NATO: la storia

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La NATO (acronimo di North Atlantic Treaty Organization, Organizzazione del Trattato Nord Atlantico) nasce a Washington il 4 aprile 1949 per volontà di dodici Paesi fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Nel 1952 vi furono le adesioni di Grecia e Turchia, che almeno in quella occasione misero tra parentesi la loro storica rivalità. Essa si configurò subito come un sistema militare a carattere esclusivamente difensivo, nel quale ogni Stato aderente si impegnava a dare aiuto militare nel caso di aggressione ad una o più delle parti contraenti. La NATO fu legittimata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che inseriva nel quadro del diritto internazionale anche il “diritto alla legittima difesa”.
La legittimazione esclusivamente “anticomunista” della NATO perde parte della propria credibilità se si considera che il Patto di Varsavia – l’alleanza militare in chiave antioccidentale dei Paesi del blocco comunista – fu sancito ufficialmente solo il 15 maggio 1955, ben 6 anni dopo l’istituzione della NATO stessa. Alla quale nello stesso anno aderì, non a caso, anche la Repubblica Federale Tedesca.
La strategia militare statunitense degli anni seguenti si è sempre ispirata a due principi fondamentali: da una parte, preservare il territorio degli Stati Uniti da un eventuale attacco nucleare sovietico; dall’altra, limitare l’area del possibile conflitto al solo scacchiere europeo. In questo quadro si inserisce non solo la NATO ma anche la presenza in territorio europeo di basi militari alle dirette dipendenze di Washington, sull’attività delle quali i governi europei hanno sempre avuto un controllo assai debole.
Il primo convegno della NATO si tenne a Parigi nel dicembre del 1957 e per molti anni non ne seguirono altri fino a quello di Bruxelles nel maggio 1975, momento dal quale tali convegni hanno avuto una periodicità più serrata. Nel 1982 anche la Spagna non più franchista aderì all’Alleanza.
Successivamente al crollo del Muro di Berlino ed all’implosione del blocco comunista, la NATO ha dato vita a degli strumenti istituzionali e funzionali con gli ex nemici del Patto di Varsavia, tramite una struttura permanente (il Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico, fondato nel 1991) ed un programma di cooperazione dalle molte applicazioni (la Partnership per la Pace, avviata nel 1994).
Il convegno di Washington del 1999 deliberò l’aggressione alla Jugoslavia nonché l’espansione della Nato verso est, ammettendo nell’alleanza Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia.
Nel 2002, il convegno di Praga esortò altri sette Paesi , per lo più già parte del blocco comunista, ad avviare i colloqui per entrare nella NATO; in quella stessa occasione, venne decisa inoltre l’istituzione di una forza di reazione rapida (NRF).
Nel 2004 si concretizzava la seconda fase dell’espansione ad est, che ha elevato a 26 gli Stati membri tramite l’adesione delle repubbliche baltiche (Estonia, Lituania e Lettonia) e di Slovacchia, Slovenia, Romania e Bulgaria. Di particolare rilevanza, l’installazione in questi due Paesi delle basi di Mihail Kogalniceanu, presso Costanza sul Mar Nero, e di Sofia, che ospita sofisticatissime strumentazioni di comando ed intelligence destinate a monitorare le regioni balcanica e caspico-caucasica. Inoltre, questi insediamenti fungono da retrovie per il supporto logistico rispetto alle due “vecchie” basi di Eagle Base in Bosnia (creata nel 1996, alla fine della guerra civile in Jugoslavia) e Camp Bondsteel in Kosovo Metohjia (che risale al 1999, dopo l’intervento NATO contro Belgrado).
La USA Adriatic Charter, coalizione che vede impegnate Croazia, Albania e Macedonia che svolgono esercitazioni aereonavali congiunte con le forze statunitensi nel Mare Adriatico, è propedeutica all’ingresso di questi tre Stati nell’alleanza.
Nel maggio 2006, il generale James Jones, comandante supremo delle forze NATO, annunciava che la natura dell’alleanza atlantica sarebbe mutata di 180° in termini di cultura e potenzialità militari, passando da un approccio statico e difensivo ad uno più flessibile ed attivo, in grado di affrontare eventuali conflitti in qualsiasi luogo del mondo. Nel frattempo, le truppe statunitensi hanno già raggiunto la Georgia e l’Azerbaigian in virtù di programmi d’addestramento concordati, con la previsione di pattugliare il Mar Nero e persino il Caspio. Quelle spintesi sino in Crimea, per delle esercitazioni congiunte con l’esercito dell’Ucraina (altro candidato all’adesione), sono invece state costrette a ritirarsi per la “vivace” reazione della popolazione locale.
Nelle regione del Pacifico, i portavoce della NATO offrono oggi nuovi accordi associativi a Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda e, già che ci sono, anche all’India. Nel Vicino e Medio Oriente, la NATO lavora alacremente per ritagliarsi un ruolo a salvaguardia degli approvvigionamenti energetici dell’Occidente.
In generale, l’intera configurazione della “NATO dell’Est”, dal Mar Baltico ai Balcani, ha come obiettivo principale di impedire che la Russia mantenga o recuperi qualche forma di controllo sulle sue antiche periferie “imperiali”, i paesi dell’ex Unione Sovietica e del blocco comunista precedente il crollo del Muro di Berlino. Più in particolare, essa mette in difficoltà la commercializzazione delle risorse energetiche (petrolio e gas) russe o commercializzate dai Russi, che dovrebbero far transitare le loro esportazioni in corridoi “protetti” dalle installazioni militari NATO-statunitensi.

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