Intanto paghiamo

Adesso la quadruplice sta facendo pagare all’Italia l’alleanza con Putin e Gheddafi.
Con la Clinton in testa, il Club non tollera autonomia e soluzioni energetiche nazionali

di Piero Laporta per ItaliaOggi

Capolinea? ItaliaOggi del 7 ottobre 2009 scrisse che Silvio Berlusconi traballava a causa dei legami con Gheddafi e Putin, dopo la vittoria di Hussein Barak Obama e Hillary Clinton. Tre mesi prima ItaliaOggi accostò le fucilate mediatiche sulle ospiti di villa Certosa ai «terroristi che un tempo annunciavano a rivoltellate le elezioni imminenti». Seguì un copione sperimentato dal 1945, quando il «quartetto» dei vincitori (Gran Bretagna, Francia, USA e URSS), irradiatosi nei nostri interessi, li predò più o meno di comune accordo, manipolandoci la democrazia, corrompendola e non solo. Crollata l’URSS, subentrò la Germania e il nuovo Quartetto eliminò alleati esigenti a vantaggio di ex nemici ricattabili.
Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare la sua proprietà? I valvassori del Quartetto rapinavano da sempre le ricchezze italiane; dopo il 1989 Mediaset fu tra le appetibili. I valvassori ebbero sempre man salva purché assicurassero la ciclica spremitura degli italici servi della gleba, come desiderano mercati, BCE, IMF e agenzie di rating. L’Italia è come le mucche dei Masai. I valvassori le incidono ogni tanto le vene del collo, badando di non ucciderla; raccolgono il sangue nella zucca e lo porgono al Quartetto che lascia qualcosa sul fondo da leccare. Negli anni ’50 gli USA bevevano per primi; oggi Berlino ha il primato, segue Parigi, ultima la Clinton che freme dopo gli abili inglesi. Il deficit statale fu pure sperperi e corruzione, però conseguenti a politiche agricole, industriali ed energetiche genuflesse al Quartetto vampiro.
Il sistema (difeso con bombe, terrore rossonero, mafia e agenzie di rating) perseguita e uccide chiunque tenti di scalfirlo o svelarlo, come Enrico Mattei, Aldo Moro, Giovanni Leone, Luigi Calabresi, Mino Pecorelli, Walter Tobagi, Bettino Craxi. Piemme comunisti? Una balla rancida: o effimeri autocrati a caccia di visibilità oppure organici ai quattro del Quartetto. Vi sono pure, grazie a Dio, tanti liberi, onesti e coraggiosi; va detto e ricordato con un grazie.
Berlusconi parvenu (come sibilarono Gianni Agnelli e Indro Montanelli, valvassori fra i più zelanti) s’adattò alle regole dei Quattro che spaccano il paese in due partiti, l’uno contro l’altro, i capponi manzoniani: comunisti contro anticomunisti, poi nord contro sud, guelfi contro ghibellini, obbligandoci a un moto parossistico e immobile, come un calabrone, di fronte al fiore inarrivabile delle riforme. «Faremo, cambieremo, riformeremo» ronzava il calabrone Silvio, mentre agguantava il futuro legando Vladimir Putin a George Bush Sr, nonostante costui sia assiduo col suo peggiore nemico in Svizzera. Sembrava fatta. Tornata tuttavia al potere la sitibonda Clinton, ogni equilibrio s’infranse nella guerra di rapina alla Libia. Berlusconi maramaldo che pugnala Gheddafi, anticipa quello col «cuore grondante sangue» che tradisce gli elettori. La Germania sta alla finestra, come gli USA nella guerra dello Yom Kippur del 1973; lascia che altri combattano, agevolando i suoi disegni, in Libia come a Roma, dove osserva Giulio Tremonti accostarsi a palazzo Chigi col primo di tre indispensabili passi: uccidere Berlusconi, politicamente s’intende. Deve, può o vuole? È presto per dirlo. Anche il secondo passo, cavar sangue come i valvassori, potrebbe essere obbligato da politiche spietate. Arriverà il terzo e decisivo passo di Tremonti, se vorrà omologarsi? Porgerà la zucca, come Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, prima di lui? A chi la porgerà prima? Che cosa conterrà? ENI, Finmeccanica? Washington condivide le priorità di Giulio con le altre tre? I guai di Marco Milanese crescono mentre si colma la zucca? Oltre le congetture, sono seri i guai del Cavaliere se smarrisce la realtà come Bettino Craxi, quando aprì le porte del Quirinale a Oscar Luigi Scalfaro e chiuse le proprie. La volpe ansima e i cani la incalzano. A meno che, a marzo, Vladimir Putin_ o forse prima, vedremo, intanto paghiamo.

6 thoughts on “Intanto paghiamo

  1. In questo caso La Porta non mi convince; non credo che la Germania e la Francia siano i nostri nemici principali.
    Usa e Inghilterra lo sono indubbiamente, la prima ancor più della seconda;
    sia in Germania che in Francia
    la classe politica odierna è molto subalterna e conciliante, contro i propri interessi di lungo periodo, con agli anglosassoni, ma ci sono ampie fascie, che
    per forza di cose, sono invece schierate su un fronte europeista e filo-
    russo (vedi Schroeder e molte parte della Cdu stessa; e non è un caso che gli
    angli puntino sui Verdi; idem in Francia).
    Bisogna ragionare in ottica continentale, grande-europea, (Eurussia), mentre La Porta
    continua a ragionare in chiave piccolo-nazionalista.
    L’asse Parigi-Berlino-Mosca è sempre lo spettro numero uno degli angli e Roma
    (con ENI e Finmeccanica)
    è soprattutto il ventre molle di questa azione politica e all’uopo si usa lo
    strumento Euro (gestito da banchieri- burattini decennali degli angli – come Mario Draghi i cui padroni sono a Washington e a Londra e non a Parigi e Berlino) che si riesce a manipolare come si vuole contando sulla meschinità
    e macanza di visione strategica della classe politica europea.

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  2. Michele chiaro e da me applaudito. Vorrei che l’Europa fosse unita e indipendente, affrancata dal servilismo verso le zie cattive e devianti Usa e GB.

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  3. Io invece mi trovo d’accordo con il contributo di Laporta. La recente vendita di titoli di stato italiani da parte di Berlino, volti a promuovere la speculazione finanziaria sul sistema italia assomigliano di piu’ ad una vampirizzazione che certo non puo’ provenire da un paese alleato.

    L’europa di oggi, come tutti sanno e, come il recente incontro Sarkozy-Merkel dimostra , la stanno facendo la Germania e la Francia, e stando cosi’ le cose c’e’ da aspettarsi che la facciano a vantaggio dei rispettivi paesi, prima che di quelli greci, spagnoli, italiani.

    Del resto l’attuale crisi finanziaria non risparmia nessuno (vedi gli stessi USA) ed e’ fin troppo facile ipotizzare un riallineamento degli interessi europei sull’asse parigi-berlino, a discapito delle periferie della Ue.
    Possiamo continuare a pensare idealmente ad un superstato europeo, ma senza una struttura politica-economica che faccia crescere armonicamente tutto il continente non ci resta che fare come il titolo di questo post suggerisce: pagare!

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  4. Occidente (più o meno “democratico”) significa “indebitamento”, argomenta Enrico Galoppini, sottolineando come i pochissimi Paesi a non essere indebitati (e con chi non viene mai specificato…) corrispondono esattamente ai cosiddetti “Stati canaglia”: Iran, Siria, Libia, Sudan, Cuba e Corea del Nord…:
    Quei ‘buchi grigi’ nella “mappa del debito”…
    http://europeanphoenix.net/it/index.php?option=com_content&view=article&id=98:quei-buchi-grigi-nella-mappa-del-debito&catid=7:economia

    si noti inoltre l’ennesimo crollo delle Borse che si verifica, questa volta, il giorno successivo all’annuncio che l’Unione Europea sta facendo concreti passi avanti nell’adozione di una tassa sulle transazioni finanziarie: http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/rassegna_stampa/pdf/2011081819464194.pdf

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  5. da Lucio Manisco riceviamo:

    LA STORIA NON SI FA CON I SE,
    MA I SE AIUTANO A CAPIRE LA STORIA

    20 agosto 2011

    Se la Russia di Putin e la Cina di Hu Jintao avessero ordito e posto in atto il piano diabolico che da due anni a questa parte ha messo sul lastrico 26 milioni di disoccupati reali negli Stati Uniti, più di 20 milioni in Europa e falcidiato con le carestie e la fame due miliardi di esseri umani nel terzo mondo globalizzato….
    Se con la forza d’urto di Gazprom, della mafia russa e dell’incontenibile sviluppo economico cinese avessero portato alle stelle i debiti sovrani dei paesi occidentali e sprofondato questi paesi nella più grave crisi economica e finanziaria degli ultimi 80 anni….
    Se questi ed altri non meno nefasti danni collaterali fossero stati deliberatamente inflitti da Mosca e Beijing al Grande Impero d’Occidente, ai suoi alleati e sudditi lo scenario, nella dizione kissingeriana, sarebbe stato ben più allarmante di quelli configurati dal muro di Berlino, dai missili sovietici a Cuba e dal 9/11: Stealth e B-52 in volo 24 ore su 24 sui perimetri dello spazio aereo della Confederazione Russa e della Repubblica Popolare Cinese, conto alla rovescia dei Minutemen III dello Strategic Air Command nel Nebraska, la Sesta, Settima Flotta e i sommergibili nucleari Trident in postazioni avanzate dall’Atlantico al Mare del Nord e al Pacifico, applicazione dell’art.5 della Nato e ultimatum da giudizio universale alle due potenze nemiche.
    La storia non si fa con i se soprattutto se così poco plausibili quando lo stesso New York Times riconosce un giorno sì e l’altro pure che gran parte delle responsabilità della grande crisi ricade tecnicamente sulla governance, cioè sull’assenza di governance, degli Stati Uniti d’America.
    Il quotidiano, una volta tanto autorevole, registra ovviamente gli aspetti storici dell’esplosione della bolla speculativa del 2008, gli scandali di derivati ed affini, gli interrogativi sul fallimento della Lehman Brothers, la necessità conclamata ma sempre evasa di nuove regole sui mercati, le esitazioni e l’arrendevolezza di Obama sul minacciato default, gli eccessi della austerity soprattutto in Europa, ma sorvola sui trilioni elargiti alle banche, sull’iperliberismo sfrenato, sulla Goldman Sachs ai vertici del potere delle amministrazioni USA e lamenta pietisticamente la carenza di stimoli all’economia reale e all’occupazione.
    Citiamo il New York Times a proposito della storia che non si fa con i se, anche se a volte i se aiutano a comprendere la storia, il perché ad esempio il mondo intero non si indigna e non si impegna come esorta Stéphane Hessel contro i responsabili della crisi e cioè contro i padroni del vapore, i governi dell’economia e della finanza planetaria, gli Stati Uniti d’America.
    Non mancano, è vero, i primi segnali di un risveglio collettivo nei moti semi-insurrezionali dei giovani di Londra, Birmingham, Manchester e Berlino che hanno già scatenato la repressione selvaggia delle istituzioni, ma siamo ancora agli inizi e il modello americano malgrado un risentimento diffuso continua ad essere quello dominante grazie all’asservimento dei mass media, la vera controrivoluzione della fine del secolo scorso. Si celebrano ancor oggi (vedi i Murdoch, i Cameron, i Berlusconi e persino il laburista Milliband) personaggi come Ronald Reagan e Margart Thatcher che hanno schiacciato i sindacati creando i presupposti della miseria universale e dell’ulteriore arricchimento dei ricchi. Si continua ad inveire contro gli aumenti minimi della pressione fiscale in quanto pretestuosi disincentivi degli investimenti già ridotti a zero. Si proclamano la validità intaccabile e la verità metafisica della globalizzazione a stelle e strisce e malgrado le continue delusioni si guarda a Barak Obama come leader coraggioso e illuminato (Federico Rampini ha scritto che la primavera araba è stata innescata dal suo discorso del Cairo!)
    Mala tempora… Rimangono solo convinzioni e speranze, quelle di Terry Eagleton espresse con superba, ironica maestria in “Perché Marx aveva ragione” (Yale University Press, New Haven&London, giugno 2011).

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