L’arco della crisi afghana si allarga a macchia d’olio

L’Afghanistan è un Paese complesso. Se è vero che Karzai era stato imposto dagli americani otto anni or sono è anche vero che in questo lasso di tempo ha lavorato per avvicinare i vari signori della guerra che avevano cercato di contenere i talebani in tempi non sospetti, né è da dimenticare che furono questi warlords ad entrare per primi a Kabul nell’autunno 2001. Così, a dispetto del suo esordio come uomo di paglia, Karzai ha finito per diventare il punto di convergenza di quelle forze (principalmente i clan tagiki, uzbeki e hazara) che in Afghanistan si oppongono ai talebani. Ed in America si fa sempre più strada l’ipotesi di una cooptazione di gruppi talebani al governo e di una parziale talebanizzazione delle strutture di potere afghane.
Il presidente afghano si stava accorgendo che forse gli USA cercavano di scaricarlo, dopo aver goffamente tentato di trasformarlo in una sorta di capro espiatorio locale dei loro fallimenti. Il rapporto con Karzai è arrivato a rasentare la vera e propria sfida. L’attuale presidente afghano è arrivato al punto di rispondere colpo su colpo a molte accuse lanciategli nell’ultimo mese dall’Occidente. Il ministro afghano che si occupa della lotta alla droga, gen. Khodaidad, si è incaricato di replicare alle accuse rivolte dalla stampa americana ai presunti traffici illeciti del fratello di Karzai chiamando in causa il ruolo delle truppe anglo-americane nel traffico della droga. Khodaidad (che ha studiato alle accademie militari indiane e sovietiche ed è piuttosto conosciuto negli ambienti di questi paesi) ha specificato che britannici e canadesi pongono addirittura una tassa sulla produzione di oppio nelle zone da loro presidiate. Con questa mossa ha aperto il vaso di Pandora, anche se sia i russi, che i cinesi, che gli indiani sapevano già da tempo quale fosse la strategia anglo-americana in merito alla spinosa questione del narco-traffico. Le pressioni esercitate da Washington su Kabul affinché l’Afghanistan fosse meno solerte a collaborare con i paesi confinanti in materia di lotta alla droga rappresentava già un messaggio piuttosto eloquente.
Probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza americana si è avuta quando Karzai si è spinto a chiedere lumi circa i sospetti voli di elicotteri militari britannici che stanno facendo la spola tra il sud ed il nord del paese, trasportando enigmatici personaggi barbuti. Se sotto la spinta dell’esercito pakistano le bande talebane (e affiliate) si ritirano e cercano una dislocazione per compiere i loro propositi, il sospetto affacciato da alcuni osservatori è che i britannici non disprezzino affatto un loro trasferimento verso nord, verso il fiume Amu-Dariya, verso il confine con le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale che in questi anni si sono riavvicinate a Mosca e verso il Turkestan orientale cinese.
L’arco della crisi aperto dall’intervento statunitense nella regione rischia di allargarsi a macchia d’olio, questa volta però gli antagonisti degli USA potrebbero trovarsi trascinati direttamente nel conflitto con danni incalcolabili per tutta la regione.
(…)
Per alleggerire la situazione al fronte e non perdere la partita dietro le quinte i vertici di potere statunitensi sono forse disponibili ad una riconciliazione con parte dei talebani, all’inserimento di alcuni di loro nelle strutture a Kabul e a consentire (se non a incoraggiare) una loro dislocazione nelle aree circostanti, al fine di destabilizzare gli antagonisti degli USA.
Come mostrano anche i nostri media, e come hanno già registrato vari esperti internazionali, i commenti di molti esponenti integralisti che additano la necessità di una “jihad” nello Xingijan o nella valle del Fergana sono in aumento e sembrano fare da “curioso” contrappunto al coro degli strateghi di Washington.
“La priorità di Washington è che i Talebani destabilizzino l’Asia centrale, il Caucaso settentrionale, allo stesso modo della provincia cinese del Xinjiang, e che mettano a soqquadro le regioni orientali dell’Iran”, come ha notato l’ex diplomatico indiano M.K. Bhadrakumar.
Non pare quindi un caso che le fiamme della violenza terrorista riprendano a propagarsi in Caucaso o nel Belucistan iraniano. Probabilmente non lo è nemmeno il fatto che si registri un revival (o quanto meno un rilancio) dei rapporti tra gli USA e l’integralismo islamico di matrice wahhabita nel momento in cui l’uomo che fu l’architetto dell’alleanza tra la CIA ed i mujahiddin afghani (Brzezinski) è tornato, seppur per interposta persona, alla Casa Bianca.
(…)

Da Il teatrino afghano dei burattini, di Spartaco Puttini.

4 thoughts on “L’arco della crisi afghana si allarga a macchia d’olio

  1. rientrano… non rientrano, rientrano… non rientrano, rientrano… non rientrano, …

    Roma, 23 nov. – (Adnkronos) – Sara’ il governo a decidere il rientro dei 400 militari italiani che erano stati inviati in Afghanistan di rinforzo per le elezioni il cui ritorno era stato preventivato per natale.
    A chiarirlo e’ stato il ministro degli Esteri Franco Frattini, rispondendo a chi gli chiedeva se il rientro di quei 400 soldati e’ confermato per il mese prossimo. “E’ una valutazione che dovra’ fare il governo collegialmente -ha detto il titolare della Farnesina, a margine del ‘Rome Atlantic Forum’ dovremo vedere in primo luogo qual e’ il programma strategico del governo Karzai”.

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  2. AFGHANISTAN: NATO, RISPOSTA ALLEATI COMMISURATA IMPEGNI USA

    (ANSA) – BRUXELLES, 25 NOV – Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen sta ”lavorando attivamente” perche’ la risposta degli Alleati sia ”commisurata” al nuovo impegno Usa che il presidente Barack Obama dovrebbe annunciare la prossima settimana. Lo ha detto il portavoce James Appathurai in un incontro con la stampa a Bruxelles.
    Oggi Rasmussen sara’ a Roma per un incontro con il premier Silvio Berlusconi e domani a Berlino, per incontri con la cancelliera tedesca Angela Merkel. il presidente tedesco e i ministri degli esteri e della difesa. ”La questione centrale in agenda sara’ l’Afghanistan”, ha detto Appathurai.
    I tempi per una risposta degli alleati non saranno comunque immediati: il 3 e il 4 dicembre la questione sara’ discussa a livello politico dai ministri degli esteri della Nato, alla presenza del segretario di Stato Hillary Clinton. Poi il 7 dicembre si terra’ a Shape (Belgio) la ”Force generation conference” sull’Afghanistan ”a livello tecnico”. Ma anche questo appuntamento non sara’ conclusivo.
    La Germania, che ha deciso il prolungamento della missione, ha gia’ detto che non fara’ annunci su altri rinforzi fino allo svolgimento della conferenza internazionale sull’Afghanistan di gennaio (che potrebbe tenersi a Londra oppure a Kabul). ”I partner vogliono legare la decisione sugli uomini alla situazione politica del paese, alla luce delle promesse del nuovo governo Karzai”, ha rilevato il portavoce.

    Lo SHAPE, acronimo di Supreme Headquarters Allied Powers Europe, è uno dei due comandi strategici della NATO ed è situato presso Mons, appunto in Belgio.
    L’altro è l’Allied Command Transformation (ACT), con sede a Norfolk, nello stato USA della Virginia.

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  3. Bene così. Più si usurano meglio è. Fallisce una banca Usa ogni 48 ore, sono arrivati a quota 124.
    Tra 5 anni non ci saranno più gli Usa come li conosciamo. Auguriamoci che questa Europa di cacca segua lo stesso percorso.

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  4. ripetiamo la domanda: generale di quale Paese? https://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/12/10/generale-di-quale-paese/

    Roma, 25 nov. – (Adnkronos) – “Stiamo aspettando le decisioni politiche, quando arriveranno vedremo come applicarle. In passato le forze armate italiane hanno schierato all’estero fino a 12.500 uomini. Adesso siamo a circa 8.500: non e’ un problema di uomini, e’ un problema di soldi soprattutto di volonta’ politica di fare certe cose”.
    Lo sottolinea il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, commentando a margine di una cerimonia al Casd (Centro alti studi della Difesa), l’ipotesi di un nuovo, possibile rinforzo di miltiari italiani in aggiunta al contingente gia’ impegnato nella missione multinazionale Isaf in Afghanistan.

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