AFRICOM avanza a grandi passi

us military commands

Nel suo ultimo Rapporto Anti-Impero l’analista politico William Blum scrive: “La prossima volta che sentirete che l’Africa non può produrre buoni dirigenti, persone impegnate per il benessere della maggioranza dei loro popoli, pensate a Nkrumah ed al suo destino. E ricordatevi di Patrice Lumumba, rovesciato nel Congo del 1960-1 con l’aiuto degli Stati Uniti; e dell’angolano Agostinho Neto, contro il quale Washington fece guerra negli anni settanta, rendendogli impossibile l’introduzione di cambiamenti in senso progressista; del mozambicano Samora Machel contro cui la CIA sostenne una contro-rivoluzione negli anni settanta-ottanta; e del sudafricano Nelson Mandela (adesso sposato con la vedova di Machel), che ha trascorso 28 anni in prigione grazie alla CIA”.
Blum si riferisce ad una serie di guerre per procura sostenute dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO (e per certi versi anche dal Sud Africa dell’apartheid e dal regime di Mobutu in Zaire) a partire dalla metà degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, armando ed addestrando il Fronte Nazionale per la Liberazione dell’Angola (FNLA) e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), la Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), i separatisti eritrei in Etiopia così come l’invasione somala del deserto etiope dell’Ogaden nel 1977.
Ma in tutto il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in Africa c’era stato soltanto un intervento militare americano di tipo diretto, il bombardamento aereo della Libia nell’aprile 1986, la cosiddetta Operazione El Dorado Canyon.
Mentre nella seconda metà del secolo scorso conduceva guerre, bombardamenti, interventi militari di varia natura ed invasioni vere e proprie in America Latina e nei Caraibi, nel Vicino e Medio Oriente, e recentemente nell’Europa sudorientale, il Pentagono ha lasciato il continente africano relativamente indenne. Tutto ciò è destinato a cambiare dopo l’istituzione del Comando statunitense per l’Africa (AFRICOM) l’1 ottobre 2007 e la sua attivazione nell’anno successivo.
Gli Stati Uniti avevano intensificato il loro impegno militare in Africa nei precedenti sette anni con progetti quali l’Iniziativa Pan Sahel, nell’ambito della quale sono stati dispiegate le Forze Speciali dell’esercito in Mali, Mauritania ed altri luoghi. Ancora oggi, personale militare statunitense è impegnato nelle attività di controguerriglia contro i ribelli Tuareg in Mali ed in Niger.
Alla fine del 2004, l’Iniziativa Pan Sahel è stata sostituita dall’Iniziativa Trans-Sahariana contro il Terrorismo che prevede l’assegnazione di personale militare USA in undici Paesi africani: Algeria, Burkina Faso, Libia, Marocco, Tunisia, Ciad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal.
Tre anni fa, un sito del Pentagono riferiva che “i funzionari del Comando statunitense per l’Europa (EUCOM) spendevano tra il 65 ed il 70% del loro tempo ad occuparsi dell’Africa”. L’allora comandante EUCOM, James Jones, affermò che “l’istituzione di un gruppo di esperti militari in Africa occidentale poteva anche servire a convincere le aziende statunitensi che investire in molte zone dell’Africa fosse una buona idea”.
Durante gli ultimi mesi del suo doppio incarico di comando presso EUCOM e la NATO, Jones ha trasferito l’Africa dal controllo di EUCOM a quello di AFRICOM, al contempo aumentando le responsabilità della NATO nel continente.
Nel giugno 2006, l’alleanza ha lanciato la sua Forza di Reazione Rapida (NATO Response Force – NRF) con una esercitazione militare in grande stile al largo delle coste di Capo Verde, nell’Oceano Atlantico ad ovest del Senegal.
La prima operazione della NATO in Africa è stata, nel maggio 2005, il trasporto delle truppe dell’Unione Africana in Darfur per la relativa operazione di mantenimento della pace. Da allora, l’alleanza ha dispiegato unità navali nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden, l’anno scorso nell’ambito dell’operazione Allied Protector, ora in quella denominata Ocean Shield. Queste operazioni non consistono unicamente in attività di sorveglianza e scorta del traffico commerciale ma includono anche regolari abbordaggi a mano armata, l’impiego di cecchini ed altri usi della forza armata, spesso in modo letale. Ad esempio, lo scorso 22 agosto un elicottero olandese del contingente navale appartenente all’operazione gemella Atalanta, condotta dall’Unione Europea, ha attaccato un’imbarcazione di cui hanno poi preso il controllo soldati sbarcati da un’unità navale norvegese.
Del resto, tre anni or sono, sempre l’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale James Jones – relativamente a quale fosse al tempo la sua maggiore preoccupazione in tema di “sicurezza nazionale” – aveva ipotizzato lo scenario in cui la NATO assumesse un ruolo nel combattere la pirateria al largo del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea, specialmente quando questa mettesse in pericolo le rotte di rifornimento energetico verso i Paesi occidentali.
In aggiunta alle nazioni già prese di mire come la Somalia, il Sudan e lo Zimbabwe, anche un devoto alleato militare statunitense come la Nigeria potrebbe trovarsi oggetto dell’ostilità del Pentagono. Essa è la maggior potenza appartenente alla Comunità Economica degli Stati Africani Occidentali, che negli scorsi nove anni ha dispiegato le proprie trupppe in Sierra Leone, Liberia e Costa d’Avorio. Altri delegati militari per conto USA nel continente sono l’Etiopia e Gibuti nell’Africa nordorientale, il Ruanda in quella centrale ed il Kenia in entrambe, e prospettive analoghe esistono per Sud Africa, Senegal e Liberia.
Sin dalla sua istituzione, AFRICOM ha impiegato poco tempo a mettere il proprio marchio sul continente. Ancor prima della sua effettiva attivazione, il Pentagono ha condotto un’esercitazione militare denominata Africa Endeavour 2008 che ha coinvolto una ventina di Paesi africani e… la Svezia.

Se fino al mese di ottobre del 2008 l’Africa era l’unico continente insieme all’Oceania a non avere un Comando militare statunitense dedicato, il fatto che esso sia stato istituito indica che l’Africa rappresenta una rilevante posta strategica per il Pentagono ed i suoi alleati.
Un’analisi delle cause di questa crescente rilevanza strategica è stata elaborata da Paul Adujie in un commento sul New Liberian dello scorso 21 agosto: “AFRICOM, in termini concettuali e nella sua attuale realizzazione, non è inteso a servire i migliori interessi dell’Africa. E’ soltanto successo che è aumentata l’importanza geopolitica e geoeconomica dell’Africa per gli Stati Uniti ed i suoi alleati. L’Africa è sempre stata allineata. C’erano, ad esempio, rapporti di come l’esercito americano, agendo teoricamente in collaborazione o cooperazione con quello nigeriano, avesse letteralmente preso possesso del quartier generale della Difesa nigeriana. (…) AFRICOM è lo strumento mediante il quale i governi occidentali perseguono la loro ostentata influenza globale economica, politica ed egemonica a spese degli Africani così come una porta di servizio attraverso la quale gli occidentali possono avvantaggiarsi con i rivali della Cina e forse anche della Russia”.

6 thoughts on “AFRICOM avanza a grandi passi

  1. October 1st marked the one-year anniversary of the activation of the first U.S. overseas military command in a quarter of a century, Africa Command (AFRICOM).

    AFRICOM was established as a temporary command under the wing of U.S. European Command (EUCOM) a year earlier and launched as an independent entity on October 1, 2008.

    Its creation signalled several important milestones in plans by the United States and its North Atlantic Treaty Organization allies to expand into all corners of the earth and to achieve military, political and economic hegemony in the Southern as well as the Northern Hemisphere.
    (…)

    Africa is, lastly, the first new continent targeted by the Pentagon for a comprehensive military structure, as the U.S. created comparable commands in Asia, Europe and Latin America after World War II and during the Cold War and had fought wars in all three areas by 1918. With the exception of the bombing of Libya in 1986 and military operations in Somalia in the early 1990s and by proxy since 2006, Africa has to date escaped direct American military intervention. And until the acquisition of Camp Lemonier in Djibouti in early 2001, before September 11, there was no permanent U.S. military installation on the continent.

    The beginning of AFRICOM’s second year has witnessed major military exercises on the western and eastern ends of the continent.
    (…)

    The campaign to subjugate an entire continent with its more than one billion inhabitants to Western military and economic demands is an integral and milestone component of broader designs around the world. Starting with the Balkans and Eastern Europe as a whole after the breakup of the Warsaw Pact and the Soviet Union in 1991, the U.S. and its NATO allies have relentlessly pursued plans to penetrate and dominate the former Eastern bloc, former Soviet space, the Broader Middle East, the Arctic Circle and Greater Antarctica and to reclaim and solidify control of Latin America and Oceania.

    AFRICOM and complementary NATO initiatives are an exponential advancement of the campaign by the West to reassert and expand global supremacy by targeting a continent at the crossroads of north and south, west and east, and the industrial and the developing worlds. As an earlier citation mentioned, it is also the meeting place of three continents and the Middle East with coasts on two of the world’s oceans and three of its seas.

    AFRICOM and America’s Global Military Agenda: Taking The Helm Of The Entire World,
    di Rick Rozoff
    http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=15788

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  2. Pingback: Commandos Africanos « Tutto in 30 secondi

  3. Per rendere più digeribile la politica di penetrazione strategica in Africa, Washington ha scelto infatti di affiancare alle imponenti esercitazioni militari e alla fornitura di sistemi d’arma una serie di microinterventi sanitari a favore delle popolazioni locali; inoltre, sempre più spesso, viene attribuita la pianificazione, la direzione e la realizzazione degli interventi a task-force “miste” composte da militari e funzionari civili di USAID, l’Agenzia per lo Sviluppo degli Stati Uniti d’America che, coincidenza, compare proprio tra i principali “donatori” della Fondazione AVSI di Milano. A rendere particolarmente ambigua la missione “Quattro stelle per l’Uganda” è tuttavia lo scenario geo-strategico in cui essa è stata realizzata, la regione di Kitgum, al centro del violento conflitto che vede contrapposti il governo ugandese e i ribelli del Lord’s Resistance Army (l’Esercito di Resistenza del Signore).

    Sottoposta per lungo tempo alle incursioni delle forze irregolari dell’LRA, Kitgum è oggi l’epicentro delle operazioni d’intelligence ed “anti-terrorismo” delle forze armate Usa in Uganda. I primi reparti d’élite in forza all’US Army Corps of Engineers e all’US Air Force di stanza a Ramstein, Germania ed Aviano si sono insediati nella regione settentrionale dell’Uganda sin dal gennaio del 2007, per operare congiuntamente ai militari locali contro le milizie ribelli. Nel distretto di Gulu è stato pure installato un accampamento-presidio della Combined Joint Task Force-Horn of Africa, la speciale task force attivata dal Pentagono a Gibuti. Un anno fa, invece, proprio la regione di Kitgum è stata sede di una delle maggiori esercitazioni militari multinazionali mai realizzate nel continente africano, la “Natural Fire 10”. Ad essa hanno partecipato 550 uomini di US Army Africa (il Comando delle forze terrestri degli Stati Uniti per il continente con sede a Vicenza) e 520 militari di Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi. Spacciata come “operazione umanitaria” grazie alla copertura degli d’interventi “di tipo medico, dentistico e ingegneristico” realizzati tra le comunità locali, la forza multinazionale ha tuttavia movimentato attrezzature e armamenti pesanti, tra cui tre elicotteri CH-47 “Chinook” dotati di un nuovo sofisticato sistema di “riconoscimento” che ha consentito ai quartieri generali AFRICOM di Stoccarda e US Army Africa di Vicenza di ottenere informazioni chiave sugli insediamenti dell’LRA nella regione.

    “Grazie al “Nature Fire 10” a Kitgum, Washington ha inteso rinnovare il proprio supporto al governo di Kampala nella guerra contro il Lord’s Resistance Army e il suo leader Joseph Kony, responsabile di gravi crimini contro l’umanità”, hanno rilevato gli analisti. Nella primavera del 2009, il Congresso, con voto di repubblicani e democratici, aveva approvato l’“LRA Disarmament and Northern Uganda Recovery Act”, che chiedeva all’amministrazione Usa d’intervenire nel nord Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sudan meridionale per “rafforzare le capacità di protezione ed assistenza della popolazione”, “consegnare alla giustizia i leader ribelli” e “disarmare e smobilizzare l’LRA”. L’Atto è stato ratificato nel maggio 2010 dal Presidente Obama. Lo scorso 18 novembre, deponendo di fronte al Comitato per le forze armate del Senato, il generale Carter Ham, nuovo comandante Africom, ha confermato il “ruolo centrale” della struttura nel “supporto agli sforzi del Dipartimento di Stato in Uganda”. “US Africom sta attualmente conducendo l’addestramento dei militari ugandesi”, ha dichiarato Ham. “Ciò è parte della strategia finalizzata ad arrestare o rimuovere dal campo di battaglia il leader LRA Joseph Kony”.

    da Tour in Uganda dei “cooperanti” con le stellette,
    di Antonio Mazzeo
    http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2010/12/tour-in-uganda-dei-cooperanti-con-le.html

    Più specificatamente dal punto di vista della “cooperazione”, viene segnalato il complesso piano infrastrutturale finanziato e coordinato da USAID e dal Comando AFRICOM, e realizzato nella regione sub-sahariana dagli uomini dell’US Army Engineers, il corpo d’ingegneria dell’esercito statunitense. Attualmente sono in via di esecuzione 44 progetti nelle regioni più remote del Mali e del Niger: si tratta della costruzione di 32 pozzi d’acqua, 7 scuole, 2 piccoli presidi sanitari e 2 “banche di sementi”, costo totale 1,7 milioni di dollari. «Questi progetti beneficeranno gli abitanti, i nomadi Tuareg e i Wodaabe», ha affermato Darrell Cullins, responsabile progetti in Africa del distretto europeo dell’US Army Engineers. Per «promuovere la libertà economica ed investire sul capitale umano», il Mali è stato inoltre inserito dal Dipartimento di Stato tra i paesi del cosiddetto Millennium Challenge Account, il piano di «riduzione della povertà e di promozione della crescita economica a livello internazionale» avviato nel 2004. Sono previsti interventi per 461 milioni di dollari, finalizzati in particolare all’irrigazione di un’area di 15.000 ettari per la produzione di riso e all’installazione di attrezzature nell’aeroporto internazionale di Bamako per il trasferimento dei prodotti ai mercati esteri. Accanto allo sviluppo delle monoculture per l’esportazione, USAID sta inoltre incoraggiando le «politiche di alleggerimento dello Stato nell’economia», promuovendo i programmi di privatizzazione dei servizi e lo smantellamento di molte grandi imprese statali.

    L’intervento di Washington non si fermerà tuttavia alle regioni sub-sahariane. «Per il futuro lavoro nel continente – ha aggiunto Darrell Cullin – l’US Army Enginners ha firmato un Multiple Award Task Order Contract (MATOC) che prevede il design e i lavori di realizzazione e manutenzione d’infrastrutture e di servizi destinati alla popolazione africana, per cui è prevista una spesa di 14,8 milioni di dollari entro il settembre del 2011. Il MATOC opererà principalmente in Niger, Ciad, Mali, Senegal, Marocco, Mauritania, Tunisia, Gabon, Ghana, Nigeria e Liberia, con la collaborazione dei militari presenti in Corno d’Africa e dell’US Navy». Cooperazione, dunque, sempre più mercificata e militarizzata.

    Dato che anche la “sicurezza” non deve sfuggire alle regole del mercato “globale”, specie a partire dall’attacco USA e NATO in Afghanistan ed Iraq, società contractor e mercenari sono chiamati ad assumere un ruolo sempre maggiori nelle operazioni belliche e negli interventi “umanitari”. Per restare in Africa, è alla tristemente nota DynCorp che il Pentagono ha assegnato l’addestramento, l’equipaggiamento e il sostegno logistico della fallimentare “missione di pace” dell’Unione Africana in Somalia. L’amministrazione Bush ha versato alla società della Virginia, più di 10 milioni di dollari per l’acquisto di tende, generatori e veicoli da destinare alla peacekeeping force, e per garantire la movimentazione dei mezzi e del personale militare africano. Il Pentagono ha poi sottoscritto con DynCorp un contratto per oltre 20 milioni di dollari per il supporto alle «operazioni di sorveglianza, addestramento e peacekeeping» di alcuni importanti partner regionali (principalmente Etiopia e Liberia).
    (…)

    Da L’“umanitario” diventa militare-civile,
    di Antonio Mazzeo
    http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2010/12/lumanitario-diventa-militare-civile.html

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  4. Un anno e mezzo fa erano circa 180 i militari e civili assegnati al Comando di US Army Africa a Vicenza. Adesso lo staff della componente terrestre di AFRICOM, l’organismo militare che sovrintende alle operazioni statunitensi nel continente africano, supera già le 400 unità. Pensare che alla sua costituzione, nel dicembre 2008, nella città più militarizzata d’Italia, il ministro Frattini ebbe l’ardire di affermare che con US Army Africa “non ci saranno truppe da combattimento americane assegnate su base permanente a Vicenza, ma solo componenti civili che opereranno nel quadro della NATO”. Di Alleanza atlantica, in verità, nelle missioni africane dei reparti USA non c’è l’ombra; tutto viene pianificato dagli alti comandi AFRICOM di Stoccarda nel rispetto delle linee guida e degli interessi strategici del Dipartimento di Stato e della Difesa. Ad US Army Africa Vicenza (ex Setaf – Southern european task force) il compito di potenziare le capacità di penetrazione delle forze terrestri nei complessi scenari africani e di accrescere la partnership USA con gli eserciti del continente, senza indagare più di tanto sulle pratiche repressive dei regimi o sui passati stragisti e criminali di capi di stato e militari.

    Per accelerare la trasformazione operativa dei reparti, dal giugno 2010 US Army Africa ha un nuovo comandante dalla lunga esperienza nei teatri di guerra internazionali, il generale Hogg, già vice-comandante del Combined Security Transition Command in Afghanistan durante l’operazione “Enduring Freedom” e responsabile del maggiore centro di addestramento dell’esercito USA all’estero, il Joint Multinational Training Command di Grafenwöhr (Germania). “US Army Africa sostiene le attività di AFRICOM finalizzate al miglioramento operativo degli eserciti africani e alla promozione di forze militari professionali”, spiegano i portavoce del Comando ospitato a Vicenza.
    (…)

    Sempre più stretti poi i legami con il Coespu (Center of Excellence for the Stability Police Units), il “Centro d’eccellenza” che l’Arma dei Carabinieri ha creato a Vicenza per la “formazione e l’addestramento delle forze di polizia internazionali”. Più volte visitato dal generale William “Kip” Ward, Comandante supremo di AFRICOM, il Coespu ha già “formato” migliaia di poliziotti-militari di ben 12 paesi africani (Benin, Burkina Faso, Camerun, Egitto, Gabon, Kenya, Mali, Marocco, Nigeria, Senegal, Sud Africa, Togo).
    (…)

    Per rafforzare l’intervento in caso di crisi umanitarie e rendere sempre meno marcate le differenze tra le funzioni militari e gli aspetti più propriamente “civili”, l’esercito USA ha recentemente attivato a Kaiserslautern (Germania) la prima brigata di “affari civili” con base in Europa. “Si tratta della 361st Civil Affairs Brigade e dipende direttamente dal 7th Civil Support Command, l’unico comando fisso esistente dell’US Army Reserve”, ha dichiarato uno dei responsabili, il colonnello Christopher Varhola. “Quali esperti di affari civili, i componenti dell’unità aiuteranno nella ricostruzione infrastrutturale e nel coordinamento del personale AFRICOM ed US Army Africa con le popolazioni civili locali in occasione di interventi umanitari o eventuali operazioni di guerra”. Dal dicembre 2008 anche l’unità statunitense dell’US Army Reserve di stanza nella base segreta di Longare (Vicenza) è stata posta agli ordini del 7th Civil Support Command. Alla vigilia dell’attivazione del Civil Support Team di Longare, i riservisti avevano condotto una esercitazione di 76 giorni nel poligono di Fort Leonard Wood (Missouri) simulando “uno scenario realistico di guerra chimica con l’uso di gas nervini”. Successivamente il CST di Longare ha avviato “corsi basici” per i residenti USA di Vicenza sulle armi nucleari, chimiche e batteriologice e “sull’equipaggiamento personale di protezione”.
    (…)

    da Le campagne d’Africa di US Army Vicenza,
    di Antonio Mazzeo
    http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2011/01/le-campagne-dafrica-di-us-army-vicenza.html

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