La Libia non è in (s)vendita

Con due diversi comunicati, l’ultimo delle 21.17 del 26 Ottobre, l’Ansa fornirà la notizia che il Qatar (!) si appresta a sostituire la NATO al fine missione di Unified Protector previsto per il 31 Ottobre, in attesa di un nuovo vertice dei Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza Atlantica per stabilire un piano di gestione condivisa della “nuova“ Libia, dichiarata “liberata“ dalla feccia tribale che si riconosce nel ex ministro della giustizia della Jamahiriya Adbel Jalil. Dichiarazione arrivata Domenica 23 durante una manifestazione pubblica a Bengasi. Il perché lo si sia fatto nella città della Cirenaica invece che a Tripoli la dice lunga sulle condizioni dell’ordine pubblico attualmente esistenti nei quartieri della capitale e sul “consenso“ espresso da 2 milioni di residenti (1/3 dell’intera popolazione dell’ex colonia italiana) alle formazioni armate dei mercenari-tagliagole comandati da Abdelhakim Belhadj, che pattugliano le strade e le vie della capitale ricorrendo a una sistematica brutalità contro le famiglie dei “lealisti“ e alla caccia ai militanti dei Comitati Popolari che si conclude sempre più spesso in scontri a fuoco o in esecuzioni sommarie. Nel frattempo, cresce la scollatura tra gli stessi clan che assediano una città ormai ridotta alla fame, sempre più carente di assistenza sanitaria, di scorte di benzina e gasolio e di servizi pubblici. Da segnalare la mancanza di qualsiasi contatto tra la popolazione locale e gli “stranieri“ calati come un orda selvaggia su Tripoli, preceduta dai bombardamenti aerei della NATO che hanno portato morte e distruzione, messo in ginocchio le infrastrutture della capitale e sconvolto alla radice la qualità della vita e l’abituale serenità della gente.
Un già visto a Baghdad con i miliziani curdi di Erbil e Kirkuk di Jalal Talabani, attuale presidente dell’Iraq e a Kabul con i tagiki-uzbechi dell’Alleanza del Nord di Ahmad Massud, i cui successori sono stabilmente rappresentati nel governo Karzai sostenuto da USA e NATO.
Per capire la profondità della ferita inferta dai conquistatori ai conquistati, un nostro contatto ci ha riferito delle modalità con cui si effettua nell’arco della giornata l’avvicendamento a Tripoli della sbirraglia armata alle dipendenze dell’ex mujaheddin Belhadj, veterano della guerra russo-afgana, accusato di contatti con la CIA.
I “combattenti per la libertà“ si sentono e sono percepiti dagli abitanti di Tripoli come un corpo estraneo, soggiornano in strutture abitative o ricettive isolate solo in presenza di forti scorte armate.
Anche l’approvvigionamento alimentare subisce rigidissimi controlli per timore di avvelenamenti. La tenuta sul terreno dei mercenari del CNT continua a essere esposta a improvvisi colpi di mano dei lealisti che applicano il “mordi e fuggi“ contro gli “stranieri“, avvalendosi di una vasta rete di informatori e di largo consenso popolare.
La richiesta dei capomafia di Bengasi al Segretario Generale della NATO Rasmussen di allungare la “missione“ nel Paese fino al 31 Dicembre, è un altro segnale della precarietà di controllo sul terreno avvertita dal Consiglio Nazionale di Transizione, anche nella fascia costiera, della ex Jamahiriya.
Per celebrare la “vittoria“, il cosiddetto CNT è dovuto ricorrere al mezzuccio di trasportare e convogliare con torpedoni 2-3 mila manifestanti, per lo più bambini, donne e familiari delle kabire di Misurata e del Dejbel Nefusa sull’ex Piazza della Rivoluzione.
Il resto del “lavoro“ contando sulle riprese dal basso lo hanno svolto gli operatori di Al Arabya e Al Jazeera, per farla apparire piena come un uovo.
A Misurata, uno dei punti di forza dei mercenari di Bengasi, la celebrazione della morte di Gheddafi con tanto di fuochi d’artificio ha raccolto, vista dall’alto, sulla piazza principale appena qualche centinaio di sostenitori che sventolavano il vessillo a bande orizzontali nero-rosso-verde adottato dalla monarchia di re Idris.
Alle manifestazioni di giubilo dei pochi, la città dichiarata “martire“ dalla stampa occidentale ha risposto con glaciale freddezza, isolando sia gli esponenti politici locali del CNT che le sue bande di irregolari.
Nelle riprese tv del Qatar e di Riad è stato facile notare l’accurata programmazione di una messinscena finalizzata a esaltare il numero dei partecipanti e ad amplificare l’avversione espressa dalla folla contro il “sanguinario dittatore“ come pezza di appoggio, agli occhi del mondo, per il terrificante linciaggio inflittogli da una banda di esaltati assassini al soldo di Hillay Clinton, di Rasmussen e di Ban Ki Moon.
Ogni notte a Tripoli, dal 22 Agosto, si registrano scontri armati tra regolari dell’esercito libico appoggiati dai militanti dei Comitati Popolari e gli “integralisti islamici“ appoggiati sul terreno da unità “antiterrorismo“ di USA, NATO e Qatar.
Gli addetti ai servizi cimiteriali raccolgono all’alba del giorno successivo i corpi dei caduti lungo le arterie stradali e quelle di quartiere per avviare le salme a sepolture improvvisate e distinte, mentre continuano a prendere fuoco pozzi di estrazione, impianti di raffinazione, depositi di stoccaggio e terminali di metano e petrolio. Sulla capitale continua a gravare un clima di profondo sconcerto, di sofferta umiliazione, di paura.
A Sirte, il 25 Ottobre un colpo di mano dei lealisti ha prodotto la distruzione di tre enormi serbatoi di carburante destinato al mercato interno e perdite tra le forze di sicurezza del CNT di oltre 100 uomini e 50 feriti, i più ustionati. Quanti militari, che assets abbiano perso sul campo le forze NATO e Alleati, compresi navi, elicotteri e cacciabombardieri lo preciseremo in altra occasione.
Il solo Qatar ha dovuto registrare oltre 1.000 caduti, un numero non precisato di feriti e 180-200 tra militari catturati o dispersi in combattimento.
Una serie di esplosioni ha sconvolto la raffineria di Marsa el Brega e due depositi a Tripoli, in attesa che i Tuareg facciano altrettanto con le condotte dell’“oro celeste“ trasportato dal Greenstream che Scaroni vorrebbe far tornare operativo dal mese di Novembre, perché la Repubblica delle Banane non venga travolta da una serissimo deficit di approvvigionamento di metano difficilmente compensabile anche a costi di acquisto sul mercato internazionale più onerosi per tonnellata metrica.
I Paesi del Golfo sotto egida USA intendono fare un cartello del gas in concorrenza a quello di Iran, Russia e Azerbaijan che alimenterà, prevedibilmente, il Southstream impossessandosi, con la sospettissima messa in campo del microscopico Qatar, di quello della Libia?
Se la risposta al nostro punto interrogativo dovesse essere un sì, l’Algeria di Bouteflika avrebbe molto più da temere della Siria di el Assad una destabilizzazione organizzata dall’esterno.
E’ un grosso esportatore, con l’ente di Stato Sonatrac, sia di petrolio che di metano.
Un GIA, finanziato e appoggiato dall’esterno, può rappresentare per Algeri una minaccia potenzialmente molto, ma molto più seria di quella che può metter in campo l’“opposizione“ a Damasco di un gruppo di sbandati salafiti, di contrabbandieri e di mercenari curdo-iracheni al soldo di USA e di “Israele”.
I rapimenti di tre cooperanti, due spagnoli e una italiana, sequestrati nei pressi di Tindouf in un campo Sahrawi in territorio algerino, può rappresentare un inizio di interessi convergenti Marocco-USA-Libia per creare problemi a Bouteflika che, tra l’altro, ha concesso ospitalità a quello che resta della famiglia del colonnello assassinato.
Torniamo alla Libia in (s)vendita.
L’Ansa attribuirà il gigantesco incendio che si è sprigionato nella città che ha dato i natali a Gheddafi a un “corto circuito“ prima e, successivamente, a un prelievo “senza controllo“ dei residenti che rimanda alle immagini di corpi carbonizzati con le taniche in mano della Nigeria, nell’intento di far passare come causa su giornali e tv del Bel Paese l’incidente fortuito.
Nelle 24 ore successive, Napolitano visitando i locali dell’Agenzia le riconoscerà un ruolo insostituibile nell’informazione pubblica. Un caso? Mettiamola così.
Il 26 Ottobre, alla presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Gen. Biagio Abrate, inviato in “missione“ a Doha da La Russa, l’Italietta ha fatto, ancora una vota, la sua parte, per organizzare in Libia una seconda “cornice di sicurezza“ dopo gli oltre 860 strike messi in piedi dall’Aeronautica Militare per facilitare l’avanzata dei “ribelli“, provocare la caduta del regime e facilitare di fatto lo sconvolgente linciaggio di Gheddafi perpetrato, su commissione dal Dipartimento di Stato con il sostegno della CIA di Petraeus e del Pentagono di Panetta, da una banda di delinquenti, fuoriusciti e assassini di professione che ne relegheranno i resti in una cella frigorifera della macelleria di Misurata, già adibita alla conservazione di frattaglie di capra, su ordine dell’attuale “ministro“ del petrolio Alì Tarhouni.
Una sicurezza, quella esistente in Libia, che nel comunicato finale uscito da Doha sarà definita “ancora precaria“ dal Generale Ben Alì al Atia.
Un soggettino in eccellenti rapporti di affari di famiglia con le Amministrazioni USA, agli ordini dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, meglio conosciuto nelle monarchie e nei sultanati, alla bancarotta, che si affacciano sulla costa ovest del Golfo Persico come “ciccio-alto“.
Fonti della Farnesina confermeranno come preliminare e a livello tecnico la partecipazione del Generale Abrate in Qatar.
Una partecipazione da cui potrebbe scaturire un nuovo piano di intervento del Bel Paese in Libia, da concretizzare sul terreno con un numero non precisato di “berretti verdi“ a cui si andranno ad aggiungere inizialmente, secondo fonti attendibili, 2.000 contractor reclutati e pagati dal governo in carica per la protezione dei siti di prospezione e di estrazione e per la vigilanza armata delle infrastrutture dell’ENI, affiancati da personale militare dotato di blindati da ricognizione ed elicotteri armati.
Un intervento che finirà per costare forse meno di quanto spendiamo e continueremo a spendere, ogni anno, in Afghanistan e un bel po’ di più del conto ancora salato che paghiamo in Iraq, dove il Ministero degli Esteri, dopo la recente uscita di scena dell’unità 1-77 Ar Umt (Polizia Militare dell’Arma dei Carabinieri dipendente da Palazzo Baracchini), foraggia un costosissimo apparato di “mercenari“ dell’Aegis per il mantenimento della bolla di sicurezza sugli impianti di estrazione, attualmente fuori produzione, dell’ENI a Nasiriyya, nella provincia di Dhi Qar.
L’Aegis Defence Service è un’agenzia inglese con uffici in Afghanistan, Bahrain, Iraq, Kenya, Nepal e Stati Uniti fondata nel 2004 da Tim Spider, già direttore della famigerata Sandline International.
Da Aprile, ha rivelato il titolare di Palazzo Baracchini, sono presenti a Bengasi dieci “istruttori“ tricolori che hanno operato insieme ai colleghi di Francia e Gran Bretagna a sostegno delle forze del CNT.
Solo dieci, onorevole (si fa per dire) La Russa?
Ci crede davvero così disinformati o sprovveduti?
Giancarlo Chetoni

3 thoughts on “La Libia non è in (s)vendita

  1. Abbastanza interessante come pezzo, ma io ci avrei messo qualche link alle fonti. Giusto per allargare lo sguardo.
    Ad ogni modo il nostro Eni ha appena (pare) svenduto asset libici ai russi, in cambio di attività in Siberia. Mattei sarebbe fiero di noi!

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  2. Pingback: La Libia non è in (s)vendita | Informare per Resistere

  3. ”se richiesta”…

    BRUXELLES, 3 NOV – La Nato ”e’ pronta” a dare assistenza, ”se richiesta”, al Cnt libico per ”la riforma degli apparati di sicurezza”. Lo ha ribadito il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, in una conferenza stampa tenuta a Bruxelles dopo una visita a Tripoli.
    Rasmussen ha sottolineato che la Nato ha ”molta esperienza” in quanto ”molti paesi alleati” attuali ”sono passati dalla dittatura alla democrazia”. Ricordando che comunque le autorita’ libiche non hanno ancora fatto richiesta in questo senso, il segretario generale ha affermato che l’assistenza potrebbe consistere ”principalmente” nel ”mettere la difesa e le agenzie di sicurezza sotto controllo civile e democratico”. In particolare la Nato potrebbe ”aiutare a costruire le istituzioni del ministero della difesa, come organizzare le forze militari e lo staff civile”. (ANSA)

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