Li chiamano accordi

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Il tema degli accordi bilaterali siglati tra l’Italia, gli Stati Uniti e la NATO per regolare lo status giuridico-economico delle basi militari presenti sul territorio italiano è assai complesso e controverso.
A partire dalle clausole segrete contenute nella Convenzione d’armistizio del 3 settembre 1943 e del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.
Il Decreto del Presidente della Repubblica n. 2083 del 18 settembre 1962 ha reso esecutivo il trattato tra Italia e NATO sulle particolari condizioni di installazione e funzionamento nel territorio italiano dei Supreme Headquarters Allied Powers Europe (SHAPE), ossia i quartieri generali interalleati. Esso fu firmato a Parigi il 26 luglio 1961 e riconosce una serie di immunità ai beni immobili e mobili, ed al personale militare di rango elevato, nonché varie esenzioni ed agevolazioni di carattere fiscale e doganale. Niente di trascendentale a dire il vero, il che potrebbe dar credito a coloro che sostengono l’esistenza di un’altra versione del trattato, tuttora sconosciuta.
L’accordo principale è comunque il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) firmato il 20 ottobre 1954 dal ministro Scelba e l’ambasciatrice statunitense Clare Booth Luce. Un testo mai ratificato dal Parlamento, in palese violazione della Costituzione, e probabilmente destinato a rimanere segreto dal momento che non può essere desecretato unilateralmente dal governo italiano, il quale comunque non sembra affatto intenzionato a farlo.
Il Memorandum d’intesa tra i governi di Italia e Stati Uniti del 2 febbraio 1995, detto Shell Agreement, si articola in cinque articoli e due annessi che si limitano a ribadire la cooperazione militare con gli Stati Uniti. L’accordo, reso pubblico dopo la strage del Cermis del 1998 su richiesta degli inquirenti, rimanda ogni questione specifica ad “accordi tecnici negoziati per ciascuna installazione e/o infrastruttura”, i cosiddetti technical attachments, e quindi cosa ci sia nelle basi e che attività vi si svolgano sono dati che continuano a rimanere segreti. Infine, sebbene il Memorandum disponga che le strutture delle basi siano ufficialmente sotto controllo italiano, che il Comandante USA informi preventivamente le autorità italiane su ogni movimento di armi e personale e qualunque problema o inconveniente si verifichi, il pieno controllo sul personale, l’equipaggiamento e le operazioni permane in capo agli Stati Uniti, senza che vi siano sanzioni per la violazione di queste disposizioni.
Alla famiglia degli accordi bilaterali negoziati per regolare il funzionamento di singole installazioni appartiene quello firmato il 16 settembre 1972 dal governo Andreotti a proposito della base navale statunitense sull’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna. Secondo il “Briefing Paper on La Maddalena: a key site for sixth fleet Tomahawk Cruise Missile” degli analisti William Arkin e Joshua Handler pubblicato nel 1988, basato su documenti ufficiali declassificati, in questa che è una delle aree naturalistiche più belle del mondo erano depositati ordigni nucleari. Non sulla terra ferma però ma nella nave Emory Land ormeggiata alla base, fra l’altro frequentata da numerosi sottomarini nucleari. Da La Maddalena gli statunitensi se ne sono definitivamente andati – dopo trentacinque anni – lo scorso 29 settembre 2007, lasciando una montagna di problemi sanitari e di inquinamento, probabilmente provocati dagli incidenti verificatisi ai sommergibili di passaggio (l’ultimo nel 2003 al Hartford, causa della immediata rimozione dei dirigenti della base). Gli istituti di ricerca operanti nell’area hanno da una parte rilevato significative tracce di plutonio radioattivo, dall’altra percentuali di incidenza dei tumori molto più elevate rispetto alla media italiana.
La conclusione che legittimamente è possibile trarre è che gli accordi bilaterali rendono le basi USA-NATO sostanzialmente sovrane, enclavi che come San Marino e la Città del Vaticano godono dell’extraterritorialità (de jure o de facto, fa ben poca differenza) ma che rispetto a queste ospitano anche armi di distruzioni di massa: per la precisione, 50 testate nucleari nella base di Aviano in provincia di Pordenone e 40 in quella di Ghedi-Torre in provincia di Brescia. Tutte del tipo B-61, con potenza variabile fra i 45 ed i 107 kilotoni, che non si prestano ad essere montate su missili ma possono essere sganciate dai cacciabombardieri.
Anche per il dispiegamento di armi atomiche, esiste un accordo – segreto e mai sottoposto all’esame del Parlamento – tra Italia e Stati Uniti: si chiama Stone Ax (Ascia di Pietra) ed è stato firmato tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Lo Stone Ax è stato rinnovato nel 2001 (precisamente l’11 settembre…), ma la sua esistenza è venuta alla luce solo nel 2005. Ad esso si affiancherebbero un Programma di cooperazione – in cui si stabiliscono le unità speciali italiane che si devono addestrare all’uso eventuale delle armi nucleari ed i tipi di armi che gli Stati Uniti assegnano all’utilizzo delle forze armate nostrane – ed un Accordo sui depositi nucleari – che stabilisce la loro dislocazione, la ripartizione dei costi e che le armi in essi contenute sono custodite da militari statunitensi mentre la sicurezza esterna dei depositi è a carico dell’Italia. Entrambi ugualmente segreti.
Dopo la scomparsa della minaccia – sempre che fosse mai stata tale – sovietica, pare che siano stati proprio i governi dei Paesi europei, ed in particolare quello italiano, ad insistere per continuare a godere di un ombrello nucleare, nonostante gli Stati Uniti oggi siano in grado di colpire con missili lanciati dal loro territorio qualsiasi obiettivo nel raggio di azione dei bombardieri stanziati in Europa. Questo per non perdere peso (ma quale?, vien da chiedersi) in ambito NATO. E fortuna che il nostro paese ha aderito ai programmi per la non-proliferazione delle armi atomiche, oltre – come è ben noto – ad aver ripudiato la tecnologia nucleare per uso civile.

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4 thoughts on “Li chiamano accordi

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