Tampa e Charlotte: due recitativi diversi

Una sola Convenzione: quella dell’uno per cento.
Presidenti delle grandi corporazioni, banchieri, petrolieri, speculatori finanziari con centinaia di lobbisti al seguito a convegno nelle due città per rafforzare con finanziamenti ormai senza limiti il loro controllo su Casa Bianca e Congresso quale che sia l’esito elettorale di novembre.
Le elargizioni multimilionarie premiavano fino a ieri i repubblicani, poi si sono spostate sui democratici come hanno confermato i sondaggi.

“How much is that doggie in the window, the one with the waggley tail?” – cantava Patty Page negli anni ’50 e ’60 e quell’interrogativo “Quanto costa quel cagnolino in vetrina, quello che scodinzola?” è affiorato più volte nella memoria di un ottuagenario mentre seguiva su Sky International, CNN e, grazie a internet, sulla ABC e NBC la convenzione repubblicana di Tampa e quella democratica a Charlotte. Che i due eventi abbiano assunto da più di un ventennio il ruolo di semplici vetrine dove vengono esposti i prodotti di scelte predeterminate in altre sedi, anche ma non solo nelle primarie, è un dato di fatto da tutti accettato nella repubblica stellata: i prodotti, le candidature cioè alla Casa Bianca e indirettamente al congresso e al governo di un terzo degli stati, vengono promossi con dispendiose coreografie, interventi roboanti e trucchi scenici per riaccendere l’interesse dell’elettorato sulle consultazioni popolari del primo martedì di novembre. E poi l’ostentazione di una granitica adesione dei due partiti – inesistenti nell’accezione europea ma negli USA solo movimenti di opinione in evidenza ogni quattro anni – alle scelte già fatte dei candidati.
Prima di tornare al tema della canzonetta sul costo dei cagnolini scodinzolanti in vetrina, alcune osservazioni non certo marginali vanno fatte sulle due kermesse di Tampa e Charlotte. Continua a leggere

Nella culla della democrazia…

… comanda la Finanza!
Il vero problema è Wall Street

Atene, 13 Febbraio – I due partiti greci che sostengono il governo del primo ministro Lucas Papademos hanno espulso questa notte oltre 40 deputati che hanno votato ‘no’ al piano di austerity appena approvato dal Parlamento. Il partito conservatore Nuova Democrazia ha annunciato di avere espulso 21 dei suoi 83 deputati, mentre il partito socialista Pasok circa 20 su un totale di 153.
(ANSA)

Lo strapotere della speculazione made in USA

“Certamente questa nuova ondata speculativa soddisfa gli operatori e gli speculatori della City e di Wall Street. Secondo l’OCC, Office of the Comptroller of the Currency (OCC), l’agenzia che regola e controlla il sistema bancario americano, nel terzo trimestre del 2011 le banche USA hanno infatti registrato dei profitti enormi: 13,1 miliardi di dollari con un aumento del 78% rispetto al trimestre precedente. L’OCC tra l’altro dimostra che i derivati creati dalle banche americane sono poco meno di 250 trilioni di dollari, di cui l’87% in prodotti strutturati sui tassi di interesse. Si ripropone la grande questione delle banche «too big to fail», quelle troppo grandi per lasciarle fallire, che di fatto hanno determinato il sistema economico e finanziario e hanno ricattato il mondo politico. Nel frattempo esse hanno accelerato il loro processo di concentrazione e di controllo del potere finanziario. Infatti, se nel 2009 le cinque maggiori banche americane detenevano l’80% di tutti i derivati emessi negli USA, oggi 4 banche soltanto, la JP Morgan Chase, la City Group, la Bank of America e la Goldman Sachs, ne detengono il 94% del totale. Dai preoccupanti dati esposti emerge con forza la necessità per l’Italia e per l’Europa non solo di adottare con celerità le decisioni di propria competenza, ma anche soprattutto di giocare un ruolo più attivo in sede di G20 dove, purtroppo, finora non si è mai deciso nulla di realmente efficace contro lo strapotere del sistema bancario finanziario speculativo.”

Da I derivati rompono di nuovo gli argini. Torna il pericolo di crisi finanziaria, di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

Il vero problema è Wall Street

Follow the money: dietro la crisi del debito in Europa si nasconde un altro gigantesco bailout di Wall Street

Oggi (4 Ottobre u.s. – ndr) Ben Bernanke si è aggiunto alle voci di coloro che si dicono preoccupati per la crisi del debito in Europa. Ma perché esattamente l’America dovrebbe essere così preoccupata? Sì, noi esportiamo verso l’Europa – ma queste esportazioni non si esauriranno. E in ogni caso, sono piccole rispetto alle dimensioni dell’economia statunitense.
Se si vuol capire la vera ragione, bisogna “seguire il denaro”. Un default greco (o irlandese o spagnolo o italiano o portoghese) avrebbe circa lo stesso effetto sul nostro sistema finanziario, dell’implosione di Lehman Brothers nel 2008.
Caos finanziario.
Gli investitori ne hanno già sentore. Le borse lunedì sono crollate ai minimi da 13 mesi a questa parte, in quanto gli investitori hanno venduto i titoli bancari di Wall Street.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali Wall Street ha prestato solo circa $ 7 miliardi alla Grecia, a partire dalla fine dello scorso anno. Questo non è un grosso problema.
Ma un default della Grecia o di qualsiasi altro Paese d’Europa gravato da debito potrebbe facilmente mandare a gambe all’aria le banche tedesche e francesi, che hanno prestato alla Grecia (e agli altri Paesi Europei traballanti) molto di più.
Ecco dove entra in gioco Wall Street. Le grandi banche di Wall Street hanno prestato una montagna di soldi alle banche tedesche e francesi.
L’esposizione totale di Wall Street verso l’insieme della zona euro ammonta a circa 2.700 miliardi di dollari. La sua esposizione verso Francia e Germania ammonta a quasi la metà del totale.
E non sono solo i prestiti di Wall Street alle banche tedesche e francesi ad essere preoccupanti. Wall Street ha anche assicurato o scommesso su tutti i tipi di derivati ​​provenienti dall’Europa – sull’energia, le valute, i tassi di interesse e gli swaps in valuta. Se va giù una banca tedesca o francese, gli effetti a catena sono incalcolabili.
Capito? Seguite i soldi: Se la Grecia va giù, gli investitori cominciano a fuggire anche da Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo. Tutto questo fa vacillare le grandi banche francesi e tedesche. Se una di queste banche crolla, o mostra segni di forte tensione, Wall Street è in guai grossi. Forse ancora più grossi di quanto non fossero dopo il crollo di Lehman Brothers.
Ecco perché le azioni della maggiori banche statunitensi sono in calo dal mese scorso. Morgan Stanley lunedì ha chiuso al suo livello più basso dal dicembre 2008 – e il costo per assicurare il debito di Morgan è salito a livelli mai visti dal Novembre 2008.
Si dice che Morgan potrebbe perdere fino a 30 miliardi di dollari se alcune banche francesi e tedesche fallissero. (Questo dal Federal Financial Institutions Examination Council, che tiene traccia di tutte le esposizioni transfrontaliere delle principali banche.)
30 miliardi di dollari sono circa 2 miliardi in più del patrimonio che Morgan possiede (in termini di capitalizzazione di mercato).
Ma Morgan dice che la sua esposizione alle banche francesi è pari a zero. Allora perché questa discrepanza? Morgan ha probabilmente stipulato un’assicurazione sui suoi prestiti alle banche europee, come anche ha delle garanzie da parte loro. Così Morgan si considera come se non fosse esposta.
Ma qualcuno ricorda qualcosa come AIG? Era il gigante delle assicurazioni, che è fallito quando Wall Street ha iniziato a crollare. Wall Street pensava di aver assicurato le sue scommesse con AIG. Sbagliato, AIG non poteva pagare.
Non siamo già passati da qui?
I Repubblicani e i dirigenti di Wall Street che continuano a martellare contro la Dodd-Frank hanno torto marcio. Il fatto che nessuno sembra essere al corrente dell’esposizione di Morgan sulle banche europee o sui derivati – o della maggior parte degli altri giganti bancari di Wall Street – mostra che la Dodd-Frank non è andata abbastanza lontano.
I regolatori ancora non sanno cosa sta succedendo a Wall Street. Non hanno un’idea chiara sull’esposizione in derivati dei giganti americani delle istituzioni finanziarie.
È per questo che i funzionari di Washington sono terrorizzati – ed è per questo che il Segretario al Tesoro Tim Geithner continua a pregare i funzionari europei di salvare la Grecia e gli altri Paesi europei fortemente indebitati.
Diversi mesi fa, quando la crisi del debito europeo ha cominciato a diventare evidente, le banche di Wall Street hanno detto di non preoccuparsi. Avevano poca o nessuna esposizione ai problemi dell’Europa. La Federal Reserve ha detto la stessa cosa. Nel mese di luglio, Ben Bernanke ha rassicurato il Congresso che l’esposizione delle banche degli Stati Uniti verso le nazioni europee in crisi era “molto piccola”.
Ora ascoltiamo un’altra musica.
Non vi sbagliate. Gli Stati Uniti vogliono che l’Europa salvi i suoi membri fortemente indebitati, in modo che possano ripagare quello che devono alle grandi banche europee. In caso contrario, le banche potrebbero implodere – trascinando con sè Wall Street.
Ironia vuole che alcune delle nazioni europee indebitate (l’Irlanda è l’esempio migliore) siano sprofondate nel debito per salvare le loro banche dalla crisi iniziata a Wall Street.
Il cerchio è chiuso.
In altre parole, il vero problema non è la Grecia. E nemmeno l’Irlanda, l’Italia, il Portogallo o la Spagna. Il vero problema è il sistema finanziario – centrato su Wall Street. E non l’abbiamo ancora risolto.
Robert Reich

Fonte: vocidallestero

[grassetti nostri]

I “manifestanti pacifici” non sono tutti uguali

Per capire come funzionano i raggiri mediatici delle liberaldemocrazie, c’è un sistema che funziona discretamente bene. Si ascoltino le “notizie” fornite dai loro “media” e si considerino bene il luogo e i protagonisti. Ci si renderà conto che a scatenare “severe condanne” non sono “i fatti” in sé, quanto il contesto in cui avvengono situazioni perfettamente analoghe da una parte all’altra del mondo.
Infatti la differenza, per i “media”, non la fa tanto la “notizia” (perché non esistono per Lorsignori le “questioni di principio”), quanto il condimento di valutazioni negative, giudizi spietati e aggettivi demonizzanti a seconda del contesto in cui la medesima situazione si verifica. E si faccia caso anche se chi altrove fa le pulci a tutto elevando “autorevoli condanne”, in altri specifici casi tace sommamente.
Prendiamo il caso della protesta chiamata “Occupare Wall Street”. Senza entrare nel merito di chi la guida e con quali parole d’ordine viene portata avanti, è comunque trapelato almeno sulle agenzie (poco sui tg) che i manifestanti sono stati malmenati e arrestati a decine, non solo a New York, ma anche a Chicago.
Su vari siti è possibile vedere spezzoni video che mostrano la dura repressione condotta dagli agenti di polizia contro i manifestanti, con tanto di manganelli, gas al peperoncino e reti per catture di massa. Si vedono giovani che non hanno commesso alcuna “violenza” ammanettati e trascinati sanguinanti fino ai furgoni delle forze dell’ordine.
Una prima domanda sorge spontanea: ma la repressione di chi “manifesta” non porta dritti alle risoluzioni dell’ONU e poi ai bombardamenti della NATO? Va bene, non pretendiamo pari trattamento per tutti, ma almeno due “parole di condanna” da parte dei bellimbusti dell’UE (quelli che si alzano “scandalizzati” quando Ahmadinejad parla all’ONU), quelle sì!
Ma se impediscono un “Gay pride” a Mosca o a Belgrado, le tv si compiacciono nel mostrarci le “brutali” polizie russa o serba mentre arrestano i “manifestanti”, che in tal caso vengono definiti “pacifici” e “inermi”: si è senz’altro di fronte ad una “violazione dei diritti umani”!
e al contrario i poliziotti sono americani, i commenti negativi sono interdetti, si strozzano nella gola dei giornalisti, o magari – in virtù di quello spettacolare meccanismo che è l’autocensura – neppure sorgono nella mente di chi lavora nelle redazioni dei principali tv e giornali. In Gran Bretagna, al culmine delle insurrezioni nelle periferie, il primo ministro dichiarò d’aver preso in considerazione l’oscuramento dei “social network”, ma nessun “professionista dell’informazione” rilevò la comicità di tale affermazione, proprio mentre dalla stessa bocca – e da quella dei suoi omologhi occidentali – uscivano ‘lamentazioni funebri’ sulla “censura” dei medesimi Facebook e Twitter in Siria!
Lo stesso dicasi per gli onnipresenti “Amnesty” o “Human Rights Watch”: sempre in prima linea nel denunciare la “repressione del dissenso” negli Stati invisi all’Occidente, non fiatano quando la stessa cosa avviene in casa. Nei “Paesi canaglia” han plasmato così dei “santi profani” (i “dissidenti”), mentre in Occidente vi sono solo dei “teppisti”, dei “facinorosi” o tutt’al più delle persone indegne di figurare nel loro ‘martirologio democratico’ perché sotto la scure della Democrazia Incarnata.
Enrico Galoppini

Fonte: europeanphoenix.com

USA: un impero al tramonto ma per nulla mansueto

“Un’ attenta analisi della potenza nordamericana nel dopoguerra suggerisce che l’egemonia globale degli USA poggiava su due pilastri, in grado di sorreggersi reciprocamente.
Il primo pilastro era il ruolo di Wall Street come centro finanziario indiscusso del mondo, erede della City londinese, e più importante ancora, l’idea che il dollaro statunitense fosse e dovesse rimanere la valuta di riserva mondiale, così come la lira sterlina lo era stata fin dalle guerre napoleoniche.
Il secondo indispensabile pilastro della potenza nordamericana postbellica era il Pentagono, e l’affermazione degli USA, nell’agosto 1945, come maggiore potenza militare al mondo. Tramite il calcolato lancio delle bombe atomiche su centinaia di migliaia d’innocenti civili giapponesi, le élites statunitensi segnalarono che il predominante ruolo imperiale degli USA come finanziatori del mondo sarebbe stato sorretto dalla forza delle armi.
L’interazione tra la supremazia militare globale degli USA post-1945 – una supremazia mai veramente minacciata dai Sovietici – ed il loro ruolo di banchieri mondiali e fonte della valuta di riserva per gli scambi con l’estero, rappresentò la base da cui le élites statunitensi furono capaci di proiettare la propria potenza su gran parte del pianeta, almeno fino al cambio di secolo.
(…)
In un certo senso vi furono quattro distinte fasi dell’impero postbellico statunitense. La prima è quella che potremmo chiamare età dell’oro: dal 1945 fino all’agosto 1971, quando Nixon abbandonò il gold exchange standard di Bretton Woods. In questa fase gli USA detenevano il 70% circa dell’oro monetario globale, possedevano le risorse scientifiche ed industriali più avanzate, ed esportavano verso il resto del mondo. L’inflazione era minima. Il mondo mendicava un dollaro statunitense che era “buono quanto l’oro”.
La seconda fase è quella che chiamo “del riciclaggio dei petrodollari”. Il regime di cambi fluttuanti tra le valute, che cominciò nel 1971 con una drammatica svalutazione del dollaro pari al 40% del suo valore, fu rovesciato dall’apprezzamento del petrolio, pari al 400% tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, Questo choc petrolifero, come ho dimostrato dettagliatamente ed in esclusiva nel mio libro A Century of War, fu congegnato da Kissinger, i Rockefeller e le Sette Sorelle del petrolio per “salvare” il ruolo di moneta di riserva mondiale del dollaro, pur a spese della prosperità dell’economia industriale degli USA e di gran parte degli altri paesi. La strategia di salvare il dollaro tramite uno choc petrolifero fu tramata alla riunione del Bilderberg tenutasi nel maggio 1973 a Saltsjoebaden, in Svezia. Questa fase durò più o meno fino alla prevedibile esplosione della crisi del debito del Terzo Mondo, negli anni ’80.
La terza fase del Secolo Americano implicò il massiccio saccheggio dei paesi in via di sviluppo, strumentalizzando la crisi del debito ed il ruolo del FMI dì “gendarme” per conto di Chase Manhattan, Citibank, JP Morgan, Lloyds Bank ed altre potenze finanziarie anglo-americane. Potremmo definire questa fase quella del Washington Consensus. Il dollaro fu sorretto saccheggiando dapprima America Latina e Africa. Quindi, all’inizio degli anni ’90, con la “dollarizzazione” delle economie dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa Orientale, Russia inclusa ed ancora una volta sfruttando il FMI.
Questa terza fase esaurì le proprie fonti di sostentamento nel periodo 1997-2002. La fase finale dell’espropriazione delle economie sotto-sviluppate- del Sud, dell’Est e del Nord – raggiunse un limite o confine fisiologico approssimativamente nel 1997-98, quando Washington e Wall Street lanciarono un’operazione di guerra finanziaria che prese il nome di “Crisi asiatica”, e che distrusse il Giappone ed il modello delle Tigri asiatiche auto-sufficienti.
La fase terminale ha consistito nel volgersi all’interno, per un ultimo saccheggio di quanto rimaneva dell’economia statunitense – la fase della cartolarizzazione dei cespiti, nota nei media generalisti come “crisi immobiliare”. Essa segnò la quarta, e di fatto ultima, fase del Secolo Americano. Un fraudolento castello di carte finanziario cominciò a crollare nell’agosto 2007, quando scoppiò la cosiddetta crisi dei mutui sub-prime.
(…)
Fin dallo scoppio della crisi dei sub-prime, nel 2007, i salvataggi delle grandi banche congegnati da Wall Street hanno dato un contributo decisivo all’esplosione del debito federale statunitense. Quando George W. Bush conquistò la Presidenza, sul finire del 2000, il debito federale ammontava a 5.600 miliardi di dollari; gonfiatosi a circa 8.500 miliardi già entro l’inizio del 2007, oggi s’aggira sui 13.500 miliardi – una fase di crescita iperbolica o esponenziale del debito che nessuna nazione nella storia ha potuto sostenere a lungo senza incorrere nel collasso o nella guerra.
(…)
Quanto detto chiarisce che, così come la Gran Bretagna di fronte al suo esiziale declino dopo il 1873, le élites degli Stati Uniti non intendono accettare graziosamente un ruolo minore sulla scena internazionale. Ciò porta verso soluzioni drammatiche, molto probabilmente di natura militare, come avvenne nei tardi anni ’30 per “riordinare” la scacchiera mondiale. Sul piano interno ciò si traduce – ed è sempre più evidente – in una svolta significativa verso forme di controllo statale totalitario su una popolazione sempre più infelice. A livello internazionale, significa più pugno di ferro, sul modello Bush-Cheney. Sul finire del 2010 il Secolo Americano è un impero al tramonto. Ma per nulla intenzionato ad accettare mansuetamente il proprio destino. Il risultato è un miscuglio esplosivo, che agiterà il mondo intero nei mesi ed anni a venire.”

Da L’odierna posizione geopolitica degli USA, di F. William Engdahl, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 3/2010, pp. 58-63.
In tale numero, il cui dossario è dedicato agli Stati Uniti d’America, si segnalano altresì gli articoli Come nacque un “impero” (e come finirà presto) di Daniele Scalea, nonché Progetti e debiti di Fabio Mini.

Il macrobuco del debito pubblico USA

L’indice Dow Jones della borsa di New York, che può essere considerato il termometro dell’economia mondiale, pur in presenza di una crisi spaventosa, come quella in atto dal 2008, non è crollato. Infatti, prima della crisi, il Dow Jones aveva raggiunto il suo massimo storico per ciò che riguarda la chiusura di una giornata borsistica a 14.164,53 il 9 di ottobre del 2007; nel momento di massima crisi, il 9 marzo del 2009, l’indice è sceso fino a 6.547,05; quel giorno stava perdendo il 54% rispetto al suo massimo. E’ una caduta enorme ovviamente, ma non ha rappresentato il tracollo che molti avevano previsto, come nel 1929, quando il Dow Jones si era ridotto praticamente del 90%.
Chi scrive aveva previsto un tracollo dal 70% al 90%, ma aveva anche avvertito che la discesa poteva essere fermata, sia pure momentaneamente, grazie alle sovvenzioni pubbliche, ossia con quell’operazione che poi effettivamente si è data ed è passata alla storia col nome di “salvataggio delle imprese in crisi” da parte del governo statunitense, imitato nei rispettivi Paesi dagli altri governi occidentali. I dati ufficiali, fino ad oggi, parlavano di un trasferimento di denaro pubblico pari a 700 miliardi di dollari. Tale cifra per quanto potesse essere alta a noi è sempre sembrata poco credibile per riuscire a frenare il crollo dell’economia USA e quindi dell’indice di Wall Street.
Oggi, arriva la conferma: due giornalisti di Bloomberg, Marcos Pittman e Bob Ivry hanno ricostruito meticolosamente la vera somma di questi trasferimenti pubblici per salvare l’economia statunitense. In sostanza, i due giornalisti assicurano che la somma trasferita dal governo USA alle imprese in crisi è stata di 14.700 miliardi di dollari, cifra superiore allo stesso PIL USA del 2010 ed equivalente a quasi un terzo di tutto il PIL mondiale. Tale somma, stando ai due giornalisti di Bloomberg, sarebbe uscita dalla Federal Reserve, la banca centrale USA.
Solo una cifra del genere poteva essere sufficiente a frenare – e ripetiamo momentaneamente – il tracollo finanziario di Wall Street. A questo punto sorge una domanda. Questo enorme flusso di denaro pubblico non è riflesso nei conti ufficiali del debito pubblico USA, nei quali appunto sarebbero confluiti solo 700 miliardi. Ma, allora quanto è grande il debito pubblico statunitense? La domanda ovviamente non interessa solo gli USA, ma tutto il mondo ed in particolare il gemello siamese occidentale, cosi intimamente legato agli USA: se crollano gli USA, le conseguenze saranno catastrofiche per tutto l’occidente.
Ad oggi il debito pubblico ufficiale degli USA è circa 14.100 miliardi; se a questo aggiungiamo le cifre riportate dai giornalisti di Bloomberg, non possiamo che arrivare alla conclusione che il debito pubblico USA sarebbe vicino ai 30.000 miliardi di dollari e di conseguenza il tracollo economico degli USA è più imminente di quanto si possa credere. Conflittualità sociale e interetnica, inflazione e vaticinati separatismi saranno presto notizie della twitter ribellione statunitense?
Attilio Folliero

[Fonte: ucv-italiano]

Non è tempo di far poesie

Lasciamo perdere se e quanto queste valutazioni di Moody’s, Standard & Poors o Fitch Rating siano fondate (ne parleremo in altra occasione), quello che colpisce è che, ancora oggi, dopo i disastri combinati sulle banche americane (vi ricordare le “tre A” accordate alla Lehman Brothers sino all’antevigilia del fallimento?), esse continuano ad avere una influenza enorme sui mercati finanziari.
(…)
Il punto è che tutte tre le agenzie hanno base nei dintorni di Wall Street e non hanno rapporti casuali e sporadici con le maggiori banche di investimento americane, con la FED e con l’amministrazione USA. E qui si capisce la miopia delle classi dirigenti (sia politiche che economico-finanziarie) europee che non hanno neppure tentato di darsi strumenti di contrasto, accettando supinamente il monopolio USA in materia. Oggi arriva il conto. Solo ora, dopo che tutte le vacche sono scappate, si cerca di chiudere la stalla e la BCE pensa di avocare a sè il servizio di rating sul debito degli stati dell’Unione. Bisognava davvero aspettare il 2010 per farlo?
Non sappiamo come si uscirà da questa crisi e quali saranno i prezzi che l’Europa dovrà pagare al piatto servilismo delle sue classi dirigenti verso gli USA, ma è sicuro che sarà necessario cambiare registro.
Gli USA hanno una capacità di analisi, di intervento e di influenza dell’opinione pubblica semplicemente incomparabili con quelli dell’Europa: siamo allo scontro fra la cavalleria polacca con i carri armati della Wermacht. La politica europea è restata enormemente indietro in particolare sul piano delle capacità di analisi strategica: dobbiamo entrare nell’ordine di idee per cui non solo le banche centrali, i governi, i servizi di informazione e sicurezza, le maggiori aziende devono darsi centri di osservazione ed analisi in grado di competere con quelli americani, ma anche i partiti politici, i sindacati, gli enti locali ecc. devono iniziare a ragionare in termini di analisi strategica e dotarsi di strutture adeguate, nei limiti delle loro disponibilità. Il tempo della “politica spettacolo” (che, ormai, è diventata la “politica avanspettacolo”) è finito, a meno di non accettare l’idea di essere rapidamente ridotti alla più completa marginalità.
Non è tempo di far poesie sulla passione e le emozioni, è il momento del linguaggio arido delle cifre e delle deduzioni logiche. Il resto è ciarpame.

Da La guerra del rating: urge attrezzarsi, di Aldo Giannuli.

Un monopolio made in USA

Hanno fatto l’eutanasia allo Stato sociale che era il cemento che coesionava e rendeva più solido il modello economico e politico europeo e giapponese. Elites ed oligarchie, ispirate al modello di accumulazione dei Morgan, Drake e capitan Uncino, si impegnarono a trasformare l’Europa in una fotocopia degli USA. Però senza forza militare autonoma e senza visione geopolitica: tutto nelle mani dei banchieri centrali (senza eccezioni, garzoni andati a bottega da Goldman Sachs et similia).
Hanno ridato in pasto l’Europa a quel FMI che – quasi estromesso dalle latitudini sudamericane – ora ritrova una Terra Promessa non solo nella bushista “nuova Europa”, ma persino a Bruxelles e Francoforte. Wall Street non si accontenta, va alla caccia grossa contro l’anello mediterraneo: alla carica dell’argenteria di famiglia. Puntano agli Stati fondatori dell’unificazione europea. Si tratta di minare l’euro e minimizzare la concorrenza globale europea. Il dollaro deve rifiatare e gli USA devono mettere il freno a mano nella picchiata dell’egemonismo che sta divenendo sempre più relativo.
Tant’è vero che hanno perso protagonismo persino in quell’America Latina in cui la facevano da padroni, dove la vivisezione neoliberista – inaugurata dal noto filantropo Pinochet – produsse ferite mortali e traumi profondi che  - oggi – sono diventati anticorpi.
La filastrocca della fu globalizzazione ha finito per produrre il risorgimento di categorie date per spacciate anzitempo: sovranità nazionale, identità nazionali e sociali, autodeterminazione, rottura dei monopoli, dualismo e complementarietà economica, unificazione non solo dei mercati, ecc.
E’ il cosiddetto “populismo” che fa arricciare i nasi siliconati nelle redazioni europee ma fa diminuire i déficit, aumenta le riserve monetarie nazionali e consente politiche redistributive. Mantiene il FMI fuori dall’uscio di casa o dalla cucina. Vedere per credere. Basta dare una scorsa alla graduatoria mondiale dei Paesi più indebitati oggi e nel 1990: esiste il BRIC e i fondi nazionali sovrani.
Ha permesso di dare impulso ad un blocco sudamericano, con una integrazione regionale lenta e contraddittoria, però con visione e progettualità geopolitica, inserita nel multipolarismo, senza le mani legate dai dogmi macro-economici e dai miraggi di fine Millennio del gioco d’azzardo delle tre carte della cupola del rating: che è un monopolio made in USA.

Da Europa in mano alla mafia del “rating”, di Tito Pulsinelli.

Questo è becero complottismo!

Con la fine del 2009, anno di sconfitte strategiche per gli USA, si sta assistendo a una probabile ondata colorata nelle capitali europee: Roma, Parigi, Atene sono le prime piazze. Sicuramente altre se ne aggiungeranno: Madrid, Berlino, Bucarest; manifestazioni coloratissime che seguiranno di pari passo il tracciato dei gasdotti Southstream e Northstream, con altrettanti capetti piazzaioli che, edotti dalla famelica lettura di riviste di tecnologia bellica, decideranno dove compiere, di volta in volta, le loro prodezze antisistema: oggi a Roma, punita anche per i suoi recenti colpi di testa geopolitici. Infatti, come dice il sito statunitense di studi strategici Stratfor, in una recente valutazione della marina iraniana, ‘le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso le loro capacità militari negli ultimi anni, grazie a navi e tecnologie provenienti dalla Cina, Corea del Nord e Italia e ora implementate su alcune delle imbarcazioni più veloci della regione. Ciò dovrebbe comportare minare lo Stretto di Hormuz e gli stretti canali di navigazione del Golfo Persico’. L’impatto ‘Sarebbe immediato e drammatico … L’effetto sui prezzi del petrolio sarebbe grave.’ L’Italia, così, si mette sotto una pessima luce, agli occhi del suo potente patron d’oltreatlantico e del suo amichetto occupante ‘Galilea e Samaria’.
Domani, già avvertono i trombettieri delle giubbe viola, toccherà a Parigi, dove Sarkozy ha deciso di vendere a Mosca alcune unità navali per operazioni anfibie, della classe ‘Mistral’.
Ovviamente i nostri ‘coloured bloc’ si affannerebbero a leggere anche cartine geografiche e quotidiani economici, con la speranza di rilevare accordi economico-commerciali tra nascenti ‘imperialismi’. Come, appunto, nel caso dei gasdotti volti a scavalcare quel muro yankee posto a oriente dell’Europa. Un muro formato dai governi filo-statunitensi del Baltico, di Polonia, Ucraina, Georgia, Albania…
Notare come in Grecia, oggi, dopo tre giorni di scontri e manifestazioni, tra i mille fermi e i 150 arresti causati delle dimostrazioni, e che il sistema mediatico atlantista definisce, certo disinteressatamente, la ‘prima rivolta locale a livello mondiale’, vi siano centinaia di giovani di 26 paesi di quattro continenti, i cui più attivi e presenti sono albanesi, seguiti da georgiani e ucraini,… poi italiani, tedeschi, finlandesi, inglesi, e… bulgari, lettoni e polacchi. Il virus rivoluzionario, anarcoide e anticapitalista ha già infettato le ex-repubbliche del Blocco Orientale? E tutti costoro, casualmente, si sono scoperti ferventi nemici del capitalismo non a casa propria, ma ad Atene. Già, Atene, altra coincidenza, la Grecia negli ultimi anni ha acquistato notevoli quantità di materiale bellico. Materiale proveniente dalla Federazione Russa: hovercraft d’assalto anfibio, blindati, cingolati e i famigerati missili S-300, venduti a Cipro, via Atene. È questo il vero motivo della presenza di albanesi, bulgari, ucraini e georgiani, cioè di tizi provenienti, casualmente, da nazioni che hanno subito le rivoluzioni colorate finanziate dalle fondazioni di Mr. Soros?
La calata dei coloured-bloc, succedanei ai black-bloc nordeuropei, è stata determinata solo dalla crisi economica che colpisce Atene, crisi causata dalle politiche neoliberiste e monetariste imposte anche dal succitato miliardario genocida George Soros? Oppure c’entra abbondantemente, anzi decisamente, il fatto che la ‘Seconda Roma’, stringendo la mano alla ‘Terza Roma’, abbia irritato i soliti notissimi circoli dominanti presenti allo SHAPE, a Bruxelles, o schierati lungo il ‘braccio di mare’ che si estende tra Londra e New York (il cosiddetto Atlantismo)?
Questo è becero complottismo! Direbbero diverse categorie di presunti ‘antimperialisti’ e di ancor più presunti ‘marxisti-leninisti’ colorati di viola e guidati da duci come il ‘Vecchio Forcone’, il ‘Giovane Forcaiolo’ e la ‘Forchetta Ululante’… Forse è così, ma rimarrebbe da spiegare l’ampia presenza per le strade di Atene di scalmanati casseur, provenienti da ‘casuali’ paesi poveri, dai servizi costosi e dai bassi redditi, quali l’Albania, l’Ucraina e la Georgia.
Una differenza salta subito agli occhi: ad Atene si testa la versione hard del tele-sovversivismo colorato, quello armato di mazze e violento. A Roma, e prossimamente a Parigi, si utilizza la versione soft, da ‘indiani-colorati-metropolitani’, da ‘società civile’, per portare avanti l’agenda dei notissimi burattinai. Le società di marketing avranno fatto le dovute ricerche, analizzando la società in cui operare, per spacciare e vendere il ribellismo sociale preconfezionato dalle ‘Ditte’ dedite alla ‘Democracy Export’. Nero black-bloc ad Atene, Viola moralista a Roma. Ma non è detto che le suddette aziende non pensino di somministrare la ricetta ateniese anche al resto dell’Europa, a quella ‘civilizzata’, mitteleuropea e occidentale. Dipenderà da quanto persisteranno il Papi, Sarkò e friends nel volere allacciare scandalosi rapporti con una Noemi da Mosca o con una Patrizia da Ankara. Rapporti non graditi presso i notissimi rotary di Washington-London-Telaviv, e ritenuti vergognosissimi presso i kiwanis salottieri di Roma, Torino e Ginevra…
Lì, sono più graditi i ‘sani’ rapporti intimi con la ‘Brenda’ di Chicago, citofonare al 1600 di Pennsylvania Avenue, o con la ‘Natalì’ che riceve al N°10 di Downing Street…
Di certo, queste professioniste ci stanno preparando, assistite dai loro pusher, magnaccia e dal gramsciano ‘popolo di scimmie’, dei ‘giochetti’ niente male per il 2010.

P.S.: Fa specie che personaggi della cosiddetta controinformazione, pretesi amici della Russia, (ma chi frequenta Gorbachov e la sua fondazione, in fondo, quanto è amico della Russia?) nonostante sappiano benissimo cosa si cela dietro le kermesse colorate, si schierino a fianco delle tele-rivolte, che possono solo sfociare in governi ‘tecnici’, pronti ad attuare riforme di strutture e politiche internazionali dettate dalla City e dal Pentagono. Tanto per essere chiari: saccheggio del risparmio delle famiglie, conservato nel sistema bancario nazionale, e abbandono di ogni accordo con il cerbero Putin-Gheddafi-Erdogan, magari sostituendo il gas di questi ’orchi’, con quello israeliano, così elegantemente sottratto a Gaza, proprio un anno fa.

Coloured-Bloc, di Alessandro Lattanzio.
[grassetto nostro]

Il bilancio USA per la “difesa”

Lo scorso 24 settembre, nel pieno della bagarre sui miliardi di dollari dei contribuenti da erogare per il salvataggio di Wall Street, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la legge che autorizza uno stanziamento di $612 miliardi per il settore della “difesa” nel 2009, senza alcun accenno di protesta pubblica né uno straccio di commento da parte degli organi di informazione.
Il provvedimento include 68,6 miliardi per il proseguimento delle operazioni belliche in Irak ed Afghanistan, che rappresenta però solo una parte dei costi totali su base annua di queste guerre (il resto verrà stanziato con futuri provvedimenti a carattere aggiuntivo). Esso comprende anche un aumento degli stipendi per il personale militare pari al 3,9% e le risorse necessarie per la costruzione della stazione radar in Repubblica Ceca, nell’ambito del progettato scudo antimissile in Europa orientale. La legge è stata approvata con 392 voti favorevoli e 39 contrari ed ora passerà al Senato, dove un provvedimento similare ha già ottenuto l’assenso.
La spesa annuale da parte degli Stati Uniti in “sicurezza nazionale” – che significa il bilancio della “difesa” più tutte quelle spese a carattere militare che sono nascoste nel bilanci dei ministeri dell’Energia, Affari Esteri, Tesoro, Veterani, della CIA e di numerosi altri enti nel ramo esecutivo – già ammonta ad oltre un trilione di dollari, una somma maggiore dei bilanci della difesa di tutti gli altri Stati al mondo messi insieme. Non solo non c’è stata alcuna significativa copertura informativa su questo ultimo finanziamento, ma nemmeno si è percepito il minimo segnale dell’urgente necessità di indagare sulla relazione esistente tra l’elefantiaco apparato militare statunitense, le strabilianti spese per armamenti, le guerre straordinariamente costose (e fallimentari), da una parte, e la catastrofe finanziaria, dall’altra.
L’unico commento, pervenuto a livello parlamentare riguardo la misura del bilancio militare statunitense, è stata la solita pomposa fesseria sul fatto che un fallimento nella votazione della legge di bilancio avrebbe rappresentato un tradimento delle truppe. L’anziano senatore repubblicano John Warner ha infatti implorato i suoi colleghi di partito di votare il provvedimento “in segno di rispetto del personale militare”.