L’Avana, 30 Novembre 1996

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La risoluzione finale adottata dalla Conferenza Internazionale sulle Basi Militari Straniere riunita a L’Avana dal 28 al 30 Novembre 1996.

Nell’attuale fase storica in cui la globalizzazione, la multinazionalizzazione, il neocolonialismo e l’egemonismo politico e militare dominano il mondo, le basi militari straniere continuano ad essere una piaga per l’umanità.
Rilevare che nel mondo attuale ci sono circa 2.000 basi militari straniere è già di per sé una cosa significativa e assai grave, ma ancor più grave diventa se si considera che cosa queste basi rappresentano e le dimensioni che hanno raggiunto. Perché si tratta di basi a partire dalle quali vengono organizzate operazioni e manovre dirette a volte contro gli stessi paesi che le ospitano; centri che dispongono di forze di rapido impiego per il coordinamento, il controllo, l’addestramento di unità militari; impianti destinati allo spionaggio e all’ascolto delle trasmissioni radio; complessi di servizi tecnici per l’intercettazione delle radiocomunicazioni segrete di altri paesi, ecc..
In un centro di questo tipo, creato dagli Stati Uniti a Fort Gulick, nella zona del canale di Panama, qualcosa come 300.000 militari sudamericani hanno ricevuto lezioni teorico-pratiche su metodi di tortura, disinformazione, esecuzione extragiudiziali, intimidazioni e assassinii. Le basi hanno anche un ruolo importante per le attività collegate dei servizi segreti, per i traffici di armamenti e per le operazioni di controllo e acquisizione di informazioni, i sistemi di supervisione e rilevamento, le tecnologie convenzionali e nucleari, i centri di spionaggio.
Le basi vanno inquadrate nella loro dimensione storica: esse sono il prodotto del colonialismo passato ed attuale e del neocolonialismo; basta ricordare le leggi obiettive dello sviluppo economico per ritrovare la loro presenza e gli interessi da cui sono generate.
Le basi dipendono sempre da centri di manipolazione superiore. Così gli Stati Uniti dispongono di quella che viene chiamata la Base Militare Principale che è sede di forze ragguardevoli raggruppate in sei comandi unificati: Comando Europeo (Germania), Comando Atlantico (Norfolk, Virginia), Comando Pacifico (Honolulu, Hawaii), Comando Centrale (Stati Uniti), Comando Readiness (Stati Uniti), Comando Sud (Panama).
Le basi militari si sono moltiplicate dappertutto a presidio di un determinato sistema politico mondiale. L’area Asia-Pacifico offre una sintesi dell’ottica nordamericana per il secolo XXI, in cui quest’area è definita “di importanza essenziale”. Con la guerra fredda gli Stati Uniti avevano 350.000 soldati in Europa e 140.000 in Asia. Adesso ne hanno 100.000 in Europa e altrettanti in Asia, per la maggior rilevanza dei loro interessi in quella che con il Pacifico considerano l’area più dinamica del mondo. Questa è la ragione di una presenza massiccia che si traduce nelle basi USA in Giappone, Corea del sud, Guam, l’Atollo Johnson, le isole Miwy, le Marshall, l’isola di Wake, la Samoa americana, le Filippine, la Tailandia, l’isola di Diego Garcia.
Con l’accordo del 1996, le forze nordamericane possono utilizzare come basi aeree di manovra per le loro necessità tutte le installazioni e le aree del Giappone. Il Giappone paga per lo stanziamento delle forze statunitensi sul suo territorio 600.000 milioni di Yen (più di 8.000 miliardi di lire) e in base alla Dichiarazione Congiunta sulla Sicurezza si sta realizzando un rafforzamento su vasta scala delle basi in Giappone. Gli Stati Uniti detengono numerose basi militari nell’isola di Okinawa, che in pratica occupano in tutta la sua estensione, dove i militari hanno commesso impunemente brutali violenze contro ragazze dell’isola: a Tsuschima come nella zona di Misawa, Iokote, Itaozuka e altre.
Gli Stati Uniti hanno trasformato l’intera Corea del Sud in una grande base militare aggressiva e dipendente: ci sono 14 basi militari delle truppe di terra e 10 navali e basi nucleari con più di 1.000 armi di sterminio di massa di tutti i tipi che rappresentano il maggior arsenale nucleare dell’Estremo Oriente. E l’alleanza tripartita tra Sudcorea, Giappone e Stati Uniti viene ulteriormente rafforzata.
Va rilevato che un grande paese come la Repubblica Popolare Cinese non ha mai costituito basi militari fuori dai propri confini perché vede in questa pratica una caratteristica del colonialismo e della guerra fredda, dell’egemonismo e della politica di forza.
Le aggressioni militari nordamericane contro la Jamahiria Araba Libica costituiscono una violazione flagrante del diritto internazionale e la lotta di quel popolo per eliminare i trattati con gli inglesi, i nordamericani e i francesi che avevano stabilito basi militari in Libia tra il 1951 e li 1969 e che furono annullati dalla rivoluzione del 1° settembre 1969. In tutta l’Europa occidentale esiste una rete di basi militari USA sotto la copertura NATO. La base di Lajas, nelle Azzorre, ha avuto una funzione importante nella guerra arabo-israeliana del 1948 e altre basi sono servite da trampolino per aggressioni contro altri paesi.
In America Latina esistono più di 50 basi militari, alcune delle quali ospitano anche armi nucleari degli Stati Uniti. Queste basi sono espressione della dottrina Monroe del 1823 e dei suoi figli putativi, come il “destino manifesto”, il “destini geografico” e il “panamericanismo made in USA”.
A Portorico si trovano basi di tutti i tipi che occupano più del 13% del territorio, a cui vanno aggiunte le basi delle vicine isole di Vieques e Culebra, trasformate in poligoni al servizio esclusivo degli Stati Uniti. Tra le tante risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si trova quella del Comitato per la Decolonizzazione che in data 24 agosto 1983 esprimeva la preoccupazione per le dichiarazioni e le decisioni statunitensi in merito all’ampliamento e al rafforzamento delle installazioni militari a Portorico a cui vanno aggiunte le basi nelle isole Turcas e Caicos e le Isole Vergini Americane. Nell’America centrale si trovano fra le altre la base di Palmerola in Honduras e nel Pacifico meridionale quella dell’isola cilena di Pasqua.
Nel caso di Panama, l’interesse degli Stati Uniti risale alla metà del secolo scorso fino al trattato Hay-Bunau Varilla del 18 novembre 1903 che eliminava la sovranità panamense nella “Zona del Canale”. Ai trattati Torrijos-Carter del 1977, che stabilivano il ritiro totale dei nordamericani entro il 31 dicembre 1999, ha fatto seguito la legge USA 96-70 contenente emendamenti, riserve, condizioni, interpretazioni approvate arbitrariamente da quel paese nel 1977. La tendenza più recente è quella di mascherare la permanenza statunitense a Panama con vari pretesti, ma al fondo rimane l’idea nordamericana che non solo la Zona del Canale, ma tutto Panama appartiene agli Stati Uniti. Fu proprio il senatore Helms, quello stesso che è coautore della legge Helms-Burton, che nel 1978 si fece promotore di un accordo sulle basi a Panama che implicava la non approvazione dei trattati Torrijos-Carter. Nel 1977 gli USA imposero del resto a Panama un trattato di neutralità perpetua che Washington interpreta come giustificazione per futuri interventi in quel paese latinoamericano in aperta violazione del diritto internazionale e della Carta dell’ONU. Gli USA hanno proposto un accordo sulla base aerea di Howard che continuerà ad essere una base militare, ma sarà chiamata eufemisticamente “Centro Antidroga”, secondo quello che è un grossolano pretesto per consentire interventi militari in tutti i paesi latinoamericani mascherandoli con la lotta ai trafficanti di droga. Nel caso delle isole Malvine, che appartengono all’Argentina, deve essere condannata la situazione coloniale e la presenza di installazioni militari inglesi. Per quanto riguarda la base navale di Guantanamo a Cuba, si tratta di una enclave militare e di una fonte permanente di tensione, di provocazioni e violazioni, priva di qualsiasi base legale o giustificazione morale. Nella concessione della base di Guantanamo concorrono elementi come l’assenza di capacità giuridica della parte cubana del 1901 rispetto alle concessioni pretese dagli USA, la coazione, il blocco e la corruzione che condussero a quegli accordi sulla base di un consenso inesistente, trattandosi, per la durata nel tempo e l’uso indebito, di un falso contratto d’affitto. L’Iraq, la regione balcanica, l’Afganistan, i popoli del Medio Oriente, il Rwanda, la Palestina ed altre nazioni sono vittime di conflitti cruenti attizzati da enclavi militari straniere installate in paesi terzi. I pretesti per la creazione di basi militari sono molti: dalla “lotta al comunismo”, al “mantenimento della libertà”, alla “difesa della democrazia e della sovranità”, in realtà sempre limitata. Spesso viene invocata la “sicurezza”, sia la “sicurezza nazionale” sia la “sicurezza dell’emisfero” o la “sicurezza collettiva”. È proprio in nome della sicurezza degli USA che a Cuba viene imposta la legge Helms-Burton.
Si invocano anche meccanismi di difesa di “interessi nazionali” o “interessi vitali”. Gli USA per esempio dichiarano che il Medio Oriente è loro zona di interesse vitale. Le catene delle basi nordamericane in tutto il mondo costituiscono l’infrastruttura di una strategia aggressiva totale in difesa di tali interessi vitali, compresa la questione dei cosiddetti “conflitti di bassa intensità”. In Europa ci sono le basi di Adana e di Diyarbakir in Turchia che ufficialmente dovrebbero servire a proteggere i Kurdi dalla aggressioni dell’Iraq, ma in realtà servono all’intervento nel Medio Oriente col pretesto della difesa delle minoranze e delle violazioni dei diritti umani. Con la scusa del segreto militare si sono inoltre create basi all’insaputa dei popoli.
All’Italia, alla Spagna e ad altri paesi dell’area, per la loro eccezionale posizione strategica, crocevia di tre continenti e di un intenso traffico petrolifero internazionale, è stata assegnata una funzione importante nell’Europa occidentale, in contraddizione con l’identità nazionale e la difesa dell’indipendenza dei rispettivi paesi.
A volte le potenze imperialiste che stabiliscono le proprie basi militari cercano di apparire come protettori o benefattori; nel caso dell’Irlanda del Nord la funzione che la Gran Bretagna si arroga, con le basi nella parte dell’isola che mantiene la divisione dell’Irlanda, è quella del “negoziatore onesto” tra “fazioni belligeranti”. Nel caso di Okinawa, gli occupanti parlano di basi che servono alla “dissuasione dei conflitti nella regione”. L’Assemblea Generale dell’ONU il 15 novembre 1971 adottò la risoluzione 2.832, intitolata “Proclamazione dell’Oceano Indiano come Zona di Pace” e nel 1972 fu costituito un Comitato ad hoc. Gli USA si sono sempre opposti all’idea, sostenendo che ci sarebbe un “clima poco propizio”, che non consentirebbe di fare dell’Oceano Indiano una zona di pace.
Dopo la fine della guerra fredda si è parlato di riduzione delle basi militari USA all’estero, come nelle Filippine, in Turchia, in Spagna e in altri paesi. Queste pretese riduzioni sono però in realtà un modo di ingannare l’opinione pubblica mondiale perché quello che gli USA stanno realizzando è una utilizzazione più intensa delle basi nei paesi che affermano di proteggere, concentrando le loro truppe in queste strutture, con considerevole risparmio economico.
I danni e le conseguenze negative della presenza di basi militari straniere sono molti: esse minano la sovranità dei popoli dei paesi ospitanti e dei loro vicini. Ogni limitazione di sovranità è un attentato contro i diritti inalienabili dei popoli, perché porta inesorabilmente alla “sovranità limitata”, dato che non ci può essere reciprocità tra lo stato che punta ad installare le proprie basi e quello che concede il proprio territorio. La presenza militare in paesi terzi è una base di aggressione contro altri popoli e di intervento sia nei paesi ospitanti che negli altri. La cosa viene ulteriormente aggravata dalla extraterritorialità che l’installazione delle basi porta con sé, con la limitazione della giurisdizione interna e dell’ambito di validità delle leggi nazionali ai propri popoli e l’attuazione di esenzioni e privilegi agli occupanti. Le basi sono centri di irradiazione di corruzione e colonizzazione politica e culturale; determinano il controllo o il cambiamento dei sistemi politici, tensioni fra gli stati e perdita dell’identità nazionale; sono parte del processo di espansionismo imperiale e della filosofia del saccheggio; rafforzano la politica di egemonia globale, puntano al controllo sul piano politico, economico, storico, giuridico e culturale. Assai grave è la situazione creata dalle basi militari in rapporto ai crimini ecologici che esse comportano. Le basi costituiscono una violazione degli impegni presi dal Vertice della Terra del 1992 a Rio de Janeiro per la preservazione della biodiversità del pianeta e comportano gli esercizi con armi convenzionali, batteriologiche e nucleari che danneggiano l’ambiente. Le basi hanno un costo ambientale enorme per i rischi derivanti alla salute umana a causa della presenza in esse di residui tossici e sostanze nocive che hanno causato molti e gravi danni alle risorse di flora e fauna. Esse comportano insomma un impatto ambientale che costituisce un rischio grave per l’umanità.. I potenti non lesinano gli argomenti capziosi sulla convenienza e i benefici economici e le possibilità occupazionali garantite dalle basi, ma, una volta disattivate, quelle stesse strutture potrebbero essere utilizzate con funzioni economiche, industriali, turistiche e le aree espropriate per le installazioni potrebbero trarne benefici apprezzabili.
La Conferenza Internazionale sulle Basi Militari Straniere adotta una serie di conclusioni di rilevante importanza.
La fine della guerra fredda ha portato con sé l’aumento delle basi, ma i mezzi di diffusione imperialisti non ne parlano quando le loro dimensioni politiche e sociali superano il valore strettamente militare. La strategia militare viene dopo la strategia politica.
La Conferenza pone l’accento sul gigantesco complesso di basi oggi esistente nel mondo e sulla necessità urgente di prendere coscienza del significato di questo fatto, del fenomeno che rappresenta, della violazione della sovranità e dell’indipendenza dei popoli e delle violazioni del diritto internazionale che comporta.
Al prezioso patrimonio di informazione, di esperienza, di riflessione che la Conferenza ha accumulato deve corrispondere la lotta per l’eliminazione delle basi in tutti i loro aspetti e per l’affermazione della volontà di vera libertà dei popoli, coscienti dei condizionamenti che le basi esercitano su tutti gli aspetti essenziali della loro vita. Indubbiamente questa Conferenza rappresenta un passo positivo per la conoscenza dell’esistenza delle basi e del loro significato, dei meccanismi che esse attivano a ogni livello e del ruolo che svolgono nel mondo attuale. Organizzare dibattiti, conferenze, manifestazioni per far conoscere i lavori e le decisioni di questa Conferenza e promuovere la mobilitazione popolare su questo terreno e per il disarmo e la pace, serrare i ranghi e formare un solido fronte di tutte le persone e le organizzazioni progressiste e oneste è una pietra angolare nella lotta dei popoli contro l’imperialismo e la globalizzazione economica.
I partecipanti alla Conferenza, considerando il ruolo assai grave che le basi militari svolgono nelle varie parti del mondo, ritengono necessario favorire un’azione continuativa contro questa presenza militare in tutto il mondo, promuovendo iniziative di lotta, di informazione e di denuncia da tenersi con forza in ogni continente e in ogni paese.
I partecipanti alla Conferenza si impegnano a promuovere periodicamente altri incontri sullo stesso tema, così essenziale per la pace nel mondo, e ritengono importante che si dia vita a un Centro di Informazione e Ricerca sul tema delle basi militari, per la pace, per la sovranità dei popoli, contro l’imperialismo. La Conferenza intende proporre la istituzione di una Giornata Internazionale contro le Basi Militari Straniere da celebrarsi tutti gli anni.
L’eliminazione delle basi militari straniere in tutti i paesi è una rivendicazione dell’umanità intera, che viene fatta propria da molti organismi regionali e internazionali, compreso il Movimento dei Paesi Non Allineati e altri paesi neutrali della nostra epoca.
Come ha detto un poeta :”Niente è più difficile che liberare gli schiavi che si credono liberi”. Questa Conferenza dell’Avana deve essere il punto di partenza perché si realizzino periodicamente incontri di questa natura, che consentano di liberare l’umanità dal flagello della corsa agli armamenti, delle basi militari straniere, della povertà e della diseguaglianza, alla ricerca della pace giusta e onorevole che i popoli rivendicano.

[Poco, troppo poco è cambiato da quel giorno]

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4 thoughts on “L’Avana, 30 Novembre 1996

  1. M5S: Mozione per il ritiro dei soldati dall’Afghanistan

    “La guerra in Afghanistan è particolarmente vergognosa in quanto non c’è mai stato un reale motivo per entrare in guerra. Finora ha provocato la morte di 52 militari e di 70.000 morti afghani, civili soprattutto. E’ costata 4,5 miliardi di euro allo Stato italiano che avrebbe potuto investirli in ricerca, sviluppo, pmi, istruzione, sanità. Ieri abbiamo depositato la mozione per il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan. Riuscire, grazie ad essa, a ritirare le nostre truppe anche un mese prima del ritiro che è stato deciso, sarebbe un successo clamoroso in termini di vite risparmiate e di quattrini risparmiati. La mozione impegna il Governo a elaborare e comunicare con chiarezza al popolo italiano un piano di rientro immediato del nostro contingente militare dall’Afghanistan; alla costruzione della pace e dello sviluppo economico e sociale, a promuovere la tutela dei diritti umani e a migliorare la condizione delle donne e della società civile; a un controllo diretto e mirato del sostegno economico italiano sia per i finanziamenti bilaterali che tramite accordi con la UE e con la NATO.
    Noi dobbiamo uscire dall’Afghanistan lasciando un Paese in grado di ripartire e di lasciare ai cittadini afghani la libertà di scelta per il loro futuro.”
    Commissione Esteri M5S Camera

    il testo integrale della mozione è qui:

  2. Pingback: L’Avana, 30 Novembre 1996 | Informare per Resistere

  3. Pingback: L’Avana, 30 Novembre 1996 | FiascoJob Blog

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