Si fa presto a dire no al nucleare

Coloro i quali manifestano la propria strenua opposizione al programma nucleare civile, riattivato dall’esecutivo Berlusconi, dovrebbero altresì spiegare perché non hanno nulla da dire in merito all’esistenza di 90 testate nucleari USA in Italia, tra le basi di Ghedi ed Aviano, né tantomeno sulla ricorrente presenza nei nostri porti di almeno tre sottomarini statunitensi a propulsione nucleare, appartenenti alla VI Flotta.

Ed in Sardegna, a La Maddalena, dove nel 2003 si sfiorò il disastro nucleare quando l’USS Hartford s’incagliò nella Secca dei Monaci, pare vicino il ritorno dei vecchi “ospiti”.
Sovranità giammai.

14 thoughts on “Si fa presto a dire no al nucleare

  1. e se a Ramstein ci sono ancora quelle che c’erano sicuramente fino al 2005, conserva sul proprio territorio 150 testate atomiche USA, più che sufficienti per fare tabula rasa di buona parte dell’Europa.
    la Merkel che dice al riguardo?

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  2. OCCORRE FARE DELLE IPOTESI PLAUSIBILI:
    1) Se la Germania dice NO al nucleare significa che è in possesso di alternative energetiche EFFICACI. La Germania NON è l’Italia dove se inventi qualcosa è meglio che espatri, altrimenti ti fanno fuori. La Germania è inolte il paese dove la forza dell’industria ( leggera e soprattutto PESANTE) è in condizione di CONDIZIONARE qualsiasi governo. DOMANDA agli antinuclearisti che credono nelle assicurazioni della Merkel: perchè cadere così platealmente nei tranelli??? Domanda: c’è qualcuno che crede che le campagne CONTRO le pellicce ( alla quale sono TOTALMENTE favorevole ) non sia stata finanziata dai produttori di pellicce di plastica?? L’ENERGIA è UN DATO PRECISO ED IMMODIFICABILE. O hai il quantitativo energetico che ti serve o non ce l’hai. GV.

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  3. le importanti scelte in merito alle fonti di approvvigionamento energetico, qualsiasi esse siano, fanno parte delle competenze di uno Stato sovrano, che dovrebbe favorire tra i suoi cittadini la maggiore consapevolezza possibile sui costi e benefici di ciascuna opzione.
    il fatto che non si entri nel merito degli innumerevoli rischi connessi alla presenza di materiale atomico americano ad uso militare in Italia, è un indicatore sia della scarsa consapevolezza generale dei reali termini della questione sia, chiaramente, di mancanza di sovranità da parte dei decisori politici-istituzionali

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  4. “…scarsa consapevolezza generale dei reali termini della questione sia, chiaramente, di mancanza di sovranità da parte dei decisori politici-istituzionali”
    Più la seconda. Con la Libia, abbiamo finito la collezione di “figurine”?
    Sono sicuro di no!

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  5. Ma secondo voi, con quelle figurine che ci sono al governo, abbiamo qualche speranza che le atomiche che ci sono ad Aviano (probabilmente 90) ed in altre basi siano rispedite al mittente??? “Illusioneeeee, dolce chimera sei tuuuuuuu….!
    Salutiiiiiiii.
    ps) per i più giovani: “illlusione ecc. era una vecchia canzone anni ’50 (la cantava spesso mia nonna e aveva ragione!) quando i “liberatori” sono arrivati, e con le gomme amerikane e i blue-jeans hanno portato guerre e criminiumanitari…..per tutti.

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  6. La guerra nel sud Italia dei sottomarini nucleari USA,
    di Antonio Mazzeo

    Sono lo strumento di distruzione più micidiale della coalizione internazionale in guerra contro Gheddafi. Hanno sganciato centinaia di missili “Tomahawk” all’uranio impoverito, spargendo polveri radioattive nelle città e nei villaggi della Libia. Transitano in immersione nei mari del sud Italia, attraversando i corridoi marittimi più trafficati come lo stretto di Messina. Per le loro soste scelgono le popolatissime baie ai piedi di due vulcani, l’Etna e il Vesuvio, accanto a depositi di carburante e munizioni, raffinerie e industrie chimiche. Si tratta dei sottomarini a propulsione nucleare della marina militare USA, impianti antiquati e pericolosi tipo “centrale Chernobyl”, con l’aggravante che se ne vanno a spasso liberi per i nostri mari.
    (…)

    http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2011/04/la-guerra-nel-sud-italia-dei.html

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  7. Qualcuno obblighi J. P. Morgan a desecretare i brevetti di Nikola Tesla.

    Dopo di che la fissione nucleare e l’ossidazione dei combustibili fossili saranno solo un (brutto) ricordo.

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  8. storia davvero affascinante quella di Tesla.
    recentemente, a Radio24, è andata in onda una trasmissione sulla sua vita in cui si evidenziavano i conflitti che ebbe con le lobby industriali-finanziarie USA (mr Edison, in primo luogo); probabilmente è rintracciabile in rete

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  9. ANDIAMO OLTRE: il caso Tesla NON è il solo. Basterebbe citare anche i rapporti fra Tesla e Marconi. E tuttavia resta sempre la questione di fondo. Il potere politico economico ( in questo caso Edison) cerca sempre di CONTRASTARE quelle scoperte tecnologiche che NON permetterebbero l’intrusione dell’USURAIO, che specula sulla fornitura ai cittadini. Per quanto riguarda il motore ad acqua, esso fu esibito palesemente da uno dei tanti suoi inventori. Un ingegnere russo naturalizzato francese negli anni trenta. (Vedi: Anton Zischka: La guerra segreta per il petrolio, Payot, Parigi, 1933; Bompiani, MIlano 1936 ) Costui partì da Mosca con un treno trainato da una locomotiva alimentata da questo motore, e giunse a parigi in un tripudio di gente.
    Per Tesla: molti articoli sono stati pubblicati sulla rivista SCIENZA e CONOSCENZA dell’editore MACRO. ( http://www.macrolibrarsi.)

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  10. Antonio Mazzeo ci aiuta a ricordare un altro episodio accaduto nel lontano 1976…

    Una tragedia ancora più grave avvenne venticinque anni prima nelle acque del Mar Ionio meridionale. La notte del 22 novembre 1975, la portaerei USS John F. Kennedy entrò in collisione con l’incrociatore USS Belknap, armato di missili nucleari “Terrier”. A bordo di questa unità scoppiò un incendio che giunse a pochi metri dalle testate (fu lanciato uno dei più alti livelli di allarme nucleare, il cosiddetto broken arrow – freccia spezzata). Le fiamme causarono la morte di 7 uomini dell’equipaggio. “Se le fiamme avessero raggiunto le testate atomiche, sarebbero esplose con effetti facilmente immaginabili, provocando la contaminazione radioattiva di un’area enorme, in teoria gran parte dell’Italia meridionale”, ha commentato l’esperto di Greenpeace International William Arkin, in forza all’esercito USA dal 1974 al 1978. L’incrociatore Belknap, parzialmente distrutto, fu rimorchiato nel porto di Augusta da un’altra unità navale USA. Nella città siciliana approdò il successivo 26 novembre pure la portaerei John F. Kennedy, anch’essa dotata di armi nucleari. Mentre il Belknap restò in rada per diversi giorni, la portaerei lasciò Augusta il 28 novembre per dirigersi a Napoli, dove fu sottoposta ad alcuni lavori di riparazione.
    Su quanto accadde realmente quella maledetta notte del 1975 nelle acque ad est della Sicilia esistono scarne informazioni. Un rapporto del giugno 1976 del Comando del Carrier Airborne Early Warning Squadron 125 dell’US Navy ricorda che il 14 novembre 1975 “era stata avviata un’esercitazione di guerra anti-aerea (Anti-Air Warfare Exercise) per valutare ulteriormente le capacità di intercettazione a largo raggio dei velivoli E-2C ed F-14”. “Alle ore 22 del 22 novembre, la Kennedy e il Belknap si urtarono in mare durante le operazioni aeree notturne”, prosegue il rapporto. “Gli E-2C dello Squadrone 125 presero immediatamente il controllo della pista di volo della portaerei e misero rapidamente in salvo tutti gli aeroplani in una struttura diversa, la facility aeronavale di Sigonella, in Italia. A bordo della Kennedy suonarono i sistemi d’allarme e la nave fu impegnata nel combattere le fiamme che si svilupparono. Gli appelli eseguiti per tutta la notte permisero di localizzare tutto il personale dello squadrone, e parecchi degli uomini s’impegnarono attivamente nelle operazioni di spegnimento dell’incendio e di salvataggio”.
    Ancora più drammatico il racconto di Tom Pruitt, uno dei militari imbarcati nella fregata USS Bordelon, giunta in soccorso delle unità in collisione. “La task force navale era posta sotto il commando dell’ammiraglio Dixon che seguì ogni fase di quella notte, dando personalmente gli ordini di assistenza al Belknap. Metà dell’incrociatore era investito dalle fiamme e successivamente ho appreso dagli uomini a bordo, che quelli che stavano a prua non sapevano se lo scafo si fosse squarciato a metà. Così come non lo sapevano quelli che stavano a poppa. Inizialmente l’ammiraglio Dixon ordinò alla fregata USS Claude Ricketts di posizionarsi a fianco del Belknap controvento, per spegnere l’incendio. Dopo alcune ore, egli si rese conto che non era questo il lavoro che andava fatto. Fu allora ordinato alla Bordelon di affiancare il Belknap sottovento alle fiamme e al fumo, in modo da poter dirigere il getto d’acqua nell’area dove nessuno poteva accedere in altro modo. Il nostro skipper, George Pierce, tenne la Bordelon a meno di 15 piedi dalla fiancata della Belknap – in mare aperto – fino a quando le fiamme non furono messe sotto controllo. Successivamente la Bordelon rimorchiò il Belknap sino alla baia di Augusta, in Sicilia, e aiutò l’equipaggio dell’incrociatore nelle attività di riparazione che durarono tre giorni”.
    La foto di un ufficiale dell’US Navy immortalò l’incrociatore in rada ad Augusta il 23 novembre 1975. Anche se il ponte appare in parte intatto, la struttura d’alluminio dello scafo sembra essersi fusa del tutto

    http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2011/04/golfo-di-augusta-sempre-piu-rischio.html

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  11. Pingback: Italia polveriera atomica « FreeYourMind!

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