Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

Il 13 Ottobre si è concluso il trasferimento ad Herat di tre elicotteri medio pesanti EH-101 Agusta Westland in dotazione alla Marina Militare, affittando come cargo un gigantesco C-17 Galaxy USA.
I nuovi arrivati ad ala rotante in aggiunta al già ingente e costosissimo apparato da trasporto logistico, evacuazione medica, ricognizione ed attacco a disposizione del Comando del PRT 11 di Herat si sarebbero resi necessari, a quanto dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Vincenzo Camporini, per “incrementare sul terreno la capacità multifunzionale della componente aerea del contingente italiano“.
L’Italia ha allargato il suo sostegno militare nelle provincie ovest dell’Afghanistan alla coalizione ISAF-Enduring Freedom.
Dal canto suo il D’Annunzio del XXI° secolo come si è definito, ironicamente, nel frattempo si è diviso in quattro con giornali e televisioni per sostenere il contrario, ipotizzandone la riduzione entro il 2011 affidandosi ad una favoletta logora: il passaggio della “sicurezza“ nelle mani dell’esecutivo di Kabul.
Non sapete chi è il Vate? Rimediamo subito. Anche se ci viene una gran voglia di portare il dorso della mano alle labbra e soffiare forte, forte.
E’ il Ministro della Difesa. L’onorevole Ignazio La Russa.
Il titolare di Palazzo Baracchini, perfettamente consapevole che 2/3 degli italiani sono fermamente contrari alla guerra in Afghanistan, sta tentando senza troppa fantasia di mandar in scena nel Bel Paese la stessa farsa recitata dal premio Nobel Barack Obama per tacitare l’opinione pubblica USA stremata, come la nostra e più in generale quella europea, da una devastante crisi sociale.
Anche se la finanziaria di Dicembre si chiama ora legge di stabilità, non sarà qualche furbata semantica o peggio qualche annunciata menzogna contabile per difetto (750 milioni semestrali per le “missioni di pace“) a nascondere che l’avventurismo bellico della Repubblica delle banane, dal 2003 ad oggi, ha bruciato risorse pubbliche colossali che avrebbero potuto essere diversamente utilizzate per dare fiato a lavoro, ricerca, sanità, tutela ambientale e strutture pubbliche.
E qui ci vengono a mente anche i 15 miliardi di euro per un altro costosissimo ultra-bidone rifilatoci dal Pentagono, da D’Alema, Prodi, Berlusconi, Guarguaglini & soci in cambio di un men che niente, una sezione d’ala a Cameri: l’F-35.
La missione degli EH-101, rinnovabile come precisato dal Ministro della Difesa, durerà per ora 12 mesi. Poi si vedrà.
L’obbiettivo del titolare di Via XX Settembre è di far lievitare i costi della “missione di pace“ un po’ alla volta, per evitare impatti negativi di immagine al Governo e silenziare le proteste del personale del suo Dicastero e quello degli Interni di Maroni.
Una protesta che sta lentamente uscendo allo scoperto per i 40.000 tagli agli organici ed alle risorse finanziarie destinate alla sicurezza “esterna ed interna“ del Paese, operati da Tremonti lasciando da parte i 300.000 nella Pubblica Amministrazione spalmati in cinque anni, annunciati dal nano cattivo Brunetta.
Gli EH-101 del 1° Gruppo provenienti dalla base NATO di Luni-Sarzana (La Spezia), dotati di sistemi di autoprotezione, di capacità radar, di visione notturna e di fuoco ognitempo, serviranno a dare temporaneo respiro agli sfiatatissimi Chinook CH-47 attualmente utilizzati per il trasporto dei militari italiani – un contingente ormai asserragliato in 11 compound fortificati nelle provincie di Herat, Farah e Baghdis – ed incrementare la (nostra?) capacità di vettovagliamento.
Un rifornimento logistico sempre più ingente ed oneroso da far arrivare a destinazione.
Col crescere del numero dei soldati impegnati sul terreno, preso atto dell’’impossibilità di continuare ad usare in Afghanistan colonne di blindati e mezzi trasporto in condizioni di “sicurezza“ su percorsi stradali principali e secondari, aumentate le difficoltà di ricevere approvvigionamenti liquidi e solidi via terra, il Comando del PRT di Herat è forzatamente costretto a ricorrere sempre più massicciamente a mezzi ad ala rotante.
Macchine che, non essendo ancora a disposizione dei nuclei pashtun missili antiaerei spalleggiabili, offrono temporaneamente un ampio margine di sicurezza sia nel trasporto a destinazione del materiale logistico che del personale da avvicendare. La scelta del trasferimento per via aerea finisce però per far lievitare i costi di missione del 500% su quella via terra, incide sul logoramento precoce degli elicotteri, necessita di strutture specializzate di supporto e manutenzione sul posto, non esclude perdite accidentali dei mezzi e del personale trasportato (35-37 unità a pieno carico su un Chinook CH-47) e necessita in ogni caso di un supporto armato solitamente assicurato da due Mangusta A-129 nella fase di trasferimento atterraggio e decollo dai compound.

Aver frazionato su espressa richiesta del generale Petraeus il nostro contingente militare, per pattugliare aree sempre più estese e “contrastare il nemico“, ha fatto lievitare il numero delle operazioni sul terreno del contingente italiano.
Più aumenta il raggio delle perlustrazioni armate, più crescono i presidi fissi, più si allungano le linee di rifornimento, più aumenta la necessità di predisporre adeguate “contromisure“.
L’intera logistica via terra di ISAF sta peraltro ricevendo negli ultimi tre mesi un duro colpo dai ripetuti attacchi di formazioni armate non identificate nelle aree sotto sovranità del Pakistan, in prossimità del confine con l’Afghanistan. Si contano ormai a centinaia i trasporti con containers e cisterne di ISAF e di Enduring Freedom incendiati e distrutti, sia in movimento che in sosta prima di poter attraversare la linea di confine.
Nei quadranti est e sud del Paese l’emergenza è a livello di allarme rosso, ad ovest ed a nord le forze USA-NATO hanno dovuto registrare nei primi dieci mesi del 2010 un aumento di attacchi ai convogli del 20-30% sul 2009, anche se ad Ottobre è piovuto sull’intero Afghanistan un tonnellaggio di bombe, missili e razzi superiore a quello sganciato nella prima settimana dell’offensiva aerea USA sull’Afghanistan del 2001 che portò al collasso il governo Taliban. La notizia è arrivata dalla sede dell’Ansa a Washington, il 19 Novembre.
Il Pentagono ha minimizzato rilasciando un comunicato alla camomilla che limita a 1.250 (!) gli ordigni esplosivi sganciati sugli “insorti“, anche se ha dovuto ammettere un aumento consistente degli attacchi dall’aria sullo stesso mese del 2008, quantificando le operazioni di terra realizzate a Giugno, Luglio ed Agosto dalle Task Force Alleate a 1.572 con la cattura e l’uccisione di 368 leaders delle forze nemiche. Anziani, bambini, giovani, uomini e donne che abitavano nei villaggi dove sono stati feriti, catturati od eliminati i capi tribù con tutta evidenza non rientrano nei canoni della contabilità degli “effetti collaterali“ a stelle e strisce.
Nella provincia afgana di Kandahar, le truppe USA abbattono tutte le abitazioni con cui vengono a contatto.
In più occasioni hanno ridotto in macerie interi villaggi abbandonati dai residenti sotto l’incalzare dell’offensiva Dragon Strike, per neutralizzare il posizionamento di trappole esplosive e mine. Il metodo adottato, vecchia storiaccia, dai comandi USA è di radere al suolo le abitazioni ricorrendo al bombardamento aereo, all’artiglieria pesante e dal Vietnam in poi ai bulldozer blindati. Non sono stati risparmiati i muri di cinta, i ponti sui canali né i muretti a secco che delimitano le proprietà. I filari di alberi lungo le strade che portano agli insediamenti abbattuti a colpi di granate.
Nell’operazione Dragon Strike, gli yankees per bonificare il terreno utilizzano gli spazzatori ruotati antimina montati sugli Abrams M1A da 63 tonnellate. Per il New York Times nei distretti di Argdandab, Zhari e Panjwai rangers e marines USA hanno distrutto migliaia di abitazioni fatte di mattoni di fango. La conferma è arrivata dal portavoce del governatore della provincia di Kandahar, Tooryalai Wesa. Il governatore della provincia di Zhari ha parlato di centinaia di richieste di risarcimento solo nel suo territorio: Shah Muhammed Armadi ha comunicato al governo di Kabul che dell’intero villaggio di Khosrow è rimasto in piedi solo qualche muro perimetrale.
La desolazione – ha scritto – è totale, in giro ci sono solo macerie ed incendi. Le carcasse degli animali domestici sono in putrefazione.
Il villaggio è stato totalmente distrutto da una salva di razzi HIMARS, secondo un report dell’agenzia afgana Pajok.
Cosa siano è presto detto. HIMARS è l’acronimo di High Mobility Artillery Rocket System della “famiglia MLRS“, usata durante il Marzo-Aprile del 2003 nell’aggressione all’Iraq.
Sono armi costose a lunghissima gittata, dotate di una potente testata esplosiva. La distanza minima di impiego è di 25-30 km. Se ne trae il fondato convincimento che gli yankees usino in Afghanistan gli HIMARS solo per testare su un villaggio abbandonato l’efficacia e la precisione della loro artiglieria carrata. Non c’è altra spiegazione possibile da un punto di vista “militare“.
E la Repubblica delle banane di centrodestra e di centrosinistra in Afghanistan fa da spalla a questa manica di delinquenti a spese, e che spese, dei contribuenti italiani.

Il nuovo strumento operativo della Marina Militare, Group Shark (!) su EH-101 sarà affiancato da piloti e copiloti, addetti al volo, alla manutenzione elettronica ed elettro-meccanica, alle armi di bordo, alla logistica, da un team medico con attrezzature di pronto intervento e stabilizzazione, e da 67 militari dell’Esercito Italiano appartenenti al Rgt Fucilieri San Marco, addetti alla protezione.
Con i nuovi arrivati il personale tricolore nella Terra delle Montagne raggiungerà i 5.600 e rotti militari con una fluttuazione di 75-100 unità per avvicendamenti, licenze, stati di malattia, missioni di collegamento con altri Comandi ISAF od assegnazioni a sedi centrali USA-NATO a Kabul.
Vediamo ora brevemente cos’è un EH-101.
Definito elicottero multiruolo medio pesante, ha un equipaggio di 2 piloti e 2 aiutanti di bordo. Ha una lunghezza di mt 22.81, un altezza di 6.65 ed un diametro al rotore di 18.59. Pesa al decollo 14.600 kg, l’autonomia è di 1.389 km con una velocità di 309 km/h ed una tangenza operativa di 4.575 mt. Solitamente monta 2 missili antinave Marte o 4 siluri MK 44 o MK 66. Li hanno sbarcati. In Afghanistan non servono davvero.
Il Ministero della Difesa ne ha acquistati 18 esemplari al costo totale di 1.075 milioni di euro. L’ultima tranche sarà pagata nel 2013. Con la Finanziaria 2008 è stato siglato da Palazzo Baracchini con Agusta Westland un nuovo contratto di acquisto di 12 nuove macchine al costo aggiuntivo di 980 milioni di euro.
Un colosso dell’aria che è costato e costerà, in tre versioni, escluso addestramento piloti e personale di volo, armamenti di bordo, ricambi, manutenzione ed upgrade, qualcosina come 2,055 miliardi di euro.
La versione spedita ad Herat è stata allestita per trasporto personale e gunship. Insomma, farà da asino e da cannoniera volante per annaffiare perbene qualche straccione pashtun a cui prima o poi l’ISI farà arrivare con un larghissimo giro un Manpads Sam Strela od una versione modificata di un Quing Wiei 2 oppure un MK 3 Anza.
E allora sì che saranno dolori per la Santa Alleanza USA-NATO, a cui con tutta evidenza non basta farsi congelare o distruggere sulla linea di confine AfPak da Islamabad i rifornimenti logistici come risposta alle incursioni armate degli UAV Predator, che hanno prodotto nel solo mese di Ottobre oltre 220 morti sul suo territorio, ed all’uccisione, avvenuta di recente, di tre militari dell’esercito pachistano.
Le “novità“ in questo quadrante di Asia sono molte. Ne riparleremo. Un ultima chicca che ci riguarda da vicino. Frattini, sganciandosi da Napolitano in visita a Pechino, durante il viaggio di ritorno in Italia ha lasciato nella mani del Primo Ministro di Islamabad un assegnino da 80 milioni di euro. La motivazione? Aiuti per le alluvioni monsoniche che hanno recentemente colpito il Pakistan. Qualche maligno sostiene che siano una tranche per tener buoni i combattenti pashtun nel settore ovest dell’Afghanistan. L’ISI fa ancora più paura dopo l’attentato di Kabul ai parà della Folgore. Attentato che ad un analisi approfondita ha avuto modalità di esecuzione e di efficacia non abituali.
Giancarlo Chetoni

4 thoughts on “Fuori la Repubblica delle banane dall’Afghanistan. Alla svelta!

  1. Fuori l’Italia dall’Afghanistan. La nostra cara Patria ha altro a cui pensare. Gli USA sono forti e preparati abbastanza per risolvere la situazione da soli (anche se dubito fortemente che riusciranno a prendere Osama. Quello è troppo furbo e ha troppi appoggi)

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