“La mia idea è nota ed ormai stantia”

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Con queste parole il generale di Corpo d’Armata in ausiliaria Fabio Mini definisce le proprie posizioni in merito all’assetto dell’esercito italiano e del futuro esercito europeo. Vi proponiamo al riguardo una citazione delle considerazioni essenziali che Mini ha svolto recentemente al convegno dell’Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa (ISTRID) e che saranno approfondite in un libro di prossima uscita.

“I ventisette paesi dell’Unione Europea hanno milioni di addetti alla sicurezza. L’esempio e i dati di riferimento europei così cari ai nostri contabili in uniforme quando vogliono dimostrare che siamo “i fanalini di coda” sono in verità le prove di uno scandalo di proporzioni enormi nella gestione delle risorse. Con i suoi 27 paesi, l’Unione ha 1.887.688 soldati e tre milioni di soldati di riserva: oltre il doppio delle forze americane. Ha 12.352 carri armati mentre Usa e Russia non superano gli 8.000 ciascuno; ha più navi e sommergibili – duecentottantotto – della Russia (81) e degli Stati Uniti (190) messi assieme, ha più aerei da combattimento (3.041) della Russia (2.242) e tanti quanti gli Usa (3.099), più aerei da trasporto (860) di Usa (550) e Russia (293) assieme. I 27 paesi spendono 200 miliardi di dollari per la Difesa. (…)
Secondo i conti del nostro Ministero della Difesa, l’Italia, oggi, con i suoi dichiarati 16 miliardi di dollari di budget rappresenta l’8% del totale europeo per un costo di circa 84.000 dollari per uomo o donna alle armi. Tuttavia, quando tutti i paesi dell’Unione devono decidere un’operazione comune devono chiedere fondi straordinari riuscendo a malapena a mettere insieme qualche migliaio di uomini. Non riescono ad esprimere né una forza operativa credibile né una politica più dignitosa del comodo traino da parte degli Stati Uniti e della sudditanza nei loro riguardi. Questo vuol dire che in Europa veramente stiamo sprecando risorse, tempo e intelligenza. E’ perciò inevitabile che con questo tipo di politica si perda consenso, e anche per questo ogni anno siamo costretti ad assistere al gioco delle parti tra chi vuole tagliare e chi piange per avere. (…)
In Europa ci si lamentava di non avere una politica estera e di sicurezza comune perché mancava un esercito europeo. Per varare il progetto di un esercito di 60.000 uomini ci sono voluti quasi dieci anni ed ancora non è completato. Quando vedrà la luce non sarà comunque un esercito né economico né integrato. Richiederà risorse aggiuntive, o da sottrarre ad altre esigenze, e sarà la sommatoria di varie disponibilità “compatibili”. Quello che uscirà, quando uscirà, sarà nel migliore dei casi lo strumento per “lavare i piatti” di qualcun altro e sarà “compatibile” nel senso che dovrà essere compatito. (…)
All’Europa dei 27 paesi, o ai 24 paesi europei della Nato, serve una componente militare della sicurezza, professionale, integrata e permanente dell’ordine di 150.000 uomini, 1.000 carri armati, 30 navi e sommergibili da combattimento e 300 aerei. Uno strumento simile è in grado di garantire tutte le funzioni di sicurezza comuni con efficienza nel quadro di una politica comune qualsiasi, anche di vassallaggio. Mantenendo la proporzione d’impegno attuale, l’Italia dovrebbe fornire 15.000 uomini, 25 carri armati, 3 navi e 30 aerei. (…) Vale a dire che l’Italia dovrebbe destinare meno del 10 percento della spesa attuale per dare all’Europa e alla NATO un contributo molto superiore in uomini e qualità di quello attuale per uno strumento finalmente omogeneo e integrato. Se poi l’Italia volesse dotarsi di una forza nazionale da impiegare per le emergenze militari e civili e, soprattutto, per sottrarre le forze armate al controllo delle logge, delle cosche e dei comitati d’affari restituendole al territorio e al tessuto sociale al quale appartengono, il modello non è quello del ripristino della leva obbligatoria che ogni tanto qualcuno agita per assorbire altre risorse, ma quello della Riserva o della Guardia Nazionale. Questa componente può integrarsi con le strutture di protezione civile regionali, può essere il nucleo per la mobilitazione, può essere regionalizzata e federalizzata, può rispondere alle emergenze di qualsiasi tipo e sostenere le forze di polizia nell’ordine pubblico. (…)
Si possono poi soltanto immaginare i vantaggi in efficienza e i risparmi che si realizzerebbero sui 30 miliardi di euro che oggi spendiamo in Italia per le varie polizie se si avviassero l’unificazione delle forze di sicurezza interna e la seria integrazione di alcuni settori della polizia e dell’intelligence a livello europeo. Più che perseguire un nuovo ed ennesimo modello di difesa si tratta di realizzare il primo modello integrato di sicurezza. Dove l’idea della sicurezza comprende il controllo del territorio, lo sviluppo, la solidarietà e la salvaguardia delle prerogative nazionali. (…)
Cosa impedisce la realizzazione dell’integrazione? L’unica risposta plausibile è anche la più agghiacciante: le forze armate e di sicurezza, la loro dimensione e la loro qualità sono ormai indipendenti dalle reali esigenze operative e dalle risorse economiche. Non sono al servizio della sicurezza, ma di chi le vede come mucche da mungere, bacini clientelari, territori di caccia grossa per le lobby o modelli stravaganti e costosi come quelli esibiti nelle sfilate di moda. (…)
Nei sistemi democratici, dove la sicurezza è un bene pubblico e non lo scudo dei potenti, la motivazione si ottiene con l’apprezzamento e lo stimolo costanti. Il controllo è principalmente quello che gli stessi cittadini operatori e fruitori della sicurezza come servizio pubblico riescono liberamente a manifestare. Il silenzio, l’indifferenza, la disattenzione, il malcelato imbarazzo di fronte ai problemi della sicurezza e della condizione militare, il periodico e distratto fervorino in occasione dei successi e persino la retorica di fronte alle bare dei Caduti sono altrettanti attentati alla motivazione.”

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