L’Australia nella NATO asiatica

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Il 2 marzo scorso, il Dipartimento della Difesa australiano ha reso noto un rapporto di centoquaranta pagine intitolato Difendendo l’Australia nel secolo dell’Asia Pacifico: la forza 2030, che prevede nuove spese militari per 72 miliardi di dollari.
Nell’ambito di questa cifra, è compreso l’acquisto di 100 esemplari del F-35 Lightning II, che nella versione australiana sarà dotato del Joint Strike Missile, un nuovo armamento per l’attacco a terra e la distruzione delle difese antiaeree nemiche sviluppato congiuntamente con la Norvegia.
Secondo il Financial Times del 4 maggio scorso, il ministro della Difesa australiano Joel Fitzgibbon avrebbe affermato che il rapporto di cui sopra, il primo elaborato nell’ultimo decennio, riconosce la supremazia a livello regionale degli Stati Uniti. Fitzgibbon mette, inoltre, in guardia rispetto alle “tensioni strategiche” causate dalle nuove potenze, specialmente la Cina ma anche l’India, nonché dal “ritorno della Russia”.
In un articolo apparso su un quotidiano australiano nel febbraio 2007, intitolato “Una nuova base spionistica segreta USA ha avuto la luce verde”, si sosteneva che la stretta alleanza militare australiana con gli Stati Uniti sarebbe stata rafforzata con la costruzione di una base di telecomunicazioni ad alta tecnologia nell’ovest dell’Australia. Si tratterà di una struttura cruciale per la nuova rete di satelliti militari a sostegno delle capacità belliche americane nel Medio Oriente ed in Asia. Questa base sarà la prima grande installazione militare USA ad essere costruita in Australia negli ultimi decenni, dopo le controversie avutesi su altri grandi insediamenti quali quelli di Pine Gap e North West Cape.
L’Australia è il Paese non membro della NATO con il maggior numero di truppe in Afghanistan, più di mille, mentre il Primo Ministro Kevin Rudd ha annunciato ad aprile scorso l’invio di altri 400 soldati, incluse alcune unità destinate ad operazioni speciali di combattimento.
Nel giugno 2008, il capo delle forze armate australiane Maresciallo dell’Aria Angus Houston, a proposito dell’impegno di Stati Uniti e NATO sul terreno afghano, ebbe a dire che esso sarebbe durato almeno altri dieci anni. Senza che l’Australia abbia intenzione di tirarsene fuori.
Le truppe del Paese dei canguri sono, fra l’altro, state fra le prime ad entrare in Iraq dopo l’invasione del 2003 e sono fra i pochi contingenti nazionali che ancora vi permangono. Alla fine del 2008, il parlamento irakeno – non senza dissensi – ha approvato una risoluzione che autorizza accordi bilaterali in merito ai soli contingenti non statunitensi ivi presenti: quelli di Gran Bretagna, Estonia, Romania, NATO ed appunto Australia. Negli stessi giorni, il Primo Ministro Rudd era in visita negli Emirati Arabi Uniti dove l’Australia sta riunendo le sue forze aeree ed il proprio quartier generale in Medio Oriente in una sola base, segreta. La presenza di soldati australiani nella regione è di circa 1.000 unità, che si vanno quindi ad aggiungere agli altri 1.000 in Afghanistan, 750 a Timor Est e 140 nelle Isole Salomone.
Qualcuno avanza, in questi ultimi tempi, l’ipotesi di una sorta di NATO asiatica volta ad integrare le nazioni asiatiche direttamente con la NATO e con i suoi singoli membri, gli Stati Uniti prima di tutto, quasi a realizzare un’estensione geografica dell’Alleanza Atlantica verso oriente. Ciò sarebbe l’esito di diverse misure, dagli accordi bilaterali di cooperazione all’insediamento di basi militari, dallo svolgimento di regolari esercitazioni multinazionali al dispiegamento di truppe nei teatri caldi. Lo scorso marzo, è giunta la notizia che l’Australia sta concludendo un accordo con la NATO per l’interscambio di informazioni militari riservate al fine di realizzare un più approfondito “dialogo strategico” ed una maggiore collaborazione sui “comuni interessi di lungo periodo”.
Insieme al Giappone, l’Australia – oltre ad ospitare sul proprio territorio basi militari statunitensi e dispiegare truppe nei teatri afghano ed irakeno – ha messo i piedi su un terreno ancora più pericoloso, unendosi al sistema antimissilistico globale progettato dagli Stati Uniti. Essa verrebbe così a costituire la controparte orientale di uno scudo che vede analoghe infrastrutture impiantate, per quanto riguarda l’emisfero occidentale, in Polonia e Repubblica Ceca.
Questi sviluppi, comunque, non allarmano soltanto la Russia e non coinvolgono unicamente Australia e Giappone. Lo scorso dicembre, infatti, i ministri della Difesa russo e cinese Anatoly Serdyukov e Liang Guanglie si sono incontrati a Pechino per discutere il progetto regionale di difesa antimissile portato avanti, oltre che da USA, Australia e Giappone, anche da Corea del Sud e Taiwan. Inutile sottolineare il disappunto della Cina.
Lo scopo della cosiddetta NATO dell’Asia sarebbe, allora, quello di stabilire una superiorità – se non egemonia – militare americana e più in generale occidentale attraverso tutto il continente asiatico, per quanto riguarda l’intero spettro sia delle forze che dei sistemi d’arma terrestri, aerei, navali e spaziali. Le notizie di stampa degli ultimi mesi confermano l’ampliarsi ed il rafforzarsi di questa tendenza. Come esempio paradigmatico, possiamo riportare l’esercitazione militare congiunta denominata Balikatan 2009, svoltasi dal 16 al 30 aprile u.s. nelle Filippine, sui terreni della base aerea di Clark, che l’aviazione USA – caso più unico che raro – aveva abbandonato volontariamente nel 1991. Sul sito della base sono tornati non solo i marines ma anche gli F-16 Fighting Falcon, i primi cacciabombardieri statunitensi operativi nelle Filippine dopo sedici anni.

Intervistato lo scorso novembre a proposito dell’”invasione russa della Georgia”, così ebbe a dire il magnate dei media austrialiano Rupert Murdoch: “E’ necessario che l’Australia sia parte di una riforma delle istituzioni maggiormente responsabili per il mantenimento della pace e della stabilità. Sto pensando specialmente alla NATO… L’unico percorso per riformare la NATO è di espanderla al fine di includervi nazioni come l’Australia. In tal maniera, essa diverrebbe una comunità basata meno sulla geografia e più sulla comunanza dei valori. Questo è l’unico modo per rendere la NATO efficace. E la leadership australiana è determinante per questo scopo”.

3 thoughts on “L’Australia nella NATO asiatica

  1. U.S. and general Western military strategy in Asia is not limited to India, however preeminent a role that country has in the West’s plans. Australia, which earlier this year released a Defence White Paper [13] announcing its largest-ever arms buildup and plans to arrogate to itself the role of a regional military power, is “pushing to rebuild its defence ties with India, risking the potential ire of China by formally requesting Australia be allowed to participate in the annual India-US joint naval exercise Malabar.”

    The Malabar naval war games are an integral component of U.S. plans to integrate India into its Asian and global military nexus. An Indian news sources reported the following in relation to this year’s exercise:

    “The exercise in the Malabar series will take place [April 2009] off the Japanese coast in which Indian warships will carry out training manoeuvres in naval warfare alongside US Navy and Japanese Maritime Self-Defence Force warships.

    “The Malabar exercise, which began as a bilateral exercise in 1992 with the Americans, has in recent years taken on a multi-national character with greater participation from US allies and has made China sit up and take note.

    “The last Malabar trilateral exercise involving India, the US and Japan was held in early 2007 off the Japanese coast. In the later part of that year, India joined the multilateral 25-warship Malabar exercise involving the navies of Singapore and Australia too, apart from US and Japan in the Bay of Bengal.”

    Australia’s intention to participate in the next Malabar drills – “an exercise obviously intended by the US to be a foil to China’s strategic military might” – also comes “in the wake of the [Prime Minister Kevin] Rudd government’s controversial defence white paper, which called for a build-up of naval capacity and appeared to suggest Australian defence strategy in coming decades would be shaped by China’s military expansion.”

    Dangerous Crossroads: U.S. Expands Asian NATO Against China, Russia,
    di Rick Rozoff
    http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15719
    traduzione italiana:
    http://www.eurasia-rivista.org//1880/crocevia-pericoloso-gli-usa-espandono-la-nato-asiatica-contro-la-cina-e-la-russia

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  2. arrivano i loro…

    A new group of 250 marines will arrive in Darwin in April next year for six months training, with plans to increase that number each year, starting with a possible 1100 in 2014.

    “We’ve been authorised to plan for phases beyond [2013] which increase the number of marines,” Major Krause said.

    There is a possibility there may be 2500 at one time.

    “But just because we’re planning doesn’t mean it’s going to happen.”

    “We are very respectful of the Darwin community, we are taking this very deliberately and we will only proceed if we have the confidence of the community. That’s why we’re taking this so slowly and testing with the community.”

    The Australian military will conduct a second social and economic study before increasing the number of marines training at any one time.

    US aircraft may also be brought to the Top End, including the controversial ‘Osprey’ aircraft.

    Major Krause said the marines will not be allowed to base jets in Darwin for noise reasons, but would be able to bring helicopters.

    da Speeding fines ‘the only impact’ of US marines in Darwin
    http://www.abc.net.au/local/stories/2012/09/20/3594285.htm

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