Il diritto di “portare le armi”

usa colt

“Django” e il secondo emendamento della Costituzione USA

Nella prima sequenza del film di Quentin Tarantino, Django, schiavo nero comprato come collaboratore dal cacciatore bianco di taglie Schultz, fa il suo ingresso a cavallo in un villaggio del sud. Un nero a cavallo e presumibilmente armato? Allarme e sgomento dei bianchi che imbracciano fucili ed estraggono revolver mentre una donna sviene.
“Django Unchained” non è piaciuto a Spike Lee, a chi detesta il sangue e la violenza che caratterizzano tutti i film di Tarantino, a chi infine giudica una profanazione trasformare, sia pure a fini liberatori, in uno spaghetti western il capitolo più obbrobrioso e il più lungo della storia degli Stati Uniti d’America, la schiavitù. Pur condividendo almeno in parte queste critiche, il nostro giudizio sul film è sostanzialmente positivo se non altro perché la sua uscita ha coinciso con il dibattito in corso sulle misure o mezze misure proposte dal presidente Obama per limitare la vendita di armi da guerra e di caricatori con più di 10 proiettili, causa primaria degli eccidi settimanali in scuole, supermercati, sale cinematografiche e altri luoghi pubblici. (Per inciso, gli autori di questi eccidi, alienati, dissennati o criminali, sono tutti giovani, benestanti e bianchi che hanno facile accesso a mitragliatori da mille o duemila dollari. Naturalmente anche gli afro-americani non sono immuni dalla violenza – droga, furti e rapine – sono giovani disoccupati e poveri e fanno uso solo di “Sunday night specials”, pistole o revolver a sei colpi da trenta o quaranta dollari.)
Gli spunti o le analogie con il presente del film di Tarantino non vengono suggeriti dal fatto che gli schiavi sono naturalmente disarmati – solo Django, il ribelle, diventa un temibile pistolero – ma dal sacrosanto diritto costituzionale dei loro feroci e sanguinari padroni di essere armati fino ai denti. Il secondo degli undici emendamenti della carta (il “Bill of Rights”) in vigore ieri come oggi recita infatti: “Una ben disciplinata milizia, resa necessaria dalla sicurezza di uno stato libero, rende inviolabile il diritto del popolo di detenere e portare armi”. “The right to bear arms”, nella sarcastica parafrasi degli oppositori “the right to arm bears” – il diritto di armare gli orsi – è la bandiera freneticamente sventolata dalla “National Rifle Association”, la seconda più potente lobby negli Stati Uniti dopo quella pro-Israele, per respingere ogni tentativo di limitare la libera vendita di armi da fuoco di qualsiasi tipo (in mano ai privati ce ne sono più di 300 milioni su una popolazione di 297 milioni).
Questa associazione multimiliardaria di armaioli, che in altre parti del mondo verrebbe definita criminale e criminogena minaccia ora di aprire la procedura dello impeachment, della destituzione del Presidente per violazione della costituzione, in quanto vuole impedire ai cittadini di sparare ai passeri con raffiche di cento proiettili blindati cal. 7,65 ogni 70 secondi (questo vale per un mitragliatore semiautomatico, quello automatico ne spara cento in 35 secondi). E Barack Obama dopo l’eccidio di venti bambini e sette adulti nella scuola elementare di Sandy Hook, firma ventitré “provvedimenti esecutivi”, che altro non sono se non moniti e raccomandazioni, e propone al Congresso tramite il vice-presidente Biden di vietare la vendita di armi militari d’attacco semi-automatiche. Dichiara poi che anche lui ama le armi da fuoco, che a Camp David indulge spesso nel tiro al piattello ed esalta il valore storico-libertario del secondo emendamento.
Il valore storico libertario del secondo emendamento è un travestimento dei veri intenti di chi lo inserì nel “Bill of Rights” del 1791, quattro anni dopo la Guerra d’Indipendenza. E’ vero, nella neo-repubblica stellata proclamava il diritto dei cittadini di armarsi di schioppi ad avancarica e di formare corpi di volontari (a well regulated militia) da affiancare all’esercito federale nella difesa della nazione dalle “Redcoats”, le armate di George III d’Inghilterra, e delle libertà degli stessi cittadini e degli stati confederati dai soprusi del governo centrale. Ben diversi i veri propositi enunciati a chiare lettere nei “Federalist Papers”, veri atti di regolamentazione della repubblica – la corrispondenza cioè tra i padri fondatori James Madison, Alexander Hamilton, John Hay, ecc…: e cioè la “difesa comune dei suoi membri” (n.d.r.: bianchi, di sesso maschile, possidenti di terreni e di schiavi, banchieri, commercianti e funzionari pubblici), il “mantenimento della pace pubblica”, against internal convulsions – contro sconvolgimenti interni. E chi erano gli attori di questi sconvolgimenti interni? Gli schiavi in primo luogo, saliti dai 500.000 della Guerra d’Indipendenza ai 4.000.000 della guerra di secessione, ed in secondo luogo “the white rabble”, la teppa bianca dei nullatenenti, dei disoccupati, dei morti di fame inclini a rivolte in quanto privi di qualsiasi diritto.
Ma erano gli schiavi afro-americani quelli che preoccupavano maggiormente gli autori del secondo emendamento: dalla loro insurrezione del 1739 nella Carolina del Sud, a quelle di Gabriel Posser del 1800 e poi, dopo il Bill of Rights, di Denmark Vessey del 1822, di Nat Turner nel 1831, fino a quella guidata dall’abolizionista John Brown nel 1859 rappresentavano una minaccia ossessiva per schiavisti e non schiavisti soprattutto negli stati del sud dove costituivano la principale forza lavoro e il motore dell’economia agricola, nelle piantagioni di cotone e di riso.
Per quanto poi riguarda la “well regulated militia” gli storici più autorevoli da Morrison a Findlay, a Zinn, concordano nel rilevare come all’efficacia nella repressione sanguinosa delle insurrezioni afro-americane o a quelle della “teppa bianca” (Daniel Shays, 1781) non corrispose altrettanta efficacia sui campi di battaglia contro i nemici stranieri della repubblica.
Nella seconda guerra contro gli inglesi, scatenata sostanzialmente nel fallimentare tentativo di annettere il Canada, la milizia si squagliò come neve al sole: i seimila volontari che nel 1814 dovevano difendere Washington contro 1.500 redcoats di George III, disertarono in massa e la capitale venne incendiata e rasa al suolo.
Gli Stati Uniti d’America sono sempre stati una grande fabbrica di miti: il secondo emendamento è il più clamoroso ed è singolare che a difenderlo sia proprio il primo presidente afro-americano della storia della repubblica stellata.
Lucio Manisco

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2 thoughts on “Il diritto di “portare le armi”

  1. Solo alcune precisazioni:
    il calibro dei fucili spesso usati anche per la caccia in USA, è 0.308 ossia cal 7.62, la 7.65 è un calibro ustao sui revolver, anche se le armi da guerra usate nei recenti fatti americani, erano cal 5.56.(fucili) cal 9 (pistole).
    In fine tutte la ermi che sparano a raffica (tenedo premuto il grilletto) sono dette automatiche, le semi automatiche sono armi (pistole e fucili) che sparato il primo colpo, incamerano automaticamente il sucessivo, ma che necessitano comunque di premere ogni volta il grilletto per sparare ogni colpo.

  2. Un’altra chiave di lettura potrebbe essere la paura di una o piu’ rivolte “armate bene”.
    Per quanto riguarda la strage di bambini, ci sono parecchie cose non chiare, basta cercare un po su internet e poi scremare il dovuto. Comunque, ora che anche la teppa bianca e gli ex schiavi si sono armati a dovere, i ricchi possidenti ed ex schiavisti potrebbero pensare che sia ora di aggiornare la carta dei diritti perche’ il precedente vantaggio ora potrebbe diventare un futuro svantaggio.

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