Prevenire la guerra: solidarietà con la Russia!

dessin-ukraine-9961-617x411Dopo la lettera aperta al presidente russo Vladimir Putin, scritta dal tenente colonnello dell’aviazione tedesca in pensione Jochen Scholz, controfirmata da centinaia di persone tra avvocati, giornalisti, medici, militari, studiosi, scienziati, diplomatici e storici, è ancora dalla Germania che giunge un segnale di risveglio delle coscienze europee.

“Esattamente come nelle guerre precedenti, i propagandisti di guerra dei paesi NATO stanno cercando di inculcare nei loro popoli che l’aggressione sia in realtà una difesa dalla Russia, che dipingono come il vero aggressore.
Gli attivisti per la pace sono chiamati a prendere coscienza del contesto reale e conseguentemente a spiegare su questa base i fatti. Tale spiegazione deve comprendere il rifiuto categorico di tutte le considerazioni che la Russia sia almeno in parte da biasimare per l’escalation della crisi. Molti di coloro che onestamente rifiutano l’aggressione della NATO ritengono che, in effetti, in linea di principio la Russia “non sia migliore” giacché naturalmente persegue solo i propri interessi.
Ma quali interessi persegue la Federazione russa? Il suo interesse primario è la stabilità, sia domestica che nelle relazioni internazionali. Mantenere la sua architettura di sicurezza è necessario anche per questa stabilità, che è il motivo per cui la Russia ha un interesse particolare per la stabilità dei paesi che ospitano le basi militari russe. La Russia ha un interesse nello sviluppo della sua economia. Questo è in linea con gli interessi già indicati in quanto l’economia russa necessita di sicurezza e di stabilità per lo sviluppo della sua economia. Questi sono gli interessi russi. Sono il tipo di interessi per cui nessun paese può essere accusato per volerli perseguire.
Ma in che modo la Federazione russa persegue tali interessi? La Russia attacca e occupa altri paesi, come fa la NATO? La Russia finanzia, arma, ospita e addestra terroristi che commettono massacri contro la popolazione civile dei paesi stranieri al fine di provocare caos, come la coalizione USA, NATO e paesi del Golfo stanno facendo in Siria? La Russia si permette di strangolare altri paesi con sanzioni per forzarne la volontà? Vladimir Putin stila ogni settimana un elenco di persone da eliminare per mezzo dei droni sul territorio di stati sovrani stranieri, come fa Barack Obama? Le navi russe abbordano le navi battenti bandiere di paesi stranieri in acque internazionali, come fa Israele?
La politica della Russia per il mantenimento dei propri interessi è stata finora caratterizzata da moderazione e concessioni. Ovunque dovesse contrastare una mossa ostile, la Russia non si è mai avvicinata al pieno uso dell’arsenale di legittime contromisure. Gli interessi della Russia coincidono con la volontà di pace della maggior parte dell’umanità. Gli attivisti della pace devono riconoscere questo fatto.
La prospettiva di una guerra contro la Russia ha caratteristiche apocalittiche per la Germania e l’Europa. L’unica possibilità di difendere la pace sta in un avvicinamento alla Russia. La Federazione russa è il protettore della pace in Europa. Questa è la considerazione importante nella pratica che va utilizzata per contrastare la incessante propaganda anti-russa della NATO.
Una terza guerra mondiale può essere evitata solo al fianco della Russia. Solo in solidarietà con la Russia il movimento per la pace, in particolare in Germania, può diventare un fattore da prendere di nuovo sul serio. Solo in alleanza con la Russia la nostra richiesta di una “Germania fuori dalla NATO e la NATO fuori della Germania” ha una prospettiva realistica di essere attuata.
La timida posizione di “equidistanza”, da qualche parte nel mezzo tra la NATO e la Russia non è mai stata così sbagliata e pericolosa come oggi. Si potrebbe rendere un po’ inefficace la propaganda scatenata per creare sciovinismo tra le masse, ma soprattutto per zittire la resistenza contro la guerra. Infatti, se la menzogna sulla Russia come minaccia non viene respinta con decisione, la ragione centrale e psicologicamente più efficace della NATO per l’escalation della guerra resterà.
Anche in considerazione del pericolo di essere colpiti da una guerra, sempre più persone, in Germania in particolare, sono state allarmate dalla campagna anti-russa. Vogliono sapere la verità su questo vitale argomento. Le indagini e gli articoli d’opinione mostrano che la grande maggioranza della popolazione rifiuta la corsa dell’Occidente verso il confronto contro la Russia.
L’”Associazione dei liberi pensatori tedeschi” mette in guardia contro l’ulteriore peggioramento del confronto tra l’Occidente e la Russia. Chiediamo la fine della creazione del nemico e della disinformazione, così come della campagna anti-russa e della demonizzazione del presidente Putin.
La strategia USA si sta dirigendo verso una divisione dell’Europa e il confronto con la Russia e danneggia gli interessi dei paesi europei. L’Europa appartiene a tutti i popoli e le nazioni d’Europa; ha bisogno di coesistenza pacifica tra tutti i paesi e nazioni. Questo richiede di considerare gli interessi reciproci e la collaborazione sia con l’Ucraina che con la Russia.
Mostriamo la nostra solidarietà ai comunisti, agli antifascisti e ai democratici in Ucraina, che, a dispetto delle persecuzioni, si battono contro il revisionismo della storia, la russofobia e lo sciovinismo nazionale. Ci battiamo insieme a loro per l’amicizia con la Russia.
Queste sono pertanto le nostre richieste:
1. Nessun sostegno alla strategia USA di divisione dell’Europa con la ricostruzione di una cortina di ferro;
2. No alle sanzioni contro la Russia, in particolare perché danneggiano gli interessi economici e il mercato del lavoro in Germania e nei paesi europei, oltre all’interesse per relazioni stabili e di collaborazione;
3. Stop all’estensione della NATO verso est e all’isolamento militare della Russia attraverso questo accerchiamento; la NATO non deve muoversi ai confini della Russia e l’Ucraina non deve essere incorporata nella struttura militare della UE;
4. Sostegno per una Ucraina democratica, senza fascismo e revanscismo, con gli stessi diritti umani e civili e la piena libertà di religione e di Weltanschauung per tutti, indipendentemente dall’origine etnica, con rapporti di buon vicinato con l’Europa occidentale e la Federazione russa;
5. Niente soldi dei contribuenti per il sostegno finanziario e logistico delle organizzazioni fasciste e nessun sostegno finanziario per il loro addestramento.”

Da La NATO è l’aggressore, testo dell’”Associazione dei liberi pensatori tedeschi” sulla crisi in Ucraina.

Uno sparo dal mondo

10450530_10152523470801678_986835566447526021_nEcco il titolo piú appropriato per una comunicazione mediatica su quanto avviene nel mondo oggi…, appena fuori dai nostri confini o piú in là ove tramonta il sole.
Ucraina, Libia, Egitto, Siria, Israele e Gaza, Libano, Irak, Nigeria, Sudan, Somalia, Yemen, Pakistan, Afghanistan… quelli in cui lo “sparo” trova grosso riscontro sui media mondiali, piú o meno a secondo di interessi geopolitici, economici e pure ideologici.
Una caterva gli “spari” con silenziatore, quelli “locali” che ancora non innescano alcun interesse o considerati circoscritti a nazioni ancora “controllabili”.
Ciad, Sierra Leone, Repubblica del Congo, Centrafrica nel continente nero.
Cina (con gli Uiguri musulmani), Ceylon, Filippine, India e tante altre nazioni nel mondo…, tutti Paesi e regioni che non vengono in mente fin quando non ne sentiamo il nome in tv o ne abbiamo notizia dai giornali e da internet.
Già, in Europa siamo in pace grazie alla Unione Europea…, così pontificano i signori della dittatura UEista.
Peccato abbiano scatenato una guerra civile in Ucraina rovesciando con la illusione dell’euro un governo democraticamente eletto.
E non guardiamo indietro quando l’UEismo, al servizio degli USA e della NATO, ha aggredito la Serbia, “creato” il Kosovo e partecipato attivamente a tutte le “primavere arabe” che hanno portato al bagno di sangue odierno.
E l’ONU? Assiste, dibatte, ammonisce e…, soprattutto, tace.
Certo non è l’Occidente il solo “male del mondo”, il demone della guerra alligna ovunque. Purtroppo sembra pure connaturato alla natura umana.
Ma, filosofia a parte, il Grande Satana ci mette lo zampino, dove e quando vuole.
Ed i suoi diavoletti scatenano sulla terra veri e propri Sabba infernali, mostrando nel contempo angelici volti alla Renzi.
“Uno sparo dal mondo”… nella speranza che non si tramuti, prima o poi, in un botto definitivo.
Vincenzo Mannello

Far guerra alla Russia, un gasdotto alla volta

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Eric Draitser per rt.com

Mentre la politica umana della crisi in Ucraina guadagna tutti i titoli dei giornali, è la politica del gas che in molti modi si trova nel cuore del conflitto.
Infatti, la questione energetica non solo ha fatto da cornice a gran parte delle dimensioni economiche della crisi, ha rivelato le divisioni profonde che esistono tra l’élite politica e degli affari in Europa che, nonostante il proprio bluff e la spacconeria sulle azioni della Russia in Ucraina e l’espansione delle sanzioni, capisce abbastanza chiaramente che la Russia è parte integrante del futuro economico dell’Europa.
Tuttavia, questo non ha fermato l’Occidente e i suoi agenti e clienti in Europa orientale dal tentativo di minare la posizione economica strategica della Russia attraverso una varietà di mezzi. Dal deragliamento dei negoziati sulla costruzione di condotti all’utilizzo di governi fantoccio come un cuneo tra Mosca e l’Europa, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno tentato di minare la posizione economica e strategica della Russia a riguardo dell’infrastruttura di distribuzione del gas, rafforzando contemporaneamente la propria. Continua a leggere

La Difesa in crisi di identità

10177532_862656523762149_3331050011974390149_nSul risultato non ci sarà poi molto da discutere. Che l’ambiente alla fine risulti pulito, che i migranti trovino interpreti al loro approdo e si sentano bene accolti in terra straniera, che la Difesa finisca per corrispondere maggiormente ai desideri della popolazione, piuttosto che a un fine superiore basato su una visione strategica, insomma, tutto questo alla fine ci farà sentire felici cittadini di un paese democratico.
Tuttavia qualche pulcetta viene da farla. Soprattutto quando la perplessità di fronte a certe scelte davvero non si può nascondere.
È il caso dell’ennesimo esempio di utilizzo dell’Esercito per fare le pulizie, della individuazione di mediatori culturali militari da mettere sulle spiagge di Lampedusa, dell’invito a esprimere il proprio parere online in merito alle direttive che la Difesa dovrà intraprendere, e che pubblicherà poi sul suo Libro Bianco.
Giusto per fare riferimento agli ultimi casi di cronaca, intendiamoci. E non si tratta di interventi di pubblica calamità, tutt’al più di una certa pubblica e limitata utilità, se proprio vogliamo essere speculativi. Continua a leggere

Poroshenko, Assad e la strana “democrazia” occidentale

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Obama ha adottato dal 25 scorso il miliardario ucraino Poroshenko. Lo ha già presentato al mondo come il figlio prediletto della nuova democrazia ucraina ed incoronato quale “campione dei diritti dell’uomo” a Kiev e dintorni.
Che sia giunto al governo tramite il rovesciamento di un presidente (Yanukovich) eletto da “tutto” il popolo ucraino e “ribaltato” dalle sparatorie di piazza Maidan, armate e finanziate con la presenza sul campo della “troika UEista”, è dettaglio insignificante.
Oddio, per quanto se ne sappia da noi, Yanukovich non era un granché ma, come mi ripetono da 65 anni, un eletto si cambia con una nuova elezione…. no?
Ed inoltre, certificato dall’OCSE, il voto in Ucraina del 25 maggio scorso è stato “regolare”.
Che 5 milioni di cittadini russofoni non abbiano votato e che, anzi, abbiano impedito pure la apertura dei seggi è dettaglio altrettanto insignificante per Obama.
Quel che conta è che il suo figlioccio abbia riportato il 53% dei voti espressi dalla minoranza degli aventi diritto (modello Renzi in Italia).
Poroshenko “diga” della democrazia europea contro Putin, l’aggressore dell’Est.
Guai a chi lo tocca, intima oggi al mondo Obama e, mentre che c’è, consiglia (si fa per dire) ai suoi servi UEisti di aumentare le spese militari.
Per essere pronti alla probabile aggressione dello zar moscovita occorrono nuove armi, rigorosamente di fabbricazione statunitense.
Renzi (per restare a casa nostra) avrà capito bene?
Si prevedono più MUOS, numerosi F-35 e qualche Sigonella in più.
Intanto che accade nel mondo?
Che si vota in Siria, più o meno che nelle stesse condizioni dell’Ucraina.
Con una differenza, di non poco conto: si vota in due terzi del paese e, incredibile ma certificato, va alle urne circa il 75% di siriani.
Ovvero una ampissima maggioranza.
Assad, di riffe o di raffe (non posso escludere nulla) prende l’88% dei voti espressi.
Obama sentenzia: elezioni truffa.
Non cambia niente, appoggiamo i ribelli (di Al Qaeda) che si battono per instaurare la “democrazia” a Damasco.
Che tale impostazione sia ostica da recepire pure da tanti di noi cittadini dell’impero UEista è già un problema sempre piú serio.
Risulta difficile comprendere come una minoranza basata su un 43% di elettori complessivi possa governare un impero di 350 milioni di europei.
Non sembra proprio “democratico”.
Se aggiungiamo pure i famosi “euroscettici” che tarlano Bruxelles dall’interno del sistema partitocratico andiamo ben oltre.
Ma l’UEismo altro non è che la longa manus di Obama, per giunta quella finanziaria che si infila nelle tasche dei comuni cittadini per prelevare euro e trasformarli in dollari per le banche.
Quindi Obama decide per tutti: Poroshenko è buono, bello e “democratico”.
Assad brutto, cattivo e “dittatore”.
Peste (atomica?) colga chi attacca l’Ucraina e difende Assad…!!
In tutti e due i casi… Putin.
Vincenzo Mannello

“Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo”

non allineati

“Qual è la natura della sfida con cui si confrontano oggi i paesi del Movimento dei Paesi non allineati, a 60 anni dalla sua nascita, in questo mondo molto cambiato?
Viviamo in un sistema di mondializzazione squilibrata, iniqua e ingiusta. Agli uni, tutti i diritti d’accesso alle risorse del pianeta per il loro uso e persino spreco, esclusivi. Agli altri l’obbligo di accettare quest’ordine e di adattarsi alle sue esigenze, rinunciando al proprio sviluppo, finanche ai diritti elementari all’alimentazione, all’istruzione e alla salute, alla vita stessa, per ampi segmenti dei propri popoli – i nostri.
Quest’ordine ingiusto è definito “mondializzazione” o “globalizzazione”.
Dovremmo anche accettare che le potenze beneficiarie di quest’ordine mondiale ingiusto, soprattutto gli Stati Uniti e l’Unione europea, associati militari nella NATO, avrebbero il diritto di intervenire con la forza armata per fare rispettare i loro diritti abusivi di accedere all’uso – o al saccheggio – delle nostre ricchezze. Lo fanno con pretesti diversi – la guerra preventiva contro il terrorismo, evocata quando gli conviene. Lo fanno prendendo a pretesto la liberazione dei nostri popoli da dittatori sanguinari. Ma i fatti dimostrano che né in Iraq, né in Libia, ad esempio, il loro intervento ha permesso di restaurare la democrazia. Questi interventi hanno semplicemente distrutto gli stati e le loro società. Non hanno aperto la via al progresso e alla democrazia, ma l’hanno chiusa.
Il nostro movimento potrebbe dunque essere definito Movimento dei paesi non allineati alla globalizzazione.
Mi spiego: non siamo avversari di tutte le forme di mondializzazione. Siamo avversari di questa forma ingiusta di mondializzazione, di cui siamo vittime.

Quali risposte possono dare a questa sfida i Paesi non allineati?
Le risposte che vogliamo dare a questa sfida sono semplici da formulare nei loro grandi principi.
Abbiamo il diritto di scegliere il nostro percorso di sviluppo. Le potenze che erano e rimangono beneficiarie dell’ordine esistente devono accettare di adeguarsi alle esigenze del nostro sviluppo. L’adeguamento deve essere reciproco, non unilaterale. Non spetta ai deboli adeguarsi alle esigenze dei forti. Al contrario, è dai forti che si deve esigere che si regolino alle necessità dei deboli. Il principio del diritto è concepito per questo, per correggere le ingiustizie e non per perpetuarle. Abbiamo dunque il diritto di attuare i nostri progetti sovrani di sviluppo. Quello che i fautori della globalizzazione in atto, ci rifiutano.
I nostri progetti sovrani di sviluppo devono essere concepiti per permettere alle nostre nazioni e stati di industrializzarsi come loro intendono, con strutture giuridiche e sociali a loro scelta, che permettono quindi di raggiungere e sviluppare da noi stessi le tecnologie moderne. Devono essere concepiti per garantire la nostra sovranità alimentare e permettere a tutti gli strati dei nostri popoli di essere i beneficiari dello sviluppo, ponendo termine ai processi d’impoverimento in corso.
L’attuazione dei nostri progetti sovrani esige la riconquista della sovranità finanziaria. Non spetta a noi di adattarci al saccheggio finanziario a maggior profitto delle banche delle potenze economiche dominanti. Il sistema finanziario mondiale deve essere costretto a adattarsi a quella che è la nostra sovranità.
Spetta a noi definire insieme le vie e i mezzi di sviluppo della nostra cooperazione Sud-Sud che possano facilitare il successo dei nostri progetti sovrani di sviluppo.”

La rinascita del Movimento dei Paesi non allineati e degli internazionalisti nell’era transnazionale, intervista a Samir Amin in occasione della Conferenza ministeriale del Movimento dei Paesi non allineati (Algeri, 26-29 Maggio 2014), continua qui.

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Il declino dell’Europa

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Mentre l’Europa è totalmente presa dall’incantamento delle elezioni del Parlamento europeo sembra che la grande Storia stia imboccando altri sentieri.
Si tratta di cambiamenti epocali che avranno l’effetto di spostare sempre di più il centro geopolitico globale dall’asse USA-UE all’asse Russia-Cina, confinando, nel lungo termine, l’Europa alla periferia del mondo.

Mi riferisco in prima battuta al contratto di fornitura di gas russo alla Cina [1] che non solo è assolutamente senza precedenti, ma la cui reale importanza va ben oltre gli importi, pur mirabolanti, del controvalore economico.
Infatti, a mio avviso, approfondendo la notizia dello storico contratto di fornitura del gas siberiano alla Cina, pomposamente definito “un contratto senza precedenti” l’attenzione dovrebbe essere rivolta prima di tutto all’aspetto geopolitico di quest’accordo.
Innanzitutto notiamo la singolare sincronia della firma dell’accordo con il ritiro delle truppe russe dai confini ucraini e il conseguente allentamento della tensione su questa delicatissima area dello scacchiere internazionale.
Singolare che Putin abbia gonfiato i muscoli fino a pochi giorni dal suo viaggio in Cina per poi, appena andato in porto il supercontratto, mostrare evidenti segni di rilassamento, giungendo oggi a dichiarare di accettare serenamente gli esiti delle elezioni ucraine [2].
Non trovate strano questo comportamento?
La sincronicità in politica internazionale non è mai casuale. Continua a leggere

Il “grande mercato transatlantico”: un’immensa minaccia

ttipIn vista della quinta sessione di negoziati prevista a partire dal prossimo 19 Maggio ad Arlington negli Stati Uniti, torniamo a parlare di Partenariato transatlantico per il commercio e l’investimento (acronimo inglese TTIP), proponendo un significativo estratto da La fine della sovranità, di Alain De Benoist, Arianna editrice, pp. 90-92:

“Il Wall Street Journal, l’ha riconosciuto con una certa ingenuità: il partenariato transatlantico «è un’opportunità per riaffermare la leadership globale dell’Ovest in un mondo multipolare». Una leadership, che gli Stati Uniti non sono riusciti a imporre tramite l’intermediario dell’OMC. A Doha, capitale del Qatar, nel 2001 la leadership statunitense ha lanciato un ambizioso programma di liberalizzazione degli scambi commerciali, ma in seno a questa organizzazione, il cui nuovo presidente, successore del francese Pascal Lamy, è il brasiliano Roberto Azevêdo, gli americani si scontrano da più di dieci anni con la resistenza dei Paesi emergenti (Cina, Brasile, India, Argentina) e dei Paesi poveri. L’unico risultato ottenuto è stato, lo scorso dicembre, l’accordo raggiunto a Bali. È per questa ragione che gli Stati Uniti hanno adottato una nuova strategia, il cui frutto è il TTIP. L’istituzione di un grande mercato transatlantico è, per loro, un mezzo per schiacciare la resistenza dei Paesi terzi, reclutando l’Europa in un insieme il cui peso economico sarà tale da imporre gli interessi di Washington al mondo intero.
Per gli Stati Uniti, si tratta quindi di tentare di mantenere l’egemonia mondiale togliendo alle altre nazioni il controllo degli scambi commerciali a beneficio delle multinazionali ampiamente controllate dalle loro élite finanziarie. Parallelamente, essi vogliono contenere la salita al potere della Cina, diventata oggi la prima potenza esportatrice mondiale. La creazione di un grande mercato transatlantico offrirebbe loro un partner strategico capace di fare soccombere le ultime piazzeforti industriali europee. Permetterebbe di smantellare l’Unione Europea a favore di un’unione economica intercontinentale, cioè di fare rientrare definitivamente l’Europa nel grande insieme “oceanico”, tagliandola fuori dalla sua parte orientale e da ogni legame con la Russia. D’altronde, siccome gli americani sono preoccupati per l’impatto negativo della caduta dell’attività economica europea sulle esportazioni americane, e di conseguenza sul loro utilizzo negli Stati Uniti, si può capire la fretta che hanno di concludere l’accordo.
È significativo il fatto che nel 2011 sia stato lanciato dagli Stati Uniti un grande “Partenariato transpacifico” (Trans-Pacific Partnership – TTP). Questo partenariato – che contava inizialmente otto Paesi (Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Malesia, Brunei, Vietnam), ai quali nel 2012 si è aggiunto il Giappone – mira a contrastare principalmente l’espansione economica e commerciale della Cina. Come ha affermato senza tanti giri di parole Bruce Stokes, dell’istituto di ricerca statunitense German Marshall Fund, l’obiettivo è quello di «garantire che a restare la norma mondiale sia il capitalismo nella versione occidentale, e non quello dello Stato cinese». In seguito all’arrivo del Giappone, il TPP non rappresenta neppure un terzo del commercio mondiale e il 40% del PIL mondiale; vale a dire che il Partenariato transpacifico e il trattato transatlantico, ai quali si può aggiungere il NAFTA, coprirebbero, solo loro tre, il 90% del PIL mondiale e il 75% degli scambi commerciali.
Ancora più a lungo termine, l’obiettivo è chiaramente quello di stabilire delle regole mondiali sul commercio.
(…)
Barack Obama, da parte sua, non ha esitato a paragonare il partenariato transatlantico a una «alleanza economica forte quanto l’alleanza diplomatica e militare» rappresentata dalla NATO. La formula è abbastanza esatta. È proprio una NATO economica, posta come il suo modello militare sotto la tutela americana, che il TTIP cerca di creare allo scopo di diluire la costruzione dell’Europa in un vasto insieme interoceanico, senza alcuno scossone geopolitico, per fare dell’Europa il cortile di servizio degli Stati Uniti, consacrando così l’Europa-mercato a detrimento dell’Europa-potenza.
La posta in gioco è politica. Attraverso un’integrazione economica imposta forzatamente, la speranza è di istituire una nuova governance, comune ai due continenti.
A Washington come a Bruxelles, non si nasconde il fatto che il grande mercato transatlantico altro non è che una tappa verso la creazione di una struttura politica mondiale, che prenderà il nome di Unione transatlantica.
Così come ci si aspetta che l’integrazione economica dell’Europa sfoci sull’unificazione politica, allo stesso modo si tratterà di creare a breve un grande blocco politico-culturale unificato, che vada da San Francisco fino alle frontiere della zona d’influenza russa. Venendo così il continente euroasiatico tagliato in due, potrebbe essere creata una vera Federazione transatlantica dotata di un’assemblea parlamentare, che raggruppi alcuni membri del Congresso americano e del Parlamento europeo, e rappresenti 78 Stati (28 Stati europei, 50 Stati americani),. La sovranità europea potrebbe essere trasferita quindi negli Stati Uniti, una volta che le sovranità nazionali fossero già state annesse dalla Commissione di Bruxelles. Le nazioni europee resterebbero dirette da normative europee, dettate però dagli americani. Come si vede, il progetto è molto ambizioso e la sua realizzazione segnerebbe una svolta storica, eppure sulla sua opportunità nessun popolo è mai stato consultato.”

Pinotti “di pace”

pinotti

Roma, 4 maggio – L’Italia è disponibile a inviare una forza di pace in Ucraina. Lo dice il ministro della Difesa Roberta Pinotti in un’intervista a Repubblica e aggiunge: “Non possiamo stare a guardare. Certo, senza agire da soli, ma attraverso l’ONU, la NATO e l’Unione Europea.”
(AGI)

Ufficio parlamentare di bilancio, chi era costui?

5910170636_a4d41431c0L’Ufficio parlamentare di bilancio -volgarmente detto Autorità di Bilancio- è il controllore dei conti pubblici introdotto nell’assetto istituzionale italiano dal Fiscal Compact, secondo il quale esso deve certificare il DEF (Documento di Economia e Finanza, il principale atto di programmazione del governo), valutando l’osservanza del principio del pareggio di bilancio. Esso sarebbe dovuto entrare in funzione all’inizio di quest’anno, ma ha subìto vari colpi d’arresto in violazione del misconosciuto trattato che l’ha istituito (e della specifica legge nazionale che lo prevede, la n. 243 del 24 Dicembre 2012).
Fino a ieri, infatti, è rimasta incompleta la rosa dei dieci nomi dalla quale la premiata ditta Boldrini & Grasso, nella qualità di Presidenti rispettivamente di Camera e Senato, dovrà scegliere mediante apposito decreto i componenti della triade (Presidente e due componenti) che andrà a costituire l’organismo, rimanendo in carica per la durata di sei anni. Una nomina tutt’altro che popolare e sovrana di un’Autorità che si ostinano a definire “indipendente”.
Nell’elenco dei papabili a rivestire il ruolo di boia, preposti a infliggere una austerità di durata ventennale al popolo italiano, figurano almeno tre ex collaboratori del commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli: si tratta di Marco Cangiano che arriva dal Dipartimento affari fiscali del FMI, diretto fino a poco tempo fa proprio da Cottarelli, di Alberto Zanardi a cui sempre Cottarelli ha chiesto di coordinare il gruppo di lavoro sul taglio della spesa degli Enti Locali, e di Chiara Goretti, incaricata dal commissario di dare colpi d’accetta alle società partecipate.
A essi si aggiungono Paolo Savona, ministro delle privatizzazioni nel governo di Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994), l’ex FMI Giuseppe Pisauro, Luigi Paganetto (ora all’ISTAT), Pietro Garibaldi, consulente di Matteo Renzi per le politiche (di distruzione) del lavoro, e Angelo Fabio Marano.
E, notizia dell’ultima ora, Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia ai tempi di Monti, nonché Fiorella Kostoris, “nota economista”.
Scommettiamo che la nomina della triade avverrà prima del 25 Maggio?
Ché minacciosa all’orizzonte si staglia la sagoma del “dittatore barbuto” Beppone Grillin
Federico Roberti

Chi può essere contro questo?

tafta

“A Sevran, un comune nella periferia nord-est di Parigi, la resistenza è già iniziata. Dall’11 Aprile la città è stata auto-dichiarata una zona libera dal TTIP, il Partenariato transatlantico per lo scambio e gli investimenti, la replica atlantica del NAFTA .
Una risoluzione presentata dal gruppo di sinistra Sevran Solidaire et Citoyen è stata adottata a larga maggioranza del Consiglio comunale di Sevran. La città chiede al governo francese di interrompere la trattativa concernente la creazione di una zona di libero scambio tra l’America e l’Europa, che è in corso da circa 10 mesi.
A Sevran credono che il trattato “non riguarda tanto la libera concorrenza e la mancanza di barriere, è [piuttosto - ndr] una minaccia contro il nostro modello sociale e il modo di vita francese: lo smantellamento di tutte le protezioni sociali e ambientali, dumping di salari e prezzi, privatizzazioni, lo Stato attaccato dalle multinazionali nei tribunali arbitrali privati​.”
La paura causata da questo quadro cupo si sta lentamente diffondendo in Europa, nonostante il fatto che i media europei solitamente chiudono gli occhi di fronte ad essa. Inoltre, le elezioni europee alla fine di Maggio si avvicinano e gli euro-politici, già assediati da orde di partiti nazionali euroscettici, non vogliono parlare di una questione così divisiva. Il modo in cui Bruxelles ha cercato di presentare il trattato è tipico di questa Europa cui manca un cuore politico, un Club di Banche secondo la quale la democrazia consiste nel regolamentare ogni aspetto della vita, anche la lunghezza di una zucchina.
Si tratta niente di meno che dell’antropologia iper-astratta del neoliberismo, un mondo di individui monadi senza legami sociali e di solidarietà, la cui libertà è quella di scegliere tra diversi beni di consumo e il “potere” quello di dire tutto ciò che ci passa attraverso la testa a una folla anonima che non presta ascolto. Un mondo apparentemente regolato dalla magica mano del mercato, ma in realtà un’arena in cui solo i più forti contano e comandano, la legge della giungla davvero.
Questo è più evidente negli Stati Uniti dove, come molti film di Scorsese hanno dimostrato, la violenza magmatica della società è appena coperta da un sottile strato di democrazia formale. La vecchia Europa, con secoli di guerre sanguinose sulle sue spalle, ha bisogno di una buccia più spessa “per pretendere di essere qualcun altro”, come la canzone di Randy Newman ‘Guilty’ afferma. Così, nell’illustrazione del sedicente trattato che viene normalmente fatta in Europa tutto viene visualizzato nella sua suprema astrazione, ogni evento umano è declassato e preso sotto la possibilità burocratica di essere governato, cioè la sua umanità è dialetticamente distrutta.
Alla fine tutto è falsato perché la verità astratta può non coincidere con la verità sociale. Se il problema è solo la semplificazione e la riduzione dei costi del commercio tra le due sponde dell’Atlantico, chi può essere contro questo?”.

Da Europe spooked by Transatlantic Partnership?, di Claudio Gallo (traduzione nostra).

[Si veda anche: Mercato transatlantico, un rimedio peggiore del male]

La “giurisdizione universale” dell’Occidente

brennan in ucraina“Dunque, ricapitoliamo. In Siria, abbiamo un’insurrezione violenta, appoggiata dall’esterno (petromonarchi e occidentali), che non disdegna di dividere il paese secondo “cantoni” etnico-confessionali (operazione, questa, già tentata alla metà degli anni Venti del secolo scorso e gradita ad Israele da almeno una trentina d’anni). Ma il “mostro” è solo e sempre il governo, peraltro legittimo perché riconfermato anche nelle ultime tornate elettorali che le televisioni ed i giornali americani ed europei (si fa per dire) giudicano farsesche mentre non battono ciglio quando a Kiev o altrove riescono ad insediare, con raggiri e violenze, uomini fedeli agli interessi occidentali.
Che cosa sia il “nuovo governo ucraino” è presto detto: il risultato di una manovra di palazzo, architettata dall’esterno e supportata dalla messinscena barricadiera di Maydan. Un’accolita di prezzolati appoggiati in piazza da energumeni professionisti al cui confronto il “presidente” georgiano che già tentò nel 2008 una spericolata provocazione contro la Russia fa la figura del sincero e disinteressato patriota del suo paese.
Adesso, questo “nuovo governo”, che ha immediatamente ricevuto l’investitura dei “mercati” e delle cancellerie europee, oltre che l’incondizionato sostegno dell’America e di Israele, afferma di combattere il “terrorismo” nelle regioni orientali dell’Ucraina, legate alla Russia per ragioni storiche, culturali ed economiche.
A dire il vero, è l’intera Ucraina ad essere dipendente dalla Russia dal punto di vista economico, a meno che i suoi attuali “dirigenti” pensino che l’Unione Europea – che non riesce più a convincere i suoi stessi sudd… ops, cittadini, di avere una qualche ragion d’essere – sia capace di sostenere gli ucraini, garantendo loro pace e benessere (cioè: l’euro, il pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e il MES, le “riforme strutturali” più varie ed eventuali, tra cui un “debito pubblico” inestinguibile ed il “commissariamento” dell’Unione sine die).
Così, in quest’orgia di mistificazione, non stupisce che i media-pappagallo occidentali ripetano che Kiev sta inviando truppe contro i “terroristi”, quando i veri terroristi erano quelli di Maydan che lanciavano molotov alla polizia senza che nessun “autorevole commentatore” di casa nostra, aduso a scandalizzarsi per un corteo di “No-Tav”, si scomponesse più di tanto.
Oltre a ciò, la propaganda imbeccata dall’America sostiene che la Russia ed il suo “zar”, Vladimir Putin (sempre più paragonato a Hitler: che novità!), sono i veri responsabili dei disordini che stanno montando in Ucraina. Si tratta – è bene ricordarlo – degli stessi “organi d’informazione” che non hanno mai trovato nulla da eccepire nell’invio di armi e soldi, da parte degli Stati del Golfo e dei loro mentori occidentali, alle bande che combattono il governo siriano e che hanno ricevuto ogni tipo d’onore nelle varie sedi internazionali e diplomatiche, mentre i legittimi rappresentanti della Siria ne venivano esclusi in quanto “colpevoli” – loro e solo loro – d’ogni sorta di violenza.
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un altro fondamentale elemento che viene escluso dalle analisi (!?) dei giornalisti occidentali tutti intenti ad additare la Russia quale “minaccia alla pace e alla sicurezza in Europa” (sta minacciando i tedeschi, i francesi, gli italiani? l’Ucraina è forse già nell’UE?).
Per Mosca, l’Ucraina rientra nel “cortile di casa”. Non può tollerare, al di là della presenza di componenti russofone e cristiano ortodosse nella sua popolazione, che in un paese così a ridosso delle sue frontiere s’insedi un governo ostile, fonte di problemi e provocazioni. Eppure anche questo fatto non viene minimamente, e volutamente, preso in conto.
Ma la cosa più sbalorditiva è che mentre alla Russia si addossa ogni responsabilità stigmatizzandone le “ingerenze” negli affari di un altro Stato, nessun “grande opinionista” si pone il dubbio su che cosa c’entrino l’America ed i suoi “alleati” nelle faccende interne dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria… La risposta è tuttavia implicita e scontata: gli Occidentali hanno il diritto d’intervenire dappertutto, per il semplice fatto che essi sono i paladini della “libertà” e dei “diritti umani”, con la sacrosanta missione di difenderli e ristabilirli ovunque essi siano “minacciati”, anche a migliaia di chilometri di distanza. Si sono arrogati, in un vero delirio d’onnipotenza, una sorta di “giurisdizione universale”.”

Da Siria e Ucraina: schizofrenie mediatiche a confronto, di Enrico Galoppini.

L’interesse vitale dell’Europa non coincide coi piani di conquista nordamericani

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“In seguito ai risultati referendari con cui una decina d’anni fa l’elettorato francese e olandese respinse la bozza della “Costituzione europea”, “Eurasia” pubblicò un breve dibattito tra me e Costanzo Preve sul tema Che farne dell’Unione Europea?
Il nostro compianto collaboratore scriveva tra l’altro: “Per poter perseguire la prospettiva politica, culturale e geopolitica di un’alleanza strategica fra i continenti europeo ed asiatico contro l’egemonismo imperiale americano, prospettiva che ha come presupposto una certa idea di Europa militarmente autonoma dagli USA e dal loro barbaro dominio, bisogna prima (sottolineo: prima) sconfiggere questa Europa, neoliberale (e quindi oligarchica) in economia ed euroatlantica (e quindi asservita) in politica e diplomazia. Senza sconfiggere prima questa Europa non solo non esiste eurasiatismo possibile, ma non esiste neppure un vero europeismo possibile”.
Da parte mia osservavo come nel risultato del voto francese e olandese si fossero manifestati non tanto il rifiuto dell’occidentalismo e del neoliberismo, quanto quei diffusi orientamenti “euroscettici” che, essendo espressione di irrealistiche nostalgie micronazionaliste se non addirittura del tribalismo etnico e localista, non solo non possono essere considerati alternativi alla globalizzazione mondialista, ma sono oggettivamente funzionali alla strategia dell’imperialismo statunitense.
(…)
Siamo alla vigilia dell’elezione del nuovo Parlamento e i sondaggi dicono che il 53% dei cittadini europei non si sente europeo. A quanto pare, il “patriottismo costituzionale” teorizzato da Habermas non ha suscitato un grande entusiasmo.
D’altronde l’Europa liberaldemocratica, anziché sottrarsi all’egemonia statunitense ed avviare la costruzione di una propria potenza politica e militare nel “grande spazio” che le compete nel continente eurasiatico, stabilendo un’intesa solidale con le altre grandi potenze continentali, sembra impegnata a rinsaldare la propria collocazione nell’area occidentale ed a perpetuare il proprio asservimento nei confronti dell’imperialismo nordamericano.
L’Unione Europea e le cancellerie europee, dopo aver collaborato con Washington nel tentativo di ristrutturare il Nordafrica e il Vicino Oriente in conformità coi progetti statunitensi, si sono allineate col Dipartimento di Stato nordamericano nel sostenere la sovversione golpista in Ucraina, al fine di impedire che questo Paese confluisca nell’Unione doganale eurasiatica e trasformarlo in un avamposto della NATO nell’aggressione atlantica contro la Russia.
In tal modo l’Unione Europea coopera attivamente alla realizzazione del progetto di conquista elaborato dagli strateghi della Casa Bianca, secondo il quale l’Europa deve svolgere la funzione di una “testa di ponte democratica” [the democratic bridgehead] degli Stati Uniti in Eurasia. Scrive infatti Zbigniew Brzezinski: “L’Europa è la fondamentale testa di ponte geopolitica dell’America in Eurasia [Europe is America's essential geopolitical bridgehead in Eurasia]. Il ruolo dell’America nell’Europa democratica è enorme.
Diversamente dai vincoli dell’America col Giappone, la NATO rafforza l’influenza politica e il potere militare americani sul continente eurasiatico. Con le nazioni europee alleate che ancora dipendono considerevolmente dalla protezione USA, qualunque espansione del campo d’azione politico dell’Europa è automaticamente un’espansione dell’influenza statunitense. Un’Europa allargata e una NATO allargata serviranno gl’interessi a breve e a lungo termine della politica europea. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Vicino Oriente.”
(…)
L’interesse vitale dell’Europa non coincide coi piani di conquista nordamericani. L’Europa e la Russia, se vogliono esercitare un peso decisivo sulla ripartizione del potere mondiale, devono instaurare una stretta intesa che obbedisca agl’imperativi della loro complementarità geoeconomica e stabilire un’alleanza politico-militare che contribuisca alla difesa della sovranità eurasiatica. Solo così sarà possibile controbilanciare le iniziative intese a destabilizzare il Continente, risolvere le questioni territoriali, mantenere il controllo delle risorse naturali e regolare i flussi demografici disordinati.
Quando l’Europa lo capirà, una “rifondazione” dell’Unione Europea sarà inevitabile.”

Da Rifondare l’Unione Europea di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” n. XXXIII (1-2014).
L’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi, è qui.

Gli Stati Uniti vogliono distruggere il “ponte” ucraino tra l’UE e la Russia – intellettuali tedeschi sostengono Putin

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Membri della società civile tedesca hanno scritto una lettera aperta al presidente russo Vladimir Putin, condannando la russofobia nei mass media e nell’establishment politico tedesco, mostrando supporto per le azioni di Mosca nella crisi ucraina in corso.
Il tenente colonnello dell’aviazione tedesca in pensione Jochen Scholz ha scritto una lettera aperta al leader russo in risposta al discorso che Putin ha fatto il 18 Marzo 2014 a margine della riunificazione della Crimea con la Russia. La lettera è stata controfirmata da centinaia di tedeschi, tra cui avvocati, giornalisti, medici, militari, studiosi, scienziati, diplomatici e storici.
In tale lettera gli intellettuali tedeschi affermano che il discorso di Putin “si è appellato direttamente al popolo tedesco” e meritava una “risposta positiva che corrisponda ai veri sentimenti dei tedeschi.”
La lettera riconosce che l’Unione Sovietica ha infatti svolto un ruolo decisivo nella liberazione dell’Europa dalla Germania nazista e ha sostenuto la riunificazione della Germania e la sua adesione alla NATO dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione del Patto di Varsavia.
All’epoca, il presidente degli Stati Uniti George Bush Sr. aveva assicurato alla Russia che la NATO non si sarebbe allargata verso est, eppure nonostante la dimostrazione di fiducia da parte di Mosca, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno violato tale impegno, dice Scholz.
“L’espansione della NATO nelle ex repubbliche sovietiche, la creazione di basi militari nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e la messa a punto di un sistema di difesa antimissilistico in Europa orientale, in contemporanea con il ritiro unilaterale dal trattato ABM degli Stati Uniti, costituiscono una flagrante violazione delle promesse,” si legge nella lettera.
Secondo l’autore, tale è la dimostrazione del potere e della disponibilità dell’Occidente a confrontarsi con Mosca in risposta al recente consolidamento economico e politico della Russia, che è diventato evidente dopo che Vladimir Putin è stato eletto presidente nel 2000.
In un’intervista con RT, Scholz ha elaborato la sua posizione sostenendo che gli interessi degli Stati Uniti e la visione dell’ordine mondiale, in cui al continente è assegnato il ruolo di “vassalli” di Washington, sono diversi dagli interessi europei.
“Durante la Guerra Fredda, gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Europa erano quasi il cento per cento identici. Ma dal 1990 le cose sono cambiate. Gli interessi europei sono oggettivamente diversi da quelli degli Stati Uniti”, ha detto a RT. “Quindi il nostro compito qui in Europa, e certamente anche la Russia appartiene ad essa, è quello di prendere le nostre cose nelle nostre mani. Per lavorare reciprocamente in pace e cooperazione nel rispetto dei diritti umani”.
Gli europei sono ora “considerati un ostacolo sulla via delle intenzioni americane nella regione”, come rivelato dalla conversazione telefonica trapelata tra l’Assistente Segretario di Stato per l’Europa Victoria Nuland e l’ambasciatore degli Stati Uniti, afferma Scholz.
Avendo a mente l’obiettivo geopolitico principale degli Stati Uniti di neutralizzare la Russia, il colonnello in pensione crede, come indicato nella lettera, che Washington ha utilizzato il malcontento ucraino come “strumento” per raggiungerlo.
“Questo modello è stato utilizzato più volte: in Serbia, Georgia e Ucraina nel 2004, in Egitto, Siria, Libia e Venezuela,” recita la lettera indirizzata a Putin.
Discutendo la crisi ucraina più in dettaglio, Scholz ha sottolineato che l’obiettivo principale degli Stati Uniti era quello di “negare all’Ucraina un ruolo di ponte tra l’Unione Eurasiatica e l’Unione Europea.”
“Al contrario, vogliono portare l’Ucraina sotto il controllo della NATO,” il militare in pensione ha detto a RT, sottolineando che egli sostiene la proposta di Putin di costruire una “casa comune europea,” unita mediante una “zona economica comune da Lisbona a Vladivostok”.
Pertanto, l’autore e i co-firmatari della lettera sostengono le azioni intraprese dalla Russia come contrappeso agli interessi statunitensi.
“Basandoci sullo sfondo degli sviluppi in Europa dal 1990, la creazione di circa 1.000 basi militari statunitensi in tutto il mondo, il controllo da parte statunitense degli stretti di mare, così come il pericolo rappresentato dall’abuso di Maidan nei confronti della flotta russa nel Mar Nero – consideriamo la separazione della Crimea come misura difensiva e, allo stesso tempo, come un avvertimento: questa è una linea che non può essere attraversata”, afferma la lettera aperta.
Pur accettando la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo nel 2008 come un precedente per l’autodeterminazione della Crimea, la lettera sostiene che la differenza di principio in confronto è chiara. A differenza della Crimea, nel caso del Kosovo è stata “violata la legge internazionale dalla guerra aerea della NATO in cui la Germania, purtroppo, ha partecipato.”
In conclusione della sua lettera Scholz ha espresso la speranza che le nazioni europee possano concordare di non interferire negli affari di altre nazioni, ciò agendo come garanzia di pace nel resto del mondo. Ha chiamato Vladimir Putin un alleato dell’Europa e gli ha augurato “forza, resistenza e saggezza.”
Commentando la posizione del governo tedesco nei confronti della Russia, al momento, Scholz ha detto a RT che Berlino è in una “posizione molto difficile”, in quanto come membro della UE e della NATO gli obiettivi di questi blocchi sono in contraddizione con il desiderio tedesco “di sviluppare una più stretta relazione con la Russia.”
“Dobbiamo sviluppare la nostra politica di vicinato con la Russia e in quel modo possiamo andare avanti. Ma in ogni caso non ci dovrebbe essere un’ulteriore espansione della NATO verso i confini russi”, ha detto a RT.

[Fonte - traduzione di F. Roberti]

Bye bye, Ucraina!

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Per avere accesso agli “aiuti” del FMI, una cifra oscillante tra i 14 e i 18 miliardi di dollari, pari a circa la metà di quanto necessario per evitare il fallimento secondo il ministro delle Finanze, il governo golpista ucraino approva un piano d’austerità lacrime e sangue: aumenti delle tariffe energetiche, delle accise sui beni di consumo, della tassazione diretta su redditi e pensioni, dell’Iva, nonché esuberi di personale nei settori della sicurezza e della giustizia.
In attesa di ulteriori “aiuti”, stimati in circa 10 miliardi, in arrivo dall’Unione Europea, Stati Uniti e Banca Mondiale.
Benvenuta nella trappola del debito!

L’inevitabile tracollo euro-atlantico è in arrivo?

krym“Il tentativo degli occidentali (statunitensi ed europei) di isolare la Russia determinerà un boomerang, ossia alla fine a rimetterci saranno europei e statunitensi.
I media ufficiali dell’occidente stanno buttando fumo nell’occhio alla propria opinione pubblica parlando dell’aereo malese scomparso e di una Unione Europea che cerca fonti energetiche alternative al gas russo, ovviamente inesistenti! Quale paese potrebbe mai fornire il gas che potrebbe venire a mancare dalla Russia?
Obama che alza la voce, tuonando sanzioni contro la Russia, in realtà da un lato sta cercando di impedire una più stretta alleanza tra Cina e Russia e quindi pensa ad isolare internazionalmente i due paesi. L’incontro del G7 ha proprio la finalità di tentare di isolare la Russia e l’incontro trilaterale di Obama con Sud Corea e Giappone è per accerchiare la Cina. Infine l’incontro con i rappresentanti dei paesi arabi (Emirati Arabi e Arabia Saudita) è per tentare di frenare l’alleanza di questi con la Cina e dissuadere l’abbandono del dollaro.
La missione di Obama, però appare ardua. Sul fronte europeo, anche se tutti sono fedeli alleati degli USA, alla fine la Germania farà prevalere i propri interessi, che necessariamente passano per una “amicizia” con Russia e finiranno per riconoscere la situazione creatasi, ossia finiranno per riconoscere la riunificazione della Crimea con Russia. Non è un caso che proprio oggi, alla vigilia del vertice del G7, Der Spiegel pubblica un sondaggio di opinione in cui la maggioranza dei tedeschi accetta la riunificazione di Crimea con Russia.
Quindi per Obama tutto sarà vano per la semplice ragione che alla fine prevarranno gli interessi personali. Ne’ Europa, ne’ USA potranno impedire l’alleanza tra Cina e Russia; inoltre l’Arabia sa bene che la Cina rappresenta il futuro ed un socio commerciale sempre più importante per cui volente o nolente dovrà accettare l’abbandono del dollaro negli scambi col gigante cinese.
Gli USA, malgrado il loro immenso potere militare, con la crescente perdita del potere economico e l’impossibilità di continuare a trovare paesi disponibili a finanziare il proprio debito pubblico perderanno sempre più importanza a livello mondiale ed in Medio Oriente.
In definitiva il tracollo del valore del dollaro è vicino.  In questi ultimi anni, la Cina ha avvertito spesso gli USA di cambiare politica economica, ma gli USA hanno fatto finta di non sentire. Fino ad ora la Cina, il principale creditore degli USA, aveva cercato di tenere su il valore del dollaro proprio perché avendo una enorme quantità di dollari, un suo forte deprezzamento avrebbe significato forti perdite anche per lei. Adesso però ha decisamente cambiato politica: ha cominciato a vendere i titoli del debito pubblico USA (vedasi “La crisi irreversibile degli Stati Uniti”), ha utilizzato le montagne di dollari in suo possesso per investimenti in America Latina ed Africa, sta fortificando le relazioni con la Russia e si sta avvicinando sempre più all’Arabia Saudita, principale riserva di petrolio del Golfo e seconda riserva mondiale dopo il Venezuela.
Con la caduta del valore del dollaro, ci sarà l’inevitabile tracollo economico degli USA e in definitiva anche il tracollo degli europei, la cui unione (Unione Europea) comincia a traballare. La crisi economica in atto non solo potrebbe accelerare la disgregazione dell’Unione Europea e la fine dell’Euro, ma potrebbe accelerare anche la disgregazione di molti singoli Stati.”

Da Verso la fine del predominio del dollaro e la morte dell’occidente, di Attilio Folliero.

I duri anni dello sviluppo della sua personalità

Catherine_Ashton“Le radici del Processo di Bologna risalgono ai tempi antichi e riflettono la necessità degli imperi europei di educare cretini da piazzare nelle posizioni delle strutture governative. Da allora il sistema di istruzione Bologna è stato modernizzato. Ad esempio, prima dell’inizio della guerra dell’informazione, diplomati e laureati non dovevano nascondere le loro capacità intellettuali. Oggi hanno imparato a fingere di essere sordi, muti, soggetti a temporanea infermità mentale e a pensiero incoerente, ma tutto ciò gli fa acquisire le caratteristiche di combattenti esperti e capaci in difesa dei valori e delle libertà democratiche. Al giorno d’oggi hanno affinato alla perfezione queste loro uniche abilità.
Catherine Ashton, ad esempio, il capo della diplomazia di Bruxelles, ha iniziato a stare più spesso di prima sotto i riflettori, fornendo così un luminoso esempio di imitazione della perdita di coscienza. Vale la pena di aggiungere qualcosa di più su questa straordinaria signora. Catherine arriva dall’oscurità; nata in una ordinaria famiglia della classe operaia, viene fatta Pari a vita (Baronessa Ashton di Upholland) dal governo laburista per particolari meriti di servizio verso Sua Maestà. Il fatto costituisce una solida prova del fatto che il sistema educativo Bologna è profondamente radicato nella società britannica. Poco si sa di suo padre. Si dice che gli piacesse suonare la batteria, producendo suoni martellanti in una piccola città di Upholland, nel Lancashire. Corre voce che a volte gli si impedisse di percuotere tutto ciò che si trovava a portata di mano, comprese le teste della sua prole, dando in questo modo a Catherine un po’ di istruzione in più da aggiungere a quella del sistema Bologna. Ora non solo il suo modo di parlare, ma anche l’espressione del volto riflettono i duri anni dello sviluppo della sua personalità.”

Catherine Ashton: vittima del sistema di istruzione superiore di Bologna, di Dmitriy Sedov continua qui.
(Il collegamento inserito è nostro – ndr)

Chi è interessato a pace e stabilità giustamente ne gioirebbe

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“La Russia ha anche un’arma finanziaria enorme che potrebbe essere scatenata contro Stati Uniti ed UE: le sue riserve in dollari. Il governo russo, per non parlare delle aziende private russe, ha una quantità enorme di dollari e potrebbe facilmente scegliere di trasferire o scaricare i suoi dollari e creare il panico a Wall Street e Washington. In realtà, questo scenario potrebbe aver già avuto luogo su piccola scala. La CNBC ha riferito la scorsa settimana che la Banca centrale russa potrebbe aver discretamente trasferito offshore una parte dei suoi beni in dollari. Più di 106 miliardi di dollari in titoli statunitensi detenuti da banche centrali estere sono stati improvvisamente trasferiti dalla Federal Reserve statunitense, per la maggior parte costituiti da obbligazioni del Tesoro USA. Non è chiaro esattamente quale banca centrale abbia effettuato il trasferimento, anche se si ritiene abbastanza che si tratti della Russia. Sebbene la mossa non sia sufficiente a colpire gravemente i mercati, è stata interpretata come l’avvertimento di Mosca a Washington e Wall Street che i russi sono disposti a reagire in caso di guerra economica. Naturalmente, il pericolo per gli Stati Uniti non è semplicemente che le aziende russe facciano oggetto di dumping le loro attività in dollari, ma la fuga dal dollaro che tale dumping potrebbe innescare. La Cina e altre potenti economie possono pesantemente fare leva sul dollaro, le loro banche centrali potrebbero preoccuparsi per i propri investimenti e potrebbero con cautela cominciare ad uscire dal dollaro, innescando una reazione a catena che potrebbe rivelarsi devastante per la valuta statunitense e l’economia in generale. A parte contromisure puramente economiche, la Russia ha numerose mosse politiche e strategiche che potrebbe usare per vendicarsi contro eventuali sanzioni. Principalmente, Mosca potrebbe cominciare ad agire con maggiore impunità nei teatri di conflitto. In Siria, la Russia potrebbe passare da sostenitore discreto del governo Assad, a primo fornitore e finanziatore. La Russia potrebbe finalmente fornire i sistemi d’arma che finora era riluttante a cedere a Damasco, compresi i più moderni sistemi missilistici, aerei da combattimento e altre forniture militari critiche. In Iran, la Russia potrebbe cessare la sua ostinazione riguardo la fornitura di sistemi d’arma avanzati, scegliendo invece di rafforzare il potere militare iraniano, reagendo alla pressione degli Stati Uniti.
(…)
Recentemente l’esercito russo ha dichiarato il desiderio di costruire strutture militari e navali in Venezuela, Nicaragua, Vietnam, Cuba, Seychelles, Singapore e altri Paesi. Con l’imposizione di sanzioni, Mosca avrebbe solo maggiore urgenza nell’attuare questi piani e fare concessioni necessarie ai Paesi interessati, al fine di raggiungere questo obiettivo. Senza dubbio, tali iniziative muterebbero enormemente la posizione geopolitica e strategica della Russia nel mondo.
Se Stati Uniti e UE perseguiranno con le loro minacce di sanzioni e altre misure punitive, per lo meno si avranno enormi effetti negativi sull’economia mondiale. Tuttavia, se l’occidente, accecato dalla sua arroganza, pensa che tali sanzioni metteranno la Russia in ginocchio, ha grossolanamente sbagliato i calcoli. Invece di punire la Russia, queste azioni spingeranno Mosca sulla strada della vera indipendenza strategica dall’occidente. Forse ciò potrebbe anche portare alla creazione di un vero e proprio mondo multipolare. Se ciò accadesse, chi è interessato a pace e stabilità giustamente ne gioirebbe.”

Da Valutare costi e benefici “punendo la Russia”, di Eric Draitser.

Natale ortodosso in Kosovo Metohija

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“Dopo il giorno di ricorrenza dei morti a novembre, in Kosovo Metohija le genti hanno vissuto spiritualmente la ricorrenza del Natale ortodosso il 7 gennaio. E, come profonda tradizione nella cultura e spiritualità slava, e serba in questo caso, non c’e’ molta differenza tra credenti e laici; sono giorni ove ciascuno pur vivendoli in forme esteriori differenti, li vive interiormente come riflessioni/meditazioni nell’anima.
Di questo ne sono testimone oculare per vita vissuta con loro, con Padri, ferventi credenti o figure laiche di onesti socialisti, di profondi patrioti, di integerrimi sindacalisti, diversi tra loro per visioni di società o idee politiche, ma fratelli e sorelle, compagni di situazioni che abbiamo vissuto e condiviso insieme, ai limiti delle nostre stesse vite…ciascuno possiede nell’anima radici spirituali profonde e saldissime. Anche questo, piacendo o non piacendo a taluni esperti di Serbia virtuale, e’ il popolo serbo, e forse, ANCHE grazie a queste radici, che ha resistito per 17 anni alle aggressioni straniere ed ancora oggi resiste nel Kosovo.
Forse in modo ancora più profondo, ciò avviene nella tragica realtà dei serbi del Kosovo, prigionieri in una moderna forma di apartheid: le enclavi; una realtà dove nessuno dei diritti fondamentali dell’uomo sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e’ rispettato, ancor di meno quelli sanciti nei primi dieci Articoli dei Diritti dell’Infanzia. Nel momento in cui il Consiglio Europeo discute, minaccia, sanziona circa i diritti umani in Siria, nel Kosovo Metohija, stato artificiale ed illegale, il mondo dovrebbe vedere cosa ha inventato e mantiene: una società dove la profanazione di tombe di famiglia, di luoghi sacri, di monasteri e luoghi spirituali e’ quotidiana, e dove, da anni, vengono quotidianamente attaccati, vandalizzati, distrutti.”

I giorni della spiritualità e del raccoglimento vissuti nel Kosovo martoriato, di Enrico Vigna continua qui.
Il documento contiene anche le indicazioni necessarie per fare solidarietà concreta.

Ripudiare il debito-truffa!

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Debito pubblico, chi lo crea stampando moneta e chi lo paga con le tasse

Nel 2014 diventerà operativo il Fiscal Compact, per chi voglia rinfrescarsi la memoria ecco la definizione che riporta Wikipedia:
“Il Patto di bilancio europeo o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, conosciuto anche con l’anglicismo Fiscal Compact (letteralmente riduzione fiscale), è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 Marzo 2012 da 25 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, entrato in vigore il 1º Gennaio 2013.”
L’accordo contiene le regole d’oro della gestione fiscale degli Stati membri, tra queste c’è l’impegno del nostro Paese a ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL al 60 per cento attraverso una maxi manovra finanziaria all’anno per i prossimi 20 anni, la prima avverrà quest’anno. Dato che al momento questo rapporto supera il 132 per cento (equivalente a 2.080 miliardi di euro circa) bisogna ridurlo di almeno 900 miliardi di euro, il che equivale a circa 45 miliardi l’anno per due decadi. Per chi voglia cifre aggiornate al nano secondo sul debito pubblico qui trovate dove il conteggio avviene in tempo reale.
Naturalmente nel dibattito italiano non si parla del Fiscal Compact, ma di questo non dobbiamo sorprenderci, se ne parlerà a josa quando bisognerà tirar fuori i soldi per rispettarlo, tra qualche mese. In pratica il pagamento dei 45 miliardi avverrà o attraverso l’aumento delle tasse o attraverso la contrazione della spesa pubblica, che può comprendere sia la riduzione dell’occupazione che dei salari pubblici, o in tutti e due i modi. Morale: saremo più poveri perché dobbiamo tirare la cinghia ulteriormente per ridurre il volume totale dei nostri debiti.
La prima domanda da porre ai lettori di questo giornale ed a tutti coloro che commentano quasi religiosamente i suoi articoli è la seguente: a chi dobbiamo restituire questi soldi? La risposta più semplice è la seguente: alla banche straniere che ce li hanno prestati. Ma dal 2011 in poi la percentuale delle banche straniere nostre creditrici è scesa ed oggi è inferiore al 40 per cento. Chi ha in portafoglio gran parte del nostro debito pubblico sono le banche italiane, tra le quale c’è anche il Monte dei Paschi, che deve allo Stato, e cioè a noi poveri debitori, 4 miliardi di euro.
Creditori e debitori sono le stesse persone, direte voi, perché fanno tutti parte dello Stato, della collettività. Ma questa spiegazione non è del tutto corretta perché né lo Stato dei contribuenti né le banche nazionali controllano la massa monetaria, detto in parole povere, non stampano moneta. Entrambi la ricevono dalla banca centrale attraverso il debito. Assurdo? Succede in quasi tutto il mondo a parte qualche eccezione, come la Svezia e la Cina dove la banca centrale è di proprietà dello Stato, quindi si potrebbe dire che la collettività si indebita con se stessa.
La Banca Centrale Europea è l’unico organismo che ha il diritto di stampare moneta, lo dovrebbe fare secondo parametri fissi ma data la crisi Draghi è riuscito ad aggirarli ed è lui alla fine che stabilisce quanta moneta cartacea si stampa. Da notare che nessuno di noi europei lo ha eletto. La BCE è una banca privata, di proprietà degli azionisti delle banche centrali dell’EU, tutti enti ed organii non statali, tra costoro ci sono anche alcune delle nostre banche.
Come funziona il meccanismo? La BCE crea dal nulla euro, nel gergo comune trasforma carta straccia in banconote, questi soldi vengono dati in prestito, oggi a tassi vicini allo zero, alle banche di Eurolandia. Con questi soldi le banche acquistano i buoni del Tesoro dello Stato con i quali i governi nostrani ripagano ogni anno solo gli interessi sul debito pubblico, di più infatti non si riesce a fare. Idealmente questi soldi dovrebbero alimentare l’economia e farla crescere: prestiti all’industria, per l’innovazione o per le opere pubbliche ecc. La crescita economica dovrebbe far aumentare il gettito fiscale con il quale ripagare il prestito. Ma non è così nel nostro caso, e questo lo sanno tutti ormai, l’austerità taglia le gambe alla crescita quindi il circolo virtuale appena descritto diventa un circolo vizioso di impoverimento.
Il punto cruciale su cui i lettori di questo giornale dovrebbero riflettere è il seguente: perché la BCE e non lo Stato o l’UE ha il diritto di produrre dal nulla il bene denaro? E perché i contribuenti in crisi di Eurolandia devono ripagare questo bene creato dal nulla, in un momento in cui per farlo si rischia di finire nella depressione economica, alla BCE – tutti i soldi alla fine lì infatti finiscono dato che la banca centrale, ed i suoi azionisti privati, sono il solo creditore dell’intero sistema? Dato che dietro gli euro, come dietro qualsiasi moneta cartacea non c’è nulla, ma solo la fiducia di chi queste banconote le continua ad usare indebitandosi, cioè noi, e dato che il diritto a stampare moneta dal nulla alla BCE glielo abbiamo dato noi, cittadini di sistemi democratici, attraverso la delega ai nostri governanti, perché non azzerare questo debito e ripartire da zero? In passato ciò è avvenuto con le guerre, oggi si potrebbe farlo per evitarle.
Loretta Napoleoni

Fonte

Kusturica: “Perché la NATO esiste ancora? Per combattere il terrorismo? E’ ridicolo!”

Mentre Bruxelles è coinvolta in una nuova campagna per portare altri Paesi nel suo contenitore, di fatto le divisioni fra nazioni si fanno più profonde. La chiamata per l’integrazione europea suona nelle piazze di Kiev e qualcuno teme che si possa trasformare in una espansione occidentale. Chi sa quale può essere la soluzione migliore? Oggi osserviamo questo scenario non con gli occhi di un esperto o di un politico. Abbiamo chiesto l’opinione di un grande artista sui cambiamenti che sono nell’aria: Emir Kusturica – regista, attore, scrittore e musicista è su SophieCo.

Sophie Shevardnadze: Emir Kusturica – regista, attore, scrittore e musicista – ti occupi di qualsiasi cosa. Bello averti oggi al nostro spettacolo. L’Ucraina ultimamente ha fatto notizia, tutti ne parlano, tu hai affermato che gli Ucraini stanno guardando allo scenario jugoslavo – quale preciso parallelo faresti tra Ucraina e Jugoslavia? Pensi che la guerra civile sia possibile?
Emir Kusturica: Non penso che arriverà una guerra civile perché il problema dell’Ucraina è principalmente “chi ci darà di più”, perché ho la sensazione che queste persone risvegliate dai loro colleghi europei siano molto disponibili ad accettare qualche buona offerta. Quindi questo nome artificiale di ciò che noi oggi chiamiamo NATO si sta di fatto espandendo.. o come usavano dire durante la Prima Guerra Mondiale “Drang nach Osten.” E oggi è molto visibile infatti che l’Unione Europea non significa la NATO ma di fatto essa vi è molto connessa.
Perché sto dicendo questo? Faccio l’esempio per cui, per ragioni strategiche, Bulgaria e Romania sono diventate Europa prima anche della Serbia e della Croazia. Cosa è l’Europa per me? L’Europa è un vecchio sistema che ci diede il Rinascimento e i più grandi raggiungimenti della civilizzazione giudeo-cristiana ed io sostengo tutto questo. Ma ogni volta, e questo succede qualche volta in un secolo, che arriva una crisi, allora si trova il modo formale per andare a prendere i beni che stanno dall’altra parte. Il mio problema, un piccolo problema, è capire questo: se, come dicono, l’attuale amministrazione con il presidente ha deciso al 100% di non entrare in Europa, non capisco se questo è un atto sincero di Yanukovych o se è di fatto una negoziazione, per cercare di ottenere di più dall’Europa. Ma il punto è che non otterranno mai soldi dall’Europa, perché l’Europa non può dar loro nulla. Continua a leggere

L’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di… Marchionne

993547_10152197934146204_902721218_n“Due documenti d’archivio dell’ENI e un aneddoto-testimonianza ci permettono di avviare il discorso sull’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di Madoff, i nostri tempi.
Il primo documento riguarda una riunione del Comitato interministeriale del 1955, cui prende parte anche Enrico Mattei in qualità di presidente dell’ENI; vi partecipano il Ministro dell’Industria e del Commercio (Villabruna), il Ministro del Tesoro (Gava) e quello delle Finanze (Tremelloni). Mattei, dopo avere illustrato un progetto dell’Ente di Stato per un impianto a Ravenna, chiede 800 milioni di lire. Accadesse oggi, la richiesta verrebbe subito bloccata: il debito, ovvero la “spending review”; quella del 1955 venne invece immediatamente accolta.
Il secondo documento riguarda una conferenza di Mattei alla Società dei Produttori di Petrolio e Gas di Zagabria (Jugoslavia, 8 dicembre 1957), in cui egli illustrava il funzionamento e le finalità dell’impianto AGIP di gas naturale di Ravenna: promuovere quella metanizzazione della struttura produttiva italiana e della stessa economia domestica (le prime bombole a gas), che fu uno dei grandi meriti storici di Mattei, la base energetica del boom italiano e della liberazione di milioni di famiglie italiane dei piccoli centri di campagna o di montagna dalla schiavitù del carbone e della raccolta della legna.
Dopo avere ricordato con estrema semplicità ai suoi interlocutori della Jugoslavia socialista di Tito, che «nel 1926 lo Stato», cioè lo Stato fascista, aveva «costituito l’AGIP» e dopo avere sottolineato – senza nemmeno citare la cesura-svolta repubblicana del dopoguerra – che «l’opinione pubblica, il Parlamento e il Governo manifestarono peraltro la precisa volontà di mantenere sotto il pubblico controllo lo sfruttamento di una ricchezza che era stata scoperta per merito di un’azienda dello Stato» (pp. 1-2), Mattei spiegava in questi termini l’adozione di una tariffa unica per il prodotto finito, indipendentemente dalla zona di destinazione: «Una differenziazione delle tariffe di vendita basata sui costi di trasporto avrebbe creato notevoli sperequazioni tra i centri più vicini e quelli più lontani. Si sarebbe così favorito – attenzione al passo che segue – l’ulteriore sviluppo di zone già fortemente industrializzate (ad esempio la provincia di Milano, che è la più vicina ai giacimenti) a scapito di altre più lontane ed economicamente progredite».
Una visione nazionale, dunque, dello sviluppo economico; un’apertura mentale capace di interloquire con il nemico jugoslavo al fine di una possibile cooperazione comune, e nessuna retorica dell’antifascismo, vista la continuità tacitamente ammessa da Mattei tra il periodo mussoliniano e quello repubblicano.
Oggi tutto questo sembra impossibile. La retorica dell’antifascismo ha raggiunto il suo apice e, con esso, la sostanziale assenza di una vera lotta ai veri poteri forti della nostra epoca, che ovviamente non sono né il fascismo, né gli sparuti gruppi fascisti che pretendono, spesso in modo caricaturale, di continuarne la memoria. A livello internazionale, dilagano gli embarghi contro i Paesi che non accettano il “nuovo ordine internazionale” postbipolare, erede di quello di Yalta, a cui avevano avuto il coraggio di opporsi Mattei e la Jugoslavia di Tito. Fioriscono poi, oggi, strampalate proposte di introiti maggiorati per quei Comuni, Province e Regioni del tutto casualmente beneficiati dalla presenza di risorse energetiche, sui loro territori, come nel caso di Filettino e del suo “principe”; oppure si sedimentano opzioni secessioniste, come presunta necessaria conseguenza delle legittime critiche alle distorsioni centralistiche dello Stato unitario o dei legittimi revisionismi storiografici sulle pagine di sangue del Risorgimento italiano.

Infine l’aneddoto. È uno dei fidi di Mattei a raccontarlo, Renzo Cola: durante una visita in Egitto il presidente dell’ENI avanza l’idea di un finanziamento italiano della diga di Assuan, per la cui costruzione Nasser si era rivolto anche agli Stati Uniti e avrebbe poi accettato il sostegno dell’URSS. Fatti i calcoli l’idea viene scartata, ma la sua mera presa in considerazione è emblematica della visione di Mattei dell’economia come sviluppo, e dello sviluppo anche come grandi progetti, grandi imprese. Un mondo scomparso: lo dimostrano il dibattito per certi versi surreale, in Italia, tra crescita e saldatura del debito – un debito quasi tutto frutto di interessi sugli interessi – e il dilagare, negli ultimi vent’anni, di un’ideologia deproduttivistica o microproduttivistica. Pozzi d’acqua sì, dighe no: un’ideologia peraltro convergente con il programma di International Transparency, una sorta di “tangentopoli” a livello internazionale, di origini ovviamente occidentali, che colpisce appunto soprattutto le grandi opere nel mondo sottosviluppato con la motivazione-alibi della lotta alla corruzione. Una sorta di via giudiziaria al pauperismo.
Ma quanto fin qui detto e i tre esempi fatti evidenziano soprattutto una cosa: non solo la visione matteiana dell’economia come progresso economico, ma anche la struttura stessa dell’economia postbellica e del boom degli anni Cinquanta e Sessanta, come fondata soprattutto sulla sfera della produzione e non su quella finanziaria. All’epoca, il rapporto tra capitale industriale e capitale finanziario-bancario non era quello terribile di oggi: 10 a 1 alla svolta del secolo, 20 a 1 nel 2011. Il dollaro, asceso a valuta internazionale con gli accordi di Bretton Woods del 1944, non era ancora stato sganciato dall’oro (Nixon, 1971). La valuta nazionale – emessa dalla Banca Centrale dello Stato – era il riflesso della ricchezza sociale reale del Paese. Il problema del denaro virtuale, o addirittura elettronico, non esisteva. Le banche italiane erano anche di Stato e aiutavano i piccoli imprenditori e in generale le imprese fondate sulla produzione di beni materiali. Come racconta Valerio Castronovo la famosa Banca Nazionale del Lavoro – oggi scomparsa e fagocitata dalla BN Paris, dopo quasi un secolo di storia – era di supporto attivo alla sfera produttiva, una sorta di struttura di servizio garantita dallo Stato. Lo Stato controllava l’emissione monetaria attraverso una Banca d’Italia che sarebbe stata privatizzata solo nel 1992, e attraverso un Ministero del Tesoro che controllava per legge il tasso di interesse. Così sarebbe rimasto nei fatti fino alla lettera di Andreatta – non a caso ministro nel governo Spadolini (1980-81) – all’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi e, in diritto, fino alle privatizzazioni dell’industria di Stato da parte del governo Amato del 1992.
Ovviamente la finanza, la sfera finanziaria e i suoi uomini con il loro potere esistevano, ma non erano così forti, così capaci, ad esempio, di dominare il ceto politico tutto. Ricordiamo la battuta simbolo di Fassino, la sua esultanza di qualche anno fa: «Abbiamo una banca». La politica era basata sui partiti di massa e non era dipendente, come oggi, dalle promozioni interessate e dalle velenose campagne denigratorie fatte dai mass media. Inoltre, Mattei aveva le idee ben chiare sulla grande “finanza laica” e ne capiva bene l’antagonismo, rispetto alla sua strategia economica e alla sua visione cristiana, nazionale e internazionale dell’Italia e del mondo. Come ha raccontato Giancarlo Galli,

Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila, lo gnomo di via Filodrammatici […] Fu a cena da Enrico Mattei che sentii per la prima volta nominare Enrico Cuccia […] disse Mattei: «È molto bravo, sa dove vuole andare e bisognerà fare i conti con lui. Se passa ci distrugge […] Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli americani, i tedeschi, gli ebrei»… Baldacci fece presente che era «uomo di Mattioli, un amico», al che Mattei scosse la testa, con un «ne riparleremo» pieno di irritazione.

Baldacci, in effetti, o non aveva capito nulla, o faceva finta di non capire.
Oggi quel potere, come già accennato, è enormemente aumentato. I pilastri di un’economia e di una politica monetaria ancorate o sensibili alla produzione sono venuti meno: le Banche Centrali che emettono o cogesticono la moneta – ancora tutte di Stato, nei Paesi del Medio Oriente, Iran compreso – sono private, come la Banca Centrale Europea e come la Banca d’Italia. La BCE, in particolare, in base al Trattato di Lisbona sfugge a qualsiasi controllo da parte degli Stati membri dell’UE e dell’eurosistema. Tutto questo si traduce non solo in Potere in quanto autonomia decisionale, ma anche in Potere in quanto formidabile accumulazione di denaro, grazie al reddito da signoraggio.”

Da Rompere la Gabbia. Sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi, di Claudio Moffa, Arianna Editrice, 2013, pp. 121-124.

Mercato transatlantico, un rimedio peggiore del male

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“E non vi è dubbio che i legami di dipendenza dell’Europa dagli USA dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e la riunificazione della Germania, anziché indebolirsi, siano diventati ancor più stretti e forti. Né l’euro, che avrebbe dovuto rendere più salda l’unione tra i diversi Stati europei, si è rivelato essere quella moneta in grado di mettere realmente in discussione l’egemonia del dollaro come alcuni ritenevano. Un “fallimento” allora quello dell’euro (se di “fallimento” veramente si tratta) non affatto strano dacché l’euro non è la moneta di nessuno Stato, né nazionale né “sovra-nazionale”. In realtà, mettendo il carro davanti ai buoi, ovvero la finanza “davanti” alla politica, si è soltanto riusciti a dividere l’UE in tre parti: Stati che non sono membri dell’Eurozona (come l’Inghilterra e la Danimarca.), Stati dentro l’Eurozona che sono sempre più forti (in specie la Germania) e Stati dentro l’Eurozona che invece sono sempre più deboli (come la Grecia, l’Italia, la Spagna e ora anche la Francia). Ciò nonostante, è difficile negare che i circoli filo-atlantisti siano riusciti ad ottenere quel che più premeva loro, ossia (come abbiamo più volte sottolineato in altri articoli, ma ripetita iuvant) “ancorare” la Germania all’Atlantico. Sicché, alla situazione che si è venuta a creare in Europa, soprattutto a causa della crisi che ha avuto origine negli Stati Uniti (ma pare che questo molti l’abbiano già dimenticato), gli “euroamericani”, consapevoli dei rischi che corre l’Eurozona, vorrebbero porre rimedio con il mercato transatlantico. Una soluzione che segnerebbe la fine di qualunque progetto di (autentica) unione politica europea.
(…)
Il fatto però che proprio tra i cosiddetti “europeisti” vi siano i più entusiasti sostenitori del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) non solo è una ulteriore conferma che la UE è strumento, nella sostanza, della politica di potenza degli USA, ma dimostra anche che l’iniziativa strategica purtroppo è ancora saldamente nelle mani dei circoli atlantisti. Nondimeno, proprio in Francia il “sovranismo” sta mettendo radici fortissime, in un’ottica geopolitica favorevole al multipolarismo e ad uno “spostamento” verso est del continente europeo (un cambiamento di “orientamento” geopolitico che non dovrebbe dispiacere ad “influenti ambienti” tedeschi, consapevoli dei vantaggi che potrebbero derivare alla Germania da una nuova Ostpolitik). Inoltre, è degno di nota che uno studioso di fama come Jacques Sapir sia giunto addirittura a dichiarare che «bisogna riunire le forze di sinistra e di destra che hanno capito il pericolo che rappresenta l’euro, unirli non in un solo partito ma all’interno di un’alleanza in grado di sostenere una politica di rottura». Ciò comunque non pare implicare necessariamente che si debba ritornare all’“Europa delle nazioni” cara a De Gaulle, ma piuttosto che da quella “idea d’Europa” si dovrebbe ripartire, nel senso che la battaglia per la riconquista di una certa sovranità dei singoli Stati europei non la si può separare da quella per una effettiva indipendenza dell’Europa dagli USA. D’altra parte, è pur vero che solo se ci si oppone all’Eurozona e di conseguenza ci si impegna a “rifondare” la stessa UE, è possibile sottrarre i singoli Stati europei alla morsa dei “mercati” (e quindi cominciare a sganciarsi dagli USA e a sfruttare i “percorsi geoeconomici” che si potrebbero creare mediante accordi “strategici” con i BRICS) ed evitare la catastrofe sociale ed economica dell’Europa meridionale. Pare quindi logico, che in una prospettiva “sovranista” i singoli Stati europei non solo non dovrebbero scomparire, ma dovrebbero svolgere un fondamentale ruolo di “cerniera” tra singoli cittadini e comunità locali da un lato e “macroregioni” geopolitiche (mediterranea, baltica e danubiana) e istituzioni europee “sovra-nazionali” dall’altro, al fine di mettere al primo posto, anziché gli “affari” e la finanza, la politica e l’economia reale. Perché questo possa avverarsi si dovrà però combattere una “guerra” lunga e difficile. E si badi che il termine “guerra” non lo si deve intendere solo in senso figurato, ché da un pezzo la “forma” della guerra è cambiata.”

Da Quale “sovranismo”?, di Fabio Falchi.

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Populismo: potere politico sottratto alle elites

spettro_populismoLe circostanze impongono di ri-pubblicare questo articolo dello scorso gennaio, vista la frequenza delle riunioni clandestine in corso per il varo della “NATO economica” (sic), A tappe forzate vogliono imporla per la primavera. La dirigenza “europea” che si appresta a firmare l’accordo capestro -senza ritorno- è guidata dai soliti funzionari della Goldman Sachs. Potrebbe persino astenersi dal partecipare ai conciliaboli segreti, in bunkers lontani e al riparo della partecipazione della cittadinanza. Basterebbe sbobinare e decodificare tutte le registrazioni di cui sono state vittime -consenzienti o ignare?- negli ultimi anni. La controparte USA, infatti, sa già tutto e conosce a menadito -per aver spiato capi di stato e di governo, settore impresariale e banche- quel che la “Commissione” di Bruxelles ha da dire riguardo all’annessione-liquidazione definitiva dell’economia europea. Washington sa che i più ligi e servizievoli sono quelli che infilano il “populismo” in ogni frase del loro vuoto dire.

La parola “populismo” abbonda sulle labbra di tutti coloro che hanno consumato il divorzio
definitivo, tra cittadini e governanti, tra popolo ed elites. Sentendosi, ovviamente, parte di queste, vuoi per averne sposato gli arcani economicisti, la neolingua dei bassifondi finanziari, vuoi per identificarsi in una “modernità” che mal nasconde il settecentesco neo-totalitarismo delle oligarchie. I gruppi dirigenti europei che aulicamente si autodefiniscono “la politica”, in realtà sono come dei novelli eunuchi evirati del potere politico. L’hanno affidato ai grandi gruppi economici transnazionali, che ora possono togliere e mettere governi ad Atene, Lisbona, Madrid e Roma, come ieri a Buenos Aires, Brasilia o Singapore.
E si arrogano il potere di veto sull’operato degli altri governi che -quando pretendono di essere veramente nazionali- vengono demonizzati e tolti di mezzo.
Gli eunuchi, senza più una ragion d’essere, valletti della ragione economica elevata a ragion di Stato, tentano di camuffare il servilismo e il ruolo di sterilizzatori della residuale democrazia rappresentativa. Con l’esibizione d’uno sprezzante inganno o infamando i critici e chi resiste alla dogmatica oscurantista delle elites.
“La politica” ingiuria quelli che non rappresenta più, che non si rassegnano al nuovo verbo della carestia e dell’ingrasso statale delle vacche già obese. Sembra che si dicano “non vale la pena governare questi “populisti” ingrati, che abboccano a demagogie non autorizzate o illegali”. Ossia non propinate dal FMI o BCE, dai santuari consacrati dai profeti globalisti di ieri, ora autopromossi a terapeuti del disastro di cui sono autori con copyright. Continua a leggere

Il male contro cui lottava Mattei

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“La morte di Mattei apparve immediatamente, agli occhi dei più accorti, per ciò che era. Tuttavia, i depistaggi da parte di apparati dello Stato che qualche anno dopo sarebbero diventati così comuni e funzionali a quella strategia della tensione contrassegnata da attentati sanguinari, fecero una prima ed efficace comparsa a seguito dell’assassinio del presidente dell’ENI. Interviste televisive tagliate o alterate; ritrattazioni di testimoni oculari con contestuali regali e favori a questi ultimi da parte di un ENI ormai avviato verso un nuovo corso; madornali ed inspiegabili errori nel trattamento dei reperti dell’aereo dell’Ingegnere; campagne stampa denigratorie e volte a sottovalutare l’operato dell’Ingegnere; un assordante silenzio che scende sulla vicenda e che decreta come causa dell’evento la tragica fatalità, dovuta al brutto tempo ed alle precarie condizioni psico-fisiche del pilota; ma soprattutto, la brutta fine che accomunerà chiunque si avvicini alla morte di Mattei cercando di capirne la verità.
Saranno solo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, nel 1994, a dare certezza ai dubbi mai del tutto dissipatisi e a permettere di riaprire le indagini accertando così l’esplosione di una bomba all’interno del Morane-Saulnier di Mattei. Stando alle parole del celebre ex boss dei due mondi, la morte del presidente dell’ENI sarebbe stata frutto del fortunato e pluriennale sodalizio esistente fra le famiglie mafiose italo-americane e il governo di Washington. In pratica, la mafia siciliana avrebbe fornito la manodopera per sabotare l’aereo di Mattei su ordine dei padrini d’oltreoceano, a loro volta incaricati dai servizi segreti americani di eliminare l’uomo che stava minando enormi interessi di carattere economico e geopolitico.
Dopo queste dichiarazioni, non fu difficile unire i puntini della vicenda e dare una risposta a tutte quelle morti, ritenute sino ad allora solo parzialmente spiegabili: la prima e forse più celebre perché strettamente collegata è quella del giornalista Mauro de Mauro, incaricato dal regista Francesco Rosi (autore del meritevole film “Il caso Mattei”) di ricercare quante più informazioni possibili sulla morte del presidente dell’ENI e che pochi giorni prima della sua scomparsa – per mano della lupara bianca – aveva dichiarato ai colleghi di essere venuto a conoscenza di uno scoop che avrebbe “scosso l’Italia”. Poi quella di Boris Giuliano, il superpoliziotto ucciso dal boss Leoluca Bagarella e che aveva iniziato ad indagare sui motivi della sparizione dello stesso De Mauro; il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che aveva dato il via allo stesso tipo di indagini per conto della Benemerita. Infine, i dubbi sulla morte del regista e scrittore Pierpaolo Pasolini, che con il suo romanzo Petrolio si era addentrato negli oscuri meccanismi che regolavano il mercato di approvvigionamento e produzione del greggio, scoprendo forse anch’egli cose di cui non sarebbe dovuto venire a conoscenza.
Se tutti questi personaggi siano morti perché realmente legati in qualche modo ad Enrico Mattei, non ci è dato saperlo con certezza. Ciò che rimane sicuro, dopo una perizia ordinata dalla procura di Pavia in seguito alle dichiarazioni di Buscetta, è la mano assassina dietro alla morte dell’Ingegnere e non la “tragica fatalità” come troppo spesso, purtroppo, si è provato a dire in un Paese che ancora fatica ad ammettere come alcuni dei suoi più cruenti fatti di cronaca abbiano avuto come mandanti quegli stessi personaggi che per spregiudicati interessi economici hanno dettato da oltre confine e per decenni la nostra politica estera, impedendo all’Italia di essere artefice del proprio destino e di condurre una politica estera congeniale alla sua posizione strategica. Un paese che a più di vent’anni di distanza dal crollo del Muro di Berlino ancora ospita (e ingrandisce) gratuitamente basi straniere e s’avventura in guerre camuffate da operazioni di pace mandando a morire i suoi soldati per interessi terzi, un Paese che viene obbligato a comprare armamenti di dubbia qualità e che ancora deve sopportare di subire colpi durissimi al suo prestigio e ad alla sua forza contrattuale (basti ricordare la ricaduta sulla nostra bilancia commerciale delle sanzioni imposte all’Iran da un’Unione Europea sempre troppo servile con gli Stati Uniti e la scellerata guerra in Libia che ha strappato all’ENI numerose concessioni a vantaggio di Francia e Stati Uniti). Il male contro cui lottava Mattei, per quanto ridimensionato, vive e lotta ancora in mezzo a noi.”

Da All’origine dei mali d’Italia: l’assassinio di Enrico Mattei, di Federico Capnist.
[collegamenti nostri - ndr]

Chi ha tradito l’economia europea?

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Incontro con il prof. Antonino Galloni a Ferrara, domenica 17 Novembre alle ore 17:00, presso la Sala Estense in Piazza Municipio.
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di raccontare la storia economica e politica dell’Italia negli ultimi 40 anni ripercorrendo le scelte che, da un lato, stanno portando alla miseria la maggior parte dei cittadini italiani e, dall’altro, potere e ricchezza ad un nucleo molto ristretto di persone italiane e non. Questo attraverso l’evidenza che esistono teorie economiche che sono vantaggiose per i super-ricchi e che vengono passate per vere, e teorie economiche che sono vantaggiose per il 99% della popolazione e che vengono etichettate come false.
Qui il volantino promozionale.

La biografia di Antonino Galloni.
Nato a Roma il 17 marzo 1953, si laurea in Giurisprudenza nel 1975 e diventa ricercatore presso l’Università di Berkeley (California) nel 1979. Collabora con il Prof. Federico Caffè della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma tra il 1981 e il 1986. Frutto di questa collaborazione sono state pubblicazioni sulle politiche monetarie e numerosi articoli di macroeconomia e strategia industriale. In seguito, insegna all’Università Cattolica di Milano, all’Università di Modena, alla L.U.I.S.S. e all’Università degli Studi di Roma fino al 1999. Dopo diversi ruoli all’interno dei Ministeri del Bilancio e delle Partecipazioni Statali, diviene Direttore Generale al Ministero del Lavoro, Tra le altre mansioni, ha rivestito il ruolo di Board Director della FINTEX Corporation (Houston USA), di Consigliere di Amministrazione dell’Agip Coal e Nuova SATIN; infine ha svolto 4 missioni nella Repubblica Dem. Del Congo per promuovere l’utilizzo di una moneta complementare.

[Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato”]

Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta

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Gli USA ci spiano e noi zitti. Sbarcano fiumi di migranti e l’Europa se la squaglia. L’euro si rafforza a scapito dell’export e uccide le imprese. L’Europa ci tiranneggia con i suoi diktat contabili e minaccia punizioni. Le banche fanno, come scrive Luciano Gallino in un libro coraggioso, Il colpo di Stato, ispirato a Davos e alla speculazione finanziaria. Per una volta vi invito a mettere in fila cose disparate in una visione del mondo. Non avvertite il peso di una sudditanza? Non vi sentite schiacciati, calpestati, da una MegaMacchina, un Superpotere, che ci succhia sangue, lavoro e imprese? I domestici locali ci affogano nelle tasse per servire Sua Maestà Il Debito Sovrano, ci bombardano la casa, spiano i conti correnti, esigono più tracciabilità quando il problema oggi è la liquidità. Per carità, poi ci sono gli sperperi, la corruzione, il nostro vivere al di sopra delle possibilità e tutte le colpe che sappiamo. Poi penso al passato, agli ultimi pionieri di un’Italia ardita che sfidò i poteri titanici: dico l’Italia di Mattei, di Olivetti, se volete anche di Craxi, e d’altri… Ci vorrebbe un pensiero potente e un’azione adeguata, in grado di reagire a questa morsa che sta uccidendo i popoli. Un’azione che parta dalle nazioni ma che non sia nazionalista, anzi invochi più Europa per reagire al Mostro eurofinanziario, a chi ci invade, a chi ci spia. Stiamo sacrificando vite umane al Moloch Globale. Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta che rendesse possibile una svolta.
Marcello Veneziani

Fonte

Scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire

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Più volte su questo giornale abbiamo sottolineato le negatività conseguenti alla sudditanza politico-militare dell’Italia e dell’Europa agli Stati Uniti d’America, e le sue ricadute negative anche per lo sviluppo industriale e tecnico-scientifico della nazione. Crede che questa ragione geopolitica possa essere utile per spiegare il ritardo accumulato dall’Italia in molti settori innovativi e ad alta tecnologia e lo scarso interesse della sua classe politica in merito a questi temi?
O ce ne sono secondo lei altre più rilevanti?

Premetto che noi dovremmo rivolgere le nostre critiche non tanto agli Stati Uniti d’America quando al “governo americano”, il quale più che rappresentare il “popolo americano” rappresenta la classe dominante di quel paese. Il socialismo ci insegna a ragionare anche in termini di classi sociali e non solo di popoli. Un paese in cui eleggere il presidente costa ormai sei miliardi di dollari, dove i ricchissimi (l’1% della popolazione) possiedono un terzo del patrimonio complessivo e i ricchi (il 10%) possiedono il 70% della ricchezza nazionale, dove sessanta milioni di cittadini sono esclusi dal servizio sanitario e due milioni di cittadini sono in carcere è una democrazia fino a un certo punto. Conosco moltissimi cittadini americani apertamente critici verso il sistema e, se vogliamo cambiare qualcosa in Europa e nel mondo, dobbiamo evitare un consolidamento tra classe dominante e dominata. Criticando gli “americani” in senso lato, facciamo soltanto il gioco dell’elite finanziaria che guida quel paese, che scientemente sventola da sempre lo spauracchio del nemico esterno per ottenere la fedeltà della classe media e del proletariato. Se gli USA sono stati coinvolti in almeno duecento tra guerre e campagne militari, dalla fondazione ad oggi, non è certo un caso. Gli USA sono in uno stato di guerra permanente contro il mondo esterno per evitare di sfaldarsi. Si costruisce artatamente un patriottismo della paura, per evitare l’esplodere del conflitto interno tra le classi sociali, le tante etnie, i tanti gruppi religiosi. Per venire alla sua domanda, non mi stupisce il fatto che un paese che ha perso una guerra si trovi temporaneamente in uno stato di subalternità nei confronti della potenza vincitrice. È nella natura delle cose. Tuttavia, ci sono due aspetti dei rapporti Italia-USA che mi lasciano alquanto perplesso. Il primo è che lo stato di subalternità più che temporaneo sembra permanente. Dura da settanta anni. Alla fine della guerra fredda si pensava che sarebbe cessato. In fondo i russi si sono ritirati dai cosiddetti “paesi satelliti”. Invece, gli americani non solo non si sono ritirati dall’Europa occidentale, ma hanno aperto nuove basi in quella orientale. Il secondo aspetto che mi rende perplesso è che i tentativi di svincolarsi dalla tutela dei vincitori, che sono anch’essi nella natura delle cose, si sono registrati più in passato che oggi. Oggi la classe politica italiana sembra più rassegnata di quella della Prima repubblica, dove potevamo avere un Giulio Andreotti che faceva una politica apertamente filo-araba, un Aldo Moro che portava i comunisti al governo o un Bettino Craxi che schierava l’esercito a Sigonella. Oggi, gli italiani, gli europei, vengono spiati, svillaneggiati, trattati con sufficienza, e invece di reagire come dovrebbero – mostrando di avere un minimo di orgoglio – si umiliano ulteriormente, arrivando a violare leggi internazionali e protocolli diplomatici per eseguire gli ordini di Washington. Mi riferisco al caso del presidente boliviano Evo Morales, dirottato a Vienna, dopo che Italia, Spagna, Francia e Portogallo hanno negato l’autorizzazione al sorvolo, sulla base del sospetto che trasportasse il dissidente Edward Snowden. Si tratta di un caso enorme, prontamente relegato in penultima pagina dai giornali di sistema. I latino-americani evidentemente hanno la schiena più dritta di noi, dato che hanno convocato i nostri ambasciatori e hanno offerto asilo a Snowden. Il comportamento di Enrico Letta ed Emma Bonino non mi stupisce, a dire il vero, perché conosciamo la biografia di questi signori. Ma noi cittadini non possiamo non provare un senso di vergogna, quando vediamo i nostri rappresentanti politici genuflettersi di fronte ad uno Stato straniero che fa palesemente i propri interessi, a scapito dei nostri. È evidente infatti che gli USA agiscono a beneficio dell’economia nazionale, mentre la nostra classe dirigente è incapace di difendere imprenditori e lavoratori. La ragione ultima di questo riprovevole comportamento non la conosciamo. Possiamo pensare che i nostri politici siano ricattati, dato che lo spionaggio ha proprio questo fine. Oppure sono semplicemente pavidi, impreparati, geneticamente gregari, o pagati. Ma quale che sia la ragione, se agli italiani è rimasto un minimo di dignità, che siano di destra o di sinistra, al prossimo appuntamento elettorale, non dovrebbero dare un solo voto ai rappresentanti di questo governo e alle forze politiche che lo sostengono. L’Italia e l’Europa hanno bisogno di essere guidate da statisti, non da servi.

Potrebbe entrare più nello specifico, facendo magari qualche esempio, per spiegare in che senso la subalternità geopolitica può risolversi in un danno per l’industria nazionale, lo sviluppo tecnologico, l’occupazione?
Possiamo per esempio richiamare alla memoria quanto è accaduto negli anni sessanta, se non altro perché paghiamo ancora le conseguenze di quei fatti. Negli anni sessanta c’è il miracolo economico. Non solo cresce l’industria, ma la scienza italiana si dota di strutture all’avanguardia che promettono di mantenerla alla pari con gli altri paesi occidentali. Un esempio è il Nobel attribuito a Giulio Natta che – si badi – ottiene il premio lavorando in Italia e presentando i risultati all’Accademia dei Lincei, mentre gli altri (pochi) premi nobel italiani del dopoguerra sono stati ottenuti lavorando all’estero. Nel triennio 1962-1964 accade però qualcosa che blocca tutti i programmi di ricerca più avanzati e immette l’Italia “sulla via del sottosviluppo”, per usare un’efficace espressione di Toraldo di Francia. Le nostre università diventano solo “di insegnamento” e non più “di ricerca”. Le stesse grandi aziende pubbliche si disimpegnano. Qui, per capire quello che è successo, dobbiamo affiancare alla storia della cultura anche l’analisi geopolitica. L’orientamento luddista dell’intellighenzia comunista è solo una con-causa di quanto accade. Diciamo che il PCI, forse perché influenzato da alcuni suoi intellettuali che fanno ormai un’equazione tra capitalismo e tecnologia, non fa la necessaria opposizione. Tuttavia, non dobbiamo scordare che al potere in Italia, in quegli anni, c’è la DC, con la sponda del PSDI di Saragat. La DC decide a riguardo delle politiche di ricerca e dei finanziamenti alle università e alle aziende pubbliche d’avanguardia. E decide in una situazione di sovranità limitata: l’Italia è soltanto un elemento del quadro geopolitico deciso a Yalta. Ebbene, la ricerca tecno-scientifica italiana riceve in quegli anni quello che Enrico Bellone, ne La scienza negata, definisce “il colpo di maglio”. Nel 1962 muore Enrico Mattei e con lui il progetto di approvvigionamento energetico autonomo dell’Italia. Su questo caso non spenderò troppe parole, perché è piuttosto noto. Non ci sono prove certe che si sia trattato di un omicidio su commissione, ma ben pochi credono all’incidente. Meno noti sono altri fatti. Il 10 agosto del 1963 Saragat lancia un’offensiva mediatica contro il CNEN – l’ente pubblico che gestisce il programma nucleare – che sfocierà nell’arresto del direttore Felice Ippolito, il quale rimarrà in carcere quattro anni, fino a quando non sarà graziato dalla stessa persona che lo aveva rovinato. A concedere la grazia sarà infatti lo stesso Saragat, nel frattempo premiato con la Presidenza della Repubblica. Sempre nel 1964 viene arrestato il chimico Domenico Marotta, direttore dell’Istituto Superiore della Sanità, che aveva approntato un programma avanzatissimo per l’Italia nel campo della medicina e della farmacologia. E qui alla campagna denigratoria collabora l’Unità. Questa è stata la Caporetto della scienza italiana, dalla quale non ci siamo più ripresi. Qui concorrono gli interessi di grandi gruppi industriali e petroliferi stranieri e la pochezza della nostra classe politica che per interesse, insipienza, irresponabilità, subalternità, o amor di quieto vivere si è prestata a questi giochi. Le accuse si riveleranno infatti ridicole: Marotta verrà assolto e Ippolito – dopo molti anni di carcere – vedrà le accuse ridimensionarsi ad irregolarità amministrative. Ma i programmi di ricerca e i relativi finanziamenti non verranno più riattivati. Per un po’ abbiamo retto alla concorrenza straniera grazie alla svalutazione competitiva. Poi, quando siamo entrati nella zona Euro, è finita la festa. Se l’Italia è ferma da vent’anni in termini di PIL è anche per queste ragioni, delle quali nel talk show non si parla mai. Possiamo dare la colpa agli americani di tutto questo? Sì e no. Sappiamo bene chi ha finanziato la “scissione di Palazzo Barberini”, nel 1947. La fuoriuscita del PSDI di Saragat dal PSI, allora filosovietico, è stata il viatico per l’ingresso dell’Italia nella NATO. Tutto il resto è conseguenza. Ma gli USA fanno semplicemente il proprio mestiere di superpotenza, fanno i propri interessi nazionali o quelli delle proprie oligarchie. È normale che cerchino di stabilire un’egemonia. La colpa del nostro declino va piuttosto ricercata nella mollezza delle nostre classi dirigenti, che hanno rinunciato a difendere la scienza e l’industria nazionale. Non dubito che la situazione fosse difficile. I giocatori in campo non erano partecipanti a un ballo di gala: servizi segreti, mafie, logge coperte, gruppi terroristici di destra e di sinistra, organizzazioni paramilitari e paralegali. Ci sono stati molti morti in Italia. Mi chiedo però se ora dobbiamo andare avanti così e arrivare al default, vittime di una classe politica prigioniera di ricatti incrociati, o se possiamo finalmente scrollarci di dosso tutto questo marciume e ripartire, ricostruendo la società sulle fondamenta solide della scienza, della tecnica, dell’industria.”

Da Il socialismo nel XXI secolo. Intervista a Riccardo Campa, a cura di Michele Franceschelli.
[I collegamenti inseriti sono nostri]

Facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce

elezioni

Alla faccia di PisciaLetta e di tutti gli scodinzolanti ominicchi di destra, centro e sinistra…

“Sessant’anni di subordinazione politica e geoeconomica agli Stati Uniti hanno ormai quasi definitivamente privato il nostro paese d’industrie attive nei settori high tech e ridotto la classe politica italiana ad un insieme di smidollati e pagliacci che in nome del deficit, dei parametri dell’euro e della “carta”, sono disposti a sacrificare il “ferro”, interi comparti industriali medi e soprattutto high-tech. Tutto il contrario di quello che fanno gli USA, come abbiamo visto, o di quello che fanno i francesi e i tedeschi.
Per invertire la rotta bisognerebbe dotarsi di un ceto dirigente sovranista ed europeista in senso forte che smascheri quello euroatlantico, annichilendo tanto le correnti culturali domestiche decrescetiste, tecnofobe, antiscientifiche, romantiche, pacifiste e primitiviste – vero cancro del paese che l’hanno infettato alle radici – tanto quanto quelle politiche piccolo-nazionali ed atlantiste.
Ma anche se, nella più ottimistica delle previsioni, ciò dovesse accadere, l’Italia da sola non avrebbe i numeri per fare una politica di sviluppo (e potenza) sostenibile; nell’era dei continenti e dei grandi spazi, l’Italia da sola non può fare “Big Science” e competere con quei giganti aziendali che stanno alla base del dominio USA. Nel XXI secolo ci vuole stazza continentale ed è pertanto necessaria una stretta alleanza con uno o più delle potenze nazionali vicine, siano queste la Francia, la Germania o la Russia. E’ indispensabile una scelta paneuropea dell’industria high-tech italiana, che passi attraverso la fusione dei diversi comparti nazionali europei, avendo la forza di contrattare un accorpamento che tuteli il più possibile gli interessi della nostra popolazione. Alla radice ci deve essere una condivisa scelta politica di creazione di un blocco continentale autonomo dagli USA.
(…)
Un’Italia guidata da un gruppo dirigente sovranista ed europeista forte, dovrebbe però chiedere alla Germania (e in subordine alla Francia) di giocare allo scoperto e mettere le carte sul tavolo per capire se vale veramente la pena di puntare ad un’aggregazione paneuropea attorno al nucleo tedesco, e magari poi aiutarla e fiancheggiarla in questo duro percorso che preveda la creazione di un reale blocco continentale, con una vera unificazione dotata di un esercito europeo, di un bilancio comune, di una “Big Science” comune, di una politica estera ed economica autonoma dagli USA.
Con l’inizio del nuovo mandato di Angela Merkel, con le contrattazione sul TAFTA che stanno per partire, con le decisioni del nuovo management di Siemens e tanti altri segnali, si riuscirà a stanare meglio le reali intenzioni della Germania.
Ma è certo che ad aiutare o addirittura a pretendere dalla nazione tedesca non può essere la “puttana” atlantica che dall’8 settembre del ’43 – e ancora più negli ultimi vent’anni – siamo soliti chiamare Italia, cavallo di troia statunitense nell’Unione Europea tanto quanto la Gran Bretagna.
(…)
Se vogliamo che nei cieli della nostra terra risplenda un barlume di dignità e di patriottismo europeo; se vogliamo che tra le sue valli rimbombi di nuovo dieci e cento volte “Eureka” – la gioia della scoperta e l’orgoglio del progresso tecnico e scientifico oggi possibile solo con la “Big Science” e con la stazza continentale – facciamo i conti, hic et nunc, con l’occupante a stelle e strisce e liberiamoci da una classe dirigente che sembra saper dire solo: “Yes, Sir”.”

Da La battaglia per le aziende strategiche, di Michele Franceschelli.