabbrica del carattere britannico.”
[sempre Fedyashin, in un articolo pubblicato qualche ora prima che giungesse la notizia della scarcerazione del fondatore di Wikileaks da parte delle autorità britanniche]

Il mondo parallelo dell’intelligence statunitense

Con qualche giorno di ritardo…

New York, 29 ottobre – Nel 2010 gli USA hanno speso 80,1 miliardi [di dollari - ndr] in programmi di intelligence, 12% del totale rivolto alla difesa. La pubblicazione di tali dati non avveniva da dieci anni, scrive il Los Angeles Times. Le spese sono così ripartite: 27 miliardi per i servizi segreti militari, 53,1 miliardi per CIA e altre 16 agenzie. Il valore supera ampiamente le spese del Dipartimento di Sicurezza interna (53 miliardi) e di quello di Giustizia (30 miliardi).
La cifra stratosferica raggiunta nell’anno fiscale corrente, terminato il 30 settembre, riguarda diverse voci che vanno dagli stipendi per gli agenti segreti ai pagamenti per i contractors privati e tutte le sofisticate tecnologie satellitari usate dagli 007, scrive il quotidiano californiano. Risulta essere addirittura il triplo dei 26,7 miliardi spesi nel 1998, l’ultima volta che è stato reso noto il budget dell’intelligence. Per anni tali cifre rimasero segrete. Solo dal 2007 si è cominciato a renderle note in modo più regolare, anche se parziale. Quest’anno invece il direttore dei servizi segreti nazionali USA, James Clapper, ha deciso di mettere le cifre in chiaro e in una nota ha precisato: “Gli americani hanno il diritto di sapere la somma totale dei nostri investimenti nell’intelligence”.
(AGI)

Per farsi un’idea dell’enormità della cifra in questione, la si paragoni con quella dell’intero bilancio preventivo della Difesa italiana per il 2011, calcolata in 20,5 miliardi di euro circa.
E poi lo chiamano complottismo.

A scuola di intelligence (atlantica)

Master in studi d’intelligence e sicurezza nazionale (Mains). Conoscenza strategica per le decisioni
(…)
Il Master è stato progettato dal Dipartimento di Studi d’Intelligence Strategica e Sicurezza della Link Campus University. Program Leader del Master è il Prof. Vincenzo Scotti“.

E già che ci siete, date anche un’occhiata all’archivio eventi dellla Link Campus University.
Vi si svelerà un magico mondo popolato dalle “migliori” firme dell’atlantismo, nazionale ma non solo.

E’ arrivato il primo Falco Globale

Da oggi volare sulla Sicilia sarà come giocare alla roulette russa. La notte del 16 settembre, nella base aeronavale di Sigonella è atterrato il primo dei 5 velivoli senza pilota UAV “Global Hawk” RQ-4B dell’US Air Force previsti nell’isola nell’ambito di un accordo top secret stipulato tra Italia e Stati Uniti nell’aprile del 2008. Alla vigilia dell’arrivo del micidiale aereo-spia, le autorità preposte alla sicurezza dei voli avevano emesso il NOTAM (Notice To AirMen) W3788/10 in cui si annunciava che dall’una alle ore quattro di giovedì 16 sarebbero stati sospesi gli approcci strumentali e le procedure per l’avvicinamento di aerei ed elicotteri allo scalo di Catania-Fontanarossa, il terzo come volume di traffico passeggeri in Italia, distante meno di dieci chilometri in linea d’area dalla base USA di Sigonella.
Una misura necessaria ad evitare che il Global Hawk potesse interferire con il traffico aereo, a riprova della pericolosità di questo nuovo sistema di guerra il cui transito nei corridoi riservati al trasporto civile è fortemente osteggiato dalle due maggiori associazioni piloti degli Stati Uniti d’America, la Air Line Pilots Association (ALPA) e la Aircraft Owners and Pilots Association (AOPA).
(…)
Il prototipo giunto a Sigonella è stato assegnato al “9th Operations Group/Detachment 4” , il distaccamento dell’US Air Force operativo sin dallo scorso anno per coordinare e gestire le missioni di spionaggio e guerra dello squadrone RQ-4B in Europa, Africa e Medio oriente.
Il distaccamento USA dipende direttamente dal 9th Reconnaissance Wing del Comando per la guerra aerea con sede a Beale (California), anche centro dell’Agenzia d’intelligence dell’aeronautica statunitense. Secondo quanto affermato dal portavoce del Comando della base di Sigonella, l’inizio delle operazioni dell’UAV è previsto per il prossimo mese di novembre. «Il veicolo – si aggiunge – sarà utilizzato in acque internazionali per la sorveglianza delle linee di comunicazione, per il supporto a operazioni umanitarie e, su richiesta dello stato Italiano, per operazioni di soccorso sul territorio nazionale in caso di calamità naturali, pratica dove l’apparecchio è già stato impiegato con successo ad Haiti e negli incendi della California».
Finalità inverosimili, del tutto in contrasto con quelle degli otto Global Hawk che la NATO assegnerà entro il 2012 ancora a Sigonella nell’ambito del nuovo programma di sorveglianza terrestre AGS (Alliance Ground Surveillance). Secondo quanto dichiarato da Ludwig Decamps, capo della Sezione di supporto dei programmi di armamento della Divisione difesa dell’Alleanza Atlantica, i velivoli senza pilota «saranno fondamentali per le missioni alleate nell’area mediterranea ed in Afghanistan, così come per assistere i compiti della coalizione navale contro la pirateria a largo delle coste della Somalia e nel Golfo di Aden». Operazioni, pertanto, tutt’altro che umanitarie.
(…)
Secondo il periodico statunitense Defense News, Sigonella è destinata a divenire una vera e propria capitale internazionale dei Global Hawk prodotti da Northrop Grumman. Oltre alla US Air Force e alla NATO, anche la US Navy è intenzionata a installare nella base alcuni degli UAV recentemente acquistati, portando a una ventina il numero dei velivoli che troverebbe sede fissa nella stazione aeronavale siciliana.
Sempre Defense News rivela che le autorità governative statunitensi e quelle italiane si sarebbero già incontrate in vista della creazione «di corridoi negli spazi aerei italiani per i decolli e gli atterraggi dei Global Hawk».
(…)

Da Sigonella ospita il primo Global Hawk delle forze armate USA, di Antonio Mazzeo.

A fine 2009, la richiesta del Dipartimento della difesa è stata accolta dal Congresso che ha autorizzato lo stanziamento di 31.300.000 dollari per la realizzazione del soprannominato “Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex”. L’11 aprile 2010 il Comando d’Ingegneria navale per l’Europa, l’Africa e l’Asia sud-orientale (NAVFAC EURAFSWA), un’agenzia del Dipartimento della Marina militare, ha pubblicato il bando di gara per i lavori, invitando i contractor privati a presentare le offerte per la «costruzione a Sigonella di un nuovo hangar con una superficie di 5.700 metri quadri e quattro compartimenti per le attività di manutenzione, riparazione ed ispezione dei velivoli senza pilota e l’installazione di generatori elettrici, sistemi idrici e dei sistemi anti-terrorismo». Dalla scheda analitica predisposta dall’Air Force Command si evince che nel nuovo complesso saranno pure ospitati uffici, centri amministrativi, officine e attrezzature varie, nonché saranno stoccate le componenti aeree a supporto dei velivoli Global Hawk». I tempi previsti per il completare le opere sono stimati in 820 giorni, mentre il valore del progetto va da «un minimo di 25 milioni di dollari ad un massimo di 100 milioni».
Con la realizzazione del Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, Sigonella rafforza il proprio status di “capitale mondiale operativa” dei micidiali velivoli senza pilota UAV già in dotazione alle forze armate USA e che presto saranno acquisiti dalla NATO. Il primo Global Hawk è atterrato nei giorni scorsi nella base siciliana, ma stando alle previsioni dei general manager della Northrop Grumman, l’azienda produttrice, entro il 2013-2014 Sigonella ospiterà sino ad una ventina di UAV. Mentre il Parlamento continua ad essere tenuto all’oscuro sui progetti di riarmo e militarizzazione del territorio italiano, nuove indiscrezioni trapelano dagli Stati Uniti d’America. Il Global Hawk giunto in Sicilia appartiene alla versione “Block 30I” «ottimizzata oltre che per la sorveglianza radar anche per la raccolta d’immagini ad alta definizione diurne e all’infrarosso grazie all’Enanched Integrated Sensor Suite messa a punto da Raytheon», spiega George Guerra, vice-presidente di HALE-Northrop Grumman. Guerra ammette che ci sono stati ritardi nel completamento dei più sofisticati sistemi elettronici del velivolo e che il “Block 30” «non può ancora svolgere funzioni di multi-intelligence, non disponendo per ora del previsto Airborne Signals Intelligence Payload che installeremo prossimamente».
Il colonnello Ricky Thomas, direttore del programma Global Hawk dell’US Air Force, spiega che per il loro funzionamento a Sigonella «opereranno stabilmente 66 militari dell’US Air Force e 40 dipendenti civili della Northrop Grumman». In una prima fase i “piloti” che guideranno da terra le missioni degli UAV potrebbero utilizzare come centro di comando e controllo le infrastrutture dell’aeronautica statunitense ospitate nella grande base di Ramstein (Germania). «Oltre all’US Air Force – aggiunge il colonnello Thomas – anche l’US Navy è intenzionata a installare nella base siciliana i Global Hawk ordinati nell’ambito del suo nuovo programma di sorveglianza aereo-marittima BAMS, mentre la NATO prevede di trasferire in Sicilia 8 Global Hawk nella versione “Block 40” con il nuovo sistema di sorveglianza terrestre alleato AGS (Alliance Ground Surveillance)».
(…)

Da In Sicilia il centro manutenzione dei Global Hawk delle forze armate USA, di Antonio Mazzeo.
[grassetto nostro]

Il patto Swift

E’ ufficiale: l’Europa potrà essere nuovamente spiata in nome della guerra al terrorismo. Dopo diversi mesi di trattative, il Parlamento europeo ha sottoscritto in questi giorni a Bruxelles il controverso patto Swift. Gli Stati Uniti avranno libero accesso alle banche dati di milioni di cittadini europei e potranno utilizzarli nella loro campagna antiterrorismo. E, ancora una volta, la privacy e la democrazia vengono sacrificate in nome di una guerra: una guerra ambigua che, come tutte le vere e proprie lotte armate, non ha né buoni né cattivi e in cui tutti sono sia vittime che carnefici.
Il patto Swift prevede innanzitutto uno scambio di dati unilaterale tra Europa e Stati Uniti: i Governi del Vecchio continente concederanno alla Casa Bianca pacchetti di informazioni riguardanti milioni di cittadini europei che verranno poi registrati nelle banche dati dei servizi segreti statunitensi. Qui potrebbero rimanere salvati per ben cinque anni, alla faccia della “legge bavaglio” e di tutte le diatribe italiane al riguardo.
L’accordo prende il nome dall’azienda di comunicazione che gestirà il delicato scambio di informazioni: è Swift, una multinazionale che ha la sua sede principale nel comune vallone di La Hulpe, in Belgio, a 30 chilometri da Bruxelles. Tra parentesi: la praticità delle scelte del neo Parlamento europeo lascia esterrefatti.
E la parte più controversa dell’accordo Swift è proprio il modo in cui il gruppo di comunicazione belga lavora. Swift, infatti, non si preoccuperà di passare le informazioni alla Casa Bianca in maniera precisa e mirata, quindi limitatamente ai singoli individui indiziati, ma a “pacchetti”. Se un sospetto vive a Milano, ad esempio, Swift potrebbe trasmettere ai funzionari statunitensi tutti i nomi dei cittadini che hanno versato soldi in un Paese extra europeo dalla regione Lombardia in un determinato periodo.
A scegliere i criteri di traffico dei dati, tra l’altro, saranno gli Stati Uniti: chi è sospetto, i motivi della presunta colpa di quest’ultimo e il grado di estensione dell’indagine stessa dipenderanno esclusivamente dai canoni statunitensi. A garanzia della correttezza nel trattamento delle informazioni ci sarà, a Washington, un unico e solo funzionario europeo. Nel Vecchio Continente, invece, le richieste d’indagine saranno esaminate dall’Europol, l’Ufficio europeo di polizia, che tutto ha a cuore tranne che l’intimità dei cittadini. Nessun magistrato, quindi, a gestire la nostra privacy quotidiana, ma un organo di polizia non specializzato nella faccenda.
(…)
Quello che appare chiaro, ben più e ben oltre la sbandierata guerra al terrorismo, è che un paese – gli USA – avrà il monopolio del possesso dati e l’arbitrarietà assoluta sulle modalità del loro utilizzo. Che sarà politico, militare e, cosa che difficilmente verrà ammessa, commerciale. I dati che non verranno considerati utili per la “war of terror” non verranno certo eliminati. Verranno in qualche modo consegnati alle imprese statunitensi che, a loro volta, avranno un vantaggio enorme sulle altre. L’antiterrorismo diventa un business e il business dell’antiterrorismo non conosce crisi.

Da Grande fratello a stelle e strisce, di Emanuela Pessina.
[grassetti nostri]

Mamma RAI attenta, la NATO ti ascolta

Roma, 7 maggio – In RAI opera dagli anni ’60 un ‘punto controllo NATO/UEO’ in quanto l’azienda è titolare di servizio pubblico. Lo precisa Viale Mazzini in una nota, dopo la richiesta di precisazioni da parte del segretario dell’Usigrai Carlo Verna e relativa ad ”alcune illazioni sulla presenza dei ‘servizi segreti’ in RAI”. Il riferimento, in particolare, è ad un articolo pubblicato oggi dal Fatto Quotidiano.
Nel comunicato, la Direzione Risorse Umane e Organizzazione della RAI ”precisa che nell’ambito dell’azienda opera dagli anni ’60 un ‘punto controllo NATO/UEO’ in attuazione di provvedimenti legislativi per la sicurezza nazionale, in quanto la RAI è titolare di Servizio Pubblico. La RAI è impegnata a garantire la funzionalità delle sue capacità trasmissive e il suo possibile uso da parte dello Stato in casi di emergenza civile e militare. Per questi motivi attraverso ‘il punto controllo NATO/UEO’ è previsto il rilascio della qualifica NOS* ad alcuni direttori per le loro funzioni gestionali e operative. Tale attività è strettamente limitata ai compiti istituzionali previsti dalle normative e non ha mai riguardato l’informazione e le notizie da diffondere da Telegiornali, Giornali Radio e Reti della RAI”. [Beato chi ci crede... - ndr]
(ANSA)

* Il NOS (acronimo di “Nulla Osta di Sicurezza”) permette l’accesso alla documentazione con classifica di segretezza.

La CIA s’impegna nel settore dell’intrattenimento

Per non essere da meno, la CIA è entrata nel prezioso mercato del controllo dei social network in maniera consistente.
In un’esclusiva pubblicata da Wired, apprendiamo che il braccio degli investimenti della CIA, In-Q-Tel, “vuole leggere i tuoi post sui blog, tracciare i tuoi aggiornamenti su Twitter- – perfino scoprire le tue recensioni librarie su Amazon”.
Il giornalista investigativo Noah Shachtman rivela che In-Q-Tel “sta investendo in Visible Technologies, una ditta di software che è specializzata nel monitoraggio dei social network. Essa fa parte di un più ampio complesso con i servizi di spionaggio finalizzato a migliorare l’utilizzo di “fonti aperte di intelligence”- -informazioni che sono pubblicamente disponibili, ma spesso nascoste nella fiumana di spettacoli televisivi, articoli di giornali, post nei blog, video on-line e servizi radiofonici che vengono creati quotidianamente.” Wired riferisce:
“Visible si muove con circospezione fra più di mezzo milione di siti internet 2.0 al giorno, raggranellando più di un milione di post e conversazioni che hanno luogo su blog, forum on-line, Flickr, YouTube, Twitter ed Amazon (al momento non riguarda quei social network come Facebook che necessitano d’iscrizione). Vengono inquadrati gli utenti e gli aggiornamenti in tempo reale di ciò che è stato detto in questi siti, in base a catene di parole chiave.” (Noah Schachtman, “Esclusivo: Le spie statunitensi comprano azioni di una ditta che controlla blog e cinguettii”, Wired del 19 ottobre 2009)
Benché il portavoce di In-Q-Tel Donald Tighe abbia detto a Wired che si vuole che Visible controlli i social network stranieri e fornisca in merito agli incubi degli americani una “vigilanza per un preallarme riguardo a come si svolgono le questioni a livello internazionale”, Schachtman fa notare che “uno strumento simile può anche venire puntato all’interno, sui connazionali frequentatori dei blog e di Twitter”.
Secondo Wired, la ditta già sorveglia attentamente siti internet 2.0 “per Dell, AT&T e Verizon”. E come ulteriore attrattiva, “Visible sta tracciando le campagne internet degli attivisti per i diritti degli animali” contro il colosso della macellazione Hormel.
Shachtman riferisce che “Visible ha tentato per quasi un anno di entrare nell’ambito governativo”. E perché non avrebbero dovuto, considerando che la sicurezza della Patria e la ancor più inquietante parola tabù della “comunità di intelligence” statunitense, è un’autentica gallina dalle uova d’oro per le imprese intraprendenti avide di eseguire gli ordini dello Stato.
Wired riferisce che nel 2008, Visible “fece squadra” con l’impresa di consulenza con sede a Washington DC “Concepts & Strategies, la quale ha trattato il monitoraggio dei media e servizi di traduzione per il Comando Strategico Statunitense e per i Capi di Stato Maggiore Congiunti, fra gli altri”.
Secondo uno spot pubblicitario sul sito internet della ditta, costoro sono sempre alla ricerca di “specialisti in confronti dialettici nei social network” con esperienza al Dipartimento della Difesa ed “un’alta competenza in arabo, farsi, francese, urdu o russo”. Wired riferisce che Concepts & Strategies “sta anche cercando un ‘ingegnere della sicurezza per i sistemi di informazione’ che abbia già un’autorizzazione di sicurezza in ‘Top Secret SCI [Sensitive Compartmentalized Information] conseguito con il Poligrafo a Spettro Totale dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale’”.
In un simile ambiente, nulla sfugge agli occhi dello Stato segreto. Schachtman rivela che l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale “mantiene un Centro per l’Open Source, che setaccia l’informazione pubblicamente disponibile, compresi i siti internet 2.0”.
Nel 2007, il direttore del Centro, Doug Naquin, “disse a un pubblico di professionisti dell’intelligence” che “adesso stiamo controllando YouTube, che porta un bel po’ di informazioni eccezionali e spontanee… noi abbiamo gruppi che controllano quelli che chiamano “media dei cittadini”: persone che scattano fotografie con i loro cellulari e le postano su internet. Poi ci sono i social network, fenomeni come MySpace ed i blog”.

Da Mind Your Tweets: The CIA Social Networking Surveillance System,
di Tom Burghardt.
[Traduzione di L. Salimbeni]

Edward mani in pasta

“Caro Edward”. Si apre così una lettera di Pio Pompa al consulente americano dei servizi segreti. Ma l’autore della missiva, l’ex funzionario del servizio segreto militare Pio Pompa, avrebbe fatto meglio a iniziare con un “Carissimo” vista l’entità dei compensi strappati ai contribuenti italiani da questo professore nato in Romania, passato da Palermo e cresciuto tra Londra e gli Stati Uniti a cornflakes e intelligence.
Luttwak è famoso per le sue comparsate a “Porta a Porta”, dove con l’accento da telecronista di football americano imitato perfettamente da Corrado Guzzanti rifila ai telespettatori concetti indigesti sulla guerra necessaria e sui terroristi da sterminare.
Dalle carte sequestrate nel “covo del Sismi” di via Nazionale diretto da Pio Pompa si scopre che per le sue analisi Luttwak è stato retribuito profumatamente dal Sismi diretto da Nicolò Pollari, attraverso la Apri Spa di Luciano Monti.
Nella sua lettera, che dovrebbe risalire al settembre 2002, Pompa propone al “caro Edward” un contratto da nababbo: “a) impegno minimo di dieci giornate al mese per un importo di 5 mila euro al giorno, spese escluse, pari a complessive 50 mila euro al mese; b) la collaborazione avrà la durata di 12 mesi, a far data dalla sottoscrizione del contratto, per un importo annuale di 600 mila euro; c) le spese attinenti le attività da svolgere, debitamente concordate, saranno rimborsate a parte dietro presentazione della relativa documentazione”.
Luttwak ha raccontato in un’intervista a Claudio Gatti del Sole 24 ore nel novembre del 2008: “Lavoravo con Pompa per Apri e Apri lavorava per il Sismi”. A leggere le mail sequestrate a Pompa però si coglie un esempio negativo delle ricadute del rapporto Luttwak-Sismi sulla manipolazione dei media. Tutto si svolge nelle ore immediatamente seguenti la strage di Nassirya del 12 novembre 2003. Muoiono 28 persone, 18 italiani. L’Italia è scossa e e si raccoglie intorno al salotto di Vespa. Luttwak è invitato insieme a Franco Frattini, allora ministro degli esteri.
L’illustre politologo indipendente (in realtà strapagato dal Sismi e quindi dal Governo) si esibisce in questo numero acrobatico per connettere Al Qaeda alla sinistra antagonista.
Ecco quello che milioni di italiani hanno sentito quella sera.
Luttwak: “Un amico qui a Roma che ha un figlio che guarda internet ha fatto presente che ci sono siti italiani fatti da italiani che parlano di resistenza e aizzano attacchi contro la coalizione. Ci sono Nuovimondimedia.it , Informationguerrilla.org . Questi dicono ‘andate in Iraq, lottate, uccidete la coalizione e gli italiani’”.
Vespa frena: “Luttwak, abbiamo cliccato non è venuto niente e lei, Frattini, che fa conferma?”
Il ministro accende lo sguardo accigliato da busto marmoreo: “C’erano certo”.
Vespa: “C’erano?”.
Frattini: “Ma li hanno cancellati, sono scomparsi”.
Vespa: “No, scusi eh, prima che li cancellassero esistevano? Lei testimonia che esistevano?”
Frattini: “Non li ho guardati ma noi sapevamo che esistevano”.
Leggendo le mail sequestrate si capisce chi è la fonte che ha spinto il politologo a dire la balla spaziale.
(…)
A leggere il carteggio tra Pompa e Luttwak, Apri funzionava come una cassa dei servizi per i consulenti. In un appunto di Pompa, sequestrato dalla Digos, si legge l’elenco delle attività svolte da Apri. In particolare nell’appunto di Pompa si cita il “think tank” composto oltre che dal politologo americano e dai dirigenti di Apri Monti e Orvieto, da altri esperti vicini al Governo come il generale Carlo Jean e il commercialista Enrico Vitali, partner dello studio tributario fondato da Giulio Tremonti.
Il report descrive 15 incontri sui seguenti temi: emergenza nazionale, flussi migratori e finanziari, organizzazioni islamiche e sviluppi del settore aerospaziale.
A differenza degli informatori come il giornalista Renato Farina pagati direttamente dalla “Casa” (come dimostrano le ricevute sopra pubblicate e controfirmate con il nome in codice “Betulla”), i consulenti prestavano la loro opera a Apri.
A un certo punto però il giocattolo si rompe. Pompa segnala a Pollari nel 2003: “L’assoluta non veridicità, come dimostrato dalla quasi totale assenza di prodotti a supporto, delle giornate lavorative imputate al capoprogetto, prof. Luciano Monti e al suo collaboratore dott. Piero Orvieto, rispettivamente n. 41 e 50 giornate che sarebbero state effettuate nel bimestre novembre-dicembre 2002 per un importo complessivo di 131.495 euro.
Per Pompa, Apri chiede 2 milioni di euro perché interpreta a modo suo la convenzione del 2002. Ma il Sismi non vuole pagare tanto. A cascata Apri blocca i pagamenti a Luttwak che fa causa e tempesta Monti e Pompa di mail sempre più dure. Alla fine Pompa gli propone di chiudere accettando “solo” 142 mila euro, “a cui vanno aggiunte quelle non ancora pagate da Monti”. Chissà se il “Caro Edward” ha accettato.

Da “Betulla”, Luttwak e il tariffario dei servizi, di Marco Lillo.

Prigioni CIA in Lituania

Lo scorso dicembre, una commissione d’inchiesta nominata dal Parlamento lituano ha riconosciuto che nel Paese baltico sono state create almeno due carceri segrete per la “guerra al terrore” condotta dalla CIA.
L’inchiesta sulle attività dell’agenzia di spionaggio USA in Lituania aveva preso avvio da notizie apparse sulla stampa statunitense nell’agosto 2009. Ora è emerso che le prigioni CIA erano almeno due, una delle quali operativa già nel 2002 e l’altra a partire dal 2004. Esse erano organizzate e gestite dalla centrale CIA di Francoforte in Germania, che aveva anche la responsabilità per centri detentivi simili in Romania, Polonia, Marocco e forse Ucraina.
Infatti, come dichiarato dall’ex capo dell’agenzia nella città tedesca Kyle D. Foggo, “sarebbe stato troppo rischioso gestirle dal quartier generale” della CIA.
Il nome in codice dell’operazione, condotta insieme al Dipartimento della Sicurezza Nazionale lituano, era Amber Rebuff. La prima delle due prigioni era situata a Rudnikai, camuffata come centro speciale di addestramento del Servizio di Pubblica Sicurezza del ministero degli Interni lituano; la seconda, la più utilizzata, era invece ad Antaviliai, a soli venti chilometri dalla capitale Vilnius, in una località abitata da influenti uomini politici e d’affari. Precedentemente, il sito di Antaviliai era adibito a centro equestre, i cui proprietari erano stati spinti dalle forti pressioni delle autorità locali a venderlo alla Elite LLC, una società di comodo creata dalla CIA con l’aiuto di due sue referenti con sede a Panama, Start Finance Group e INK Holding.
Pare comunque che la CIA abbia avuto non poche difficoltà con Amber Rebuff. L’allora presidente lituano, Rolandas Paksas, si oppose infatti al progetto ma a meno di un anno di distanza dalla sua elezione venne incriminato a causa di una presunta corruzione da parte di affaristi russi e di altre voci incontrollate. Più o meno nello stesso periodo di tempo, tre diplomatici russi furono accusati di spionaggio ed allontanati dal Paese, probabilmente un’iniziativa statunitense per evitare sguardi indiscreti sull’operazione in corso.
Venne quindi eletto come Presidente l’anziano Valdas Adamkus, un grande ammiratore di George Bush dotato anche di cittadinanza USA, voglioso di sdebitarsi con i suoi padrini a stelle e strisce per il sostegno da loro accordato alla richiesta lituana di entrare nella NATO.
Interessante il fatto che negli anni fra il 2003 ed il 2006 l’ambasciatore statunitense in Lituania fosse Stephen Donald Mull, un agente della CIA operativo in Polonia ai tempi di Solidarnosc. All’epoca, Mull era in servizio presso l’ambasciata di Varsavia quale Consigliere Politico e veniva considerato dagli organi di intelligence locali un mestatore a causa della sua attiva frequentazione con la dissidenza.
Mull ha avuto l’intera responsabilità operativa di Amber Rebuff e sicuramente è a conoscenza di dove siano finiti i 5 milioni di dollari di “aiuti” stanziati a favore della Lituania all’inizio di tutta la storia.
Da parte lituana i responsabili erano Arvydas Pocius e Mecys Laurinkas, che in periodi diversi prestarono servizio come capi del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, e il vice direttore dello stesso Dainius Dabasinskas. Nell’operazione furono impiegati sono gli agenti lituani più fidati, alcuni dei quali collaborarono con i colleghi americani durante gli “interrogatori”.
La pubblicità che ormai circonda Amber Rebuff ha fatto visibilmente innervosire le autorità della Lituania.
La Presidente Dalia Grybauskaite va ripetendo che non ha nulla a che fare con le prigioni CIA, malgrado abbia “sospetti indiretti” a riguardo della questione. Ella ha peraltro espresso la significativa opinione secondo cui un’indagine completa potrebbe rendere la Lituania un bersaglio del terrorismo internazionale. La stessa ipotesi, guarda caso, diffusa da un portavoce della CIA per il quale commentare le informazioni sulle carceri segreti rappresenterebbe una minaccia a milioni di persone e sarebbe perciò un atto irresponsabile.
Il numero esatto di persone “ospitate” presso tali prigioni è sconosciuto, ma è assodato che in Lituania giungevano con una certa regolarità voli speciali dall’Afghanistan. Quando l’inchiesta parlamentare era in corso, il capo del Comitato Nazionale per la Sicurezza e la Difesa Arvydas Anusauskas affermò che alcuni particolari dell’operazione non potevano essere resi pubblici per motivi di sicurezza interna e per gli obblighi contratti con gli “alleati” statunitensi.
Dal canto loro, il Primo ministro Andrius Kubilius e gli ex Presidenti Algirdas Brazauskas e Valdas Adamkus si stanno adoperando per convincere l’opinione pubblica che le rivelazioni sulle prigioni segrete della CIA in Lituania sono tutte “miti e fantasie”.
Bisognerebbe tenere bene a mente che alla fine del 2005, su richiesta dell’ex ambasciatore Mull, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale distrusse frettolosamente tutti i documenti e le evidenze, anche materiali, che potevano ricondurre alle prigioni segrete. Pezzi delle apparecchiature furono gettati in piena notte nel fiume Nemunas. Successivamente, nel 2007 il sito di Antaviliai fu ceduto dalla CIA ai colleghi lituani in segno di riconoscenza per la loro cooperazione a difesa della libertà e della democrazia.

Quando Scotti s-fondava il SISDE

SISDE

Vincenzo Scotti, nato a Napoli il 16 settembre 1933, dopo una lunga carriera ai vertici della Democrazia Cristiana e come ministro in diversi governi fino al 1992, ed un successivo periodo di inattività politica, è oggi sottosegretario agli Esteri del governo Berlusconi IV.
Ministro dell’Interno dal 16 ottobre 1990 al 28 giugno 1992 durante il governo Andreotti VII, fu rinviato a giudizio per peculato ed abuso d’ufficio per lo scandalo SISDE, ed in seguito prosciolto per prescrizione.
Una sentenza della Corte dei Conti gli ha imposto di risarcire allo Stato 2.995.450 euro, giudicandolo colpevole insieme all’ex direttore del SISDE, Alessandro Voci, di aver fatto acquistare un palazzo a Roma con fondi riservati del SISDE ad un prezzo maggiorato di 10 miliardi di lire per la creazione di fondi neri. “Ingenti somme (…) che sarebbero servite, almeno in parte, a finanziare la campagna elettorale del Ministro”.
Recita la sentenza:
“La vicenda che ha dato luogo alla vocatio in iudicium può così sostanzialmente essere riassunta.
Nel marzo dell’anno 1992, secondo le dichiarazioni e gli atti acquisiti da parte attrice dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di [omissis], i vertici amministrativi del [omissis] V. e G., unitamente al Ministro pro-tempore [omissis] S. ed al [omissis] L. decisero di acquistare l’immobile cielo-terra sito in [omissis] da destinare a nuova sede degli uffici del Servizio. A tal fine il [omissis] del Ministro dott. L. contattava il vice direttore del [omissis] dott. G., che a sua volta ne informava il direttore del [omissis] dott. V., della possibilità di acquistare detta unità immobiliare la quale, anche se all’epoca della stipula del preliminare di vendita avvenuta in data 12 marzo 1992 era ancora di proprietà della società privata [omissis], fu dichiarata appartenere all’Architetto [omissis], legale rappresentante della società [omissis], che assumeva pertanto di esserne proprietario e quindi pienamente legittimato alla stipula di detto preliminare di vendita.
Parte promittente acquirente doveva risultare la società di copertura [omissis] per conto del [omissis], rappresentata dall’amministratore unico M. B..
In effetti, solo dopo la stipula del preliminare di vendita, l’architetto S. divenne proprietario dell’immobile, utilizzando a tale scopo la somma ricevuta indebitamente a titolo di caparra confirmatoria da parte della società [omissis]l e riversandola alla società privata [omissis].
Dagli atti di causa è risultato, altresì, che, nella stessa data del 12 marzo 1992, furono stipulati due preliminari di vendita tra il [omissis] e la società [omissis]: il primo, effettivo, destinato a restare occulto e successivamente ad essere distrutto, secondo il quale l’immobile in questione era ceduto per il prezzo complessivo di lire 25 miliardi e 470 milioni, comprensivo delle spese di ristrutturazione ed adeguamento che il [omissis] avrebbe eseguito subito dopo il rogito notarile; il secondo preliminare, “di facciata” e destinato a rimanere agli atti, sia per giustificare il minor importo versato e la minor somma da versare ai fini dell’IVA, secondo il quale l’immobile predetto era ceduto per un importo complessivo di lire 14 miliardi e 500 milioni, comprensivo delle spese di ristrutturazione ed adeguamento a carico sempre del [omissis] promittente venditore.
La ragione dei due preliminari che differivano nell’importo di circa lire 10 miliardi era individuata dalla Procura nell’accordo illecito esistente tra i convenuti ed il S. volto a precostituire un fondo illecito da cui attingere successivamente.
A garanzia del rispetto dei vincoli assunti con la sottoscrizione del preliminare, la società [omissis], per conto del [omissis], versava in due riprese al S. un acconto “di facciata” per l’importo complessivo di lire 4,5 miliardi ed un acconto “occulto” di lire 10 miliardi, somme che erano versate in contanti ed in giorni diversi durante lo stesso mese di marzo del 1992.
Il finanziamento degli acconti versati, come sopra indicato, veniva, secondo la ricostruzione dei fatti acquisiti dalla Procura, concordemente definito dai convenuti: in particolare il dott. V. avrebbe sottoposto al Ministro S. un appunto sulla possibilità di finanziare l’intera operazione d’acquisto secondo due modalità alternative.
La prima prevedeva il pagamento dell’acconto di facciata di lire 4,5 miliardi e del saldo di facciata di lire 10 miliardi attingendo dai fondi ordinari (cap.1116), mentre i successivi 10 miliardi, frutto dell’accordo illecito, sarebbero stati attinti dai fondi riservati; la seconda alternativa prospettava un pagamento dell’intera somma di lire 25 miliardi e 470 milioni dai fondi riservati.
Fu prescelta questa seconda soluzione in quanto garantiva, non solo, di avere la somma totale con immediatezza, senza dover attendere i tempi dettati dal regolamento di contabilità del servizio, ma soprattutto, di coprire l’intera operazione della massima riservatezza.
Com’è noto, infatti, l’utilizzo dei fondi riservati non era soggetto a rendicontazione e la documentazione poteva essere successivamente distrutta.
(…)
Peraltro, l’utilizzazione dei fondi riservati prevedeva un necessario passaggio autorizzativo del Ministro e, ciò, a prescindere dalla conoscenza o meno da parte di quest’ultimo dell’appunto sottoposto dal V. sulle concrete modalità d’acquisto.
Certo è che per consentire l’esborso di una somma così ingente, il Ministro doveva essere a conoscenza delle modalità di adempimento; peraltro il fatto della sua conoscenza risulta confermata, oltre che ovviamente dalla firma del decreto autorizzativo, anche dalle dichiarazioni del V. che, più volte, riferisce di aver parlato dell’acquisto dell’immobile di via [omissis] con il Ministro, e questi non lo ha smentito, ed anche dalle deposizioni degli altri convenuti che hanno confessato l’avvenuta informativa documentale nei confronti dello Scotti, per tacere anche delle dichiarazioni confessorie del B., acquisite agli atti del processo penale, che ha apertamente indicato il fine ultimo dell’erogazione delle ingenti somme destinate al S., somme che sarebbero servite, almeno in parte, a finanziare la campagna elettorale del Ministro.”

La Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per il Lazio composta dai giudici dott. Salvatore Nottola, Presidente, dott. Andrea Lupi, Consigliere, dott. Stefano Perri, Primo Referendario, “definitivamente pronunciando, condanna i signori S. V. e V. A. al pagamento in favore dell’erario della somma, da dividere in parti uguali, di euro 5.990.900, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali come in parte motiva, salvo scomputo delle somme che l’Amministrazione potrà avere nel frattempo incamerato dalla procedura esecutiva già avviata in ottemperanza alla sentenza del giudice civile n. 12417/2006.
Condanna, altresì, i signori G. F. e L. R. al pagamento in favore dell’erario della somma, da dividere in parti uguali, di euro 1.497.725, oltre la rivalutazione monetaria e gli interessi legali come in parte motiva, salvo scomputo delle somme che l’Amministrazione potrà avere nel frattempo incamerato dalla procedura esecutiva già avviata in ottemperanza alla sentenza del giudice civile n. 12417/2006.
(…)
Così deciso in Roma nella Camera di consiglio del 3 dicembre 2007.”

La versione integrale della sentenza, n. 106 del 2008 Sezione Lazio, è presente nella banca dati delle decisioni della Corte dei conti.

Aggiornamento
In data 22 marzo u.s., nella medesima banca dati, è stata pubblicata la sentenza d’appello n. 198 del 2010 sul procedimento in questione, emessa dalla Sezione Prima Giurisdizionale Centrale della Corte dei conti:
“Iniziando allora dal profilo oggettivo del comportamento, ritiene questo Collegio che non possano sussistere dubbi sull’illiceità, ampia e diffusa, che ha caratterizzato l’intera vicenda per la quale è causa.
(…)
Non può sussistere alcun dubbio, in sostanza, circa l’illiceità dell’operazione che si andava preparando, con l’utilizzo senza alcuna ragione dei fondi riservati, per finalità non consentite e in violazione delle più elementari norme di contabilità generale dello Stato.
Ma anche a voler sorvolare sulle irregolarità già citate, ci si sarebbe almeno aspettati che un affare tanto anomalo, proprio per questo fosse realizzato (sia pure in modo del tutto illecito, ma) con un minimo di cautele, peraltro elementari. E invece, sono stati versati ad un privato somme enormi, in contanti e in pochi giorni, senza alcuna garanzia e senza avere la possibilità di occupare nel frattempo l’immobile (che peraltro, si ricorda, all’epoca neppure era di proprietà del soggetto percipiente quelle somme).
Insomma, non occorrono ulteriori dissertazioni per evidenziare la totale e completa negligenza che ha caratterizzato la conduzione dell’intera operazione e, dunque, non si può che pienamente concordare con le valutazioni spese in proposito dal Giudice territoriale.
(…)
Circa gli specifici ruoli rivestiti da ciascuno dei quattro soggetti coinvolti nel giudizio, è appena il caso di chiarire come, in linea di massima, nessuno di essi, per la posizione rivestita, possa ritenersi escluso; anche qui vanno quindi condivise le valutazioni contenute nella sentenza appellata.
Tutti, stando agli atti di causa e in particolare alle stesse dichiarazioni rilasciate in sede di istruttoria penale, erano a conoscenza della trattativa in corso; tutti risultano avere contribuito, a vario titolo e con diversa incidenza causale, al suo negativo risultato finale.
(…)
E’ confermata, in conclusione, la pronunzia di condanna a carico dei quattro interessati, nei medesimi termini di cui all’appellata sentenza n. 106/2008: condanna dei signori S. e V. al pagamento della somma, da dividere in parti uguali, di euro 5.990.900 (cioè euro 2.995.450 ciascuno), oltre alla rivalutazione monetaria dalla data dell’evento dannoso e agli interessi legali, salvo scomputo delle somme che l’Amministrazione potrà avere nel frattempo incamerato (e quelle che potrà in futuro recuperare); condanna dei signori G. e L. al pagamento di euro 1.497.725, sempre da dividere in parti uguali (euro 748.862,50 ciascuno), oltre rivalutazione monetaria e interessi legali, anche qui salvo scomputo delle somme recuperate dall’amministrazione.
Va tuttavia dichiarata, anche in accoglimento di quanto evidenziato in udienza dal Procuratore, l’intrasmissibilità agli eredi del dr. V. del debito del dante causa (pari, come appena detto, a euro 2.995.450), non risultando sussistere i presupposti dell’illecito arricchimento dell’interessato e conseguente indebito arricchimento degli eredi, di cui all’art. 1, comma 1, L. n. 20/1994. Vanno, pertanto, anche revocati i sequestri a suo tempo disposti nei confronti del medesimo dante causa.
Per i sequestri nei confronti degli altri tre interessati, è invece confermata la pronunzia del primo Giudice, di conversione degli stessi in pignoramenti, nei limiti delle somme di condanna.
Le spese del presente grado di giudizio, in favore dello Stato, seguono da ultimo la soccombenza e sono poste, in via solidale, a carico degli appellanti sigg.ri S., L. e G.”

E così sia.

Anno nuovo, vita vecchia

Dopo gli annunci del mese scorso di Obama e della NATO di aumentare gli aiuti alle forze armate afgane nell’addestramento, nella professionalizzazione e nel rendersi autonomi nell’utilizzo delle nuove tecnologie, dobbiamo effettivamente registrare che tale addestramento sta effettivamente dando i suoi frutti, per l’entusiasmo, anche un po’ eccessivo, col quale i soldati afgani hanno accolto la notizia.
Quanto i soldati afgani stiano apprezzando lo sforzo dell’intera coalizione è sotto gli occhi di tutti: in pochi giorni due episodi che hanno visto coinvolti soldati ed ufficiali afgani addestrati dalla NATO che con l’avvicinarsi del nostro Capodanno si son fatti esplodere dalla gioia o si son lasciati andare all’usanza tutta orientale di utilizzare le armi da fuoco al posto dei petardi.
Quanto gli anglosassoni prendano troppo sul serio le cose, ha generato nel primo caso, allarmismo, la conseguente sparatoria con un americano morto e due feriti lievi tra gli italiani e con il malaugurato ferimento ed arresto del povero afgano che, sicuramente in preda ai malefici fumi di qualche “canna” di puro Hashish, non pensava di causare un ennesimo allarme nelle forze internazionali, ovvero quello della serpe che si sta allevando in seno.
Ieri, poi il fattaccio, a Khost con la morte di ben otto agenti CIA.
Alla notizia dell’arrivo per il fine d’anno di un gruppo di specialisti della CIA, che doveva condurre una serie di “interrogatori” su alcuni sospetti talebani presso la superprotetta base di Khost, un ufficiale talebano conosciuto per la passione per i fuochi artificiali s’era fatto venire direttamente da Napoli, un quantitativo di palloni di Maradona, teste di Bin Laden, Tric-trac, fontane luminose, tutte dichiaratamente di contrabbando e senza le dovute etichette per la tracciabilità.
Tutta roba che doveva essere utilizzata allo scadere della mezzanotte del 31 dicembre ma, …il diavolo ci ha messo la coda.
Il solito agente della CIA con gli occhiali scuri, dallo sguardo sveglio e in vena di fregare Ibrahim, col codice alla mano ha intimato al povero afgano di mollare la santabarbara pirotecnica poiché “non omologata secondo gli standard statunitensi”.
Uno stipendio intero era costato tutto quel ben di dio al povero Ibrahim, che voleva passare per quello che aveva fatto lasciare col naso per aria tutta la guarnigione di Khost per Capodanno!!
Potete ben comprendere come Ibrahim ha arraffato un pallone di Maradona ed una testa di Bin Laden ed ha incominciato a correre per la Piazza d’armi della superbase di Khost.
Non l’avesse mai fatto!!! Lo sappiamo come fanno gli americani…in otto han creduto di essere allo stadio di N.York in una finale di rugby e si son lanciati da tutte le direzioni sul povero afgano che l’unica porta che voleva raggiungere, a quel punto, vistosi inseguito da certi pesi massimi, era quella del bagno.
Poi il solito incidente, il classico superman che pensando di essere John Wayne nel film Berretti Verdi , con il sigaro in bocca, ha raggiunto l’afghano placcandolo e poi giù tutti gli altri.
…hai voglia che Ibrahim gridava:
-“ spegnete quel sigaro, state attenti a non stringermi troppo!”-
Macchè! I super agenti della CIA non riuscendo a far mollare la presa ad Ibrahim, se lo son caricato sotto il braccio e tutti insieme cantando l’inno della nazionale di rugby si son lanciati verso il centro della piazza d’armi dov’era l’asta con la Bandiera americana, ritenendola la meta della partita.
… Poi il botto finale con tanto di fuochi pirotecnici e una strage tutta a stelle e strisce con il povero Ibrahim che non potrà ricevere gli auguri dai suoi commilitoni.
Buon anno dall’Afghanistan!

Botti di fine d’anno in Afghanistan ovvero la strategia vincente di Obama e della NATO, di Antonio Camuso.

Spionaggio per conto terzi
Secondo Eva Golinger, gli agenti della CIA uccisi in Afghanistan lavoravano per una società di facciata, la Development Alternatives Inc. (DAI), attiva  – per il tramite di USAID – anche in Venezuela, Cuba ed altri Paesi dell’America Latina.
Leggere qui.

Una diversa ricostruzione dei fatti
La fornisce Gianluca Freda, che partendo dalla strage di civili a Kunar dello scorso 26 dicembre, ipotizza un conflitto neanche tanto sotterraneo tra la Casa Bianca e l’agenzia di intelligence.

Triplogiochista?
Madrid, 12 gennaio – Il giordano Humam Khalil Abu-Mulal al-Balawi, il kamikaze che il 30 dicembre uccise 7 agenti CIA in Afghanistan, fu l’operativo di Al Qaeda che rivendicò l’attentato dell’11 marzo 2004 alla stazione Atocha di Madrid. Strage in cui persero la vita 192 persone.
E’ quanto sostiene la radio Cadena Ser secondo cui Balawi, agente triplogiochista che riuscì ad ingannare i servizi giordani e la CIA, inviò una lettera al quotidiano ABC in cui attribuì la paternità del massacro ad Al Qaeda.
(AGI)

Cominciamo con la base Chapman, dove l’attentato suicida ha avuto luogo. Una vecchia base sovietica vicino al confine con il Pakistan, essa ha ricevuto un nuovo nome, quello di un Berretto Verde che aveva combattuto a fianco degli agenti della CIA e fu il primo americano a morire durante l’invasione dell’Afghanistan nel 2001. Si trova in un luogo isolato nei pressi della città di Khost, a pochi chilometri dal più grande Camp Salerno, una base operativa avanzata usata principalmente dalle truppe americane delle operazioni speciali.
Occupata dalla CIA a partire dal 2001, la base Chapman è regolarmente descritta come “piccola” o “minuscola” e, secondo un resoconto, dotata di “una proibitiva rete di barriere, filo spinato e torri di guardia”. Anche se vi era stata alloggiata una squadra di ricostruzione provvisoria del Dipartimento di Stato americano (come pure personale dell’Agenzia USA per lo sviluppo internazionale e personale del Dipartimento dell’Agricoltura), e anche se “era ufficialmente un campo per i civili coinvolti nella ricostruzione”, la base Chapman è “ben nota a livello locale come una base della CIA” – un “segreto di Pulcinella”, come riferisce un altro rapporto.
(…)
Gli sforzi degli agenti della CIA alla base Chapman erano concentrati sulla “raccolta di informazioni relative alle reti di militanti in Afghanistan e in Pakistan, e la pianificazione delle missioni per uccidere i principali leader di queste reti”, in particolare quelli della rete di Haqqani nella zona tribale del Waziristan settentrionale, proprio a cavallo del confine pakistano. Essi evidentemente gestivano “informatori” in Pakistan per trovare gli obiettivi della guerra di omicidi “mirati” della CIA, tuttora in corso, e compiuta per mezzo dei drone.
Questi attacchi con i drone in Pakistan sono stati a loro volta aumentati a livelli senza precedenti da quando Obama ha assunto le sue funzioni; da 44 a 50 (o più) raid sono stati compiuti nel corso dell’anno passato, causando vittime civili nell’ordine delle centinaia. Come i pashtun locali, la CIA sostanzialmente non riconosce l’esistenza di un confine. Per i suoi agenti, le terre tribali di confine afghane e pakistane costituiscono un unico mondo.
(…)
In questa guerra, i drone non sono l’unica arma dell’agenzia. La CIA sembra anche essersi specializzata nella gestione di raid e “irruzioni notturne” altamente controverse, in collaborazione con le forze paramilitari afghane. Queste incursioni, laddove condotte dalle forze speciali USA, hanno causato vittime civili suscitando grande scalpore ed aspre proteste. A volte, secondo quanto riferito, la CIA conduce effettivamente tali irruzioni in collaborazione con le forze delle operazioni speciali.
In un recente raid notturno guidato dagli americani nella provincia di Kunar, otto giovani studenti sono stati (secondo fonti afghane) arrestati, ammanettati e giustiziati. Il comando di questo raid è stato attribuito, eufemisticamente, ad “altre agenzie governative” (OGAs) o ad ”americani non-militari”. Queste incursioni, che siano “riuscite” in senso stretto o meno, non si adattano facilmente alla strategia di “counter-insurgency” dell’amministrazione Obama basata sul principio di “accattivarsi i cuori e le menti”.
(…)
Circa nello stesso periodo, sono emerse notizie secondo cui la Blackwater/Xe garantiva la sicurezza, armava drone, ed eseguiva “alcuni degli incarichi più importanti dell’agenzia” nelle basi segrete in Pakistan e in Afghanistan. E’ inoltre emerso che la CIA aveva pagato contractor della Blackwater perché prendessero parte a un programma di attentati segreti in Afghanistan.
Mettete insieme tutto questo e avrete il sinistro volto dell’“intelligence” in guerra nel 2010 – un nuovo “intruglio” nei conflitti di Washington. Oggi, in Afghanistan, un mix militarizzato di agenti della CIA e di mercenari ex-militari, così come di reclute indigene e di aerei robot, sta combattendo una guerra “nell’ombra” (come si diceva durante la Guerra Fredda). Questa non è più “intelligence”, come qualcuno immagina, né è “militare”, nel senso tradizionale del termine – non lo è più da quando le operazioni degli Stati Uniti sono compiute da mercenari e indigeni in misura così grande.

Da La guerra segreta degli USA in Afghanistan, di Tom Engelhardt.

Ipocrisia anglo-americana

Tanto più odioso appare l’inferno di fuoco scatenato dall’aviazione britannica, per il fatto che due settimane dopo lo scoppio della guerra il primo ministro inglese Chamberlain aveva dichiarato: «Indipendentemente dal punto dove altri potranno giungere, il governo di Sua Maestà non farà mai ricorso all’attacco deliberato contro donne e bambini per fini di mero terrorismo». In realtà i piani per bombardamenti indiscriminati e terroristici avevano cominciato a prender forma nel corso del Primo conflitto mondiale: mentre esso si trascinava senza giungere alla conclusione, Churchill «aveva previsto per il 1919 un attacco di mille bombardieri su Berlino». Tali piani continuano ad essere sviluppati dopo la vittoria. E cioè, si potrebbe dire imitando lo sbrigativo modo di argomentare degli ideologi oggi alla moda, il paese-guida in quel momento dell’Occidente liberale programmava un nuovo “genocidio” mentre portava a termine quello iniziato il 1914. In ogni caso, proprio l’Inghilterra diventa la protagonista della distruzione sistematica inflitta alle città tedesche ancora sul finire della Seconda guerra mondiale (si pensi in particolare a Dresda), una distruzione programmata e condotta con l’obiettivo dichiarato di non lasciare via di scampo alla popolazione civile, inseguita e inghiottita dalle fiamme, bloccata nel suo tentativo di fuga dalle bombe a scoppio ritardato, e spesso mitragliata dall’alto.
Queste pratiche appaiono tanto più sinistre se si pensa alla dichiarazione fatta da Churchill nell’aprile del 1941: «Ci sono meno di 70 milioni di unni malvagi. Alcuni (some) di questi sono da curare, altri (others) da uccidere». Se non al vero e proprio genocidio, come ritiene Nolte, è chiaro che qui si pensa comunque ad uno sfoltimento massiccio della popolazione tedesca. È in questa prospettiva che possiamo collocare la campagna di bombardamenti strategici: «Nel 1940-45, Churchill liquidò gli abitanti di Colonia, Berlino e Dresda come fossero unni». Non meno spietato si rivelò il primo ministro britannico nel ritagliare la zona d’influenza di Londra e nel liquidare sistematicamente le forze partigiane considerate ostili o sospette. Eloquenti sono le disposizioni impartite al corpo di spedizione inglese in Grecia: «Non esitate ad agire come se vi trovaste in una città conquistata in cui si fosse scatenata una rivolta locale». E ancora: «Certe cose non si devono fare a metà». Continua a leggere

Puglia americana

La base USAF di San Vito dei Normanni (San Vito Air Station), situata circa dieci chilometri a nord-ovest di Brindisi, in una posizione intermedia fra il porto della città pugliese ed il paese di San Vito dei Normanni, fu attivata l’1 novembre 1960, nel pieno della Guerra Fredda, grazie ad uno dei tanti accordi segreti siglati tra l’Italia e gli Stati Uniti. Inizialmente operò come installazione esterna della base di Aviano, con il personale e le attrezzature di sostegno forniti dal 6.900° stormo di sicurezza, arrivato a San Vito già nel 1959. Esso diede il via alla costruzione delle infrastrutture che permisero poi al 6.917° Electronics Security Group, 700 uomini dell’aviazione a cui se ne aggiungevano alcuni della US Navy, di entrare in attività.
Nel 1964, venne eretta quella mastodontica e misteriosa struttura che prese il nome di “gabbia dell’elefante” [vedi foto]. Si trattava di un’antenna radiogoniometrica ad alta frequenza FLR-9, costituita da una grande struttura circolare a cerchi concentrici (Wullenweber), mentre nei bunker sottostanti lavoravano centinaia di specialisti dell’intercettazione, traduttori e crittografi che, grazie a quelle antenne ed a potentissime apparecchiature radio con un raggio utile di intercettazione di circa 1.500 miglia, ascoltavano ogni comunicazione – telefonica, radio, telex, telegrafica, video… – proveniente non solo dal blocco comunista e dal Vicino e Medio Oriente, ma anche dai cosiddetti Paesi amici occidentali, Italia compresa.
La base di San Vito e quella di Chicksands, in Gran Bretagna, furono le prime ad essere equipaggiate con il sistema di intercettazione FLR-9, nell’ambito della nuova rete spionistica col nome in codice di “Cavallo di Ferro”. Le altre tre installazioni della rete erano collocate presso la base di Misawa in Giappone, la Clark Air Base nelle Filippine ed a Elmendorf, in Alaska.
Già dal 1967 l ‘attività di intelligence di San Vito passò alle dipendenze operative della NSA (National Security Agency), il servizio segreto militare che di fatto gestisce il famigerato sistema Echelon e le sue derivazioni.
All’inizio degli anni Ottanta, si avviò il ridimensionamento degli organici, per una serie di tagli al bilancio militare statunitense, ma anche con l’affermazione della tecnologia satellitare che ha reso superflue ed antiquate le grandi installazioni fisse come quella di San Vito. La Guerra del Golfo del 1991 fu l’ultima operazione convenzionale alla quale partecipò la base, che dall’aprile 1993 cessò di operare.
Alla fine di quell’anno, San Vito accolse uomini e mezzi assegnati alle missione umanitaria “Deny Flight” in Bosnia Erzegovina, poi riconvertiti nell’operazione di peacekeeping “Provide Promise” condotta negli stessi territori, con gli elicotteri Black Stallion ed i cacciabombardieri AC-130 Spectre stazionanti presso le piste dell’aeroporto militare Pierozzi di Brindisi. Nel 1997, i 1.300 uomini della Joint Operation Task Force-2 – avieri statunitensi del 352° Special Operations Group e del 16° Special Operations Wing – operavano a San Vito a sostegno del dispiegamento delle truppe NATO in Bosnia e del controllo dello spazio aereo sul Paese balcanico. Affiancati da una manciata di fanti e marinai USA, e dalle truppe speciali francesi dell’Armée de l’Air, impegnate in operazioni di commandos.
Terminata l’aggressione della NATO alla Serbia del 1999, a San Vito è rimasto soltanto un reparto addetto alla sorveglianza del perimetro esterno ed alla efficienza della stazione di osservazione solare del Solar Electro-Optical Network. La struttura è gestita da un contractor privato ed è inserita in una rete di sei installazioni sparse nel mondo per assicurare un monitoraggio 24 ore su 24. Organizzativamente fa capo al 55° Space Weather Support Squadron, insediato alla Schriever Air Force Base in Colorado.
Il 26 febbraio 2000, il senatore Stefano Semenzato, vicepresidente del gruppo parlamentare dei Verdi, presentò un’interrogazione nella quale – alla luce delle risultanze dello studio preparato per il Parlamento Europeo da Duncan Campbell e denominato “Interception Capabilities 2000″, sull’esistenza e le modalità di funzionamento del sistema Echelon – chiedeva delucidazioni in merito alle attività ed alla dotazione tecnologica della base di San Vito dei Normanni. Domandava inoltre se il governo italiano avesse una qualche forma di controllo sull’attività della base e se, in caso contrario, non intendesse porre agli Stati Uniti una richiesta in tal senso.
A seguito di una gara bandita nel dicembre 2001, sono stati rimossi tutti i materiali che componevano l’antenna e le imboccature al bunker sottostante sono state sigillate con due impenetrabili porte d’acciaio, atte ad evitare qualsiasi ingresso non autorizzato. Non sono stati effettuati lavori al di sotto del suolo mentre al di sopra di esso oggi il terreno appare completamente sgombro.
Il 24 luglio 2003, con una cerimonia ufficiale tenutasi nella base di Ramstein, in Germania, alla presenza del colonnello Casertano per lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana (AMI) e del comandante dell’aeroporto di Brindisi, Rolando Tempesta, è avvenuto il passaggio di San Vito dall’USAF all’AMI. L’accordo parlava di un periodo transitorio di due anni in cui San Vito avrebbe dovuto rimanere in carico all’aeronautica italiana, per poi transitare all’amministrazione civile scelta dallo Stato. Resta però in possesso degli Stati Uniti una piccola ma importante porzione della base, quella della stazione di osservazione solare con sofisticate apparecchiature e radar. Gli addetti non indossano divise e la loro presenza nel territorio è quindi “invisibile”.
Negli ultimi anni, si è assistito ad un balletto di posizioni in cui si ritrova coinvolta anche l’ONU, la quale ha ottenuto l’uso di parte delle aree della ex base per scopi logistici (un nuovo enorme deposito che va ad aggiungersi a quello già presente presso l’aeroporto del capoluogo brindisino) ed operativi (una erigenda scuola di addestramento al peacekeeping con corsi di “polizia internazionale”).