Afagnistan, Agfanistan, Afganistan

«Adesso nessuno potrà dirmi che la guerra è giusta, nessuno potrà raccontarmela, nessuno potrà dirmi di stare zitto perché io ci sono stato, ho visto e vissuto i suoi effetti… pochi (“solo” 6 mesi) rispetto a chi ci convive ogni giorno, troppi rispetto a chi la decide come a Risiko, solo per guadagnare una cazzo di carta…».
Lo so, c’è una parolaccia, ma si dice proprio così: “guerra”. Anche quando è “missione di pace”, gli effetti sulla popolazione civile sono gli stessi. E Andrea “Floppy” Filippini lo ha visto coi suoi occhi. Bolognese doc («sono nato in maternità, dentro porta, e ora vivo fuori perché non ne ho»), quarantenne, attore e regista del Teatro dei Mignoli, responsabile formatore degli Angeli delle Fermate, infermiere che si è licenziato perché non accetta il concetto di Ospedale come Azienda. In Afghanistan per sei mesi, manda email agli amici come pagine di diario. Tornato in Italia, diventano un libro: “Afagnistan Agfanistan Afganistan”.
Un titolo simpatico, ma è una critica: «nasce da un’inchiesta delle Iene – spiega lunedì al Parco della Montagnola, tra gli alberi accanto al Ravintola Bar, mentre in piazza festeggiano le vittorie elettorali – Un parlamentare non riusciva neanche a pronunciare il nome del paese, non sapeva dove fosse, ma non aveva avuto problemi a votare la partecipazione alla “missione di pace”, ai bombardamenti».
Tornare non è stato facile. «Difficile reinserirsi dopo un’esperienza che ti cambia e ti rovina. Dieci giorni dopo il mio ritorno c’è stato uno speciale su canale 5, “Terra!”: parlavano di un paese dove ero appena stato, ma era un’altra cosa. Parlavano di “missione di pace”, io avevo visto la “guerra”. Litigavo con tutti. Dicevo: “non mi capiscono”, alla fine ho capito che ero io che non andavo bene. È che sono un integralista… perché la guerra è integralista, e va affrontata con le stesse armi».
L’Afghanistan, quello bello, Andrea non l’ha visto. «Me lo hanno raccontato come un posto stupendo, negli anni ’70, con donne addirittura in minigonna. Gli hippies sulla via dell’India ci si fermavano mesi. Ancora oggi però ci vive un popolo che dopo 30 anni di drammi ha voglia di vivere, lavorare, esprimersi, con grande dignità, e che continua a ridere!»
Eppure accadono cose lontane dal riso: «ero là con una Ong, ma ho cambiato nome nel libro per evitare pubblicità, come ho cambiato i nomi alle persone, ma le cose che dico e descrivo sono tutte vere: un sacco di bambini muoiono, non ci sono buoni o cattivi, ma innocenti che pagano scelte che nulla hanno a che fare con la pace. Là si sperimentano nuove bombe, e si decide “chi” curare, non “come”. E per dire tutto senza censure sono diventato editore, ho pubblicato il mio libro, lo distribuisco fuori dai grandi circuiti, solo nelle librerie indipendenti, dai “librai”, e andrò a parlarne ovunque mi chiameranno. Anche questa è una scelta politica di agire e informare: spero si arrabbino in tanti».
Era pronto anche un documentario, anzi due, ma non usciranno. «Ne ho fatto uno sulla guerra, con le sue immagini di persone maciullate. Non è piaciuto alla Ong: “troppo forte”. Ne ho fatto un secondo, di 5 minuti, versione disney. Neanche quello. Li mostrerò ai convegni, o a chi me li chiederà».
Nel libro, però, accanto alle «istantanee di viaggio», tra pensieri, racconti, emozioni, rabbia, c’è anche spazio per il campionato di Fantacalcio. «Ci gioco da anni, ogni sabato mandavo la mia squadra agli amici e il lunedì guardavo i risultati. Erano i momenti in cui staccavo e tornavo al mio mondo reale. Li ho lasciati nel libro perché anche questo ero io, là».

[Fonte: repubblica.it]

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