Un’amicizia molto pericolosa

alleati
Il fondamentalismo islamico alleato tattico degli USA

““Il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale”. Questa frase, che Samuel Huntington colloca in chiusura del lungo capitolo del suo Scontro delle civiltà intitolato “L’Islam e l’Occidente”, merita di essere letta con un’attenzione maggiore di quella che ad essa è stata riservata finora.
Secondo l’ideologo statunitense, l’Islam in quanto tale è un nemico strategico dell’Occidente, poiché è il suo antagonista in un conflitto di fondo, che non nasce tanto da controversie territoriali, quanto da un fondamentale ed esistenziale confronto tra difesa e rifiuto di “diritti umani”, “democrazia” e “valori laici”. Scrive infatti Huntington: “Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura) il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti”.
Ma la frase riportata all’inizio non si limita a designare il nemico strategico; da essa è anche possibile dedurre l’indicazione di un alleato tattico: il fondamentalismo islamico. È vero che nelle pagine dello Scontro delle civiltà l’idea di utilizzare il fondamentalismo islamico contro l’Islam non si trova formulata in una forma più esplicita; tuttavia nel 1996, allorché Huntington pubblicò The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, una pratica di questo genere era già stata inaugurata.
“È un dato di fatto – scrive un ex ambasciatore arabo accreditato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna – che gli Stati Uniti abbiano stipulato delle alleanze coi Fratelli Musulmani per buttar fuori i Sovietici dall’Afghanistan; e che, da allora, non abbiano cessato di far la corte alla corrente islamista, favorendone la propagazione nei paesi d’obbedienza islamica. Seguendo le orme del loro grande alleato americano, la maggior parte degli Stati occidentali ha adottato, nei confronti della nebulosa integralista, un atteggiamento che va dalla benevola neutralità alla deliberata connivenza”.
L’uso tattico del cosiddetto integralismo o fondamentalismo islamico da parte occidentale non ebbe inizio però nell’Afghanistan del 1979, quando – come ricorda in From the Shadows l’ex direttore della CIA Robert Gates – già sei mesi prima dell’intervento sovietico i servizi speciali statunitensi cominciarono ad aiutare i guerriglieri afghani.
Esso risale agli anni Cinquanta e Sessanta, allorché Gran Bretagna e Stati Uniti, individuato nell’Egitto nasseriano il principale ostacolo all’egemonia occidentale nel Mediterraneo, fornirono ai Fratelli Musulmani un sostegno discreto ma accertato. È emblematico il caso di un genero del fondatore del movimento, Sa’id Ramadan, che “prese parte alla creazione di un importante centro islamico a Monaco in Germania, intorno al quale si costituì una federazione ad ampio raggio”. Sa’id Ramadan, che ricevette finanziamenti e istruzioni dall’agente della CIA Bob Dreher, nel 1961 espose il proprio progetto d’azione ad Arthur Schlesinger Jr., consigliere del neoeletto presidente John F. Kennedy. “Quando il nemico è armato di un’ideologia totalitaria e dispone di reggimenti di fedeli devoti, – scriveva Ramadan – coloro che sono schierati su posizioni politiche opposte devono contrastarlo sul piano dell’azione popolare e l’essenza della loro tattica deve consistere in una fede contraria e in una devozione contraria. Solo delle forze popolari, genuinamente coinvolte e genuinamente reagenti per conto proprio, possono far fronte alla minaccia d’infiltrazione del comunismo”.
L’uso strumentale dei movimenti islamisti funzionali alla strategia atlantica non terminò con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Afghanistan. Il patrocinio fornito dall’Amministrazione Clinton al separatismo bosniaco ed a quello kosovaro, l’appoggio statunitense e britannico al terrorismo wahhabita nel Caucaso, il sostegno ufficiale di Brzezinski ai movimenti fondamentalisti armati in Asia centrale, gl’interventi a favore delle bande sovversive in Libia ed in Siria sono gli episodi successivi di una guerra contro l’Eurasia in cui gli USA e i loro alleati si avvalgono della collaborazione islamista.”

Da L’islamismo contro l’Islam?, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”,  n. 4, anno 2012.

Fuori la NATO

Al via la petizione di Stato & Potenza

““Gli Stati che aderiscono al presente Trattato riaffermano la loro fede negli scopi e nei principi dello Statuto delle Nazioni Unite e il loro desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi. Si dicono determinati a salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto. Aspirano a promuovere il benessere e la stabilità nella regione dell’Atlantico settentrionale. Sono decisi a unire i loro sforzi in una difesa collettiva e per la salvaguardia della pace e della sicurezza” (Washington DC, 4 aprile 1949).
Così esordisce il testo ufficiale del Trattato Nord-Atlantico nella sua versione originale del 1949. Oggi, a sessantatre anni dalla sua pubblicazione, la funzione politica e militare di questo trattato è da considerarsi esaurita oltre che ancor più contraddittoria che in passato. Creata con lo scopo di costituire un organismo di contenimento, di aggressione e di minaccia nei confronti dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti dell’Europa centro-orientale, la NATO, per decenni, è stata presentata da gran parte della classe politica del nostro Paese come un semplice “ombrello difensivo” finalizzato a prevenire la fantomatica minaccia di un’invasione sovietica. Sarebbe bastato osservare che il Patto di Varsavia fu creato soltanto nel 1955 e che, ancor più tardi, Mosca riconobbe ufficialmente e definitivamente il governo della Repubblica Democratica Tedesca, per comprendere il ribaltamento propagandistico operato dai governi degli Stati Uniti, del Canada e dell’Europa occidentale, allo scopo di scatenare un’offensiva contro chiunque fosse sospettato di intrattenere rapporti con i Paesi socialisti. Negli anni della Guerra Fredda, la NATO, attraverso la struttura integrata dello SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), si macchiò di gravissime responsabilità nell’operazione Stay Behind, nota nel nostro Paese con l’etichetta “Gladio”: una rete dedita al terrorismo politico, all’intimidazione e all’eversione.
Tuttavia, la dimostrazione definitiva è giunta nel 1991, cioè quando, con la dissoluzione dell’alleanza militare guidata dal Cremlino, la NATO non soltanto non intraprese mai un percorso di riduzione progressiva del suo peso geostrategico in Europa secondo i binari della “finlandizzazione” del Continente garantita ai leader sovietici, ma addirittura avviò gli iter di integrazione di nuovi Stati membri. Tra il 1999 e il 2009, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia, Estonia, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia e Albania hanno fatto il loro ingresso nell’Organizzazione. E la tendenza espansionistica non accenna certo a diminuire. In base a quanto è stato stabilito durante l’ultimo vertice di Chicago del maggio 2012, infatti, le intenzioni espresse dalla delegazione del governo statunitense sono quelle di favorire un maggior coinvolgimento dei partner europei attraverso la decantata strategia della Smart Defense e di concludere altre integrazioni nel prossimo futuro (Georgia e Bosnia-Erzegovina, in particolare).
Sommando le spese militari sostenute dai singoli Stati nell’anno 2011, risulta che i Paesi membri della NATO abbiano raggiunto la cifra di 1.033 miliardi di dollari (sui circa 1.670 miliardi di dollari spesi complessivamente da tutti i Paesi del mondo per la Difesa), sacrificando così gran parte dei fondi destinabili alle politiche sociali e occupazionali sull’altare di un pesante riarmo, ingiustificabile sul piano meramente difensivo. Per di più la NATO, ben lungi dall’essere un organismo effettivamente multilaterale, è evidentemente costituita sulla base di precisi rapporti di forza interni che impongono gli Stati Uniti quale membro leader incontrastato alla guida della Coalizione, schiacciando qualunque eventuale margine di sovranità militare (cioè politica) degli altri alleati, che risulti anche soltanto in parte sgradito a Washington, come ben evidenziato dalla crisi di Sigonella nel 1985.
La creazione, da parte del Pentagono, di un comando integrato a proiezione globale, suddiviso nei sei comandi regionali US Northcom, US Southcom, US Eucom, US Centcom, US Pacom e US Africom, impone da anni, ormai, un quadro di dominazione o di predominio territoriale pressoché totale in tutto il pianeta, nel tentativo di prevenire o contenere l’emersione di qualunque soggetto che possa rappresentare un potenziale competitore per gli Stati Uniti.
Questo scenario è inaccettabile e contraddice palesemente lo stesso dettato della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui garantisce agli Stati Uniti e alla NATO un potere strategico impressionante, sproporzionato e palesemente aggressivo nei confronti di quei soggetti internazionali che mostrino la volontà di intraprendere una via di sviluppo e di crescita autonoma ed indipendente dalla sfera d’influenza occidentale.
La vecchia crisi balcanica e la recente crisi libica hanno, inoltre, messo in evidenza la sussistente presenza di una “doppia morale” dei Paesi della NATO di fronte ai fenomeni terroristici, nella misura in cui migliaia di guerriglieri e criminali provenienti dai più insidiosi ambienti del radicalismo wahhabita e salafita, sono stati ripetutamente utilizzati dalla NATO nel ruolo di “ascari”, con lo scopo di integrare lungo le direttrici terrestri ciò che l’Alleanza compiva “a distanza”, attraverso le incursioni navali e aeree, mettendo chiaramente in pericolo la sicurezza collettiva lungo tutte le sponde del Mediterraneo.
Oggi i partenariati strategici degli Stati Uniti e della NATO, dopo decenni di accerchiamento contro l’Unione Sovietica e i suoi alleati, indicano chiaramente l’intenzione di intervenire direttamente negli scenari regionali di maggior interesse strategico con nuovi attacchi militari (Libia, Siria, Iran e Corea del Nord), di assegnare ai Paesi dell’Europa meridionale (messi in crisi attraverso la finanza) un più definito e servile ruolo di “portaerei” verso il Nordafrica e il Medio Oriente, e di pressare la Federazione Russa al fine di coinvolgerla in una rinnovata logica di containment e aggressione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, già preannunciata da diversi analisti statunitensi.

La storia della NATO, la sua struttura de facto unilaterale, la presenza delle sue o di altre strutture ad essa legate sul nostro territorio, l’interventismo militare evidenziato negli scenari dei Balcani, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia Meridionale, la scarsa trasparenza nei confronti dei fenomeni relativi al terrorismo internazionale, costituiscono fattori che si pongono evidentemente in contrasto con gli articoli 11 e 52 della nostra Costituzione.

Nell’impossibilità legale di richiedere lo strumento referendario per l’autorizzazione alla modifica delle ratifiche dei trattati internazionali, chiediamo, per tanto, al popolo italiano di sottoscrivere la nostra petizione, al solo fine di raccogliere il più ampio consenso possibile su tre punti prioritari:

1) Rinegoziazione di tutti i trattati militari che vincolano l’Italia al comando integrato della NATO.
2) Chiusura definitiva di tutte le basi e tutte le installazioni militari in dotazione all’Esercito degli Stati Uniti e/o al comando integrato della NATO, presenti sul territorio nazionale italiano.
3) Avvio di trattative multilaterali e di mutuo vantaggio con i governi della Federazione Russa, della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica del Kazakistan, per l’ingresso dell’Italia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in qualità di partner per il dialogo, sull’esempio di quanto hanno cominciato a fare altri Paesi europei come la Bielorussia o l’Ungheria.

La raccolta delle adesioni avverrà a margine di tutti gli eventi pubblici che prevedano il patrocinio o la partecipazione di Stato & Potenza.

Gli epigoni di Adolf Hitler

“I movimenti di liberazione, autentici, dalla schiavitù coloniale occidentale, che hanno interessato i Paesi dell’area vicinorientale e nordafricana negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, si sono caratterizzati per una profonda adesione al socialismo nazionalista e laico-progressista (nasserismo, baathismo); Egitto (fino al 1978), Libia, Iraq e Siria sono stati fieri avversari, sotto varie forme, del Nuovo Ordine Mondiale. Il prezzo che i governi di tali Paesi hanno versato sull’altare della sfida da essi lanciata a tale progetto imperialista, è stato altissimo. Saddam Hussein, Muammar al Gheddafi, Bashar al Assad, sono ormai assimilati, nella propaganda del mainstream, ad epigoni di Adolf Hitler; il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nel 1998-1999, fu ritratto dal tabloid “di sinistra” L’Espresso, come una reincarnazione, in sedicesimo, del Fuhrer. Ogni entità politica, partitica, statuale ed ogni dirigente politico i cui riferimenti culturali, ideologici e programmatici si scontrano con gli interessi del Nuovo Ordine Mondiale, subisce un processo di demonizzazione mediatica, propedeutico, nel caso dei leader di tali entità statuali o partitiche, alla successiva eliminazione fisica (coeva con quella dei popoli da essi governati, il più delle volte, come nel caso jugoslavo, iraniano e siriano, a seguito di libere e democratiche elezioni, svoltesi ovviamente nell’ambito di sistemi ed ordinamenti costituzionali differenti ed originali rispetto alla cosiddetta «democrazia liberale borghese» anglo-sassone, risalente al XVII secolo) ed alla conclusiva dannatio memnoriae.
«Comunismo», «nazionalismo», «fondamentalismo terrorista», «antisemitismo», sono gli stereotipi lessicali più comunemente utilizzati dai teorici e dai propagandisti della infowar (tra cui spiccano le varie agenzie di public relations americane, come Ruder & Finn e Hill & Knowlton) per designare i nemici» del capitalismo e dell’american way of life.”

Da Filosofia della disinformazione strategica, di Paolo Borgognone.
Ovverosia come suscitare il consenso, o per lo meno la non opposizione, dell’opinione pubblica dei Paesi occidentali ai progetti di egemonia globale USA/NATO.

La base di Comiso fu un enorme affare

A trent’anni di distanza, si inizia a fare chiarezza sui retroscena degli assassinii di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
E sul fatto che la possibilità di schierare i missili a Comiso fu garantita dal controllo della mafia sul territorio…

“I giganteschi lavori cominciarono, per adattare ai missili lo sgangherato e vecchio aeroporto Magliocco di Comiso. Negli anni tra finanziamenti nazionali e statunitensi furono migliaia di miliardi, il cui ammontare definitivo non è calcolabile. Gli appalti per la base furono conferiti direttamente dalle autorità statunitensi col benestare della loro intelligence. Il consenso del Pci fu negoziato direttamente cogli Usa? Il dibattito sugli Euromissili – acceso dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt – cominciò a primavera del 1977. Giorgio Napolitano guidò la delegazione del Pci a Washington per garantire l’affidabilità atlantica del Pci, meno d’un anno dopo. Il tentativo della Democrazia Cristiana di far negare il visto da Washington alla delegazione del Pci fu un clamoroso fallimento. L’ambasciata statunitense a Roma, d’intesa col dipartimento di Stato, garantì il visto. Individuò evidentemente un preciso tornaconto.
La base di Comiso fu un enorme affare in forniture militari ma anche una cuccagna di appalti e di traffici illeciti d’ogni genere. Claudio Fava scrisse anni dopo: “Tutto questo, naturalmente, non è passato su Comiso e dintorni senza lasciare traccia: anzi; si è probabilmente avverata nel corso degli ultimi tre anni la “profezia” di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso dalla mafia: «…Si vedrà presto a Comiso lo scatenarsi della più selvaggia speculazione, dal traffico di droga al mercato nero, alla prostituzione, con il degrado più triste della nostra cultura e della nostra tradizione»”. Dalla relazione di minoranza (fra cui il Pci) della Commissione antimafia nel 1984 «(la base NATO di Comiso) rappresenta un elemento che accelera in modo impressionante i processi di degenerazione e di inquinamento della vita sociale e politica». Tutto vero e anche tutto prevedibile: sia mentre il Pci approvava la “doppia decisione della NATO”, sia quando, pochi mesi dopo, l’irriducibile Pio La Torre ricoprì la carica di segretario del Pci siciliano. La guerra per posizionarsi opportunamente per affondare le mani nelle montagne di miliardi cominciò tempestivamente e coinvolse molte parti. Riguardò la politica, la mafia e l’imprenditoria e quanti nelle rispettive organizzazioni avevano i contatti giusti in Italia e negli Usa.
Riguardò anche i servizi europei e statunitensi, senza escludere quelli sovietici. Quando le cifre sono da capogiro ogni accordo è possibile, ogni corruzione è probabile, ogni tradimento è giocabile.”

Da Comiso, la vera trattativa Stato-Mafia di Piero Laporta.

Colonizzazione sottile

Correva l’anno 1968…

“Nel 1945 i Russi, per raggranellare qualche voto in più all’ONU, hanno lasciato sussistere quelle finzioni statali che erano le repubbliche polacca, ungherese, romena ecc.
Oggi le finzioni stanno diventando realtà, per diverse ragioni che qui sarebbe lungo analizzare.
Il Cremlino non solo non ha tentato di integrare l’Europa orientale nel quadro formale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (primo errore), ma si è anche comportato con l’Europa orientale come un volgare conquistatore tartaro, con brutalità ed insolenza. Anziché praticare la politica classica del bastone e della carota, il Cremlino pratica soltanto la politica del big stick. Dura finché dura. La colonizzazione russa è stata maldestra, spesso odiosa.
Invece, come è sottile la colonizzazione dell’Europa occidentale! Qui ad ovest, la colonizzazione è infamante per gli Europei, perché è stata instaurata senza combattere: per mezzo della corruzione, per mezzo dell’acquisto di tutti i partiti (socialisti in testa); gli Stati Uniti hanno realmente comprato tutto il personale politico europeo. Questo metodo è diabolicamente efficace: le masse europee non credono affatto alla colonizzazione americana. I mei amici ed io predichiamo al deserto.
La colonizzazione americana è dorata, ha al proprio servizio dei collaborazionisti socialisti, liberali, cattolici, reazionari, progressisti. Gli Americani hanno scelto i loro fantocci meglio di quanto non abbia fatto Mosca! Gli Americani dispongono di un ventaglio completo di fantocci, per tutti i gusti. Gli Americani lavorano per interposta persona; essi hanno riscattato il vecchio personale appestato d’anteguerra e queste canaglie costituiscono il falso alibi dell’”innocenza” americana.
Altro fattore oggettivo e innegabile: qui regna la prosperità.
L’occupazione dell’Europa occidentale costituisce un fatto molto più grave che non l’occupazione dell’Europa dell’Est. Qui la gente accetta l’occupazione americana o non crede alla sua esistenza; all’Est, invece, grazie alla goffaggine russa, l’occupazione è detestata. I Russi lavorano col knut, gli Americani col veleno e coi tranquillanti.
Qui, nell’Europa occidentale, la gente è beatamente afflosciata, drogata, contenta. La colonizzazione americana è sottile, maligna; è di gran lunga la più pericolosa.
Di gran lunga.”

Da Praga, l’URSS e l’Europa, di Jean Thiriart, in “La Nation Européenne”, n. 29, Novembre 1968, pp. 5-7
(traduzione italiana in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, anno IX, n. 1, Gennaio-Marzo 2012).

Enrico Mattei, fondatore dell’ENI – resoconto e video del convegno

L’incontro-dibattito dedicato a Enrico Mattei si è aperto con il saluto telefonico dell’ing. Franco Francescato, rappresentante dell’Associazione Pionieri e Veterani ENI nonché coordinatore del Comitato Promotore per il 50° Anniversario della scomparsa di Enrico Mattei.
L’ing. Francescato ha ricordato l’importanza dell’opera di Enrico Mattei e le iniziative che l’Associazione Pionieri e Veterani ENI metterà in campo quest’anno per ricordarlo e per trasmettere l’esempio del suo straordinario impegno alle giovani generazioni, anche quelle che lavorano in ENI, che purtroppo conoscono poco la storia di Mattei e il contributo da lui dato allo sviluppo dell’Italia.
L’ing. Francescato, dopo essersi espresso contrariamente allo scorporo di SNAM da ENI voluto dall’attuale governo, si è congratulato per l’iniziativa, auspicando future collaborazioni con l’Associazione Pionieri e Veterani ENI, soprattutto in un anno così importante come il 2012, cinquantesimo anniversario della tragica scomparsa di Mattei.

A seguire, ha preso la parola il dott. Stefano Vernole, redattore di “Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici.
Facendo ampio ricorso ai documenti ufficiali delle ambasciate inglesi e del Governo di Sua Maestà riportati da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro libro “Il golpe inglese”, il dott. Vernole ha messo in evidenza la minaccia che Mattei rappresentava per gli interessi britannici e come l’Inghilterra, per tutelarli, sia ricorsa a tutti i mezzi a sua disposizione, compresa l’azione dei suoi servizi segreti. La minaccia più sentita da Gran Bretagna e Stati Uniti era costituita dai rapporti petroliferi e diplomatici che Mattei andò intrecciando con l’URSS e con la Cina maoista, spostando gradualmente l’Italia su posizioni neutraliste sempre più distanti dalla NATO, una deriva assolutamente intollerabile dal punto di vista anglo-statunitense.
Il dott. Vernole ha concluso il suo intervento evidenziando il persistere nel tempo dell’ostilità anglo-statunitense nei confronti dell’ENI, come dimostrano, tra gli altri, i messaggi confidenziali del 2008, recentemente rivelati da Wikileaks, dell’allora ambasciatore USA in Italia Ronald Spogli. Da questi emerge la contrarietà dell’amministrazione statunitense per i rapporti preferenziali coltivati con la Russia di Putin, che hanno permesso alla Gazprom di penetrare in Africa attraverso gli accordi dell’ENI con la Libia di Gheddafi e l’Algeria.
Pur essendo l’ENI di oggi lontano anni luce dal quel “Cane a sei zampe” sputafiamme, capace di sfidare le “Sette Sorelle” sotto l’audace guida del suo fondatore, essa continua a rappresentare una spina nel fianco per gli interessi anglo-statunitensi ogniqualvolta guarda a Est e a Sud in modo autonomo e conforme agli interessi nazionali.

A seguito dell’intervento del dott. Vernole, è stato proiettato un estratto video dello spettacolo teatrale dell’autore e attore Giorgio Felicetti “Mattei. Petrolio e fango”. Nell’introduzione all’incontro, i promotori avevano spiegato come nelle intenzioni originarie dell’associazione ci fosse quella di patrocinare l’allestimento dello spettacolo in questione presso un teatro cittadino ma, non avendo trovato la disponibilità in tal senso da parte di nessuno degli interlocutori interpellati, l’associazione si era decisa a organizzare comunque un’iniziativa per ricordare degnamente la figura di Enrico Mattei.
Particolarmente significativi sono i passaggi della rappresentazione teatrale che ricostruiscono magistralmente gli anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, durante i quali Mattei, contro tutti e tutto – i poteri forti internazionali come USA e Gran Bretagna e i poteri forti interni come Enrico Cuccia e le “sacre” famiglie del capitalismo italiano – ha caparbiamente operato per risollevare le sorti dell’AGIP e poi edificare con l’ENI la più grande azienda italiana, impegnata per lo sviluppo dell’Italia, del Vicino Oriente e del Nord Africa, dando vita a una forma di capitalismo compatibile con la solidarietà e l’anticolonialismo. Un video promozionale dello spettacolo di Giorgio Felicetti è consultabile su youtube.

Stante l’assenza dell’ultimo minuto del professor Nico Perrone, trattenuto a Bari da un forte attacco influenzale, è quindi intervenuto Claudio Moffa, docente presso l’Università di Teramo e direttore del “Master Enrico Mattei”. Il lungo e denso intervento del prof. Moffa, il quale ha toccato diversi aspetti della vita e dell’opera di Mattei, e il successivo botta e risposta con il pubblico sono disponibili integralmente sul canale video dell’associazione Eur-eka.

Una subordinazione che si paga con il sangue

Italia, il triste destino di essere una colonia

Doveva essere l’esecutivo in grado di rilanciare l’autorevolezza dell’Italia all’estero ma il Governo Monti si conferma ogni giorno di più incapace anche solo di gestire le difficoltà quotidiane. Il caso diplomatico del sequestro dei marò in India e la drammatica uccisione ieri di un ingegnere italiano in Nigeria durante un blitz delle forze speciali inglesi – assalto condotto senza neanche avvisare la Farnesina – dimostrano l’assoluta inadeguatezza della nostra politica estera.
Certo non si tratta di una novità in un paese in cui i rari personaggi politici di spessore come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi vengono uccisi per la loro politica filo-araba nel Mediterraneo volta a tutelare gli interessi nazionali italiani.
Una nazione che “sacrifica” una ventina di testimoni della vicenda Ustica per coprire le responsabilità dell’Alleanza Atlantica nel tentativo di eliminare Gheddafi nei cieli italiani. Dove avventurieri come Silvio Berlusconi vengono prima costretti a bombardare il loro migliore alleato in Libia e poi a dimettersi per la loro amicizia personale con Vladimir Putin, utilizzando ricatti e speculazioni finanziarie ormai nemmeno nascosti. Forse qualcuno credeva di aver già pagato abbondantemente il conto durante la “guerra fredda” con le stragi che insanguinarono dal 1969 al 1980 l’Italia, sotto la regia di burattini al servizio della CIA e della NATO.
Ma ovviamente non è così; il problema infatti non consisteva nella rivalità ideologica USA-URSS ma nella condizione di sottomissione dell’Italia alle potenze atlantiste, una condizione coloniale che dura dal 1945 fino ad oggi.
Fanno perciò ridere e pena sia le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che parla di “comportamento inspiegabile degli inglesi” sia la “richiesta di chiarimento” avanzata dal Capo del Governo di Roma Mario Monti.
Il comportamento britannico, così come quello statunitense ad esempio nel caso degli sciatori uccisi al Cermis, sono perfettamente spiegabili e riconducibili alla storica sudditanza dell’Italia a Londra e a Washington, una subordinazione che si paga con il sangue.
Non solo la nostra intelligence ma i nostri stessi vertici militari non possiedono infatti nessuna autonomia di fronte ai servizi segreti angloamericani, così come non esercitano alcuna sovranità nei confronti delle oltre 100 basi militari USA/NATO presenti nella penisola italiana.
Prima perciò di “indignarsi” di fronte ai comportamenti dei finti “alleati” (finti perché i loro interessi nazionali e i nostri non coincidono praticamente mai) si rifletta se siamo davvero liberi: senza sovranità, infatti, non c’è nessuna libertà se non quella di morire, come successo al povero Franco Lamolinara in Nigeria.
Steve Brady

Fonte: statopotenza.eu

Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana

Da un’intervista a Sandro Donati, già consulente del Ministero della Solidarietà Sociale, direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di droga a livello globale.
La recente diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina, ha suscitato una certa apprensione presso la Casa Bianca

“La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza.
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel Paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel Triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il Triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del Triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei Paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del Paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazione in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei Paesi che consumano.”

Intanto paghiamo

Adesso la quadruplice sta facendo pagare all’Italia l’alleanza con Putin e Gheddafi.
Con la Clinton in testa, il Club non tollera autonomia e soluzioni energetiche nazionali

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Capolinea? ItaliaOggi del 7 ottobre 2009 scrisse che Silvio Berlusconi traballava a causa dei legami con Gheddafi e Putin, dopo la vittoria di Hussein Barak Obama e Hillary Clinton. Tre mesi prima ItaliaOggi accostò le fucilate mediatiche sulle ospiti di villa Certosa ai «terroristi che un tempo annunciavano a rivoltellate le elezioni imminenti». Seguì un copione sperimentato dal 1945, quando il «quartetto» dei vincitori (Gran Bretagna, Francia, USA e URSS), irradiatosi nei nostri interessi, li predò più o meno di comune accordo, manipolandoci la democrazia, corrompendola e non solo. Crollata l’URSS, subentrò la Germania e il nuovo Quartetto eliminò alleati esigenti a vantaggio di ex nemici ricattabili.
Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare la sua proprietà? I valvassori del Quartetto rapinavano da sempre le ricchezze italiane; dopo il 1989 Mediaset fu tra le appetibili. I valvassori ebbero sempre man salva purché assicurassero la ciclica spremitura degli italici servi della gleba, come desiderano mercati, BCE, IMF e agenzie di rating. L’Italia è come le mucche dei Masai. I valvassori le incidono ogni tanto le vene del collo, badando di non ucciderla; raccolgono il sangue nella zucca e lo porgono al Quartetto che lascia qualcosa sul fondo da leccare. Negli anni ’50 gli USA bevevano per primi; oggi Berlino ha il primato, segue Parigi, ultima la Clinton che freme dopo gli abili inglesi. Il deficit statale fu pure sperperi e corruzione, però conseguenti a politiche agricole, industriali ed energetiche genuflesse al Quartetto vampiro.
Il sistema (difeso con bombe, terrore rossonero, mafia e agenzie di rating) perseguita e uccide chiunque tenti di scalfirlo o svelarlo, come Enrico Mattei, Aldo Moro, Giovanni Leone, Luigi Calabresi, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Bettino Craxi. Piemme comunisti? Una balla rancida: o effimeri autocrati a caccia di visibilità oppure organici ai quattro del Quartetto. Vi sono pure, grazie a Dio, tanti liberi, onesti e coraggiosi; va detto e ricordato con un grazie.
Berlusconi parvenu (come sibilarono Gianni Agnelli e Indro Montanelli, valvassori fra i più zelanti) s’adattò alle regole dei Quattro che spaccano il paese in due partiti, l’uno contro l’altro, i capponi manzoniani: comunisti contro anticomunisti, poi nord contro sud, guelfi contro ghibellini, obbligandoci a un moto parossistico e immobile, come un calabrone, di fronte al fiore inarrivabile delle riforme. «Faremo, cambieremo, riformeremo» ronzava il calabrone Silvio, mentre agguantava il futuro legando Vladimir Putin a George Bush Sr, nonostante costui sia assiduo col suo peggiore nemico in Svizzera. Sembrava fatta. Tornata tuttavia al potere la sitibonda Clinton, ogni equilibrio s’infranse nella guerra di rapina alla Libia. Berlusconi maramaldo che pugnala Gheddafi, anticipa quello col «cuore grondante sangue» che tradisce gli elettori. La Germania sta alla finestra, come gli USA nella guerra dello Yom Kippur del 1973; lascia che altri combattano, agevolando i suoi disegni, in Libia come a Roma, dove osserva Giulio Tremonti accostarsi a palazzo Chigi col primo di tre indispensabili passi: uccidere Berlusconi, politicamente s’intende. Deve, può o vuole? È presto per dirlo. Anche il secondo passo, cavar sangue come i valvassori, potrebbe essere obbligato da politiche spietate. Arriverà il terzo e decisivo passo di Tremonti, se vorrà omologarsi? Porgerà la zucca, come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui? A chi la porgerà prima? Che cosa conterrà? ENI, Finmeccanica? Washington condivide le priorità di Giulio con le altre tre? I guai di Marco Milanese crescono mentre si colma la zucca? Oltre le congetture, sono seri i guai del Cavaliere se smarrisce la realtà come Bettino Craxi, quando aprì le porte del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro e chiuse le proprie. La volpe ansima e i cani la incalzano. A meno che, a marzo, Vladimir Putin_ o forse prima, vedremo, intanto paghiamo.

Adriano Olivetti, italiano “pericoloso”

Entrato in azienda negli anni Venti come semplice operaio, il primogenito di Camillo, Adriano Olivetti, già nel 1932 ne viene nominato direttore generale.
L’azienda, nata nel 1908 a poche decine di chilometri da Torino, a Ivrea, è la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.
L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato. prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.
La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell’informatica moderna, ma si intreccia anche con le dinamiche della Guerra Fredda.
A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.
Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.
In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.
Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.
A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.
Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello di capitalismo (…) certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.
Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea.
Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%.
Pier Giorgio Perotto, altro collaboratore di Tchou e poi inventore della “Programma 101” (P101), il primo personal computer della storia, meglio conosciuta come “Perottina”, ha scritto che il “neo” fu estirpato in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale.
Luciano Gallino, sociologo di fama, già dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta e di qualche collega a cui il resto del gruppo d’intervento non fece obiezioni”.
E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra. Pressioni esplicite da parte americana, affinché si (s)vendesse Deo e l’Italia non potenziasse il suo sapere nel nuovo strategico settore, ammesse anche dal tesoriere di Olivetti Mario Caglieris, il quale – interpellato per conoscere i dettagli dell’affare – si è rifiutato di parlare della vicenda.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

Revolution.com di Manon Loizeau

Tunisia, Egitto, Albania…
Può tornare utile riguardare il documentario di Manon Loizeau, dedicato alle cosiddette “rivoluzioni colorate” patrocinate dagli Stati Uniti d’America nei Paesi nati a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Il documentario è stato trasmesso durante la puntata di Report andata in onda il 3 Giugno 2007.
La trascrizione integrale è qui.

[Si veda anche il John Laughland di La tecnica del "colpo di stato colorato"]

Verità (poco) nascoste

Un estratto delle riflessioni di Maurizio Barozzi a riguardo del libro Intrigo Internazionale, scritto dal giornalista Giovanni Fasanella e dall’ex magistrato Rosario Priore.
In due parti: qui e qui.

“Ma nello specifico di quella “strategia”, invece, tutto nasce dalla delicata situazione che venne a crearsi nel sud Europa e nel mediterraneo in conseguenza della guerra arabo israeliana ovvero l’aggressione sionista all’Egitto e alla Siria che dal 5 giugno 1967 diede vita alla famosa guerra dei “sei giorni”. Una aggressione da tempo progettata a Washington e Tel Aviv e che doveva consentire ad Israele di rapinare territori altrui da sempre agognati e di raggiungere uno stato strategico di definitiva sicurezza nei propri confini.
Il periodo antecedente e susseguente alla “guerra dei sei giorni” è la chiave di volta interpretativa del perchè nel nostro paese si ritenne opportuno applicare le strategie, made CIA, della “guerra non ortodossa”.
Fu proprio in prospettiva di quella guerra, infatti, con la relativa situazione esplosiva che si sarebbe inevitabilmente creata nel mediterraneo (con il pericolo che i sovietici potessero in qualche modo approfittarne per insinuarsi nell’area) che gli Stati Uniti, supporto neppure troppo nascosto alle mire belliche sioniste, intesero premunirsi, soprattutto in virtù del fatto che dal 1966 la Francia di De Gaulle era uscita dalla struttura militare della NATO.
In Italia, più o meno già dal 1965, si era iniziato a gettare le basi per la guerra non ortodossa, uno stato di tensione estrema continuo fatto di infiltrazioni e gestione di movimenti cosiddetti eversivi (altra strategia americana detta Chaos), incrudimento delle violenze studentesche e sociali in atto nel paese e dal 1967 anche un crescendo di attentati sempre più cruenti.
Tutti questi riferimenti si riscontrano facilmente quando si va a considerare che ad aprile del 1967, gli americani pilotarono il famoso golpe dei colonnelli in Grecia, un intervento necessario per avere la certezza che quel paese, molto importante per la NATO e con una situazione politica in ebollizione (si prevedeva una vittoria delle sinistre alle prossime elezioni), potesse garantire, nell’imminente situazione di emergenza, il ruolo che gli era stato assegnato nella NATO.
Lo stesso pericolo di scollamenti dalla collocazione atlantica lo si poteva paventare in Italia a seguito della cronica crisi dei governi di centro sinistra, della presenza del più forte partito comunista europeo, e di un agguerrito fronte sindacale che in quegli anni post boom economico rendevano caotica ed esplosiva anche la situazione sociale.
Insomma, in vista e poi in conseguenza della crisi aperta dalla “guerra dei sei giorni”, occorreva assolutamente evitare che in Italia potessero sorgere iniziative governative che mostrassero una certa autonomia sul piano internazionale (come già era accaduto con quelle di Mattei) e che invece, a tutti i costi, il nostro paese rimanesse ingessato e ancorato indissolubilmente ai suoi impegni NATO. Non essendo possibile in Italia, paese molto più evoluto della Grecia, un golpe risolutivo, la strategia della guerra non ortodossa doveva creare quello stato di insicurezza e di terrore con il fine di “destabilizzare per stabilizzare” la situazione del paese, ovvero ricattare, terrorizzare e tenere sotto pressione i governi e le iniziative politiche affinché non ci fossero “sorprese” e l’ingessamento italiano nella NATO restasse stabile e sicuro.
(…)
A prima vista, per fare un esempio, potrebbe sembrare assurdo che il potente e planetario servizio segreto statunitense, la CIA, fosse dietro una struttura preposta a progettare e ispirare attentati soprattutto contro persone, uffici e caserme americane o della NATO o di paesi alleati.
Ed invece, se solo applichiamo il classico cui prodest, ci accorgiamo che anche queste strategie, per così dire “autolesioniste”, potevano essere indirettamente funzionali al controllo geopolitico del continente. Intanto questi servizi segreti occidentali sapevano benissimo che, per quanto vasti e cruenti potessero essere gli attentati anti americani e anti NATO, militarmente erano pressoché insignificanti, ma sapevano anche che indirettamente potevano contribuire a mantenere le nazioni e i governi europei in un clima di continua tensione e spesso di caos interno, favorendo così quella instabilità politica utile ad impedire ai governanti europei di intraprendere politiche o iniziative tendenzialmente autonome e divergenti dalla loro sottomissione stabilità a Jalta. Una sottomissione imposta a tutto il continente nel 1945, ma che con il passare degli anni, per le naturali e inevitabili dinamiche storiche si sarebbe potuta in qualche modo allentare. Ed infine, dietro la facciata di queste azioni terroristiche, non a caso venivano ad essere spesso eliminati personaggi affatto scomodi proprio per la stabilità di Jalta (vedi Moro) o per certi interessi dell’Alta Finanza (vedi Schleyer).
Per ragionare in quest’ottica bisogna avere una profonda esperienza di relazioni internazionali e di realtà geopolitiche, oltre che ad una certa elasticità mentale. Occorre, infatti, partire dal presupposto vero e sacrosanto che gli accordi di Jalta avevano una funzione strategica (sia pure temporale, perdurarono infatti quasi 45 anni), mentre tutti i dissidi, anche cruenti causati dalla divisione del mondo in due blocchi apparentemente contrapposti e sfociati in anni di guerra fredda e guerre di servizi segreti, avevano una caratteristica sostanzialmente “tattica”, ovvero quella di reagire, anticipare o prevenire a ogni tentativo del blocco opposto di allargare la sua influenza rispetto a quanto stabilito da quegli accordi o in conseguenza dei cambiamenti scaturiti dalla naturale dinamica geopolitica degli avvenimenti storici.
Quindi il vero substrato di Jalta era la “coesistenza pacifica”, lo scambio segreto di “piaceri” e informazioni ad alto livello che garantiva agli USA e all’URSS il mantenimento dello status quo.
Lo stesso giudice Priore osserva giustamente, che i paesi del Patto di Varsavia sapevano bene che gli assetti e la spartizione geografico – politica stabilita a Jalta era immutabile ed infatti mai si è verificato che un paese di uno schieramento sia poi passato dall’altra parte, però poi il magistrato non ne trae la giusta conseguenza quella ovvero che le attività e le rivalità dei servizi segreti dei paesi comunisti contrapposti a quelli occidentali avevano altri scopi e interessi che non quelli di conquistare al proprio blocco un paese dell’altro schieramento.
Questo ovviamente non toglie che al contempo le due superpotenze fossero anche obbligatoriamente costrette a farsi le scarpe a vicenda, a farsi la guerra per interposta persona o a praticare la guerra delle spie.
(…)
Potremmo sbagliarci, ma avvertiamo nel testo un (involontario?) “ridimensionamento”, circa il ruolo e la presenza della CIA e del Mossad negli anni di piombo. Strutture di Intelligence queste che sono state le “vere” vincitrici negli avvenimenti storici successivi che portarono alla “caduta del muro” (1989) e all’implosione e disintegrazione di tutti gli stati dell’Est Europa, Russia compresa.
Chi legge il libro di Fasanella e Priore, invece, e non è bene informato su tutto il resto, potrebbe trarne la errata considerazione che in questi “intrighi internazionali” CIA, Mossad, M16, KGB, Stasi, Palestinesi, ecc., ebbero più o meno le stesse responsabilità nella strategia della tensione e nel terrorismo, quando è vero invece che tutti erano presenti e inzupparono il loro “biscotto”, ma alcuni tirarono i fili dei loro burattini più degli altri e soprattutto ne colsero i frutti molto più degli altri.
Il Fasanella, per fare un esempio, nella introduzione al libro ricorda quando il giudice Priore con il collega Ferdinando Imposimato fecero dei sopraluoghi notturni ed in incognito nei pressi di via Caetani dove era stato ritrovato il cadavere di Moro. Il giorno dopo, ricorda il giornalista, i magistrati trovarono le foto di quella loro ricognizione nelle proprie cassette delle lettere. Una evidente minaccia e un avvertimento a non proseguire in quelle indagini.
Ma il giornalista omette di specificare o comunque di dire chiaramente, che quelle ricognizioni avvennero nel ghetto ebraico, alla ricerca di covi brigatisti, di cui uno si era già trovato in via Sant’Elena e quindi, se di intimidazione trattavasi, non poteva che ipotizzarsi che era finalizzata a tenere nascosta l’ubicazione dell’ultima prigione di Moro e di altre basi brigatiste, sospettate nel ghetto, una zona ben controllata dal Mossad.
Ma anche il giudice Priore fa una affermazione infelice, che lascia trasparire come egli quando esprime osservazioni verso Israele tenda ad andarci con i piedi di piombo.
Ad un certo punto, infatti, egli afferma quanto segue: “Il dato dal quale non si può prescindere è la particolare situazione di quello stato (Israele, n.d.r.), circondato da nazioni arabe ostili, che vogliono distruggerlo fisicamente…”.
Una affermazione questa apparentemente realistica, ma fuorviante perchè dimentica letteralmente il particolare che “quello stato”, circondato da nazioni arabe ostili, fin dalla sua nascita nel 1948, già segnata da sconfinamenti e stragi, espulsioni di residenti e villaggi conquistati a fil di spada e nel corso di altre innumerevoli guerre e aggressioni, ha allargato a dismisura i suoi confini, più che quadruplicando la sua estensione geografica e provocato l’espulsione di popolazioni scacciate dalle proprie abitazioni con operazioni (vedi anche oggi quanto accada a Gaza) da vera e propria “pulizia etnica”.
Semmai il magistrato avesse voluto sottolineare che Israele era costretto a vivere in condizioni di costante vigilanza armata, avrebbe dovuto almeno aggiungere che tutto questo era in conseguenza della sua politica guerrafondaia e di rapina. Anzi, visto che “quelle nazioni arabe confinanti e ostili” (vedi il Libano) erano loro a dover temere aggressioni, Israele doveva considerarsi più carnefice che vittima.”

[grassetti nostri]

La sovversione come professione

Nel 2006, il Cremlino ha denunciato il proliferare di associazioni straniere in Russia, alcuni dei quali presumibilmente coinvolte in un piano segreto per destabilizzare il paese, orchestrato dalla Fondazione Nazionale per la democrazia (National Endowment for Democracy- NED). Per evitare una “rivoluzione colorata”, Vladislav Surkov ha sviluppato una severa regolamentazione di queste “organizzazioni non governative” (ONG). In Occidente, questo provvedimento amministrativo è stato descritto come un nuovo attacco del “dittatore” Putin e del suo consigliere alla libertà di associazione.
Questa politica è stata seguita da altri Stati che, a loro volta, sono stati presentati dalla stampa internazionale come “dittature”.
Il governo degli Stati Uniti garantisce che lavora per “promuovere la democrazia in tutto il mondo.” Sostiene che il Congresso può sovvenzionare la NED e che può, a sua volta e in modo indipendente, direttamente o indirettamente portare assistenza a associazioni, partiti politici o sindacati, lavorando in tal senso in tutto il mondo. Le ONG essendo, come suggerisce il nome, “non governative” possono prendere iniziative politiche che le ambasciate non potrebbero prendere senza violare la sovranità degli stati che le ospitano. L’intera questione è dunque questa: la NED e la rete di ONG che finanzia, sono esse iniziative della società civile ingiustamente punite dal Cremlino o coperture dell’intelligence statunitense colte in piena interferenza?
Per rispondere a questa domanda, torniamo alle origini e dal funzionamento del National Endowment for Democracy. Ma soprattutto, dobbiamo analizzare cosa significa il progetto ufficiale degli Stati Uniti per “l’esportazione della democrazia”.
(…)
Nel suo famoso discorso dell’8 giugno 1982 davanti al Parlamento britannico, il presidente Reagan ha denunciato l’Unione Sovietica come “l’impero del male” e si offrì di aiutare i dissidenti lì e altrove. “Si tratta di contribuire a creare le infrastrutture necessarie per la democrazia: la libertà di stampa, di sindacato, di partiti politici e delle università, i popoli saranno liberi di scegliere la strada che gli converrà per sviluppare la loro cultura e risolvere le controversie con mezzi pacifici”, aveva detto.
Sulla base di questo consenso per la lotta contro la tirannia, una commissione di riflessione bipartisan auspicò l’istituzione a Washington della National Endowment for Democracy (NED). Fu fondata dal Congresso nel novembre del 1983 e immediatamente finanziata.
La Fondazione supporta quattro strutture indipendenti che ridistribuiscono denaro all’estero, mettendolo a disposizione di associazioni, sindacati e padronati, partiti di destra e di sinistra. Esse sono:
l’Istituto dei Sindacati Liberi (Free Trade Union Institute – FTUI), ora rinominato Centro Americano per la Solidarietà Internazionale dei Lavoratori (American Center for International Labor Solidarity – ACILS), gestita dal sindacato AFL-CIO;
il Centro Internazionale per le Imprese Private (Center for International Private Enterprise – CIPE), gestito dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti;
l’Istituto Repubblicano Internazionale (International Republican Institute – IRI), gestito dal Partito Repubblicano;
e l’Instituto Nazionale Democratico per gli Affari Internazionali (National Democratic Institute for International Affairs – NDI), gestito dal Partito Democratico.
Presentati in questo modo, la NED e i suoi quattro tentacoli appaiono basati sulla società civile, riflettendo la diversità sociale e il pluralismo politico. Finanziate dal popolo statunitense, attraverso il Congresso, avrebbero lavorato a un ideale universale. Esse sarebbero completamente indipendenti dall’amministrazione presidenziale. E l’azione trasparente non potrebbe nascondere operazioni segrete che servano a interessi nazionali inconfessati.
La realtà è completamente diversa.
(…)
Con il voto per la fondazione della NED, il 22 novembre 1983, i parlamentari non sapevano che già esistesse in segreto, con una direttiva presidenziale del 14 gennaio.
Questo documento, che è stato declassificato vent’anni dopo, organizza la “diplomazia pubblica”, termine politicamente corretto per indicare la propaganda. Esso crea alla Casa Bianca dei gruppi di lavoro interni al Consiglio di Sicurezza Nazionale, tra cui uno con la responsabilità di guidare la NED.
Henry Kissinger, direttore del NED. “Un rappresentante della società civile”? Di conseguenza, il consiglio d’amministrazione della Fondazione non è che una cinghia di trasmissione del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Per mantenere le apparenze, si decise che, in modo generale, agenti ed ex agenti della CIA non potessero essere nominati amministratori.
Le cose sono tuttavia trasparenti. La maggior parte dei funzionari che hanno giocato un ruolo centrale nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, sono stati amministratori della NED. Questo è per esempio il caso di Henry Kissinger, Frank Carlucci, Zbigniew Brzezinski e Paul Wolfowitz; personalità che non passeranno alla storia come l’ideale della democrazia, ma della strategia cinica della violenza.
Il bilancio della Fondazione non può essere interpretato in modo isolato, ricevendo istruzioni dal Consiglio di Sicurezza Nazionale per intraprendere azioni all’interno di ampie operazioni inter-agenzie. I fondi soprattutto provengono dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e passano senza che figurino nel bilancio del NED, proprio per “non-governalizzarli”. Inoltre, la Fondazione riceve soldi indirettamente dalla CIA, dopo essere stata riciclata da intermediari privati, come la Smith Richardson Foundation, la John M. Olin Foundation o la Lynde and Harry Bradley Foundation.
Per valutare la portata di questo programma, dobbiamo combinare il bilancio della NED con le corrispondenti voci di bilancio del Dipartimento di Stato, dell’USAID, della CIA e del Dipartimento della Difesa. Tale stima è impossibile.
Tuttavia, alcuni elementi noti consente di avere un ordine di grandezza. Gli Stati Uniti hanno speso negli ultimi cinque anni, un miliardo di dollari per le associazioni e i partiti in Libano, un piccolo paese di 4 milioni di abitanti. Nel complesso, la metà di questa manna è stata pubblicamente rilasciato da Dipartimento di Stato, USAID e NED, e l’altra metà è stata versata segretamente dalla CIA e del Dipartimento della Difesa. Questo esempio viene utilizzato per estrapolare il bilancio generale della corruzione istituzionale da parte degli Stati Uniti, che è nell’ordine delle decine di miliardi di dollari ogni anno. Inoltre, il programma equivalente dell’Unione europea, che è interamente pubblico e propone l’integrazione delle azioni degli Stati Uniti, è di 7 miliardi di euro all’anno.
In definitiva, la struttura giuridica della NED e il volume del suo bilancio ufficiale sono solo delle esche. In sostanza, non è un organismo indipendente per le azioni legali precedentemente assegnate alla CIA, ma è una vetrina a cui il Consiglio di Sicurezza Nazionale da l’incarico di eseguire gli elementi legali delle operazioni illegali.
(…)

Da NED vetrina legale della CIA, di Thierry Meyssan.

Il Rogozin pensiero

Nell’ultimo numero (1/2010) di “Eurasia”, dedicato a La Russia e il sistema multipolare, compare un’intervista a Dmitrij O. Rogozin, ambasciatore della Federazione Russa presso la NATO.
Rogozin, discutendo con gli intervistatori del futuro della NATO («lacerata da problemi nazionali, finanziari ed ideologici») e della cooperazione con la Russia, critica il «NATO-centrismo» e rilancia la proposta del presidente russo Medvedev per un accordo di sicurezza europeo che «rivolga verso l’esterno tutti i cannoni del continente», impedendo l’insorgere d’un nuovo conflitto in Europa.
In tema di Afghanistan, area in cui esiste una convergenza d’interessi tra Mosca e l’Alleanza Atlantica, Rogozin non risparmia diverse frecciate alla NATO. L’Ambasciatore infatti afferma che non si può «valutare positivamente il bilancio delle attività dell’ISAF», e che se oggi le truppe atlantiche lasciassero il Paese il regime di Karzai durerebbe meno di quello del comunista Najibullah dopo il ritiro dei soldati sovietici. Una frettolosa uscita della NATO dall’Afghanistan destabilizzerebbe l’Asia Centrale e porrebbe «nuove sfide» alla Russia, ma Rogozin precisa che l’appoggio di Mosca all’Allanza Atlantica non è incondizionato: l’Ambasciatore si dice «estremamente indignato» per la riluttanza della NATO a distruggere le coltivazioni di papavero da oppio, da cui deriva l’eroina che invade la Russia; riluttanza che stona coi regolari bombardamenti delle basi dei narcotrafficanti in Colombia. «Non è perché la cocaina è diretta negli USA e invece l’eroina in Russia?» si chiede retoricamente Rogozin, precisando che la pazienza dei Russi «ha raggiunto il limite».
Infine Rogozin mostra inquietudine per «la politica di accerchiamento della Russia con basi militari a sud e a ovest» da parte degli USA, auspicando il rafforzamento del Trattato di Sicurezza Collettiva che lega la Russia a molti altri Paesi ex sovietici, e critica l’ingerenza della NATO nelle questioni relative all’Artico.

La tecnica del “colpo di stato colorato”

La tecnica di un colpo di stato, a cui più di recente si fa riferimento anche con “rivoluzione colorata”, trova riscontro delle sue origini in una ricca letteratura che ci fa risalire agli inizi del XX secolo. È stata applicata con successo dai neo-conservatori statunitensi per preparare il terreno a “cambiamenti di regime” in una serie di repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Comunque, la tecnica ha avuto un effetto contrario a quello desiderato quando è stata tentata in ambienti culturali diversi (Venezuela, Libano, Iran).
John Laughland, che per il Guardian ha scritto articoli su alcune di queste operazioni, accende una nuova luce su questo fenomeno.

Potete leggere il suo breve saggio qui.

La libertà dei popoli europei

E’ inutile negare che se l’UE vuole davvero occupare un posto più confacente al suo potenziale, perlomeno regionale, deve fare i conti con questo Paese, il quale non può più essere tenuto ai margini della comunità europea. Ciò che ha impedito di consolidare e rinnovare le relazioni tra Russia e Europa è stata propria l’alleanza con gli USA; quest’ultimo Paese ha sempre visto nel gigante dell’Est un pericolo concreto in grado di causare un assottigliamento della sua influenza nell’area occidentale. Se l’atteggiamento del Patto atlantico verso Mosca va bene al governo degli Stati Uniti esso, al contrario, danneggia gli interessi europei come molti episodi degli ultimi tempi hanno dimostrato. Lo stesso mantenimento della NATO dopo il disfacimento del Patto di Varsavia ha avuto come motivazione propulsiva l’esclusiva volontà americana di allargarsi nella direzione di quegli Stati precedentemente rientranti nell’orbita russa, al fine di approfondire il suo dominio mondiale e conquistare l’heartland. Il grande progetto per un XXI secolo americano è però fallito in virtù della rinascita delle potenze asiatiche. L’Europa ne paga lo scotto impelagata a fronteggiare, per il suo atteggiamento conservativo e privo di visione globale, una situazione che la vede stretta tra due fuochi. In questo senso, aver permesso alla NATO di estendersi ipertroficamente oltre le sue competenze militari e di contingente contenimento del “pericolo rosso”, fino a metamorfosarla in un organismo politico con autorità generale, nelle salde mani degli USA, le impedisce ora di reagire e di ricavarsi spazi di manovra adeguati.
La NATO ha precluso all’Europa persino la capacità di intervenire sulle proprie faccende come ha dimostrato l’aggressione della Serbia nel 1999 e l’ampliamento della stessa alleanza alle ex repubbliche sovietiche [più precisamente, si tratta dei Paesi dell'Europa orientale un tempo dietro la "Cortina di Ferro" - ndr]. Quest’ultime, fedelissime agli USA, hanno sbilanciato i rapporti di forza in seno al patto consolidandone la guida di Washington. Inoltre, essendo alcuni di questi Paesi entrati pure a far parte dell’UE hanno complicato il processo di riavvicinamento alla Russia che viene vista dai suoi ex-vicini come un pericolo ancora troppo presente per la loro sovranità.
Insomma, altrimenti detto, se l’Europa non svilupperà una propria visione del mondo e del suo ruolo in esso, nessun accordo tra i Paesi membri basterà a proiettarla verso un futuro meno misero del suo presente di subordinazione agli USA. Ne va della stessa libertà dei popoli europei. Cominciare a mettere in discussione il Patto atlantico, senza troppi infingimenti, sarebbe di certo un auspicabile inizio.

Da Libera Europa?, di Gianni Petrosillo.

Il ladro incallito che voleva entrare nella Polizia

Grazie alla graduale declassificazione di molti documenti risalenti al periodo della Guerra Fredda, stanno venendo progressivamente alla luce molti fatti storici che meritano una grande attenzione.
Uno di essi è sicuramente la richiesta sovietica di adesione al Patto Atlantico, risalente al 1954.
In una nota classificata “Top Secret” e datata 31 marzo 1954, quindi circa un anno dopo la morte di Stalin, il governo sovietico avanza una clamorosa ipotesi di adesione alla NATO. La risposta franco-anglo-statunitense non si farà attendere e sarà tanto repentina quanto secca e decisa. Ma analizziamo più da vicino questi due documenti.
La nota sovietica è scritta con il classico linguaggio della diplomazia da Guerra Fredda, ed indirizzata ai governi americano, inglese e francese.
Le prime pagine sono tutte dedicate all’analisi della situazione contingente: il governo sovietico esprime la sua più profonda preoccupazione per la corsa agli armamenti nucleari, vera e propria spada di Damocle che pende sulla testa dell’Europa e del mondo intero. Le pesanti preoccupazioni espresse da questa nota in merito alla sicurezza dei popoli sono riferite in particolare al riarmo della Germania Ovest, che secondo i russi rappresenterebbe il vero ostacolo alla pace ed alla sicurezza collettiva; tutto ciò in merito al progetto di costituzione di una “Comunità Europea di Difesa” formata dalle forze armate di Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e, appunto, Germania Occidentale. Tale progetto non farebbe altro che rimettere i vari Stati europei l’uno contro l’altro e favorire oltremodo il risorgere della vocazione militarista della Germania. Da queste righe traspare il carattere eminentemente anti-tedesco dei governi sovietici. In seguito a tali considerazioni, arriva la clamorosa proposta sovietica di un’alleanza militare tra i Paesi che costituivano la coalizione anti-hitleriana durante la seconda guerra mondiale: “Il Governo sovietico [...] si dichiara pronto ad esaminare, di concerto con i governi interessati, la questione della partecipazione dell’Unione Sovietica alla NATO”.
Il mese successivo, preceduta da un breve memorandum dell’allora Segretario Generale Lord Ismay (il quale concludeva: “ …la richiesta sovietica di aderire alla NATO è come un ladro incallito che vuole entrare nella Polizia”), giunge la secca risposta dei tre governi chiamati in causa dalla proposta sovietica. Senza nemmeno entrare nel merito della questione, la richiesta sovietica viene bollata come “completamente irreale” e bruscamente respinta come provocazione. Il breve testo è tutto un susseguirsi di pesanti accuse alla potenza sovietica di essere la vera minaccia alla pace mondiale. Di non poter essere ammessa a far parte della NATO in quanto i Paesi aderenti condividono la stessa piattaforma di valori di pace, libertà e democrazia (sic) estranei alla situazione del blocco sovietico. Inoltre, sempre secondo la replica dei tre governi, i sovietici sarebbero interessati ad entrare nel Patto Atlantico solo per porre il veto e di fatto bloccare qualunque decisione venga presa in tale ambito. Infine, qualora l’Unione Sovietica sia realmente interessata ad una pace in Europa e nel mondo intero, viene esortata a collaborare ad una piattaforma di proposte che vengono elencate nel testo. Esse sono la situazione dell’Austria, la divisione della Germania, il problema del disarmo nucleare, la questione orientale.
In conclusione, tanta ipocrisia, tanta diplomazia, e tante inconcludenti parole su pace, sicurezza e disarmo, che non contribuiranno affatto a liberare il mondo dalla soffocante cappa della Guerra Fredda (che poi, al di fuori dell’Europa, tanto fredda non fu).

Come a Fallujah

Mentre a Marjah, a causa del blocco militare Usa che impedisce di evacuare i feriti, altri civili rischiano di morire per mancanza di cure adeguate – nel finesettimana ne sono già deceduti sei – a Nadalì si contano i cadaveri dei civili rimasti uccisi sotto le macerie di una casa distrutta ieri in un bombardamento dell’artiglieria americana: almeno dodici morti, tra cui cinque bambini. I generali Usa si sono scusati, dicendo che si è trattato di un errore di mira: due missili sono caduti a 300 metri dall’obiettivo stabilito colpendo l’edificio sbagliato. Cose che capitano quando si bombarda un centro abitato con missili sparati da oltre venti chilometri di distanza – in questo caso dalla base di Camp Bastion.
Nonostante le dichiarazioni di alcuni generali afgani che parlano di talebani in rotta e di vittoria ormai vicina, le truppe alleate continuano a incontrare una forte resistenza da parte dei guerriglieri talebani.
Il capitano Ryan Sparks, al comando della compagnia Bravo del 1° battaglione, 6° reggimento Marines, ha paragonato l’intensità dei combattimenti in corso a Marjah con quelli dell’attacco a Fallujah, in Iraq, nel 2004. “E’ come a Fallujah, salvo che qui ci sparano addosso da tutte le parti perché non avanziamo in linea retta, ma da direzioni diverse”.
Secondo i comandi alleati, finora gli insorti uccisi sono 35 e le perdite subite sono solo 5.
I talebani hanno però dichiarato di aver perso solo 6 uomini (tutti gli altri sarebbero civili) e di aver ucciso 192 soldati, tra soldati afgani e stranieri.
Dai talebani è giunto ieri anche un messaggio per il presidente Obama in occasione del ventunesimo anniversario del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (15 febbraio 1989): “Gli americani dovrebbero capire che se hanno bisogno di 15 mila uomini per prendere il controllo di un solo distretto, per impossessarsi di tutti i 350 distretti dell’Afghanistan dovrebbero utilizzare oltre 5 milioni di soldati. I dirigenti della Casa Bianca trarrebbero maggior vantaggio a comprendere la lezione della storia invece di abbandonarsi a esibizioni di forza: Obama, come Gorbaciov, deve guardare realisticamente la realtà sul terreno in modo da mettere fine alla tirannia e alla repressione nei confronti degli afghani, invece di portare altre sventure all’America”.
(…)

Da Marjah, la Fallujah di Obama di Enrico Piovesana.
[grassetto nostro]

In tutto, dall’inizio dell’operazione Moshtarak, sono 19 i civili feriti nel corso dell’offensiva anglo-americana che sono riusciti a raggiungere l’ospedale di Emergency, che dista poche decine di chilometri dalla zona dei combattimenti. Tra di loro c’è un bambino di 7 anni colpito al petto da un proiettile e una bambina di 12 anni che invece è stata colpita al ginocchio.
Nel frattempo, come ci confermano dall’ospedale di Emergency, l’offensiva alleata si sta espandendo anche nella vicina provincia di Kandahar, dove la notte scorsa 5 civili sono stati uccisi in un bombardamento aereo Usa. Sale quindi a 26 il bilancio dei civili uccisi dall’inizio dell’operazione Moshtarak: oltre a questi ultimi, 12 (tra cui 6 bambini) uccisi in un bombardamento missilistico e Nadalì, 3 uccisi la notte scorsa nel corso degli scontri nella stessa zona e i 6 feriti deceduti a Marjah.
Dal punto di vista militare, le notizie che arrivano da Marjah sono tutt’altro che confortanti per i comandi alleati. Gli insorti continuano a opporre una dura resistenza ai Marines, che secondo fonti citate dal Guardian nelle ultime 24 ore sono avanzati in città di soli 500 metri, nonostante il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione. “Gli americani arrivati in elicottero controllano solo alcune aree della città, dove ora li teniamo sotto assedio”, ha dichiarato un portavoce talebano, Tariq Ghazniwal , invitando i giornalisti a visitare Marjah per vedere “chi controlla la città”.

Da Marjah val bene una strage, di Enrico Piovesana.

Arrivano i “nostri”?
Roma, 17 febbraio – Il ministro degli Esteri Franco Frattini non “esclude” che truppe italiane in Afghanistan possano effettuare “un intervento temporaneo” nelle operazioni in corso in Helmand “se ci sarà una richiesta di impiego” da parte della NATO.
Il titolare della Farnesina, ai microfoni di SkyTg24, ha sottolineato che questa è un’eventualità ma che la decisione spetta ai “comandi militari sul campo sulla base delle informazioni in loro possesso”. Comandi, ha aggiunto il ministro, che secondo le regole di ingaggio, “hanno 6 ore per decidere se accettare o respingere” la richiesta.
(AGI)

“Uno straordinario patriota”
Segnaliamo l’articolo di Rick Rozoff Afghanistan: Charlie Wilson And America’s 30-Year War.
In esso l’autore sottolinea come il generale McChrystal, attuale comandante delle forze USA/NATO in Afghanistan, la scorsa estate avesse individuato tre raggruppamenti protagonisti della guerriglia. A capo di due di essi vi sono Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, i medesimi individui che negli anni ottanta combatterono i sovietici facendo tesoro del generoso sostegno fornito da parte americana.
Sostegno che pervenne loro mediante un’operazione coperta della CIA (detta “Operazione Ciclone”), coordinata dal congressista Charlie Wilson, sorto agli onori delle cronache per il film di Mike Nichols che dalla sua figura trae ispirazione La guerra di Charlie Wilson.
Charlie Wilson è deceduto lo scorso 10 febbraio, celebrato da parte del titolare del Pentagono Robert Gates come “uno straordinario patriota per la liberazione dell’Afghanistan dall’occupazione sovietica”.
Wilson sarà tumulato con tutti gli onori militari il prossimo 23 febbraio, presso il cimitero di Arlington.

Dodici militi ignoti
Kabul, 19 febbraio – Altre due vittime fra i soldati della NATO in Afghanistan. Uno dei militari è deceduto nel corso dell’Operazione Mushtarak, l’offensiva che tende alla riconquista del controllo della città di Marjah, bastione della resistenza talebana. L’ISAF non ha reso note la nazionalità dei militari, né le cause della morte del secondo militare. Ieri erano stati sei i soldati della coalizione a perdere la vita in Afghanistan, dodici dall’inizio dell’Operazione Mushtarak, entrata oggi nella sua seconda settimana di attuazione.
(ASCA-AFP)

[Onore a PeaceReporter, la cui redazione è la sola in Italia a raccontare in dettaglio quanto sta avvenendo nel sud dell'Afghanistan in questi ultimi giorni]

John Hopkins University, Bologna: studiare, e non solo

In questo articolo daremo qualche informazione sulla Paul H. Nitze School of Advanced International Studies (SAIS, Scuola di Studi Internazionali Avanzati) di Bologna, spesso identificata semplicemente come la “Johns Hopkins di Bologna”, ovvero la sezione italiana della SAIS della Johns Hopkins University di Washington.
Il ruolo e gli obiettivi “profondi” di questa istituzione “italiana” sono impliciti nelle vicende della sua storia e dei suoi protagonisti e nel modo in cui si è sempre posta  in relazione con l’ambiente esterno; crediamo che per i lettori di questo blog non sarà difficile riconoscerli.
La Johns Hopkins University è stata fondata nel 1876 negli USA. Dopo 130 anni di attività, essa si pone oggi come leader nell’insegnamento e nella ricerca in numerose discipline. Oltre alle relazioni internazionali, l’università ha altri corsi come quelli in medicina, economia, scienze naturali, ingegneria e musica. Le sedi di questi diversi dipartimenti si trovano tutti nell’area di Baltimora – Washington, compresa la sede del dipartimento che si occupa delle relazioni internazionali, la già citata Paul H.Nitze School of Advanced International Studies, la casa madre di quella italiana, che ha sede nell’area del Dupont Circle di Washington.
A differenza degli altri rami fondati a fine XIX ed inizio XX secolo, la nascita della SAIS è relativamente recente. Essa fu fondata come scuola autonoma nel 1943, durante la seconda guerra mondiale,  da due uomini di stato che faranno significative carriere nel governo statunitense, Christian A. Herter e Paul H. Nitze.
Dal primo prende nome il comitato (Herter Committee) che nel 1947 ha presentato la relazione dalla quale sono scaturite le proposte che hanno portato al Piano Marshall del presidente Truman e sarà, tra le altre cose, segretario di Stato sotto Eisenhower; il secondo coprirà importanti ruoli nella maggior parte dei governi USA del dopoguerra ed è il principale autore del significativo National Security Council Report 68 firmato dal presidente Truman nel 1950, un documento importante per il cambiamento generale della politica estera statunitense verso una strategia globale di contenimento dell’URSS e che fu confermata dalle amministrazioni successive. Sarà proprio Nitze a dare il nome alla scuola di studi internazionali. Continua a leggere

Meno soldati, meno armi e meno basi

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C’era una volta… Bettino Craxi.
[Grassetti nostri]

“Il futuro che abbiamo davanti poggia su fondamenta economiche, culturali, tecnologiche forti ed estese, che gli straordinari cambiamenti dell’ultimo anno mettono a disposizione della pace e della cooperazione tra i popoli in una prospettiva non più segnata dai rischi e dagli sprechi dei blocchi militari.
Si è aperto un grande dialogo nel mondo. In poco tempo si è determinato un cambiamento profondo, di clima, di rapporti, di possibilità di prospettive.
Le strade della pace e della cooperazione si sono fatte più larghe. Dovremo percorrerle in modo lineare correndo verso nuovi traguardi. Occorre accelerare il processo di disarmo, approfondire il negoziato in ogni campo.
Gli stessi sistemi di alleanze politico-militari, sino a ieri rigidamente contrapposti, stanno mutando i loro rapporti e muteranno alla fine essi stessi.
Anche la NATO, in Europa, è destinata a cambiare la sua natura e la sua qualità. Non c’è niente di più confortante di una notizia che ci raggiunge per annunciare il ritiro di truppe, la riduzione dei contingenti, la riduzione degli armamenti. Tutto deve avvenire in forma negoziata, equilibrata, soddisfacente per tutti, ma deve avvenire. E prima avviene e meglio é.
Moltissime risorse potranno essere liberate dai loro impieghi militari e rivolte verso scopi civili, formativi, umanitari, di sviluppo.”

Da Per un riformismo moderno, per un socialismo liberale.
Relazione introduttiva alla Conferenza Programmatica del PSI, Rimini 22 marzo 1990

***

“La questione tedesca è al centro degli equilibri europei e delle loro crisi, almeno a partire dalla guerra dei trent’anni. Oggi essa ha il vantaggio di poter essere ancorata a solide strutture multilaterali, europee, atlantiche e continentali.
Sotto il profilo della sicurezza, due mi paiono i punti fermi della questione: la permanenza della Germania nella NATO, la necessità di offrire ai Paesi confinanti soprattutto all’Unione Sovietica, le necessarie garanzie di sicurezza. L’appartenenza del nuovo Stato unitario all’alleanza occidentale comporta certamente modifiche nella struttura degli equilibri che vanno adeguatamente negoziate.
Allo stesso modo che l’unificazione tedesca deve servire a dare nuovo impulso alla integrazione comunitaria, così essa renderà più lineare la riflessione sul nuovo ruolo dell’Alleanza Atlantica, sui cambiamenti della sua natura e della sua qualità. Nell’Alleanza penso che si accentueranno le funzioni politiche rispetto a quelle militari, e rispetto a queste ultime crescerà il peso della componente europea.”

Da Unità della Germania, unità dell’Europa.
Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo 4 aprile 1990

***

“Il vento della pace avvolge le alleanze militari e ne provoca a trasformazione. Il Patto di Varsavia è ormai solo una insegna che sta su di un edificio dal quale gli inquilini se ne sono andati. L’Alleanza Atlantica, certo non subisce la stessa diaspora, ma tuttavia non può non predisporsi a realizzare alcuni cambiamenti di fondo. Si tratterà di una sottolineatura maggiore del suo ruolo politico rispetto a quello militare, di una crescita di responsabilità della componente europea, di una grande apertura nei confronti dell’Est, con lo svolgimento di rapporti destinati ad infondere sentimenti di sicurezza e di fiducia.
Delicato anzi delicatissimo è naturalmente il profilo militare della riunificazione tedesca. La Germania unita non potrebbe non stare nella Alleanza Atlantica, ma neppure vi potrebbe stare senza un ulteriore sistema di garanzie da approfondirsi, da negoziarsi, da rendere accettabile per l’Unione Sovietica.
L’unità tedesca è il portato più grande degli sconvolgimenti che stanno rimescolando la vita dell’Europa centrale ed orientale e, in misura diversa, di tutta l’Europa nel suo insieme. Il problema più alto, come segnalavamo noi stessi a Rimini, innalzando un simbolico muro di Berlino, giacché non si tratta solo della libertà e della unità di un popolo, ma essenzialmente anche della pace e della organizzazione della pace in Europa.
Noi ci auguriamo che il processo giunga rapidamente a compimento saldando nel modo più equilibrato tutte le questioni che sono aperte e che vanno risolte nei rapporti con l’URSS, con l’Alleanza Atlantica, con l’Europa comunitaria, con i vicini della Germania.
Sono vie obbligate per la pace del futuro sulla quale non debbono pesare incognite di sorta. Occorrono certezze per tutti e nessuno deve poter neppure fantasticare su di un possibile ritorno dei fantasmi del passato.
E’ una via obbligata la progressione prudente ma continua verso un disarmo generalizzato. Meno soldati, meno armi e meno basi in Europa. Meno soldati, meno armi e meno basi in Italia.

Da Verso una fase importante e difficile della vita nazionale.
Relazione all’Assemblea Nazionale del PSI, Roma 7 giugno 1990

[Sigonella, ottobre 1985]

“Rafforzando l’Alleanza Transatlantica”

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Philip Gordon è l’attuale Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Europei ed Eurasiatici. Dal 2000 al 2009, Gordon è stato docente presso la Brookings Institution di Washington, dove ha concentrato la sua attività su un’ampia gamma di questioni inerenti la politica estera europea e statunitense. Precedentemente, egli si era disimpegnato quale Direttore per gli Affari Europei presso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto la presidenza di Bill Clinton dove, in vista del vertice per il 50° anniversario della NATO, svolse un ruolo chiave nello sviluppo e nel coordinamento delle politiche dell’Alleanza.
Gordon ha, inoltre, tenuto numerosi incarichi come docente e ricercatore ed è un prolifico scrittore in tema di relazioni internazionali e politica estera. Suoi articoli sono comparsi frequentemente su importanti testate giornalistiche quali New York Times, Washington Post, International Herald Tribune e Financial Times.

Lo scorso 16 giugno, Philip Gordon è stato il protagonista di un’audizione davanti al Comitato per la Politica Estera, Subcomitato per l’Europa, della Camera dei Rappresentanti statunitense – presieduto dall’onorevole Robert Wexler – sul tema Rafforzando l’Alleanza Transatlantica. Uno sguardo d’insieme sulle politiche dell’amministrazione Obama in Europa.
Dopo i convenevoli di rito, Gordon ha rilasciato una dichiarazione orale riassuntiva dei contenuti del documento scritto precedentemente sottoposto all’attenzione dei componenti del suddetto Subcomitato. Ivi, egli ha sottolineato le tre priorità della politica statunitense verso l’Europa e l’Eurasia:
□ la collaborazione con l’Europa sulle cosiddette “sfide globali”;
□ le azioni degli Stati Uniti per promuovere un’Europa “più compatta, libera, democratica e pacifica”;
□ il “rinnovato” rapporto (di Europa e Stati Uniti) con la Russia.

Qui tralasciamo la prima delle tre priorità, inventario di ammirevoli proponimenti che vanno dalla ripresa della crescita economica al ripristino della fiducia nel sistema finanziario mondiale, dalla lotta alla povertà ed alle (presunte) pandemie alla promozione dei diritti umani… “La lista è lunga, e potrei nominarne altre”. Ci mancherebbe.
Concentriamo, invece, l’attenzione sulle ultime due che – in quanto italiani ed europei – ci riguardano più da vicino e circa le quali le considerazioni svolte da Gordon appaiono meno diplomatiche e fumose. “Estendere stabilità, sicurezza, prosperità e democrazia a tutta l’Europa e l’Eurasia. Questo è stato un obiettivo di tutti i Presidenti americani, sia Democratici che Repubblicani, a partire dalla Seconda guerra mondiale”. E quale sarebbe il metodo adottato allo scopo? L’adesione da parte dei Paesi interessati alle istituzioni occidentali come l’Unione Europa e la NATO. Tutti gli Stati europei – compresi quelli nati dalla disintegrazione dell’URSS come Georgia, Ucraina e Moldavia ma anche quelli della regione balcanica quali Bosnia, Montenegro, Macedonia ed un giorno anche Serbia e Kosovo… – che non ne siano ancora membri sono caldamente invitati ad integrarsi quanto prima nelle istituzioni euro-atlantiche in quanto “l’amministrazione [USA] crede fermamente che questo processo deve continuare”. E perché ciò accada, non lesina aiuti anche finanziari.
Non secondariamente, “noi (americani) appoggiamo vigorosamente la diversificazione delle fonti energetiche per l’Europa”, ponendo al centro di questi sforzi l’espansione di un “corridoio meridionale” per il trasporto del gas proveniente dal Mar Caspio (ed eventualmente dall’Iraq) fino in Europa. A questo fine, assumono un ruolo strategico due Paesi: la Turchia ed il misconosciuto Azerbaigian, che “esporta quasi un milione di barili di petrolio al giorno sui mercati globali attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, libero da strozzature geografiche (…) e da pressioni monopolistiche”.
Di chi? Ecco il punto.
Gli Stati Uniti non riconosceranno una sfera di influenza alla Russia. Essi continueranno anche a sostenere la sovranità e l’integrità territoriale dei Paesi confinanti alla Russia. Quest’ultimi hanno il diritto di prendere le proprie decisioni e scegliere le proprie alleanze da soli”. E guarda caso…

Rafforzando l’Alleanza Transatlantica, ovverosia la (pluridecennale) creazione del Nemico, indispensabile precondizione per affermare la propria superarmata egemonia planetaria.
“Sessant’anni fa, le nostre [gli Stati Uniti ed “i nostri tradizionali amici ed alleati dell’Europa occidentale”] nazioni si unirono per combattere un nemico comune che minacciava la libertà dei cittadini dell’Europa. Oggi, noi continuiamo a lavorare insieme con questi importanti Alleati per quanto riguarda molte nuove ed emergenti minacce”.

I caratteri dell’Alleanza Atlantica

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I caratteri che contraddistinguono il Patto atlantico sono almeno tre: la sua lunga durata; la limitazione della sovranità della maggior parte dei partner, a beneficio degli USA; l’ aggressività della sua Organizzazione (la NATO).
Per quanto concerne la prima caratteristica, il Patto atlantico ha sicuramente superato di gran lunga quel limite temporale cui sembrano soggiacere, generalmente, le coalizioni militari, e che Tucidide aveva fissato intorno ai trent’anni.
Spesso, a proposito della durata dell’Alleanza atlantica, che proprio quest’anno compie ben sessanta anni, si considera, la sua anomalia rispetto al principio che avrebbe sempre guidato la politica estera degli USA, quello di affidarsi soltanto ad alleanze temporanee e in casi di straordinaria emergenza.
In realtà, quando si tratta questa questione, non si tiene conto di almeno due importanti fattori: il primo, specifico, contenuto proprio nella formulazione del principio guida fatta da Washington nel suo Farewell address. Washington parlò di temporanee alleanze finalizzate a mantenere gli Stati Uniti “on a respectably defensive posture”, con ciò riferendosi chiaramente ad accordi che dovevano durare tutto il tempo necessario per mantenere la Nazione appunto in una posizione difensiva; il secondo, d’ordine più generale, è da mettere in relazione alla pulsione messianica che, oltre ad animare il patriottismo statunitense e ad impregnare il carattere nazionale dei nordamericani, condiziona e regola le scelte espansioniste ed imperialistiche di Washington.
L’ eccezionalismo messianico è sempre stato per i governanti statunitensi una categoria cui ricorrere per costruire e giustificare le strategie più convenienti agli interessi nazionali. La “straordinaria emergenza”, nella prospettiva religiosa veterotestamentaria propria della tradizione statunitense, avrà, pertanto, una durata che si dilaterà con l’espansione di questi stessi interessi su scala mondiale.
La limitazione di fatto della sovranità di molti membri dell’Alleanza atlantica è dovuta non solo alla sua genesi, avvenuta in un periodo in cui le nazioni europee, uscite distrutte dalla guerra, avevano scarsa capacità di contrattazione con la potenza d’Oltreoceano; ma, principalmente, a quella serie di vincolanti “misure di accompagnamento” che, costituita da Accordi, Trattati e Clausole segrete tra i singoli Paesi europei e gli USA, ha riguardato (e continua a riguardare) la diffusione di istallazioni logistiche e basi militari NATO ed statunitensi in tutta l’Europa.
Tanto per fare un solo esempio, consideriamo, a questo proposito, il caso emblematico dell’Italia, ove di basi e istallazioni militari di vario genere, direttamente o indirettamente collegate agli USA ed alla NATO, se ne contano un centinaio.
(…)
In riferimento al terzo carattere menzionato, quello relativo all’aggressività dell’Organizzazione dell’Alleanza nordatlantica, osserviamo che esso è ben chiaro e manifesto, se si considera l’articolata strategia messa in campo dagli USA al termine del secondo conflitto mondiale ai fini di una vera e propria egemonia a livello mondiale. Continua a leggere

Al castello di Rambouillet

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“L’estremo tentativo per evitare l’intervento militare che già la NATO stava minacciando si svolse al castello di Rambouillet, vicino a Parigi, dove il 6 febbraio 1999 si aprirono i “colloqui di pace ” che  culminarono al contrario nella guerra del successivo 24 marzo.
Nella bozza di accordo presentata dal Gruppo di contatto, formato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Russia, non si accennò mai ad una possibile indipendenza del Kosovo ma solo ad un’autonomia che si sarebbe incarnata in un parlamento, un presidente, una costituzione e una corte costituzionale.
Il documento prevedeva ampi poteri ai verificatori dell’OSCE, che sarebbero dovuti rimanere nella Provincia per un periodo di tre anni, il ritiro non totale delle forze di polizia e di sicurezza serbe, l’impossibilità per il Kosovo di avere un proprio esercito, una propria moneta e una propria politica estera (prerogative che sarebbero rimaste nelle mani del governo di Belgrado).
La bozza del Gruppo di contatto lasciò invece irrisolto lo status della Provincia allo scadere dei tre anni di “verifica” ; gli albanesi avrebbero voluto un referendum per l’autodeterminazione del Kosovo, i serbi insistettero che un’eventuale consultazione avrebbe dovuto riguardare anche i restanti abitanti della Federazione Jugoslava.
L’UCK, che inizialmente rifiutò il contenuto dell’accordo, dietro chiare pressioni statunitensi decise di accettarne una formula così limitata e la sua delegazione a Rambouillet assunse un’importanza ben superiore a quella dello stesso “moderato” Rugova.
Durante i 17 giorni dei colloqui svoltisi all’interno del castello, la rappresentanza serba non s’incontrò mai con quella albanese; la conferenza venne preparata a Londra in una riunione del 29 gennaio del Gruppo di contatto e da una successiva consultazione del 30 gennaio a Bruxelles, durante la quale il Consiglio Atlantico conferì al segretario generale della NATO, Javier Solana, l’autorizzazione ad interventi aerei contro la Serbia nel caso quest’ultima si fosse rifiutata di firmare l’accordo. Continua a leggere

Il trionfo segreto della CIA

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Di Anatoly Korolev per RIA Novosti, 19 gennaio 2009

In base alle regole dell’Accademia di Svezia, gli archivi dei Premi Nobel possono essere aperti solamente cinquanta anni dopo l’avvenuta consegna. Pertanto i documenti relativi all’Ottobre 1958 potranno essere resi pubblici nel Gennaio di quest’anno. Si tratta di un’epoca importante per la cultura russa. Quell’anno l’Accademia consegnò il Premio Nobel per la Letteratura al poeta sovietico Boris Pasternak.
Ora che gli archivi sono stati resi pubblici, le circostanze che portarono al più grande scandalo nella storia dei Premi Nobel saranno finalmente esaminate scrupolosamente.
La vicenda del premio a Pasternak ha fatto nascere degli strani sospetti. Pare che la CIA abbia contribuito a quel premio. È stata la CIA a stampare la prima versione russa del “Dottor Zhivago”, senza la quale la candidatura di Pasternak non sarebbe stata accettata dato che il Comitato Nobel prendeva in esame solamente opere in lingua originale.
Non c’è bisogno di precisare che Pasternak non ebbe mai nulla a che fare con l’intelligence. Il suo genio fu solo usato come una potente arma durante la Guerra Fredda tra Est ed Ovest. Fino a poco tempo fà questa storia degna di agenti segreti è stata coperta da un sottile velo di segretezza. È stato solo grazie alla volontà di Ivan Tolstoj (membro della famosa famiglia Tolstoj) che i segreti sono stati rivelati e resi pubblici. Ci sono voluti 20 anni per risolvere l’enigma.
Boris Pasternak iniziò a scrivere il suo leggendario romanzo poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1946. Impiegò dieci anni. Dopo aver concluso l’opera nel Gennaio 1956, Pasternak cominciò a chiedersi cosa avrebbe fatto a quel punto. Il romanzo che alla fine prese il titolo di “Dottor Zhivago” (inizialmente si chiamava “La candela che brucia”) era controcorrente rispetto ai principi della letteratura sovietica. Avrebbe dovuto tenerlo da parte in attesa di tempi migliori? Ed, eventualmente, quando sarebbero giunti questi momenti? Oltretutto non era più molto giovane. Continua a leggere

CyberNATO

Sette Paesi della NATO (Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Slovacchia e Spagna), insieme all’Allied Command Transformation dell’Alleanza, con sede a Norfolk negli Stati Uniti, hanno creato nella capitale estone Tallin un centro di eccellenza per la Cooperative Cyber Defence che avrà come obiettivo di addestrare i tecnici degli Stati membri contro possibili “minacce informatiche” .
Il centro sarà operativo nel corso del 2009, con un gruppo di trenta esperti già al lavoro per condurre ricerche e corsi di addestramento sui più recenti rischi informatici. L’accordo è stato stipulato nella primavera del 2008, ad un anno di distanza dal maggior cyber attacco che abbia colpito istituzioni pubbliche e private del Paese baltico: nel maggio 2007, infatti, uno sciame di DDoS (Denial of service attack) della durata di tre settimane riuscì a paralizzare quasi completamente l’infrastruttura informatica nazionale.
L’attacco avvenne dopo che le autorità estoni avevano deciso di rimuovere dal centro della capitale un monumento sovietico che ricordava i caduti dell’Armata Rossa morti durante la seconda guerra mondiale. Trasferimento che provocò violente proteste e culminò in un’offensiva telematica di hackers russi. Fu in quel caso evidente la vulnerabilità delle reti informatiche di un Paese che, d’altro canto, è uno dei primi al mondo ad aver introdotto e-government e voto elettronico e che per la sua fiorente industria hi-tech ha meritato il soprannome di “E-stonia”.
Negli stessi giorni, a Bonn si è svolto un incontro tra settanta esperti tra militari, ricercatori e funzionari governativi provenienti da sedici Paesi europei della NATO, che ha affrontato il problema di superare il divario esistente tra esigenze militari nel settore della robotica e le potenzialità acquisite in campo civile. Sono stati quindi individuati due filoni.
Nel primo pacchetto, quello di come utilizzare sin da adesso le tecnologie disponibili, sono state identificate le cinque più importanti esigenze militari, nell’ordine: ricognizione e sorveglianza di sostegno tattico alle forze di terra; sminamento postconflitti; scorte e rifornimenti; controllo di veicoli e persone per la ricerca di armi ed esplosivi; trasporto degli equipaggiamenti. Nel secondo, riguardante gli sviluppi futuri, sono stati delineati sei campi d’azione: comunicazioni, piattaforme robotiche, sensori e modellistica, navigazione e pianificazione delle missioni, interazione uomo/robot, sistemi multirobot.
In questa prospettiva, l’esercitazione svoltasi lo scorso autunno in Sardegna, con grande dispiegamento di mezzi e uomini, denominata Trial Imperial Hammer.

L’isola delle meraviglie

Se i bombardieri B52, B1 e B2 decollano dalle nostre terre per portare “democrazia e libertà” in tutto il mondo, per quale ragione esse devono rimanere assenti nelle isole Chagos? Può qualcuno portarle a milioni di persone e chilometri quadrati quando è incapace di farlo in 60 kmq?
Nicole Besage

Chagos è un arcipelago situato nell’Oceano Indiano, a sud delle Maldive ed a nord-est rispetto all’isola di Mauritius, distante circa milleseicento chilometri dalle coste indiane. Queste isole, insieme ad altri piccoli arcipelaghi, formano dal 1965 il Territorio Britannico dell’Oceano Indiano (BIOT, secondo l’acronimo in lingua inglese).
Destinate a colonia penale dai francesi, le isole – i cui primi insediamenti di schiavi prelevati da Somalia, Mozambico e Madagascar risalgono alla fine del diciottesimo secolo – scoprirono la loro vocazione nella modesta produzione dell’olio di palma da cocco. Sconfitto Napoleone, le Seychelles e Mauritius – alla quale amministrativamente appartenevano le Chagos – divennero britanniche, fino a quando, con la decolonizzazione, si trasformarono in Stati sovrani associati al Commonwealth.
Sono gli anni della crisi di Cuba, della nuova minaccia rappresentata dalla Cina di Mao che si aggiungeva alla crescente influenza sovietica in Africa Orientale. Con l’impero britannico in ritiro progressivo dai territori ad oriente di Aden, le Chagos assumono una straordinaria importanza strategica per gli Stati Uniti d’America, alla ricerca di un ancoraggio sicuro nell’Oceano Indiano. Nel 1964, il primo ministro inglese Harold Wilson ed il presidente americano Lyndon Johnson avviano colloqui segreti che portano ad un accordo (cinquantennale, valido fino al 2016, ma rinnovabile per altri 20 anni) per l’insediamento sulla principale delle Chagos, l’isola di Diego Garcia (che trae il proprio nome da un navigatore portoghese del XVI° secolo) di una piccola stazione per le telecomunicazioni. In cambio, Londra godrà di un enorme sconto pari a 14 miliardi di dollari sull’acquisto di missili Polaris da installare nei propri sottomarini nucleari. Ma ci sono alcune questioni da risolvere.
La prima, preliminare, consisteva nel sottrarre le Chagos alla sovranità di Mauritius, che divenuta indipendente avrebbe legittimamente potuto rivendicarle. Si giunse quindi alla decisione di concedere l’indipendenza a Mauritius ma non alle Chagos, che andavano invece a formare una nuova colonia di Sua Maestà Britannica (il BIOT, appunto). A Mauritius veniva concesso anche un sussidio pari a 3 milioni di sterline per accogliere i rifugiati. Quali? E’ presto detto.
Prima di venire ceduti agli statunitensi le isole andavano, come si diceva nei documenti dell’epoca, “ripulite e bonificate”. Vi abitavano infatti circa 1.500 discendenti degli originari schiavi, di lingua creola, ma l’ammiraglio Elmo Zumwait, all’epoca capo delle operazioni della US Navy, non tollerava che ci fossero “abitanti suscettibili all’influenza della propaganda comunista e che potessero porre problemi politici”. La prima mossa fu quella di certificare all’ONU che le isole rappresentassero poco più che scogli, abitate solo da “lavoratori a tempo determinato” i cui contratti potevano venire rescissi invitandoli a lasciare l’isola. Una parte degli abitanti venne quindi abbindolata con viaggi premio a Mauritius, distante cinque giorni di navigazione, per poi apprendere – una volta giunti a destinazione – che il ritorno sarebbe stato loro interdetto per sempre. Quelli rimasti in patria tentarono di resistere, ma gradualmente vennero privati di ogni mezzo di comunicazione e sostentamento. Gli ultimi isolani furono deportati nel 1973 e l’anno seguente un memorandum congiunto USA-Gran Bretagna stabiliva che “sull’isola non c’è alcuna popolazione nativa”.
I lavori per quella che diventerà una tra le più importanti basi militari statunitensi nel mondo erano comunque già iniziati nel 1971, per poi assumere un ritmo sempre più spedito a partire dal 1979, successivamente alla caduta dello Scià di Persia ed alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.
La prima Guerra del Golfo del 1991 rappresenta il momento di maggiore attività operativa da parte della base di Diego Garcia, che risulta un importante centro logistico anche nell’ambito dell’intervento in Afghanistan del 2001 e nella seconda Guerra del Golfo del 2003.

Sulle cartine geografiche, l’atollo di Diego Garcia assomiglia all’impronta di un piede, tanto è vero che la torre dell’acquedotto posto all’ingresso della baia è decorata con una scritta che recita: “Diego Garcia, the Footprint of Freedom” (l’Impronta della Libertà). Grazie al divieto di qualsiasi insediamento umano, è un paradiso naturale in perfetto stato di conservazione. L’isola è in pratica un lingua di terra alta poco più di un metro sul livello del mare, dove oggi vivono circa quattromila persone fra militari e civili, questi ultimi per lo più provenienti dalle Filippine e da Singapore. Rappresenta una delle destinazione favorite tra i giovani militari, che nel tempo libero vi si possono dedicare alla pesca, al windsurf, allo snorkelling nonché al golf, nel relativo campo a nove buche.
E’ dotata di due piste da cinque chilometri ciascuna, di due rifugi nucleari nonché di hangar climatizzati per i bombardieri “invisibili” B2, mentre gli alti fondali della laguna consentono l’ormeggio anche a trenta unità navali (sommergibili compresi) contemporaneamente. La massima autorità residente è un ufficiale britannico della Marina, coadiuvato da una ventina di fanti, da sei poliziotti ed un paio di doganieri.
Negli ultimi tempi hanno cominciato a circolare notizie insistenti sulla possibilità che vi siano stati detenuti, nella prigione denominata Camp Justice oppure a bordo di imbarcazioni al largo delle sue coste, sospetti terroristi. Una conferma in tal senso è venuta da un generale statunitense in pensione, Barry McCaffrey, ora docente all’accademia militare di West Point.

Dopo aver riconosciuto, con lo sbalorditivo verdetto del 3 novembre 2000, il carattere illegale dell’espulsione degli abitanti delle Chagos ed il loro diritto, in linea di principio, a ritornare nelle proprie terre, nel settembre 2003 l’Alta Corte britannica ha respinto le richieste in questo senso. Nel giugno 2004, il governo britannico ha confermato la decisione di impedire indefinitamente il ritorno. Ha fatto opportunamente tesoro delle osservazioni fatte pervenire, il 21 giugno 2001, dal Sottosegretario di Stato statunitense Eric Newson al suo pari grado britannico Richard Wilkinson, secondo le quali nuovi insediamenti nelle isole intorno a Diego Garcia avrebbero potuto contribuire ad “interrompere, danneggiare o mettere a rischio le operazioni militari di vitale importanza” condotte presso la base.
Nel maggio 2007, la Corte di Appello britannica ha infine stabilito che il diritto di tornare alle proprie case è “una delle più importanti libertà riconosciute agli esseri umani”.

La NATO secondo Vladimir Putin

“Noi ci opponiamo all’allargamento della NATO in generale. Per principio.
La NATO è stata creata nel 1949 in virtù del 5° articolo dell’accordo di Washington sulla sicurezza collettiva. Il suo obiettivo era la difesa e il confronto con l’Unione Sovietica, per proteggersi da un’eventuale aggressione, come si riteneva all’epoca. L’URSS aveva un bel dire che non aveva intenzione di aggredire nessuno, secondo gli occidentali era il contrario.
L’Unione Sovietica non c’è più, non c’è più la minaccia, ma l’organizzazione è rimasta. Di qui la questione: contro chi fate comunella? E perché? Ammettiamo che la NATO debba lottare contro le nuove minacce. Quali sarebbero? La proliferazione, il terrorismo, le epidemie, la criminalità internazionale, il traffico di stupefacenti.
Pensate che si possa risolvere questi problemi nell’ambito di un blocco politico militare chiuso? No. Devono essere risolti sulla base di un’ampia cooperazione, con un approccio globale e non semplicemente in ossequio alla logica dei blocchi. Con una lotta comune, schietta, leale.
Allargare la NATO significa erigere in Europa nuove frontiere, nuovi muri di Berlino, in questo caso invisibili ma non meno pericolosi. Significa porre un limite alla possibilità di lottare efficacemente e insieme contro le nuove minacce. Provoca sfiducia reciproca, ha effetti nefasti. Questa è la prima considerazione. Passiamo alla seconda, per noi non meno importante. Noi sappiamo come vengono prese le decisioni all’interno della NATO. I blocchi politico-militari conducono a una limitazione della sovranità di tutti i Paesi membri imponendo una disciplina interna, come in una caserma.
Sappiamo bene anche dove vengono prese queste decisioni: in uno dei Paesi che guidano questo blocco. Sono poi legittimate, si attribuisce loro una patina di pluralismo e di buonafede. Così è successo con lo scudo antimissile. (…)
Non può esistere un monopolio negli affari internazionali. Nel mondo non c’è posto per una struttura monolitica, né per un impero, né per un solo padrone. Questi problemi possono essere risolti efficacemente solo in modo multilaterale, sulla base del diritto internazionale. La legge del più forte non porta a niente. Se si continua su questa strada ci saranno così tanti conflitti che nessuno Stato disporrà di risorse sufficienti a risolverli.”

L’intervista integrale al Primo Ministro russo, di cui raccomandiamo una attenta lettura anche alla luce degli ultimissimi eventi internazionali, è qui.
Qui, invece, il video relativo (in inglese).

Di chi è la Repubblica Italiana?

Da quanto andremo ad illustrare, la Repubblica Italiana non è certo ‘cosa nostra’… perché se davvero fosse nostra, ovvero di tutti i cittadini italiani, non si fonderebbe su dei “segreti”. “Segreti” su questioni della massima importanza, la cui esistenza configura una Repubblica sostanzialmente ‘cosa loro’.
“Loro” sono ovviamente gli Stati Uniti, che nel lontano biennio 1943-45 hanno effettuato la conquista dell’Italia, eufemisticamente chiamata “Liberazione”. “Liberazione” da noi stessi, tant’è vero che dopo oltre sessant’anni non se ne sono più andati. Potevano farlo dopo la fine dell’URSS, visto che il “problema” era il Comunismo, ma non l’hanno fatto.
L’Italia è, infatti, ‘cosa loro’, anche se gli italiani non lo devono percepire.
L’occupazione di consistenti porzioni del territorio nazionale da parte di uno Stato estero (malgrado ci abbiano informato che, dall’11 settembre 2001, “siamo tutti americani”) ed il suo mantenimento vita natural durante è possibile grazie a clausole – segrete, appunto – pudicamente definite “accordi”, che giustificano la presenza, sul territorio nazionale, di basi ed installazioni militari USA e NATO (oltre 100).
Questo è il “segreto dei segreti” – altrimenti definibile la “madre di tutte le menzogne” – della “Repubblica Italiana”. Tutti gli altri “segreti” (la “strategia della tensione”, le BR, le “trame nere”, Gladio, le “stragi di Mafia”, “Mani Pulite”, il “terrorismo islamico”ecc.) sono una conseguenza logica del “segreto dei segreti”. Pretendere la verità su questo punto non è una cosa “di destra”, “di centro” o “di sinistra”. È semplicemente una cosa sensata, da “patrioti”, se la parola “patria” non avesse assunto per i più – a causa della sua indebita appropriazione da parte di collaborazionisti e della concomitante svalutazione generata da una pseudocultura votata all’autodenigrazione – un significato distante da quello originario.
A questo punto ci sarà chi pensa che l’aver perso l’Italia una guerra – malgrado alcune conseguenze “negative” – sia stato in fondo un fatto “positivo” solo perché così il Fascismo, il “Male assoluto”, è stato sconfitto. A chi la pensa così, basta rispondere che, Fascismo o non Fascismo, l’Italia è stata occupata, tale occupazione non è mai finita (né accenna a finire), e con questo fatto tutti gli italiani devono fare i conti, in maniera sempre più evidente, prima che la crisi epocale del c.d. “Occidente” (che significa Europa distolta dal suo naturale complemento geografico, politico, economico, storico e culturale che è l’Eurasia per venire inglobata nell’Occidente, a guida anglo-americana) ci travolga in maniera irrimediabile. Ristabilire la verità sul “principale segreto della Repubblica Italiana”, sulle clausole segrete che impongono un’occupazione che sembra non finire mai, è un favore che gli italiani devono fare innanzitutto a se stessi, pena la scomparsa pura e semplice come popolo e nazione.
Ma veniamo a questi famosi (si fa per dire) “accordi” a proposito delle basi e delle istallazioni logistiche USA e NATO in Italia:
a) le clausole segrete della ‘Convenzione d’Armistizio’ del 3 Settembre 1943;
b) le clausole segrete del ‘Trattato di pace’ imposto all’Italia, il 10 Febbraio del 1947 (Parigi);
c) il ‘Trattato NATO’ firmato a Washington il 4 Aprile 1949, ed entrato in vigore il 1 Agosto 1949;
d) il ‘Bilateral Infrastructure Agreement’ (BIA) o ‘Accordo segreto USA-Italia’ del 20 Ottobre 1954 (Accordo firmato dal Ministro Scelba e l’Ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce, e mai sottoposto alla verifica, né alla ratifica del Parlamento);
e) il Trattato Italia-NATO, firmato a Parigi il 26 Luglio 1961 (reso operativo con Decreto del Presidente della Repubblica No. 2083, del 18 Settembre 1962);
f) Accordo bilaterale Italia-USA, firmato dal Governo Andreotti, il 16 Settembre 1972;
g) il ‘Memorandum d’intesa USA-Italia’ (Shell Agreement) del 2 Febbraio 1995;
h) Accordo segreto ‘Stone Ax’ (Ascia di Pietra), concluso inizialmente negli anni ‘50/’60 e rinnovato l’11 Settembre 2001.
Questi, i principali Comandi USA da cui dipendono le varie basi ed installazioni logistiche (USA e NATO, in Italia):
- Task Force 137 (Naval Forces Eastern Atlantic) (Naples, Italy)
- Army Prepositioned Stock 2 (APS-2) (Mechanized Infantry Brigade (-)) (Netherlands, Luxembourg, Belgium, Norway, Italy)
- South East European Task Force (SETAF) (Vicenza, Italy)
- 173rd Airborne Brigade (Vicenza, Italy (Deploys to Iraq – Early 2007)
- 22nd Area Support Group (Caserma Ederle, Italy)
- 31st Fighter Wing (F-16CG/DG) (Aviano AB, Italy)
- 401st Air Expeditionary Wing (KC-135E/R, U-2?) (Aviano AB, Italy)
- 16th Air Expeditionary Task Force (Aviano AB, Italy)
- US Naval Forces in Europe (NAVEUR) (Naples, Italy)
- Sealift Logistics Command Europe (SEALOGEUR) (Naples, Italy)
- Task Force 63 (6th Fleet Service Force) / Naval Surface Group Mediterranean (Gaeta, Italy)
- Task Force 67 (6th Fleet Maritime Surveillance and Reconnaissance Forces (MARSURVRECFORSIXFLT)) / Fleet Air Mediterranean (FAIRMED) (Naples, Italy)
- Task Force 69 (6th Fleet Submarine Force Mediterranean) / Submarine Group 8 (Naples, Italy)
Questo, naturalmente, senza contare i Comandi Intelligence dipendenti dalla NSA (National Security Agency), e, dulcis in fundo, le 90 testate nucleari statunitensi stoccate fra Ghedi ed Aviano ed il più che probabile armamento atomico imbarcato sui mezzi, anche sottomarini, della Sesta Flotta statunitense di stanza a Napoli e Gaeta, che in materia è vincolata alla direttiva del “neither confirm or deny policy” (non confermare né smentire la presenza di atomiche a bordo).
Vi pare poco? Vogliamo ancora parlare di “Repubblica Italiana”?
Che cosa c’è da “festeggiare”, mentre la gran parte di un Paese – quella che lavora, e non per gli stipendi di quelli che “festeggiano” il 2 giugno – sprofonda nell’immiserimento economico, nell’abbrutimento sociale e culturale, nella disperazione verso un futuro che mette solo l’angoscia?
A sollevare un po’ il morale di un popolo che ne sta vedendo di tutti i colori non bastano più i soliti filmetti americani, il solito rimbambimento della droga televisiva zeppa di programmi ideati negli Stati Uniti per “di-vertire” il pubblico e non farlo pensare, le mezze verità delle trasmissioni “d’approfondimento” e “di denuncia” dove si parla e si parla ma non si arriva mai a nulla.
Gli italiani devono sapere la verità, e siccome non gliela può dire nessuno che si è compromesso con ‘cosa loro’ gliela diciamo noi. La “Repubblica Italiana” non è quello che sembra: l’Italia è una nazione occupata. O-c-c-u-p-a-t-a!
Non è difficile tenersi bene a mente questa parola, ogni volta che si cerca di raccapezzarsi in qualche problema “irrisolvibile”. Non è difatti superfluo osservare che – dalla spazzatura in Campania all’eterna “lotta alla Mafia”, passando per altri mille problemi “irrisolvibili” – la soluzione per risollevare la nostra martoriata Italia dal baratro in cui scivola giorno dopo giorno è la riconquista della libertà, dell’autodeterminazione, dell’indipendenza e della sovranità politica, economica, culturale e militare. Senza tutto ciò è perfettamente inutile discutere di tutto il resto, dai politici “italiani” all’economia “italiana”, per non parlare del miserevole stato della cultura “italiana”, o dell’“informazione”, succubi – senza eccezione alcuna, dai “salottini” televisivi alle testate “indipendenti”, passando per gli “intellettuali organici” – degli interessi di chi ci occupa da sessant’anni con il supporto di collaborazionisti locali “di destra”, “di centro” e “di sinistra”.
In questa situazione, pensare di risolvere qualsiasi cosa è semplicemente folle. Sarebbe come discutere dell’arredamento della propria casa e della sua tappezzeria quando qualcuno vi si è infilato dentro, occupa la camera da letto, non ci lascia usare il bagno uscendone solo per pulirglielo e svuota il frigorifero pretendendo che noi gli facciamo la spesa! Si penserebbe ancora di vivere in casa propria?
Prima si capisce tutto questo e meglio è, per il bene di tutti. Prima della fine.

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Bibliografia:

A.B. Mariantoni, Dal “Mare Nostrum” al “Gallinarium Americanum” – Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente

A.B. Mariantoni, Basi americane in Italia: una messa a punto

[Fonte: cpeurasia.eu, pubblicato con il titolo Il segreto di Pulcinella della Repubblica Italiana]