L’ennesimo attacco travestito da difesa

Nel corso di una simulazione tenutasi a Washington lo scorso mese (dal significativo nome di Cyber Shock Wave) uno scenario virtuale ma altamente spettacolare è stato scrupolosamente suscitato: almeno 40 milioni di cittadini senza corrente elettrica, 60 milioni senza telefono, sistemi finanziari bloccati e a rischio e i vertici del Pentagono in ginocchio! Dalla situation room – in cui erano presenti fra l’altro l’ex capo dei servizi segreti John Negroponte, il generale Wald, già vicecomandante delle forze USA in Europa e Stephen Friedman, consigliere economico di George Bush – il responso è stato perentorio: “Non siamo preparati ad affrontare e contrastare questo genere di attacchi”.
Nel maggio 2009, del resto, il Presidente Obama era personalmente sceso in campo: “I nostri network militari e di sicurezza sono costantemente sotto attacco”, aveva rivelato.  “Si tratta della sfida economica e di sicurezza più importante per la nazione”.
In Israele denuncia analoga proviene dal professor Yaniv Levyatan dell’Università di Haifa, che ha sottolineato – in un intervento ospitato sulla rivista ufficiale del Collegio di sicurezza nazionale – la capacità dei “terroristi” a sfruttare le possibilità dell’information warfare: occorre “prestare grande attenzione alle informazioni che circolano sui vecchi e sui nuovi media (…) La raccolta di informazioni deve concentrarsi su aspetti come l’identità dei capi terroristi, la struttura sociale cui appartengono, le loro affiliazioni tribali e politiche” – insomma, una schedatura completa di persone e associazioni sgradite.
In quasi perfetta sintonia Raphael Perl, capo dell’Antiterrorismo dell’Osce , Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. In un’intervista rilasciata ad “Avvenire” egli afferma che “i principali gruppi terroristici svolgono intense attività su Internet, a cominciare dal reclutamento e dall’addestramento delle nuove leve per arrivare alla raccolta e al trasferimento di fondi”, mentre concede che “sulla probabilità di un attacco su grande scala gli esperti sono in disaccordo”; ad ogni modo “l’idea che le minacce alla sicurezza provenienti dal cyberspazio devono essere affrontate in maniera globale” è l’idea giusta, per Perl, per “combattere il cyberterrorismo e il cybercrime”.
Una serie di affermazioni concordanti che sembrano corrispondere a due obiettivi di massima: spaventare l’opinione pubblica, allertandola su un nuovo aspetto dell’incombente terrorismo e compattandola sui “valori occidentali”; e preparare il terreno a interventi censorii, nazionali o preferibilmente internazionali, destinati non già a regolamentare – come sarebbe ragionevole – ma a snaturare la libertà di espressione nella Rete. Portare un attacco, travestendolo come sempre da difesa: lo spirito di Pearl Harbour e dell’Undici Settembre.

Da “Cyberterrorismo” e ipocrisia globale, di Aldo Braccio.

One thought on “L’ennesimo attacco travestito da difesa

  1. “i principali gruppi terroristici svolgono intense attività su Internet, a cominciare dal reclutamento e dall’addestramento delle nuove leve”

    e vabbè, ma qui siamo all’abuso di incapaci di intendere e volere…
    capisco il web 2.0 e scemenze collaterali, ma addirittura addestrare un terrorista via internet, mi sembra davvero troppo…

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