Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana

Da un’intervista a Sandro Donati, già consulente del Ministero della Solidarietà Sociale, direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di droga a livello globale.
La recente diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina, ha suscitato una certa apprensione presso la Casa Bianca

“La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza.
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel Paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel Triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il Triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del Triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei Paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del Paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazione in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei Paesi che consumano.”

4 thoughts on “Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana

  1. NEL 2006 l’AFGHANISTAN HA GENERATO OPPIO SUFFICIENTE A PRODURRE MOLTO PIU’ DEL CONSUMO MONDIALE DI EROINA.

    Verso la fine di ogni aprile, in 28 delle 34 province dell’Afghanistan 2 milioni di contadini incidono i turgidi bulbi da cui sgorga il resinoso lattice del “taryak”, l’oppio. Donne, uomini e bambini partecipano alla grande “vendemmia”. Quella del 2007 è una annata eccezionale: le generose nevicate dell’inverno, l’abbondanza di acqua e la precoce primavera dovrebbero garantire una produzione record, superiore alle 6.100 tonnellate del 2006.

    Quasi tutta l’eroina consumata nel mondo proviene dall’Afghanistan: i profitti della vendita e commercializzazione locale dell’oppio (ed in percentuale crescente della cannabis) ammontano a oltre 3 miliardi di dollari; il turnover del traffico internazionale però sfiora i 40 miliardi di dollari.

    6.100 TONNELLATE DI OPPIO PRODOTTE NEL 2006

    Gli oppiacei afghani rappresentano più del 90% del totale mondiale.

    La povertà spinge i contadini alla coltivazione dell’oppio che ha un valore di mercato di oltre 100 dollari al chilo, dieci volte superiore a quello del grano; per le milizie invece morfina ed eroina sono il mezzo più rapido per procurarsi armi e denaro.

    L’oppio è il business più sicuro e redditizio.

    165 MILA ETTARI COLTIVATI

    Molti contadini coltivano per conto di proprietari terrieri che vivono all’estero e alcuni boss hanno già accumulato capitali che investono in immobili e in attività commerciali in Afghanistan, in Iran, in Pakistan e negli emirati del Golfo dando vita ad un nuovo cartello della droga. Il rischio, concreto, è che l’Afghanistan si trasformi in un narcostato.

    Ogni commerciante di oppio ha un burocrate di riferimento che, previo congruo “bakshish” (mancia), agevola il trasferimento della merce corrompendo in misura proporzionale poliziotti, agenti dei servizi di sicurezza, capitribù, funzionari locali e uomini politici.
    Così le micidiali bustine di polvere bianca arrivano nelle strade di Londra, New York, Milano o Zurigo.

    3 MILIARDI DI DOLLARI IL GIRO D’AFFARI MA 40 I MILIARDI DI TURNOVER INTERNAZIONALE

    Normalmente, in loco, si può acquistare l’oppio a 150 dollari al chilo. L’eroina costa da 3 a 5 mila dollari, dipende dalla qualità. La “brown sugar”, grani grossi color crema, costa meno. La 999, sottile e candida come la neve, è la più pregiata. Sull’etichetta sono riportati l’annata, la regione di provenienza, il grado di purezza e l’intestazione del produttore

    COME SI FA l’EROINA?

    Molti laboratori sono artigianali: nelle cucine delle fattorie, il lattice dei bulbi, che si rapprende all’aria e conservato in pani brunastri viene sciolto e mescolato nella calce in un bidone di acqua bollente. Quando il liquido si raffredda viene filtrato e riscaldato in un altro bidone contenente ammoniaca: il precipitato è morfina base. Attraverso analoghi procedimenti di riscaldamento e filtraggio, con l’aggiunta di anidride acetica e di carbonato di sodio, si ottiene l’eroina di base, da cui si estraggono, con l’ausilio di acetone, etanolo e acido idrocloridrico, i cristalli di eroina purissima.

    Nejat, una ong che svolge indagini per conto dell’Unodc, stima in oltre 1 stima in oltre 1 milione i tossicodipendenti nel paese. Nella capitale sono almeno 70 mila. Un nuovo flagello sta per abbattersi sull’Afghanistan.

    FONTE:Panorama

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