Casi d’intelligence – vite esemplari

Sonia Mancini, quarant’anni, livornese.
Tenente della Riserva selezionata dell’Esericito Italiano, da oltre cinque mesi a Baghdad è il capo dell’ufficio Affari Pubblici nella missione NATO di addestramento delle forze di sicurezza irakene. In tale veste, è la portavoce del generale di divisione Paolo Bosotti, vice comandante della missione.
Dopo un corso di addestramente della durata di due mesi, svolto presso la Scuola di Applicazione ed Istituti di Studi Militari a Torino, ora fa parte del gruppo degli “esperti della Comunicazione”. L’Esercito può inviarla in un teatro operativo per un periodo complesivo di ventiquattro mesi.
Oggi lavora per lo più nella blindatissima Zona Verde di Baghdad, incontrando giornalisti iracheni e stranieri, accompagnando il generale Bosotti nelle riunioni con politici e militari, impartendo lezioni di comunicazione ad ufficiali, funzionari e dirigenti locali. Di notte, dorme in un container mimetizzato, coperto da sacchi di sabbia. Compagna di stanza un’ufficiale danese. I momenti di relax – con altri militari di vari Paesi, diplomatici, funzionari internazionali e contractors – li trascorre vicino alla piscina della vecchia ambasciata statunitense.
Quando va male, ci sono i bunker, dipinti di giallo fluorescente, che dice di non perdere mai di vista. A chi le chiede se tale situazione non sia un po’ claustrofobica, risponde: “Claustrofobico stare a Baghdad e volare su un elicottero Black Hawk ogni settimana? No, lo assicuro… E’ bellissimo!”.
Difatti, ora che sta scadendo il suo primo mandato, spera che le rinnovino l’incarico.

Ah, dimenticavamo. Nella vita fa la giornalista, a La7. Assunta a tempo parziale.

Basi USA in Irak

La legge di bilancio supplementare per le operazioni militari in Irak, siglata dal Presidente Bush nel maggio 2005, quantificava i fondi per la costruzione delle basi destinate ad ospitare i soldati statunitensi, descrivendole come “in alcuni casi molto limitati, insediamenti a carattere permanente”. All’epoca, le forze armate USA occupavano in Irak 106 installazioni, secondo il Washington Post che riportava inoltre l’intenzione dei responsabili militari di consolidare queste installazioni in quattro grandi basi aeree. In verità, altre fonti – riferendo della volontà statunitense di instaurare un rapporto di lunga durata con il nuovo governo iracheno – già precedentemente avevano accennato a progetti per molte più basi permanenti, esattamente nel numero di 14.
Secondo l’Iraq Study Group, alla fine del 2006 c’erano in Irak ancora 55 basi statunitensi, e le richieste finanziarie del Pentagono nel 2007, necessarie per costruire enormi sale di ristorazione, nuove piste di atterraggio e varie altre infrastrutture, difficilmente potrebbero essere interpretate come l’indicazione di un imminente ritiro. L’accordo di sicurezza fra Stati Uniti ed Irak che dovrebbe essere firmato dal nuovo governo iracheno che uscirà dallo scrutinio del prossimo ottobre, andrà molto probabilmente a legalizzare le seguenti 14 basi militari permanenti, che al termine dei lavori di approntamento saranno capaci di ospitare circa 80.000 uomini in vista di future operazione nella regione:
1. Zona Verde di Baghdad: attualmente ospita gli uffici delle maggiori società di consulenza statunitensi e l’ambasciata USA, la più estesa mai realizzata al mondo (pari a sei volte la sede dell’ONU a New York);
2. Camp Falcon – Al Sarq nei pressi di Baghdad, con una capacità di 5.000 uomini;
3. Camp Victory – Al Nasr a 5 km dall’aeroporto internazionale di Baghdad, potrà ospitare più di 14.000 soldati;
4. Camp Anaconda – Balad Air Base, la più grande infrastruttura logistica statunitense in Iraq (15 miglia quadrate e capace di ospitare fino a 20.000 uomini), è il secondo aeroporto al mondo per volume di traffico, superato soltanto da quello londinese di Heathrow;
5. Camp Taji, precedentemente sede della Guardia Repubblicana irachena, ora contrassegnato da un Burger King ed un Pizza Hut;
6. Al Taqaddum Air Base, nell’Iraq centrale ad una settantina di chilometri dalla capitale;
7. Camp Fallujah, localizzata nell’area più problematica di tutto il Paese;
8. Camp Speicher nei pressi di Tikrit, 170 chilometri circa a nord di Baghdad;
9. Camp Al Qayyara, 80 chilometri a sud-est di Mossul;
10. Camp Marez, presso l’aeroporto della stessa Mossul;
11. Camp Renegade, strategicamente insediata vicino ai giacimenti petroliferi, raffinerie ed impianti petrolchimici della città di Kirkuk;
12. una base di cui non si conosce il nome né l’esatta localizzazione, in via di costruzione nell’area fra Erbil e Kirkuk;
13. Al Talil Air Base, a pochi chilometri da Nassiriyah;
14. infine la Patrol Base Shocker, operativa dal novembre 2007, è situata a ridosso del confine con l’Iran presso la città irachena di Badrah ed ospita un centro di intelligence militare e civile che tiene sotto controllo le attività dell’ingombrante vicino.

La versione americana della colonia è la base militare

Pur in presenza di un debito estero da capogiro, oltre 8.000 miliardi di dollari nel 2007, il bilancio militare degli Stati Uniti ha superato i 625 miliardi durante lo stesso anno e raggiungerà i 640 nel 2008 (in confronto ai 47 della Russia ed ai 43 dell’intera Unione Europea…). Alla fine degli anni settanta, esso ammontava a circa 100 miliardi, era triplicato all’inizio degli anni novanta, nel 2001 era pari a 404 miliardi. Nel 2006 corrispondeva al 3,7% del Pil statunitense ed a poco meno di mille dollari procapite.
Certo, c’è da dire che gli Stati Uniti mantengono 700 e più installazioni militari (il numero non è definibile in modo certo, per motivi di segretezza) in Europa, Africa, Vicino Oriente, Golfo Persico, Asia Centrale, Oceania ed Estremo Oriente, ed in mare una forza aereonavale di 9 portaerei, 75 sommergibili ed uno stuolo di incrociatori, fregate lanciamissili, corvette e naviglio di difesa costiera, scorta ed appoggio.
Secondo il Rapporto Gelman, militari statunitensi sono presenti in 156 Paesi mentre le basi militari sono installate in 63 Stati di quattro continenti. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro possedimenti, le basi coprono una superficie totale superiore a 2 milioni di ettari, cosa che fa del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta.
Il numero totale di personale civile e militare statunitense residente in permanenza fuori dal territorio metropolitano è stimato, anche se fluttuante, in 366.000 unità. Di questi, 116.000 sono di stanza in Europa, di cui 75.000 circa in Germania. Secondo le statistiche del Dipartimento della Difesa statunitense, riferite al 31 dicembre 2005, circa 271.000 di queste unità sono di personale militare: 96.000 operano in Paesi Nato, e l’Italia ne ospita più di 11.000. Non meno significativi i contingenti dispiegati in Giappone (35.000) e Corea del Sud (30.000).
L’operazione Iraqi Freedom è condotta da 207.000 effettivi, quella Enduring Freedom in Afghanistan da 20.400: di questi, una percentuale di circa il 10% è stata dislocata a partire dai contingenti statunitensi sparsi nel mondo (in particolare, dalla Germania).
Per la gestione del centro di detenzione di Guantanamo, dulcis in fundo, sono impiegati circa 1.000 soldati.

Le statistiche ufficiali, per quanto accurate, mancano di menzionare alcuni importanti insediamenti: ad esempio, il Base Structure Report del 2003 non nominava l’immensa base di Camp Bondsteel in Kosovo, e diversi altri insediamenti in Afghanistan, Iraq, Israele, Kuwait,  Qatar e Kirghizistan,ed Uzbekistan. Nemmeno citava importanti infrastrutture militari e spionistiche presenti nel Regno Unito, a lungo convenientemente classificate come basi dell’aviazione britannica.
Usando onestà, probabilmente si arriverebbero a contare non meno di 1.000 installazioni militari statunitensi in Paesi stranieri, ma nessuno – allo stato attuale neanche lo stesso Pentagono – è in grado di determinare questa cifra con certezza.

Alcune curiosità, per finire:
– alla base di Camp Anaconda, vicino a Baghdad, sono in funzione nove linee di autobus interne per trasportare i soldati ed il personale civile nel suo perimetro di 25 kmq;
– negli ospedali militari delle basi all’estero è proibito, alle 100.000 donne che vivono in esse (comprese quelle che ivi lavorano, mogli e congiunte dei soldati), sottoporsi ad operazioni di aborto;
– la base di Camp Lemonier a Gibuti, storico insediamento della Legione Straniera Francese, oggi è occupata da quasi 2.000 soldati statunitensi, a presidio dell’ingresso al Mar Rosso;
– fra i numerosi progetti di nuove basi (loro lo chiamano “riposizionamento”), gli Stati Uniti pensano di mettere sotto il loro diretto controllo un’area pari a quasi un quarto dell’intera superficie del Kuwait, dove organizzare i rifornimenti del contingente impiegato in Iraq e consentire ai burocrati della cosiddetta Zona Verde di Baghdad di “ritemprarsi” (lontano dagli ormai quotidiani tiri di mortaio della resistenza irakena…).

Un tempo, era possibile tracciare la diffusione dell’imperialismo contando il numero di colonie sparse per il mondo.
La versione americana della colonia è la base militare.