Dilemma britannico

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Londra, 16 ottobre – Per la prima volta, il capo dell’MI5, i servizi segreti britannici, ha parlato delle accuse di complicità rivolte ai suoi uomini per le torture ai sospettati di terrorismo; ed ha sostenuto che gli abusi e le torture sui detenuti hanno contribuito ad evitare “numerosi attentati” all’indomani dell’11 settembre. Jonathan Evans, direttore generale dell’MI5, ha ammesso che all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle, la Gran Bretagna dovette ricorrere alla collaborazione di Paesi stranieri perchè la sua conoscenza di al-Qaeda era ancora molto sommaria; e l’MI5 – ha aggiunto – non avrebbe adempiuto ai suoi compiti se non avesse lavorato in collaborazione con gli 007 statunitensi e di altri Paesi.
Evans ha ammesso che i contatti con le agenzie di Paesi con norme e prassi “molto lontane dalla nostre” posero un “vero e proprio dilemma” all’MI5, ma ha ribadito di aver avuto “piena fiducia” nel modo in cui i suoi uomini si comportarono. Evans, che parlava in un seminario all’università di Bristol di cui ha dato conto il Times, ha sottolineato di non voler difendere le torture venute alla luce negli USA (per esempio, il ‘waterboarding’, l’annegamento simulato che subì a più riprese colui che è considerato la mente organizzativa dell’11 settembre, Khalid Sheikh Mohammed); ma ha sottolineato l’importanza di tener presente i benefici che derivarono alla Gran Bretagna dai contatti con l’intelligence statunitense: sono state “salvate le vite di cittadini britannici” e “molti attentati sono stati evitati come risultato di un’efficace cooperazione dei servizi di intelligence dopo l’11 settembre”.
(AGI)

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