Un futuro da bravi soldatini dello Zio Sam

Non deve però sorprendere il fatto che in Italia ci sia poca comprensione di cosa sia la “Big Science” – di quali siano i suoi presupposti politici e le sue ricadute economiche, dell’importanza che detiene nel far progredire l’organizzazione sociale e nell’elevare la formazione culturale della popolazione, della sua rilevanza per lo sviluppo dei settori strategici – dato il ruolo di “semicolonia” che contraddistingue il nostro paese dalla fine della seconda guerra mondiale, in particolare nei confronti degli Stati Uniti d’America.
Ma quando è nata la “Big Science” e che cosa è?
L’origine della “Big Science” è da rintracciare negli anni immediatamente precedenti e durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo infatti, in particolare negli Stati Uniti ed in Germania – i paesi più progrediti tra le nazioni dell’epoca dal punto di vista scientifico e tecnico ed i più consapevoli dell’importanza che le scoperte avrebbero giocato nella determinazione delle sorti del conflitto – le esigenze di guerra imposero in modo sempre più pressante ai diversi Stati coinvolti di intervenire massicciamente per sostenere la ricerca ed indirizzarla secondo le proprie esigenze belliche;
(…)
Una volta terminato il secondo conflitto mondiale, la classe politica statunitense rifiutò l’idea di abbandonare il sistema della mobilitazione della “Big Science” e bocciò l’ipotesi di tornare al sistema precedente la guerra, rimpianto da alcuni scienziati romantici ed idealisti e definito, in contrapposizione al primo, come “Small Science” (quella fatta su piccola scala, da individui o piccole equipe); il governo americano anzi intensificò la sua azione sui progetti ancora esistenti e la estese ai nuovi settori d’avanguardia ed high-tech facendo quindi della “Big Science” un paradigma della propria strategia di potenza.
All’interno di questo quadro è da leggere l’operazione “Paperclip”, con cui gli Stati Uniti d’America si assicurarono i maggiori scienziati della Germania post-nazista inquadrandoli all’interno dei nuovi progetti di “Big Science” del dopoguerra, non diversamente da quanto avvenne per il “Progetto Manhattan” .
Nel ceto dirigente americano c’era la consapevolezza che il conflitto con l’Unione Sovietica era già cominciato ancor prima che finisse la guerra; per mantenere la supremazia nei settori strategici fondamentali per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della leadership acquisita con la vittoria nel secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti dovevano inevitabilmente non solo perseverare in quell’efficace sistema di produzione tecnica e scientifica che avevano inaugurato a Los Alamos, ma anche ampliarne i campi di intervento: i nuovi settori di sviluppo erano quelli dello spazio, dell’elettronica, della telematica, dell’informatica, dell’energia.
Non è pertanto un caso che il termine “Big Science” sia stato coniato intorno agli anni ’60 da un professore americano, tale Alvin M. Weinberg, per descrivere un sistema in pieno dispiegamento negli Stati Uniti d’America negli anni ’50 e ’60, più che in qualsiasi altra parte del mondo. La “Big Science” era l’intreccio tra il governo americano e le università più prestigiose degli Stati Uniti (come il Massachusetts Institute of Technology, la Stanford University e la University of California) tra gli enormi fondi pubblici e le imprese private, tra le strutture militari e i centri di ricerca, tra i politici e gli scienziati, tra le agenzie di intelligence e i giovani dottorandi, dando vita a progetti miliardari nella ricerca di nuove tecniche e scoperte scientifiche, con enormi ricadute in campo militare e nella vita economica (hard power) e per il prestigio internazionale statunitense (soft power).
Questo sistema “interno” della “Big Science”, si muoveva parallelamente all’azione “esterna”, coordinata dalle agenzie di intelligence, volta all’indebolimento e alla distruzione, con le buone o con le cattive, dei tentativi delle nazioni competitrici che tentavano di sviluppare in autonomia i propri settori strategici, veicolo della sovranità politica.
Questo sistema di “Big Science” ha come prerequisito, nel caso degli Stati Uniti, la ferma volontà politica della classe dirigente americana di mantenere la leadership mondiale e la superiorità economica, militare, scientifica e tecnologica e, per le altre nazioni inseguitrici, presuppone la ferrea volontà delle rispettivi classi dirigenti di avviare un percorso di sviluppo economico e sovranità/potenza politica; essendo ormai dimostrato come il metodo della “Big Science” sia la modalità operativa più efficace per ottenere la potenza militare, quella economica, lo sviluppo e la crescita. E’ un sistema che si è infatti empiricamente rivelato fruttuoso dato che ancor oggi, dopo 60 anni, pur con l’inevitabile presentarsi sull’arena mondiale di nuovi competitori dopo il collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti mantengono una posizione di leadership politico-militare e sono costantemente all’avanguardia nei settori di punta e high-tech e primi nella produzione scientifica mondiale. Le de-localizzazioni degli anni ’80 e ’90 non hanno di certo riguardato i settori di alta tecnologia ed il liberismo repubblicano non ha mai messo in discussione i pilastri della “Big Science”. Pur avendo oggi un altissimo debito pubblico (15.000 miliardi di dollari pari a più del 100% del PIL), il governo americano, democratico o repubblicano che sia, continua infatti a fare investimenti di centinaia di miliardi di dollari all’anno nei settori della difesa, dello spazio, dell’energia, delle telecomunicazioni, dell’elettronica, delle nanotecnologie, della robotica e delle biotecnologie, sostenendo la R&S in centinaia di imprese. Le grandi industrie americane che operano nei settori strategici e che sulla carta si presentano come private, sono per lo più tutte indirettamente sostenute dal governo americano; la maggior parte delle tanto decantate “startup” statunitensi – come quelle mitizzate della Silicon Valley  – nascono come gemmazione esterna dei grandi progetti governativi/universitari a sfondo militare; una volta conquistato il monopolio sul mercato, l’aiuto statale può progressivamente venire meno e diventare marginale anche se non terminano di certo i rapporti di mutua collaborazione.
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Questa lezione sull’importanza della “Big Science” non è stata fatta propria dall’ Italia, ma non c’è nulla di cui sorprendersi: nello stato di “semicolonia” in cui ci siamo ritrovati fin dalla fine della seconda guerra mondiale, non è stato possibile realizzare un sistema politico-sociale imperniato sui binari della “Big Science”, a causa della mancanza di volontà politica da parte di una classe dirigente subordinata a Washington. In tutto il dopoguerra, la nascita di industrie di Stato attive nei settori strategici e di punta non solo non è mai stata incoraggiata dal governo italiano, se non apertamente ostacolata e soffocata, – vedi le vicende di Enrico Mattei (energia), Felice Ippolito (nucleare) e Domenico Marotta (chimica) – ma anzi si è cercato di spegnere i tentativi autonomi di sviluppo nei settori high tech da parte dell’imprenditoria privata: rimane esemplare a tal proposito la storia di Adriano Olivetti e della sua omonima industria elettronica.
(…)
Dopo la parentesi berlusconiana, i tecnici di scuola “anglosassone” all’opera con il governo Monti, con la loro visione economicista e liberista della politica, sono la più grande disgrazia che potesse toccare all’Italia: sanno tutto di “spread” e di “deficit”, ma non hanno mai sentito parlare di cosa sia la “Big Science”, di settori strategici e ad alta tecnologia, delle interconnessioni dello sviluppo economico con la potenza militare e la sovranità politica, di terza e quarta rivoluzione industriale; o forse lo sanno e stanno semplicemente mentendo ed agendo per conto terzi per dare il “colpo del ko” all’Italia.

Da L’Italia al palo nell’era della “Big Science”, di Michele Franceschelli.

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