Niente esagerazioni, solo propaganda di (quello) Stato

zdt“Sono rimasto profondamente deluso perché non aggiunge niente di nuovo a TUTTO quello che già sapevamo, incluse le torture, già documentate.”
Il commento di uno spettatore dopo la visione dell’ultimo film di Kathryn Bigelow rende lampante quanto venga costantemente travisato il senso della produzione hollywoodiana da parte del pubblico italiano, e non solo.
Filmografia la cui (principale) funzione è quella di scolpire indelebilmente nell’immaginario collettivo “tutto quello che già sapevamo”, la versione -edulcorata e romanzata- dei fatti per come ci viene ammansita.
Resta da ribadire l’invito a una lettura intensiva de I divi di Stato, che può funzionare da efficace antidoto contro ulteriori somministrazioni di propaganda.
Casca a fagiolo, dato che oggi è il turno dell’immarcescibile Bruce Willis, ché gli esportatori di democrazia non riposano mai.

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2 thoughts on “Niente esagerazioni, solo propaganda di (quello) Stato

  1. Nel cinema americano non c’è libertà di espressione: come in Cina. Ci sono leggi e norme precise alle quali si devono attenere i registi/sceneggiatori quando mettono su un film, che sia di guerra o non. Se poi è di guerra…La propaganda è in ogni film prodotto in america compreso quelli che sembrano innocui film “panettone”. L’ultimo film made in usa che ho visto prima di rinsavire, è stato “il cacciatore”. Ed anche lì stereotipi e propaganda.

  2. “Quando l’Italia sconfitta cadde sotto le clausole segrete dell’armistizio nel 1943, non dovette solo cedere il suolo alle basi USA e impedirsi di sviluppare certe industrie: senza alcun vincolo di reciprocità, si aprì alla produzione audiovisiva americana, fece invadere i propri cinema dai film doppiati, lasciò inondare la propria programmazione televisiva dai format americani, e così via. Altrettanto accadde in altri paesi. Le industrie audiovisive nazionali e il cinema europeo e furono soggiogati in pochi decenni. Si perfezionò una progressiva colonizzazione dei sogni di sterminate masse di spettatori. Interi movimenti politici popolari non capirono che tutto ciò svuotava dall’interno ogni loro pretesa di sovranità. Per un tipico critico cinematografico occidentale tutto questo può sembrare una legge di natura. Per un tipico dirigente iraniano, no. A Teheran, dove alla sovranità ci tengono davvero, l’allarme è dunque scattato. La novità è che quel dirigente iraniano vuole incontrare genti diverse accomunate dalla stessa idea: quella per cui l’identificarsi con gli Studios non è un dato acquisito per sempre.”

    da Iran e Hollywoodismo: un progetto per cambiare la fabbrica dei sogni,
    di Pino Cabras
    http://italian.irib.ir/analisi/articoli/item/121199

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