Scudo antimissile statunitense: ‘L’Orso Russo dorme con un occhio aperto’

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F. William Engdahl per rt.com

La spiegazione di Washington secondo cui il rafforzamento del suo scudo antimissile in Europa avviene contro la minaccia nucleare iraniana, non è più credibile di quanto non lo fosse 10 anni fa.
Nonostante i recenti sforzi della Russia per mediare una soluzione pacifica nella crisi delle armi chimiche siriane, così come i buoni uffici nel risolvere il contrasto nucleare iraniano con Washington, l’amministrazione Obama porta avanti l’assai provocatorio dispiegamento della ‘Difesa’ Antimissile Balistico (BMD) intorno alla Russia. Ciò che non viene detto dai politici occidentali è il fatto che tale azione, tutt’altro che pacifica, avvicina il mondo più che mai alla guerra nucleare per errore di calcolo. L’11 Febbraio, il primo di quattro avanzati cacciatorpediniere statunitensi è arrivato a Rota, in Spagna. Essi costituiranno una parte fondamentale dello “scudo” antimissile balistico degli USA. Lo scudo viene spacciato come protezione dell’Europa contro un possibile attacco missilistico nucleare iraniano. Le quattro navi rimarranno sul posto per i prossimi due anni, trasportando sistemi di rilevazione avanzata e missili intercettori in grado di abbattere missili balistici, secondo la NATO a Bruxelles. L’USS Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti, equipaggiato con il sistema di combattimento ad alta tecnologia Aegis Ballistic Missile Defense, ha attraccato nel porto meridionale di Rota. Rota, nominalmente comandata da un ammiraglio spagnolo, è totalmente finanziata dagli USA. E’ la maggiore comunità militare statunitense in Spagna, e ospita personale dell’US Navy e dell’US Marine Corps. Secondo il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, vi farà base in modo permanente. Fogh Rasmussen, che evidentemente capisce poco di strategia nucleare, ha detto alla stampa “L’arrivo dell’USS Donald Cook segna un passo in avanti per la NATO, la sicurezza europea e la cooperazione transatlantica.” Al vertice NATO di Lisbona del Novembre 2010, i governi membri convennero che la NATO sviluppasse la difesa missilistica per “proteggere le popolazioni e il territorio europei della NATO… la piena operatività è prevista per la prima metà del prossimo decennio.” Continua a leggere

Quello che sta avvenendo in Turchia

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Prima, durante e dopo le proteste di Piazza Taksim e l’occupazione del Parco Gezi.

“Quello che sta avvenendo in Turchia può essere paragonato alla militarizzazione degli Stati Uniti da parte di George W. Bush Jr. dopo l’episodio dell’ 11 Settembre 2011. Analogo è il discorso nazionale e il ritratto del mondo in termini straussiani: bianco e nero. Siccome la Turchia cerca di assicurarsi un posto nel sistema capitalista mondiale, all’interno la democrazia si indebolisce sempre più. In Turchia sono all’ordine del giorno gli arresti e le detenzioni arbitrari, la censura, i tribunali militari, le vessazioni governative, le minacce provenienti dalle autorità. La frequenza delle brutalità poliziesche e i casi di eccessivo uso della forza con risultati mortali sono in aumento. L’AKP ha imposto limiti crescenti sull’opposizione. Un gran numero di attivisti turchi è stato arrestato e tenuto in carcere in tutto il Paese.
L’opposizione interna alla politica estera dell’AKP sta polarizzando la società turca. L’impegno dell’AKP nel finanziare, addestrare ed armare le milizie che tentano di abbattere il governo siriano ha diviso il Paese ed ha alienato ampi settori della popolazione turca. L’ospitalità data allo scudo spaziale della NATO e ai missili Patriot ha reso anch’essa peggiore la situazione, dividendo la società turca ed alienando le simpatie dei vicini meridionali ed orientali. I partiti d’opposizione ed ampi settori della popolazione si oppongono decisamente all’interferenza turca negli affari interni siriani. Una parte significativa della Grande Assemblea Nazionale della Turchia ha condannato l’AKP per aver portato fuori strada il popolo turco, per avere sospinto il Paese verso il disastro e per aver distrutto i rapporti coi più importanti Paesi vicini. In Turchia il piccolo capitale è stato soggetto ad una crescente frustrazione, perché la posizione turca sulla Siria e il suo coinvolgimento negli scontri ha danneggiato anche il commercio regionale turco.
Anche se nell’America settentrionale e nell’Unione Europea si presta una scarsa attenzione alle restrizioni cui sono sottoposti i mezzi di comunicazione in Turchia, nel 2012 l’organismo Giornalisti Senza Frontiere hanno definito la Turchia come “la più grande prigione del mondo per giornalisti”. Benché sia evidente che i Giornalisti Senza Frontiere non sono obiettivi, tuttavia vale la pena di citare questo organismo, che nell’Indice della Libertà di Stampa del 2013 ha messo la Turchia al 154° posto in una lista di 179 Paesi;
(…)
Il governo turco ha usato sempre più spesso azioni legali strategiche finalizzate a censurare, intimidire e ridurre al silenzio i suoi critici all’interno del Paese, gravandoli del costo di una difesa legale fino a quando non rinuncino alla loro azione di critica pubblica. Per l’AKP la soluzione in parte si è collegata a una crescente tendenza al monopolio dei mezzi di comunicazione, che ha aiutato la società filogovernativa Turkuvaz Medya ad esercitare il predominio nell’ambito mediatico. L’AKP ha controllato attentamente la formazione del monopolio nel settore dei mezzi di comunicazione, che ha garantito all’AKP stesso la massima influenza mediatica. In un atto di disperazione, l’AKP ha anche dichiarato che si è “o con noi o contro di noi”. Chiunque si schieri contro la politica dell’AKP, viene bollato come traditore, spia, criminale o terrorista.”

Da Neottomanismo e teoria del sistema mondiale, di Mahdi Darius Nazemroaya, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXX, 2-2013, pp. 57-58.

Iddio è il migliore degli strateghi!

10002_112043895662079_1571464043_nDedicato agli “amici della Siria”, che oggi si ritrovano in Qatar per decretare nuovi “aiuti” ai “ribelli”…

“L’attacco sferrato contro la Siria, effettuato per mezzo di una manovalanza settaria stipendiata dai regimi pseudoislamici del Golfo, rientra nel tentativo nordamericano di destabilizzare l’Eurasia, al fine di conservare agli Stati Uniti quello statuto di unica superpotenza mondiale che essi sono ormai condannati a perdere.
Gli strateghi statunitensi infatti vorrebbero balcanizzare – è stato lo stesso Brzezinski a parlare di “Balcani eurasiatici” – tutta l’area compresa che va dal Nordafrica al Vicino Oriente, al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. Dal Maghreb arabo ai confini della Cina.
Incendiare l’Eurasia mediante la sovversione settaria, i movimenti secessionisti, le pseudorivoluzioni più o meno colorate, le cosiddette “primavere”, il terrorismo: questa la strategia di Washington per impedire il passaggio dall’unipolarismo statunitense all’ordinamento multipolare del mondo.
Questa strategia si svolge attraverso tre fasi, che riguardano rispettivamente l’Asia centrale, il Nordafrica e il Vicino Oriente.
Il processo è iniziato in Asia centrale nel periodo della guerra fredda, prima con la destabilizzazione e poi con l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Nel Nordafrica, ci sono state le cosiddette “primavere arabe” e la distruzione della Libia, con le conseguenti ripercussioni nell’Africa subsahariana. Il prossimo obiettivo, Dio non voglia, sarà probabilmente l’Algeria.
Nel Vicino Oriente, dove il processo è iniziato con l’invasione anglo statunitense dell’Iraq, l’obiettivo attuale è la Siria, alleata strategica dell’Iran, che è l’obiettivo principale nella regione.
Qual è il programma concepito dagli strateghi atlantici per la Siria?
Ce lo attesta il Protocollo di Doha del novembre scorso, nel quale si trovano elencate, punto per punto, le condizioni imposte dagli Stati Uniti, tramite il primo ministro qatariota, all’eterogenea coalizione degli oppositori armati del governo di Damasco:
1. La Siria deve ridurre gli effettivi del suo esercito a 50.000 unità.
2. La Siria farà valere il suo diritto di sovranità sul Golan solo con mezzi politici. Entrambe le parti firmeranno accordi di pace sotto l’egida degli Stati Uniti e del Qatar.
3. La Siria deve sbarazzarsi, sotto la supervisione degli Stati Uniti, di tutte le sue armi chimiche e biologiche e di tutti i suoi missili. Questa operazione deve essere effettuata sul territorio della Giordania.
4. La Siria deve rinunciare a qualsiasi pretesa di sovranità su Alessandretta e ritirarsi in favore della Turchia dai villaggi di confine abitati da Turkmeni nei governatorati (muhafazah) di Aleppo e Idlib.
5. La Siria deve espellere tutti i membri del Partito dei Lavoratori del Curdistan e consegnare quelli ricercati dalla Turchia. Questo partito deve essere inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.
6. La Siria deve annullare tutti gli accordi e i contratti stipulati con la Russia e la Cina nei settori delle trivellazioni e degli armamenti.
7. La Siria deve concedere al Qatar il passaggio del gasdotto attraverso il territorio siriano verso la Turchia e quindi verso l’Europa.
Come si vede, il Protocollo di Doha stabilisce che la Siria dovrà essere privata della propria sovranità, più o meno come è avvenuto nel 1979 per l’Egitto con gli Accordi di Camp David.
Questo è il prezzo che l’opposizione armata si è impegnata a pagare, nella malaugurata ipotesi di un suo insediamento a Damasco, agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ma, a quanto pare, i settari hanno fatto male i loro calcoli, sicché farebbero bene a meditare su questo versetto coranico e a ricordarlo agli strateghi atlantici:
Wa makarû wa makara Allâhu. Wa Allâhu khayru’l-mâkirîn.
“Tessono strategie, ma anche Iddio ne tesse. E Iddio è il migliore degli strateghi!” (Corano, Al-’Imran, 54).”

Il testo dell’intervento di Claudio Mutti, saggista e direttore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, durante la manifestazione La Siria non si tocca! svoltasi a Roma lo scorso 15 Giugno.

Turchia: scegliere tra l’Occidente e l’Eurasia

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“Nell’elaborazione geopolitica di Ahmet Davutoğlu, consigliere diplomatico di Erdoğan diventato ministro degli Esteri nel 2009, la comunità dei popoli turchi occupa un posto fondamentale: “L’impero delle steppe, l’Orda d’Oro, dal Mar d’Aral all’Anatolia è un punto fermo del suo pensiero. La Turchia ha ogni interesse a rivivificare questa vocazione continentale e ad avvicinarsi al gruppo di Shanghai sotto la bacchetta della Cina e della Russia”. La lentezza con cui procedono i negoziati per l’adesione all’Unione Europea è stata determinante per spingere Ankara nella direzione teorizzata da Ahmet Davutoğlu, il quale ha firmato nell’aprile 2013 un protocollo d’intesa che fa della Turchia un “membro dialogante” dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. “Ora, con questa scelta, – ha dichiarato Dmitrij Mezencev, segretario generale dell’Organizzazione – la Turchia afferma che il nostro destino è il medesimo dei Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai”. E Davutoğlu: “La Turchia farà parte di una famiglia composta di paesi che hanno vissuto insieme non per secoli, ma per millenni”.
La decisione turca di aggregarsi all’Organizzazione di Shanghai, nucleo di un potenziale blocco di alleanza eurasiatica, potrebbe essere gravida di importanti sviluppi. Infatti la politica di avvicinamento a Mosca, Pechino e Teheran, se coerentemente perseguita, si rivelerebbe incompatibile con un “neoottomanismo” che malamente nasconde un ruolo subimperialista, funzionale agl’interessi egemonici statunitensi. Non solo, ma prima o poi la Turchia potrebbe porre seriamente in discussione il proprio inserimento nell’Alleanza Atlantica e rescindere i vincoli col regime sionista, qualora intendesse credibilmente proporsi come punto di riferimento per i Paesi musulmani del Mediterraneo e del Vicino Oriente. E non è nemmeno da escludere che uno scenario di tal genere possa indurre l’Europa stessa ad un’assunzione di responsabilità, incoraggiandola a riannodare quell’alleanza con la Turchia che la Germania e l’Austria-Ungheria avevano stabilita all’inizio del secolo scorso…
Börteçine,il lupo grigio che guidò i Turchi verso l’Anatolia, oggi si trova ad un bivio. Non si tratta di scegliere tra l’Europa e l’Asia, ma tra l’Occidente e l’Eurasia.”

Da Il lupo grigio è al bivio, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXX, 2-2013.

Questa non è una primavera finanziata dagli oligarchi atlantici

6992_10151719451516204_1160443132_n“Noi, antimperialisti e socialisti turchi, vi preghiamo di sostenere questo movimento popolare contro l’oppressione, l’imperialismo e il capitalismo finanziario. Questa non è una primavera finanziata dagli oligarchi atlantici, questo è un movimento genuino per la difesa della nostra unica Patria, la Turchia.
Diffondete la nostra voce e condividete la nostra vittoria”

[Aggiornamenti quotidiani nella pagina dei commenti]

Terrorismo atlantico

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Anche paesi membri della NATO come la Germania (strage dell’Oktoberfest) e il Belgio (omicidi del Brabante) sono tuttavia stati pesantemente investiti dal fenomeno terrorista. Pensa che esistano collegamenti tra gli eventi che si sono verificati nei vari paesi? Quale obiettiva perseguivano, secondo lei, gli attentatori?
Si, nel corso della Guerra Fredda si sono indubbiamente verificati attacchi terroristici anche in altri Paesi, oltre all’Italia. Ci sono stati attentati anche in Germania, Belgio, Turchia, Francia e Svezia, dove venne assassinato il primo ministro Olof Palme. Per gli storici, è importante considerare ciascun attacco separatamente dagli altri, perché si tratta di crimini molto complicati. Penso tuttavia che esista un collegamento con gli eserciti segreti dell’apparato NATO-Stay Behind anche per quanto riguarda la Germania, dove nel 1989 si verificò l’attentato all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, e il Belgio, scosso dalla campagna terroristica che colpì la regione del Brabante, rispetto alla quale sono emerse prove che conducono a un gruppo di destra denominato Westland New Post (WNP) che era a sua volta legato alla NATO. C’è un modello simile: in Italia, il gruppo di estrema destra Ordine Nuovo al quale apparteneva Vincenzo Vinciguerra, era connesso alla rete Stay Behind, e gli eserciti segreti di Stay Behind erano coordinati dalla NATO attraverso due organi segreti, il Comitato Clandestino Alleato (ACC) e il Comitato Clandestino di Pianificazione (CPC). Lo sappiamo grazie ad alcuni generali italiani che hanno partecipato a diverse riunioni di tali organismi. E’ pertanto possibile immaginare che la NATO e gli Stati Uniti abbiano coordinato gli attacchi terroristici in Europa occidentale sferrati da gruppi di estrema destra supportati dagli eserciti segreti di Stay Behind. Il problema è che fino ad ora noi storici ci siamo potuti basare solo su indicazioni, poiché non disponiamo di prove solide, e la NATO non intende assolutamente parlare del terrorismo che ha sconvolto l’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. E’una questione molto delicata, naturalmente. Anche la CIA, che supportava gli eserciti segreti di Stay Behind, non vuole parlare di terrorismo in Europa. E nemmeno il presidente Barack Obama è disposto a trattare l’argomento. Si tratta pertanto di un difficile campo di ricerca, ma ciò non ci distrae dal nostro compito di far luce su questa rete di menzogne e violenza.

La proliferazione del terrorismo in Europa occidentale ha visto in molti casi (Italia e Germania in primis) la responsabilità di gruppi neofascisti. Non è però mancato il terrorismo di matrice opposta, messo in atto da fazioni come le Brigate Rosse e la Rote Armee Fraktion. In Italia, le operazioni compiute dalle Brigate Rosse hanno beneficiato di colossali inadempienze da parte delle forze di polizia, talmente evidenti da portare esponenti politici come Sergio Flamigni a pensare a un supporto attivo dei servizi segreti. Quale è la sua opinione in merito a ciò?
Non mi sono occupato in maniera molto approfondita delle Brigate Rosse e della RAF, quindi non saprei. Ho focalizzato i miei studi sugli eserciti segreti della NATO e sull’Operazione Gladio. Ma è più che plausibile, da quel che ho potuto vedere, che i servizi segreti si siano serviti sia delle frange terroristiche di destra quanto di quelle di opposta matrice. Si tratta di un’idea bizzarra per molti comuni cittadini, convinti che i servizi segreti adempiano al compito di proteggere la democrazia dai terroristi. Naturalmente, vanno effettuate ulteriori ricerche riguardo al terrorismo sostenuto dallo Stato.”

Dall’intervista a Daniele Ganser in Il terrorismo in Europa occidentale. Dalla “strategia della tensione” al giorno d’oggi, a cura di Giacomo Gabellini (collegamenti nostri – ndr).
Daniele Ganser, storico svizzero di prestigio internazionale, è ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo.
In Italia, è stato pubblicato dalla casa editrice Fazi il suo libro Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, il più esauriente e dettagliato studio realizzato sull’argomento.

Nel narco-staterello di Hashim Taci

kusavo flagKosovo. L’orrore diventa un film

Nel narco-staterello di Hashim Taci, il Kosovo e Metohija, si chiede in questi giorni di proclamare “persona non grata” il regista di fama mondiale Emir Kusturica perché intende a realizzare un film sulla tratta degli organi dei serbi fatta dai secessionisti schipetari dell’UCK. Kusturica ha affermato di non capire il nervosismo di Pristina perché non è stato lui a inventare questa storia, ufficialmente presentata da Dick Marty nel suo rapporto sui trattamenti inumani e i traffici d’organi dei serbi in Kosovo, relazione che puntava direttamente al premier kosovaro ed ex leader dell’UCK Hashim Taci, approvata il 16 dicembre 2010 dalla Commissione affari legali e diritti umani dell’Assemblea del Consiglio d’Europa. Il film sarà realizzato basandosi su un romanzo di Veselin Dzeletovic intitolato “Il cuore serbo di Johann”. Si tratta della storia vera di un tedesco che porta nel petto il cuore di un serbo rapito dall’UCK e ucciso per strappargli il cuore e venderlo al mercato nero. Questo tedesco ha poi adottato il figlio della vittima. L’autore del romanzo ha parlato direttamente con l’uomo tedesco, molte volte, dal 2004 al 2007. Lo scrittore Dzeletovic racconta: “Sono andato nel Kosovo e Metohija a portare libri da donare e lì ho sentito parlare di una donna serba violentata da cinque schipetari e che si è suicidata non potendo più vivere con quel ricordo tremendo. Quella donna è stata la moglie di un mio amico rapito dagli schipetari nel 1999. Durante la sepoltura della poveretta, nel cimitero con molti monumenti distrutti dagli albanesi, c’era un tedesco che voleva aiutare materialmente la famiglia della donna perché aveva saputo da chi e come aveva avuto il suo cuore trapiantato. Voleva acquietare la propria coscienza. Intendeva donare una grossa cifra, ma dopo aver capito che il figlio della donna era rimasto solo, che non aveva fratelli né sorelle, ha deciso di adottarlo. Lo zio del ragazzo non accettava che il ragazzo diventasse tedesco e per questo il tedesco Johann accettò di convertirsi e diventare ortodosso per avere l’approvazione dello zio all’adozione. Il destino ha voluto invece quest’adozione. Oppure la volontà divina! Dunque, il tedesco stava nel povero cimitero ortodosso serbo vestito molto diversamente dalla gente del posto, cioè signorilmente. Seguiva i funerali con una certa distanza aristocratica e gli stava accanto in ogni momento un agente della BND cioè della Bundesnachrichtendienst (servizio informazioni federale della Repubblica Federale Tedesca). Ad un certo momento il ragazzo, la cui mamma veniva seppellita, si mise ad abbracciare le gambe di quel tedesco e disse ad alta voce: “Papà”. Il ragazzo istintivamente ha riconosciuto il cuore del suo padre in un altro uomo. È una storia tragica che non può lasciare indifferente nessuno. Tutti i fatti del mio romanzo sono veri tranne i nomi dei personaggi e del villaggio”. Il romanzo di Dzeletovic offre anche delle informazioni che nessuno voleva pubblicare finora, neppure Dick Marty. Per esempio, le operazioni del trapianto non venivano fatte in Albania, ma in Italia. I serbi rapiti venivano portati in Albania per essere uccisi secondo gli ordini che arrivavano: i loro organi venivano estratti in Albania con i metodi più crudeli e poi trasportati in frigoriferi in Italia. Sono stati usati i motoscafi con i quali si raggiungeva l’Italia in meno di tre ore. Le basi logistiche di questi traffici loschi sono state poste prima dell’aggressione della NATO alla Serbia, quando i figli dei poveri d’Albania venivano venduti agli italiani ricchi ancora prima del 1999. In tal modo sono stati stabiliti i primi contatti con i contrabbandieri cementati poi con i traffici illegali di sigarette e di droga. Ricordiamo che il testimone protetto K-144 del Tribunale dell’Aia dichiarò: “Io so di almeno 300 reni e di altri 100 organi estratti ai rapiti del Kosmet. Si estraevano anche il fegato e i cuori. Un rene si vendeva da dieci a cinquanta mila marchi tedeschi… Hashim Taci prendeva l’80% del guadagno che lui spartiva poi con altri comandanti dell’UCK…” Nella televisione irachena, un certo sceicco Bahramin si è vantato, nel 2000 ,d’aver avuto un cuore nuovo in Turchia. Diceva di stare benissmo e gli dispiaceva solo un fatto: il cuore era di un serbo cristiano. L’autore del romanzo “Il cuore serbo di Johann” ha detto d’aver incontrato recentemente un funzionario dell’Eulex e che era possibile che le indagini si sarebbero ampliate all’Italia e alla Germania. Comunque sia, Kusturica dice che girerà questo suo film in Russia, dove ha tanti amici che gli daranno una mano a realizzarlo. Ovviamente l’Europa, e specialmente i Balcani, compresi l’Albania e la stessa Serbia con la sua provincia del Kosovo e Metohija, cioè i territori dove sono avvenuti questi crimini, non sono un palcoscenico dove è possibile girare un film su questi delitti orrendi, anche se è stato comunque possibile commettervi questi crimini genocidi, non immaginabili da una mente normale. E con l’assoluta complicità di Bruxelles e di Washington.
Dragan Mraovic

Fonte

Un’amicizia molto pericolosa

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Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Un premio Nobel per la guerra

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“Anche la politica estera dell’Unione Europea è un gioco, come se ventisette polli senza testa si tirassero dei calci a casaccio tra loro su qualsiasi tema, dalla Palestina all’ammissione della Turchia. Ma c’è una cosa che l’Unione Europea fa bene davvero: produrre, commercializzare e vendere armi a chiunque sia coinvolto in affari bellici.
Asia Times Online ha avuto conferma indipendente da due diplomatici europei che l’U.E. – attraverso il suo braccio militare comandato dagli USA, la NATO – si sta preparando ad una nuova guerra, in Siria. Questo conferma un recente rapporto sullo stesso argomento del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung (Moon of Alabama ce ne offre un’ottima traduzione).
I diplomatici hanno confermato ad ATol che il Segretario Generale della NATO – l’incredibilmente mediocre Anders Fogh Rasmussen – sta scalpitando per una guerra in Siria, camuffando questa sua frenesia con la retorica “La NATO non nasconderà la testa sotto la sabbia”.
Citando le sue parole in diretta da Washington, Rasmussen godrebbe dell’appoggio di Turchia, Regno Unito e Francia, con la Germania in una condizione ambivalente, poiché il Ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle aveva precedentemente escluso l’opzione bellica in favore di una soluzione politica.
Scalpitare per la guerra è una cosa, farla davvero è un’altra. Anche una direttiva NATO che dia il via ad azioni belliche in Siria necessita dell’approvazione di tutti e 28 i Paesi membri. Comunque, ecco lo scheletro dell’atto finale: Washington continuerà ad ordinare al suo fantoccio danese Rasmussen di preparare le basi per un’azione di guerra, assolutamente necessaria. Benvenuti in Siria, oppure Libia-2 – anche se Washington non potrebbe in alcun modo giustificare di propinare al Consiglio di Sicurezza della NATO un’altra Responsabilità a Proteggere (R2P).
Ebbene sì, Bruxelles, abbiamo un problema. E sta succedendo proprio mentre vengono spiegati sul confine turco i missili Patriot e 400 unità militari tedesche. L’opinione pubblica della Germania è contraria ad un’altra guerra nel mondo musulmano. Nel 2013 in Germania ci saranno le elezioni.. Angela Merkel e Westerwelle non sono esattamente degli spiriti suicidi.
L’accelerazione dei missili Patriot – che “proteggeranno” la Turchia contro qualsiasi attacco missilistico dalla Siria – è una scelta che viene dritta dritta dal Manuale Delle Armi D’Illusione Di Massa. Frederick Ben Hodges, capo del nuovo Comando Terrestre Alleato di base a Ismir, Turchia, avrebbe dichiarato ad un’agenzia di stampa dell’Anatolia che i Patriot sono lì come deterrente contro i missili chimici siriani. Come se Bashar al-Assad, (come nel caso Frau Merkel), fosse diventato all’improvviso un pazzo suicida. Gli unici che credono davvero alla storiella d’intelligence che Washington sta facendo circolare, che Damasco potrebbe utilizzare le armi chimiche come ultima spiaggia, sono il fedele danese Rasmussen ed il club di mediocrità politica Britannico-Francese-Turco. Le manovre psicologiche della NATO non metteranno di certo paura al Governo Siriano.
Per quanto riguarda poi l’incredibilmente bizzarro Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan, si è dimostrato coerente in una cosa soltanto: ha una febbre, e l’unica cura possibile è lo spazio aereo interdetto. Anche se l’opinione pubblica turca non vuole neanch’essa una guerra, Erdogan non è stato in grado di smorzare questa febbre. La macchina US-NATO ha usato ogni mezzo – dal corrompere orde di funzionari a Damasco fino ad imputare ad Assad ogni settimana una serie di mini-olocausti. Non ha funzionato.
I cosiddetti “ribelli” – contagiati dalla Salafi-jihadis – difatti “controllano” soltanto territori secondari a maggioranza Sunnita o sobborghi intorno alle grandi città. Ci saranno quasi 40,000 combattenti nelle periferie di Damasco, ma rischiano di trovarsi vittime di una clamorosa imboscata organizzata dall’Esercito Siriano. Quindi il presunto cambio di scena dovrà sicuramente prevedere la minaccia delle armi chimiche, e quindi – si spera? – al Sacro Graal dello spazio aereo interdetto.”

Da La NATO aspira a un premio Nobel per la guerra, di Pepe Escobar.

Guerra asimmetrica per il dominio globale

“Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull’orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un’altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.
Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagione neocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.
(…)
Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e – quindi – dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.
Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell’istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il “punto critico” nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell’Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).
Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell’esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso – quello che è accaduto nella scala limitata dell’intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l’obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l’aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la NATO ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell’ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.
Paradossalmente, l’unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l’agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico.”

Da Syriana, di Eduardo Zarelli (grassetto nostro).

Dalla Siria

Il giorno della festa dei lavoratori del mondo

al-Jumhūriyya al-ʿArabiyya al-Sūriyya, questa la denominazione completa della Repubblica Araba di Siria. Ricorda il nome della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista. A poco più di un anno dal mio viaggio in Libia, sono sbarcato nella tarda serata del 30 aprile 2012 all’aeroporto di Damasco. In quell’occasione ero coi British Civilians for Peace in Libya, oggi mi trovo qui con altri osservatori, ma allo stesso scopo: vedere personalmente qual è la realtà dei fatti e riferirne. Siamo un gruppo di italiani, alcuni nati in Siria, come Jamal Abo Abbas, capo della comunità siriana di Roma, che ha organizzato il viaggio. A uno di loro, Ahmad Al Rifaele, hanno appena ammazzato il cugino, Kusai Malek, e il cognato del cugino, Bashar Halimeh. La sua famiglia abita nella periferia di Damasco. Mi racconta una storia simile a tante altre che ascolterò in seguito. Gli uccisi non erano soldati e neanche sostenitori attivi del regime. Semplicemente non aderivano alle manifestazioni dei “ribelli”. E’ bastato questo, può bastare anche solo questo. Alle 3 di mattina di venerdì scorso i terroristi sono penetrati in casa e hanno sgozzato uno dei due, sparando mortalmente all’altro. E hanno rubato tutto quello che era possibile portar via. Per un miracolo non ci sono stati altri morti. A volte sterminano le famiglie per intero, così che non rimangano testimoni. Poi attribuiscono la carneficina ai soldati dell’esercito regolare. Arriviamo al Cham Palace, in pieno centro, e troviamo una città quasi deserta. Fino a un mese e mezzo fa, mi dicono, Damasco era vivissima anche in piena notte. L’esperienza libica insegna una dura lezione. Tutti sanno che l’avvenire della Siria è legato a quel che farà la Cina e, soprattutto, la Russia. Se i due alleati decidessero, per qualche motivo, di togliere la solidarietà al Paese come accadde nei confronti della Giamahiria, la torva dei predatori “umanitari” si scatenerebbe. Sono lì in attesa, coi loro aerei, le loro bombe radioattive, le loro truppe d’assalto specializzate. Per ora impiegano e foraggiano, tramite l’Arabia e il Qatar, dalle basi in Turchia, le formazioni dei tagliagola libici, iracheni, afghani, pachistani, yemeniti, in piccola parte siriani. Partecipano anche direttamente con alcuni gruppi di “istruttori” e contractors, lo dimostrano i francesi arrestati pochi giorni fa. Ma sono casi singoli, come piccole gocce in attesa della cascata di veleno. Quest’aria di catastrofe incombente l’avevo respirata anche a Tripoli. Allora, mi ricordo, c’era una sorta di paradossale spensieratezza persino nella tragedia, sembrava impossibile la vera e propria devastazione. Dalla finestra del mio hotel vedevo la spiaggia e il porto e il mare tranquilli, il traffico delle automobili regolare, l’azzurro del cielo immacolato. L’Africa non avrebbe permesso che la Libia, il suo gioiello, venisse stuprata e distrutta. Ora sappiamo di cosa sono capaci gli imperialisti e gli orridi mostri “islamici”. Le immagini della tortura, sodomizzazione e omicidio, in mondovisione, di Muammar Gheddafi e poi dell’oscena megera ridens di hamburgerlandia sono impresse come memento mori negli occhi di tutti anche in Siria, da Bashar al-Assad all’ultimo eroico soldato o lavoratore della terra. E nessuno dimentica che solo la Siria e l’Algeria (quest’ultimo il Paese che ospita i familiari ancora in vita del grande Gheddafi) si opposero alla risoluzione per la no-fly zone sulla Libia votata dai traditori della Lega Araba. E’ un progetto e ruolino di marcia implacabile a suo modo grandioso, quello degli occidentali, stabilito più di dieci anni fa. Le “primavere” dei signori del caos, l’opera enorme di frammentazione e spoliazione “autogestita” del Medio Oriente, puntano al’Iran e infine alla Russia. Che per prima lo sa bene. Sarà capace, avrà la forza di opporsi a questo disegno? L’interrogativo incombe tremendo e nessuno, in cuor suo, fa finta di illudersi. Anche perché gli agenti del nemico sono attivi più che mai. Siamo immersi nella società degli spettri, “superamento” di quella dello spettacolo. La base da cui si origina ogni rappresentazione ed ermeneutica di questo genere di conflitti fornita dagli organi del “mainstream” non è più la realtà, ma un suo Ersatz costruito a tavolino ovvero in studios appositi, una fanta-realtà virtuale, modellata ad usum Delphini. Essa giustifica di fronte alla falsa coscienza ciò che è stato programmato, e dovrà accadere. La ricostruzione e la messa in onda a cura di al-Jewzeera, nel deserto del Qatar, della piazza centrale di Tripoli invasa dai manifestanti “democratici” giorni prima della caduta stessa della città, certificano che il sistema funziona. Ora terroristi hanno cominciato a commettere i loro crimini con l’uniforme degli agenti della sicurezza. Quel che si vuole, appunto, è che scompaia la distinzione tra vero e falso. E alla fine la responsabilità di tutti gli orrori ricada sulle autorità dell’ultimo Stato arabo laico e antisionista. Voltato l’angolo della strada c’è una grande banca che ha appena subìto un attentato. A pochi passi il Parlamento siriano, altro obiettivo sensibile. Il nostro punto di osservazione è privilegiato. Continua a leggere

La fedelissima portaerei nel Mediterraneo

“La fase internazionale di pieno fermento che stiamo vivendo è quasi in netto contrasto con la situazione italiana, che invece sembra decisamente avviarsi verso un rapido declino. L’insediamento del nuovo governo tecnico ha messo in chiaro ciò che molti dei nostri redattori e collaboratori andavano sostenendo ormai da almeno dieci mesi nelle testate o nei siti che raccoglievano le loro impressioni ed analisi. L’Italia è un Paese a sovranità quasi inesistente. Da oggi anche la sovranità formale del popolo (espressa attraverso le elezioni e la rappresentanza parlamentare) è venuta meno. Ogni record è stato battuto. Nessun governo tecnico, infatti, ha mai avuto il tempo di formarsi in appena dieci giorni, dalla nomina a senatore a vita dell’ex commissario europeo Mario Monti alla presentazione dei ministri del suo esecutivo dinnanzi al presidente della Repubblica. Proprio Napolitano, eletto uomo italiano dell’anno da numerosi osservatori negli Stati Uniti, può essere ridefinito il deus ex machina della politica italiana in questo 2011 così pesantemente e negativamente decisivo ai fini della determinazione delle sorti nazionali.
Il deciso piglio all’interventismo neo-coloniale durante la crisi libica, dove persino i falchi del centro-destra, tradizionalmente e culturalmente legati all’ideologia atlantica e alle ragioni della NATO, avevano esitato a dare il proprio convinto assenso, e l’ultimo determinato appello alla rapidità del regime-change, hanno contribuito a condurre il sistema Paese dalla padella alla brace. Quella che molti giornali legati alla “sinistra” riformista e borghese, denunciavano come la “scarsa credibilità internazionale” di Berlusconi, in seguito alle sue presunte frequentazioni di escort e prostitute, andava tradotta con un termine più preciso: ricattabilità. L’ex presidente del Consiglio dei Ministri era ormai in balìa delle pressioni internazionali più forti, a cominciare da quelle operate da Washington.
Il volta-gabbanismo nei confronti di Gheddafi rappresenta l’emblema di un “vorrei ma non posso” che ha contraddistinto nei fatti tutti gli ultimi tre anni della politica interna ed estera italiana. “Vorrei salvare la Piccola e Media Industria ma non posso”, “vorrei fornire un credito di Stato diretto a famiglie e piccole imprese senza passare per il filtro delle banche ma non posso”, “vorrei portare a termine l’accordo per il South Stream con Putin ed Erdogan ma non posso”. Potremmo continuare per ore, ma bastino questi eloquenti esempi per comprendere tutta la portata di una simile condizione di inferiorità e sub-dominanza personale di Berlusconi come leader politico e di governo, a cui corrispondeva quasi perfettamente la condizione di inferiorità e sub-dominanza strategica ed economica dell’Italia come nazione, iniziata nel 1947-1948 con l’inclusione di Roma nel Piano Marshall, la vittoria democristiana e la conseguente adesione alla NATO (1949), e poi aggravatasi lungo gli ultimi trent’anni, sino all’incrinatura decisiva nel biennio post-Tangentopoli 1992-‘93. Da allora, in particolar modo, l’Italia è diventata un non-Stato, un agglomerato formale ma non sostanziale, amministrativo ma non esecutivo, geografico ma non geopolitico.”

L’Italia ritorna ad essere una colonia, di Andrea Fais continua qui.

Verso l’abisso di una guerra su vasta scala

La Turchia di Gul e l’AKP di Erdogan hanno cacciato il 2 Settembre l’ambasciatore di “Israele” Gabby Levi.
Al provvedimento di espulsione Ankara aggiungerà la denuncia dello Stato sionista alla Corte dell’Aja, la decadenza di qualsiasi fornitura militare tra i due Stati, la immediata cessazione di ogni collaborazione nel campo culturale e scientifico e la chiusura di porti e aeroporti a navi e velivoli, militari e civili, con la “stella di David”.
Dopo aver ribadito il pieno diritto di navigazione della Turchia nel Mediterraneo centrale fino al limite alle acque territoriali di “Israele”, riconosciute a 12 miglia contrariamente alle 120 rivendicate dai governi di “Gerusalemme” e libertà di approdo per le sue navi mercantili sulle coste di Gaza, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, annunciando la rottura dei rapporti diplomatici con il governo Netanyahu, ha inteso precisare che le decisioni adottate dal governo Erdogan fanno parte di un primo pacchetto di provvedimenti contro “Gerusalemme”.
Fonti ufficiali di Ankara il 3 Settembre, dal canto loro, hanno dichiarato al quotidiano Hurriyet che “non ci sarà più posto nel Mediterraneo dove le forze navali di Israele possano esercitare il bullismo senza fare i conti con la marina militare e la difesa aerea turca”.
In particolare, le navi militari di Ankara scorteranno tutte le imbarcazioni civili che porteranno aiuti a Gaza e garantiranno la libera navigazione nelle acque tra “Israele” e Cipro, dove i due Paesi conducono operazioni di ricerca di petrolio e gas senza riconoscere al Libano eguali diritti.
“Stiamo scegliendo – hanno inoltre confermato dal Ministero degli Esteri turco – una data utile perché il premier Tayyip Erdogan possa recarsi in visita ufficiale nella Striscia di Gaza”.
Ahmet Davutoglu inoltre aggiungerà: “E’ ora che Israele paghi per le sue pretese di stare al di sopra delle leggi internazionali”. Continua a leggere

L’F-35 va alla deriva

Ad Aprile 2009, titolando “L’F-35 è “invisibile”? No, è un bel bidone!“, demmo un conto, molto sommario, delle motivazioni tecniche che avrebbero impedito al cacciabombardiere Joint Strike Fighter Lightning II della Lockheed Martin, propagandato come “stealth“, di diventare un vettore con una penetrazione di mercato in linea con quella ottenuta dal suo diretto predecessore: l’F-16 Fighting Falcon della General Dynamics. Entrato in servizio nell’Agosto del 1978 con l’US Air Force e successivamente adottato da 26 Paesi con un numero di esemplari prodotto in numero superiore a 4.500 unità in dieci versioni successive, si distinguerà per longevità operativa, flessibilità di impiego ed efficienza bellica.
L’ultimo lotto di cento F-16I è stato consegnato ad “Israele“ che riceve a titolo gratuito, come si sa, annualmente 2.850 milioni di dollari di materiale militare USA.
Con “residuati accantonati“ Washington sta inoltre cedendo al Pakistan con eguali modalità 18 F-16 C/D per tentare di alleggerire l’appoggio della potente Inter Services Intelligence (ISI) alle formazioni pashtun nel conflitto che coinvolge ISAF ed Enduring Freedom nel pantano dell’Afghanistan.
Donazione finalizzata anche a contrastare la crescente influenza politica e militare di Pechino nell’area asiatica e l’opzione per l’acquisto fatta dall’ex Presidente Musharraf di 36 cacciabombardieri J-10 Chengdu (made in China) e la licenza di fabbricazione del caccia JF-17 Thunder. Una verità tenuta rigorosamente nascosta nell’intento di favorire Benazir Bhutto, sponsorizzata da Bush nella scalata alla presidenza del Pakistan, danneggiando l’allora Capo dello Stato, presentato dalla stampa occidentale, al contrario, come un lacchè della Casa Bianca.
Una scelta – quella di acquistare i J-10 Chengdu – che segnala, meglio di qualche resoconto giornalistico che riporta la dizione Af-Pak, il nuovo corso imboccato da Islamabad nei suoi rapporti con la (ex) Potenza Globale.
Le attuali continue violazioni dello spazio aereo del Pakistan con gli UAV Predator, i bombardamenti “mirati“, gli inseguimenti a caldo di pattuglie di rangers e marines nelle Regioni Autonome per catturare od eliminare nuclei appartenenti ad “Al Qaeda“ ed il ripetersi di continui, gravi “incidenti“ di confine, stanno lì a dimostrare il crescente gelo che è calato tra gli Stati Uniti ed il suo ex alleato durante l’occupazione russa del Paese delle Montagne.
Le recentissime rivelazioni di Wikileaks sulle pressioni esercitate dagli Stati Uniti per costringere il Pakistan a rinunciare al suo armamento nucleare od in subordine a chiudere le centrali di produzione del plutonio di cui dispone, per evitare fughe di tecnologia atomica nella Regione, sono il sintomo, se ce ne fosse bisogno, del crescente stato di tensione che si va manifestando tra Washington ed Islamabad.
Nel mese di Ottobre scorso, il Pakistan ha concesso l’uso del suo spazio aereo ad una formazione di Sukhoi-27 e Mig-29 di Pechino per raggiungere la Turchia via Iran, dopo che il governo di Ankara ha annullato la partecipazione USA alle esercitazioni “Aquila dell’Anatolia“.
Per la prima volta, velivoli militari della Repubblica Popolare di Cina hanno raggiunto il Vicino Oriente atterrando nella base di Konyia alla presenza di un rappresentante del governo Erdogan, dopo essersi riforniti in Iran presso la base di Gayem al Mohammad nel Khorassan (posizionata a 55 km di distanza da Herat), accolta dal generale comandante dell’aviazione iraniana Ahmad Mighani.
In quell’occasione, è circolata con insistenza la notizia che durante il trasferimento Cina-Turchia le squadriglie del Dragone abbiano lasciato sull’aeroporto militare dell’Iran due cacciabombardieri J-10 Chengdu, i cui piloti sarebbero stati rimpatriati su un cargo in partenza dal porto di Bandar Abbas con destinazione Shangai, per mandare un chiarissimo segnale politico agli USA sull’intenzione della Cina di mantenere ottimi rapporti politici, economici e militari con Teheran, aprendo contemporaneamente alla Turchia con cui ha stretto un’intesa per raggiungere nel corso di cinque anni un interscambio di 110 miliardi (in dollari, per ora) con pagamenti nelle rispettive valute. Decisione già adottata, tra l’altro, da due colossi dell’America indiolatina (Brasile-Argentina) e dell’Asia (Russia-Cina) per sostituire la moneta americana come unico riferimento di scambio nelle transazioni internazionali.
Accordi che limano un po’ alla volta l’influenza USA a livello planetario e ne aggravano la crisi politica e finanziaria. Persa ogni capacità di ingerenza per Washington anche in Libano, dopo la visita del primo ministro Hariri a Damasco ed a Teheran, viaggio che mette alla berlina il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja e l’Europa a 27.
La visita di Erdogan nelle stesse capitali ha aperto un altro fronte nella politica estera di Washington, dopo le rivelazioni sugli aiuti che l’Amministrazione Bush ha offerto al PKK e che quella di Obama conferma con Biden per la creazione, al momento giudicato idoneo, di una repubblica separata dall’Iraq, allargata a territori attualmente appartenenti a Siria, Iran e Turchia: il “grande Kurdistan”.
D’intesa con il presidente Assad, Ankara ha inoltre sminato i confini di Stato tra Turchia e Siria, rafforzato le relazioni bilaterali a livello politico, commerciale e culturale con Damasco. Il terreno di confine liberato dall’esplosivo è stato assegnato ad una società mista turco-siriana per la piantumazione di ulivi e la produzione e la commercializzazione di prodotti agricoli. Un altro “messaggio“ fatto recapitare questa volta ad “Israele“.
Qualche flash, così a caso, in questo quadrante del mondo, tanto per non farci sommergere da dosi massicce di informazione spazzatura o da secchiate di cloroformio al “delitto di Avetrana“.
E ora l’argomento che ci interessa: l’F-35. Continua a leggere

Gli “errori” di Israele

Tel Aviv, 12 luglio – Israele ammette gli ”errori” commessi dai vertici militari nell’assalto alla flottiglia di aiuti umanitari al largo di Gaza, durante il quale hanno perso la vita nove attivisti turchi. ”Sono stati commessi degli errori nelle decisioni assunte, anche ad un livello relativamente alto, che hanno portato ad un risultato che non era quello voluto”, ha detto il generale in pensione Giora Eiland presentando ai giornalisti a Tel Aviv i risultati dell’inchiesta voluta dal governo israeliano.
Il rapporto, di circa 150 pagine, giustifica tuttavia l’uso della forza, alla quale i militari israeliani avrebbero fatto ricorso ”solo quando erano in pericolo di vita”.
(ASCA-AFP)

Gerusalemme, 12 luglio – L’inchiesta condotta dall’esercito israeliano sul raid contro la Freedom Flotilla, in cui morirono nove attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara, ha concluso che furono commessi degli “errori” ma che non vi furono “negligenze” o “mancanze”.
Lo riferiscono i media israeliani. Il rapporto del generale a riposo Giora Eiland sottolinea che non vi era modo di fermare la Mavi Marmara senza mettere in pericolo la nave e sostiene quindi la decisione di autorizzare il raid di un commando.
(Adnkronos)

Sempre pronti a ripeterli…
Gerusalemme, 13 luglio – Le forze armate israeliane si preparano all’eventualità di dover fermare la nave sponsorizzata dalla Libia, per impedire che sbarchi sulla costa della Striscia di Gaza.
Lo riferisce il sito di Haaretz, precisando che il cargo potrebbe arrivare questa notte davanti alla Striscia. Tuttavia, nota il sito del quotidiano israeliano, a questo punto non è chiaro se il capitano deciderà di puntare verso Gaza o se si dirigerà nel porto egiziano di al Arish, nella penisola del Sinai.
(Adnkronos)

Il dito medio di Washington

Più di tutto, ciò che il mondo sviluppato vede è il passato - USA, Francia, Gran Bretagna, Germania - combattere contro l’avanzata del futuro - Cina, India, Brasile, Turchia, Indonesia. L’architettura globale della sicurezza - sorvegliata da un gruppo di paurosi, autodefiniti guardiani dell’Occidente - è in coma. L’Occidente atlantista sta affondando in stile Titanic.
Solo la potente lobby USA per la guerra infinita è capace di definire un primo passo verso un completo accordo nucleare con l’Iran come un disastro. Ciò include il New York Times (la mediazione Brasile-Turchia “sta complicando il discorso delle sanzioni”) e il Washington Post (l’Iran “crea illusioni di progresso nelle negoziazioni nucleari”), fortemente screditati e già favorevoli alla guerra all’Iraq.
Per la lobby pro-guerra l’accordo di scambio di combustibile tra Brasile e Turchia è una “minaccia” perché è in diretta collisione con un attacco all’Iran (iniziato da Israele con successivo trascinamento degli USA) e col “cambio di regime” – il mai venuto meno desiderio di Washington.
In un recente Congresso sulle Relazioni Estere a Montreal, il luminare Dr Zbigniew “conquistiamo l’Eurasia” Brzezinski avvertì che un “risveglio politico globale”, insieme ad una lotta per il potere all’interno dell’elite globale, è qualcosa da temere profondamente. L’ex consulente della Sicurezza Nazionale degli USA notò che “per la prima volta in tutta la storia l’umanità è politicamente sveglia – questa è totalmente una nuova realtà – non è stato così per la maggior parte della storia umana”.
Chi pensano di essere queste risvegliate arriviste politiche come il Brasile e la Turchia – osando disturbare il “nostro” ruolo nel mondo? E poi i disinformati Americani si chiedono “Perché ci odiano?”. Perché tra le altre ragioni, l’unilateralità è il nocciolo della questione, Washington non esita a sollevare il suo dito medio nemmeno ai suoi amici più cari.

Da L’Iran, Sun Tzu e la dominatrice, di Pepe Escobar.

La flotta della libertà

30 maggio: avvisaglie
Nicosia, 30 maggio – Freedom Flotilla, il convoglio di navi che intende rompere l’assedio di Gaza, è salpata da Cipro. Un consulente legale di Free Gaza Movement ha reso noto che “cinque imbarcazioni hanno lasciato Cipro alle 5 di stamane”. Secondo Audrey Bomse, la flottiglia dovrebbe arivare nelle acque territoriali di Gaza intorno alle 16 ora locali (le 15 in Italia).
La Freedom Flotilla trasporta migliaia di tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. A bordo anche centinaia di passeggeri di 40 nazionalità diverse: esponenti di ong, associazioni e anche semplici cittadini filo-palestinesi intenzionati a forzare il blocco di aiuti umanitari a Gaza.
(AGI)

Gaza, 30 maggio – La flotta umanitaria che vuole rompere l’assedio a Gaza si trova dinanzi alle coste libanesi. Le navi, guidate da una nave turca con più di 600 persone a bordo, sono state ancorate in acque internazionali al largo di Cipro.
Stamane gli organizzatori avevano detto che erano partite ma più tardi hanno precisato che il convoglio si era spostato di 25 miglia nautiche dalla sua posizione iniziale ed era stazionaria. Le autorità israeliane hanno minacciato di utilizzare la forza se i militanti insisteranno nel tentativo di avvicinarsi alle coste.
(AGI)

31 maggio: pirati e assassini
Gaza, 31 maggio – Almeno 10 passeggeri di una flotta internazionale di attivisti pro-palestinesi diretti a Gaza sono stati uccisi da un commando israeliano. Lo annuncia la tv privata israeliana ’10′. La CNN turca parla di 2 morti e 30 feriti. Hamas denuncia il ‘terrorismo organizzato di Stato’. Censura israeliana.
Ankara ha convocato il governo in emergenza e l’ambasciatore di Israele per una protesta: alcune navi della flottiglia battono bandiera turca e una ong turca è tra gli organizzatori della flottiglia.
(ANSA)

Ankara, 31 maggio – La Turchia ha definito “inaccettabile” l’attacco israeliano contro la flotta umanitaria a Gaza. Ankara ha messo in guardia da “irreparabili conseguenze”.
(AGI)

Gerusalemme, 31 maggio – L’esercito di Israele conferma che c’è stato un certo numero di “vittime” nell’assalto al largo di Gaza.
(AGI)

Roma, 31 maggio – Commandos israeliani hanno assaltato nella notte la nave passeggeri turca ‘Mavi Marmara’. Durante l’attacco alla piccola flotta di navi appartenenti ad alcune organizzazioni non governative, in rotta verso Gaza, almeno 15 attivisti filo-palestinesi a bordo sarebbero morti. Una trentina i feriti.
(…)
L’attacco è avvenuto in acque internazionali, a 75 miglia al largo della costa israeliana.
(Adnkronos/Ign)

Pertanto si tratta, a tutti gli effetti, di un’azione di pirateria.
Di Stato.
Che, come sempre, ha agito solo per difesa:

Gerusalemme, 31 maggio – Le forze di sicurezza israeliane sarebbero state attaccate dalle persone a bordo della ‘flottiglia di pace’, dopo esser state intercettate, con armi da fuoco e coltelli, di qui la sanguinosa reazione. Lo affermano le stesse forze armate di Israele (IDF) in un comunicato.
(Adnkronos)

Istanbul, 31 maggio – Governo e vertici militari turchi si sono riuniti in una sessione di emergenza convocata dopo l’operazione lanciata dai militari israeliani contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza, operazione il cui bilancio è di 19 morti e 16 feriti.
La principale imbarcazione che compone la flottiglia – e che trasporta circa 500 passeggeri – batte bandiera turca. La riunione di emergenza è stata convocata dal premier turco Recep Tayyip Erdogan, riferisce l’agenzia Anadolu.
(Adnkronos/Dpa)

Senza commento
Roma, 31 maggio - Per Alfredo Mantica, l’azione della flotta pacifista era “una voluta provocazione” e la reazione israeliana era inevitabile. “Non ho ancora elementi sufficienti per capire cosa sia successo ma la questione era nota da giorni”, ha dichiarato il sottosegretario agli Esteri.
(AGI)

Il migliore amico in Europa
Roma, 31 maggio – Israele dovrà dare spiegazioni sull’attacco delle forze armate israeliane alla ‘Flottiglia di pace’. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri Franco Frattini intervistato dal Gr1. “Israele – ha detto – deve dare spiegazioni alla comunità internazionale. E lo dice l’Italia che in Europa è senza dubbio il migliore amico di Israele”.
(Adnkronos)

Troppa grazia
Washington, 31 maggio – La Casa Bianca ha espresso profondo rincrescimento per la perdite di vite umane a bordo della flottiglia attaccata dagli israeliani.
(ANSA)

Fra le navi attaccate c’era anche il vascello greco ”Sfendoni”, che dovrebbe essere stato dirottato nel porto di Ashdod, dove le autorità  israeliane hanno già predisposto le strutture per processare i circa 700 attivisti che partecipavano alla missione… (fonte ASCA-AFP)

Quel governo che rappresenta pur sempre uno Stato di grande profilo democratico…
Roma, 31 maggio – ”E’ troppo affrettata e parziale la generale condanna di Israele per i dolorosi eventi di questa notte”. Lo afferma in una nota Giuliano Cazzola del PdL che aggiunge: ”Si accettano, comunque, le versioni dei sedicenti pacifisti (sempre a senso unico) e dei nemici di Israele, senza neppure attendere le spiegazioni di quel governo che rappresenta pur sempre uno Stato di grande profilo democratico e occidentale, purtroppo costretto a difendersi da implacabili satrapie sanguinarie che vogliono soltanto la sua scomparsa dalla faccia della terra. Anche in questo momento difficile non si deve abbandonare la causa di Israele, nella convinzione che quel governo amico sarà in grado di giustificare i suoi atti, inquadrandoli – conclude Cazzola – nel suo diritto alla difesa e alla sicurezza”.
(ASCA)

“Guerre stellari”
A BORDO DELL’INS KIDON, Mar Mediterraneo (Reuters) – I componenti del commando israeliano che oggi hanno compiuto un raid su una nave umanitaria diretta a Gaza hanno raccontato di essere stati attaccati dagli attivisti che erano a bordo con spranghe e coltelli, e alcuni militari sono saltati in mare per salvarsi.
Israele ha detto che i suoi uomini hanno aperto il fuoco per difendersi, e che il bilancio dell’operazione è di 10 attivisti uccisi e sette soldati feriti. Le notizie indipendenti scarseggiano, con Israele che ostacola le comunicazioni e censura i media.
Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto che alcuni membri del commando erano dotati di pistole da paintball, ma le armi non-letali non sono state sufficienti contro gli attivisti, che hanno attaccato con delle spranghe.
“Avevano pistole con munizioni cariche… per difendersi”, ha spiegato.
Uno dei componenti del commando ha raccontato ai giornalisti di essersi calato con una fune da un elicottero su una delle sei navi del convoglio, e di essere stato immediatamente attaccato da un gruppo di persone che lo aspettavano.
“Ci hanno colpito con spranghe e coltelli”, ha detto. “A un certo punto ci hanno sparato addosso”.
Un cameraman Reuters, che si trovava a bordo della nave della marina israeliana Kidon nei pressi del convoglio umanitario di sei imbarcazioni, ha raccontato che i comandanti che monitoravano l’operazione sono stati colti di sorpresa dalla forte resistenza degli attivisti filo- palestinesi.
Uno dei componenti del commando ha detto che ad alcuni soldati sono stati tolti elmetti ed armamenti, mentre altri sono stati gettati dal ponte più alto ad uno più basso, e poi sono saltati in mare per salvarsi.
“Mi hanno attaccato, mi hanno colpito con bastoni e bottiglie e mi hanno rubato il fucile”, ha raccontato un membro del commando. “Ho estratto la mia pistola, e non ho potuto fare altro che sparare”.

[Complimenti vivissimi ai giornalisti Reuters per la scelta della compagnia... di navigazione]

Buone nuove?
Bruxelles, 31 maggio – Su richiesta della Turchia la NATO si riunirà domani per discutere del blitz israeliano contro la flottiglia umanitaria diretta a Gaza che ha causato 19 morti. Lo riferiscono fonti dell’Alleanza.
(AGI)

Ipotesi di minima: la Turchia chiede la sospensione del Programma Individuale di Cooperazione fra la NATO ed Israele.
Ipotesi di massima: la Turchia si appella alla clausola di mutua difesa, l’articolo 5 del trattato istitutivo dell’Alleanza, che impone agli Stati membri di mobilitarsi a favore di quello fra loro attaccato da una potenza straniera…

1 giugno
Oggi a Roma
Roma, 1 giugno – Manifestazione ”della comunità palestinese” oggi pomeriggio a Roma, davanti all’ambasciata israeliana, ”per richiedere l’immediato rilascio degli attivisti internazionali e italiani sequestrati sulle navi nel Mar Mediterraneo”. Lo si legge in una nota di Freedom Flotilla Italia.
La manifestazione è stata organizzata ”per protestare contro l’atto di pirateria israeliano che ha provocato dieci morti e moltissimi feriti”. ”L’appuntamento è per oggi alle 17 all’ambasciata israeliana. Tutte le reti di solidarietà con il popolo palestinese saranno in piazza”, spiega la nota.
(ASCA)

Le prime testimonianze degli espulsi
“Non abbiamo affatto resistito, non avremmo potuto anche se avessimo voluto. Cosa avremmo potuto fare contro i commandos che si lanciavano all’arrembaggio?”, ha detto Mihalis Grigoroupolos, un attivista che si trovava a bordo di un’imbarcazione dietro la Mavi Marmara, la nave dove sono avvenute le violenze.
“L’unica cosa che alcune persone hanno cercato di fare è stata di rallentarli mentre conquistavano il ponte, formando uno scudo umano. (Contro gli attivisti) hanno sparato con pallottole di plastica, e sono stati colpiti con pistole elettriche”, ha detto Grigoroupolos a Tv Net all’aeroporto di Atene.
(Fonte Reuters)

Atene, 1 giugno – Pallottole rivestite di gomma, gas lacrimogeni ed elettroshock. Sono queste le armi usate dai militari israeliani nell’assalto ad una delle navi della flottiglia secondo il racconto di un attivista greco, Michalis Grigoropoulos, che era bordo della Eleftheri Mesogeio, presa d’assalto dai commando di Tel Aviv un’ora dopo la nave turca Mavi Marmara.
Israele ha ancora agli arresti centinaia dei 686 passeggeri che erano a bordo delle imbarcazioni della missione per Gaza e sono stati deportati presso il porto di Ashdod. Grigoropoulos, che è stato rimpatriato in Grecia, ha raccontato in televisione ”le terribili condizioni di detenzione ad Ashdod, dove 500 persone sono state rinchiuse tutte assieme”, mentre ”due attivisti greci sono stati picchiati” dalla polizia. ”Mi hanno fatto firmare i documenti della mia espulsione, senza sapere cosa c’era scritto sulle carte perché non avevo diritto ad un traduttore, né ad un avvocato, né potevo comunicare con la mia famiglia”, ha aggiunto.
(ASCA-AFP)

“E’ stato un massacro”
Roma, 1 giugno – Emergono dettagli sconcertanti sull’attacco israeliano avvenuto ieri contro una flottiglia umanitaria diretta a Gaza. La deputata arabo-israeliana Hanin Zuabi, che si trovava a bordo di una delle sei imbarcazioni, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Nazaret poco dopo il suo rilascio ha dichiarato che i militari israeliani hanno lasciato morire due feriti ignorando la sua richiesta di aiuto. Lo rende noto il quotidiano spagnolo El Mundo.
La donna, appartenente al partito Balad, rilasciata proprio grazie al suo status di deputato, ha detto di aver ”scritto in ebraico su un cartello rivolto ai militari che c’erano a bordo due feriti molto gravi che avevano bisogno di assistenza”. I soldati, però, ”lo hanno ignorato. Ho scritto nuovamente il cartello in lingua inglese e nemmeno allora sono intervenuti. Dopo mezz’ora i due sono morti, avevano ferite al petto”, ha raccontato. ”Ho visto l’esercito circondare le nostre navi e sparare prima dell’assalto contro la nostra barca”, ha aggiunto. Zuabi ”ha visto 5 morti nei primi 15 minuti”. ”E’ stato un massacro”, ha ribadito.
(ASCA)

2 giugno: al peggio non c’è mai fine
Ginevra – Consiglio Diritti umani ONU condanna l’”attacco vergognoso” di Israele a Freedom Flottilla; no di USA e Italia. Nella risoluzione approvata a Ginevra il Consiglio permette l’invio di una missione internazionale che indaghi su quanto accaduto nelle acque internazionali di fronte a Gaza.
La risoluzione “Gravi attacchi da parte delle Forze armate israeliane contro la Flottilla umanitaria” è stata approvata con 32 voti a favore, tre contrari (USA, Olanda e Italia) e nove astensioni (tra esse, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Giappone).
(AGI)

3 giugno: chi sbaglia paga
Ankara, 3 giugno – La Turchia ha deciso di sospendere tutti gli accordi con Israele nel settore idrico e in quello energetico, in seguito all’attacco di lunedì alla Freedom Flottilla diretta a Gaza, in cui sono morti otti cittadini turchi e un americano di origine turca. Lo ha annunciato il ministro dell’Energia di Ankara, Taner Yildiz, citato dal sito del quotidiano Hurriyet.
(Adnkronos/Aki)

4 giugno: il solco diventa più profondo
Ankara, 4 giugno – Il vice premier turco, Bulent Arinc, ha preannunciato la ”riduzione” del livello delle relazioni con Israele dopo la morte di otto cittadini turchi, e di uno con passaporto anche americano, uccisi dalle forze speciali di Tsahal al largo della Striscia di Gaza.
In un intervento di fronte al Parlamento, Arinc ha dichiarato che saranno ridimensionate le relazioni economiche e militari, così come che verranno rivalutati tutti gli altri accordi definiti con Israele. ”Su questo argomento, siamo seri. Non verranno lanciate nuove forme di cooperazione e le relazioni con Israele saranno ridotte”, ha dichiarato Arinc.
(Adnkronos/Dpa)

Appare improbabile che qualche temerario abbia provato a sfidare soldati armati di mitragliatore con coltelli da cucina. È possibile che qualcuno abbia provato a resistere armandosi d’una spranga, ma ciò non giustificherebbe comunque la reazione delle truppe sioniste: la polizia di qualsiasi paese del mondo è addestrata ad affrontare con mezzi non letali i facinorosi che oppongano resistenza con bastoni o affini, senza bisogno di sparare in piena notte in un’imbarcazione affollata di gente. I media turchi sostengono addirittura che i soldati israeliani avrebbero eseguito alcuni omicidi a sangue freddo in base ad una lista di personalità ricevuta prima dell’attacco: anche questo è inverificabile, ma rimane una certezza, e cioè che le truppe sioniste hanno fatto come minimo un uso sproporzionato della forza. Chiediamoci ora il perché.
Una prima possibilità è che i soldati israeliani abbiano perso il controllo della situazione, e soprattutto di se stessi.
(…)
Ma parrebbe troppo dilettantesco per un’unità di élite com’è la Shayetet 13 incapparre in un incidente tanto grossolano, trasformando l’arrembaggio ad una nave di pacifisti in una strage di massa. Si è inclini a pensare che il pugno duro sia stato preventivato, che l’uccisione d’alcuni passeggeri fosse voluta o, quanto meno, non disdegnata. Ma da chi?
(…)
Provocazione è la parola chiave.
“Provocazione” è stata, secondo le autorità sioniste, quella della Flottiglia della Libertà. Tutti gli estremisti d’ogni tempo e colore amano giustificare le proprie azioni denunciando una presunta “provocazione” da parte dell’avversario. Negli anni ‘70 molti crani furono rotti per punire quelle ch’erano percepite come “provocazioni”. Questo perché l’estremista è per sua natura iper-sensibile, paranoico, intollerante: tutto o quasi è per lui “provocazione”. “Provocatore” è l’avversario se tenta di esternare le proprie idee; “provocazione” può essere la semplice presenza fisica di colui che si odia. Il sionismo, soprattutto nella sua nuova declinazione religiosa, è un’ideologia radicale (costruire una nazione che prima non c’era, nel paese dove c’è un altro popolo, è senza dubbio un progetto radicale ed estremista, a prescindere dal giudizio positivo o negativo che di esso si voglia dare); il sionismo è paranoico, perché vede nemici ovunque (il presunto odio eterno che i goym avrebbero verso gli Ebrei); il sionismo è intollerante perché non mostra pietà per chi vi si oppone (secondo il rabbino Ytzhak Shapira, è doveroso uccidere qualsiasi non ebreo ostacoli Israele); il sionismo è estremista perché attratto dalle visioni apocalittiche (secondo lo storico israeliano Martin Van Creveld, se Israele dovesse collassare è probabile che proverebbe a trascinare con sé il mondo intero usando le proprie testate atomiche, che assommano ad alcune centinaia). Malgrado ciò, tuttavia, e senza voler in alcun modo giustificare il massacro d’attivisti innocenti, Israele non è completamente nel torto quando ravvisa una “provocazione” nel progetto della Flottiglia. Per comprenderne la natura, bisogna concentrarsi sul ruolo dello Stato che se ne è fatto tutore: la Turchia.
Stando a George Friedman, Ankara avrebbe volutamente cercato l’incidente affinché Israele si mettesse in cattiva luce davanti al mondo. Sembra tutto troppo machiavellico. Più credibile è che i Turchi pensassero che, grazie all’egida data all’iniziativa, questa potesse “bucare” il blocco navale israeliano. Si sarebbe trattato di un evento dall’alto valore non solo umanitario ma anche simbolico, a favore del ruolo della Turchia come potenza regionale protettrice dei musulmani. Il fatto che Ankara si immischiasse nella questione palestinese è stato percepito dai sionisti come una “provocazione” cui rispondere nella maniera più brutale possibile.
Se al pari di Thierry Meyssan e seguendo la ricostruzione fin qui fatta, si riconosce che la strage della Flottiglia è stata deliberatamente provocata da Israele, bisogna concludere che anche Tel Aviv volesse con ciò lanciare la propria “provocazione”. La trama di questo giallo è stata scritta nel sangue, sangue che i sionisti hanno voluto sbattere in faccia al mondo per lanciare il loro messaggio, ed osservare la reazione.
(…)
Tel Aviv, con la sua provocazione, ha voluto mettere alla prova prima di tutto la sua antagonista in questa faccenda: la Turchia. Il primo ministro Erdoğan aveva patrocinato l’iniziativa umanitaria per riaffermare il ruolo del suo paese nella regione: la brutale reazione israeliana vuole suonare come un’umiliazione a Ankara davanti al mondo intero. I sionisti hanno compiuto un atto di pirateria, assalendo in acque internazionali una nave turca in missione sponsorizzata dal governo, massacrando numerosi membri dell’equipaggio, deportando e brutalizzando gli altri prima di espellerli dal paese. Con ciò ha voluto dimostrare la propria forza: dimostrare che la sua superiorità militare e nucleare, coniugata con l’efficace azione delle lobbies sioniste sparse per il mondo (che lo garantiscono da un totale isolamento internazionale), permette a Israele di muoversi come vuole. I Turchi non possono reagire alla violenza con la violenza, non perché le loro forze armate convenzionali siano molto più deboli di quelle israeliane (in realtà il divario non è così netto), bensì perché Ankara non dispone di armi atomiche, mentre Tel Aviv ne ha a disposizione un paio di centinaia. E toccare Israele senza disporre d’una sufficiente deterrenza nucleare fa paura a tutti, perché lo Stato ebraico sembra ormai aver metabolizzato il dettame di Moshe Dayan: «Israele dev’essere come un cane rabbioso, troppo pericoloso da importunare». Quella che prima era una strategia deliberata, una “maschera” che i sionisti decisero d’indossare davanti al mondo, ora sta diventando l’identità stessa della nazione, è penetrata nell’intimo di un popolo sempre più orientato all’estremismo religioso ed alle soluzioni apocalittiche.

Da Crociera col morto. Il “giallo” della Flottiglia, di Daniele Scalea.
[grassetti nostri]

La prossima?
Teheran, 7 giugno – La mezzaluna rossa iraniana invierà due battelli di aiuti umanitari a Gaza “alla fine della settimana”. Lo ha reso noto un responsabile dell’organizzazione.
“Uno dei battelli trasporterà i doni della popolazione, alimentari e medicinali di prima necessità, l’altro dei volontari umanitari della Mezzaluna rossa” ha detto all’IRNA il direttore internazionale della Mezzaluna rossa iraniana, Abdolrauf Adibzadeh.
(ANSA)

“Una provocazione”, ovviamente
Gerusalemme, 7 giugno – Israele ritiene una ‘provocazione’ l’annuncio di Teheran di inviare navi di aiuti verso la Striscia di Gaza. Tuttavia, secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Yigal Palmor, permane scetticismo sulla fondatezza dell’annuncio dell’Iran.
(ANSA)

Nessuna normalizzazione
Israele, 7 giugno – Non ci sarà alcuna normalizzazione delle relazioni tra Turchia e Israele se quest’ultimo si rifuterà di accettare una commissione di inchiesta indipendente dell’ONU sul raid israeliano contro la flottiglia di aiuti umanitari a Gaza. Lo ha dichiarato questa mattina il ministro turco degli Affari Esteri Ahmet Davutoglu.
(ASCA-AFP)

Libertà di pensiero
Washington, 7 giugno – Non si placa la polemica negli Stati Uniti per la battuta anti-Israele di Helen Thomas, la decana dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca. Ora un liceo di Washington, la Walt Whitman High School a Bethesda, ha cancellato il discorso che la quasi 90enne giornalista, che ha seguito tutti i presidenti americani a partite da JFK, avrebbe dovuto tenere alla cerimonia di consegna dei diplomi il prossimo 14 giugno.
(Adnkronos/Washington Post)

Cosa nostra
Gerusalemme, 8 giugno – Dopo l’annuncio della formazione di una commissione d’inchiesta interna alle forze di difesa israeliane (IDF) sull’attacco della scorsa settimana alla Freedom Flottilla per Gaza, fonti del governo dello Stato ebraico fanno sapere questa mattina che il governo di Benjamin Netanyahu è in attesa del via libera degli Stati Uniti per la creazione di una parallela commissione di inchiesta nazionale, composta da giudici ed esperti.
(Adnkronos/Aki)

Colpa vostra
Londra, 9 giugno – Il segretario alla Difesa USA, Robert Gates, ha accusato l’UE di aver contribuito ad allontanare la Turchia dall’Occidente. “Alcuni in Europa” hanno negato ad Ankara “il tipo di legame organico con l’Occidente che cercava”, ha lamentato il capo del Pentagono nel corso di una visita a Londra alludendo alla domanda di adesione della Turchia.
(AGI)

Frattini? “Concorda”…
Berlino, 10 giugno – Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato, in un’intervista al quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, che l’UE ha commesso ”degli errori” con la Turchia. ”Credo che noi, europei, abbiamo commesso l’errore di spingere la Turchia verso est invece che attrarla verso di noi”, ha affermato il titolare della Farnesina che concorda con le parole pronunciate ieri a Londra dal segretario americano alla Difesa Robert Gates.
(ASCA-AFP)

L’intransigenza di Israele, la contrapposizione frontale a tutto e tutti, si sta trasformando in una ingombrante palla al piede per i suoi amici storici. «Israele si sta progressivamente trasformando da risorsa, in peso ingombrante per gli Stati Uniti» dice il capo del Mossad. Per gli Stati Uniti e i vassalli europei, il prezzo del fiancheggiamento ad oltranza e dell’omertà 100%, si fa sempre più alto. Nel futuro molto prossimo c’è in vista il distanziamento definitivo con la Turchia e l’incrinamento della NATO, di cui Ankara è una parte non certo secondaria.
Washington e Bruxelles possono chiudere gli occhi se Israele fa delle risoluzioni dell’ONU un rotolo di carta per i gabinetti ministeriali, ma non possono certo mettere a repentaglio la consistenza del loro braccio armato. Di fatto, la NATO ha ordinato la liberazione inmediata di tutti i 680 prigionieri e la riconsegna delle imbarcazioni: Netanyau ha docilmente eseguito.
(…)
L’arrembaggio piratesco contro la Flottiglia della Libertà ha un costo alto per gli esecutori materiali e per i loro sponsor stranieri. E’ ormai impossibile regolare la materia nucleare ed applicare sanzioni all’Iran senza che Israele firmi il Trattato di non-proliferazione nucleare. Senza che si sottometta ai relativi controlli dei suoi arsenali atomici. E’ sempre più oneroso continuare a sostenere l’embargo di Gaza senza correre il rischio che la crisi con Ankara ripercuota sulla NATO. Si avvicina il momento in cui è più ragionevole condizionare Israele piuttosto che fiancheggiarla sistematicamente: sta diventatando “un peso ingombrante”. Soprattutto per i suoi finanziatori.

Da Netanyau è una mina vagante per la NATO, di Tito Pulsinelli.

Atto ostile di Paesi nemici
Gerusalemme, 16 giugno – Israele intende considerare come un atto “ostile” il tentativo di navi libanesi e iraniane di forzare il blocco alla Striscia di Gaza. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, spiegando che queste navi provengono da Paesi nemici e quindi “il loro status è diverso” da quello delle navi della Freedom Flotilla, che erano accusate soltanto di compiere una provocazione in violazione della legge.
(Adnkronos/Dpa)

Prime conclusioni
Alla fine, il governo israeliano ha fallito i suoi due obiettivi.
La Turchia esce rinforzata dallo scontro, e con essa il triangolo che essa forma con i suoi alleati siriani e iraniani. Allo stesso tempo essa ha ottenuto diversi vantaggi. La Giustizia turca giudicherà in contumacia i ministri e generali israeliani per i crimini commessi. Il comitato d’indagine della Commissione dei diritti dell’uomo offuscherà un po’ più l’immagine di Israele.
Ma soprattutto, la Turchia può giocare una seconda partita. Secondo le nostre informazioni, Ankara ha informato il Dipartimento di Stato che Erdogan sta valutando di rompere personalmente il blocco di Gaza, come François Mitterand ruppe all’epoca l’assedio di Sarajevo. Potrebbe imbarcarsi su una flotta umanitaria preparata dalle associazioni umanitarie e sostenuta politicamente da qualche governo, tra cui l’Iran, la Siria e il Venezuela. Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah, ha già lanciato un appello a tutti i Libanesi affinché partecipino a nuove iniziative. Un appello potrebbe essere lanciato ai marinai del Mediterraneo, in modo che centinaia di battelli da diporto vi si uniscano. Il tutto sarebbe scortato dalla marina militare turca… membro della NATO.
Questa prospettiva ha terrorizzato Washington cha ha improvvisamente ritrovato nuovo slancio per convincere Tel Aviv a levare il blocco.
D’altro canto, il prestigio ottenuto dalla Turchia nel corso di questa operazione mette in rilievo la collaborazione di alcuni governi arabi con Israele, in particolare quello di Hosni Moubarak. Quest’ultimo ha in effetti attivamente collaborato al blocco di Gaza per impedire il contatto tra l’Hamas palestinese e i Fratelli musulmani egiziani. Il Cairo non ha esitato ad erigere un muro d’acciaio con i soldi degli Stati Uniti e la tecnologia della Francia per murare un milione e mezzo di abitanti di Gaza. E ci si ricordi la risposta del ministro degli Esteri Ali Aboul Gheit a cui era stato chiesto cosa ne avrebbe fatto delle donne e dei bambini affamati che avrebbero tentato di passare la frontiera. La risposta fu «Che ci provino pure, noi gli spezzeremo le gambe!». All’improvviso il sangue delle vittime del Mavi Marmara schizza sul governo di Moubarak e Alessandria è al limite di una rivolta. Per allentare la tensione, il governo egiziano ha deciso di aprire temporaneamente la frontiera.

Da Flottiglia della Libertà; il dettaglio che Netanyahy ignorava, di Thierry Meyssan.

[Segue]

Convitato di pietra

Gerusalemme, 9 aprile – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non parteciperà a Washington al vertice sulla sicurezza nucleare. Ad annunciarlo sono stati funzionari del governo israeliano, precisando che il capo del governo sarà sostituito dal ministro dell’Energia e responsabile dell’Intelligence, Dan Meridor.
La decisione è stata presa – spiegano i funzionari citati da ‘Haaretz’ – nel timore che un gruppo di Paesi guidati da Egitto e Turchia chieda che Israele aderisca al Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Israele “è deluso” dagli sviluppi in questa fase precedente l’avvio della conferenza, ha affermato una fonte del governo citata dal quotidiano. “Il vertice sulla sicurezza nucleare dovrebbe affrontare la questione del pericolo del terrorismo nucleare. Israele partecipa a questi sforzi ed ha risposto positivamente all’invito alla conferenza del presidente Obama”. “Detto questo – ha poi spiegato – negli ultimi giorni siamo stati informati dell’intenzione di diversi stati partecipanti di deviare dal tema principale della lotta al terrorismo e usare l’evento per pungolare Israele sul TNP”.
Gli Usa hanno accettato la marcia indietro di Netanyahu con una breve dichiarazione. “Siamo stati informati della decisione israeliana – ha detto a Washington il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Mike Hammer – diamo il benevenuto alla partecipazione del vice primo ministro Dan Meridor alla conferenza. Israele è uno stretto alleato e intendiamo continuare a lavorare assieme strettamente su questioni relative alla sicurezza nucleare”.
Alla conferenza di Washington partecipano oltre 40 Paesi e non era stato previsto nessun incontro bilaterale fra Obama e Netanyahu, che si sono già visti il 23 marzo alla Casa Bianca. La mancata partecipazione di ‘Bibi’ alla conferenza nucleare giunge dopo le recenti tensioni fra Washington e Israele sugli insediamenti a Gerusalemme est. E forse, in questo contesto, gli israeliani non si sono sentiti sicuri di venir spalleggiati dagli USA. Secondo il Jerusalem Post, Israele aveva ricevuto assicurazioni dagli Stati Uniti che la questione della sua adesione al TNP non avrebbe preso il sopravvento nella conferenza.
Sono 189 i paesi che aderiscono al TNP e fra questi vi sono tutti i Paesi arabi. Solo Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non ne fanno parte. Secondo le stime di GlobalSecurity.org, Israele possiede fra 250 e 500 armi nucleari. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possederle, limitandosi a dichiarare che non sarà mai il primo Paese ad usare queste armi in Medio Oriente. Un’adesione al TNP comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari.
A New Orleans, dove sono riuniti esponenti del partito repubblicano, in occasione della Southern Republican Conference, ci sono stati applausi a Netanyahu per il suo rifiuto di venire a Washington. Liz Cheney, figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney, ha accusato il presidente americano Barack Obama di agire in modo “sconsiderato” procedendo per la strada “della riduzione dei legami dell’America con Israele”.
(Adnkronos/Ign)

[grassetto nostro]

Giustizia divina?

rasmussen-khatami

Ankara, 6 aprile – Il nuovo segretario generale della NATO, il danese Anders Fogh Rasmussen, si è slogato una spalla cadendo per le scale di un albergo. Rasmussen è ad Istanbul per partecipare al secondo Forum dell’Alleanza delle Civiltà. L’incidente è avvenuto la notte scorsa.
Rasmussen, che si è dimesso ieri dall’incarico di primo ministro dopo la designazione a nuovo capo della NATO, è stato subito soccorso e ricoverato nell’ospedale Taksim, dove gli operatori sanitari gli hanno rimesso la spalla a posto.
(ANSA)

NATO Response Force

La NATO Response Force (NRF) – la cui creazione venne decisa nel Vertice NATO di Praga del 2002 – è una forza militare congiunta di elementi terrestri, marittimi ed aerei che può essere disegnata sulla base di specifiche missioni e dispiegata rapidamente ovunque richieda il Consiglio Nord Atlantico. Unità delle forze speciali costituiscono una componente addizionale che può essere utilizzata quando necessario. I suoi elementi di avanguardia sono pronti a dispiegarsi entro cinque giorni e la forza nel suo complesso è in grado di sostenersi per un mese (o per un periodo anche maggiore se rifornita).
La NRF non è una forza permanente né stabile, piuttosto essa è composta di unità assegnate dai Paesi membri della NATO a rotazione, per lassi di tempo in genere pari a sei mesi, che precedentemente hanno svolto complesse ed impegnative esercitazioni congiunte. La direzione delle operazioni della NRF si alterna fra i Comandi di Brunssum in Olanda, di Napoli e di Lisbona, mentre il cappello strategico è fornito dal Quartier Generale Supremo di Mons in Belgio.
La NRF è organizzata in modo da poter intraprendere un ampio spettro di missioni, in qualsiasi luogo nel mondo. Più in particolare, essa può essere impiegata come forza autonoma per la difesa collettiva (conformemente all’articolo 5 del Trattato istitutivo della NATO) oppure per condurre operazioni di evacuazione, far fronte alle conseguenze di disastri (“including chemical, biological, radiological and nuclear events”) o di crisi umanitarie, svolgere operazioni di controterrorismo; come forza iniziale che prepari il terreno e faciliti l’arrivo di un contingente più vasto; infine, come forza capace di dimostrare la determinazione e la solidarietà della NATO nel prevenire situazioni di crisi politica.
Il prototipo della NRF, comprendente circa 9.500 unità, è stato attivato nell’ottobre 2003 ed il mese successivo ha svolto la sua prima esercitazione in Turchia, con la partecipazione di soldati appartenenti agli eserciti di 11 Paesi membri. Nel 2004 alcuni elementi della NRF hanno contribuito alla sicurezza delle Olimpiadi in Grecia e delle elezioni presidenziali tenutesi in Afghanistan. Le esercitazioni sono proseguite fino a quando, nell’ottobre 2004, il Segretario Generale della NATO ha annunciato che la NRF aveva raggiunto una adeguata capacità operativa.
Nel settembre 2005, componenti navali ed aeree della NRF sono state impiegate negli Stati Uniti, a seguito di una formale richiesta governativa di soccorso dopo gli estesi danneggiamenti provocati dall’Uragano Katrina. Il mese seguente (e fino al febbraio 2006), la NRF ha fornito aiuto umanitario in Pakistan dopo un terremoto dalle conseguenze devastanti. Essa è poi diventata pienamente operativa nel mese di ottobre 2006, con una componente terrestre di circa 21.000 soldati, ed una marittima ed aerea dalle dimensioni similari.
A mano a mano che le diverse componenti in rotazione della NRF raggiungono gli elevati parametri di preparazione richiesti, nuovi concetti e tecnologie si diffondono attraverso le unità di tutti i Paesi membri. La NRF agirebbe quindi come catalizzatore della trasformazione accelerata delle forze NATO complessive, nella direzione di uno sviluppo della loro proiezione fuori dall’area geografica “tradizionalmente” coperta dall’Alleanza Atlantica, ed in particolar modo spingendo i Paesi europei a riformare i propri eserciti al fine di renderli più facilmente dispiegabili ed interoperabili.
Parlando in puro “natese”.

Lettera da una scuola

A seguire riproduciamo la “lettera” inviataci lo scorso 7 ottobre dalla classe II H del Liceo Falcone di Bergamo, quale commento al post “La Guerra infinita” su Raitre.
Invitiamo tutti i lettori a dare un proprio contributo nella pagina dei commenti, nel tentativo di rispondere alle domande intelligentemente poste da questi ragazzi.

La nostra insegnante di storia ha assegnato come compito di seguire i due documentari andati in onda venerdì 19 e 26 Settembre 2008, alle ore 21:00 su Rai 3, dal titolo: ‘La Guerra Infinita’. Il giorno dopo, in classe abbiamo discusso i temi trattati dal programma e sono emerse alcune domande a cui non siamo stati in grado di rispondere. Chiediamo quindi che qualcuno ci aiuti a capire, perché siamo stati davvero colpiti dal renderci conto della disinformazione di cui siamo preda.

1- Il capo dell’organizzazione di spaccio della droga in Europa, ripreso alla stazione centrale di Milano, è stato arrestato? E se non lo è, perché?
A chi gioverebbe questo?

2- Perché le organizzazioni internazionali, nonostante sappiano bene il giro malavitoso che sta intorno alla droga, continuano ad ignorarlo? Il permanere di questi problemi dimostra che la presenza di organizzazioni come la Nato e l’Onu è inutile.
A chi giova questo?

3- Perché lo stato Afghano non interviene a sostenere quei cittadini che cercano un’alternativa alle coltivazioni illegali?
A chi giova questo?

4- Perché solo la Turchia riesce ad intercettare il traffico di droga? A chi giova questo?

Adesso che siamo a conoscenza di ciò che succede ‘a un’ora di volo da Roma’, aspettiamo con ansia che il mondo degli adulti ci dia un segnale di speranza per credere nel nostro futuro.
Ma se non dovesse succedere nulla, a chi gioverebbe tutto questo?
Abbiamo ripensato, non senza tristezza, al romanzo ‘La storia’ della Morante, recentemente trattato da noi e ci è sembrato che il sottotitolo ‘Uno scandalo che dura da 10.000 anni’ sia destinato inesorabilmente a perpetuarsi.
… E poi il mondo adulto lamenta che noi giovani non abbiamo entusiasmo e valori in cui credere.
… Dateceli e noi crederemo.

La classe II H,
Liceo Falcone, Bergamo

Noble Light 2008

Dal 6 al 12 ottobre si svolgerà in Veneto la fase centrale dell’esercitazione NATO denominata Noble Light 2008. Nel corso dell’iniziativa militare, il Multinational CIMIC Group South di Motta di Livenza otterrà la validazione della sua capacità operativa conseguita nel 2006.
Il CIMIC – Civil Military Cooperation - è un reparto multinazionale della NATO a guida italiana, in grado di ricercare, addestrare e proiettare unità di specialisti nel soccorso e nella ricostruzione di aree sconvolte da conflitti. Esso è l’unico comando operativo dell’Alleanza in questo settore d’intervento. Per le proprie attività, il CIMIC si avvale anche di specialisti funzionali tratti dalla vita civile e richiamati in servizio (medici, architetti, ingegneri, avvocati…) per disegnare il quadro d’intervento e contribuire alla creazione di un ambiente sicuro. Ultimo compito del CIMIC è la pianificazione del passaggio dei poteri alle autorità civili, reintegrate nei compiti istituzionali. Il memorandum di intesa tra le nazioni coinvolte nel progetto (oltre all’Italia, Grecia, Portogallo, Turchia ed Ungheria) è stato firmato il 26 febbraio 2004.
L’ esercitazione simulerà uno scenario di crisi nel quale si troveranno ad operare organizzazioni militari e civili, e consentirà al personale del Cimic Group South di esercitarsi nelle funzioni specifiche che poi metterà in atto, come avviene nella realtà, nei vari teatri operativi.
Il personale del CIMIC Group South – ospitato nella caserma ‘Mario Fiore’ di Motta di Livenza (Treviso), Riviera Scarpa 75, nota in precedenza come ‘Vittorio Veneto’, quando accoglieva i reparti dell’11º reggimento genio dell’Esercito – ha operato ed opera in Irak, Kosovo, Libano ed Afghanistan. Il primo intervento sul campo è cominciato il 29 giugno 2003 con la partecipazione di una unità CIMIC all’operazione ‘Antica Babilonia’ nella provincia irachena del Dhi Qar. Da quella data, sino a oggi, una decina di distaccamenti CIMIC si sono avvicendati su una base di turnazione prevista ogni quattro mesi.
Tutte le prerogative del CIMIC verranno illustrate nel corso del Vip day organizzato presso la caserma di Motta di Livenza per il giorno 9 ottobre, durante il quale alle numerose autorità civili e militari come a tutti gli ospiti sarà offerta la possibilità di verificare concretamente come esso opera, le sue finalità e le modalità attraverso le quali si mettono in pratica quei progetti che consentono di supportare la missione offrendo un aiuto concreto alle popolazioni delle aree di crisi.

“La Guerra Infinita” su Raitre

Un anno di lavoro tra preparazione, sopralluoghi, riprese e montaggio, cinque Paesi attraversati – Kosovo, Macedonia, Serbia, Turchia ed Afghanistan – e tre ore di reportage trasmesse in due puntate il 19 ed il 26 settembre alle 21.05 su Raitre.

In “Kosovo nove anni dopo”, in onda venerdì 19 settembre, Riccardo Iacona ricostruisce minuziosamente la pulizia etnica di cui sono stati vittime i Serbi del Kosovo. Dal 1999 – da quando la NATO ha vinto la guerra contro la ex Jugoslavia ed insieme alle Nazioni Unite ha preso il controllo del Kosovo – 250.000 Serbi sono stati cacciati dal Kosovo. Le loro case sono state bruciate, le loro terre devastate, le loro chiese distrutte, anche le più antiche e preziose, i loro cimiteri profanati a colpi di pala e di piccone, interi quartieri messi a ferro e fuoco per impedire ai Serbi che vivevano lì da centinaia di anni di poterci ritornare. Nonostante la presenza della NATO, gruppi armati di Albanesi hanno messo in atto una delle più sistematiche e feroci pulizie etniche che l’Europa ha vissuto dopo la seconda guerra mondiale, distruggendo così l’idea stessa di un paese multietnico che pure dicevano fosse all’origine della campagna militare della NATO.
Ma c’è di più: in questi nove anni il Kosovo è diventato la principale porta di ingresso della droga nel nostro Paese ed in tutta Europa; e, sempre nonostante la presenza della NATO e delle Nazioni Unite, si è trasformato in una piccola Colombia, un narcostato nel cuore dell’Europa. I numeri sono impressionanti: l’80 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan passa dalle valli e dalle montagne del Kosovo “liberato”. Le enormi ricchezze accumulate con il traffico della droga hanno reso potenti all’estero ed in patria i clan mafiosi albanesi del nuovo Stato nato il 17 febbraio di quest’anno con un atto unilaterale.

Nella seconda puntata dal titolo “Afghanistan”, in onda venerdì 26 settembre sempre in prima serata, Iacona riprende il viaggio proprio dalle strade della droga e delle armi, le stesse utilizzate dai gruppi armati kosovaro albanesi che stanno cercando di destabilizzare la Macedonia con azioni militari di grande respiro. Intervisterà in esclusiva i nuovi terroristi dell’UCK ancora in armi sul territorio macedone e racconterà la capillare infiltrazione nei Balcani dei movimenti islamici più radicali, con il sostegno attivo delle organizzazioni caritatevoli dei Paesi del Golfo Arabico. E poi, risalendo le strade della droga che dal Kosovo passano per la Turchia e per l’Iran, ci conduce in Afghanistan.
La guerra, i bombardamenti, sette anni di presenza militare della NATO non sono riusciti ad impedire che l’Afghanistan diventasse il più grande produttore mondiale di oppio ed eroina.

AGGIORNAMENTO (2/10/2008):
A questo indirizzo è possibile leggere una lunga intervista a Riccardo Iacona e rivedere la prima puntata de “La Guerra Infinita”, divisa in otto parti.
Se qualcuno conosce un collegamento riguardante la seconda puntata, è pregato di comunicarcelo.

Quelle imbarazzanti novanta atomiche in giardino

La ong statunitense Natural Resources Defense Council (NRDC) ha pubblicato la mappa degli ordigni atomici presenti in Europa, ed in Italia: si tratta di circa 390 sparse fra Germania, Belgio, Olanda, Turchia e Regno Unito, ed altre 90 in Italia per un totale di 480 testate.
Rainews 24 ha intervistato Hans M. Krinstensen, l’autore del rapporto della NRDC, ed alcuni dei cittadini di Aviano che hanno citato in giudizio civile il governo degli Stati Uniti con la richiesta che vengano rimosse le 50 armi atomiche presenti nella locale base, in quanto “pericolose ed in contrasto con il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, sottoscritto e ratificato dall’Italia, che sancisce l’obbligo per il nostro Paese di non ospitare ordigni nucleari e per un paese nucleare, come gli Stati Uniti, l’obbligo di non dispiegare tali armamenti al di fuori del proprio territorio”.
Rainews 24 ha inoltre intervistato gli ex ministri greci della Difesa e della Giustizia che hanno promosso il trasferimento al di fuori della Grecia degli ordigni nucleari NATO presenti, come già aveva fatto il Canada. Anche i parlamenti di Belgio e Germania hanno cominciato a discutere di questa eventualità. Secondo il Direttore del Gruppo di Pianificazione Nucleare della NATO Guy Roberts “ogni decisione in questo campo è rimessa alla sovranità nazionale. Ogni nazione è libera di decidere se intende o meno partecipare attivamente alla gestione condivisa dei dispositivi nucleari”.
Ma quale può essere la necessità di stoccare nelle basi italiane bombe atomiche come le B-61 che avrebbero un tempo di attivazione addirittura di alcuni mesi? Il rischio sembra quello che le attuali testate, vecchie ed obsolete, vengano sostituite presto da ordigni di nuova concezione e di potenza scalabile che potrebbero aggirare i vincoli dei trattati di non proliferazione.

Il collegamento al video è alla seguente pagina: http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/04042007_atomiche/