Italia 0 Iran 1

Durante il discorso di Ahmadinejad all’ONU ho provato una terribile invidia per gli iraniani. E non perché siano iraniani o perché la loro società e la loro cultura mi sembrino preferibili alla mia. Conosco troppo poco il loro Paese per poter dire se si viva meglio qui o da loro. Di una cosa, però, adesso sono sicuro: loro sono un Paese. E questo è molto di più di quanto si possa dire di qualsiasi entità politico-territoriale esistente in Europa. L’Iran è uno Stato nazionale che può esercitare ed esercita, nel bene e nel male, tutte le prerogative della propria sovranità. Possiede una cultura autoctona, di cui va fiero. Talmente fiero che non ha neppure bisogno di spiegarla al resto del mondo. Nel corso della perdurante campagna di criminalizzazione della Repubblica Islamica, l’occidente ha raccontato sugli usi e i costumi dell’Iran tali e tante frottole che non basterebbe un saggio per elencarle tutte. Solo sul caso Sakineh sono state dette tante assurdità da riempire un capitolo di una quarantina di pagine. Si è parlato di lapidazioni, che in Iran non esistono più dal 2002, senza dire che il periodo d’oro delle lapidazioni in Iran è stato quello dello Scià, cioè il periodo in cui in Iran comandavano gli americani. Si è parlato di processi per adulterio, che in Iran sono, di fatto, inesistenti. Si è blaterato a vanvera sulla condizione della donna nel matrimonio, senza dire che nell’Iran sciita il divorzio esiste da 1400 anni, cioè da quando esiste l’Islam. E no, il diritto di chiedere la separazione non spetta affatto soltanto al marito, come hanno farneticato i nostri organi di stampa. In Iran divorzia, in media, una coppia su sette. A Teheran, la media è di una su quattro. Di fronte a tutte queste menzogne, le autorità iraniane sono intervenute con smentite puramente sporadiche, mostrandosi – giustamente – più divertite che indignate dall’immagine puerile che i media occidentali forniscono sul loro Paese. La loro cultura e i loro costumi sono solidi, condivisi e contribuiscono a dare un senso profondo al vivere sociale. Non hanno il minimo bisogno dell’apprezzamento estero e se all’occidente certi aspetti della cultura sciita non piacciono, i problemi sono tutti nostri. E pure grossi.
Si ha la netta impressione che nel delirante starnazzare dei media nostrani, oltre al consueto servilismo verso i dominanti statunitensi, vi sia una robusta componente d’invidia. L’Iran è oggi ciò che gli Stati europei erano fino a 65 anni fa e hanno poi cessato di essere dopo la conquista da parte degli americani: una nazione con una forte identità nazionale, che si manifesta nelle leggi, nella politica interna ed estera, nella produzione letteraria, nella musica, nel cinema, nella religione. Potremmo semplicemente dire: l’Iran è una nazione. Punto. E “nazione” è un concetto di cui a noi è rimasta soltanto una vaga e dolorosa reminiscenza. E’ per questo che l’Iran ci fa rabbia, spingendoci, non di rado, a strepitare bugie e stupidaggini come galline impazzite. Ci fa rabbia la sua coesione culturale e nazionale, che neppure le “rivoluzioni colorate” organizzate in grande stile dai suoi nemici riescono a scalfire. Ci rammenta di quando anche noi avevamo una nostra letteratura, un nostro cinema, una nostra identità nazionale. Ci fa pensare a quando e a come abbiamo perduto tutto questo, il che è molto pericoloso per chi ce ne ha privato. La memoria è sempre pericolosa per chi fonda il proprio potere sull’oblio, come Orwell ci aveva ben insegnato. E’ importante che si dimentichi anche lui. Gli strepiti sguaiati dei media servono anche a questo: a non farci riflettere troppo. Se riflettessimo, potremmo renderci conto che abbiamo gettato alle ortiche una cultura millenaria per sostituirla con quella imposta con la violenza delle armi e del sopruso dallo straniero occupante.
(…)
L’Iran è una nazione che può permettersi di abbandonare la sala conferenze del palazzo dell’ONU quando lo ritiene opportuno, non quando lo ordina il padrone.
L’Iran può permettersi, per bocca del suo presidente, di demolire con un sogghigno le fanfaluche del decano dei giornalisti americani, ricordandogli che l’occidente non è mai stato “il mondo”, come ama definirsi nei momenti di esaltazione lisergica, ma solo una piccola componente di esso. Una componente che ha irrimediabilmente perduto la supremazia militare e culturale che le consentiva di imporre agli altri popoli la propria definizione di “civiltà”.
(…)
L’Iran possiede non solo le capacità militari e strategiche, ma anche la preparazione sociale per proteggersi dai propri nemici. I suoi cittadini sono soldati o figli di soldati che hanno combattuto contro l’Iraq una guerra spaventosa e sanguinosa in difesa della propria repubblica. Non giovinastri cialtroni con il piercing al sopracciglio, rimbecilliti da Facebook e da Lady Gaga. L’Iran non deve elemosinare da nessuno, neppure dai russi, la protezione territoriale della nazione. E’ una nazione pacifica, che non ha mai aggredito militarmente nessun altro paese nel corso della sua storia, ma che non esita a difendersi quando viene attaccata e a sfruttare l’incapacità militare altrui per rafforzarsi ed espandersi. Come ha saputo fare, con grande abilità, sfruttando la debolezza dell’esercito invasore americano in Iraq. Fabbrica da sè le armi, ormai altamente sofisticate, che servono alla difesa del proprio territorio, senza dover sopportare la presenza di basi straniere nemiche nelle proprie città, senza doversi porre sotto l’egida di organizzazioni militari internazionali che vanificano e umiliano ogni speranza di indipendenza politica, senza dover tollerare la corruzione e l’incapacità di politicanti-marionetta insediati ai vertici delle istituzioni dai conquistatori al solo scopo di mantenere in permanenza il paese nella condizione mortificante di possedimento coloniale.
L’Iran è tutto ciò che noi avremmo potuto essere senza il 25 aprile, quando, per vigliaccheria, abbiamo iniziato a chiamare “liberazione” ciò che era in realtà la disfatta più completa e umiliante che il nostro Paese avesse mai subìto in tutta la sua storia. Per questo brucio d’invidia per gli iraniani e per il mondo, ricco di futuro, in cui si trovano a vivere. Se 65 anni fa avessimo avuto un briciolo della loro fierezza, oggi avremmo ancora il diritto di chiamarci italiani e di dare un senso a questa definizione. Siamo invece un buco nero di paura, di annebbiamento morale, di servilismo ormai congenito e costantemente corroborato per via mediatica, dal quale nessun Ahmadinejad potrebbe più farci uscire. Neppure se un Ahmadinejad, qui tra le mura della nostra prigione, fosse anche solo lontanamente immaginabile.

Da Come eravamo, di Gianluca Freda.
[grassetti nostri]

4 thoughts on “Italia 0 Iran 1

  1. Pessima versione “castrata” dell’articolo di Freda. Proprio qualche ora fa avevo postato nel blog di Gianluca un commento dove dicevo che la maggior parte dei siti di “controinformazione” non avrebbero pubblicizzato questo suo articolo. Mi sbagliavo, certi l’avrebbero ripreso “tagliuzzato” per bene censurando le parti “scomode”, che poi sono proprio quelle parti che elevano l’articolo sopra il consueto chiacchiericcio sterile e ripetitivo dei classici siti di “controinformazione”.

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  2. l’accusa di censura francamente ci fa sorridere… il “tagliuzzamento” è una pratica che adottiamo di abitudine – come si può facilmente constatare girando nel blog – per segnalare articoli altrui che riteniamo contengano validi spunti di riflessione e, così facendo, anche per stimolare a visitare la fonte originale per leggerli nella loro versione integrale (e “premiare” coloro i quali li hanno elaborati).
    nel nostro piccolo, ci sforziamo quotidianamente per elevarci sopra il “chiacchiericcio sterile e ripetitivo” ma anche volendo, purtroppo, ciò non riesce facile e non solo e non tanto per nostri demeriti…

    n.b.: si da il caso che agli occhi di chi anima questo blog la questione fondamentale sollevata nel suo articolo da Gianluca Freda sia quella della “sovranità”

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  3. Io trovo interessante al contrario proprio gli spunti ripresi e che parlano di sovranità.
    Del resto quanto riportato è oggettivo e quindi eviterei da parte dell’altro commentatore l’espressione “disinformazione” usata in modo dispregiativo.

    Plaudo a questa sintesi e a ciò che esprime, che sottoscrivo in pieno.

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