Tampa e Charlotte: due recitativi diversi

Una sola Convenzione: quella dell’uno per cento.
Presidenti delle grandi corporazioni, banchieri, petrolieri, speculatori finanziari con centinaia di lobbisti al seguito a convegno nelle due città per rafforzare con finanziamenti ormai senza limiti il loro controllo su Casa Bianca e Congresso quale che sia l’esito elettorale di novembre.
Le elargizioni multimilionarie premiavano fino a ieri i repubblicani, poi si sono spostate sui democratici come hanno confermato i sondaggi.

“How much is that doggie in the window, the one with the waggley tail?” – cantava Patty Page negli anni ’50 e ’60 e quell’interrogativo “Quanto costa quel cagnolino in vetrina, quello che scodinzola?” è affiorato più volte nella memoria di un ottuagenario mentre seguiva su Sky International, CNN e, grazie a internet, sulla ABC e NBC la convenzione repubblicana di Tampa e quella democratica a Charlotte. Che i due eventi abbiano assunto da più di un ventennio il ruolo di semplici vetrine dove vengono esposti i prodotti di scelte predeterminate in altre sedi, anche ma non solo nelle primarie, è un dato di fatto da tutti accettato nella repubblica stellata: i prodotti, le candidature cioè alla Casa Bianca e indirettamente al congresso e al governo di un terzo degli stati, vengono promossi con dispendiose coreografie, interventi roboanti e trucchi scenici per riaccendere l’interesse dell’elettorato sulle consultazioni popolari del primo martedì di novembre. E poi l’ostentazione di una granitica adesione dei due partiti – inesistenti nell’accezione europea ma negli USA solo movimenti di opinione in evidenza ogni quattro anni – alle scelte già fatte dei candidati.
Prima di tornare al tema della canzonetta sul costo dei cagnolini scodinzolanti in vetrina, alcune osservazioni non certo marginali vanno fatte sulle due kermesse di Tampa e Charlotte. Ogni forma di dissenso è stata soppressa in barba alle procedure democratiche degli statuti congressuali: i repubblicani hanno tolto il diritto di parola a Ron Paul, precursore di Beppe Grillo negli USA, anti-casta e antimperialista, che aveva raccolto discreti consensi in alcune primarie. I democratici dal canto loro hanno reintrodotto nella loro “piattaforma” il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele anche se è venuta a mancare per due volte la maggioranza di due terzi prevista dai regolamenti. Pressoché assente peraltro la politica estera negli interventi di Mitt Romney e di Barak Obama malgrado l’incombente minaccia di un attacco israeliano all’Iran, la crisi siriana, i rovesci della guerra scatenata dagli Stati Uniti in Afghanistan, la più lunga mai sostenuta dagli Stati Uniti, e i rapporti sempre più tesi con la Russia di Putin e con la Repubblica Popolare Cinese. Altrettanto assenti i temi ambientali, quali il surriscaldamento del pianeta che anticipa siccità e carestie per il prossimo secolo e le energie alternative. La crisi economica al centro ovviamente degli interventi del candidato repubblicano alla vice presidenza Paul Ryan, tirato fuori all’ultimo momento dal cappello a cilindro di Mitt Romney per accontentare il tea party e per le sue capacità comunicative, e dello incumbent Barak Obama: il primo più forsennato che mai nell’intento di demolire quel poco che è rimasto dello stato sociale; moderato e più cauto il presente inquilino di Pennsylvania Avenue nel difendere con il ricorso alla “aritmetica” gli scarsi se non inesistenti risultati ottenuti negli ultimi quattro anni e nel rinverdire le promesse andate a vuoto di quella lontana campagna elettorale. Profetico il titolo di un saggio a firma di Mike Lofgren: “Come i repubblicani sono diventati matti, i democratici inutili e i ceti medi sono stati messi allo spiedo”.
Il vuoto, il grigiore e la noia hanno fatto registrare cali considerevoli della audience televisiva anche se le emittenti su menzionate hanno ridotto al minimo la copertura dei due eventi. Due le eccezioni: Clint e Clinton. Buona la trovata di Eastwood di parlare alla sedia vuota del presidente in carica; purtroppo l’attore lanciato dagli spaghetti western ha richiamato alla memoria le sue espressioni facciali in “Per un pugno di dollari”, con o senza sigaro, e dopo i primi tre minuti è apparso in stato confusionale balbettando frasi incomprensibili. E’ stato salvato dagli applausi scroscianti della platea. La maestria comunicativa dell’ex presidente democratico, un vero professionista in questo campo, ha invece posto in luce il dilettantismo di chi lo aveva preceduto sul podio.
Gore Vidal aveva ribattezzato la repubblica stellata “Gli Stati Uniti d’Amnesia” e l’entusiasmo con cui il “grande statista” è stato accolto ed applaudito a Charlotte ne ha fornito un’ennesima riprova. Immemori tutti del bieco accanimento con cui Bill aveva cercato nel 2007 di fare a pezzi la candidatura di Barak per sostenere a spada tratta quella di Hillary e, per non tornare troppo indietro nella storia ai bombardamenti aerei di una capitale europea, Belgrado, la seconda dopo quelli scatenati da Adolf, nel vuoto di memoria di democratici e repubblicani è scomparsa la deregulation, la porta spalancata dall’allora presidente agli speculatori, ai banksters, ai finanzieri d’azzardo che hanno sprofondato Stati Uniti e mondo intero nella peggiore crisi degli ultimi ottanta anni.

“Quanto costa quel cagnolino in vetrina?”
Costa molto, ma i servizi che presta con il suo scodinzolare generano profitti astronomici. Se ne sono resi conto i protagonisti della vera convenzione unitaria affluiti in numero superiore al solito e senza la minima mimetizzazione a Tampa e Charlotte, negli alberghi a cinque stelle, nelle ville con tre piscine e sugli yachts da duecento metri ancorati nella baia del capoluogo della Florida e nei porti atlantici della Carolina del Nord. Presidenti dei consigli di amministrazione delle più grandi corporazioni d’America, petrolieri, banchieri, speculatori globalizzati, finanzieri britannici sotto inchiesta nel Regno Unito (Barklays e Bank of Scotland), ex-statisti riciclati in munifiche consulenze di affari internazionali (mancavano, è vero, Tomy Blair e Henry Kissinger) ed al seguito centinaia di lobbisti dai portafogli rigonfi di assegni e di stock options che svolgevano quello che una volta si chiamava il “lavoro sporco”, l’acquisto diretto dei cagnolini minori in vetrina a Tampa e a Charlotte.
Il lavoro dei grandi boss e dei loro inservienti non è più “sporco” da quando la Corte Suprema ha decretato l’uguaglianza per quanto riguarda i contributi alle campagne elettorali tra un falegname di Brooklyn e la General Motors di Detroit, abrogando così qualsiasi limite alle elargizioni della seconda. In gioco comunque per i più importanti ed attivi esponenti dello “uno per cento” contro i quali inveiscono gli “occupy Wall Street”, era e continua ad essere il contratto quadriennale di locazione della Casa Bianca, l’affitto biennale della Camera dei rappresentanti, di un terzo del Senato e dei governatorati. Il resto, nelle legislature statali, è minutaglia anche se non trascurabile per bloccare a livello locale il passaggio di leggi anti-business, anti-inquinamento o le sempre più rare insorgenze di un sindacato. Di fronte a questo imponente schieramento di forze finanziarie e alla loro intensa attività, i due convegni, prima facie politici, sono stati spettacoli secondari destinati unicamente a distribuire placebos alla popolazione indigena.
Abbiamo già detto che la vera convenzione dell’1% si è svolta in forma palese. Ecco qualche esempio: accanto al Tampa Bay Times Forum era parcheggiato un treno di venti vagoni letto e ristorante a disposizione del gigante ferroviario “CSX” noto per avere investito ufficialmente due milioni di dollari nel blocco delle leggi anti-inquinamento e contro il trasporto su rotaia di rifiuti radioattivi.
Ospitalità generosa per i delegati repubblicani, pacchi dono, buoni crociera e qualcos’altro in buste sigillate. Ben più lussuosa e prestigiosa l’ospitalità di associazioni o fondazioni di miliardari come “Americans for Prosperity” o “Restore Our Future” che hanno ospitato Condoleezza Rice e Karl Rove; lo “American Oil Institute” ha promosso incontri ad alto livello, concerti e banchetti privati con servizi di sicurezza da far arrossire di vergogna quelli di Putin. Estremamente franco il suo presidente Jack N. Gerard: “Le convenzioni hanno la funzione di organizzare incontri e discorsi, per noi sono solo dei supplementi alle nostre attività ben più importanti, come quella di assicurarci il consenso di alcuni dei loro partecipanti che dispongono di poteri, a dire il vero, sproporzionati rispetto alle nostre esigenze reali”. Appunto, come quelle di inquinare per i prossimi decenni il Golfo del Messico e trivellare con lo scioglimento dei ghiacci l’intera calotta artica.
Va precisato che il vantaggio registrato ad agosto dai repubblicani (170 milioni di dollari) sui democratici (90 milioni per lo stesso mese) è stato azzerato durante il convegno di Charlotte ma annunziato solo quattro giorni dopo: ora in testa, insieme ai sondaggi, è il partito di Barak Obama; parliamo in questo caso di finanziamenti ufficialmente annunziati e non gli altri brevi manu o ad personam che senza denunzie specifiche e provate su evasioni fiscali o su illecite, immediate contropartite, dopo ottobre passeranno inosservate.
I signori dell’uno per cento, anche se favoriscono il Grand Old Party, sono abbastanza equanimi nella distribuzione di fondi: giocano su tutti i numeri della roulette, sul rosso e nero, sul pari e dispari, sulle tre colonne, sullo zero e sul doppio zero, non perché il banco vince sempre, ma perché ogni loro en plein viene pagato mille volte la posta. La Exelon Corporation, la più grande compagnia per la produzione e la distribuzione di energia elettrica negli USA, non ha mai nascosto gli stretti legami allacciati con il Presidente Obama e con il suo principale assistente David Axelrod precedentemente funzionario della stessa compagnia. Se un piccolo dirigente regionale della Exelon ha donato mezzo milione di dollari alla vigilia della Convenzione è facile immaginare quanto abbiano elargito i 22 membri della Executive Board.
I più recenti risultati ottenuti sono evidenti: il presidente ha ordinato alla “Environment Protection Agency”, l’ente federale per la protezione ambientale di rivedere da capo a fondo un rapporto negativo sugli impianti nucleari della compagnia. Lo stesso è avvenuto per quanto riguarda la Shell Oil responsabile di inquinamenti massicci, morti e malattie in Nigeria e in altri nove paesi africani ed asiatici: il Governo Federale ha difeso a spada tratta la compagnia petrolifera nel dibattito su un ricorso presentato dalle parti lese alla Corte Suprema degli Stati Uniti. E la Shell ha dato il via alle trivellazioni nell’Artide. Inutile menzionare che i contributi multimilionari della Shell, prima, durante e dopo le convenzioni sono stati equamente ripartiti tra l’uno e l’altro partito.
E’ il libero mercato, bellezza: ecco perché i loro praticanti vengono chiamati “free marketeers”, un termine traducibile nel vernacolo italiano in “liberi marchettari”. Vistosa la riprova offerta in Florida e nella Carolina del Nord.
Lucio Manisco

Fonte

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